Cerca nel web

domenica 8 dicembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
L'8 dicembre 2014 muore il cantante Mango.
E' il 6 novembre 1954 quando Lagonegro, cittadina della provincia di Potenza, viene chiamata a dare i natali a Pino Mango (Giuseppe Mango); nasce qui una delle voci più originali del firmamento musicale italiano e non solo. Preludio incantevole, ricco di sfumature e virtuosismi vocali: è questa l'atmosfera che si respira ascoltando le sue inconfondibili canzoni.
Per Mango la musica non deve essere vincolata ma, al contrario, deve fruire di spazi immensi e per questo rivolge le sue attenzioni verso sonorità 'estere', non rispecchiandosi in una musica italiana allora troppo legata a determinati stereotipi.
Grande importanza è rivolta verso la dimensione ritmica; di grande interesse e utilizzo sono i tempi dispari, componendo spesso in 5/4 e 6/8, a dimostrazione di un'affinità musicale non proprio legata alla tradizione italiana.
Pur sentendosi molto vicino alle origini della nostra grande melodia, sente l'esigenza di fonderla con sonorità tipiche di altre culture come quella americana, anglosassone o irlandese.
Le canzoni di Mango non risultano essere mai scontate, ma sempre articolate in melodie elaborate e complesse. Inclinazione naturale, ascolto e studio: ecco la sintesi di una voce che, per timbro ed estensione vocale, la rende davvero unica, fino a sfociare nella sua caratteristica vocale: il semi-falsetto (voce di petto da non confondere con il falsetto che è una voce squisitamente di testa).
Conia un vero e proprio stile, tutto basato su continui cambi di pendenza: salite e discese dove la sua voce risalta senza esitazione, mostrandosi un cultore strenuo della perfezione stilistica.
La vocazione di Pino Mango è quella di usare parole facendone dei simboli sonori. Fama e popolarità conquistate con tanta gavetta, sagacemente salvaguardate dal dosaggio di continue ricerche musicali e con incisioni distanziate nel tempo e lungamente meditate.
Fin da piccolo il suo feeling con la musica risulta essere molto intenso e pieno di complicità, manifestando un'innata passione. A sette anni già suona con gruppi locali, a tredici si accosta a generi tutt'altro che melodici, infatti mastica dal rock duro al blues, cresce ascoltando Led Zeppelin, Deep Purple, Robert Plant, Aretha Franklin, Peter Gabriel, influenzando così la propria impostazione canora.
Parallelamente alla passione per la musica intraprende gli studi di Sociologia presso l'Università di Salerno e, quando sente l'esigenza di servire la sua vocalità, inizia a scrivere. Dimostra grande capacità realizzativa nello sviluppare linee melodiche che esaltano il cantato, il quale viene concepito come un vero e proprio strumento.
La prima incisione in assoluto è il brano: "Indiscutibilmente mia" che dopo il lancio promozionale prenderà il nome di "Su questa terra solo mia", inserita nell'album di esordio pubblicato nel 1976 "La mia ragazza è un gran caldo", con la RCA, dove cura la parte musicale delle sue canzoni, caratteristica rigorosamente rispettata fino alla fine. L'anno seguente, supportato dalla prestigiosa casa discografica Numero 1 - quella del periodo d'oro di Battisti - lancia il 45 giri "Fili d'aria / Quasi Amore", ormai considerato un vero e proprio pezzo da collezione in quanto ha la particolarità di contenere due brani mai pubblicati in nessun album.
Trascorre un altro anno e viene inciso un nuovo 45: "Una Danza / Non Aspettarmi".
A tre anni dall'album di esordio, coadiuvato sempre dal fratello Armando, si propone artisticamente con l'aggiunta del nome, Pino Mango; è il 1979, con una copertina molto particolare, incide il suo secondo lavoro discografico: "Arlecchino", accompagnato dal singolo "Angela Ormai".
Ancora un triennio di attesa e pubblica il suo terzo album, "E' Pericoloso sporgersi" data 1982, promuovendo anche l'omonimo singolo, stavolta a tenerlo a battesimo è la Fonit Cetra. Nel 1984 Mango presenta un provino che rimane però a lungo impantanato sulle scrivanie della Fonit.
Scoraggiato dalle flebili attenzioni, decide mestamente di abbandonare il mondo della musica e rigettarsi a capofitto negli studi accademici. Ironia della sorte, fu proprio questa la svolta della carriera dell'artista Mango.
Si trova presso gli studi della Fonit un "tale" Mogol che ascoltando un passaggio del provino, rimane bene impressionato e chiede di incontrare Mango, in quel periodo impegnato negli studi di Roma per la realizzazione di un album di Scialpi.
L'invito però viene rifiutato dal giovane lucano, ormai sempre più deciso a lasciare la musica per gli studi, e soltanto dopo ripetuti tentativi Mogol riesce nell'intento. L'incontro, avvenuto anche in presenza di Mara Majonchi e di Alberto Salerno, è positivo e si traduce prontamente non solo nella decisione di produrre il giovane artista ma anche di scrivere la lirica per questa musica. Così ebbe vita una delle canzoni più rappresentative e conosciute di Mango: stiamo parlando di "Oro".
Possiamo dire che in seguito a questo evento comincia una nuova avventura discografica, assistito anche da una collaborazione sempre più fitta con Mogol, che segnerà un momento di grande importanza nel suo percorso artistico. Cambio di marcia, e nei successivi 4 anni vengono pubblicati ben 4 album: l'onda inarrestabile del successo di Oro lo trascina sulla riviera ligure, infatti nel 1985 ad ospitare Mango è il palcoscenico sanremese. Debutta al Festival con Il Viaggio aggiudicandosi subito il premio della critica, e pubblicato il 45 giri, realizza l'album Australia.
