Buongiorno, oggi è il 15 marzo.
Il 15 marzo 1738 nasce a Milano Cesare Beccaria.
Cesare Beccaria nasce il 15 marzo 1738 a Milano, figlio di Maria Visconti di Saliceto e Giovanni Saverio di Francesco. Dopo avere studiato a Parma, si laurea a Pavia nel 1758; due anni più tardi sposa Teresa Blasco, sedicenne di Rho, nonostante l'opposizione del padre (che gli fa perdere, così, i diritti di primogenitura).
Cacciato di casa dopo le nozze, viene ospitato dall'amico Pietro Verri, che per qualche periodo gli offre anche un sostegno economico. Nel frattempo legge le "Lettere persiane" di Montesquieu, che lo portano ad avvicinarsi all'Illuminismo. Dopo avere fatto parte del cenacolo dei fratelli Verri (c'è anche Alessandro, oltre a Pietro), scrive per la rivista "Il Caffè" ed è tra i creatori, nel 1761, dell'Accademia dei Pugni.
Nel 1762 diventa padre di Giulia; nel frattempo in questo periodo gli sorge il desiderio di scrivere un libro finalizzato a dare vita a una riforma in sostegno dell'umanità più sofferente, anche in virtù dell'insistenza di Alessandro Verri, protettore delle persone in carcere: è così che Cesare Beccaria nel 1764 pubblica (inizialmente in maniera anonima), il trattato "Dei delitti e delle pene", che si oppone alla tortura e alla pena di morte.
In particolare, secondo Beccaria, la pena di morte può essere considerata una guerra di uno Stato intero contro un singolo individuo, e non può essere accettata poiché il bene della vita non può essere a disposizione della volontà dello Stato stesso. Essa, inoltre, non ha un effetto deterrente sufficiente da giustificarne il ricorso, poiché - sempre secondo il filosofo milanese - il criminale tende ad avere paura dell'ergastolo o della schiavitù molto più che della morte: i primi costituiscono una sofferenza reiterata, mentre la seconda rappresenta un male definitivo, unico.
Non solo: per Cesare Beccaria chi pensa alla pena di morte può ricavarne una minore fiducia nelle istituzioni oppure rendere addirittura più disposti verso il delitto. In "Dei delitti e delle pene", quindi, il giurista meneghino propone di sostituire la pena di morte con i lavori forzati, utili a dimostrare l'efficacia della legge tramite un esempio prolungato nel tempo e utile alla collettività, che viene così risarcita dei danni causati; i lavori forzati, al tempo stesso, permettono di salvaguardare il valore dell'esistenza umana, e ha un'azione intimidatoria: la morte del corpo viene sostituita dalla morte dell'anima.
Nell'opera, inoltre, Beccaria parla dei delitti come violazioni di un contratto, adottando un punto di vista evidentemente illuministico e utilitaristico che lo porta a ritenere che pena di morte e tortura, più che ingiuste o umanamente poco accettabili, siano semplicemente e pragmaticamente poco utili.
Non sono motivazioni di carattere religioso, dunque, ma ragioni di carattere pratico a muovere la penna del giurista milanese, che tra l'altro evidenzia come il delitto non vada identificato come un'offesa alla legge divina, la quale invece fa parte non della sfera pubblica ma della coscienza individuale di una persona. E' anche per questo motivo che, già nel 1766, "Dei delitti e delle pene" viene messo all'Indice dei libri proibiti per colpa della distinzione che in esso viene sancita tra reato e peccato.
Sempre nel 1766 Cesare Beccaria diventa padre di Maria, la sua seconda figlia, nata con problemi neurologici gravi, mentre l'anno successivo nasce il primo maschio, Giovanni Annibale, che però muore pochissimo tempo dopo. Successivamente viaggia fino a Parigi, seppure controvoglia (al punto da avere una crisi di panico al momento di lasciare la moglie e partire), per incontrare i filosofi francesi intenzionati a conoscerlo. Per qualche tempo viene ospitato nel circolo del barone d'Holbach, ma poco dopo torna a Milano, geloso della moglie.
