Buongiorno, oggi è il 14 marzo.
Il 14 marzo 1967 le spoglie del presidente John F. Kennedy vengono sepolte al cimitero militare di Arlington.
Il Cimitero nazionale di Arlington si trova nella località omonima, nello Stato della Virginia. Si tratta di un cimitero militare situato nell’area circostante Washington D.C. Esso è stato istituito a partire dal 1864. Più di trecentomila persone sono sepolte nei 200 acri di terra, tra militari e civili; nel cimitero di Arlington sono presenti le tombe di veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan, di 1100 schiavi liberati, di 3800 ex schiavi e funzionari della polizia di stato deceduti nell’adempimento del loro dovere. Anche i familiari di coloro che riposano ad Arlington hanno la possibilità di essere sepolti nel cimitero militare.
Uno dei luoghi più visitati di tutto il museo è la Tomba al milite ignoto, un sarcofago di forma piana con delle colonne sui lati dedicato ai caduti delle due guerre mondiali ma anche ai soldati morti nella guerra di Corea e in quella del Vietnam. La Tomba del Milite Ignoto è guardata a vista 24 ore su 24 da sentinelle le quali, da Aprile a Settembre eseguono anche il cambio della guardia ogni ora mentre da Ottobre a Maggio ogni mezz’ora.
Anche persone che hanno partecipato alla storia degli Stati Uniti d’America come i suoi presidenti sono sepolti ad Arlington: tra tutti William Taft e John Kennedy, oltre ai giudici della Corte Suprema, personaggi della letteratura, astronauti, il compositore Glen Miller e molte altre persone che si sono distinte nel campo dello sport, della scienza, della medicina e della politica. Accanto al presidente John Kennedy riposano anche i suoi due fratelli, i senatori Robert ed Edward Kennedy, oltre all’amata moglie Jackeline Kennedy Onassis.
Il cimitero nazionale è visitato ogni anno da circa 4 milioni di persone e molti si raccolgono proprio attorno alla tomba del presidente Kennedy. Altro luogo simbolico importante è la Arlington House, una dimora costruita prima della guerra civile di proprietà della moglie di Robert E. Lee. Il Generale Lee, durante la Guerra di Secessione, fedele alla Virginia, si schierò con i sudisti e in seguito la Casa venne occupata dall’esercito Unionista. Ora è un monumento per ricordare George Washington.
Nel 1997, è stato istituito accanto all’Arlington Cemetery, anche il Women in Military Service for America Memorial, per onorare le più di due milioni di donne che sono cadute per servire le forze armate statunitensi. Nell’adiacente Education Center è possibile consultare computer, documenti, in cui sono riportate le storie delle donne e le loro azioni.
Il cimitero di Arlington è aperto tutti giorni eccetto a Natale, il tempo della visita può durare circa mezza giornata e si può usufruire del Tourmobile Ticket, durante il quale si ha la possibilità di visitare i luoghi più importanti con la guida che offre informazioni e rimanendo in sosta quanto si desidera in ciascun luogo.
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giovedì 14 marzo 2024
venerdì 14 gennaio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1954 Marylin Monroe sposa il famoso giocatore di baseball Joe di Maggio.
Marilyn Monroe nasce il giorno 1 giugno 1926 alle 9,30 presso il General Hospital di Los Angeles come Norma Jeane Baker Mortenson. La madre è una donna affetta da gravi disturbi mentali, che la costringono a frequenti ricoveri in un ospedale psichiatrico.
La piccola Norma, non ancora Marilyn, trascorre un'infanzia assai travagliata. Ovviamente le condizioni della madre non consentiva a quest'ultima di prendersi cura della bambina, costretta invece a subire continui affidamenti a famiglie sconosciute, se non a essere "depositata" presso vari orfanotrofi. In questa situazione di sostanziale isolamento affettivo, Marilyn cerca un punto di appoggio sicuro, una certezza e una guida, desiderio che la porta a sposarsi a soli sedici anni con il ventunenne James Dougherty. Il legame evidentemente è prematuro e infatti da lì a poco i due si separano e il matrimonio fallisce.
Prima di questo infausto avvenimento devono però succedere ancora parecchie cose. Una di queste riguarda il suo timido ingresso nel mondo della carta stampata. Tutto accade per caso e in un luogo che non ci si aspetterebbe mai. Infatti, Marilyn a quel tempo aveva trovato un lavoro presso un'industria aeronautica produttrice di paracaduti quando il fotografo David Conover, impegnato a documentare il lavoro femminile nel periodo bellico, la nota e la convince a intraprendere la carriera di modella e ad iscriversi ad una scuola specializzata. Deve decidere in fretta e in completa solitudine dato che il marito in quel momento svolgeva servizio presso la Marina militare e si trovava assai lontano da casa. Come ormai ben sappiamo, Marilyn accetta il lavoro che le cambierà il destino.
Da quel momento in poi, sotto la guida di un altro fotografo, Andrè de Denes, conquista le copertine delle riviste, finché viene notata dalla Fox e le si aprono le porte di Hollywood. A vent'anni, nel 1946, divorzia, si schiarisce i capelli e si cambia il nome in Marilyn Monroe (Monroe è il cognome da nubile della madre): è la metamorfosi radicale che la porterà a divenire forse il sex-symbol del 20° secolo.
La sua carriera di attrice inizia con parti da comparsa ("Ladies of the chorus" del 1949, "LoveHappy" sempre del 1949 con i Marx Brothers, etc.), poi conquista piccole, ma significative, parti che la lanciano nel firmamento del cinema: nel 1950 in "Giungla d'asfalto" e in "Eva contro Eva", nel 1952 con Cary Grant e Ginger Rogers in "Monkeys Business" e altri ancora.
Nel 1952 ottiene il suo primo ruolo da protagonista, nei panni di una babysitter psicolabile in "La tua bocca brucia" e nel '53 con "Niagara", al fianco di Joseph Cotten, ottiene il successo mondiale.
Nel 1953 gira ancora "Come sposare un milionario" e "Gli uomini preferiscono le bionde", con i quali si conferma una delle star più amate dal pubblico. Seguono clamorosi successi come "La magnifica preda" del 1954 e "Quando la moglie è in vacanza" in cui Billy Wilder le affida la parte della svampita inquilina del piano di sopra.
Nel 1954 Marilyn sposa il famoso giocatore di baseball, Joe DiMaggio, da cui divorzia nel giro di un anno. Il fallimento anche di questa relazione le lascia dentro una ferita profonda e incancellabile, la prima di una serie che saranno destinate ad allargare sempre di più la sua sensazione di sconforto e di sostanziale solitudine. Dopo la separazione col campione Joe DiMaggio, si trasferisce a New York per studiare all'Actor's Studio, un impegno che sembra rigenerarla e farle momentaneamente dimenticare i suoi travagli interiori.
Conosce l'affermato commediografo, Arthur Miller, un intellettuale affascinante che poteva vantare la rappresentazione delle sue commedie in tutto il mondo (far cui la celeberrima "Un tram chiamato desiderio", testo originale di Tennessee Williams). E' il colpo di fulmine. Marilyn ha l'illusione di aver finalmente trovato l'uomo della sua vita e i due si sposano nel 1956. L'anno dopo fonda, con l'amico fotografo Milton Green, la sua casa di produzione cinematografica, la Marilyn Monroe Productions, con cui gira "Il Principe e la ballerina" al fianco di Laurence Olivier. E' il primo e unico film della sua casa di produzione, dato che al botteghino la pellicola è un autentico fiasco. Come attrice, invece, si risolleva giusto due anni dopo con l'esilarante commedia, sempre del genio Billy Wilder, "A qualcuno piace caldo". Anche in questo caso, il personaggio da lei interpretato si stampa indelebilmente nella mente degli spettatori.
