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domenica 6 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 marzo.
Il 6 marzo 1853 al teatro La Fenice di Venezia debutta "La traviata" di Giuseppe Verdi. La prima risulterà essere un fiasco clamoroso, come ebbe a dire lo stesso autore.
La traviata è una delle opere più famose, note e belle di Giuseppe Verdi. Scritta su libretto di Francesco Maria Piave, si compone di tre atti ed è tratto dalla pièce teatrale “La signora delle camelie”, scritta dall’autore francese Alexandre Dumas (figlio); quest’opera verdiana, assieme a “Il trovatore” e a “Rigoletto“, fa parte della cosiddetta “trilogia popolare”.
In parte composta nella villa degli editori Ricordi a Cadenabbia, nella splendida cornice del lago di Como, la prima rappresentazione teatrale de La traviata, avvenne al Teatro La Fenice di Venezia, il 6 marzo 1853; in tale occasione, tuttavia, a causa soprattutto di interpreti non di adeguato livello e a causa della scabrosità dei temi, la rappresentazione si rivelò un fiasco totale. Venne ripresa comunque il 15 maggio 1854 quando ottenne il meritato successo.
Nella mente di Verdi prende corpo questa nuova fatica, dopo aver visto a teatro “La signora delle camelie” a Parigi, accompagnato da Giuseppina Strepponi, nel febbraio del 1852. Elabora questo dramma – opera di Dumas figlio – e ne ricava un intenso melodramma dal valore emotivo e di un esasperato romanticismo. Giuseppe Verdi ha donato al mondo un’opera di estremo lirismo. Il maestro scriveva, come riportato da giornali dell’epoca, al presidente del teatro alla fenice signor Marzari: “Ho volutamente cercato un soggetto pronto, certamente di sicuro effetto“, con questa frase di fatto, presentava e promuoveva la nuova opera da mettere in scena per il Carnevale del 1853. La sua fatica fu condivisa da Francesco Maria Piave che ne scrisse il libretto nel novembre di quell’anno, per un un compenso di 1.000 lire austriache.
Il lavoro per Giuseppe Verdi fu sicuramente grande: la scrisse in 40 giorni, da fine gennaio ai primi di marzo del 1853. Consideriamo anche che “Il trovatore” andò in scena il 19 gennaio del 1853, al teatro Apollo di Roma, cioè solo due mesi prima. La prima dell'opera come detto fu un totale insuccesso, e come disse lo stesso Maestro “un fiasco“. Leggendo le cronache di allora, si evince che comunque il maestro non si turbò molto, e leggendo le varie lettere da lui spedite da Venezia nei giorni successivi circa il “fiasco”, lo troviamo quasi impassibile. In una sua corrispondenza con casa Ricordi si legge “non indaghiamo sulle cause, la storia è così. Colpa mia o dei cantanti? [...] Il tempo giudicherà“. Al suo corrispondente da Genova rispose in questo modo: “La traviata ha fatto un fiascone e – peggio – ne hanno riso. [...] Eppure che vuoi [...] Non son turbato. Ho torto io o hanno torto loro? Ma io credo che l’ultima parola sulla Traviata non sia quella di jeri sera, la rivedranno e vedremo!“.
Effettivamente il maestro conosceva e sapeva quello che scriveva, attese sino alla sera del 15 maggio 1854, quattordici mesi dopo l’insuccesso alla Fenice, e sempre a Venezia, al teatro San Benedetto il popolo veneziano, ne decretò il successo, ottenendo un completo trionfo ed un completo consenso di stampa. Quella sera non fu altro che il ”preludio”, del percorso che, La traviata, ha fatto nei suoi oltre 160 anni di vita, raccogliendo trionfi e consensensi in tutti i teatri del mondo, ponendosi al vertice di tutta la produzione verdiana.
La trama:
Atto I
Nel salotto di casa Valery si coglie l’atmosfera di una imminente festa, vista la preparazione e la disposizione di fiori, piante e divani. Violetta sta preparando tutto questo per i suoi amici: sappiamo che la giovane donna è colpita dal mal sottile, ma ella è comunque contenta di come scorre la sua esistenza, diciamo un po’ “leggera” o quantomeno dai modi frivoli per quanto riguarda l’altro sesso. Tra gli invitati notiamo anche Gastone che, arrivando alla festa, presenta Alfredo Germont, segreto ammiratore di Violetta. Si comincia a brindare ed egli è invitato a unirsi all’allegra compagnia.
