Cerca nel web

sabato 19 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 ottobre.
Il 19 ottobre 1469 si uniscono in matrimonio Isabella di Castiglia e Ferdinando II d'Aragona.
I due giovani sposi si erano conosciuti di persona solo pochi giorni prima, giungendo nella città castigliana di Valladolid in clandestinità e in povertà, con un re disposto a far incarcerare la sposa, che era sua sorella e la sua giovane erede, e a eliminare di nascosto il giovane principe suo sposo. Con denaro preso in prestito e grazie al via libera di una falsa bolla papale, in una mattina del 19 Ottobre 1469, in casa di amici fedeli erano uniti in nozze lei, Isabella di Castiglia e lui, Ferdinando d’Aragona, futuri “Reyes Catòlicos” e primi sovrani di ciò che sarebbe divenuto il Regno di Spagna. Come mai sposarsi di nascosto e falsificando una bolla papale? Poteva un matrimonio essere tanto importante da far rischiare la pelle al futuro re d’Aragona e alla futura regina di Castiglia?
Anticamente, la Spagna era divisa in vari regni cristiani, che avevano fatto della Reconquista e della cacciata del moro dalla penisola iberica la loro ragione di vita. Nel corso del medioevo la spinta verso il sud islamico era diventata una vera e propria migrazione armata verso la costa meridionale, guidata dalle armate dei regni di Portogallo, Castiglia e Aragona. Il Portogallo e l’Aragona terminarono la reconquista raggiungendo rispettivamente le coste atlantica e del mediterraneo, e mentre il Portogallo volse le proprie energie all’esplorazione delle coste africane,  l’Aragona iniziò a creare impero mercantile sulle coste del mediterraneo occidentale.
In Catalogna, la parte più ricca del regno aragonese, i mercanti di Barcellona divennero talmente potenti da riuscire a imporre al sovrano una sorta di sistema costituzionale che imponeva alla monarchia di coinvolgere le assemblee catalane nella formazione delle leggi. Questo sistema fece la fortuna del regno d’Aragona e della regione Catalana, unendo libertà e prosperità.
In maniera totalmente differente si era evoluta la Castiglia, dove il continuo sforzo militare contro gli arabi di Spagna aveva forgiato una società incentrata su un’economia di pastorizia e su una potente aristocrazia guerriera (poco incline al commercio e all’esaltazione del lavoro manuale), scarsamente disponibile a obbedire al sovrano.
I tre regni alternavano alla gestione dei propri affari fuori dall’Hiberia a innumerevoli conflitti fra loro, e nonostante che dal 1412 il regno di Castiglia e quello d’Aragona condividessero la medesima dinastia regnante, quella dei Trastamara, non sembrava probabile (per quanto fosse possibile) che la penisola riuscisse a riunirsi sotto un unico sovrano, né che i popoli ispanici mettessero da parte le rispettive antipatie.
Con la prosperità giunse anche l’ambizione, e i Re d’Aragona iniziarono a espandersi in Italia, prendendo possesso via via della Sicilia, della Sardegna e del Regno di Napoli. Questo, unitamente alla lunga decadenza economica che colpì l’area di Barcellona in seguito alla Peste Nera, allontanò sempre di più le esigenze del ceto mercantile (Bisognoso di sostegno e di pace) dal Re d’Aragona (Sempre più bisognoso di denaro e di tasse per la propria politica militare ed espansionistica in Italia).
Il culmine dello scontro era stato raggiunto nel 1462 con lo scoppio della guerra civile fra i sostenitori di Giovanni II d’Aragona, padre di Ferdinando, e i grandi mercanti che dominavano la società catalana. In questa situazione era fondamentale per Giovanni II rafforzare la posizione della monarchia, e il modo migliore per farlo era maritare il figlio Ferdinando con la traballante erede al trono castigliano, Isabella.
In Castiglia le cose non andavano meglio. Governato da Enrico IV, il regno aveva appena vissuto una fase d’instabilità che aveva visto il Re di Castiglia obbligato a riconoscere nel 1468 le pretese al trono della sorella Isabella contro la volontà di assicurare la successione alla figlia Juana “La Beltraneja”, erede considerata illegittima, e di dare la sorella in sposa a un altro pretendente, il re del Portogallo Alfonso V.