Il 1986 lo vede ancora a Sanremo, stavolta gareggia nella categoria Big. E' il turno di Lei verrà e dell'album Odissea. Nello stesso periodo vince il Telegatto come 'rivelazione dell'anno'.
Nel 1987 è sempre Sanremo: il brano in questione è Dal cuore in poi, ma è un altro il brano che passerà alla storia: è l'anno di Bella d'estate, scritta con Lucio Dalla, il 33 invece prende il titolo di Adesso. Con questo brano ottiene grosse soddisfazioni che non tardano ad arrivare neanche dall'estero, album stampato in tutta Europa, in primis in Germania, ma spopola letteralmente in Spagna dove si colloca ai vertici delle classifiche e ben presto viene pubblicato l'album in lingua spagnola prendendo il nome di Ahora.
Nel 1988 Inseguendo l'aquila è il nuovo album dell'artista lucano, in questa occasione l'estratto è Ferro e fuoco. Ancora notevoli riscontri dall'estero ed ancora una pubblicazione in lingua iberica, album che in Spagna cambia nome: Hierro y Fuego.
Nel 1990 dopo due anni di pausa, si ritorna a Sanremo, il brano presentato è Tu si... Non è consequenziale al festival l'uscita dell'album, dapprima viene pubblicato il singolo sanremese poi bisogna attendere qualche mese prima della pubblicazione di Sirtaki. Canzoni del calibro di Nella mia città e Come Monna Lisa, diventano ben presto di grande successo in Italia e non solo. Nuovamente dall'amica Spagna arrivano segnali più che incoraggianti, viene pubblicato così il terzo album consecutivo in lingua spagnola. Nella bacheca va ad annoverarsi il premio Vela d'oro conferitogli a Riva del Garda.
Nel 1992 con l'uscita di Come l'acqua, viene decantato dagli addetti ai lavori come il cantante del pop-mediterraneo. Dallo stesso album, oltre all'omonima Come l'acqua pubblicata in una duplice versione, diventa un vero e proprio caposaldo della musica italiana la pittoresca e descrittiva Mediterraneo.
Nel 1994 cambia etichetta, stavolta è con la EMI che pubblica Mango, album omonimo, tra tutte spicca la canzone Giulietta scritta assieme al genio di Pasquale Panella.
Nel 1995 arriva una nuova partecipazione sanremese, il brano è Dove vai, premiato come miglior arrangiamento della manifestazione canora, a curarlo è Rocco Petruzzi; in seguito viene pubblicato il primo live di una ormai solida carriera artistica.
Nel 1997 ritorna alla Fonit Cetra con la pubblicazione di Credo e il ritorno è in pompa Magna. Per la realizzazione di quest'album, Mango si avvale di collaboratori internazionali del calibro di: Mel Gaynor (batterista dei Simple Minds) e David Rhodes (chitarrista di Peter Gabriel). L'album è musicalmente intriso di atmosfere rarefatte e di ambienti sonori, frutto dei sapienti arrangiamenti di Rocco Petruzzi e Greg Walsh.
L'anno seguente l'eco delle sirene Sanremesi hanno ancora fascino ammaliante e con la partecipazione di Zenima, presenta alla platea il brano Luce, magistralmente riproposto in versione inglese nella ristampa di Credo.
Nel 1999 un nuovo cambio di casa discografica, stavolta è il turno della WEA. Viene pubblicato così il primo The best ufficiale della discografia, il titolo dell'album è Visto così, contenente 2 inediti composti con l'ormai collaudato fratello Armando e nuovamente con Pasquale Panella. Amore per te fa da spartiacque, ma al seguito vi sono alcune rivisitazioni di brani divenuti dei veri e propri evergreen. Viene inoltre incisa per la prima volta da Mango Io Nascerò, canzone donata a Loretta Goggi nel 1986. Lo stesso Mango definisce quest'album come un punto di arrivo, un voler tirare le somme e fare il punto della situazione.
Dovranno passare però 3 anni, per capire bene il senso di queste parole...
Dopo 5 anni nel 2002 ritorna a pubblicare un album interamente di inediti: Disincanto. Come anticipato da lui stesso, stavolta troviamo un nuovo Mango, affiora una nuova veste dell'artista, ed una nuova vena compositiva. Sente per la prima volta l'esigenza di raccontarsi e quindi di scrivere i testi addentrandosi nel proprio io. Risulta essere autore di gran parte dell'intero album. Assoluto padrone e trascinatore dell'album è senza dubbio il brano "La rondine", da segnalare inoltre, la cover di Michelle dei Beatles, eseguita straordinariamente a 6 voci, tanto originale quanto affascinante.
Interamente composto da Mango, nel 2004 viene pubblicato "Ti porto in Africa" che è la naturale evoluzione del suo percorso musicale. Grande magia e raffinato equilibrio, affonda le radici nella melodia e la gestisce con suoni e arrangiamenti più propri del pop-rock di matrice anglosassone. Degno di nota è il bellissimo duetto con Lucio Dalla in "Forse che si, forse che no".
Il 2004 però è anche l'anno del debutto di Pino Mango come poeta, si presenta infatti al grande pubblico in una nuova ed elegante veste. Viene pubblicato il suo primo libro di poesie "Nel malamente mondo non ti trovo", 54 poesie che riassumono tutta la raffinatezza e la profondità del Mango poeta.