In Italia, Beccaria - a dispetto di un carattere scostante e fragile, indolente e poco incline alla vita sociale - diventa professore di Scienze Camerali. Nel 1771 entra a far parte dell'amministrazione austriaca, prima di essere nominato membro del Supremo Consiglio dell'Economia; ricopre tale carica per più di vent'anni (nonostante le critiche di Pietro Verri e di altri amici, che lo additano come burocrate) e contribuisce, tra l'altro, all'istituzione delle riforme asburgiche avviate sotto Maria Teresa e Giuseppe II.
Nel 1772 nasce Margherita, la sua quarta figlia, che però non sopravvive più di pochi giorni. Due anni più tardi, il 14 marzo del 1774, Teresa muore, probabilmente a causa della tubercolosi o della sifilide. Dopo poco più di un mese di vedovanza, Cesare sottoscrive il contratto di matrimonio con Anna dei Conti Barnaba Barbò: a meno di tre mesi dalla morte della prima moglie, Beccaria si risposa il 4 giugno del 1774, destando notevole clamore.
Nel frattempo Giulia, la sua prima figlia, viene messa in collegio (benché in passato Cesare avesse dimostrato di disprezzare i collegi religiosi) e ci rimane per poco meno di sei anni: durante questo periodo Beccaria la ignora completamente, non volendone sapere più nulla e arrivando perfino a non considerarla più sua figlia. Egli è convinto, infatti, che Giulia sia il frutto di una delle tante relazioni che Teresa aveva avuto con altri uomini fuori dal matrimonio.
Vistasi negare l'eredità materna, Giulia nel 1780 esce dal collegio, avvicinandosi a sua volta agli ambienti illuministi: due anni più tardi Beccaria la dà in sposa al conte Pietro Manzoni, che ha vent'anni più di lei. Nel 1785 Cesare Beccaria diventa nonno di Alessandro Manzoni (ufficialmente figlio di Pietro, ma molto più probabilmente figlio di Giovanni Verri, fratello di Alessandro e Pietro, amante di Giulia), il futuro autore dei Promessi Sposi.
Cesare Beccaria muore a Milano il 28 novembre 1794, all'età di cinquantasei anni, per colpa di un ictus. Il suo corpo viene sepolto nel Cimitero della Mojazza, fuori Porta Comasina, invece che nella tomba di famiglia. Ai funerali è presente anche il piccolo Alessandro Manzoni.
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venerdì 15 marzo 2024
mercoledì 19 gennaio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.
Il 19 gennaio 1829 ha luogo il debutto teatrale della prima parte del Faust di Goethe.
Il poema drammatico “Faust” fu scritto da uno dei più grandi interpreti della cultura e della letteratura tedesca, Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte sul Meno, 28 agosto 1749 – Weimar, 22 marzo 1832). Goethe lavorò a quest’opera per sessant’anni, dal 1772 al 1831, scrivendo bozze, revisionando e aggiungendo le sue conoscenze e le sue dottrine culturali.
Quando Goethe ebbe terminato, nella primavera del 1831, si rese conto egli stesso della complessità della sua opera e, in una lettera a Sulpiz Boisserée dell’8 settembre 1831, dichiarava che “avrebbe di certo rallegrato chi sa leggere un’espressione del volto, uno sguardo, una mossa appena accennata. Questi troverà persino più di quanto io fossi in grado di dare”. Per questo volle che l’intera opera venisse resa pubblica solo dopo la sua morte, che avvenne nel 1832. Fu allora che Erich e Friedrich Wilhelm Riemer la pubblicarono come primo volume delle “Opere Postume”.
A teatro, per la prima volta venne rappresentata la prima parte il giorno 19 gennaio 1829 al teatro nazionale di Braunschweig, diretto da Ernst August Friedrich Klingemann. Da allora gli allestimenti dell’opera si sono succeduti frequentemente e con sucesso in tutto il mondo.
Faust è un personaggio tratto da una leggenda tedesca del XVI secolo, che nel 1587 apparve per la prima volta in un libro pubblicato dall’editore di Francoforte Johann Spiess. E’ la storia di un uomo che stringe un patto con il diavolo. Il motivo è comune e risale al Medioevo. Ma qui si aggiunge un elemento prettamente cinquecentesco: Faust fa un patto con Mefistofele per conoscere e studiare la Natura, e non perché ricerca ricchezze, piaceri o potere. Per soddisfare la sua sete di conoscenza è disposto a consegnarsi al diavolo.