Isabella di Castiglia preferì scegliere il giovane Ferdinando d’Aragona, dalla fama di valoroso condottiero e con un regno veramente bisognoso del suo aiuto, rispetto al vecchio re Alfonso V, potente, ricco e potenzialmente in grado di ripudiarla al primo guaio. Ma bisognava agire in fretta, prima che Enrico IV cambiasse idea sulla propria erede. Da qui il matrimonio clandestino, ed il rischio del carcere per lei e della vita per lui.
Quando Enrico IV venne a sapere del matrimonio, ne fu così sconvolto da riconoscere come propria erede l’illegittima Juana “La Beltraneja”. Di fatto ciò diede il via a una lunga guerra di successione al trono castigliano, a cui porre termine non bastò neppure la morte, nel 1474, di Enrico IV, sostituito poi da Re Alfonso V, subito sollecito nell’appoggiare le pretese dinastiche di Juana “La Beltraneja”, che il re aveva pensato di sposare.
Qui si dimostrarono fondamentali per la vittoria di Isabella l’audacia e il valore militare del novello sposo Ferdinando, che subito si dimostrò un’eccellente comandante, in grado di tenere testa sia ai riottosi nobili castigliani che sostenevano le pretese di Juana, sia le armate di Alfonso V. Entro la fine del 1479, “La Beltraneja” era sconfitta, e l’unione delle due coroneera suggellata in Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, primi sovrani di ciò che sarebbe stata la Spagna.

venerdì 18 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre 1969 viene trafugata la tela di Caravaggio "Natività con i Santi Lorenzo e Francesco D'Assisi.
Centinaia di penne sono state consumate per raccontarne la vicenda, migliaia di pagine stampate e moltissimi libri scritti. Un mistero? No. Uno dei furti più famosi della storia. La trama è ricorrente: una grande opera d’arte, una calda e umida notte autunnale, una chiesa e una sparizione. Si provi ad immaginare: Palermo 1969, Oratorio di San Lorenzo, nella notte tra il 17 e il 18 ottobre. Ad un certo punto la scoperta. La Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio (Milano, 1571-Porto Ercole, 1610) è stata rubata. Ad accorgersene sono state le perpetue del parroco.
Da qui scatta l’allarme e l’opera viene inserita tra i primi dieci crimini d’arte dall’ FBI. Una storia che è diventata una leggenda, nessuna notizia certa di cosa sia successo. C’è chi dice che sia stata messa in un fienile e danneggiata dai topi, chi invece che Totò Riina la usasse come scendiletto, chi invece afferma che sia stata rubata dalla mafia per negoziare con lo Stato. Insomma un alone di mistero caratterizza questa vicenda. Fino ad oggi. Il pentito Gaetano Grado forse con le sue dichiarazioni metterà la parola fine a questa vicenda.
Gaetano Grado è stato con la sua famiglia un componente di Cosa Nostra e dopo il suo arresto nel 1989 si è pentito ed è diventato un collaboratore di giustizia. Secondo le deposizioni di Grado, il Caravaggio è stato rubato dalla piccola criminalità; la Mafia se ne sarebbe appropriata successivamente, dopo il gran clamore che fece la notizia al momento della scomparsa. Da qui l’opera passò per le mani di Gaetano Badalamenti, anche lui legato a Cosa Nostra, che riuscì a venderla tramite l’intercessione di un antiquario svizzero a Palermo. La Natività probabilmente era stata già tagliata a pezzi, e così trasportata all’estero. Secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stato anche identificato il compratore, il cui nome tuttavia non è ancora noto.

giovedì 17 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 ottobre.
Il 17 ottobre 1797 viene firmato il trattato di Campoformio, tra Napoleone e l'Austria.
Con il Trattato di Campoformio venne sancita la nuova situazione: il Belgio veniva annesso alla Francia e Venezia perdeva la sua indipendenza passando con gran parte del suo territorio, la Dalmazia e l'Istria (con l'eccezione di Bergamo e Brescia, congiunte alla Repubblica Cisalpina) all'Austria, in cambio del riconoscimento dei nuovi ordinamenti della Repubblica Cisalpina e Ligure. Lasciata l'Italia, nel settembre 1797 Napoleone appoggiò il Direttorio nel colpo di Stato di Fruttidoro, con il quale furono espulsi dalle assemblee i membri di recente elezione. Con ciò il Direttorio rinunciava a ogni apparenza di legalità, appoggiandosi interamente all'esercito. Temendo, però, l'eccessiva popolarità di Napoleone, i dirigenti politici pensarono di allontanarlo affidandogli una spedizione contro le isole britanniche, ma Napoleone la deviò verso l'Egitto (1798) con il proposito di colpire l'Inghilterra nei suoi traffici in Oriente, isolandola dall'India e dagli altri suoi possedimenti asiatici.