Nel 2005 "Ti amo così", pubblicato dalla Sony-BMG, è un canto all'amore poeticizzando la vita. Unica ispirazione sono i sentimenti più profondi che, messi sul pentagramma, arrivano fino ad un Dicembre degli aranci, in duetto con la moglie Laura Valente, capace di far commuovere anche i più duri di cuore. Di grande rilevanza vocale è anche la magistrale interpretazione del classico partenopeo I te vurria vasà.
Una bacheca così ricca non sta a proclamare un obbiettivo raggiunto, bensì alimentata dalle esperienze acquisite, funge da stimolo per esplorare i luoghi più affascinanti e diversi della musica, sempre alla ricerca di continue emozioni e nuove sonorità.
Muore improvvisamente di infarto durante un concerto a Policoro (Matera), mentre stava cantando una delle sue più belle canzoni: "Oro".

sabato 7 dicembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 dicembre.
Il 7 dicembre la liturgia Cristiana celebra Sant'Ambrogio.
Il nome latino di Sant'Ambrogio è Aurelius Ambrosius (Aurelio Ambrogio). La nascita di Ambrogio, una delle figure più importanti della Cristianità, si colloca presumibilmente intorno al 330 d.C. a Treviri, da una famiglia di origine romana. La leggenda racconta che, mentre era ancora in fasce, questo uomo straordinario (che in seguito fu ordinato Santo dalla Chiesa Cattolica) venne attorniato da uno sciame di api senza riportare alcuna conseguenza. Il padre, che esercitava la carica illustre di Pretorio dell'Impero romano, considerò tale episodio come un segno premonitore di ciò che attendeva Ambrogio nel futuro.
Quando il padre morì, Ambrogio ritornò a vivere a Roma con la famiglia, e qui si mise a studiare la Retorica. Cominciò ad esercitare la carriera di Avvocato della Prefettura italiana, africana e Illirica. Nel 370 fu chiamato a ricoprire la carica di Governatore nelle province di Emilia e Liguria, stabilendosi a Milano. Ma l'avvenimento più importante nella vita di Ambrogio fu senz'altro la nomina come Vescovo di Milano, sulla quale, nonostante varie vicissitudini, Ariani e Cattolici si trovarono d'accordo.
La nomina avvenne nel 374: subito dopo, forse spaventato dall'incarico troppo prestigioso o inaspettato, Ambrogio fuggì da Milano. Poi decise di accettare, pensando che quello era ciò che Dio voleva da lui.
Quindi si  spogliò di ogni bene terreno e offrì tutto ciò che aveva alla Chiesa. Dopo aver ricevuto il Battesimo e aver preso gli Ordini (Ambrogio era catecumeno!), fu consacrato Vescovo il 7 dicembre 374: a fargli da guida fu scelto il prete Simpliciano.
La spiccata personalità, le conoscenze bibliche e l'atteggiamento sempre aperto e disponibile di Ambrogio conquistarono anche l'imperatore Graziano, che lo scelse come consigliere. Proprio grazie all'intervento di Ambrogio, durante gli anni in cui governò Graziano, la religione cattolica riuscì ad imporsi come unica fede pubblica ammessa nell'impero. A questo proposito, fu l'imperatore Teodosio I ad ufficializzare la religione cattolica come fede di Stato con l'editto di Tessalonica. Di fatto Ambrogio si dimostrò sempre un tenace avversario del Paganesimo e dell'Arianesimo.
Sant'Ambrogio, patrono di Milano (insieme a San Carlo Borromeo e San Galdino) , è considerato uno dei Dottori della Chiesa Cattolica. Uomo di cultura ma al tempo stesso capace di guidare le masse, Sant'Ambrogio è stato sempre protagonista di racconti e leggende popolari.
Oltre all'episodio dello sciame di api citato all'inizio, ve ne sono altri che testimoniano la grandezza di questo uomo e il suo straordinario carisma. Si narra ad esempio che un giorno, camminando per le vie di Milano, Ambrogio incontrò un fabbro che aveva difficoltà a piegare il morso di un cavallo. Pare che Ambrogio riconobbe in quel morso un chiodo che venne utilizzato per crocifiggere Gesù Cristo. Un chiodo della crocifissione si trova oggi sull'altare maggiore del Duomo di Milano.
Altra leggenda su Sant'Ambrogio racconta della lotta tra Ambrogio e il demonio, che avvenne presso una colonna romana. Il diavolo conficcò le corna nel marmo durante la colluttazione, poi spaventato fuggì via. Pare che da quei fori della colonna (che si trova nella piazza antistante la Basilica di Sant'Ambrogio a Milano) fuoriesca un caratteristico odore di zolfo e che mettendo l'orecchio sul buco si odano gli stridori dell'inferno.
C'è un altro racconto leggendario che vede come protagonista Sant'Ambrogio: esso è la battaglia di Parabiago, che si combatté il 21 febbraio 1339, e che vide lo scontro tra le truppe milanesi guidate da Luchino Visconti e quelle della Compagnia di San Giorgio, condotte invece dal pretendente Signore di Milano, Lodrisio Visconti. Le sorti della celebre battaglia, in cui ebbe la meglio la compagnia guidata da Luchino con il nipote Azzone, pare siano state decretate proprio da un'apparizione di Sant'Ambrogio, che comparve in sella ad un cavallo con la spada sguainata e mise paura alle truppe di Lodrisio.
Sant'Ambrogio morì a Milano il 4 aprile dell'anno 397. Il sul culto è molto seguito non solo a Milano e dintorni (è patrono di Vigevano), ma anche perché ha lasciato di sé un imponente patrimonio letterario e religioso: opere liturgiche, trattati ascetico-morali, commentari sulle Sacre Scritture. Sant'Ambrogio viene ricordato e venerato il 7 dicembre, data in cui avvenne la sua ordinazione come Vescovo di Milano. E' considerato il protettore degli apicoltori.
