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domenica 9 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 9 agosto 1974 il presidente americano Richard Nixon si dimette per evitare una procedura di empeachment a seguito dello scandalo Watergate.
Durante un difficile periodo per l'America, mentre la guerra in Vietnam è in pieno svolgimento, alla vigilia della campagna per le elezioni presidenziali (dove però i sondaggi danno come favorito proprio il Partito Repubblicano), negli uffici della Casa Bianca individui senza scrupoli e agenti della CIA stroncano con qualsiasi mezzo, anche illegale, ogni forma di dissenso.
Per bloccare una fuga di notizie scottanti sulle operazioni belliche in Vietnam, e screditarne il presunto responsabile, l'analista militare Daniel Ellsberg, viene devastato lo studio dello psichiatra di quest'ultimo a Los Angeles.
Ma il 17 giugno 1972, la squadra degli "idraulici" creata all'ombra del Presidente e incaricata di condurre le operazioni di sabotaggio e spionaggio viene sorpresa in flagranza di reato all'interno degli uffici del Partito Democratico, nel complesso del Watergate a Washington.
Lo scandalo scoppia immediatamente, appena i colpevoli (in particolare James McCord, ex FBI e CIA) si qualificano come agenti governativi, e viene alimentato dall'inchiesta giornalistica condotta da due reporter del "Washington Post", Carl Bernstein e Bob Woodward, che pubblicano le rivelazioni di una misteriosa fonte, chiamata "gola profonda", svelando il diretto coinvolgimento dello staff presidenziale nelle attività illegali. Tra gli "idraulici" arrestati, protagonisti di numerose effrazioni, figurano infatti Howard Hunt e Gordon Liddy, membri del comitato per la rielezione di Nixon, presieduto dal Ministro della Giustizia John Mitchell.
Nel novembre 1972, Nixon è, come previsto, riconfermato alla presidenza, ma i successivi tentativi di insabbiare le responsabilità sul 'caso Watergate', comprando il silenzio delle spie catturate, entrano in contrasto non solo con il procedimento giudiziario nel frattempo indetto, ma anche con il crescente sdegno di gran parte dell'opinione pubblica.
L'evidenza dei fatti e la gravità della minaccia alla vita democratica del Paese spingono nel 1973 all'istituzione di una Commissione Senatoriale d'inchiesta, creata con lo scopo di vagliare il coinvolgimento della Casa Bianca nello "sporco affare" e le colpe dello stesso Presidente. Nixon, pur rendendosi conto che la propria posizione e sempre piu precaria e minacciata, non si rassegna e, anzi, prosegue con ostinazione la battaglia contro i suoi accusatori.
Dal 17 maggio 1973 al 27 giugno 1974, durante le udienze che tutti i cittadini seguono con intensa partecipazione, sono via via sottoposti alle interrogazioni del Senatore Sam Ervin, Presidente della Commissione, tutti gli uomini del presidente: il capo dello staff Bob Haldeman, il consigliere John Ehrlichman, il vicedirettore del comitato di rielezione Jeb Stuart Magruder e il consigliere legale presidenziale John Dean: solo gli ultimi due, però, ammettono le gravi responsabilità della Casa Bianca.
Dean, licenziato dal Presidente per la sua "inaffidabilità" il 30 aprile 1973, rivela inoltre l'esistenza di nastri segreti, sui quali Nixon è solito registrare ogni conversazione. La confessione di Dean viene confermata il 16 luglio 1973 da Alexander Butterfield, aiutante alla Casa Bianca: il sistema di registrazione, installato su ordine dello stesso Presidente, può provare l'attendibilità delle testimonianze e risulterà in effetti determinante negli sviluppi dell'inchiesta, nonostante il ripetuto rifiuto di Nixon si protragga per circa un anno e manchino, perché cancellate, notevoli parti delle conversazioni registrate.
Rigettando la pretesa di un "privilegio dell'esecutivo", la Corte Suprema impone la consegna dei nastri che, finalmente esaminati alla fine del luglio 1974, dimostrano il consapevole coinvolgimento di Nixon nel Watergate e nella successiva opera di insabbiamento.
Negli stessi giorni (27, 29 e 30 luglio), il Congresso vota l'avvio della procedura di impeachment contro il Presidente per le gravi accuse formulate, ma Nixon, prima ancora di essere destituito, comunica le proprie dimissioni in diretta televisiva e rimette definitivamente il proprio mandato il 9 agosto (1974).
