Buongiorno, oggi è il 5 marzo.
Il 5 marzo 1876 esce il primo numero de "il corriere della sera".
Il Corriere della Sera è uno dei quotidiani italiani più diffusi, e compare la prima volta il 5 marzo 1876 a Milano, con una edizione del pomeriggio (da qui la scelta del nome della testata). Il primo direttore è il napoletano Eugenio Torelli Viollier, trentaquattrenne, con alle spalle una gavetta come giornalista all’Indipendente e “il Secolo”. Il ricavato del primo numero viene offerto in beneficenza. La sede del Corriere della Sera viene stabilita al centro di Milano, presso la Galleria Vittorio Emanuele. Il direttore Viollier sceglie tre amici come collaboratori: il caporedattore Ettore Teodori Bruni, Raffaello Barbiera, Giacomo Raimondi.
Inizialmente il Corriere si compone di quattro pagine, ed è venduto al costo di cinque centesimi a Milano, e di sette nelle altre città. La tiratura del “Corriere della Sera”, che inizialmente è di tremila copie, comincia ad aumentare nel 1878, quando il giornale riesce a sfruttare a lungo la notizia della morte del re Vittorio Emanuele II. Dal 1880 in poi il Corriere riesce a raggiungere le classi sociali emergenti dell’epoca, gli industriali e gli operai. Nel 1881 la diffusione del giornale si assesta sulle diecimila copie giornaliere.
Nel 1882 il giornale invia i suoi primi corrispondenti a Londra, Parigi e Vienna. L’anno seguente il “Corriere” comincia ad uscire due volte al giorno (nel primo pomeriggio e in serata). Il direttore Torelli annuncia la volontà del giornale di produrre esclusivamente notizie in proprio, senza ricorrere ai lanci dell’agenzia “Stefani”. Successivamente Torelli Viollier aumenta la forza del giornale alleandosi con l’industriale Cristoforo Benigno Crespi, che diventa socio del “Corriere”: da questo momento in poi il giornale assume una veste più moderna e competitiva. Anche i redattori aumentano di numero ed arrivano a sedici.
Nella seconda metà del 1880 il Corriere ospita diverse rubriche giornaliere: “La Vita” (economia domestica ed igiene), la rubrica letteraria (che viene pubblicata il lunedì), “La legge” (consulenza legale di un esperto per i lettori). Delle quattro pagine di cui il Corriere si compone, l’ultima è dedicata per la maggior parte alla pubblicità. Un’altra novità che il direttore Torelli introduce nel “Corriere” è la figura del cronista che va in giro a raccogliere le notizie, denominato “redattore viaggiante”.
Nel 1888 le due edizioni del giornale escono all’alba e nel pomeriggio. L’anno seguente la sede del Corriere della Sera si trasferisce nel palazzo di Benigno Crespi, che si trova in Via Pietro Vierri. A partire dal 1890 il Corriere esce con notizie sempre più complete ed aggiornate, per arrivare a chiunque.
Nel 1896 entra in redazione l’allora venticinquenne Luigi Albertini, che mostra subito doti decisionali ed organizzative, per questo assume il ruolo di “segretario di redazione”. Le proteste che scoppiano a Milano nel 1898 segnano una svolta nella storia del Corriere: la direzione di Torelli Viollier non riesce a reggere alle pressioni e crolla. A lui subentra il deputato Domenico Oliva, editorialista conservatore. Dopo un breve periodo alla guida del giornale, i proprietari affidano il ruolo di direttore responsabile a Luigi Albertini: con lui le vendite del “Corriere” raggiungono le diecimila copie vendute, superando lo storico concorrente, “Il Secolo”.
Nel 1904 la sede del giornale si sposta in Via Solferino numero civico 28, e qui vi resta fino ad oggi. La tecnologia consente di aumentare il numero delle pagine a otto. In questo periodo Albertini lancia lo schema della “Terza pagina”, che viene poi utilizzata anche dagli altri quotidiani. Durante il regime fascista, viene impedita l’uscita del giornale. Il Corriere riceve diversi tentativi di intimidazione anche dopo il delitto di Giacomo Matteotti, avvenuto il 10 giugno 1924. Le copie del giornale vengono sequestrate in varie zone di Italia.
Nel 1925 Albertini viene costretto a lasciare la direzione. Dal 1930 entrano a lavorare in redazione alcuni giornalisti di notevole spessore: Paolo Monelli, Indro Montanelli, Guido Piovene. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il 14 febbraio 1943, la sede del giornale subisce ingenti danni a causa di un bombardamento. Nel 1952 passa alla direzione del Corriere Mario Missiroli.