Una delle forme più riuscite di pastorale e liturgia si deve proprio a lui, che ha gettato le basi della cultura religiosa cristiana che si è sviluppata in seguito nel Medioevo. In particolare, Sant'Ambrogio diffuse e promosse il canto corale: gli inni autentici ambrosiani sono quattro, e vengono utilizzati soprattutto durante la celebrazione della liturgia festiva oppure durante le preghiere.

venerdì 6 dicembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 dicembre.
Il 6 dicembre 1930 Pablo Neruda sposa Maria Antonieta Hagenaar Vogelzang.
Neruda nasce il 12 luglio 1904 a Parral (Cile), non lontano dalla capitale Santiago. Il suo vero nome è Neftali Ricardo Reyes Basoalto.
Il padre rimane vedovo e nel 1906 si trasferisce a Temuco; qui sposa Trinidad Candia.
Il futuro poeta comincia presto a mostrare interesse per la letteratura; il padre lo avversa ma l'incoraggiamento arriva da Gabriela Mistral, futuro Premio Nobel, che sarà sua insegnante durante il periodo di formazione scolastica.
Il suo primo lavoro ufficiale come scrittore è l'articolo "Entusiasmo y perseverancia" e viene pubblicato a soli 13 anni sul giornale locale "La Manana". E' nel 1920 che per le sue pubblicazioni inizia ad utilizzare lo pseudonimo di Pablo Neruda, che in seguito gli verrà riconosciuto anche a livello legale.
Neruda nel 1923 ha solo 19 anni quando pubblica il suo primo libro: "Crepuscolario". Già l'anno seguente riscuote notevole successo con "Venti poesie d'amore e una canzone disperata".
A partire dal 1925 dirige la rivista "Caballo de bastos". Intraprende la carriera diplomatica a partire dal 1927: viene nominato prima console a Rangoon, poi a Colombo (Ceylon).
Nel 1930 sposa una olandese a Batavia. Nel 1933 è console a Buenos Aires, dove conosce Federico Garcia Lorca. L'anno successivo è a Madrid dove stringe amicizia con Rafael Alberti. Allo scoppio della Guerra Civile (1936) parteggia per la Repubblica e viene destituito dall'incarico consolare. Si reca quindi a Parigi. Qui diviene console per l'emigrazione dei profughi cileni repubblicani.
Nel 1940 Neruda viene nominato console per il Messico, dove incontra Matilde Urrutia, per la quale scrive "I versi del capitano". Viene eletto senatore nel 1945 e si iscrive al partito comunista.
Nel 1949 dopo un periodo di clandestinità, per sottrarsi al governo anticomunista di Gabriel González Videla, fugge dal Cile e viaggia attraverso Unione Sovietica, Polonia e Ungheria.
Tra il 1951 e il 1952 passa anche per l'Italia; vi ritorna poco dopo e si stabilisce a Capri. Tra il 1955 e il 1960 viaggia in Europa, Asia, America Latina.
Nel 1966 la sua persona è oggetto di una violenta polemica da parte di intellettuali cubani per un suo viaggio negli Stati Uniti.
Pablo Neruda riceve il Premio Nobel per la Letteratura nel 1971. Muore a Santiago il 23 settembre 1973.
Tra le sue opere più importanti vi sono "Residenza sulla terra", "I versi del Capitano", "Cento sonetti d'amore", "Canto generale", "Odi elementari", "Stravagario", "Le uve e il vento", il dramma "Splendore e morte di Joaquin Murieta" e il libro di memorie "Confesso che ho vissuto".

giovedì 5 dicembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 dicembre.
Il 5 dicembre 1952 quello che fu ribattezzato "il grande smog" comincia ad assalire Londra.
Sono ormai pochi quelli che se la possono ricordare: quella fitta e densa nebbia che nel 1952 oscurò per cinque lunghi giorni il cielo di Londra, causando gravi problemi respiratori e uccidendo migliaia di persone. Per più di sessant'anni nessuno scienziato era riuscito a spiegare la natura e l’origine di questo incredibile fenomeno che gli esperti hanno definito il ''Grande smog'', ma oggi il mistero sembra essere stato finalmente risolto.
Dopo decenni di ricerche, un team internazionale di scienziati è riuscito a scoprire una specifica reazione chimica che potrebbe aver causato il peggior evento di inquinamento atmosferico nella storia europea, evidenziando come caratteristiche simili siano presenti oggi in Cina e in altri luoghi. Il loro studio è stato pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences.
Ma torniamo un attimo indietro nel tempo. Esattamente al 5 dicembre del 1952, quando una fitta coltre di nebbia calava sulla città di Londra nell’iniziale indifferenza dei londinesi, abituati a nebbioni e muri di smog che potevano durare anche per settimane. Nei giorni successivi, però, le condizioni peggiorarono rapidamente: la visibilità si ridusse a pochi metri in molte parti della città costringendo le autorità a chiudere scuole, teatri e cinema, e spingendo la cittadinanza a rinchiudersi in casa. E quando la nebbia finalmente si alzò, alle sue spalle lasciava almeno 4mila morti, tra cui molti bambini e anziani, e più di 150mila ricoverati in ospedale.