Si chiude così una contestatissima presidenza, ma non gli effetti dello scandalo: sebbene Nixon, a differenza dei suoi collaboratori, tutti condannati, riceva le garanzie del perdono dal suo successore Gerald Ford, le polemiche sul Watergate si trascinano per anni, compromettendo il margine di vantaggio elettorale dei Repubblicani e segnando profondamente la fiducia degli Americani nella propria classe dirigente.
Un'ombra inquietante ha finito col gettare discredito sull'operato dell'amministrazione Nixon, sui metodi della CIA e anche sulla politica estera del Segretario di Stato Henry Kissinger. D'altra parte, la portata dello scandalo ha offerto anche lo spunto per un successivo rinnovamento, mirato alla trasparenza delle istituzioni e dei meccanismi di finanziamento elettorale.
Senza dubbio, dopo la vicenda del Watergate, il giornalismo d'inchiesta riconquista un ruolo di primaria importanza e alla stampa è restituita la funzione di arbitro, di guardia rispetto al potere politico: il suffisso -gate, nel frattempo divenuto sinonimo di 'scandalo', è destinato a ripresentarsi con una regolarità impressionante nella storia degli Stati Uniti.
lunedì 26 maggio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 maggio.
Il 26 maggio 1868 si conclude il processo per impeachment a carico del presidente americano Andrew Johnson.
Andrew Johnson divenne presidente degli Stati Uniti il 15 aprile 1865, dopo l'assassinio di Abraham Lincoln da parte di John WIlkes Booth. Johnson, come il suo predecessore, era favorevole a una riunificazione rapida del Paese. Stabilì l'amnistia per tutti i i confederati ad eccezione degli ufficiali di grado più elevato e dei capi militari, e consentì agli Stati secessionisti di formare un nuovo governo ed inviare i propri rappresentanti al Congresso, qualora almeno un decimo dei votanti dei singoli Stati avesse avallato la lealtà verso gli Stati Uniti. Inoltre, il Presidente Johnson si oppose fermamente sia ai diritti civili che di suffragio per gli schiavi ora diventati uomini liberi. Questa posizione gli inimicò i Repubblicani Radicali al Congresso, che lo dipingevano come un simpatizzante confederato, al pari di Andrew Jackson, temendo un ritorno di fatto, anche se non di nome, alla schiavitù ante guerra civile, se non si fosse tenuto d'occhio il presidente.
Dopo molti tentativi di circoscrivere i poteri del presidente, il 3 marzo 1867 fu ratificata la legge del "Tenure of Office Act". Stabiliva che chiunque, esclusi i membri del governo "abbia un incarico pubblico su mandato del Senato ... ha il diritto di mantenere tale incarico finché un sostituto qualificato non venga allo stesso modo nominato a svolgere tale incarico". La legge aveva l'intento di impedire che il Presidente degli Stati Uniti potesse rimuovere dei dirigenti federali senza l'approvazione del Senato. La Casa Bianca tentò di boicottare la legge, sostenendo che un Presidente deve nutrire fiducia nei suoi consiglieri, e che qualsiasi consigliere che perda la fiducia del presidente (politica o personale) dovrebbe essere rimosso senza perdite di tempo, ma il Senato prevalse e l'Act passò nonostante il veto di Johnson.
Indipendentemente dal fatto che il Tenure of Office Act fosse stato promulgato per forzare il Presidente in una situazione di impeachment o che fosse effettivamente stato concepito per salvaguardare gli interessi di una nazione divisa e convalescente, non passò molto prima che Johnson lo infrangesse. Il 12 agosto 1867 il Presidente allontanò Edwin Stanton, segretario alla guerra, per (tra le altre cose) il suo supporto al piano di ricostruzione dei Repubblicani Radicali. Al suo posto, Johnson nominò il Generale Ulysses Grant, colui che fu il capo supremo delle forze armate confederate. Il Congresso si riunì, impedì la nomina e il generale Grant si dimise, così che Stanton tornò al suo posto.
Il 21 febbraio 1868 il Presidente Johnson licenziò formalmente Edwin Stanton e il 24 dello stesso mese il Congresso votò per l'empeachment, con 126 favorevoli e 47 contrari. Il processo iniziò il 13 marzo presieduto dal Giudice della Corte Suprema Salmon Chase e durò 8 lunghe settimane. Alla fine il Presidente Johnson si salvò per appena un voto, ma il suo potere da allora si rivelò irreparabilmente compromesso.
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