Questa volontà di conoscenza dell’uomo moderno conferiva al mondo terreno un nuovo valore, con uno sfondo religioso, che trovò in Paracelso (1493-1541) il suo maggiore esponente. Venne ritenuta sovversiva la sua idea, secondo la quale la natura è una rivelazione divina che gli uomini sono in grado di cogliere con i sensi. Alla sua figura venne associata quella altrettanto diabolica di un tale Georg Faust, vissuto all’inizio del XVI secolo, mago e erudito vagante.
Ma se era da ritenere malvagia l’idea di un patto con il diavolo, era da valutare il motivo per cui lo si faceva: la conoscenza del mondo così come Dio l’aveva creato. Questo concetto riuscì ad essere rappresentato poeticamente solo nell’epoca di Goethe, quando, con l’avvento dell’Illuminismo, si giustificò l’immagine spirituale de “l’uomo che cerca” in quella che fu definita “pansofia” o “sapienza universale”. Anche se non si riusciva a raggiungere la conoscenza assoluta, non si voleva limitare l’anelito alla conoscenza stessa.
In Inghilterra invece il clima culturale era diverso, e alla fine del Cinquecento poté nascere la cultura drammatica. Da essa venne fuori il “Faust” di Christopher Marlowe (1564-1593), autore che intuì la grandezza della materia faustiana. Egli sviluppò l’elemento tirannico, più legato all’opera originaria popolare: Faust, come mago, vuole essere un dio in terra, e la sua fame di godere è senza fine.
Da Marlowe il tema del Faust tornò in Germania come “dramma del terrore” prima, e come teatro delle marionette poi, sempre in forma di prosa.
Goethe lo scoprì proprio attraverso il teatro delle marionette. Solo nel 1801, mentre stava lavorando alla prima parte dell’opera, prese in prestito un‘edizione riveduta da un tale Widmann nel 1599, e da Pftizer nel 1674, del libro del 1587 di Faust. Lesse il dramma di Marlowe nel 1818.
Nell’autunno del 1775 Goethe giunse a Weimar portando con sé alcune parti di un dramma su Faust, metà in prosa e metà in poesia. Durante la lettura, la damigella di corte Luise von Göchhausen ne fu talmente entusiasta da farsi prestare il manoscritto per ricopiarlo. In seguito Goethe riscrisse e modificò l’opera, ma alla fine, non soddisfatto la distrusse. Nel 1887 Erich Schmidt scoprì tra le carte della damigella von Göchhausen la copia del manoscritto e la fece pubblicare con il titolo di “Urfaust”.
In questa prima fase, è evidente l’influsso del movimento dello “Sturm und Drang”. Goethe aveva composto quadri separati, senza pensare ad un loro collegamento. Si iniziano a creare i due gruppi di scene: la tragedia del sapere e la tragedia dell’amore, a cui fa da sfondo la satira del sapere scolastico universitario.
Goethe proseguì nell’opera, ma ad un certo punto si accorse dei vuoti e delle mancanze. Cercò di colmarle, ma, non ancora soddisfatto, anche se non voleva rimandare oltre la pubblicazione, lo diede alle stampe nel 1790 con il nome di “Faust. Ein Fragment”, che è in effetti una rielaborazione. Fu soltanto nel 1808 che riuscì a far emergere il nesso interiore della vicenda, e a renderla peculiare rispetto alla tradizione. Uscì allora “Faust. Parte prima della tragedia”, che comprende anche il “Prologo in cielo”, che serve sia alla prima che alla seconda parte.
Comincia da qui ad elaborare la storia di Elena, della mitologia greca, e del mondo antico, indirizzandosi verso gli ideali Romantici di rievocazione della classicità. Nel 1826 l’atto era terminato, ma, per colmare la lacune, Goethe scrisse la celeberrima “Notte di Valpurga”, alla fine del secondo atto. Con la stesura del quinto atto, nel 1830 poteva dirsi conclusa “Faust. La parte seconda della tragedia”.
La vicenda faustiana contiene una grande varietà di motivi, che affascinarono Goethe nel corso della sua esistenza, e, allo stesso tempo, le molteplici esperienze di vita diventarono dei simboli da inserire nell’opera stessa. La delusione per le scienze accademiche, la felicità e la colpa dell’amore furono i temi che caratterizzarono la giovinezza. In età adulta fu attratto dalla bellezza di Elena, di omerica memoria, e dalla concezione generale della vita umana. In vecchiaia, Goethe vede Faust come dominatore della natura, colui che anela al segreto della creatività e delle forze umane originarie.
