Buongiorno, oggi è il 7 settembre.
Il 7 settembre 1986 il generale Augusto Pinochet sopravvive a un tentativo di assassinio.
Il Generale Augusto Pinochet Ugarte, nato a Valparaiso il 25 novembre 1915, è passato alla storia come uno dei più disumani dittatori del Novecento, tristemente celebre per la barbara eliminazione dei suoi oppositori.
Durante la sua feroce dittatura, durata dal 1973 al 1990, furono torturate, uccise e fatte barbaramente sparire almeno trentamila persone, gli uomini di Unidad Popolar, la coalizione di Allende, militanti dei partiti comunista, socialista e democristiano, accademici, professionisti religiosi, studenti e operai.
Oscuro ufficiale dell'esercito cileno, iniziò la sua entrata trionfale nelle sfere del potere nel 1973, anno in cui prese piede il "golpe" militare che, oltre a provocare la morte dell'allora presidente della Repubblica Salvador Allende, diede inizio alla lunga dittatura cilena.
Pinochet rimpiazzò infatti il rinunciatario comandante in capo dell'esercito, Generale Carlos Prat (il quale aveva deciso di abbandonare l'incarico), a causa delle forti pressioni esercitate dai settori più reazionari della società: la destra e l'oligarchia cilena.
Bisogna sottolineare il fatto che la nomina a Generale, che contò inizialmente proprio sull'approvazione di Allende, fu dettata da una questione tecnica, legata all'anzianità del generale Prat, più che a doti particolari nel comando o a qualità professionali di Pinochet. Ciò avvenne nel tentativo estremo di placare il colpo di stato che era nell'aria da tempo, nonostante i precedenti della carriera professionale di Pinochet avessero già evidenziato il suo profilo repressivo e violento. Negli anni '60, ad esempio, durante il governo del cristiano-democratico Eduardo Frei Montalva gli venne dato l'incarico di soffocare uno sciopero nella zona desertica situata nel nord del Cile: la repressione fu sanguinosa, il numero dei morti e dei feriti fu elevato. Malgrado questi precedenti l'esecutivo approvò la sua nomina, segnando involontariamente la propria sorte.
Ad ogni buon conto Pinochet giocò un ruolo abbastanza secondario nell'organizzazione e nella realizzazione del complotto che il giorno 11 settembre 1973 sfociò nel golpe sanguinoso che travolse il governo di "Unidad Popular". I veri artefici e mandanti intellettuali del "golpe" furono, secondo storici autorevoli, come detto l'oligarchia e le élites imprenditoriali, appoggiate dai settori politici che le rappresentavano, ovvero la destra e la direzione della Democrazia Cristiana (tranne poche eccezioni). La sinistra mondiale inoltre, non ha mancato di additare anche consistenti aiuti all'ascesa del dittatore da parte degli Stati Uniti, timorosi che la pericolosa e illiberale macchia comunista si espandesse anche nell'area sudamericana.
La soluzione della crisi di governo venne affidata all'esercito in quanto storico garante dell'ordine costituzionale e istituzionale della Repubblica, mito rafforzato dal profilo apolitico e professionale delle forze armate cilene. Formazione attuata principalmente attraverso la tristemente celebre scuola "delle Americhe", allora stanziata a Panama (in cui vengono insegnati tuttora vari metodi di repressione psichica e fisica, dalle minacce al genocidio alla tortura).
Dal 1973 al 1990 dunque il mondo fu testimone di migliaia di sparizioni, decine di migliaia di arresti, torture ed esili. Tutto si concluse, apparentemente, con il "Plebiscito" del 1989, proposto dalla stessa giunta pinochetista. Il rifiuto a Pinochet scaturito dal plebiscito, in realtà fu una farsa che portò ad una pseudo-democrazia nella quale l'ex dittatore mantenne la carica di comandante supremo delle forze armate.