La relazione con Miller, ad ogni modo, traballa. Le tentazioni, poi, sono dietro l'angolo. In questo caso, la nuova fiamma della passione si chiama Yves Montand con cui nel 1960 gira "Facciamo l'amore". Il loro flirt è breve, intenso e soprattutto materia infuocata di gossip e pettegolezzi. Nel 1962 Marilyn riceve il Golden Globe come migliore attrice: è la conferma mondiale delle sue capacità, un misto di carisma e di appeal. In questo periodo, fra l'altro, inizia la relazione segreta con il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e con il fratello Robert.
Ma l'instabilità emotiva della diva si aggrava, forse proprio a causa delle altrettanto instabili storie d'amore in cui si getta. Qualcuno ha avanzato anche l'ipotesi che Marilyn soffrisse per l'incapacità di avere figli o per la mancanza di un amore vero. Stufa di essere considerata una dea, desiderava essere trattata semplicemente come una donna bisognosa di affetto. La conseguenza di questo tormentato stato psichico è che si rifugia nell'alcool e nei barbiturici. In breve, la situazione si aggrava: entra ed esce dalle cliniche.
Nel 1962 esce il suo ultimo film: "Gli spostati" scritto per lei dal marito Miller e nello stesso anno divorziano. A causa dei continui ritardi, delle continue crisi isteriche, delle sbornie e dell'inaffidabilità viene licenziata dal set del film "Something got to give".
Un mese più tardi, Marilyn Monroe viene trovata morta nella camera da letto della sua casa di Brentwood, a Los Angeles, il 5 agosto 1962, all'età di trentasei anni. Il cadavere di Marilyn, che era privo di vestiti e con in mano la cornetta del telefono, fu scoperto da Ralph Greenson, che era stato urgentemente chiamato alle 3.30 dalla governante dell'attrice, Eunice Murray, che si era preoccupata perché non riusciva a entrare nella camera di Marilyn; la porta era chiusa da dentro e, nonostante vedesse la luce accesa, non sentiva alcun rumore e nessuno rispondeva alle sue domande. La chiamata alla polizia per denunciare il fatto è pervenuta alle 4:25 ora locale, come da successivi accertamenti telefonici. Alcuni biografi ritengono però che siano trascorse cinque ore dal momento del decesso a quando vennero avvisate le autorità; in questo lasso di tempo, Marilyn sarebbe stata portata all'Saint John's Health Center di Santa Monica, ma l'ospedale rifiutò di accettare il caso per l'eccessiva notorietà della vittima. Un'indagine formale nel 1982 del procuratore generale della contea di Los Angeles si concluse senza nessuna credibile evidenza di un complotto.
Secondo il dottor Thomas Noguchi, che eseguì l'autopsia, la morte di Marilyn era con "alta probabilità" un suicidio, dovuta a un'overdose di barbiturici; nel corpo dell'attrice trovò 8 milligrammi di idrato di cloralio e 4,5 milligrammi di Pentobarbital per 100 millilitri di sangue. L'incerta ricostruzione degli eventi di quella notte, la presenza non confermata di Bob Kennedy nella casa dell'attrice la sera prima della sua morte e alcune incongruenze nelle dichiarazioni dei testimoni e nel referto autoptico hanno dato adito a molteplici interpretazioni sugli eventi di quella notte e sulle cause della scomparsa dell'attrice. Tra le varie versioni formulate, venne ipotizzata la complicità dei Kennedy, che vedevano in Monroe, che si era detta pronta a confessare le loro relazioni con lei, una minaccia per la loro carriera politica oppure una vendetta della mafia americana nei confronti della famiglia Kennedy per alcune promesse fatte in campagna elettorale e non mantenute.
Joe DiMaggio organizzò, insieme a Inez Melson, amministratrice dei beni di Marilyn e tutrice della madre dell'attrice, il funerale, occupandosi delle spese; la cerimonia si tenne al Westwood Memorial Park l'8 agosto 1962. Tra le 31 persone tra parenti e amici che presenziarono al funerale, vi furono Robert Slatzer (a cui non fu concesso vederne la salma), Greenson con la famiglia, Murray e Newcomb, che però stavano in disparte; non furono presenti invece Dougherty e Miller, gli altri ex-mariti. La madre Gladys, già colpita dalla schizofrenia, malattia che la rese incapace di ricordare la figlia, non prese parte al funerale. La cerimonia venne celebrata da A.J. Soldancon, con le note di Over the Rainbow; l'orazione funebre doveva essere letta dal poeta Carl Sandburg, ma non gli fu permesso di partecipare e venne sostituito da Lee Strasberg. La bara era di bronzo massiccio ed era stata foderata con un tessuto di seta color champagne. L'attrice, durante il funerale di Constance Collier nel 1955, aveva confidato a Truman Capote che avrebbe voluto che le sue ceneri fossero disperse nelle onde del mare.
Marilyn Monroe è sepolta in un loculo presso il Westwood Village Memorial Park Cemetery; l'attrice aveva fatto seppellire lì anche Grace Goddard, perché vi era sepolta anche la zia di Grace, che si prese cura di Norma Jeane per un breve periodo. Rimanendo fedele a una promessa fatta a Monroe, Whitey Snyder, il suo visagista personale, truccò il cadavere per la cerimonia; anche Pearl Porterfield, la costumista Marjorie Plecher e la parrucchiera Agnes Flanagan si occuparono del corpo dell'attrice, mettendole sulla testa la parrucca bionda che aveva portato nel film Gli spostati e vestendola con un abito verde di Emilio Pucci. Hugh Hefner ha poi acquistato una tomba accanto a quella di Marilyn per 85.000 dollari, mentre l'altra tomba adiacente è stata venduta per 125.000 dollari. L'ex marito, Joe Di Maggio, nei primi tempi dopo la morte di Marilyn, portò personalmente una volta a settimana un mazzo di rose rosse sulla tomba dell'attrice; in seguito, sino al 1982 li fece recapitare da un fioraio, ma solo in ricorrenza del compleanno. Diversamente farà Slatzer che deporrà per tutta la vita delle rose bianche sulla tomba.
Nel suo testamento dispose 10.000 dollari per Bernice Miracle; 5.000 dollari per Norman e Hedda Rosten (poi devoluti in favore della figlia, Patricia); 2.500 dollari ogni anno per Xénia Karlovna Ziller, vedova di Michael Chekhov; 5.000 dollari ogni anno a Gladys Baker; 10.000 dollari a cui si aggiunse un 25% del bilancio a May Reis, la sua segretaria; 25% del bilancio, che avrebbe dovuto donare a un ente di sua scelta a Marianne Kris; 50% del bilancio a cui si aggiungevano beni personali a Lee Strasberg. La seconda moglie di Lee Strasberg, Anna, ricavò molto dai beni dell'attrice e curò il Marilyn Monroe Theater e il Marilyn Monroe Museum. Anna Freud creò la Hampstead Child-Therapy Clinic con sede a Londra, che fu l'ente beneficiario scelto da Kris per versare la percentuale indicata nel testamento; tale società venne anche riconosciuta come «legataria principale» dei diritti dovuti all'immagine dell'attrice, ricavando circa un milione e mezzo di dollari all'anno per diversi anni. Nell'ottobre 1962, Inez Melson, con il suo legale Allen Stein, impugnò il testamento, volendo dimostrare che lo scritto era stato redatto sotto l'influenza di Marianne Kris. Il procuratore di New York considerò comunque valido il testamento.
Dopo la sua improvvisa scomparsa, il suo ruolo in Something's got to give venne affidato a Doris Day e la pellicola uscì nel 1963 con il titolo Fammi posto tesoro (Move Over Darling).