Lo “Streben”, l’anelito, è, insieme all’Amore il tema dominante dell’intero poema.
Goethe scriveva solo ciò che si era formato in modo organico dentro di sé, per questo tutto il materiale faustiano della tradizione non poteva esaurirsi in un solo periodo della sua vita.
La trama: Faust è un professore universitario, scienziato ed alchimista. Ha studiato tutta la vita, ma si rende conto che, per quanto l’uomo si sforzi, la sua conoscenza è nulla. Si dedica allora alla magia, per cercare di svelare i segreti della Natura. Il suo è un anelito, un tendersi verso qualcosa che sembra irraggiungibile, quello che viene definito in tedesco “Streben”.
Faust evoca il Diavolo per ottenere lo scopo. Costui, Mefistofele, fa un patto con lui: lo servirà per tutta la vita, esaudirà ogni suo desiderio, mettendogli a disposizione i suoi poteri. In cambio, Faust lo servirà nell’altra vita. L’uomo però non crede alla vita futura e muta il patto in una scommessa: “Se dirò all’attimo: sei così bello, fermati! – allora tu potrai mettermi in ceppi”. Mefistofele è convinto che, anche se Faust non pronuncerà la frase, cadrà comunque nella perdizione e nella disperazione. La posta in gioco è la libertà.
Inizia la vita piena di piaceri e desideri appagati, in cui si inserisce una feroce satira contro la cultura accademica e la sua degradazione morale. E’ in questo contesto che avviene l’incontro con Margherita, una ragazza umile, che Faust cerca di abbordare mentre esce di chiesa. Con l’aiuto di Mefistofele, le regalerà gioielli, e inevitabilmente corromperà la sua anima semplice. Più tardi si verrà a sapere che Margherita dovrà subire la pena capitale per infanticidio: dopo aver partorito il figlio di Faust, che l’aveva abbandonata, la disperazione l’aveva portata alla follia e all’uccisione del figlio. Verrà salvata in punto di morte, e andrà in Cielo, per via della sua buona fede e del suo cuore semplice tratto in inganno.
Nella seconda parte della tragedia si inseriscono i personaggi tratti dalla classicità, fra cui spicca la storia con Elena di Troia. Si avvicendano figure mitologiche, personaggi storici, filosofi come Talete e Anassagora.
Lentamente si arriva alla vecchiaia di Faust. Adesso rimpiange l’ umanità, che aveva rinnegato, maledicendo la vita e affidandosi alla magia. Non scaccia più l’Angoscia, che già una volta l’aveva portato vicino al suicidio. Prossimo alla morte, ormai cieco, Faust ha la visione della bonifica di un immenso acquitrino, che permetterà agli uomini di “stare su suolo libero con un libero popolo”.
In quell’ultimo istante, a quel pensiero, pronuncia le parole del patto: “All’attimo direi: Sei così bello, fermati!” Mefistofele è felice di aver vinto la scommessa e aver dimostrato che la vita è inutile e sarebbe meglio “il Vuoto Eterno”. Ma quando si aprono le porte dell’Inferno, una schiera di angeli viene a prendere la parte immortale di Faust e la conduce in Cielo.
Egli è stato salvato perché “Chi sempre faticò a cercare, noi possiamo redimerlo”. Il poema si chiude con le parole del Coro Mistico: “L’Eterno Femminile ci farà salire”: la forza creatrice che muove l’universo è il principio femminile dell’Amore. Amore e “Streben”.
Il 19 gennaio 1829 ha luogo il debutto teatrale della prima parte del Faust di Goethe.
Il poema drammatico “Faust” fu scritto da uno dei più grandi interpreti della cultura e della letteratura tedesca, Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte sul Meno, 28 agosto 1749 – Weimar, 22 marzo 1832). Goethe lavorò a quest’opera per sessant’anni, dal 1772 al 1831, scrivendo bozze, revisionando e aggiungendo le sue conoscenze e le sue dottrine culturali.