Secondo studi recenti, però, il conteggio iniziale dei decessi oggi va rivisto al rialzo, con più di 12mila morti di tutte le età, a cui vanno aggiunti oltre 100mila malati. E sebbene sia ormai noto che le cause di molte di queste morti siano da ricercarsi nei livelli altissimi di inquinamento raggiunti nei giorni precedenti al Grande smog, i processi chimici esatti che hanno portato a questo mix micidiale di nebbia e inquinamento non erano mai stati pienamente compresi fino a poco tempo fa.
Tornando ad oggi, grazie a esperimenti di laboratorio e misurazioni atmosferiche in Cina, il team di esperti è riuscito a dimostrare che il solfato, il principale agente chimico delle piogge acide, è probabilmente il fattore che ha contributo alla formazione del Grande smog del '52. La produzione del mix letale sarebbe dovuta alla presenza di altre due sostanze chimiche nelle giuste proporzioni: acido solforico e anidride solforosa, un gas inquinante derivante dalla combustione del carbone. Interagendo in particolari condizioni queste possono contribuire a formare il solfato, che a sua volta costituisce un importante componente del cosiddetto particolato, l'insieme delle sostanze inquinanti organiche e inorganiche sospese nell'aria, in grado di penetrare i tessuti polmonari, causando quindi gravi danni alle vie respiratorie.
Sul piano strettamente tecnico, lo studio ha indagato alcuni processi chimici che possono aver prodotto la grande quantità di particolato presente nel Grande smog del '52, scoprendo che il tassello mancante, fino ad oggi, era un’ulteriore sostanza: il biossido d’azoto, un co-prodotto della combustione molto presente all’epoca nell’atmosfera di Londra, che avrebbe facilitato la reazione chimica che ha prodotto il solfato.
Un altro aspetto fondamentale nel Grande smog sarebbe stata la presenza di nebbia naturale, che avrebbe fornito l’ambiente perfetto per le reazioni chimiche che hanno prodotto l’acido solforico, e una volta evaporata, avrebbe poi lasciato nanometriche particelle acide che hanno ricoperto la città.
''Il fenomeno catastrofico del '52 è stato causato principalmente dalla presenza di aria ristagnante e un’elevatissima concentrazione di particolato, dovuto alle emissioni di combustibili fossili'', spiega Nicola Pirrone, Direttore dell'Istituto sull'Inquinamento Atmosferico (Iia). ''Parliamo di livelli elevatissimi, molto lontani, per fortuna, da quelli che si registrano ad esempio in Italia, nonostante anche da noi la qualità dell'aria sia comunque fuori norma, a causa per esempio del riscaldamento domestico e delle automobili. Anche oggi comunque, in paesi come la Cina si verificano eventi di inquinamento atmosferico simili al Grande smog. Per esempio a Pechino, dove in alcuni periodi dell'anno si giunge a punti critici in cui la densità delle polveri sottili aumenta drasticamente, raggiungendo livelli di particolato che si aggirano intorno ai 300/400 microgrammi per metro cubo''.
Anche lo studio pubblicato su Pnas evidenzia, infatti, che una composizione chimica simile a quella del Grande Smog si può trovare anche in Cina, dove, non a caso, si trovano ben 16 delle 20 città più inquinate del mondo. Lo studio dimostra infatti che nel paese asiatico sono in atto fenomeni chimici simili, ma non identici, a quelli che hanno prodotto il Grande smog, che meritano quindi maggiori studi per verificarne la reale pericolosità.
''Una migliore comprensione della chimica dell'aria è la chiave per lo sviluppo di interventi normativi efficaci in questo Paese'', spiega Zhang. ''Risolvendo il mistero della nebbia killer di Londra, crediamo che anche per la Cina abbiamo dato alcune idee di come migliorare la qualità dell'aria. La riduzione delle emissioni di ossidi di azoto e ammoniaca è probabilmente molto efficace nel distruggere il processo letale di formazione del solfato''.

mercoledì 4 dicembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 dicembre.
Il 4 dicembre 2016 si tenne in Italia il terzo referendum di modifica costituzionale nella storia della Repubblica.
Il terzo referendum costituzionale nella storia della Repubblica Italiana ebbe luogo il 4 dicembre 2016, quando la maggioranza dei votanti respinse il testo di legge costituzionale della cosiddetta riforma Renzi-Boschi, approvato in via definitiva dalla Camera il 12 aprile 2016 e recante modifiche alla parte seconda della Costituzione.
La consultazione popolare vide un'affluenza alle urne pari a circa il 65% degli elettori residenti in Italia e all'estero e una netta preponderanza dei pareri contrari alla riforma, che superarono il 59% delle preferenze espresse. Non essendo previsto un quorum di votanti, la riforma sarebbe entrata in vigore se il numero dei voti favorevoli fosse stato superiore al numero dei suffragi contrari, a prescindere dalla partecipazione al voto.
La proposta di riforma era stata approvata dal Parlamento con una maggioranza inferiore ai due terzi dei componenti di ciascuna camera: di conseguenza, come prescritto dall'articolo 138 della Costituzione, il provvedimento non era stato direttamente promulgato proprio per dare la possibilità di richiedere un referendum confermativo entro i successivi tre mesi, facoltà esercitata nello stesso mese di aprile 2016.
Fu il terzo referendum costituzionale nella storia della Repubblica Italiana dopo quello del 2001, quando vinse il «sì» con un'affluenza di circa il 34%, e quello del 2006, quando invece prevalse il «no» con una partecipazione del 52,5%.
Quando il risultato del voto era ormai chiaro – nella prima ora del 5 dicembre 2016 – Matteo Renzi ha annunciato per il seguente pomeriggio le sue dimissioni da presidente del Consiglio. Durante la giornata del 5 dicembre, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tuttavia chiesto a Renzi di «soprassedere alle dimissioni» per presentarle al completamento dell’iter parlamentare di approvazione della legge di bilancio.