La linea seguita da Missiroli impone ai giornalisti di mantenere la giusta distanza dai partiti politici ed una certa cautela in generale. All’inizio degli anni Sessanta appare chiara l’esigenza che il giornale si rinnovi. Per uscire da un periodo di stasi, i proprietari scelgono come direttore Alfio Russo. Il nuovo direttore dà una diversa impostazione al giornale, rendendolo meno “intellettuale” e di facile approccio, inserendo di volta in volta “pagine speciali” dedicate alle donne, ai giovani, alla finanza, all’economia, ecc. L’orientamento resta liberale e moderato.
Alla fine degli anni Sessanta i proprietari del “Corriere” chiamano Giovanni Spadolini a sostituire Alfio Russo. Spadolini è un professore universitario amante della cultura: con lui si allarga la schiera dei giornalisti che si dedicano alla “Terza Pagina”. Gli anni 1968/1969 sono caratterizzati dalla contestazione studentesca e dalle agitazioni sindacali. Negli anni Settanta il “Corriere” si mantiene distante dal dibattito politico scegliendo la linea neutrale. Questa impostazione scatena però le reazioni dei contestatori e dei giovani.
Nel 1972 i Crespi licenziano Spadolini, dopo quattro anni di direzione, nonostante il contratto iniziale preveda cinque anni. Sull’improvviso licenziamento di Spadolini si fanno diverse ipotesi e congetture, ma non vi è nessuna tesi certa. La direzione del “Corriere” viene quindi affidata a Piero Ottone, che entra in Via Solferino il 15 marzo 1972. Con Piero Ottone la linea politica del “Corriere” si sposta decisamente a sinistra, spaccando la redazione in due. Alcuni storici giornalisti, come Indro Montanelli, dichiarano di voler abbandonare la redazione. In questi anni entrano nel giornale professionisti del calibro di Alberto Ronchey ed Enzo Biagi.
L’editore Rizzoli, nonostante le varie iniziative ed i costosi investimenti, non raggiunge gli obiettivi prefissati. I soci chiedono che vanga cambiata la direzione del giornale, portando Piero Ottone a rassegnare le dimissioni. Il successore è Franco Di Bella, che aveva già diretto “il Resto del Carlino”. Di Bella vivacizza il “Corriere” e lo arricchisce di nuove rubriche, come quelle sull’economia. Nei primi anni Ottanta anche il giornale viene colpito dal terrorismo, con l’assassinio dell’inviato Walter Tobagi.
Nel 1982 la casa editrice Rizzoli viene coinvolta nello scandalo della Loggia P2. Tra le persone coinvolte nella loggia eversiva vi è anche il direttore Di Bella. Il giornale perde il suo prestigio, Di Bella si dimette, le vendite calano bruscamente, la fiducia con i lettori si incrina. Il “Corriere” viene superato dalla “Gazzetta dello Sport”, perdendo il suo primato. Il nuovo direttore con mandato triennale, Alberto Cavallari, tenta la “ricostruzione” del giornale.
Il 18 giugno 1984 Cavallari consegna la direzione a Piero Ostellino: con la sua guida il “Corriere della Sera” riconquista la vetta delle classifiche di vendita. Nel 1986 il Corriere viene scalzato da “la Repubblica” per il numero dei lettori. Come risposta il “Corriere” si inventa una rivista settimanale, “Sette”, di 122 pagine, che attira nuovi lettori. Ormai la “guerra” con la concorrente “Repubblica” è aperta. Dal 1992 al 1997 la direzione passa a Paolo Mieli. Con lui si assiste ad un vero e proprio ricambio generazionale all’interno del giornale.
La “Terza Pagina” viene eliminata, e la pagina culturale finisce nella parte interna del giornale. Nel 1995 Indro Montanelli torna al “Corriere” dopo ben ventidue anni di assenza. Nel 1997 Mieli lascia la direzione a Ferruccio de Bortoli. L’anno seguente il Corriere approda anche sul web, con il sito www.corriere.it.
Nel 2003 a de Bortoli succede Stefano Folli. Nel Dicembre 2004 Paolo Mieli viene richiamato a dirigere il giornale.
Ma dopo qualche anno, nel 2009, il Consiglio di Amministrazione decide di rimettere De Bortoli alla guida del “Corriere”. Con lui al timone del giornale vi sono due importanti novità: per la prima volta una donna (Barbara Stefanelli) viene nominata vice-direttore, ed una donna scrive l’editoriale in prima pagina (Isabella Bossi Fedrigotti).
Nello stesso anno il Corriere diventa disponibile in formato elettronico sui lettori e-book, come Amazon Kindle, primo in ordine di tempo tra i quotidiani italiani.