In un altro salone si uniscono anche altri invitati e si dà inizio a questa gaia serata di ballo. Violetta soddisfatta però ha un momentaneo mancamento: escono gli invitati trasferendosi in altri salotti. Ella quindi chiede di rimaner da sola, Alfredo però rimane con lei per manifestarle la sua ammirazione ed il suo amore. Violetta colpita ed intimamente sorpresa gli fa dono di una camelia dicendogli di riportarla quando sarà appassita.
Atto II
Nella casa di campagna, dove si sono ritirati a vivere Violetta ed Alfredo, essi stanno consumando il loro sogno d’amore vivendolo intensamente. Ad Alfredo però giunge notizia da Annina che la “signora” si era recata a Parigi per vendere i suoi gioielli ed altri beni, questo per prolungare, in maniera più piacevole la loro vita distanti da Parigi. Alfredo si sente offeso e decide all’istante la sua partenza per la capitale, cercando con la sua presenza di aggiustare queste spiacevoli questioni di danaro.
Nello chalet di campagna sopraggiunge il padre di Alfredo, Giorgio Germont, e trova Violetta appena rientrata da Parigi. Germont padre comincia con il chiedere in nome delle convenzioni e del buon nome di rinunciare ad Alfredo, anche per la felicità della figlia e che così facendo, non troverà ostacoli nello sposare un giovane del suo rango. Violetta, per la prima volta, “rinuncia al suo amore per un uomo contro la sua volonta”. Partirà subito lasciando un biglietto ad Alfredo, che lo troverà, al rientro da Parigi. Ma mentre scrive il biglietto di saluti e di congedo arriva Alfredo. Egli nota nella giovane un turbamento e la interroga, mentre Violetta intona la famosa romanza: “Amami Alfredo”, frase che cambierà in una nuova forma, tutta la concezione psicologica dell’opera come per l’appunto la voleva Giuseppe Verdi.
Un domestico si avvicina ad Alfredo e porge un vassoio con un biglietto, in quel biglietto c’è la frase di congedo, con cui Violetta annuncia la sua partenza con Annina; Alfredo legge e, come folgorato, chiede al domestico che confermi. Nell’azione entra immediatamente papà Germont che comincia a concionare sul perché ha lasciato la famiglia e la Provenza, ed a considerare quanti problemi son venuti a crearsi con la sua partenza.
La scena cambia: ora siamo nella sala da ballo e da gioco in casa dell’amica di Violetta, Flora Bervoix, dove si sta svolgendo un ballo mascherato. Violetta entra nel salone al braccio del barone Douphol, vedendo Alfredo al tavolo da gioco si sente smarrita. Stranamente in quella serata Alfredo ha una fortuna sfacciata al tavolo verde; anch’egli vede Violetta e tutta la scena viene monopolizzata dal gioco e dalle provocazioni che Alfredo ha nei confronto del barone. Ma l’invito della padrona di casa ad andare a tavola smorza quella voglia.
Escono tutti ma Violetta chiama Alfredo per un colloquio chiarificatore. Nel suo spiegare lo prega di capire che il suo amante Douphol le ha chiesto di lasciare Alfredo per amore suo. Alfredo come rapito dà un momento di follia richiama gli invitati e apostrofa Violetta in forma molto triviale e volgare lanciando una borsa con dentro del denaro ai suoi piedi. Entra in scena anche suo padre Giorgio Germont, che allontana Alfredo, mentre il barone le lancia il suo guanto di sfida.
Atto III
L’azione si svolge nella camera di Violetta Valery: lei è coricata su di un grande letto con grandi cuscini di seta e merletti. E’ assistita dalla buona Annina: si nota lo sforzo e l’affanno con cui respira. Violetta è stremata dal suo male, e dal segreto ancora più doloroso che ha nel suo cuore. Giunge il medico che la conforta. E’ mattina: chiede di bere; il medico parlando sottovoce con Annina però le annuncia che alla povera Violetta, la vita non le concede che poche ore di vita!