Quando Goethe ebbe terminato, nella primavera del 1831, si rese conto egli stesso della complessità della sua opera e, in una lettera a Sulpiz Boisserée dell’8 settembre 1831, dichiarava che “avrebbe di certo rallegrato chi sa leggere un’espressione del volto, uno sguardo, una mossa appena accennata. Questi troverà persino più di quanto io fossi in grado di dare”. Per questo volle che l’intera opera venisse resa pubblica solo dopo la sua morte, che avvenne nel 1832. Fu allora che Erich e Friedrich Wilhelm Riemer la pubblicarono come primo volume delle “Opere Postume”.
A teatro, per la prima volta venne rappresentata la prima parte il giorno 19 gennaio 1829 al teatro nazionale di Braunschweig, diretto da Ernst August Friedrich Klingemann. Da allora gli allestimenti dell’opera si sono succeduti frequentemente e con sucesso in tutto il mondo.
Faust è un personaggio tratto da una leggenda tedesca del XVI secolo, che nel 1587 apparve per la prima volta in un libro pubblicato dall’editore di Francoforte Johann Spiess. E’ la storia di un uomo che stringe un patto con il diavolo. Il motivo è comune e risale al Medioevo. Ma qui si aggiunge un elemento prettamente cinquecentesco: Faust fa un patto con Mefistofele per conoscere e studiare la Natura, e non perché ricerca ricchezze, piaceri o potere. Per soddisfare la sua sete di conoscenza è disposto a consegnarsi al diavolo.
Questa volontà di conoscenza dell’uomo moderno conferiva al mondo terreno un nuovo valore, con uno sfondo religioso, che trovò in Paracelso (1493-1541) il suo maggiore esponente. Venne ritenuta sovversiva la sua idea, secondo la quale la natura è una rivelazione divina che gli uomini sono in grado di cogliere con i sensi. Alla sua figura venne associata quella altrettanto diabolica di un tale Georg Faust, vissuto all’inizio del XVI secolo, mago e erudito vagante.
Ma se era da ritenere malvagia l’idea di un patto con il diavolo, era da valutare il motivo per cui lo si faceva: la conoscenza del mondo così come Dio l’aveva creato. Questo concetto riuscì ad essere rappresentato poeticamente solo nell’epoca di Goethe, quando, con l’avvento dell’Illuminismo, si giustificò l’immagine spirituale de “l’uomo che cerca” in quella che fu definita “pansofia” o “sapienza universale”. Anche se non si riusciva a raggiungere la conoscenza assoluta, non si voleva limitare l’anelito alla conoscenza stessa.
In Inghilterra invece il clima culturale era diverso, e alla fine del Cinquecento poté nascere la cultura drammatica. Da essa venne fuori il “Faust” di Christopher Marlowe (1564-1593), autore che intuì la grandezza della materia faustiana. Egli sviluppò l’elemento tirannico, più legato all’opera originaria popolare: Faust, come mago, vuole essere un dio in terra, e la sua fame di godere è senza fine.
Da Marlowe il tema del Faust tornò in Germania come “dramma del terrore” prima, e come teatro delle marionette poi, sempre in forma di prosa.
Goethe lo scoprì proprio attraverso il teatro delle marionette. Solo nel 1801, mentre stava lavorando alla prima parte dell’opera, prese in prestito un‘edizione riveduta da un tale Widmann nel 1599, e da Pftizer nel 1674, del libro del 1587 di Faust. Lesse il dramma di Marlowe nel 1818.
Nell’autunno del 1775 Goethe giunse a Weimar portando con sé alcune parti di un dramma su Faust, metà in prosa e metà in poesia. Durante la lettura, la damigella di corte Luise von Göchhausen ne fu talmente entusiasta da farsi prestare il manoscritto per ricopiarlo. In seguito Goethe riscrisse e modificò l’opera, ma alla fine, non soddisfatto la distrusse. Nel 1887 Erich Schmidt scoprì tra le carte della damigella von Göchhausen la copia del manoscritto e la fece pubblicare con il titolo di “Urfaust”.
In questa prima fase, è evidente l’influsso del movimento dello “Sturm und Drang”. Goethe aveva composto quadri separati, senza pensare ad un loro collegamento. Si iniziano a creare i due gruppi di scene: la tragedia del sapere e la tragedia dell’amore, a cui fa da sfondo la satira del sapere scolastico universitario.
