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sabato 17 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1944 l'esercito tedesco al comando di Kappler, rastrellò per rappresaglia il quartiere Quadraro di Roma e oltre 900 uomini furono deportati in Germania. Alla fine del conflitto solo la metà di questi fece ritorno a casa.
10 aprile 1944, Lunedì di Pasqua. C’era aria di festa all’osteria di Giggetto a Cecafumo, sulla via Tuscolana dopo quella del Piccione, oggi Via Calpurnio Fiamma. Anche se da mesi l’aria a Roma era diventata pesante ed ormai irrespirabile, a seguito delle numerose rappresaglie che i nazifascisti commettevano contro la popolazione cittadina, i romani erano riusciti ugualmente a mantenere viva la tradizione popolare della consueta gita fuori porta. Una delle mete della pasquetta romana era l’osteria campestre, cioè un’osteria in campagna, spesso a conduzione familiare e dove si serviva principalmente vino e a volte cibo. Gran parte degli avventori, portandosi il cibo da casa mediante dei grandi fagotti, erano denominati fagottari.
Da Giggetto di fagottari il 10 di aprile era pieno, erano arrivati tutti per godersi un po’ di sole e di tranquillità, di quella tranquillità che era diventata merce rara quasi quanto la farina per il pane alla borsa nera. Anche se molti fra loro non si conoscevano, quel lunedì di pasqua c’erano tutti: belli e brutti, commercianti e contadini, impiegati e disoccupati, famiglie numerose e piccoli gruppi di amici, soldati tedeschi e partigiani. Erano tutti lì con la sola idea di trovare, ognuno a suo modo, un momento di normale tranquillità. Anche Peppino Albano, detto il Gobbetto del Quarticciolo, era lì con due suoi amici del Quadraro, tutti di età compresa tra i 17 e i 20 anni. Per quanto la vita della clandestinità avesse determinate regole, i giovani partigiani socialisti, non volendo rinunciare alla voglia di godersi un po’ di tradizione romana fuori porta, si trovarono anche loro da Giggetto con un po’ di paranoia. Stando alle ricostruzioni storiche della giornata i tre rimasero in una sala molto frequentata in cui vi erano anche tre soldati tedeschi, una presenza questa dei soldati consueta vista l’occupazione di tipo militare della città. A quanto pare i tre ragazzi, ma soprattutto il Gobbo, vennero presi di mira con battute ed ammiccamenti dai soldati, magari per gioco o per scherno. Molti sostengono che il Gobbo fosse stato da subito riconosciuto come il pericoloso nemico del Reich, ma se così fosse stato i soldati non avrebbero certo perso tempo in battute ma avrebbero dato l’allarme. La percezione dei soldati, magari anche leggermente alterata dal tosto vino dei Castelli, poteva essere quella di scherno verso un ragazzo diverso per la sua deformità fisica; mentre la percezione dei ragazzi, quella di chi subiva una pesante presa in giro. E’ lecito immaginare che se i nazisti mantenessero l’idea che gli italiani fossero traditori, potenzialmente capaci di uccidere gli eletti figli del Reich Millenario, i partigiani, dal canto loro, compiendo azioni atte a sabotare gli occupanti, vivessero con la paranoia di essere riconosciuti, arrestati e torturati a via Tasso od uccisi come avvenne a Forte Bravetta o alle Fosse Ardeatine. Questi elementi, sicuramente assieme ad altri, potrebbero aver creato le condizioni che determinarono l’uccisione dei tre soldati da parte dei tre ragazzi di borgata, a seguito dell’attenzione rivolta loro. Tutti scapparono, lasciando i propri fagotti sui tavoli. Scapparono: belli e brutti, commercianti e contadini, impiegati e disoccupati, famiglie numerose e piccoli gruppi di amici. Parte delle indagini furono affidate al Corpo della Polizia Africa Italiana, che dall’ottobre 1943 sostituì le funzioni dei Carabinieri deportati in Germania.
Dopo una settimana, il 17 aprile, il Capo di Stato Maggiore del Reich, Kesselring diede disposizioni precise per far eseguire l’operazione Balena, volta ad arrestare tutti i responsabili dell’azione e reprimere chi prestava loro aiuto. L’operazione militare venne effettuata in stretta collaborazione della Sicherheitsdienst, il servizio segreto delle SS il cui comandante fu il tenente colonnello SS Herbert Kappler.
L’operazione militare durò circa mezza giornata, l’intera comunità maschile fu prelevata con la forza da casa e portata nei locali del Cinema Quadraro per essere schedata e avviata agli stabilimenti di Cinecittà, che già dal 1943 erano stati trasformati in campo di concentramento per i prigionieri alleati. Con l’aiuto di SS Italiane e spioni del luogo, i nazisti arrestarono tutti: belli e brutti, commercianti e contadini, impiegati e disoccupati, fascisti e antifascisti, Carabinieri e militari che non avevano aderito alla Repubblica Sociale, nipoti, figli e nonni, comunisti, anarchici, cattolici e repubblicani.
