Nella vita pura e monotona delle ragazze v’è un’ora deliziosa in cui
il sole effonde nell’anima loro i suoi raggi, in cui il fiore esprime
pensieri, in cui i palpiti del cuore comunicano al
cervello una calda fecondità e fondono le idee in un vago desiderio;
v’è un giorno d’innocente melanconia e di gioie soavi. Quando i bimbi
cominciano a vedere, sorridono, e, quando una fanciulla
intravede il sentimento nella natura, essa ritrova il suo sorriso di
bambina. Se la luce è il primo amore della vita, l’amore non è forse la
luce del cuore? E per Eugenia giungeva oramai il
momento di scorger chiaro nelle cose di questa terra.
Mattiniera come tutte le ragazze di provincia, ella si levò di
buon’ora, recitò la sua preghiera e prese a vestirsi, cosa che
cominciava ad avere importanza per lei. Si pettinò i capelli
castagni, ne avvolse le grosse trecce al disopra della nuca con
minutissima cura, cercando che nessun capello sfuggisse dalla massa, e
diede risalto in tal modo al timido candore del viso con una
giusta armonia fra la semplicità degli accessorii e la purezza delle
linee. Mentre si lavava piú volte le mani nell’acqua fresca che le
induriva la pelle arrossendola, si guardò le belle braccia
rotonde, volle cercar la causa per cui il cugino aveva le mani cosí
morbide e bianche, le unghie tanto bene affilate. Si mise calze nuove,
le scarpe piú eleganti e, pungendola per la prima volta
il desiderio di comparir graziosa, comprese d’un tratto quanta gioia
possa aspettarsi da un abito ben fatto, che renda piú attraente.
Terminata la toletta, udí suonare l’orologio della
parrocchia, e si stupí di contare soltanto le sette. Per timore di
non avere il tempo necessario per vestirsi bene, s’era levata troppo
presto, ma, ignorando l’arte di accomodare dieci volte un
ricciolo e di studiarne l’effetto, Eugenia incrociò semplicemente le
braccia, sedette alla finestra, e si mise a contemplare il cortile, il
giardino stretto e le alte terrazze che lo dominavano;
una triste veduta nell’insieme, ma non priva delle misteriose
bellezze proprie dei luoghi solitari o della natura incolta.
Accanto alla cucina era un pozzo con parapetto di pietra e con la
carrucola sostenuta da un braccio di ferro curvato, intorno a cui si
attorcigliava una vite appassita, rossa, bruciata dalla
siccità. Dal ferro passava sul muro, vi si attaccava, correva lungo
la casa, e andava a finire nella legnaia, dove la legna era disposta con
la stessa cura con cui son disposti i libri d’un
bibliofilo. Il pavimento del cortile aveva tinte nerastre, prodotte
col tempo dai muschi e dalle erbe, e le mura erano rivestite come d’una
camicia verde, listata da lunghe strisce brune. Gli
otto gradini, che in fondo al cortile menavano all’uscio del
giardino, erano disgiunti e quasi sepolti sotto le piante, come la tomba
di un cavaliere delle Crociate sepolto dalla sua vedova;
sopra una fila di pietre mezzo consunte poggiava un cancello di
legno marcio, cadente per antichità e tutto avvinto da piante
rampicanti. Ai lati del cancello si protendevano i rami storti di due
meli tisici. Tre viali paralleli, sparsi di sabbia e separati da
aiuole con bordo di bosso, formavano il cosí detto giardino, che finiva
sotto la terrazza in un gruppo di tigli. In un angolo vi
erano alcune piante di fragola, in un altro un noce immenso spingeva
i rami fin sopra il gabinetto del vecchio bottaio.
Una giornata limpida e il lieto sole d’autunno in riva alla Loira
venivano man mano dissipando quella specie di velatura che la notte
aveva distesa sopra gli oggetti pittoreschi, sui muri, sulle
piante del giardino e del cortile. Eugenia sentí un fascino tutto
nuovo in quelle cose che fino allora le erano rimaste indifferenti.
Mille pensieri confusi le sorsero nell’anima, e crescevano a
misura che i raggi del sole diventavano piú vividi; fìnché un moto
di piacere la scosse, vago, inesplicabile, un piacere che ne avvolgeva
l’essere morale, come una nuvola avvolgerebbe l’essere
fisico.