Espugnata in giugno l'isola di Malta, nel mese successivo Napoleone vinse alle Piramidi e in Siria (ma fu fermato a S. Giovanni d'Acri). La vittoria riportata sui Mamelucchi, dominatori di fatto del Paese, fu però vanificata dalla distruzione, in agosto, della flotta francese, ad opera dell'ammiraglio inglese Nelson nella baia di Abukir. Nel frattempo, però, in Francia la situazione politica si stava aggravando: la Seconda Coalizione antifrancese, comprendente, oltre alla Gran Bretagna, la Russia, la Turchia, l'Austria, il Regno di Napoli e il Portogallo, aveva conseguito successi militari sulla Francia dove, inoltre, il Direttorio era scosso da dissidi interni.
L'instabilità politica e l'incertezza della situazione internazionale portarono l'opinione pubblica ad auspicare l'affermazione di un capo che esercitasse un potere assoluto. Approfittando del momento, Napoleone salpò da Alessandria ed evitato il blocco delle navi inglesi riuscì a sbarcare a Fréjus. Nonostante la sconfitta subita ad opera di Nelson, appariva il solo uomo capace di catalizzare il consenso dei Francesi in quel momento di estrema precarietà. D'accordo con Barras e Sieyés, il 9 novembre (18 Brumaio) 1799 attuò il colpo di Stato che avrebbe portato alla concentrazione del potere politico nelle sue mani. La maggioranza dei deputati respinse le sue proposte, confermandosi fedele alla Costituzione vigente. Napoleone fece allora ricorso all'esercito, ordinando l'uscita dall'aula dei dissenzienti. I pochi deputati rimasti votarono per la riforma costituzionale, affidandone la realizzazione a tre consoli: Bonaparte, Sieyés e Ducos.
La nuova Costituzione, sottoposta all'approvazione (oltre tre milioni di voti a favore, 1.562 contrari), affidava il potere esecutivo a un "primo console", nella persona del Bonaparte, affiancato da altri due consoli che da lui dipendevano. La preparazione delle leggi era affidata a un Consiglio di Stato di nomina elettiva, affiancato da un Senato di sessanta membri nominati dai consoli.

mercoledì 16 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 ottobre.
Il 16 ottobre 1970 Anwar Sadat viene eletto presidente dell'Egitto.
Muhammad Anwar al-Sadat nasce a Mit Abu al-Kum (Egitto) il 25 dicembre 1918. A soli sette anni si trasferisce al Cairo: studia presso la Regia accademia militare e consegue il diploma nel 1938.
Durante la seconda guerra mondiale viene imprigionato dalle truppe inglesi. Il 23 luglio 1952 partecipa al colpo di Stato con i Liberi Ufficiali ("Free officiers") del generale Muhammad Neghib e del colonnello Nasser, che porta alla deposizione dal trono del re Farouk.
Naguib sale al potere ma il suo governo dura poco meno di due anni; viene deposto e sollevato dall'incarico da Gmal Abdel Nasser, uno dei suoi più stretti collaboratori. Con Nasser alla presidenza del paese, Sadat ricopre gli incarichi di segretario dell'Unione nazionale (il partito unico) e di presidente dell'assemblea nazionale. Sadat sarà anche vicepresidente nei periodi 1964-1966 e 1969-1970. Dopo l'improvvisa morte di Nasser (28 settembre 1970) Sadat diviene Presidente.
Stringe inizialmente un accordo con l'Arabia Saudita, prezioso tramite diplomatico con gli Stati Uniti, poi assieme alla Siria guida l'Egitto nella guerra del Ramadan (o del Kippur) contro Israele nel 1973: l'obiettivo di Sadat è il recupero del controllo di almeno una parte della Penisola del Sinai, precedentemente occupata da Israele durante la Guerra dei sei giorni. L'attacco a sorpresa mette in seria difficoltà le forze israeliane per alcuni giorni. Alla fine Israele bloccherà l'attacco minacciando di distruggere la III Armata egiziana che aveva attraversato il Canale di Suez.
Il 19 novembre 1977 Sadat è il primo leader arabo che si reca in visita ufficiale in Israele; il presidente egiziano considera questa mossa come necessaria per superare quei problemi economici che derivano dai tanti anni di scontri con Israele. La sua visita a Gerusalemme sconvolge il mondo intero (gran parte del mondo arabo rimane scandalizzato dall'evento): Sadat tiene un colloquio con Menachem Begin, primo ministro israeliano e un discorso presso il parlamento (la Knesset).