Goethe proseguì nell’opera, ma ad un certo punto si accorse dei vuoti e delle mancanze. Cercò di colmarle, ma, non ancora soddisfatto, anche se non voleva rimandare oltre la pubblicazione, lo diede alle stampe nel 1790 con il nome di “Faust. Ein Fragment”, che è in effetti una rielaborazione. Fu soltanto nel 1808 che riuscì a far emergere il nesso interiore della vicenda, e a renderla peculiare rispetto alla tradizione. Uscì allora “Faust. Parte prima della tragedia”, che comprende anche il “Prologo in cielo”, che serve sia alla prima che alla seconda parte.
Comincia da qui ad elaborare la storia di Elena, della mitologia greca, e del mondo antico, indirizzandosi verso gli ideali Romantici di rievocazione della classicità. Nel 1826 l’atto era terminato, ma, per colmare la lacune, Goethe scrisse la celeberrima “Notte di Valpurga”, alla fine del secondo atto. Con la stesura del quinto atto, nel 1830 poteva dirsi conclusa “Faust. La parte seconda della tragedia”.
La vicenda faustiana contiene una grande varietà di motivi, che affascinarono Goethe nel corso della sua esistenza, e, allo stesso tempo, le molteplici esperienze di vita diventarono dei simboli da inserire nell’opera stessa. La delusione per le scienze accademiche, la felicità e la colpa dell’amore furono i temi che caratterizzarono la giovinezza. In età adulta fu attratto dalla bellezza di Elena, di omerica memoria, e dalla concezione generale della vita umana. In vecchiaia, Goethe vede Faust come dominatore della natura, colui che anela al segreto della creatività e delle forze umane originarie.
Lo “Streben”, l’anelito, è, insieme all’Amore il tema dominante dell’intero poema.
Goethe scriveva solo ciò che si era formato in modo organico dentro di sé, per questo tutto il materiale faustiano della tradizione non poteva esaurirsi in un solo periodo della sua vita.
La trama: Faust è un professore universitario, scienziato ed alchimista. Ha studiato tutta la vita, ma si rende conto che, per quanto l’uomo si sforzi, la sua conoscenza è nulla. Si dedica allora alla magia, per cercare di svelare i segreti della Natura. Il suo è un anelito, un tendersi verso qualcosa che sembra irraggiungibile, quello che viene definito in tedesco “Streben”.
Faust evoca il Diavolo per ottenere lo scopo. Costui, Mefistofele, fa un patto con lui: lo servirà per tutta la vita, esaudirà ogni suo desiderio, mettendogli a disposizione i suoi poteri. In cambio, Faust lo servirà nell’altra vita. L’uomo però non crede alla vita futura e muta il patto in una scommessa: “Se dirò all’attimo: sei così bello, fermati! – allora tu potrai mettermi in ceppi”. Mefistofele è convinto che, anche se Faust non pronuncerà la frase, cadrà comunque nella perdizione e nella disperazione. La posta in gioco è la libertà.
Inizia la vita piena di piaceri e desideri appagati, in cui si inserisce una feroce satira contro la cultura accademica e la sua degradazione morale. E’ in questo contesto che avviene l’incontro con Margherita, una ragazza umile, che Faust cerca di abbordare mentre esce di chiesa. Con l’aiuto di Mefistofele, le regalerà gioielli, e inevitabilmente corromperà la sua anima semplice. Più tardi si verrà a sapere che Margherita dovrà subire la pena capitale per infanticidio: dopo aver partorito il figlio di Faust, che l’aveva abbandonata, la disperazione l’aveva portata alla follia e all’uccisione del figlio. Verrà salvata in punto di morte, e andrà in Cielo, per via della sua buona fede e del suo cuore semplice tratto in inganno.
Nella seconda parte della tragedia si inseriscono i personaggi tratti dalla classicità, fra cui spicca la storia con Elena di Troia. Si avvicendano figure mitologiche, personaggi storici, filosofi come Talete e Anassagora.
Lentamente si arriva alla vecchiaia di Faust. Adesso rimpiange l’ umanità, che aveva rinnegato, maledicendo la vita e affidandosi alla magia. Non scaccia più l’Angoscia, che già una volta l’aveva portato vicino al suicidio. Prossimo alla morte, ormai cieco, Faust ha la visione della bonifica di un immenso acquitrino, che permetterà agli uomini di “stare su suolo libero con un libero popolo”.