Ora Violetta con tanta fatica si alza e continua a leggere la missiva giuntale da Giorgio Germont, che la continua a ringraziare per il segreto mantenuto, e le annuncia il ferimento del barone ad opera di Alfredo. Germont padre, infine, sentendosi colpevole di quell’atto spregevole, arriverrà a chiederle con la dovuta umiltà il suo perdono.
Violetta è angosciata; e solo il ricordo del “passato”, con il suo Alfredo la conforta. Intanto nella strada sottostante si ode il Carnevale con le sue musiche ed i suoi rumori, con tutta la gente che canta e che balla. In quel momento entra Annina per preparla a ricevere una visita: è Alfredo che ritorna e si getta tra le braccia di Violetta chiedendole perdono; i due innamorati finalmente riuniti continuano a pensare ad un futuro “ancora felice“, ma una nuova crisi aggredisce la giovane. Arriva anche Giorgio Germont, ma è troppo tardi; egli voleva stringerla come una figlia. Violetta è morente e dopo un estremo sussulto, spira tra le braccia di Alfredo.
Giuseppe Verdi con la partitura de La traviata, aderisce di fatto al Manzoni ed alla sua esortazione nel favorire la “vraie poesie”, e quindi ad uscire dal “langage de convention”, seguendo dunque la linea romantica dettata in quel preciso momento storico. Il personaggio di Violetta Valery viene rafforzato e la sua figura di donna con nuove implicazioni psicologiche ne sono la riprova; un tema così italiano come il “sacrificio d’amore”, è molto più vero ed attendibile nel personaggio creato da Francesco Maria Piave, che nel personaggio di Margherita Gautier, descritto da Dumas nella sua “Dame aux camelias“.
Seguendo anche la forma tripartita di Traviata osserviamo che, qualchessia la sua lettura, “è imposta” dalla sua stessa struttura musicale. Quest’opera è di fatto innovativa, e lo si nota nella frattura tonale fra il Primo ed il Secondo atto, ed alla corona che ne conclude il Primo atto; notiamo quasi la necessità di eseguire di seguito il primo ed il secondo quadro del Secondo atto, mentre questo arriva da una relazione tonale, ovviamente una relazione molto espressiva che si identifica tra i due quadri, nonchè dalla chiusura del primo e dall’apertura del secondo che, battendo lo stesso tempo chiude al 1° quadro con una corona misurata.
Si osservano delle varianti tra il primo preludio ed il preludio all’atto terzo, il primo in maggiore ed il secondo in minore, tutto molto significativo nella complessità espressiva dell’opera. Il primo preludio è il tema dell’idillio, il secondo della rinuncia, che il “preludio di apertura”, aveva già identificato. ma la svolta psicologica dell’opera, il punto focale, lo troviamo nella romanza “Amami Alfredo“.
Il vero significato de La traviata, risiede nella consapevolezza e nella sua capacità di “dare amore”; l’amore di Violetta sta proprio nel suo realizzarsi in questo puro e sublimato sentimento, passato attraverso la passione e la rinuncia. Dunque l’“Amami Alfredo”, esposto al preludio è quindi connesso musicalmente e psicologicamente al concretizzarsi degli eventi, in momenti straordinariamente particolari per la loro univocità.
Nel terzo atto si nota la ripresa della forma tradizionale, in “Addio del passato” ed in “Prendi – quest’è l’immagine”, stanno tra il recitativo e la romanza. La traviata ha poi un altro aspetto molto importante nell’opera verdiana, assieme alle precedenti opere, Rigoletto e Trovatore; il maestro ha individuato e cercato i suoi tenori, baritoni, soprano e mezzosoprano, voci particolari con diversi accenti e dalle diverse colorature. Queste sono voci vocalmente innovative, portate ad interpretare i ruoli del Duca di Mantova, di Manrico e di Alfredo, le cosidette “voci verdiane“. Questo proprio per la pienezza e la profondità della voce, coniugata e legata alla conoscenza dell’anima umana, studiata e scrutata nel suo intimo. voci che si aprono a nuove esperienze interpretative, dando quindi una maggiore consapevolezza agli interpreti; ruoli che Verdi cercava e voleva.