Molti anni dopo, nel 1999, vennero recuperati dagli archivi della Fox gli oltre 500 minuti di girato per quella che avrebbe dovuto essere la versione originale del lungometraggio, ovverosia l'ultimo film con Marilyn Monroe, anche se incompiuto. Le bobine originali vennero opportunamente visionate e restaurate, per poi confluire in un inedito montaggio di 37 minuti, uscito su VHS: uno straordinario documento che raccoglie quelle che restano in assoluto tra le più belle immagini di Marilyn.
Sempre nel 1999 Christie's battè all'asta per un milione di dollari il famoso vestito color carne con il quale Marilyn cantò la canzone di buon compleanno a John Fitzgerald Kennedy.
Il 14 gennaio 1954 Marylin Monroe sposa il famoso giocatore di baseball Joe di Maggio.
Marilyn Monroe nasce il giorno 1 giugno 1926 alle 9,30 presso il General Hospital di Los Angeles come Norma Jeane Baker Mortenson. La madre è una donna affetta da gravi disturbi mentali, che la costringono a frequenti ricoveri in un ospedale psichiatrico.
La piccola Norma, non ancora Marilyn, trascorre un'infanzia assai travagliata. Ovviamente le condizioni della madre non consentiva a quest'ultima di prendersi cura della bambina, costretta invece a subire continui affidamenti a famiglie sconosciute, se non a essere "depositata" presso vari orfanotrofi. In questa situazione di sostanziale isolamento affettivo, Marilyn cerca un punto di appoggio sicuro, una certezza e una guida, desiderio che la porta a sposarsi a soli sedici anni con il ventunenne James Dougherty. Il legame evidentemente è prematuro e infatti da lì a poco i due si separano e il matrimonio fallisce.
Prima di questo infausto avvenimento devono però succedere ancora parecchie cose. Una di queste riguarda il suo timido ingresso nel mondo della carta stampata. Tutto accade per caso e in un luogo che non ci si aspetterebbe mai. Infatti, Marilyn a quel tempo aveva trovato un lavoro presso un'industria aeronautica produttrice di paracaduti quando il fotografo David Conover, impegnato a documentare il lavoro femminile nel periodo bellico, la nota e la convince a intraprendere la carriera di modella e ad iscriversi ad una scuola specializzata. Deve decidere in fretta e in completa solitudine dato che il marito in quel momento svolgeva servizio presso la Marina militare e si trovava assai lontano da casa. Come ormai ben sappiamo, Marilyn accetta il lavoro che le cambierà il destino.
Da quel momento in poi, sotto la guida di un altro fotografo, Andrè de Denes, conquista le copertine delle riviste, finché viene notata dalla Fox e le si aprono le porte di Hollywood. A vent'anni, nel 1946, divorzia, si schiarisce i capelli e si cambia il nome in Marilyn Monroe (Monroe è il cognome da nubile della madre): è la metamorfosi radicale che la porterà a divenire forse il sex-symbol del 20° secolo.
La sua carriera di attrice inizia con parti da comparsa ("Ladies of the chorus" del 1949, "LoveHappy" sempre del 1949 con i Marx Brothers, etc.), poi conquista piccole, ma significative, parti che la lanciano nel firmamento del cinema: nel 1950 in "Giungla d'asfalto" e in "Eva contro Eva", nel 1952 con Cary Grant e Ginger Rogers in "Monkeys Business" e altri ancora.
Nel 1952 ottiene il suo primo ruolo da protagonista, nei panni di una babysitter psicolabile in "La tua bocca brucia" e nel '53 con "Niagara", al fianco di Joseph Cotten, ottiene il successo mondiale.
Nel 1953 gira ancora "Come sposare un milionario" e "Gli uomini preferiscono le bionde", con i quali si conferma una delle star più amate dal pubblico. Seguono clamorosi successi come "La magnifica preda" del 1954 e "Quando la moglie è in vacanza" in cui Billy Wilder le affida la parte della svampita inquilina del piano di sopra.
Nel 1954 Marilyn sposa il famoso giocatore di baseball, Joe DiMaggio, da cui divorzia nel giro di un anno. Il fallimento anche di questa relazione le lascia dentro una ferita profonda e incancellabile, la prima di una serie che saranno destinate ad allargare sempre di più la sua sensazione di sconforto e di sostanziale solitudine. Dopo la separazione col campione Joe DiMaggio, si trasferisce a New York per studiare all'Actor's Studio, un impegno che sembra rigenerarla e farle momentaneamente dimenticare i suoi travagli interiori.
Conosce l'affermato commediografo, Arthur Miller, un intellettuale affascinante che poteva vantare la rappresentazione delle sue commedie in tutto il mondo (far cui la celeberrima "Un tram chiamato desiderio", testo originale di Tennessee Williams). E' il colpo di fulmine. Marilyn ha l'illusione di aver finalmente trovato l'uomo della sua vita e i due si sposano nel 1956. L'anno dopo fonda, con l'amico fotografo Milton Green, la sua casa di produzione cinematografica, la Marilyn Monroe Productions, con cui gira "Il Principe e la ballerina" al fianco di Laurence Olivier. E' il primo e unico film della sua casa di produzione, dato che al botteghino la pellicola è un autentico fiasco. Come attrice, invece, si risolleva giusto due anni dopo con l'esilarante commedia, sempre del genio Billy Wilder, "A qualcuno piace caldo". Anche in questo caso, il personaggio da lei interpretato si stampa indelebilmente nella mente degli spettatori.
La relazione con Miller, ad ogni modo, traballa. Le tentazioni, poi, sono dietro l'angolo. In questo caso, la nuova fiamma della passione si chiama Yves Montand con cui nel 1960 gira "Facciamo l'amore". Il loro flirt è breve, intenso e soprattutto materia infuocata di gossip e pettegolezzi. Nel 1962 Marilyn riceve il Golden Globe come migliore attrice: è la conferma mondiale delle sue capacità, un misto di carisma e di appeal. In questo periodo, fra l'altro, inizia la relazione segreta con il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e con il fratello Robert.
Ma l'instabilità emotiva della diva si aggrava, forse proprio a causa delle altrettanto instabili storie d'amore in cui si getta. Qualcuno ha avanzato anche l'ipotesi che Marilyn soffrisse per l'incapacità di avere figli o per la mancanza di un amore vero. Stufa di essere considerata una dea, desiderava essere trattata semplicemente come una donna bisognosa di affetto. La conseguenza di questo tormentato stato psichico è che si rifugia nell'alcool e nei barbiturici. In breve, la situazione si aggrava: entra ed esce dalle cliniche.
Nel 1962 esce il suo ultimo film: "Gli spostati" scritto per lei dal marito Miller e nello stesso anno divorziano. A causa dei continui ritardi, delle continue crisi isteriche, delle sbornie e dell'inaffidabilità viene licenziata dal set del film "Something got to give".
Un mese più tardi, Marilyn Monroe viene trovata morta nella camera da letto della sua casa di Brentwood, a Los Angeles, il 5 agosto 1962, all'età di trentasei anni. Il cadavere di Marilyn, che era privo di vestiti e con in mano la cornetta del telefono, fu scoperto da Ralph Greenson, che era stato urgentemente chiamato alle 3.30 dalla governante dell'attrice, Eunice Murray, che si era preoccupata perché non riusciva a entrare nella camera di Marilyn; la porta era chiusa da dentro e, nonostante vedesse la luce accesa, non sentiva alcun rumore e nessuno rispondeva alle sue domande. La chiamata alla polizia per denunciare il fatto è pervenuta alle 4:25 ora locale, come da successivi accertamenti telefonici. Alcuni biografi ritengono però che siano trascorse cinque ore dal momento del decesso a quando vennero avvisate le autorità; in questo lasso di tempo, Marilyn sarebbe stata portata all'Saint John's Health Center di Santa Monica, ma l'ospedale rifiutò di accettare il caso per l'eccessiva notorietà della vittima. Un'indagine formale nel 1982 del procuratore generale della contea di Los Angeles si concluse senza nessuna credibile evidenza di un complotto.