Successivamente alla bocciatura della riforma costituzionale e alle dimissioni del Presidente del Consiglio, la borsa di Milano ha chiuso la giornata di lunedì in maniera stabile (-0,2% rispetto alla vigilia del voto), mentre nella giornata del 6 dicembre i listini hanno segnato un rialzo del +4,15% (miglior risultato dall'11 marzo 2016).
Il 7 dicembre, dopo l'approvazione definitiva della legge di bilancio 2017 da parte del Senato (già approvata dalla Camera dei deputati il precedente 28 novembre), e dopo alcune comunicazioni date alla direzione del partito da lui guidato, Renzi è salito al Quirinale alle ore 19:00 circa, formalizzando le sue dimissioni e dando quindi il via alla crisi di governo. Il presidente della Repubblica a sua volta si è «riservato di decidere», invitando il governo a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti, programmando le consultazioni a partire dalla serata del giorno successivo. Successivamente alle consultazioni Mattarella affida l'incarico per un nuovo esecutivo a Paolo Gentiloni (già ministro degli esteri del governo Renzi), il quale accetta con riserva. Dopo veloci consultazioni con i gruppi parlamentari scioglie la riserva e in tempi strettissimi giura con i suoi ministri al Quirinale e riceve nei due giorni successivi la fiducia delle due camere. Nasce così il governo Gentiloni, sostanzialmente composto dagli stessi ministri del precedente governo Renzi (con esclusione di Stefania Giannini sostituita da Valeria Fedeli e di Maria Elena Boschi sostituita da Anna Finocchiaro, entrano nel governo 5 nuovi ministri, mentre altri 5 ministri, pur rimanendo, cambiano ministero). Contrariamente a quanto dichiarato in campagna elettorale, la ex ministra per le riforme costituzionali Maria Elena Boschi (prima firmataria della proposta di riforma) decide di non abbandonare la politica e viene nominata sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri.

martedì 3 dicembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 dicembre.
Il 3 dicembre 1914 inizia la battaglia di Al- Qurna.
Già agli albori del XX secolo, le strategie polito-strategico-militari nell'area del Golfo Persico erano legate al destino dei campi petroliferi della Persia sud-occidentale, sfruttati in quel periodo dalla Gran Bretagna. La vicinanza di questi campi con i confini dell'impero Turco, nuovo alleato austro-tedesco, creò un ovvio motivo di forte interesse britannico ad agire nell'area. A questi grandi interessi economici, da parte inglese vennero aggiunti motivi di altra natura per agire militarmente in quelle aree che, seppur non sotto il controllo diretto di Londra, vivevano in una sorta di protettorato militare britannico; Maometto V infatti, da Costantinopoli, aveva lanciato il proclama della "guerra santa" di tutti i musulmani contro l'Impero britannico, cosa che avrebbe avuto un effetto assai negativo sulla popolazione musulmana tra i sudditi dell'India.
La prima azione bellica nel Golfo Persico fu il bombardamento di forte Fao, chiave strategica per la raffineria di Abadan, il 6 novembre, giorno in cui le truppe anglo-indiane sbarcarono e intrapresero una rapida avanzata. La Brigata indiana prese rapidamente Abadan, sede di una importante raffineria e capolinea della conduttura proveniente da Ahwaz. Con la perdita di Abadan, la posizione turca andava complicandosi: all'alba dell'11 novembre le forze ottomane attaccarono l'accampamento britannico ma vennero sconfitte e dovettero ritirarsi. Il 19 novembre i britannici raggiunsero le posizioni ottomane nei pressi di Sahil ma una bufera ne rallentò l'avanzata. Dopo aver abbattuto le difese nemiche, i britannici inflissero pesanti perdite al nemico. L'esercito ottomano fu costretto a ritirarsi lasciando Bassora priva di difese e il 21 novembre il 104 reggimento di fucilieri Weesley ed il 117 reggimento indiano Mahrattas occupò la città, per poi, risalire il corso del fiume Tigri con obiettivo Qurna.
Il 3 dicembre, gli ottomani si fortificarono ad Al Qurna stessa. Una forza britannica, composta da due battaglioni indiani; il 104° fucilieri del Wellesley e il 110° fanteria leggera Mahratta, e una doppia compagnia di soldati britannici deal Norfolk Regiment accompagnato da diversi pezzi d'artiglierie. Le navi della Royal Navy sull'Eufrate tenevano gli Ottomani sotto un fuoco di sbarramento incessante mentre le truppe britanniche attraversavano il Tigri. Le truppe britanniche e indiane avanzavano quindi in campo aperto, ma solo dal 6, rafforzate dal resto del Norfolk Regiment, il 7° Rajput e 120° Fanteria insieme ad alcuni cannoni da montagna, cercarono una nuova decisiva avanzata. Gli Ottomani, da par loro, si erano trasferiti di nuovo sulle posizioni che avevano perso nel precedente attacco inglese, così, britannici e indiani dovettero combattere duramente per riprendere quelle stesse posizioni. Anche in questo attacco, riuscirono a spingere gli ottomani indietro, ma non fu abbastanza per attraversare il fiume nei pressi di Qurna. L'8, il 104° e 110° Fanteria furono inviati per un meticoloso pattugliamento sul Tigri per trovare un luogo adatto all'attraversamento. Riuscirono nell'intento, tanto che furono in grado di tagliare agli Ottomani la ritirata verso nord, mentre le cannoniere persistevano in un'azione di bombardamento efficace delle postazioni nemiche in città. La notte dell'8 un piroscafo ottomano navigò lungo il fiume con luci e sirene accese, ed il Comandante Wilfrid Nunn, a capo della cannoniera britannica Espiegle, diede accesso a bordo a tre ufficiali ottomani per le negoziazioni in cui gli Ottomani specificavano di voler cedere la città per poi ritirarsi. Nunn, che non era in contatto con Fry, insistette per una resa incondizionata, richiesta che sconvolse gli ottomani, che si convinsero a dover accettare. Il 9 dicembre, il comandante ottomano, il colonnello Subhi Bey, il Wali o governatore di Bassora, si arresero con tutte le loro forze, consegnando come prigionieri, insieme a loro ben 42 ufficiali ottomani e 989 soldati. Le perdite britannico-indiane furono di circa 27 soldati uccisi e 242 feriti mentre, dal punto di vista delle forze navali i britannici ebbero due marinai uccisi e 10 feriti.