Nel terzo atto, e solo in questo, Alfredo, si apre nell’estensione e alla nuova impostazione vocale con un “agitato”, in mezzo ad una frase come “Parigi o cara“, carica di fremente poesia e di squisita dolcezza: si tratta di un pezzo classico della composizione, ma che conferisce in questo caso uno spessore sentimentale e romantico molto intenso, unico. Ugualmente potremmo dire per Giorgio Germont, quella tonalità, quella qualità di impostazione voluta dal Verdi, è molto pertinente con il suo ruolo, distaccato ed estraneo, senza sentimento, quasi una voce fuori dal coro che le dice giuste, ma che non prende macchia se non alla fine del terzo atto quando intona la romanza ”Malcauto vegliardo!”. Insistendo sul sì naturale – ben settolineato dal disegno cromatico dell’orchestra – finalmente scopriamo che anche papà Germond ha dei sentimenti sebben tardivi, ed un’anima sincera.
Comprendiamo come Giuseppe Verdi, come in precedenza per Rigoletto e Trovatore, trova in questo grande lavoro quella chiave di lettura che lo introduce al nuovo discorso musicale tardo-romantico nel campo della strumentazione operistica; proprio nell’ultimo atto, nel recitativo quasi parlato, egli, fruisce di quella ricercata analisi psicologica musicale. Di fatto La traviata è la riprova di quanto Verdi sia stato un innovatore.

sabato 5 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 marzo.
Il 5 marzo 1974 le truppe israeliane abbandonano la riva occidentale del Canale di Suez, ultimo e definitivo atto a suggellare la fine del conflitto del Kippur.
La “guerra del Kippur si svolse  tra il 6 e il 25 ottobre 1973 e rappresentò, da parte dell'Egitto, un tentativo di modificare il rapporto di forza politico-militare e psicologico sancito dalla guerra  del giugno 1967, la guerra dei sei giorni, come premessa per una soluzione negoziata.  Forti dell'effetto sorpresa, gli egiziani e i siriani rinforzati da contingenti giordani, iracheni, marocchini  e  palestinesi, penetrarono dapprima  profondamente nelle linee israeliane sul Canale di Suez e sul Golan, ma  furono successivamente costretti a ripiegare da contrattacchi israeliani (appoggiati dall’aviazione USA che sostituì l’aviazione israeliana distrutta). Gli israeliani non esitarono a compiere massacri anche di civili (uccisione di 270 lavoratori civili egiziani nel Sinai da parte delle truppe al comando di Ariel Sharon).
La cessazione del fuoco, ordinata dal Consiglio di sicurezza dell’ ONU trovò gli egiziani sulla riva Est del Canale ma gli israeliani padroni di un area assai più vasta sulla riva occidentale ma quasi circondati da forze nemiche. Sul fronte siriano Israele occupò un’altra porzione del Golan inclusa la posizione strategica del monte Hermon.
Se dal punto di vista psicologico, la buona preparazione degli eserciti arabi pose fine al mito dell’invincibilità israeliana, la guerra non modificò sostanzialmente il precedente stato di cose. L’ONU fallì nel tentativo di organizzare la pace. Gli sforzi unilateralmente avviati dagli Stati Uniti a suon di generose donazioni avrebbero portato nel 1978 l'Egitto alla pace separata di Camp David.
A Begin (ex capo terrorista dell’Irgoun) e a Sadat fu persino assegnato il premio Nobel per la pace. A seguito di questi accordi Israele restituì il Sinai all’Egitto ma contravvenendo agli accordi tenne per sé la piccola ma preziosa striscia di Taba sul mar Rosso. Per il suo accordo con Israele Sadat fu assassinato dagli integralisti islamici pochi anni dopo.
Tra Egitto e Israele vige a tutt’oggi una “pace fredda”. Sia durante la guerra del Libano sia recentemente l’Egitto ha ritirato il suo ambasciatore in Israele.
A tutt’oggi Israele occupa ancora il Golan siriano amministrandolo come una annessione unilaterale non riconosciuta dalle Nazioni Unite. Nella parte siriana del Golan sono ancora visibili le macerie della cittadina di Kuneitra che testimoniano degli indiscriminati bombardamenti di civili da parte dell’aviazione israeliana.