Secondo il dottor Thomas Noguchi, che eseguì l'autopsia, la morte di Marilyn era con "alta probabilità" un suicidio, dovuta a un'overdose di barbiturici; nel corpo dell'attrice trovò 8 milligrammi di idrato di cloralio e 4,5 milligrammi di Pentobarbital per 100 millilitri di sangue. L'incerta ricostruzione degli eventi di quella notte, la presenza non confermata di Bob Kennedy nella casa dell'attrice la sera prima della sua morte e alcune incongruenze nelle dichiarazioni dei testimoni e nel referto autoptico hanno dato adito a molteplici interpretazioni sugli eventi di quella notte e sulle cause della scomparsa dell'attrice. Tra le varie versioni formulate, venne ipotizzata la complicità dei Kennedy, che vedevano in Monroe, che si era detta pronta a confessare le loro relazioni con lei, una minaccia per la loro carriera politica oppure una vendetta della mafia americana nei confronti della famiglia Kennedy per alcune promesse fatte in campagna elettorale e non mantenute.
Joe DiMaggio organizzò, insieme a Inez Melson, amministratrice dei beni di Marilyn e tutrice della madre dell'attrice, il funerale, occupandosi delle spese; la cerimonia si tenne al Westwood Memorial Park l'8 agosto 1962. Tra le 31 persone tra parenti e amici che presenziarono al funerale, vi furono Robert Slatzer (a cui non fu concesso vederne la salma), Greenson con la famiglia, Murray e Newcomb, che però stavano in disparte; non furono presenti invece Dougherty e Miller, gli altri ex-mariti. La madre Gladys, già colpita dalla schizofrenia, malattia che la rese incapace di ricordare la figlia, non prese parte al funerale. La cerimonia venne celebrata da A.J. Soldancon, con le note di Over the Rainbow; l'orazione funebre doveva essere letta dal poeta Carl Sandburg, ma non gli fu permesso di partecipare e venne sostituito da Lee Strasberg. La bara era di bronzo massiccio ed era stata foderata con un tessuto di seta color champagne. L'attrice, durante il funerale di Constance Collier nel 1955, aveva confidato a Truman Capote che avrebbe voluto che le sue ceneri fossero disperse nelle onde del mare.
Marilyn Monroe è sepolta in un loculo presso il Westwood Village Memorial Park Cemetery; l'attrice aveva fatto seppellire lì anche Grace Goddard, perché vi era sepolta anche la zia di Grace, che si prese cura di Norma Jeane per un breve periodo. Rimanendo fedele a una promessa fatta a Monroe, Whitey Snyder, il suo visagista personale, truccò il cadavere per la cerimonia; anche Pearl Porterfield, la costumista Marjorie Plecher e la parrucchiera Agnes Flanagan si occuparono del corpo dell'attrice, mettendole sulla testa la parrucca bionda che aveva portato nel film Gli spostati e vestendola con un abito verde di Emilio Pucci. Hugh Hefner ha poi acquistato una tomba accanto a quella di Marilyn per 85.000 dollari, mentre l'altra tomba adiacente è stata venduta per 125.000 dollari. L'ex marito, Joe Di Maggio, nei primi tempi dopo la morte di Marilyn, portò personalmente una volta a settimana un mazzo di rose rosse sulla tomba dell'attrice; in seguito, sino al 1982 li fece recapitare da un fioraio, ma solo in ricorrenza del compleanno. Diversamente farà Slatzer che deporrà per tutta la vita delle rose bianche sulla tomba.
Nel suo testamento dispose 10.000 dollari per Bernice Miracle; 5.000 dollari per Norman e Hedda Rosten (poi devoluti in favore della figlia, Patricia); 2.500 dollari ogni anno per Xénia Karlovna Ziller, vedova di Michael Chekhov; 5.000 dollari ogni anno a Gladys Baker; 10.000 dollari a cui si aggiunse un 25% del bilancio a May Reis, la sua segretaria; 25% del bilancio, che avrebbe dovuto donare a un ente di sua scelta a Marianne Kris; 50% del bilancio a cui si aggiungevano beni personali a Lee Strasberg. La seconda moglie di Lee Strasberg, Anna, ricavò molto dai beni dell'attrice e curò il Marilyn Monroe Theater e il Marilyn Monroe Museum. Anna Freud creò la Hampstead Child-Therapy Clinic con sede a Londra, che fu l'ente beneficiario scelto da Kris per versare la percentuale indicata nel testamento; tale società venne anche riconosciuta come «legataria principale» dei diritti dovuti all'immagine dell'attrice, ricavando circa un milione e mezzo di dollari all'anno per diversi anni. Nell'ottobre 1962, Inez Melson, con il suo legale Allen Stein, impugnò il testamento, volendo dimostrare che lo scritto era stato redatto sotto l'influenza di Marianne Kris. Il procuratore di New York considerò comunque valido il testamento.
Dopo la sua improvvisa scomparsa, il suo ruolo in Something's got to give venne affidato a Doris Day e la pellicola uscì nel 1963 con il titolo Fammi posto tesoro (Move Over Darling).
Molti anni dopo, nel 1999, vennero recuperati dagli archivi della Fox gli oltre 500 minuti di girato per quella che avrebbe dovuto essere la versione originale del lungometraggio, ovverosia l'ultimo film con Marilyn Monroe, anche se incompiuto. Le bobine originali vennero opportunamente visionate e restaurate, per poi confluire in un inedito montaggio di 37 minuti, uscito su VHS: uno straordinario documento che raccoglie quelle che restano in assoluto tra le più belle immagini di Marilyn.
Sempre nel 1999 Christie's battè all'asta per un milione di dollari il famoso vestito color carne con il quale Marilyn cantò la canzone di buon compleanno a John Fitzgerald Kennedy.
giovedì 14 ottobre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1962 un aereo spia americano sorvolando Cuba vide e fotografò un dispiegamento di missili sovietici, del quale fece immediato rapporto.
La crisi dei missili di Cuba ebbe inizio il giorno dopo, il 15 ottobre del 1962 e si concluse il 27 ottobre dello stesso anno con la vittoria strategica degli USA che fu in realtà un abile e tesissimo combattimento diplomatico che portò gli Stati uniti d’America e l’URSS ad un passo dalla Terza Guerra Mondiale.
L’isola di Cuba dalla fine del 1959 era uno stato indipendente con un governo comunista, le sue relazioni con gli Stati Uniti d’America erano state azzerate a causa dell’esproprio dei beni americani che il governo di Fidel Castro aveva ordinato dopo la fuga del dittatore Batista. Il governo dell’Unione Sovietica, il cui Segretario del Comitato Centrale era Nikita Sergeevič Chruščëv, stabilì una nuova strategia missilistica: avvicinare i missili con testate nucleari alla costa della California in modo tale da avere una diretta minaccia contro gli americani. I missili, infatti, partendo da Cuba potevano raggiungere Washington in circa 20 minuti e avevano un raggio di azione di gittata media di circa 1.600 km, e questo implicava che molte basi americane, disposte nella parte sud degli USA, potevano essere colpite senza quasi avere il tempo di organizzare una risposta efficace.