La conseguente distensione porta ad un incontro nel 1978, a Camp David: Sadat e Begin firmano (il 26 marzo 1979, a Washington) alla presenza del presidente statunitense Jimmy Carter, gli "Accordi di pace", patto per il quale ricevono entrambi il premio Nobel per la Pace. Nelle fasi successive Israele si ritirerà dalla Penisola del Sinai, restituendo all'Egitto l'intera area nel 1983.
Gli Accordi di Camp David sarebbero risultati molto impopolari nella comunità araba, in particolar modo tra i fondamentalisti islamici, che avrebbero visto nell'abbandono di una soluzione basata sulla forza da parte dell'Egitto - la maggior potenza militare araba - una dimostrazione di debolezza. Sadat viene addirittura condannato come traditore da parte dei palestinesi e dagli altri governi arabi.
Con il passare del tempo il sostegno internazionale a Sadat si affievolisce: a causare la perdita degli appoggi è il suo modo autoritario di governare, che vede l'avvicendarsi di una crisi economica che aumenta il divario tra ricchi e poveri, e la mano dura nella repressione dei dissidenti.
Nel settembre del 1981 Sadat colpisce duramente le organizzazioni musulmane, incluse quelle studentesche, e le organizzazioni copte, ordinando l'arresto di 1600 dissidenti, tra integralisti islamici e comunisti. Un mese più tardi, il 6 ottobre 1981 durante una parata al Cairo, il presidente Muhammad Anwar al-Sadat viene assassinato; la morte avviene per mano di Khalid al-Islambul, componente del gruppo al-jihad, al cospetto della televisione che mostra al mondo intero le scioccanti immagini dell'accaduto.
Il successore alla guida del paese sarà Hosni Mubarak, già suo vice.

martedì 15 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 ottobre.
Il 15 ottobre 1923 nasce Italo Calvino.
Italo Calvino nasce il 15 ottobre 1923 a Santiago de Las Vegas, presso l'Avana (Cuba). Il padre, Mario, è un agronomo di origine sanremese, che si trova a Cuba per dirigere una stazione sperimentale di agricoltura e una scuola agraria dopo venti anni passati in Messico. La madre, Evelina Mameli, di Sassari è laureata in scienze naturali e lavora come assistente di botanica all'Università di Pavia.
Nel 1927, Calvino frequenta l'asilo infantile al St. George College, sempre a Cuba. Nello stesso anno nasce suo fratello Floriano, futuro geologo di fama internazionale, mentre nel 1929 frequenta le scuole Valdesi, una volta che la famiglia si trasferisce definitivamente in Italia (Calvino fa anche in tempo, alla fine delle elementari, a diventare Balilla). Nel 1934 supera l'esame per il ginnasio-liceo "G. D. Cassini" e completa la prima parte del suo percorso scolastico.
Il primo contatto con la letteratura avviene all'età di dodici anni, quando gli capita fra le mani il primo ed il secondo "Libro della giungla" di Kipling. E' un amore al primo colpo, una fulminea infatuazione per i mondi esotici, le avventure e per le sensazioni fantastiche che può dare la lettura solitaria di testi trascinanti. Si diletta anche a leggere riviste umoristiche, cosa che lo spinge a disegnare lui stesso vignette e fumetti. In quegli anni si appassiona al cinema, un amore che durerà per tutta la sua adolescenza.
Intanto scoppia la guerra, un evento che segna la fine della sua giovinezza, così come il declino della cosiddetta "belle epoque" in versione sanremese. La sua posizione ideologica è incerta, tra il recupero di una identità locale ed un confuso anarchismo. Tra i sedici ed i venti anni scrive brevi racconti, opere teatrali ed anche poesie ispirandosi a Montale suo poeta prediletto per tutta la vita.
E' nei rapporti personali e nell'amicizia con il compagno di liceo Eugenio Scalfari, invece, che cominciano a crescere in lui interessi più specificatamente politici. Attraverso un intenso rapporto epistolare con Scalfari segue il risveglio dell'antifascismo clandestino ed una sorta di orientamento rispetto ai libri da leggere: Huizinga, Montale, Vittorini, Pisacane e così via.