All'inizio del 2010 il vantaggio sullo "storico" concorrente la Repubblica si è ridotto a 30 000 copie, rispetto alle 80 000 del marzo 2009, mentre la versione on line si arricchisce anche di una versione tradotta in lingua inglese e una in cinese, orientata alla comunità cinese presente in Italia.
Nel 2011 ritorna il mensile di attualità librarie La Lettura. La storica testata era stata fondata nel 1901 da Luigi Albertini. Esce in allegato all'edizione domenicale del quotidiano.
Nel 2014 Nando Pagnoncelli ha preso il posto di Renato Mannheimer come sondaggista del quotidiano. Il 24 settembre 2014 il «Corriere» ha abbandonato lo storico formato lenzuolo (già ridotto a 7 colonne) per adottare il Berlinese a sei colonne.
Nel 2015 De Bortoli lascia la direzione del quotidiano al condirettore Luciano Fontana.
Dal gennaio 2016 i contenuti digitali sono presentati in un'unica piattaforma, leggibile sia su computer, tablet e smartphone. La consultazione degli articoli è diventata a pagamento (modello paywall). Un'altra importante novità è la consultazione online delle edizioni passate del quotidiano, rese disponibili sin dal primo numero.
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martedì 5 marzo 2024
lunedì 3 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 aprile.
Il 3 aprile 1896 esce il primo numero della "Gazzetta dello Sport".
Sport, vero e unico amore d'Italia? Sembrerebbe così, a giudicare da quell'antica gloria delle patrie stampe che è la "Gazzetta dello Sport". Una testata che i nostri bisnonni già leggevano, un nome che ha visto l'unità d'Italia agli albori e che è passata attraverso due guerre mondiali. Sissignori, perché la mitica "Gazzetta dello Sport" vede la luce nel lontano 3 aprile 1896, attraverso la fusione delle testate "Ciclista" di Eliseo Rivera e "La Tripletta" di Eugenio Camillo Costamagna.
Ma la febbre del calcio ancora era lontana dal divorare quotidianamente le italiche meningi, sì da richiedere un aggiornamento continuo. Al contrario lo sport, in quel finire di Ottocento ad un passo dal nuovo secolo, era solo un nobile passatempo utile per svagarsi e socializzare. E' per questo che la Gazzetta esce, in un primo tempo, solo bisettimanalmente. Anche l'ormai celebre carta rosa era di là da venire, senza però rinunciare del tutto al colore.
Il primo editore (quel Raffaele Sonzogno che dal 1866 stampava il quotidiano "Il Secolo", diffuso in tutta Italia) volle inizialmente stamparla su carta verdolina, perché si capisse subito che quello non era un giornale come tutti gli altri bensì un foglio allegro e combattivo (le cui battaglie, va da sé, riguardavano solamente i campi sportivi e ciò che vi ruotava intorno).
Caso singolare, due giorni dopo il battesimo della Gazzetta si svolsero i primi Giochi Olimpici di Atene e infatti l'articolo di apertura lasciò intendere che la nascita del giornale fosse in qualche modo legato all'evento. Lasciamo agli storici definire con precisione le esatte motivazioni di quell'eroica redazione, sta di fatto che mai giornale fu baciato da miglior tempismo.
Ad ogni buon conto la testata, dopo un avvio di modesta portata, nel 1908 prima si svincola da Sonzogno (che l'aveva destinata ad essere supplemento del suo "Il Secolo") poi diventa trisettimanale ed adotta quella carta rosata che tutt'oggi la rende particolare. Carta che subì invero una serie di curiose variazioni: prima, nel '97 divenne gialla, l'anno dopo bianca e infine, dal '99, anno che precede il periodo di maggior consolidamento del giornale, rosa. Rosa come la maglia donata a chi vince il Giro d'Italia, in onore proprio del quotidiano che ne è l'organizzatore. Lo storico annuncio dell'avvio di questa competizione fu dato il 7 agosto 1908 quando la Gazzetta sparò in prima pagina lo svolgimento del 1° Giro d'Italia per il 1909, battendo sul tempo "Il Corriere della Sera" che stava progettando un giro ciclistico dopo il successo di quello automobilistico di cui era il promotore. Con eleganza e stile il Corriere replicò alla Gazzetta offrendo al vincitore del Giro un premio di 3.000 lire.
L'attuale periodicità giornaliera viene decisa solo nel 1913, quando il comitato di redazione e l'editore sono pronti al salto di qualità. La Gazzetta diventerà quotidiana e così è rimasta nei decenni.
In tutti gli anni successivi la "Gazzetta dello Sport" si manterrà sempre su eccellenti livelli di vendita. Il vero boom della stampa sportiva, quello a noi più vicino e di proporzioni davvero impressionanti, avviene negli anni '80, con un incremento che ha fatto gridare al miracolo.