La costituzione emanata dalla dittatura rimase invariata; i delitti commessi furono "liquidati" con l'attuazione della politica della riconciliazione nazionale; l'omicidio di Stato nei confronti di coloro che denunciavano il proseguo della repressione ai danni dell'opposizione rimaneva una realtà; l'assegnazione a Pinochet, una volta in pensione, della carica di Senatore a vita con conseguente immunità ed impunità venne difesa ferocemente.
La "caduta" di Pinochet, fino a poco tempo fa considerato in Cile un intoccabile (negli ambienti militari ha ancora numerosi seguaci), è iniziata il 22 settembre del 1998, quando l'ex generale andò a Londra per una operazione chirurgica.
Amnesty International e altre organizzazioni chiesero subito il suo arresto per violazione dei diritti umani. Pochi giorni dopo il giudice spagnolo Baltasar Garzon emise un mandato di cattura internazionale, chiedendo di incriminare il generale per la morte di cittadini spagnoli durante la dittatura cilena.
A sostegno di questa richiesta si espressero le sentenze dell'Audiencia Nacional di Madrid e della Camera dei Lords di Londra, richiamandosi al principio della difesa universale dei Diritti dell'Uomo e stabilendo rispettivamente che la Giustizia spagnola era competente per giudicare i fatti avvenuti durante la dittatura militare in Cile - dal momento che si tratta di "crimini contro l'umanità" che colpiscono, come soggetto giuridico, il genere umano nel suo insieme - e che i presunti autori di gravi delitti contro l'umanità, come appunto Pinochet, non godono di immunità per i loro crimini, neanche se si tratta di capi di Stato o ex capi di Stato.
Purtroppo il Ministro dell'Interno del Regno Unito, il laburista Jack Straw, il 2 marzo 2000 decise di liberare Pinochet e di permettere il suo ritorno in Cile, negando quindi l'estradizione e adducendo "ragioni umanitarie": un'espressione che suonò come un insulto alla memoria e al dolore dei familiari delle migliaia di vittime della sua dittatura.
A Santiago il giudice Guzman continua la sua inchiesta contro Pinochet, ma il vecchio ex dittatore resiste in tutti i modi per non essere portato davanti a un tribunale del suo Paese, quel Cile che per oltre vent'anni ha dominato col pugno di ferro.
In seguito ad un attacco di cuore, Pinochet muore il 10 dicembre 2006 dopo alcune settimane di degenza nell'ospedale militare di Santiago, a 91 anni.
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giovedì 7 settembre 2023
venerdì 11 settembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 settembre.
A Santiago del Cile, l'11 settembre 1973, con un colpo di Stato le forze armate guidate da Augusto Pinochet rovesciano il governo socialista di Salvador Allende, che muore durante l'assedio al palazzo presidenziale, dopo aver gridato attraverso Radio Magallanes le sue ultime parole: “Viva il Cile!, Viva il popolo!, Viva i lavoratori!”.
La giunta militare instaura un regime dittatoriale che resterà al potere per 17 anni, mentre il presidente deposto diviene un'icona, pur non esente da controversie. Il regime di Pinochet non trascura di trasferire nel proprio ricordo, tra le altre cose, omicidi e deportazioni di massa: sono circa diecimila i cileni torturati, e centinaia le migliaia di persone costrette all’esilio. La distruzione delle istituzioni democratiche è veloce e capillare. A tutto si sostituisce il dominio militare.
Il ruolo degli USA nel colpo di Stato rimane una questione controversa. Documenti declassificati durante l'amministrazione Clinton mostrano che il governo degli Stati Uniti e la CIA avevano cercato di rovesciare Allende nel 1970, immediatamente dopo la sua elezione.
Del resto, Henri Kissinger parlò chiaramente circa l'elezione di Allende in Cile: "Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell'irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli."
Eppure, ancora oggi molti documenti potenzialmente rilevanti rimangono coperti da segreto.