I britannici si fermarono a Qurna, accontentandosi di monitorare le mosse del nemico che andava comunque rinforzandosi. Così, entro la metà di dicembre del 1914, il fronte della Mesopotamia meridionale si era stabilizzato e anche considerando le difficili condizioni in cui si trovava, l'armata anglo-indiana aveva, nel periodo tra il novembre ed il dicembre 1914, compiuto un piccolo capolavoro per rapidità ed efficienza, riuscendo a mettere sotto il proprio controllo l'oleodotto persiano e consentendo alle navi britanniche di risalire indisturbate lo Shatt-el-Arab sino alla raffineria di Abadan.

lunedì 2 dicembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 dicembre.
Il 2 dicembre 1804 Napoleone Bonaparte si autoincorona imperatore dei francesi.
Altro che Royal Wedding, come gli inglesi chiamano i matrimoni dei loro rampolli che si lasciano poi rubare la scena dal golosissimo lato b della sorella della sposa. Quello che si compì il 2 dicembre del 1804 nella Chiesa di Nôtre Dame, a Parigi, fu il più fastoso, dispendioso quant’altri mai, presuntuoso oltre ogni immaginazione funerale celebrato alla storia passata degli uomini sotto le apparenze di voler glorificare la presente e inaugurare la futura.
Dieci anni di trionfi non sarebbero bastati, al protagonista di quella messinscena, ad evitare Waterloo, passato – da nome di una radura acquitrinosa alla periferia di Bruxelles – a termine eponimo di disastro, disfatta totale. Napoleone Bonaparte, questo il nome del personaggio, volle essere incoronato “imperatore” per una ragione molto precisa: disse che la parola “re” avrebbe implicato un riferimento alla monarchia e alla connessa idea di genealogia. Lui, invece, non si considerava discendente di nessuno. Non aveva padri. Era lui e basta.
Scelse la cattedrale di Parigi invece di quella di Reims, dove erano stati incoronati tutti i re francesi, anche per questo motivo. Permise al papa di presenziare, ma solo per impartire una benedizioncella finale. Per il resto della cerimonia – lunghissima, oltre cinque ore, alla fine della quale metà dei presenti si mise a letto per sopravvenute complicanze di natura cardiorespiratoria perché faceva un freddo cane e tutti erano vestiti piuttosto leggeri – gli offrì rigorosamente le spalle.
In mancanza delle canoniche “televisioni di tutto il mondo” l’incarico di rendere memorabile la giornata – o meglio il suo momento culminante – fu affidato al più grande dei pittori francesi allora viventi, Jeacques-Louis David, il quale realizzò l’immenso quadro che sempre si accompagna al ricordo dell’evento.
 Vi sono raffigurati – analiticamente, uno per uno – tutti i dignitari, gli amici e i parenti che assistettero alla cerimonia. Fare un ritratto è già difficile, metterne insieme tanti è un’impresa folle, di cui si può avere qui una introduzione di massima.
Il quadro di David presenta altri aspetti interessanti. Quello più evidente è dato dal fatto che la scena, con quegli archi a tutto sesto e i pilastri da chiesa barocca, non ricorda affatto la Nôtre Dame che conoscono i turisti e gli appassionati del gotico. Ma David non si è sbagliato né ha lavorato di fantasia. Ha ripreso la scena così come si trovava dopo che, anni prima, il presbiterio della cattedrale era stato rimaneggiato in forme, appunto, barocche. Degli archi a sesto acuto resta solo una vaga citazione nella forma cuspidata delle mitrie di qualche arcivescovo sparso. Il papa stesso, in un cantuccio al di là di un personaggio in piedi, ha soltanto lo zuccotto.
L’altro aspetto interessante è legato alla storia del dipinto. Che inizialmente prevedeva di fissare non il momento in cui l’Imperatore incorona la moglie inginocchiata ai suoi piedi (corse voce che in realtà fosse inciampata sui vestiti troppo lunghi come Jennifer Lawrence alla consegna degli Oscar), ma quello in cui lui, Napoleone Bonaparte, si incorona da sé, mentre il papa, depresso, se ne sta lì dietro buono buono. Neanche in quell’atteggiamento stancamente benedicente che si vede nel quadro. (E così doveva davvero essere, il povero Pio VII, se perfino nella cattedrale di Chiavari, la città ligure in cui sostò tre giorni nel corso del viaggio che lo avrebbe portato in Francia, il pittore che rappresentò i cittadini accorsi a rendergli omaggio lo dipinse accasciato su una sedia, più psicologicamente abbattuto che stanco della carrozza).