Vennero trattenuti solo gli uomini validi al lavoro di età compresa tra i 16 e 60 anni. Ancora oggi non è chiaro il numero a cui ammontarono gli arrestati, ma confrontando i documenti tedeschi e quelli della parrocchia di S. Maria del Buon Consiglio, sembrerebbe che la cifra poteva essere compresa tra i 707 e i 734 individui. Il colpo di frusta per la comunità della borgata non fu solamente quello legato alla privazione dei propri cari, ma anche e soprattutto quello pertinente all’economia familiare, infatti la deportazione dei soli uomini determinò forti aggravamenti per la sopravvivenza fisica dei nuclei familiari, rimasti senza principale fonte di reddito.
Ad un primo giudizio verrebbe da puntare il dito sui partigiani, su coloro che causarono questa disgrazia per la comunità. Causa ed effetto. Ma i nazisti perché avevano paura del Quadraro? Perché non punirono come fecero dopo i fatti di via Rasella dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso? Perché preferirono deportare in massa un’intera comunità maschile fatta di sfollati e migranti italiani? Perché i nazisti avevano paura del Quadraro? Le risposte che troveremmo oggi sarebbero certamente ricche di eticità per i fatti accaduti allora, ma sarebbero altrettanto fuori luogo perché diverse sono le condizioni di vita e di diverso grado il coinvolgimento emotivo che ci lega a quegli eventi.
 Il rastrellamento non rientro però nel quadro previsto dalle Forze Armate per procacciarsi mano d’opera. Fu un’operazione diretta dalla polizia responsabile della sicurezza di Roma, la quale vedeva nel Quadraro il rifugio di tutti gli elementi contrari, degli informatori, dei partigiani, dei comunisti, di tutti coloro che essa combatteva. Il comando della città era dell’opinione, più volte manifestata, che quando qualcuno non riusciva a trovare rifugio o accoglienza nei conventi o al Vaticano, si infilava al Quadraro, dove spariva. Voleva farla finita con quel nido di Vespe.
La rete clandestina era formata da più realtà locali intrecciate fra loro non solo per idee politiche o religiose, ma soprattutto da legami territoriali forti, proprio come quelli dei paesi: belli e brutti, commercianti e contadini, impiegati e disoccupati, famiglie numerose e piccoli gruppi di amici. Il forte senso di comunità viveva attraverso diverse figure, rappresentanti l’eterogenea composizione sociale della borgata: Basilotta, imprenditore locale, comandante delle formazioni Matteotti dell’8^ zona del partito socialista; Luigi Forcella, falegname, comandante delle formazioni Garibaldi del Partito Comunista; la P.A.I. del Quadraro, grazie alla quale molte retate furono sventate come riconosciuto dall’organizzazione militare del PSI; I Marescialli dei Carabinieri Floridia e Di Leo, delle ex-caserme del Quadraro e di Cinecittà, aderenti con i loro uomini al Fronte Clandestino dell’Arma dei Carabinieri Filippo Caruso; Don Gioacchino Rey e Monsignor Desiderio Nobels, il primo era il parroco della parrocchia di S.Maria del Buon Consiglio e il secondo, invece, alla parrocchia di S.Giuseppe all’Arco di Travertino, legati entrambi sia all’associazionismo cattolico che e al Fronte Militare Clandestino. Molti erano i legami con formazioni esterne al C.L.N. , ma ben radicate nel tessuto urbano come nel caso di Bandiera Rossa molto forte a Tor Pignattara. Nelle borgate di Centocelle, Tor Pignattara, Pigneto, Certosa e Quarticciolo l’organizzazione territoriale era simile a quella del Quadraro. C’è da aggiungere che molte famiglie romane, pur non aderendo formalmente alla resistenza, nascosero renitenti alla leva, militari italiani sbandati o prigionieri di guerra alleati, ricevendo per questo riconoscimenti ufficiali dopo la fine del conflitto bellico.
Il Quadraro logisticamente posto tra due comandi militari, quali l’aeroporto di Centocelle e Cinecittà, come abbiamo sottolineato divenuto campo di concentramento per gli internati alleati, ed avendo una notevole capacità di organizzazione clandestina fu ritenuta un seria minaccia dai nazisti, tanto da essere inserito nel piano di evacuazione dei quartieri più pericolosi della città.