Tra Siria e Israele vige una tregua. La Siria, guidata da Hassad jr., quale condizione per sottoscrivere la pace con Israele, chiede la restituzione del Golan. Israele non vuole accettare questa condizione, ufficialmente per motivi di sicurezza (dal Golan si potrebbe colpire il territorio israeliano, sul monte Hermon ci sono importanti centri di spionaggio elettronico israeliani) ma anche perchè il Golan è una importante fonte di approvvigionamento idrico di cui Israele ha assolutamente bisogno nonchè per l’opposizione dei coloni ebrei (circa 7'000) che sono stati installati sul Golan, che sono dediti alla viticoltura e che hanno preso il posto dei 20'000 civili siriani che hanno dovuto rifugiarsi in territorio siriano e che ora non hanno diritto di recarsi nella parte occupata.

venerdì 4 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 marzo.
Il 4 marzo 1947, a Torino, ha luogo l'esecuzione dell'ultima condanna alla pena capitale in Italia.
A quasi cent’anni dall’adozione dello Statuto Albertino (avvenuta il 4 marzo 1848), ha avuto luogo l’ultima esecuzione capitale della storia italiana. I condannati a morte erano Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti, accusati della strage di Villarbasse, avvenuta il 20 novembre del 1945. Tale strage è considerata uno dei crimini più efferati del secondo dopo guerra, nonché evento – simbolo della storia italiana in quanto, come già detto, è stato l’ultimo crimine per cui il nostro diritto penale ha applicato la pena di morte.
Cosa accadde? Il 20 novembre 1945 a Villarbasse, in provincia di Torino, quattro malintenzionati siciliani decisero di compiere una rapina, sicuri che l’avvocato Gianoli, proprietario della cascina, tenesse in casa molto denaro. A dare questa certezza al gruppo era stato Pietro Lala che aveva lavorato presso la cascina come mezzadro, sotto falsa identità.
I quattro banditi, verso le 19 di quel giorno, irruppero nel casale sequestrando tutti gli undici presenti. Improvvisamente a Lala cadde la maschera che gli nascondeva il volto e venne riconosciuto da una delle donne sequestrate come quell’uomo che fino a pochi giorni prima aveva lavorato con loro. Essendo stati scoperti e con la consapevolezza che non avrebbero più potuto farla franca con il bottino, i quattro decisero di uccidere tutti i presenti, ad eccezione del bambino di due anni che, per ovvie ragioni, non avrebbe potuto riconoscere nessuno. Ed è così che si è consumata la strage di Villarbasse; le vittime vennero portate una ad una nella cantina del casolare e assassinate. Dunque gettate in una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Terminata questa folle strage i quattro malviventi andarono ai piani superiori e misero in atto quella che, in origine, sarebbe dovuta essere una “semplice” rapina. Quindi fuggirono indisturbati e tornarono alle loro vite. Lala, quello che aveva assunto l’identità di Francesco Saporito e aveva lavorato come mezzadro presso la cascina dell’avvocato, venne assassinato poco dopo in circostanze misteriose. La vendetta forse di qualcuno che sapeva? Chi può dirlo.
Ebbero inizio le ricerche delle dieci persone. Inizialmente si pensava ad un sequestro di massa, ma a otto giorni dall’inizio delle indagini, furono ritrovati i dieci cadaveri nella cisterna. Solo dopo quattro lunghi mesi di indagini e a seguito di alcuni arresti di innocenti, si riuscì a risalire al D’Ignoti grazie ad un frammento della tessera annonaria che il bandito aveva bruciato. Con uno stratagemma degno di un film poliziesco, i carabinieri gli fecero credere di essere l’ultimo degli arrestati, così che lui parlasse senza troppe difficoltà dei suoi complici, facendone tranquillamente nomi e cognomi.
Accertata la colpevolezza dei tre, bisognava decidere come punirli.
Nonostante la possibilità di abrogare la pena di morte fosse già stata presa in considerazione, l’allora Presidente della Repubblica Enrico De Nicola, spinto dall’indignazione dell’opinione pubblica per quel delitto così sanguinario, rifiutò la richiesta di grazia dei tre condannati.
Così, il 4 marzo 1947, alle ore 7.45 del mattino, Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti vennero fucilati da un plotone d’esecuzione al poligono di tiro di Basse di Stura, a Torino.
La strage di Villarbasse è stato l’ultimo crimine per il quale venne applicata la pena di morte nel nostro Paese, abrogata ufficialmente il 1° gennaio 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione, salvo che nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.
Solo nel 2007 la pena di morte viene abolita completamente dalla Costituzione anche nel caso di leggi di guerra.

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