Dunque in un primo tempo la scena doveva essere quella del disegno preparatorio. Ma forse David ebbe paura di fissarla, perché avrebbe significato quel che in effetti Napoleone intendeva significare, ma era meglio che non venisse gridato, e cioè che non c’era altro dio al di fuori di lui. Che quell’altro, che aveva regnato per tanti secoli, poteva starsene lì in disparte, tanto nessuno lo avrebbe disturbato. Purché, ovviamente, non fosse lui a voler disturbare qualcuno. E men che meno quella parodia di Cesare e di Augusto che gli dava le terga.
David scelse l’altra soluzione, di cui il suo committente si rallegrò fortemente perché – disse – rendeva omaggio anche a colei che da quel momento avrebbe regnato con lui. Bugia grande come una casa perché era comunque lui che la stava incoronando e il gesto non era reciproco. E i simboli contano.
Molti, da allora in poi, hanno scelto di commentare il momento e il relativo quadro richiamandosi alla tradizione di potere (da Augusto a Carlo Magno e poi, su su, fino all’ultimo discendente del Sacro Romano impero) che il nuovo imperatore intendeva inaugurare nello stesso tempo confermandola nei suoi simboli e negandola delle sue pretese.
C’è però un’altra possibilità di leggere la scelta davidiana. E riguarda l’uomo così come l’Empereur volle pensarlo. La filosofia, fin dai suoi esordi, volle richiamarsi alla iscrizione del tempio di Delfi che suggeriva, all’uomo che volesse diventare finalmente umano, di conoscere se stesso.
“Conosci te stesso” fu il motto di Socrate. Che però si presentava problematico, perché ammettendo pure che uno possa cercare di conoscere se stesso, che ne è di quell’altro lui – più grande – che è impegnato nell’operazione che ha se stesso per oggetto? Come la sfericità della Terra si può osservare soltanto dalla Luna o da qualche altro pianeta o stella, così l’uomo, per conoscersi, ha sempre avuto bisogno di uscire da sé, di essere altro da sé. Maggiore di sé.
Il potere, ossia la rappresentazione astratta che l’uomo dà della propria condizione rispetto alle altre creature, ha sempre preso atto di questo paradosso: chi incoronava intendeva sempre significare all’incoronato: sei re, ma se hai il potere sugli altri, è perché te lo ha dato un altro. Non ci si può incoronare con le proprie mani come – dice Jovanotti – non ci si può togliere la sete ingoiando la saliva.
Napoleone osò dichiarare decaduta questa tradizione: l’altro, l’uomo più grande di sé che può conoscere se stesso e, attraverso se stesso, consentire al mondo di riconoscersi, sono io, disse a se stesso e al mondo. Sono la luce del mondo (Apollo, come lo raffigurò Canova). Jacques-Louis David si ritirò di fronte a questa sontuosa forma di tracotanza, di ybris come l’avrebbero detta i greci. Fedor Dostoevskij ne fece il contenuto del suo magnifico “Delitto e Castigo”, il cui protagonista Raskol’nikov si richiama continuamente, nella sua malvagità, al Grande Corso.
Il giorno di Waterloo era comunque lì in attesa, sornione.

domenica 1 dicembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo dicembre.
Il primo dicembre 1913 Henry Ford introduce la catena di montaggio nei suoi stabilimenti per la produzione di automobili.
La catena di montaggio nasce tra Ottocento e Novecento, quando l’ingegnere Frederick Taylor mette a punto il suo sistema di organizzazione scientifica del lavoro. Il processo produttivo viene scomposto in parti semplici e ogni operaio ne compie una. Il lavoro si squalifica, ma la produttività cresce in modo impressionante.
Essa è generalmente costituita da un nastro trasportatore, che scorre portando con sé le diverse parti da assemblare per ottenere il prodotto finito. Ogni operaio può così montare un unico pezzo alla volta, tramite movimenti ripetitivi e meccanici, con un notevole risparmio dei tempi di produzione, ma anche con una rigida divisione dei compiti che affida a ciascun addetto un’unica mansione specifica da ripetere ininterrottamente.
La catena di montaggio venne perfezionata e utilizzata per la prima volta nel 1913 nella fabbrica automobilistica dell’americano Henry Ford, riducendo i tempi necessari a produrre una singola autovettura da 12 ore ad un’ora sola.
Sull’esempio delle industrie Ford questo sistema di produzione seriale si diffuse velocemente in tutti i maggiori impianti industriali dell’epoca. La nuova tecnica, conosciuta anche con il termine di fordismo, divenne uno dei pilastri fondamentali dell’economia del XX secolo e rivoluzionò l’organizzazione della produzione a livello globale con l’avvio dei consumi di massa, grazie alla standardizzazione dei prodotti e la riduzione dei costi e prezzi.
La catena di montaggio fu però subito anche criticata da coloro che ritenevano che questo sistema di lavoro, altamente ripetitivo e meccanico, provocasse alienazione della psiche, e disturbi motori negli operai costretti a gesti ripetitivi, in rapida successione e privi di contenuto professionale. Le problematiche connesse all’utilizzo delle catene di montaggio furono rese celebri dal famosissimo film di Charlie Chaplin, Tempi moderni, che descrive in maniera molto efficace gli effetti stressanti ed alienanti che tale metodo produceva negli operai addetti.
Nei moderni impianti industriali tali problemi sono stati ormai superati con l’automazione delle catene di montaggio, cioè affidando le mansioni più pericolose e ripetitive a robot industriali e riducendo così notevolmente gli effetti negativi sugli uomini legati alla produzione in serie.

Cerca nel blog

Archivio blog