Le circa mille persone reclutate dopo la selezione effettuata furono divise in quattro gruppi e portate il giorno stesso con dei camion a Grottarossa. Da lì, in treno fino a Terni e pochi giorni dopo di nuovo trasferite al campo di transito di Fossoli (Carpi). L'esperienza di Fossoli, fu solo l'inizio di un lungo periodo di agonie e sofferenze: il 24 giugno, i rastrellati del Quadraro furono arruolati come “operai italiani volontari per la Germania” e deportati in Germania e in Polonia, costretti a lavorare nei campi di concentramento.
Molti di loro non sopravvissero all'arrivo degli Americani. Dei deportati solo la metà tornò al Quadraro.
Il 17 aprile 2004, il Municipio X di Roma, nel cui territorio ricade il Quadraro, è stato insignito della Medaglia d'Oro al Valor Civile.

mercoledì 24 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 marzo.
Il 24 marzo 1944 avvenne a Roma l'eccidio delle fosse ardeatine, come rappresaglia dell'attentato partigiano avvenuto il giorno precedente.
ll 23 Marzo 1944 – giorno del 25° anniversario della fondazione del Partito Fascista di Mussolini – 17 partigiani dei Gruppi d’Azione Patriottica (GAP) guidati da Rosario Bentivegna fecero esplodere un ordigno in Via Rasella, a Roma, proprio mentre passava una colonna di militari tedeschi.
I partigiani, che erano legati al movimento clandestino comunista italiano, riuscirono poi ad evitare la cattura disperdendosi tra la folla che si era radunata sul luogo dell’attentato. L’unità militare che era stata presa di mira - un battaglione appartenente all’Undicesima Compagnia, il Reggimento di Polizia Bozen - era composto per la maggior parte da militari di lingua tedesca provenienti dalla zona del Sud Tirolo, precedentemente appartenuta all’Austria, poi annessa all’Italia con il trattato di St. Germain nel 1919 e infine passata sotto il controllo della Germania quando i Tedeschi avevano occupato l’Italia, nel 1943.
Nell’attentato ventotto soldati morirono immediatamente; altri 5 nei giorni seguenti. Il bilancio finale fu poi di 42 militari uccisi e di alcuni feriti tra i civili presenti al momento dell’attentato.
La sera del 23 marzo, il Comandante della Polizia e dei Servizi di Sicurezza tedeschi a Roma, tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, insieme al comandante delle Forze Armate della Wermacht di stanza nella capitale, Generale Kurt Mälzer, proposero che l’azione di rappresaglia consistesse nella fucilazione di dieci italiani per ogni poliziotto ucciso nell’azione partigiana, e suggerirono inoltre che le vittime venissero selezionate tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni gestite dai Servizi di Sicurezza e dai Servizi Segreti. Il Colonnello Generale Eberhard von Mackensen, comandante della Quattordicesima Armata - la cui giurisdizione comprendeva anche Roma - approvò la proposta.
Si racconta che quando a Hitler venne comunicata la notizia dell’uccisione dei militari, quella sera, egli reagì ordinando la distruzione totale di Roma. Successivamente, gli imputati accusati del massacro, dopo la guerra, testimoniarono come Hitler avesse perlomeno espresso parere pienamente favorevole al piano di Kappler e Mälzer. Tuttavia, altre prove storiche portano a pensare che Hitler abbia perso presto interesse per tutta la questione, lasciando la decisione finale al Colonnello Generale Alfred Jodl, in quel momento Comandante del Personale Operativo degli Alti Comandi delle Forze Armate (Oberkommando der Wehrmacht, or OKW).
Qualunque fosse il livello di coinvolgimento da parte di Hitler, il Maresciallo Albert Kesselring, Comandante in Capo dell’Esercito schierato a Sud, presumibilmente interpretò la reazione iniziale di Hitler come segno del suo appoggio e della sua autorizzazione alla rappresaglia proposta subito dopo l’attentato.
Il giorno seguente, 24 marzo 1944, militari della Polizia di Sicurezza e della SD in servizio a Roma, al comando del Capitano delle SS Erich Priebke e del Capitano delle SS Karl Hass, radunarono 335 civili italiani, tutti uomini, nei pressi di una serie di grotte artificiali alla periferia di Roma, sulla via Ardeatina. Le Fosse Ardeatine, che originariamente facevano parte del sistema di catacombe cristiane, vennero scelte per poter eseguire la rappresaglia in segreto e per occultare i cadaveri delle vittime.
Priebke e Hass avevano ricevuto l’ordine di selezionare le vittime tra i prigionieri che erano già stati condannati a morte, ma il numero di prigionieri in quella categoria non arrivava ai 330 necessari alla rappresaglia.