In quell’ultimo istante, a quel pensiero, pronuncia le parole del patto: “All’attimo direi: Sei così bello, fermati!” Mefistofele è felice di aver vinto la scommessa e aver dimostrato che la vita è inutile e sarebbe meglio “il Vuoto Eterno”. Ma quando si aprono le porte dell’Inferno, una schiera di angeli viene a prendere la parte immortale di Faust e la conduce in Cielo.
Egli è stato salvato perché “Chi sempre faticò a cercare, noi possiamo redimerlo”. Il poema si chiude con le parole del Coro Mistico: “L’Eterno Femminile ci farà salire”: la forza creatrice che muove l’universo è il principio femminile dell’Amore. Amore e “Streben”.
sabato 8 maggio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'8 maggio.
L'8 maggio 1794 Antoine Lavoisier, il padre della chimica moderna, viene ghigliottinato.
Antoine-Laurent de Lavoisier nasce il 26 agosto 1743 a Parigi. Figlio di una famiglia particolarmente agiata, eredita grandi ricchezze quando la madre muore; frequenta, tra il 1754 e 1761, il collegio Mazarino, studiando chimica, botanica, astronomia e matematica. I suoi studi sono permeati e sostenuti dall'impulso della filosofia che si sta sviluppando in quegli anni, l'illuminismo, di cui condivide appieno gli ideali con il suo compagno di corsi Etienne Condillac.
Nel 1767, tre anni dopo le sue prime pubblicazioni, viene chiamato per supervisionare uno scavo geologico in Alsazia-Lorena, esperienza che gli permette di lavorare finalmente in campo pratico; nel 1768 Lavoisier viene eletto membro della Accademia delle Scienze francese, grazie ad uno scritto sull'illuminazione stradale.
Sposa nel 1771 la giovanissima Marie-Anne Pierrette Paulze, che si rivelerà un'ottima collega, nonché sua promotrice: si occuperà di promuovere e sostenere pubblicamente il lavoro del marito in campo scientifico.
L'attività febbrile del "padre della chimica moderna" ha un primo momento di picco nella sua collaborazione con Pierre-Simone Laplace, nel momento in cui dimostrano che il responsabile della combustione, non è il flogisto (onirica sostanza nominata nella chimica antica), ma è una sostanza che si chiama ossigeno, in assenza della quale non è possibile verificare fenomeni di tale tipologia.
Tramite la stessa serie di esperimenti dimostra anche che la respirazione, sia umana che animale, non è nient'altro che una tipologia di combustione, valutando anche la produzione di anidride carbonica come risultato di questa attività, indice che il corpo, sia umano che animale produce energia tramite la combustione di ossigeno.
Più avanti, alla fine degli anni '70, Lavoisier ripete gli esperimenti di Priestley e Cavendish sull"aria infiammabile", che poi lui rinominerà "idrogeno", scoprendo così che quella rugiada che si forma unendo quest'ultimo all'ossigeno altro non è che l'acqua. Lavora inoltre sull'analisi della composizione dell'aria, determinando un terzo elemento fondamentale, l'azoto, deduzione che gli permette di accantonare definitivamente la teoria del flogisto.
Tramite questi esperimenti ed altri, di tipo sia quantitativo che qualitativo, raggiunge con l'aiuto di Berthollet, Fourcroy e Morveau, eccezionali risultati nel campo della chimica, formulando la Legge di conservazione della massa, identificando diversi elementi chimici e fornendo una prima forma di nomenclatura moderna, che rende univoche e semplici le denominazioni degli elementi, creando quindi una forma di semplificazione per tutti gli altri chimici.
Negli anni '80 Lavoisier pubblica una immensa mole di scritti: rimane storico il suo "Traité Élémentaire de Chimie", del 1789, arrivato fino agli attuali studenti grazie alla traduzione inglese di Kerr, suo collega d'Oltremanica, considerato a tutti gli effetti il primo libro di testo di chimica moderna; in questo testo sono inoltre presenti i suoi importanti risultati nello studio sui legami chimici, soprattutto per ciò che riguarda le reazioni radicaliche ed i fenomeni di allotropia, scoperti tramite lo studio del diamante come forma di reticolo cristallino del carbonio.