La scelta di posizionare i missili a Cuba, il cui governo aveva scelto anche a causa dell’embargo USA di mettersi sotto l’influenza sovietica, si rivelò fin da subito azzardato sia per la quantità di missili che i governi dell’URSS e di Cuba avevano deciso di posizionare (sembra si raggiunse il numero di 140 testate) sia per la palese provocazione che avrebbe indotto il governo americano ad un intervento immediato.
Probabilmente i sovietici volevano sperimentare la determinazione degli USA nel perseguire una strategia della tensione e rispondere alla strategia missilistica americana che l’esercito USA stava sviluppando in quei mesi con l’istallazione di missili Jupiter in Italia e in Turchia che prevedevano una gittata più lunga di quelli russi.
I cubani, invece, avevano un conto aperto con gli americani perché nell’aprile del 1961 avevano subito un attacco di terra da esuli cubani foraggiati, addestrati e sostenuti dalla CIA. Tale attacco, l’invasione della Baia dei Porci, durò tre giorni e finì con la sconfitta degli esuli e la vittoria dell’esercito castrista. Fu un errore dell’amministrazione Kennedy che si era insediata alla Casa Bianca il 20 gennaio del 1961 e che si era presentata con una posizione in politica estera pacifista e orientata verso il dialogo e l’equilibrio strategico.
Fra luglio e agosto decine di navi sovietiche arrivarono a Cuba cariche di materiale militare sufficiente a costruire rampe e missili in numero elevato. Il controspionaggio USA avvertì subito la Casa Bianca del tipo di trasporto ma Kennedy d’accordo con il suo staff decise di mantenere una posizione non interventista. Fra la fine di agosto e gli inizi di settembre gli aerei spie U-2 americani fotografarono in più occasioni la posa in essere delle rampe e l’arrivo sull’isola di Cuba del materiale bellico.
In ottobre vi fu un’accelerazione nella posa di rampe e nella costruzione e attivazione dei missili. A questo punto Kennedy dovette decidere una contromossa diplomatica. Riunì il suo gabinetto e decise di informare il paese della situazione, nessun alleato era stato informato e conosceva la natura del discorso del presidente.
Kennedy il 22 ottobre del 1962 disse in televisione che il suo governo era a conoscenza di quello che stava avvenendo a Cuba e che se ci fosse stato un attacco diretto da parte dei cubani contro l’America la guerra si sarebbe estesa all’Unione Sovietica che riteneva direttamente responsabile di ciò che stava accadendo. A questo punto il mondo si svegliò sull’orlo di una guerra termo nucleare dalle conseguenze indefinibili. Il Presidente degli Stati Uniti decise inoltre di porre sotto quarantena l’isola per evitare altri sbarchi di materiale bellico.
Negli anni seguenti Fidel Castro dichiarò che i missili erano 140 e che chiese al leader sovietico di utilizzarli contro l’America. Chruščëv per fortuna non ascoltò il suggerimento del leader cubano ma mantenne una linea di dialogo e anche Kennedy non ascoltò il suo Stato maggiore che gli chiedeva di ordinare un’operazione militare per colpire le basi missilistiche cubane distruggendo tutti i missili.
Sulla base del Diritto internazionale vi erano diversi problemi:
il governo cubano non stava svolgendo alcuna azione di minaccia, la sua scelta di installare missili era legittima quanto la presenza dei missili americani puntati verso l’Unione Sovietica collocati in Italia e in Turchia.
La quarantena dell’isola era possibile nell’ambito delle acque internazionali ma diventava un atto di minaccia nei confronti del governo cubano anche se era svolta per proteggere il governo USA. E se la quarantena si fosse trasformata in un blocco navale allora l’azione da parte del governo americano poteva essere considerata un atto di rappresaglia contro Cuba.
Quest’ultima opzione però sembrò a Kennedy l’unica possibilità percorribile, al posto di un attacco militare contro Castro. La quarantena fu ufficializzata con il discorso di Kennedy in televisione il 22 ottobre. Il governo sovietico rispose immediatamente ammettendo la presenza dei missili ma considerandoli solo difensivi ed eccependo che il governo americano aveva diverse basi missilistiche collocate vicino al confine con gli stati satellite della Russia.
Il 25 ottobre ci fu una movimentata assemblea all’ONU in cui l’ambasciatore sovietico venne sbugiardato dall’ambasciatore USA che di fronte alla negazione del collega sulla presenza dei missili ne mostrò le foto. La tensione fra i due governi raggiunse l’apice e a questo punto Chruščëv propose a Kennedy un compromesso: il 26 ottobre offrì il ritiro dei missili in cambio dell’assicurazione che l’esercito americano non avrebbe invaso Cuba né la CIA avrebbe appoggiato un’invasione organizzata da dissidenti o oppositori.
Il 27 ottobre, dopo l’abbattimento di un aereo U-2 che volava su Cuba, chiese anche lo smantellamento dei missili americani istallati in Turchia. Kennedy accettò ufficialmente la prima proposta e ufficiosamente la seconda. Il giorno dopo i missili iniziarono ad essere smantellati e il 20 novembre l’isola di Cuba venne liberata dalla quarantena.
La crisi dei missili di Cuba che si concluse il 27 ottobre 1962 ebbe diverse interpretazioni. Sicuramente fu una vittoria di Kennedy che dimostrò la debolezza sovietica e l’intenzione a non volere arrivare ad una guerra atomica. Il presidente americano perse la considerazione di molti militari, anche del suo staff, che avrebbero voluto vedere risolta la situazione di Cuba in modo drastico anche perché c’erano forti sospetti, in seguito rivelatisi veri, che nell’isola ci fossero altri missili con testate nucleari. I sovietici ne vennero fuori male e Chruščëv non riuscì a raccogliere pienamente i vantaggi del suo compromesso che il PCUS vide più come un ritiro maldestro che come una vittoria tattica.
Il 14 ottobre 1962 un aereo spia americano sorvolando Cuba vide e fotografò un dispiegamento di missili sovietici, del quale fece immediato rapporto.
La crisi dei missili di Cuba ebbe inizio il giorno dopo, il 15 ottobre del 1962 e si concluse il 27 ottobre dello stesso anno con la vittoria strategica degli USA che fu in realtà un abile e tesissimo combattimento diplomatico che portò gli Stati uniti d’America e l’URSS ad un passo dalla Terza Guerra Mondiale.
L’isola di Cuba dalla fine del 1959 era uno stato indipendente con un governo comunista, le sue relazioni con gli Stati Uniti d’America erano state azzerate a causa dell’esproprio dei beni americani che il governo di Fidel Castro aveva ordinato dopo la fuga del dittatore Batista. Il governo dell’Unione Sovietica, il cui Segretario del Comitato Centrale era Nikita Sergeevič Chruščëv, stabilì una nuova strategia missilistica: avvicinare i missili con testate nucleari alla costa della California in modo tale da avere una diretta minaccia contro gli americani. I missili, infatti, partendo da Cuba potevano raggiungere Washington in circa 20 minuti e avevano un raggio di azione di gittata media di circa 1.600 km, e questo implicava che molte basi americane, disposte nella parte sud degli USA, potevano essere colpite senza quasi avere il tempo di organizzare una risposta efficace.
La scelta di posizionare i missili a Cuba, il cui governo aveva scelto anche a causa dell’embargo USA di mettersi sotto l’influenza sovietica, si rivelò fin da subito azzardato sia per la quantità di missili che i governi dell’URSS e di Cuba avevano deciso di posizionare (sembra si raggiunse il numero di 140 testate) sia per la palese provocazione che avrebbe indotto il governo americano ad un intervento immediato.
Probabilmente i sovietici volevano sperimentare la determinazione degli USA nel perseguire una strategia della tensione e rispondere alla strategia missilistica americana che l’esercito USA stava sviluppando in quei mesi con l’istallazione di missili Jupiter in Italia e in Turchia che prevedevano una gittata più lunga di quelli russi.