Nonostante la CIA venne avvisata da suoi informatori dell'imminente colpo di Pinochet con due giorni di anticipo, sostenne poi di "non aver giocato alcun ruolo diretto" nel golpe. Sempre Kissinger disse al presidente Richard Nixon che gli Stati Uniti "non lo avevano fatto" (riferendosi al colpo di Stato), ma ne avevano "creato le condizioni il più possibile". Infatti subito dopo l'insediamento del governo Allende, gli USA cercarono di applicare una pressione economica pesantissima sul Cile.
Tra i documenti del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, in seguito declassificati dalla presidenza Clinton, ce ne fu uno, particolarmente importante, scritto da Kissinger ed indirizzato ai capi della diplomazia, della difesa e dell'intelligence: il "decision memorandum n. 93", datato 9 novembre 1970. Questo documento dichiarava che la pressione doveva essere posta sul governo Allende per impedirne il consolidamento e limitarne la capacità di implementare politiche avverse agli USA e ai suoi interessi nell'emisfero. Nello specifico, Nixon indicò che nessun nuovo aiuto economico bilaterale doveva essere intrapreso con il governo del Cile.
Gli USA fornirono supporto materiale al regime dopo il golpe, anche se in pubblico lo criticavano. Il golpe di Pinochet , infatti, ebbe un'influenza politica enorme in tutto il mondo, e l'eco di questo avvenimento si farà sentire significamente anche in Italia negli anni '70.
Salvador Allende rimane tuttora uno dei pochi presidenti che, eletti democraticamente, abbiano tentato la costruzione di una società socialista. Con l'appoggio a Pinochet, gli USA vollero preventivamente stroncare sul nascere la via democratica al socialismo, mandando un inquietante segnale di avvertimento a tutti i partiti socialisti e comunisti che in maniera democratica stavano rafforzandosi in vari paesi del mondo.
venerdì 15 marzo 2013
In principio ci sono i peggiori; Claudio #Fava, La #notte in cui Victor non cantò, #golpe, #Cile, #citazione
In principio
Ce l'hanno spiegato fin da quando abbiamo cominciato a
mettere in riga le aste.
In principio ci sono i peggiori. Sunto di ogni male, lievito
di ogni violenza. Sui loro peccati si avvita la storia e si misura il passato.
Si chiamino Giuda o Pinochet, sono sempre un dolore necessario. Il profilo
oscuro della vita. Finché accade che ne incroci qualcuno sul tuo cammino. Lo
insegui, annusi le sue parole, ascolti le sue bugie. Alla fine ti accorgi che
il male è materia assai più complessa, senza molte evidenze, senza equazioni
risolte in punta di catechismo. E che, tutto sommato, persino i tiranni sono
personaggi incompiuti, votati alla crudeltà ma grotteschi fino alla bestemmia.
Così, ho pensato che in un tempo dedicato a eroi, poeti e
santi, per una volta valeva la pena raccontare loro, i cattivi ragazzi, gli
aguzzini, gli ultimi della storia. Quelli che hanno masticato il loro tempo
senza fingere mai buoni sentimenti. Li tiene insieme, in questo libro, una
geografia. Che è l'America Latina, ossia la terra più prossima a quella Sicilia
alla quale ogni nostra fantasia finisce disciplinatamente per tornare.
Li unisce anche una presunzione di scrittura. Che non
intende spiegare (chi furono, cosa fecero, quali colpe commisero), ma
semplicemente raccontare: un incontro, un odore, il ribrezzo di un pensiero, il
suono metallico di certe parole, una guapperia... Un libro di suoni smarriti,
di verbi lasciati a metà. Anche questo, in fondo, fa parte del mestiere del
male: mai dire, mai rivelare. Piuttosto, suggerire. Lasciando credere che ogni
cosa accaduta, ogni misfatto, ogni inutile ferocia siano solo brevi fatalità,
un soffio umido di scirocco sulla superficie della storia.
Questo libro è dedicato alla notte in cui Victor Jara non
cantò. La notte in cui gli mozzarono le mani, nella solitudine di baionette e
di cemento dello stadio di Santiago. La notte in cui gli tolsero la vita per
farne dono al generale Pinochet.