I suoi pensieri erano in perfetto accordo con i particolari dello
splendido paesaggio, e le armonie del cuore finirono con l’unirsi a
quelle della natura. Quando il sole raggiunse un angolo del
muro, di dove si protendevano le piante di capelvenere dalle larghe
foglie a colori cangianti, simili a petti di colomba, parve ad Eugenia
che celesti raggi di speranza le illuminassero
l’avvenire, e provò diletto a contemplare quel pezzo di muraglia, i
suoi fiori pallidi, le campanelle azzurre e le erbe appassite, cui si
fuse un ricordo soave come quelli dell’infanzia. Il
fruscio di ogni foglia che cadeva dal suo ramo nel cortile sonoro,
sembrava una risposta alle mute domande della fanciulla, che restava
intanto là inconscia del fuggir del tempo. Poi dentro
quell’anima si agitò qualche scrupolo ed, alzandosi, ella veniva
innanzi allo specchio e vi guardava la sua persona, come un autore
ingenuo contempla l’opera sua per scoprirne i difetti e dirsi
male di se stesso.
– Io non sono abbastanza bella per lui! – pensava Eugenia, umile e dolente.
Certo la povera ragazza non era giusta verso se stessa; ma la
modestia, o meglio la timidezza, è una delle prime virtú dell’amore.
Ell’era una fanciulla di forte costituzione, come ve ne sono
tante nella media borghesia, e la sua bellezza poteva anche sembrare
volgare; ma, pur non somigliando alla Venere di Milo, aveva nelle forme
l’impronta nobile e soave del sentimento cristiano,
che purifica la donna e la circonda d’un’aria speciale, ignota agli
scultori dell’antichità. Aveva la testa grande, la fronte maschia, ma
delicata del Giove di Fidia: erano grigi i suoi occhi,
nella cui pallida luce parea riflettersi intera la castità della sua
vita. Le linee del viso rotondo già fresco e roseo, avevano un po’
sofferto pel vaiuolo, abbastanza benigno da non lasciarvi
traccia, ma tale da distruggere il velluto della pelle, sebbene
questa si conservasse tuttavia cosí dolce e fine, che il puro bacio
della madre v’imprimeva per un istante un segno rosso. Il naso
era un po’ troppo pronunziato, ma armonizzava con una bocca del piú
bel carminio, spirante dalle labbra affetto e bontà, mentre di squisita
modellatura appariva il collo. Il seno ricolmo e
accuratamente nascosto attirava lo sguardo svegliando i sogni, e la
stessa rigidezza dell’alta statura, benché priva della grazia
dell’abbigliamento, doveva avere un fascino speciale per i
conoscitori. Eugenia, grande e robusta, non aveva quella leggiadria
che piace alle folle, ma era bella di quella bellezza che ha potenza
solo sugli artisti. Se un pittore fosse venuto quaggiú
alla ricerca del tipo personificante la celeste purità di Maria, e
avesse chiesto a tutta la natura femminea gli occhi modestamente fieri
divinati da Raffaello, le linee verginali, spesso
fiorenti dall’impeto improvviso della concezione, ma frutto in
realtà di una vita cristiana e pudica; quel pittore, acceso da un raro
modello, avrebbe trovato d’un tratto nel volto di Eugenia la
nobiltà innata e incosciente di sé, avrebbe intravveduto sotto la
fronte tranquilla un mondo di affetto, e nello sguardo, nel moto delle
pupille, un non so che di divino. I suoi lineamenti mai
alterati né stancati dall’espressione del piacere, somigliavano alle
linee d’orizzonte che sfumano dolcemente nella lontananza dei placidi
laghi. Quella fisonomia calma, colorita, circonfusa di
luce come un bel fiore aperto, dava all’anima un senso di pace,
comunicava quasi il fascino della coscienza che v’era rispecchiata, e
avvinceva gli sguardi. Eugenia era ancora sulla riva del
fiume della vita, ove fioriscono le illusioni infantili, ove si
colgono margherite con un sentimento di delizia che diverrà ignoto in
seguito, e, mirandosi nello specchio, ignara ancora
dell’amore, ella ripeteva a se stessa: – Son troppo brutta, io; non
può badare a me.
Fonte web: http://www.culturaesvago.com/nuova-antologia-di-letteratura/
Immagine: http://bachecaebookgratis.blogspot.it/2010/10/honore-de-balzac-eugenie-grandet-ebook.html