I cubani, invece, avevano un conto aperto con gli americani perché nell’aprile del 1961 avevano subito un attacco di terra da esuli cubani foraggiati, addestrati e sostenuti dalla CIA. Tale attacco, l’invasione della Baia dei Porci, durò tre giorni e finì con la sconfitta degli esuli e la vittoria dell’esercito castrista. Fu un errore dell’amministrazione Kennedy che si era insediata alla Casa Bianca il 20 gennaio del 1961 e che si era presentata con una posizione in politica estera pacifista e orientata verso il dialogo e l’equilibrio strategico.
Fra luglio e agosto decine di navi sovietiche arrivarono a Cuba cariche di materiale militare sufficiente a costruire rampe e missili in numero elevato. Il controspionaggio USA avvertì subito la Casa Bianca del tipo di trasporto ma Kennedy d’accordo con il suo staff decise di mantenere una posizione non interventista. Fra la fine di agosto e gli inizi di settembre gli aerei spie U-2 americani fotografarono in più occasioni la posa in essere delle rampe e l’arrivo sull’isola di Cuba del materiale bellico.
In ottobre vi fu un’accelerazione nella posa di rampe e nella costruzione e attivazione dei missili. A questo punto Kennedy dovette decidere una contromossa diplomatica. Riunì il suo gabinetto e decise di informare il paese della situazione, nessun alleato era stato informato e conosceva la natura del discorso del presidente.
Kennedy il 22 ottobre del 1962 disse in televisione che il suo governo era a conoscenza di quello che stava avvenendo a Cuba e che se ci fosse stato un attacco diretto da parte dei cubani contro l’America la guerra si sarebbe estesa all’Unione Sovietica che riteneva direttamente responsabile di ciò che stava accadendo. A questo punto il mondo si svegliò sull’orlo di una guerra termo nucleare dalle conseguenze indefinibili. Il Presidente degli Stati Uniti decise inoltre di porre sotto quarantena l’isola per evitare altri sbarchi di materiale bellico.
Negli anni seguenti Fidel Castro dichiarò che i missili erano 140 e che chiese al leader sovietico di utilizzarli contro l’America. Chruščëv per fortuna non ascoltò il suggerimento del leader cubano ma mantenne una linea di dialogo e anche Kennedy non ascoltò il suo Stato maggiore che gli chiedeva di ordinare un’operazione militare per colpire le basi missilistiche cubane distruggendo tutti i missili.
Sulla base del Diritto internazionale vi erano diversi problemi:
il governo cubano non stava svolgendo alcuna azione di minaccia, la sua scelta di installare missili era legittima quanto la presenza dei missili americani puntati verso l’Unione Sovietica collocati in Italia e in Turchia.
La quarantena dell’isola era possibile nell’ambito delle acque internazionali ma diventava un atto di minaccia nei confronti del governo cubano anche se era svolta per proteggere il governo USA. E se la quarantena si fosse trasformata in un blocco navale allora l’azione da parte del governo americano poteva essere considerata un atto di rappresaglia contro Cuba.
Quest’ultima opzione però sembrò a Kennedy l’unica possibilità percorribile, al posto di un attacco militare contro Castro. La quarantena fu ufficializzata con il discorso di Kennedy in televisione il 22 ottobre. Il governo sovietico rispose immediatamente ammettendo la presenza dei missili ma considerandoli solo difensivi ed eccependo che il governo americano aveva diverse basi missilistiche collocate vicino al confine con gli stati satellite della Russia.
Il 25 ottobre ci fu una movimentata assemblea all’ONU in cui l’ambasciatore sovietico venne sbugiardato dall’ambasciatore USA che di fronte alla negazione del collega sulla presenza dei missili ne mostrò le foto. La tensione fra i due governi raggiunse l’apice e a questo punto Chruščëv propose a Kennedy un compromesso: il 26 ottobre offrì il ritiro dei missili in cambio dell’assicurazione che l’esercito americano non avrebbe invaso Cuba né la CIA avrebbe appoggiato un’invasione organizzata da dissidenti o oppositori.
Il 27 ottobre, dopo l’abbattimento di un aereo U-2 che volava su Cuba, chiese anche lo smantellamento dei missili americani istallati in Turchia. Kennedy accettò ufficialmente la prima proposta e ufficiosamente la seconda. Il giorno dopo i missili iniziarono ad essere smantellati e il 20 novembre l’isola di Cuba venne liberata dalla quarantena.
La crisi dei missili di Cuba che si concluse il 27 ottobre 1962 ebbe diverse interpretazioni. Sicuramente fu una vittoria di Kennedy che dimostrò la debolezza sovietica e l’intenzione a non volere arrivare ad una guerra atomica. Il presidente americano perse la considerazione di molti militari, anche del suo staff, che avrebbero voluto vedere risolta la situazione di Cuba in modo drastico anche perché c’erano forti sospetti, in seguito rivelatisi veri, che nell’isola ci fossero altri missili con testate nucleari. I sovietici ne vennero fuori male e Chruščëv non riuscì a raccogliere pienamente i vantaggi del suo compromesso che il PCUS vide più come un ritiro maldestro che come una vittoria tattica.
domenica 26 settembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 settembre.
Il 26 settembre 1960 si svolge il primo dibattito televisivo tra due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Richard Nixon e John Kennedy, da quel momento la televisione diventerà lo strumento principale delle campagne elettorali moderne.
John Fitzgerald Kennedy (1917-1963) e Richard Milhous Nixon (1913-1994), negli studi della CBS di Chicago, partecipano al primo dibattito televisivo della storia tra due candidati alla Casa Bianca. Un evento fondamentale della storia politica americana e della storia della comunicazione politica in generale, al quale assistono settanta milioni di spettatori. Il Great Debate segna l’ingresso della televisione nelle elezioni presidenziali e rappresenta la prima opportunità per gli elettori di vedere i loro candidati confrontarsi in diretta.
Alle elezioni del 1960 i repubblicani sono favoriti dopo i due incarichi presidenziali di Dwight D. Eisenhower. Il loro candidato, nel segno della continuità, è il vicepresidente Richard Nixon. I democratici scelgono il giovane senatore cattolico del Massachusetts John Kennedy, di 43 anni. Nel discorso di accettazione della candidatura, Kennedy enuncia la dottrina della "Nuova Frontiera": come in passato la "frontiera" aveva permesso ai pionieri di estendere verso Ovest i confini degli Stati Uniti, così Kennedy si propone di conquistare nuovi traguardi per la democrazia americana, una nuova frontiera di progresso economico, culturale e civile che possa rilanciare all'interno del Paese il sogno americano e, all'estero, il ruolo guida degli USA.
Nixon appare dunque in vantaggio, ma quando viene proposta una sfida televisiva che potrebbe danneggiarlo, non sembra trovare motivi plausibili per opporre un rifiuto: il fatto sorprende lo stesso staff di Kennedy, come confiderà in seguito Pierre Salinger, capo del suo ufficio stampa.
I commentatori concordano nel considerare il ciclo di quattro incontri decisivo per la vittoria finale del senatore Kennedy, e soprattutto questo primo confronto del 26 settembre 1960, grazie al grande impatto che la sua immagine accomodante ha avuto sul pubblico televisivo: Kennedy riesce a trasmettere sicurezza, maturità, e mettendo in difficoltà l'avversario conquista un vantaggio che riesce poi a mantenere nei tre appuntamenti successivi.
Nixon assume invece un atteggiamento difensivo, insiste sul fatto che entrambi i candidati avrebbero gli stessi obiettivi (da realizzare però con mezzi differenti), e lascia di fatto l'iniziativa al proprio rivale.