Un dato autorevole ci viene dalla rivista "Problemi dell'Informazione", che ha registrato l'apice di questo fenomeno nel 1984, due anni dopo il successo italiano ai Campionati Mondiali di calcio (disputati in Spagna nel 1982). A titolo d'esempio, la "Gazzetta dello Sport" (passata dal 1° luglio 1972 sotto la gestione del gruppo Agnelli) poteva disporre nel 1975 di 1.220.000 lettori (quarto quotidiano italiano), di 1.961.000 nel 1980 (secondo quotidiano italiano), per poi diventare nel 1982 il primo quotidiano italiano con 2.811.000 lettori; l'anno successivo si afferma come primo quotidiano ad aver sfondato il tetto dei tre milioni di lettori (3.078.000) in un giorno medio.
Anche i dati delle vendite confermano l'impressionante espansione: la "Gazzetta dello Sport" vendeva oltre cinquecentomila copie in media ogni giorno e gli introiti pubblicitari corroborarono la tendenza positiva con un accresciuto investimento nelle testate sportive in genere. Il 12 luglio 1982, il giorno seguente la finalissima dei mondiali spagnoli, la Gazzetta tirò 1.469.043 copie.
D'altronde il legame tra il giornale, le storie e i personaggi dello sport italiano è cresciuto e si è rinforzato a tal punto da determinare una vera e propria identificazione tra lo sport praticato e vissuto e le cronache e le analisi condotte sulle sue pagine. Tutto ciò che è sport in Italia è vissuto in prima persona dalla Gazzetta, che organizza, oltre al già citato Giro d'Italia di Ciclismo, anche il Campionato Italiano di Snowboard, di BeachVolley e la Milano City Marathon.
Si può perciò parlare di un vero e proprio "sistema-Gazzetta", che alle esaurienti pagine del quotidiano affianca nuove forme di comunicazione, come il sito ufficiale, il magazine settimanale "Sportweek", i sopracitati eventi sportivi e i prodotti editoriali sui più importanti personaggi dell'attualità sportiva.
A tutt'oggi la "Gazzetta dello Sport", come abbiamo visto da sempre leader nel mercato dei quotidiani sportivi, è il terzo quotidiano italiano per numero di lettori (dopo Corriere e Repubblica) sebbene, come tutti i giornali su carta, da alcuni anni soffra un calo ormai cronico nelle vendite.
Il record storico è stato toccato il giorno 10 luglio 2006, successivo alla finale mondiale Italia-Francia (Germania 2006); l'Italia campione del mondo ha superato il record di vendite della Rosea del 1982 andando esaurita in tutte le edicole. 1.650.000 sono state le copie vendute. E' stata rapidamente approntata una ristampa straordinaria distribuita nel pomeriggio dello stesso giorno, per un impressionante record totale di oltre 2.302.000 copie! E non è finita: anche il giorno successivo è stato possibile acquistare il giornale del 10 luglio.
Il 3 aprile 1896 esce il primo numero della "Gazzetta dello Sport".
Sport, vero e unico amore d'Italia? Sembrerebbe così, a giudicare da quell'antica gloria delle patrie stampe che è la "Gazzetta dello Sport". Una testata che i nostri bisnonni già leggevano, un nome che ha visto l'unità d'Italia agli albori e che è passata attraverso due guerre mondiali. Sissignori, perché la mitica "Gazzetta dello Sport" vede la luce nel lontano 3 aprile 1896, attraverso la fusione delle testate "Ciclista" di Eliseo Rivera e "La Tripletta" di Eugenio Camillo Costamagna.
Ma la febbre del calcio ancora era lontana dal divorare quotidianamente le italiche meningi, sì da richiedere un aggiornamento continuo. Al contrario lo sport, in quel finire di Ottocento ad un passo dal nuovo secolo, era solo un nobile passatempo utile per svagarsi e socializzare. E' per questo che la Gazzetta esce, in un primo tempo, solo bisettimanalmente. Anche l'ormai celebre carta rosa era di là da venire, senza però rinunciare del tutto al colore.
Il primo editore (quel Raffaele Sonzogno che dal 1866 stampava il quotidiano "Il Secolo", diffuso in tutta Italia) volle inizialmente stamparla su carta verdolina, perché si capisse subito che quello non era un giornale come tutti gli altri bensì un foglio allegro e combattivo (le cui battaglie, va da sé, riguardavano solamente i campi sportivi e ciò che vi ruotava intorno).