Da quel sangue sono trascorsi venticinque anni, un tempo
largo e lento che vale sempre la pena riepilogare. Se una virtù tiene insieme
le storie raccolte in queste pagine, è anzitutto quel nostro vecchio esercizio
chiamato memoria.
Santiago del Cile, estate 1973
E adesso ci si mette anche Isabel. Dura come un mulo,
Isabelita. Dice che non vuole andare via. Ha letto la morte negli occhi di suo
padre quando l'ha visto affacciato a una finestra del palazzo, con il mitra
puntato contro il cielo e l'elmetto di ferro in testa. Come un vecchio che
gioca alla guerra, come uno che ha già perduto. Tocca ad Arturo sottrarre
Isabel dalle braccia del presidente Allende, trascinarla verso la porta,
consegnarla a mani più robuste delle sue. Bisogna fare presto. Cinque minuti, ha
detto Pinochet, il tempo di far uscire le donne. Poi ricominceranno a sparare.
Tocca ad Arturo la contabilità di questa sconfitta. Armare
gli uomini rimasti, dividere i pochi fucili, assegnare a ciascuno lo stipite di
una finestra e un pezzo di cielo spiegando che la morte arriverà da lassù, dal
ventre dei caccia, dal grilletto di un aviatore, e dunque meglio tenere gli
occhi dentro quella striscia d'azzurro, un azzurro vasto come il cielo, pulito
come il cielo, peccato per questo settembre così tiepido, avrebbe saputo
riscaldare il petto, avrebbe addolcito le passioni, peccato che ci si sia messo
di mezzo quel prurito di generali, peccato d'ingenuità aver creduto ai loro
giuramenti, aver prestato ascolto alla loro fedeltà. E adesso tocca a lui,
Arturo Jiron, raccogliere le ultime paure di quei ragazzi che hanno scelto di
restare accanto al presidente, tocca a lui indicare a ogni moschetto il suo
quadrato di cielo.
Mestiere ingrato, quello di ministro della Repubblica nel
Cile di Allende. Ti capita di dover decifrare gli eventi anche per gli altri,
che fingono una speranza, che credono in una rivincita. Eppure basta solo
affacciarsi dal palazzo e raccogliere in uno sguardo la piazza chiusa dai carri
armati per capire che stavolta non sarà solo uno sfoggio di muscoli, un guizzo
di adrenalina come quel giorno in cui fecero marciare l'esercito sotto la
Moneda fino al tramonto. Adesso la piazza è diversa, un recinto di acciaio, un
silenzio che macina il cuore, che lacera gli occhi. È diversa anche l'attesa
che pesa su quel perimetro di uomini, sui fucili puntati in cerca di un ordine,
sui cuori offuscati, le dita ripiegate sull'acciaio del grilletto, una
disciplina di gesti e di odio come se non ci fosse più tempo per dire, per
correggere i rancori, come se nell'epilogo che sta per precipitare ci fosse
l'onesto sollievo di tutti, soldati, miliziani, governanti, comunisti,
colonnelli, figli, amici, generali, tutti uniti nell'ansia di farla finita, di
cercare la morte, di dare la morte e amen, per sempre amen, nei secoli amen,
tanto la storia ci dirà, ingoierà anche la nostra morte, digerirà la nostra
agonia senza un brivido di febbre, ci penserà la storia, signor presidente,
tenderà questi pensieri di fiele come un elastico, si accanirà su ogni parola,
la torcerà fino a spremerle ogni verità, la storia non perdona, signor
presidente, la storia non dimentica.
(Claudio Fava, “La notte in cui Victor non cantò”, ed.
Baldini & Castoldi, 1999, citazione tratta da http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/098/cafelib.htm
)
(immagine da http://bellissima893.blogspot.it/2012/08/11-de-septiembre-de-1973-chile.html
, immagini del golpe militare in Cile, 1973)
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