Il vicepresidente, in agosto, si era ferito seriamente al ginocchio ed aveva passato due settimane in ospedale. Al momento del primo dibattito si presenta pallido, dimagrito di quasi dieci chili e rifiuta il trucco previsto per gli ospiti. L'aneddotica di quel giorno racconta che Nixon sarebbe arrivato nello studio televisivo in anticipo e, a causa dell’attesa sotto il calore delle lampade, avrebbe finito col presentarsi sudato e nervoso davanti alle telecamere.
Kennedy viene invece da un'intensa attività elettorale, è abbronzato, sicuro di sé e ben riposato. "Non lo avevo mai visto così bene" scriverà Nixon più tardi. In effetti, quel giorno Kennedy risulta il vincitore anche per una serie di dettagli ai quali allora non si dà ancora la necessaria importanza. Ad esempio, il colore scuro della giacca di Kennedy risulta contrastare meglio con lo sfondo dello studio, dando più evidenza al personaggio; del resto, Kennedy si era incontrato il giorno precedente l’apparizione con la produzione del programma proprio al fine di studiare tutti i dettagli. Nixon, al contrario, non coglie le specificità del mezzo televisivo. Kennedy parla guardando dritto nella telecamera, e dunque negli occhi del telespettatore, mentre Nixon, seguendo la prassi dei dibattiti tradizionali, si rivolge al suo interlocutore in studio.
Il dibattito televisivo risulta di un'importanza tale da ribaltare le previsioni dei sondaggi: fino a quel momento, Nixon era considerato il favorito grazie anche agli esiti dei dibattiti radiofonici, in cui la voce profonda di Nixon risultava più adatta al mezzo. Prima del dibattito un sondaggio condotto dalla storica agenzia di ricerca Gallup dava i due sfidanti alla pari con il 47% e una quota del 6% di indecisi.
Sono gli stessi candidati a concordare le modalità del confronto televisivo, suddiviso in quattro diversi appuntamenti. Le trasmissioni avvengono in diretta, senza pubblico in studio né interruzioni pubblicitarie, nonostante il grande valore "commerciale" dell'evento.
Ufficialmente non è stato designato un titolo per il ciclo di emissioni, ma la NBC sceglie autonomamente un cartello con la scritta "The Great Debate" che entrerà nell'uso comune a indicare i quattro dibattiti tra Nixon e Kennedy del 1960. Ai candidati non è consentita la consultazione di appunti, ma l’accordo è controverso: Nixon protesta quando vede dei fogli in mano all'avversario, nel terzo incontro. I giornalisti incaricati di porre le domande sono scelti tra quelli televisivi (con una decisione che suscita numerose polemiche da parte dei colleghi della carta stampata), e sono inquadrati di spalle come a rappresentare la prima fila del pubblico a casa.
Il primo "Great Debate" riguarda le questioni di politica interna. Ad ogni candidato sono concessi otto minuti per fare un discorso di apertura, a cui seguono una serie di domande dei giornalisti, dopodiché nella parte finale vengono concessi tre minuti e venti secondi per l'appello conclusivo. Il dibattito viene presieduto da Howard Smith della CBS News.
Dopo il primo incontro di Chicago, altri network mettono a disposizione i propri spazi quando il Congresso rimuove l’obbligo di dedicare eguali quantità di tempo anche ai candidati minori. Così, la NBC ospita a Washington il secondo incontro del 7 ottobre, mentre la ABC sperimenta nel terzo appuntamento del 13 ottobre, il più seguito da pubblico (share del 61%) il primo dibattito elettronico della storia: i due si sfidano in teleconferenza dalle due coste opposte; Kennedy parla da uno studio televisivo di New York mentre Nixon si trova a Los Angeles. Ancora la ABC accoglie gli sfidanti negli studi di New York per il quarto e ultimo incontro centrato sulla politica estera il 21 ottobre del 1960.
La campagna elettorale del 1960 è dominata dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica nel quadro della guerra fredda. Nel 1957 i sovietici hanno lanciato lo Sputnik, il primo satellite in orbita intorno alla Terra: la supremazia nello spazio non è che uno dei terreni di scontro con Mosca. Poco lontano dalle coste statunitensi il regime di Castro, a Cuba, è diventato economicamente e militarmente dipendente dall’Unione Sovietica ed è diffusa nell’opinione pubblica americana la convinzione che una guerra tra le due superpotenze sia inevitabile.
Nel duello di settembre, Kennedy parla del suo desiderio di vedere l’America realizzare il proprio potenziale economico e soddisfare i bisogni delle persone attraverso un programma di welfare. Nel suo discorso di apertura anche Nixon afferma la necessità dello sviluppo e difende i risultati dei repubblicani sostenendo che essi avevano costruito più scuole, ospedali e strade della precedente amministrazione democratica.
Le questioni poste ai due candidati sono ampie e spaziano dalla loro esperienza politica per affrontare l’incarico presidenziale, alla politica agricola, fino alla minaccia del comunismo all’interno degli Stati Uniti.
I due si trovano in disaccordo sui sussidi agli agricoltori, sulle modalità di trovare i fondi per le spese sull’educazione e il welfare. Kennedy afferma che una crescita economica sostenuta avrebbe portato un extra gettito fiscale capace di sostenere il costo delle politiche sociali, mentre Nixon afferma la necessità di aumentare le tasse per conseguire tali politiche.
Il successivo confronto televisivo si svolgerà solo nel 1976, quando il candidato democratico Jimmy Carter sfida il presidente Gerald Ford.
I "Great Debates" sono stati paragonati ai famosi dibattiti del 1858 tra Abramo Lincoln e Stephen Douglas, che ebbero luogo durante le elezioni per il Senato, in aperta campagna davanti a migliaia di persone.
Nelle elezioni generali dell'8 novembre 1960, Kennedy batte Nixon: all'età di 43 anni è il primo presidente cattolico ed il più giovane presidente eletto (Theodore Roosevelt era più giovane, ma divenne presidente subentrando a William McKinley quando questi fu assassinato). Kennedy vince con il più basso margine di voti della storia delle elezioni americane: 49,7% contro il 49,5 di Nixon.
John F. Kennedy presta giuramento come 35° presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 1961. Nel suo discorso inaugurale pronuncia la sua frase più famosa: "Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese". Chiede alle nazioni del mondo di unirsi nella lotta contro: "i comuni nemici dell'umanità... la tirannia, la povertà, le malattie e la guerra".
Sarà presidente fino al 22 novembre 1963, giorno del suo assassinio a Dallas.
Il 26 settembre 1960 si svolge il primo dibattito televisivo tra due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Richard Nixon e John Kennedy, da quel momento la televisione diventerà lo strumento principale delle campagne elettorali moderne.
John Fitzgerald Kennedy (1917-1963) e Richard Milhous Nixon (1913-1994), negli studi della CBS di Chicago, partecipano al primo dibattito televisivo della storia tra due candidati alla Casa Bianca. Un evento fondamentale della storia politica americana e della storia della comunicazione politica in generale, al quale assistono settanta milioni di spettatori. Il Great Debate segna l’ingresso della televisione nelle elezioni presidenziali e rappresenta la prima opportunità per gli elettori di vedere i loro candidati confrontarsi in diretta.
Alle elezioni del 1960 i repubblicani sono favoriti dopo i due incarichi presidenziali di Dwight D. Eisenhower. Il loro candidato, nel segno della continuità, è il vicepresidente Richard Nixon. I democratici scelgono il giovane senatore cattolico del Massachusetts John Kennedy, di 43 anni. Nel discorso di accettazione della candidatura, Kennedy enuncia la dottrina della "Nuova Frontiera": come in passato la "frontiera" aveva permesso ai pionieri di estendere verso Ovest i confini degli Stati Uniti, così Kennedy si propone di conquistare nuovi traguardi per la democrazia americana, una nuova frontiera di progresso economico, culturale e civile che possa rilanciare all'interno del Paese il sogno americano e, all'estero, il ruolo guida degli USA.