Caso singolare, due giorni dopo il battesimo della Gazzetta si svolsero i primi Giochi Olimpici di Atene e infatti l'articolo di apertura lasciò intendere che la nascita del giornale fosse in qualche modo legato all'evento. Lasciamo agli storici definire con precisione le esatte motivazioni di quell'eroica redazione, sta di fatto che mai giornale fu baciato da miglior tempismo.
Ad ogni buon conto la testata, dopo un avvio di modesta portata, nel 1908 prima si svincola da Sonzogno (che l'aveva destinata ad essere supplemento del suo "Il Secolo") poi diventa trisettimanale ed adotta quella carta rosata che tutt'oggi la rende particolare. Carta che subì invero una serie di curiose variazioni: prima, nel '97 divenne gialla, l'anno dopo bianca e infine, dal '99, anno che precede il periodo di maggior consolidamento del giornale, rosa. Rosa come la maglia donata a chi vince il Giro d'Italia, in onore proprio del quotidiano che ne è l'organizzatore. Lo storico annuncio dell'avvio di questa competizione fu dato il 7 agosto 1908 quando la Gazzetta sparò in prima pagina lo svolgimento del 1° Giro d'Italia per il 1909, battendo sul tempo "Il Corriere della Sera" che stava progettando un giro ciclistico dopo il successo di quello automobilistico di cui era il promotore. Con eleganza e stile il Corriere replicò alla Gazzetta offrendo al vincitore del Giro un premio di 3.000 lire.
L'attuale periodicità giornaliera viene decisa solo nel 1913, quando il comitato di redazione e l'editore sono pronti al salto di qualità. La Gazzetta diventerà quotidiana e così è rimasta nei decenni.
In tutti gli anni successivi la "Gazzetta dello Sport" si manterrà sempre su eccellenti livelli di vendita. Il vero boom della stampa sportiva, quello a noi più vicino e di proporzioni davvero impressionanti, avviene negli anni '80, con un incremento che ha fatto gridare al miracolo.
Un dato autorevole ci viene dalla rivista "Problemi dell'Informazione", che ha registrato l'apice di questo fenomeno nel 1984, due anni dopo il successo italiano ai Campionati Mondiali di calcio (disputati in Spagna nel 1982). A titolo d'esempio, la "Gazzetta dello Sport" (passata dal 1° luglio 1972 sotto la gestione del gruppo Agnelli) poteva disporre nel 1975 di 1.220.000 lettori (quarto quotidiano italiano), di 1.961.000 nel 1980 (secondo quotidiano italiano), per poi diventare nel 1982 il primo quotidiano italiano con 2.811.000 lettori; l'anno successivo si afferma come primo quotidiano ad aver sfondato il tetto dei tre milioni di lettori (3.078.000) in un giorno medio.
Anche i dati delle vendite confermano l'impressionante espansione: la "Gazzetta dello Sport" vendeva oltre cinquecentomila copie in media ogni giorno e gli introiti pubblicitari corroborarono la tendenza positiva con un accresciuto investimento nelle testate sportive in genere. Il 12 luglio 1982, il giorno seguente la finalissima dei mondiali spagnoli, la Gazzetta tirò 1.469.043 copie.
D'altronde il legame tra il giornale, le storie e i personaggi dello sport italiano è cresciuto e si è rinforzato a tal punto da determinare una vera e propria identificazione tra lo sport praticato e vissuto e le cronache e le analisi condotte sulle sue pagine. Tutto ciò che è sport in Italia è vissuto in prima persona dalla Gazzetta, che organizza, oltre al già citato Giro d'Italia di Ciclismo, anche il Campionato Italiano di Snowboard, di BeachVolley e la Milano City Marathon.
Si può perciò parlare di un vero e proprio "sistema-Gazzetta", che alle esaurienti pagine del quotidiano affianca nuove forme di comunicazione, come il sito ufficiale, il magazine settimanale "Sportweek", i sopracitati eventi sportivi e i prodotti editoriali sui più importanti personaggi dell'attualità sportiva.
A tutt'oggi la "Gazzetta dello Sport", come abbiamo visto da sempre leader nel mercato dei quotidiani sportivi, è il terzo quotidiano italiano per numero di lettori (dopo Corriere e Repubblica) sebbene, come tutti i giornali su carta, da alcuni anni soffra un calo ormai cronico nelle vendite.
Il record storico è stato toccato il giorno 10 luglio 2006, successivo alla finale mondiale Italia-Francia (Germania 2006); l'Italia campione del mondo ha superato il record di vendite della Rosea del 1982 andando esaurita in tutte le edicole. 1.650.000 sono state le copie vendute. E' stata rapidamente approntata una ristampa straordinaria distribuita nel pomeriggio dello stesso giorno, per un impressionante record totale di oltre 2.302.000 copie! E non è finita: anche il giorno successivo è stato possibile acquistare il giornale del 10 luglio.
giovedì 1 luglio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo luglio.