Nel 1941, conseguita la licenza liceale, si iscrive alla Facoltà di Agraria dell'Università di Torino. Dopo la morte di un giovane combattente, chiede ad un amico di presentarlo al Pci; in seguito insieme al fratello si arruola e combatte per venti mesi uno dei più aspri scontri tra partigiani e nazifascisti. E' opinione della critica più accreditata che la sua scelta di aderire al partito comunista non derivò da ideologie personali, ma dal fatto che in quel periodo era la forza più attiva ed organizzata.
Nel frattempo i genitori vengono sequestrati dai tedeschi. Finita la guerra e liberati i genitori, nel 1946 comincia a gravitare attorno alla casa editrice Einaudi, vendendo libri a rate. Su esortazione di Cesare Pavese e del critico Giansiro Ferrata, si dedica alla stesura di un romanzo che conclude negli ultimi giorni di dicembre; è il suo primo libro, "Il sentiero dei nidi di ragno", una ricognizione appunto del periodo bellico e del mondo partigiano.
Sempre più inserito nella casa editrice, presso Einaudi, Italo Calvino si occupa dell'ufficio stampa e di pubblicità stringendo legami di amicizia e di fervido confronto intellettuale con i grandi nomi dell'epoca, presenti e futuri, come Pavese, Vittorini, Natalia Ginzburg, Delio Cantimori, Franco Venturi, Norberto Bobbio e Felice Balbo.
Nel 1948, però, lascia momentaneamente Einaudi per collaborare, in veste di redattore della terza pagina, con l'Unità torinese. Collabora anche al settimanale comunista "Rinascita"; nel 1949 torna da Einaudi ed esce la raccolta "Ultimo viene il corvo", ma rimane inedito il romanzo "Il Bianco Veliero" sul quale Vittorini aveva espresso un giudizio negativo.
Dal 1° gennaio 1950 Calvino viene assunto da Einaudi come redattore stabile: si occupa dell'ufficio stampa e dirige la parte letteraria della nuova collana "Piccola Biblioteca Scientifico-Letteraria". Sarebbero stati proprio Vittorini , Pavese e Calvino, fra l'altro, a creare quei risvolti di copertina che sono diventati uno stile nell'editoria italiana.
Nel 1951 finisce di scrivere un romanzo d'impianto realistico-sociale, "I giovani del Po", che viene pubblicato sulla rivista "Officina" solo negli anni 1957/1958; in estate invece scrive di getto "Il visconte dimezzato". Per una raccolta di lettere su un viaggio fatto nell'Unione Sovietica ("Taccuino di viaggio di Italo Calvino") pubblicata sull'Unità riceve il Premio Saint-Vincent.
Nel 1955 viene promosso dall'Einaudi come dirigente mantenendo questa qualifica fino al giugno 1961; dopo tale data diventa consulente editoriale. Lo stesso anno esce su "Paragone Letteratura", "Il midollo del leone", il primo di una serie di saggi, volti a definire la propria idea di letteratura rispetto alle principali tendenze culturali del tempo.
L'anno seguente (1956) escono "Le fiabe italiane" che consolidano, anche grazie al lusinghiero successo, l'immagine di Italo Calvino come favolista. Il 1956, però, è assai importante per un altro fatto significativo e cruciale nella vita dello scrittore: i fatti di Ungheria, l'invasione della Russia Comunista nell'inquieta Praga, provocano il distacco dello scrittore dal Pci e lo conducono progressivamente a rinunciare ad un diretto impegno politico.
La sua creatività è invece sempre feconda ed inarrestabile, tanto che non si contano le sue collaborazioni su riviste, i suoi scritti e racconti (vince in quegli anni anche il Premio Bagutta), nonché la stesura di alcune canzoni o libretti per opere musicali d'avanguardia come "Allez-hop" dell'amico e sodale Luciano Berio. Insomma, un'attività culturale e artistica a tutto campo.
In questi anni scrive "Il visconte dimezzato", "Il barone rampante", "Il cavaliere inesistente", "Marcovaldo".
Alla fine degli anni Cinquanta risale anche il soggiorno di sei mesi negli Stati Uniti, coincidenti con la pubblicazione della trilogia "Nostri antenati", mentre appare sul "Menabò" (altra rivista di vaglia di quegli anni), il saggio "Il mare dell'oggettività".
Nel 1964 avviene una svolta fondamentale nella vita privata dello scrittore: si sposa con un'argentina e si trasferisce a Parigi, pur continuando a collaborare con Einaudi. L'anno dopo nasce la sua prima figlia, Giovannea, che gli infonde un senso di personale rinascita ed energia.