Nixon appare dunque in vantaggio, ma quando viene proposta una sfida televisiva che potrebbe danneggiarlo, non sembra trovare motivi plausibili per opporre un rifiuto: il fatto sorprende lo stesso staff di Kennedy, come confiderà in seguito Pierre Salinger, capo del suo ufficio stampa.
I commentatori concordano nel considerare il ciclo di quattro incontri decisivo per la vittoria finale del senatore Kennedy, e soprattutto questo primo confronto del 26 settembre 1960, grazie al grande impatto che la sua immagine accomodante ha avuto sul pubblico televisivo: Kennedy riesce a trasmettere sicurezza, maturità, e mettendo in difficoltà l'avversario conquista un vantaggio che riesce poi a mantenere nei tre appuntamenti successivi.
Nixon assume invece un atteggiamento difensivo, insiste sul fatto che entrambi i candidati avrebbero gli stessi obiettivi (da realizzare però con mezzi differenti), e lascia di fatto l'iniziativa al proprio rivale.
Il vicepresidente, in agosto, si era ferito seriamente al ginocchio ed aveva passato due settimane in ospedale. Al momento del primo dibattito si presenta pallido, dimagrito di quasi dieci chili e rifiuta il trucco previsto per gli ospiti. L'aneddotica di quel giorno racconta che Nixon sarebbe arrivato nello studio televisivo in anticipo e, a causa dell’attesa sotto il calore delle lampade, avrebbe finito col presentarsi sudato e nervoso davanti alle telecamere.
Kennedy viene invece da un'intensa attività elettorale, è abbronzato, sicuro di sé e ben riposato. "Non lo avevo mai visto così bene" scriverà Nixon più tardi. In effetti, quel giorno Kennedy risulta il vincitore anche per una serie di dettagli ai quali allora non si dà ancora la necessaria importanza. Ad esempio, il colore scuro della giacca di Kennedy risulta contrastare meglio con lo sfondo dello studio, dando più evidenza al personaggio; del resto, Kennedy si era incontrato il giorno precedente l’apparizione con la produzione del programma proprio al fine di studiare tutti i dettagli. Nixon, al contrario, non coglie le specificità del mezzo televisivo. Kennedy parla guardando dritto nella telecamera, e dunque negli occhi del telespettatore, mentre Nixon, seguendo la prassi dei dibattiti tradizionali, si rivolge al suo interlocutore in studio.
Il dibattito televisivo risulta di un'importanza tale da ribaltare le previsioni dei sondaggi: fino a quel momento, Nixon era considerato il favorito grazie anche agli esiti dei dibattiti radiofonici, in cui la voce profonda di Nixon risultava più adatta al mezzo. Prima del dibattito un sondaggio condotto dalla storica agenzia di ricerca Gallup dava i due sfidanti alla pari con il 47% e una quota del 6% di indecisi.
Sono gli stessi candidati a concordare le modalità del confronto televisivo, suddiviso in quattro diversi appuntamenti. Le trasmissioni avvengono in diretta, senza pubblico in studio né interruzioni pubblicitarie, nonostante il grande valore "commerciale" dell'evento.
Ufficialmente non è stato designato un titolo per il ciclo di emissioni, ma la NBC sceglie autonomamente un cartello con la scritta "The Great Debate" che entrerà nell'uso comune a indicare i quattro dibattiti tra Nixon e Kennedy del 1960. Ai candidati non è consentita la consultazione di appunti, ma l’accordo è controverso: Nixon protesta quando vede dei fogli in mano all'avversario, nel terzo incontro. I giornalisti incaricati di porre le domande sono scelti tra quelli televisivi (con una decisione che suscita numerose polemiche da parte dei colleghi della carta stampata), e sono inquadrati di spalle come a rappresentare la prima fila del pubblico a casa.
Il primo "Great Debate" riguarda le questioni di politica interna. Ad ogni candidato sono concessi otto minuti per fare un discorso di apertura, a cui seguono una serie di domande dei giornalisti, dopodiché nella parte finale vengono concessi tre minuti e venti secondi per l'appello conclusivo. Il dibattito viene presieduto da Howard Smith della CBS News.
Dopo il primo incontro di Chicago, altri network mettono a disposizione i propri spazi quando il Congresso rimuove l’obbligo di dedicare eguali quantità di tempo anche ai candidati minori. Così, la NBC ospita a Washington il secondo incontro del 7 ottobre, mentre la ABC sperimenta nel terzo appuntamento del 13 ottobre, il più seguito da pubblico (share del 61%) il primo dibattito elettronico della storia: i due si sfidano in teleconferenza dalle due coste opposte; Kennedy parla da uno studio televisivo di New York mentre Nixon si trova a Los Angeles. Ancora la ABC accoglie gli sfidanti negli studi di New York per il quarto e ultimo incontro centrato sulla politica estera il 21 ottobre del 1960.
La campagna elettorale del 1960 è dominata dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica nel quadro della guerra fredda. Nel 1957 i sovietici hanno lanciato lo Sputnik, il primo satellite in orbita intorno alla Terra: la supremazia nello spazio non è che uno dei terreni di scontro con Mosca. Poco lontano dalle coste statunitensi il regime di Castro, a Cuba, è diventato economicamente e militarmente dipendente dall’Unione Sovietica ed è diffusa nell’opinione pubblica americana la convinzione che una guerra tra le due superpotenze sia inevitabile.
Nel duello di settembre, Kennedy parla del suo desiderio di vedere l’America realizzare il proprio potenziale economico e soddisfare i bisogni delle persone attraverso un programma di welfare. Nel suo discorso di apertura anche Nixon afferma la necessità dello sviluppo e difende i risultati dei repubblicani sostenendo che essi avevano costruito più scuole, ospedali e strade della precedente amministrazione democratica.
Le questioni poste ai due candidati sono ampie e spaziano dalla loro esperienza politica per affrontare l’incarico presidenziale, alla politica agricola, fino alla minaccia del comunismo all’interno degli Stati Uniti.
I due si trovano in disaccordo sui sussidi agli agricoltori, sulle modalità di trovare i fondi per le spese sull’educazione e il welfare. Kennedy afferma che una crescita economica sostenuta avrebbe portato un extra gettito fiscale capace di sostenere il costo delle politiche sociali, mentre Nixon afferma la necessità di aumentare le tasse per conseguire tali politiche.
Il successivo confronto televisivo si svolgerà solo nel 1976, quando il candidato democratico Jimmy Carter sfida il presidente Gerald Ford.
I "Great Debates" sono stati paragonati ai famosi dibattiti del 1858 tra Abramo Lincoln e Stephen Douglas, che ebbero luogo durante le elezioni per il Senato, in aperta campagna davanti a migliaia di persone.
Nelle elezioni generali dell'8 novembre 1960, Kennedy batte Nixon: all'età di 43 anni è il primo presidente cattolico ed il più giovane presidente eletto (Theodore Roosevelt era più giovane, ma divenne presidente subentrando a William McKinley quando questi fu assassinato). Kennedy vince con il più basso margine di voti della storia delle elezioni americane: 49,7% contro il 49,5 di Nixon.
John F. Kennedy presta giuramento come 35° presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 1961. Nel suo discorso inaugurale pronuncia la sua frase più famosa: "Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese". Chiede alle nazioni del mondo di unirsi nella lotta contro: "i comuni nemici dell'umanità... la tirannia, la povertà, le malattie e la guerra".
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