Il primo luglio 1861 esce il primo numero de "l'Osservatore Romano".
Il primo numero uscì a pochi mesi dalla proclamazione del Regno d'Italia (17 marzo 1861). Lo scopo della pubblicazione era chiaramente apologetico, in difesa dello Stato Pontificio, e i suoi intenti polemico-propagandistici. Il giornale riprendeva il nome di un precedente foglio privato (5 settembre 1849 - 2 settembre 1852), diretto dall'abate Francesco Battelli e finanziato da un gruppo cattolico legittimista francese.
La nascita de L'Osservatore Romano è strettamente correlata con la sconfitta bellica subita dalle truppe Pontificie a Castelfidardo (8 settembre 1860). Dopo questo evento, infatti, mentre il potere temporale del Pontefice veniva fortemente ridimensionato in termini di estensione territoriale e in tutta Europa non sembrava esserci una potenza disposta a difenderlo, un gran numero di intellettuali cattolici cominciarono a giungere a Roma con il fermo desiderio di mettersi al servizio di Pio IX.
Tra le autorità romane, decise a ripristinare lo status quo ante, cominciò perciò a farsi strada l'idea di una pubblicazione quotidiana di carattere privato, che si facesse vindice dello Stato Pontificio e dei principi di cui esso era portatore.
Già dal 20 luglio 1860 il Sostituto Ministro dell'Interno, Marcantonio Pacelli, voleva porre accanto al bollettino ufficiale il Giornale di Roma, una pubblicazione polemica e battagliera di natura ufficiosa dal nome L'Amico della Verità. L'elaborazione del progetto richiese del tempo ed è probabile che arrivò alle orecchie del Marchese Augusto Baviera, già noto pubblicista, concittadino di Pio IX, che nella stessa estate (il 19 agosto) aveva domandato licenza di pubblicare un periodico bisettimanale - più di cultura che di politica - il quale avrebbe dovuto assumere il vecchio nome de L'Osservatore diretto dal Battelli.
Nei primi mesi del 1861, venne a domandare aiuto al Governo pontificio un famoso polemista forlivese, Nicola Zanchini. A questi e ad un altro esule, il vivacissimo giornalista Giuseppe Bastia giunto da Bologna, fu concessa la direzione del giornale progettato dal Pacelli. Era il 22 giugno 1861 quando il Ministero dell'Interno, competente per la stampa, si vide recapitare un manoscritto firmato dai supplicanti Zanchini e Bastia che chiedevano il permesso di pubblicazione. Due giorni dopo la proposta era già in discussione in Consiglio dei Ministri. Infine il 26, nell'Udienza Pontificia, Pio IX concedeva l'assenso al "Regolamento" de L'Osservatore.
Ecco come si presentava il primo numero del giornale: sulla testata appariva la scritta "L'Osservatore Romano - giornale politico morale", costo di un numero 5 baj. Erano poi spiegati i "patti dell'associazione" per chi intendeva abbonarsi.
Poco più sotto erano contenuti l'"Avviso" ai potenziali associati e l'articolo di fondo dal titolo "L'Osservatore Romano ai suoi lettori", che era una dura requisitoria contro la politica del Cavour recentemente scomparso.
I primi numeri erano composti di quattro pagine nelle quali erano presenti tutti gli argomenti polemici che avrebbero caratterizzato la "linea editoriale" per molto tempo.
Alla fine del 1861, caduto il sottotitolo "giornale politico-morale", comparvero sotto la testata i motti unicuique suum e non praevalebunt, tuttora presenti.
All'inizio L'Osservatore non ebbe nemmeno una sede: i primi redattori - come Bayard de Volo, Anton Maria Bonetti, Ugo Flandoli, don Nazareno Ignazi, Costantino Pucci, Paolo Pultrini, Telesforo Sarti - si incontravano nella tipografia dei Salviucci, in P.zza de' SS Apostoli n. 56, dove si stampava il giornale. Solo a partire dal 1862 la redazione si insediò al palazzo Petri in piazza de' Crociferi, ove subito dopo sarebbe stata impiantata la tipografia in proprio. Il primo numero vi fu stampato il 31 marzo, data in cui alla testata si aggiunse la dicitura Giornale quotidiano.
Il 30 giugno 1865 i due avvocati Zanchini e Bastia cedettero la proprietà, con decorrenza a partire dall'inizio dell'anno successivo, al Marchese di Baviera. Questi nei primi mesi di direzione fu affiancato dal bolognese Giovan Battista Casoni che, nel 1890, sarebbe diventato direttore unico. Il giornale si presentò subito con un programma di avanguardia e con uno spirito di indipendenza e si impegnò in aspre polemiche con altre pubblicazioni italiane e straniere, difendendo la Chiesa ed i principi del diritto umano.