Esce nel frattempo il volume "Le Cosmicomiche", a cui segue nel 1967 "Ti con zero", in cui si rivela la sua passione giovanile per le teorie astronomiche e cosmologiche.
Parallelamente, Calvino sviluppa un forte interesse per le tematiche legate alla semiologia e alla decostruzione del testo, tanto che arriva ad adottare procedimenti assai intellettualistici nell'elaborazione dei suoi romanzi, così come succede ad esempio in quel gioco di specchi che è "Se una notte d'inverno un viaggiatore".
L'inclinazione fantastica, costante di tutta l'opera di Calvino, rappresenta comunque la corda più autentica dello scrittore. In molte delle sue opere, infatti, egli infrange una regola ferrea della vita (e di gran parte della letteratura) che vuole da una parte la realtà, dall'altra la finzione. Calvino, invece, spesso mescola i due piani, facendo accadere cose straordinarie e spesso impossibili all'interno di un contesto realistico, senza perdere colpi né sull'uno né sull'altro versante. Una delle sue caratteristiche è quella di saper mantenere nei confronti della materia trattata, un approccio leggero, trattenuto dall'umorismo, smussandone gli aspetti più sconcertanti con un atteggiamento quasi di serena saggezza.
"Eleganza", "leggerezza", "misura", "chiarezza", "razionalità" sono i concetti a cui più usualmente si fa ricorso per definire l'opera di Italo Calvino; in effetti, essi individuano aspetti reali della personalità dello scrittore anche se, al tempo stesso, rischiano di sottovalutarne altri, ugualmente presenti e decisivi.
Gli anni Settanta sono anch'essi ricchissimi di collaborazioni giornalistiche, di scritti ma soprattutto di premi, che colleziona in quantità. Rifiuta il premio Viareggio per "Ti con zero" ma accetta due anni dopo il premio Asti, il premio Feltrinelli e quello dell'accademia dei Lincei, nonché quello della città di Nizza, il Mondello ed altri ancora. In questo periodo un impegno assai importante è rappresentato inoltre dalla direzione della collana Einaudi "Centopagine", nella quale vengono pubblicati, oltre ai classici europei a lui più cari (Stevenson, Conrad, Stendhal, Hoffmann, Balzac e Tolstoj), svariati scrittori minori italiani a cavallo fra '800 e '900.
Intanto viene ultimata la villa di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia, dove Calvino trascorre tutte le estati. Sul piano dell'impegno di scrittura inizia a scrivere nel 1974 sul "Corriere della sera" racconti, resoconti di viaggio ed articoli sulla realtà politica e sociale del paese; la collaborazione dura fino al 1979. Scrive anche per la serie radiofonica "Le interviste impossibili" i "Dialoghi di Montezuma" e "L'uomo di Neanderthal". Nel 1976 tiene conferenze in molte università degli Stati Uniti, mentre i viaggi in Messico e Giappone gli danno spunti per alcuni articoli, che verranno poi ripresi in "Collezioni di sabbia". Riceve a Vienna lo "Staatpreis".
Si trasferisce a Roma nel 1980 in piazza Campo Marzio ad un passo dal Pantheon. Raccoglie nel volume "Una pietra sopra" gli scritti di "Discorsi di letteratura e società" la parte più significativa dei suoi interventi saggistici dal 1955 in poi. Nel 1981 riceve la Legion d'onore. Cura l'ampia raccolta di scritti di Queneau "Segni, cifre e lettere".
Nel 1982 alla Scala di Milano viene rappresentata "La vera storia", opera scritta insieme al già ricordato compositore Luciano Berio. Di quest'anno è anche l'azione musicale "Duo", primo nucleo del futuro "Un re in ascolto", sempre composta in collaborazione con Berio.
Nel 1983 viene nominato per un mese "directeur d'ètudes" all'Ecole des Hautes Etudes. A gennaio tiene una lezione su "Science et metaphore chez Galilèe" e legge in inglese alla New York University la conferenza "Mondo scritto e mondo non scritto". Nel 1985, avendo ricevuto l'incarico di tenere una serie di conferenze negli Stati Uniti (nella prestigiosa Harvard University), prepara le ormai celeberrime "Lezioni Americane", che tuttavia rimarranno incompiute, e saranno edite solo postume nel 1988.
Durante il 1984 in seguito alla crisi aziendale dell'Einaudi decide di passare alla Garzanti presso la quale appaiono "Collezione di sabbia" e "Cosmicomiche vecchie e nuove". Compie dei viaggi in Argentina e a Siviglia dove partecipa ad un convegno sulla letteratura fantastica. Nel 1985 traduce "La canzone del polistirene" di Queneau mentre durante l'estate lavora ad un ciclo di sei conferenze. Il 6 settembre viene colto da ictus a Castiglione della Pescaia.