Per questa ragione, gli ufficiali della Polizia di Sicurezza selezionarono altri detenuti, molti dei quali arrestati per motivi politici, insieme ad altri che o avevano preso parte ad azioni della Resistenza, o erano semplicemente sospettati di averlo fatto. I Tedeschi aggiunsero al gruppo già selezionato per il massacro anche 57 prigionieri ebrei, molti dei quali erano detenuti nel carcere romano di Regina Coeli. Per raggiungere la quota necessaria, essi rastrellarono anche alcuni civili che passavano per caso nelle vie di Roma. Il più anziano tra gli uomini uccisi aveva poco più di settant’anni, il più giovane quindici.
Quando le vittime vennero radunate all’interno delle cave, Priebke e Hass si accorsero che ne erano state selezionate erroneamente 335 invece che le 330 previste dall’ordine di rappresaglia. Le SS però decisero che rilasciare quei 5 prigionieri avrebbe potuto compromettere la segretezza dell’azione e quindi decisero di ucciderli insieme agli altri.
I prigionieri selezionati furono condotti all’interno delle grotte con le mani legate dietro la schiena. Già prima di raggiungere il luogo dell’esecuzione, Priebke e Hass avevano deciso di non utilizzare il metodo tradizionale del plotone di esecuzione; invece, agli agenti incaricati dell’eccidio venne ordinato di occuparsi di una vittima alla volta e di spararle da distanza ravvicinata, in modo da risparmiare tempo e munizioni. Gli ufficiali della polizia tedesca portarono quindi i prigionieri all’interno delle fosse, obbligandoli a disporsi in file di cinque e a inginocchiarsi, uccidendoli poi uno a uno con un colpo alla nuca.
Mentre il massacro continuava, i militari tedeschi cominciarono a obbligare le vittime a inginocchiarsi sopra i cadaveri di quelli che erano già stati uccisi per non sprecare spazio.
Quando il massacro ebbe termine, Priebke e Hass ordinarono ai militari del genio di chiudere l’entrata delle fosse facendola saltare con l’esplosivo, uccidendo così chiunque fosse riuscito per caso a sopravvivere e seppellendo allo stesso tempo i cadaveri.
Dopo la fine della guerra le autorità alleate processarono alcuni dei responsabili dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine.
Nel 1945, un tribunale inglese processò il Generale von Mackensen e il generale Mälzer per la parte avuta nel massacro e li condannò a morte. Entrambi fecero appello per ridurre la pena e vinsero. Von Mackensen venne rilasciato nel 1952. Mälzer invece morì in prigione quello stesso anno.
Nel 1947, un tribunale britannico riunito a Venezia condannò a morte il Maresciallo Kesselring sia per l’eccidio, sia per aver incoraggiato l’uccisione di civili. Nel 1952, tuttavia, Kesselring fu graziato.
Nel 1948, un tribunale militare italiano condannò anche Herbert Kappler all’ergastolo per il ruolo avuto nell’eccidio. Nel 1977, la moglie di Kappler riuscì a far fuggire il marito, malato terminale di cancro, da un ospedale prigione a Roma e a farlo tornare in Germania. Le autorità dell’allora Repubblica Federale Tedesca si rifiutarono di estradare Kappler a causa della sua salute ed egli morì l’anno seguente.
Erich Priebke trascorse i mesi immediatamente successivi alla fine della guerra prigioniero degli Inglesi, ma riuscì poi a fuggire e a rifugiarsi in Argentina, dove visse per quasi cinquant’anni da uomo libero. Nel 1994, durante un’intervista con il giornalista dell’ABC, Sam Donaldson, Priebke parlò apertamente del proprio coinvolgimento nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, dimostrando scarso rimorso per le proprie azioni. La trasmissione diede nuovo impeto all’azione di alcuni funzionari, sia in Argentina che in Italia, affinché il caso contro di lui e contro il suo collega e ufficiale delle SS Karl Hass venisse riaperto. Nel 1995 le autorità giudiziarie italiane e tedesche collaborarono per facilitare l’estradizione di Priebke in Italia.
Nonostante alcune udienze preliminari avessero giudicato il reato prescritto, Priebke e Hass vennero alla fine processati in Italia, nel 1997. Il tribunale italiano condannò entrambi, Priebke a quindici anni e Hass a dieci, ma a causa degli anni già trascorsi in prigione, Hass venne liberato subito e la condanna a Priebke fu ridotta. Priebke e il suo avvocato si appellarono e, come risultato, la corte d’appello militare italiana iniziò un nuovo processo nel 1998, al termine del quale Priebke venne condannato all’ergastolo.
Priebke è morto a Roma nel 2013 all'età di 100 anni. Il luogo di sepoltura è attualmente segreto di Stato.
Il luogo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, alla periferia di Roma, è oggi monumento nazionale in ricordo delle vittime.

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