Nel primo decennio di vita L'Osservatore Romano dedicò molto spazio agli argomenti di politica internazionale compresa la "Questione romana". Quasi mai si discutevano problemi puramente politici; piuttosto si rilevavano la giustizia o l'ingiustizia di atti pubblici e le loro conseguenze per la religione cattolica e per la morale della società. Anche le tematiche di carattere religioso, ecclesiastico ed economico-sociale trovavano spazio nella prima pagina. Così ben presto il giornale si qualificò come "specchio leale ed abbastanza completo non solo delle opinioni e dei desideri della maggioranza dei cattolici romani, ma anche di quelli - almeno nelle sue forme esteriori e pubbliche - del medesimo Governo del Papa".
Con la Breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), L'Osservatore Romano da organo "semi ufficiale" dello Stato Pontificio divenne un giornale di opposizione all'interno del giovane ed ampliato Regno d'Italia. Dopo circa un mese di sospensione, il giornale riprese le pubblicazioni il 17 ottobre. In quell'occasione riportò in prima pagina una dichiarazione di obbedienza al Papa e di totale adesione alle sue direttive, ribadendo che esso sarebbe rimasto fedele "a quell'immutabile principio di religione e di morale di cui riconosce solo depositario e vindice il vicario di Gesù Cristo in terra".
Nel clima particolarmente acceso di quegli anni, il giornale fu più volte sequestrato. Ma nulla impedì ai redattori di riprendere la loro battaglia di fede e di idee. Ed anzi ben presto L'Osservatore Romano cominciò a sostituirsi al Giornale di Roma, l'organo ufficiale dello Stato Pontificio, nella comunicazione di notizie ufficiali riguardanti la Chiesa. Ciò avvenne in maniera più evidente sotto il Pontificato di Leone XIII, che acquistò la proprietà del giornale e, a partire dal 1885, ne fece l'organo d'informazione della Santa Sede.
Fedele alle sue origini, in questi 152 anni di vita, L'Osservatore Romano ha continuato la sua opera. Con passione e senza timore di farsi voce fuori dal coro ha documentato la storia di popoli e nazioni. E soprattutto ha continuato il suo servizio privilegiato per la diffusione del Magistero del Successore di Pietro.
Il primo luglio 1861 esce il primo numero de "l'Osservatore Romano".
Il primo numero uscì a pochi mesi dalla proclamazione del Regno d'Italia (17 marzo 1861). Lo scopo della pubblicazione era chiaramente apologetico, in difesa dello Stato Pontificio, e i suoi intenti polemico-propagandistici. Il giornale riprendeva il nome di un precedente foglio privato (5 settembre 1849 - 2 settembre 1852), diretto dall'abate Francesco Battelli e finanziato da un gruppo cattolico legittimista francese.
La nascita de L'Osservatore Romano è strettamente correlata con la sconfitta bellica subita dalle truppe Pontificie a Castelfidardo (8 settembre 1860). Dopo questo evento, infatti, mentre il potere temporale del Pontefice veniva fortemente ridimensionato in termini di estensione territoriale e in tutta Europa non sembrava esserci una potenza disposta a difenderlo, un gran numero di intellettuali cattolici cominciarono a giungere a Roma con il fermo desiderio di mettersi al servizio di Pio IX.
Tra le autorità romane, decise a ripristinare lo status quo ante, cominciò perciò a farsi strada l'idea di una pubblicazione quotidiana di carattere privato, che si facesse vindice dello Stato Pontificio e dei principi di cui esso era portatore.
Già dal 20 luglio 1860 il Sostituto Ministro dell'Interno, Marcantonio Pacelli, voleva porre accanto al bollettino ufficiale il Giornale di Roma, una pubblicazione polemica e battagliera di natura ufficiosa dal nome L'Amico della Verità. L'elaborazione del progetto richiese del tempo ed è probabile che arrivò alle orecchie del Marchese Augusto Baviera, già noto pubblicista, concittadino di Pio IX, che nella stessa estate (il 19 agosto) aveva domandato licenza di pubblicare un periodico bisettimanale - più di cultura che di politica - il quale avrebbe dovuto assumere il vecchio nome de L'Osservatore diretto dal Battelli.