Ricoverato all'ospedale Santa Maria della Scala di Siena, Italo Calvino muore il 19 settembre 1985, all'età di 61 anni, colpito da un'emorragia celebrale.
Riposa nel panoramico cimitero-giardino di Castiglione della Pescaia, di fronte all'Arcipelago Toscano, in Provincia di Grosseto.

lunedì 14 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1926 viene pubblicato per la prima volta il libro per ragazzi "Winnie the Pooh".
Winnie the Pooh è stato amato e continuerà ad essere amato da milioni di bambini in tutto il mondo. Ma il successo di questo personaggio nasconde una storia difficile iniziata oltre 100 anni fa.
La storia cominciò nel 1914, quando un treno carico di militari in uniforme fece giungere il tenente Harry Colebourn a White River, Ontario, in Canada. Il 27enne, nato in Inghilterra, si era trasferito in Canada per studiare chirurgia veterinaria e aveva una profonda passione per gli animali. Passeggiando per White River, il tenente Colebourn vide qualcosa che attirò il suo sguardo: un cucciolo di orso nero di non più di sei mesi, tenuto al guinzaglio da un bracconiere, che cercava qualcuno a cui venderlo.
Il soldato, commosso per la sorte del piccolo orso, lo prese tra le proprie braccia e diede 20$ al bracconiere. Quando tornò al proprio treno, Colebourn portò con sé il proprio nuovo animale domestico. Era una femmina, e decisa di chiamarla Winnipeg, il nome della sua città natale. “Winnie” (così venne presto soprannominata) strinse presto amicizia con il tenente e gli altri soldati. Colebourn la addestrò dandole mele e latte condensato come ricompense. La piccola orsa dormiva sotto il suo letto, e lo seguiva in giro come avrebbe fatto un cagnolino. Ben presto, divenne la mascotte del reggimento.
Alla fine dello stesso anno il tenente portò Winnie con sé in Inghilterra. Quando Colebourn venne chiamato al Fronte Occidentale, a dicembre, l’orsa venne affidata alle cure del London Zoo, che aveva appena predisposto un ambiente di montagna adatto a lei. Prima di partire, il tenente si ripromise di riportare l’orsa in Canada, alla fine della guerra.
Ma la guerra si prolungò per diversi anni, e Colebourn testimoniò atrocità disumane, lavorando nel Royal Canadian Army Veterinary Corps, e prendendosi cura dei cavalli feriti.
Quando poté tornare a trovare la piccola orsa, il tenente la trovò cresciuta ma gentile e mite come sempre. Era così docile che i bambini potevano entrare nella sua area per giocare con lei o per darle da mangiare. Colebourn capì che ormai Winnie apparteneva alla città dove era cresciuta, e non se la sentì di riportarla in Canada.
Tra i bimbi di Londra più affezionati a Winnie c’era un giovanissimo ragazzo chiamato Christopher Robin Milne, che pregava spesso suo padre, A.A. Milne, di portarlo allo zoo, per abbracciare Winnie e per portarle il latte condensato. Christopher Robin si affezionò tanto all’orsa che cambiò il nome del suo pupazzo in Winnie the Pooh.
L’orsacchiotto Winnie the Pooh, insieme ad altri pupazzi del piccolo Christopher Robin, ispirarono i personaggi del racconto più famoso di suo padre. A. A. Milne era uno scrittore prolifico, con una produzione diversificata che includeva sceneggiature e romanzi gialli. Nel 1924 pubblicò il libro per bambini “When We Were Very Young”, seguito due anni dopo da un volume completo di storie, chiamato “Winnie-the-Pooh”.
A. A. Milne aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale, come il tenente Colebourn, e il Bosco dei Cento Acri era un rifugio idilliaco dalle atrocità vissute durante la guerra. Congedatosi senza aver mai sparato a un uomo, Milne definì la condizione di guerra come “degrado psichico e morale”, affermando che l’incubo lo aveva fatto ammalare fisicamente. C’è chi ipotizza che Milne soffrisse di DPTS (Disturbo Post Traumatico da Stress), come moltissimi altri soldati che avevano vissuto l’esperienza di trincea nella Grande Guerra.