Antoine Lavoisier muore a Parigi il giorno 8 maggio 1794, decapitato dal regime del Terrore come uno dei grandi traditori in quanto proprietario di una agenzia di riscossione delle tasse: il giudice, rigettando una richiesta di grazia nei suoi confronti, afferma nell'occasione "La Repubblica non ha bisogno di geni". Significativa è però la reazione del mondo scientifico, riassumibile in una frase del matematico Lagrange, ormai passata alla storia: "Ci è voluto solo un istante perché gli staccassero la testa, ma la Francia non ne avrà un'altra così neanche in un secolo".
L'8 maggio 1794 Antoine Lavoisier, il padre della chimica moderna, viene ghigliottinato.
Antoine-Laurent de Lavoisier nasce il 26 agosto 1743 a Parigi. Figlio di una famiglia particolarmente agiata, eredita grandi ricchezze quando la madre muore; frequenta, tra il 1754 e 1761, il collegio Mazarino, studiando chimica, botanica, astronomia e matematica. I suoi studi sono permeati e sostenuti dall'impulso della filosofia che si sta sviluppando in quegli anni, l'illuminismo, di cui condivide appieno gli ideali con il suo compagno di corsi Etienne Condillac.
Nel 1767, tre anni dopo le sue prime pubblicazioni, viene chiamato per supervisionare uno scavo geologico in Alsazia-Lorena, esperienza che gli permette di lavorare finalmente in campo pratico; nel 1768 Lavoisier viene eletto membro della Accademia delle Scienze francese, grazie ad uno scritto sull'illuminazione stradale.
Sposa nel 1771 la giovanissima Marie-Anne Pierrette Paulze, che si rivelerà un'ottima collega, nonché sua promotrice: si occuperà di promuovere e sostenere pubblicamente il lavoro del marito in campo scientifico.
L'attività febbrile del "padre della chimica moderna" ha un primo momento di picco nella sua collaborazione con Pierre-Simone Laplace, nel momento in cui dimostrano che il responsabile della combustione, non è il flogisto (onirica sostanza nominata nella chimica antica), ma è una sostanza che si chiama ossigeno, in assenza della quale non è possibile verificare fenomeni di tale tipologia.
Tramite la stessa serie di esperimenti dimostra anche che la respirazione, sia umana che animale, non è nient'altro che una tipologia di combustione, valutando anche la produzione di anidride carbonica come risultato di questa attività, indice che il corpo, sia umano che animale produce energia tramite la combustione di ossigeno.
Più avanti, alla fine degli anni '70, Lavoisier ripete gli esperimenti di Priestley e Cavendish sull"aria infiammabile", che poi lui rinominerà "idrogeno", scoprendo così che quella rugiada che si forma unendo quest'ultimo all'ossigeno altro non è che l'acqua. Lavora inoltre sull'analisi della composizione dell'aria, determinando un terzo elemento fondamentale, l'azoto, deduzione che gli permette di accantonare definitivamente la teoria del flogisto.
Tramite questi esperimenti ed altri, di tipo sia quantitativo che qualitativo, raggiunge con l'aiuto di Berthollet, Fourcroy e Morveau, eccezionali risultati nel campo della chimica, formulando la Legge di conservazione della massa, identificando diversi elementi chimici e fornendo una prima forma di nomenclatura moderna, che rende univoche e semplici le denominazioni degli elementi, creando quindi una forma di semplificazione per tutti gli altri chimici.
Negli anni '80 Lavoisier pubblica una immensa mole di scritti: rimane storico il suo "Traité Élémentaire de Chimie", del 1789, arrivato fino agli attuali studenti grazie alla traduzione inglese di Kerr, suo collega d'Oltremanica, considerato a tutti gli effetti il primo libro di testo di chimica moderna; in questo testo sono inoltre presenti i suoi importanti risultati nello studio sui legami chimici, soprattutto per ciò che riguarda le reazioni radicaliche ed i fenomeni di allotropia, scoperti tramite lo studio del diamante come forma di reticolo cristallino del carbonio.
Antoine Lavoisier muore a Parigi il giorno 8 maggio 1794, decapitato dal regime del Terrore come uno dei grandi traditori in quanto proprietario di una agenzia di riscossione delle tasse: il giudice, rigettando una richiesta di grazia nei suoi confronti, afferma nell'occasione "La Repubblica non ha bisogno di geni". Significativa è però la reazione del mondo scientifico, riassumibile in una frase del matematico Lagrange, ormai passata alla storia: "Ci è voluto solo un istante perché gli staccassero la testa, ma la Francia non ne avrà un'altra così neanche in un secolo".
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