Nei primi mesi del 1861, venne a domandare aiuto al Governo pontificio un famoso polemista forlivese, Nicola Zanchini. A questi e ad un altro esule, il vivacissimo giornalista Giuseppe Bastia giunto da Bologna, fu concessa la direzione del giornale progettato dal Pacelli. Era il 22 giugno 1861 quando il Ministero dell'Interno, competente per la stampa, si vide recapitare un manoscritto firmato dai supplicanti Zanchini e Bastia che chiedevano il permesso di pubblicazione. Due giorni dopo la proposta era già in discussione in Consiglio dei Ministri. Infine il 26, nell'Udienza Pontificia, Pio IX concedeva l'assenso al "Regolamento" de L'Osservatore.
Ecco come si presentava il primo numero del giornale: sulla testata appariva la scritta "L'Osservatore Romano - giornale politico morale", costo di un numero 5 baj. Erano poi spiegati i "patti dell'associazione" per chi intendeva abbonarsi.
Poco più sotto erano contenuti l'"Avviso" ai potenziali associati e l'articolo di fondo dal titolo "L'Osservatore Romano ai suoi lettori", che era una dura requisitoria contro la politica del Cavour recentemente scomparso.
I primi numeri erano composti di quattro pagine nelle quali erano presenti tutti gli argomenti polemici che avrebbero caratterizzato la "linea editoriale" per molto tempo.
Alla fine del 1861, caduto il sottotitolo "giornale politico-morale", comparvero sotto la testata i motti unicuique suum e non praevalebunt, tuttora presenti.
All'inizio L'Osservatore non ebbe nemmeno una sede: i primi redattori - come Bayard de Volo, Anton Maria Bonetti, Ugo Flandoli, don Nazareno Ignazi, Costantino Pucci, Paolo Pultrini, Telesforo Sarti - si incontravano nella tipografia dei Salviucci, in P.zza de' SS Apostoli n. 56, dove si stampava il giornale. Solo a partire dal 1862 la redazione si insediò al palazzo Petri in piazza de' Crociferi, ove subito dopo sarebbe stata impiantata la tipografia in proprio. Il primo numero vi fu stampato il 31 marzo, data in cui alla testata si aggiunse la dicitura Giornale quotidiano.
Il 30 giugno 1865 i due avvocati Zanchini e Bastia cedettero la proprietà, con decorrenza a partire dall'inizio dell'anno successivo, al Marchese di Baviera. Questi nei primi mesi di direzione fu affiancato dal bolognese Giovan Battista Casoni che, nel 1890, sarebbe diventato direttore unico. Il giornale si presentò subito con un programma di avanguardia e con uno spirito di indipendenza e si impegnò in aspre polemiche con altre pubblicazioni italiane e straniere, difendendo la Chiesa ed i principi del diritto umano.
Nel primo decennio di vita L'Osservatore Romano dedicò molto spazio agli argomenti di politica internazionale compresa la "Questione romana". Quasi mai si discutevano problemi puramente politici; piuttosto si rilevavano la giustizia o l'ingiustizia di atti pubblici e le loro conseguenze per la religione cattolica e per la morale della società. Anche le tematiche di carattere religioso, ecclesiastico ed economico-sociale trovavano spazio nella prima pagina. Così ben presto il giornale si qualificò come "specchio leale ed abbastanza completo non solo delle opinioni e dei desideri della maggioranza dei cattolici romani, ma anche di quelli - almeno nelle sue forme esteriori e pubbliche - del medesimo Governo del Papa".
Con la Breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), L'Osservatore Romano da organo "semi ufficiale" dello Stato Pontificio divenne un giornale di opposizione all'interno del giovane ed ampliato Regno d'Italia. Dopo circa un mese di sospensione, il giornale riprese le pubblicazioni il 17 ottobre. In quell'occasione riportò in prima pagina una dichiarazione di obbedienza al Papa e di totale adesione alle sue direttive, ribadendo che esso sarebbe rimasto fedele "a quell'immutabile principio di religione e di morale di cui riconosce solo depositario e vindice il vicario di Gesù Cristo in terra".
Nel clima particolarmente acceso di quegli anni, il giornale fu più volte sequestrato. Ma nulla impedì ai redattori di riprendere la loro battaglia di fede e di idee. Ed anzi ben presto L'Osservatore Romano cominciò a sostituirsi al Giornale di Roma, l'organo ufficiale dello Stato Pontificio, nella comunicazione di notizie ufficiali riguardanti la Chiesa. Ciò avvenne in maniera più evidente sotto il Pontificato di Leone XIII, che acquistò la proprietà del giornale e, a partire dal 1885, ne fece l'organo d'informazione della Santa Sede.
Fedele alle sue origini, in questi 152 anni di vita, L'Osservatore Romano ha continuato la sua opera. Con passione e senza timore di farsi voce fuori dal coro ha documentato la storia di popoli e nazioni. E soprattutto ha continuato il suo servizio privilegiato per la diffusione del Magistero del Successore di Pietro.
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