Il successo di Winnie the Pooh ebbe ripercussioni negative sul vero Christopher Robin, che dovette gestire un’improvvisa visibilità pubblica ed ebbe sempre un rapporto conflittuale con la storia che vedeva protagonista il suo omonimo narrativo. Suo padre non riuscì a stargli vicino e i due ebbero sempre un rapporto difficile. Perché, purtroppo, spesso la realtà è molto più complicata di una fiaba. Ma le fiabe sono un ottimo modo di fuggire dalle difficoltà della vita vera.

domenica 13 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 ottobre.
Il 13 ottobre 1972 si ebbe il cosiddetto "disastro aereo delle Ande".
Ci sono momenti in cui l’uomo raggiunge il proprio limite, oltre il quale c’è solo la morte, e per non superarlo fa cose a cui mai, nella propria vita, avrebbe pensato di arrivare. Si tratta esattamente di ciò che è successo ai passeggeri del volo della Fuerza Aerea Uruguayana che da Montevideo avrebbe dovuto raggiungere Santiago del Cile.
Il 12 ottobre 1972 quel volo partì dall’aeroporto Carrasco di Montevideo. A bordo c’era l’intera squadra di rugby dell’Old Christians Club, che doveva recarsi a Santiago per una partita contro una squadra locale, cui si era aggiunta Graciela Mariani, una donna diretta verso la capitale cilena per il matrimonio della figlia. Il volo era gestito dall’aeronautica militare uruguaiana, che per arrotondare gli introiti aveva iniziato a operare voli charter.
Tuttavia, quel 12 ottobre c’era maltempo. La nebbia era fitta, non esattamente il clima ideale per oltrepassare la Cordigliera delle Ande, tanto più a bordo di un Fokker F27 da appena 45 posti: per questa ragione, il comandante preferì atterrare all’aeroporto di Mendoza, città argentina immediatamente a est delle Ande, per ripartire la mattina seguente.
Il giorno successivo, il 13 ottobre, le condizioni non erano migliorate. Tuttavia, l’aereo uruguaiano si trovava in un paese, l’Argentina, in cui per il regolamento vigente i velivoli stranieri non potevano stazionare oltre 24 ore, e così fu costretto a ripartire, azzardando l’attraversamento delle Ande con un clima non favorevole.
Intorno alle ore 15:08 l’aereo si trovava sopra le Ande, quando virò verso ovest inserendosi in una nuova rotta. Dopo pochi minuti, avvisò la torre di controllo di Santiago, dicendo di trovarsi presso la città di Curicò, e chiedendo così l’autorizzazione per la discesa.
Si trattò in realtà di un errore, dal momento che non solo l’aereo non si trovava sopra quella città, ma non ci sarebbe arrivato neanche secondo i calcoli stimati in precedenza, dal momento che il vento soffiava in direzione opposta alla velocità di circa 60 chilometri orari.
Fu in questa fase che il velivolo incontrò una forte turbolenza che lo portò a perdere circa 100 metri di quota: quando si sorvolano vette alte oltre 5mila metri con un aereo di piccole dimensioni, questa distanza può rivelarsi fatale. Per evitare il peggio, il pilota spinse al massimo i motori, sperando di risalire, ma senza successo: l’aereo urtò con l’ala destra una montagna e precipitò, incagliandosi semidistrutto a un’altezza di oltre 3.600 metri.
Delle quarantacinque persone a bordo, 12 morirono nell’impatto, ed altre cinque nelle 24 ore successive. Ma quanto appena successo era solo l’inizio di una serie di drammatici avvenimenti che sarebbero durati fino ai mesi successivi.
Come sempre succede in questi casi, le autorità cilene a argentine iniziarono una serie di ricerche, senza però trovare tracce dell’aereo, che era precipitato in una zona caratterizzata da cime montuose che superano i 5mila metri, rendendo particolarmente difficili le ricerche. Il 21 ottobre, per questa ragione, ogni attività di ricognizione venne conclusa, e si pensò che per i passeggeri del volo non ci fosse più alcuna speranza.
In realtà, nel mezzo della Cordigliera, la maggior parte dei passeggeri dell’aereo era rimasta viva. In un terreno inospitale al punto da non essere stato raggiunto dalle ricerche, a 3.600 metri di quota, in mezzo alla neve, con temperature che la notte raggiungevano addirittura i 50 gradi sotto lo zero, ma comunque vivi.
In questa situazione, ai sopravvissuti non rimase che cercare un modo per organizzarsi e sopravvivere.
I problemi erano molti. In primis, non sapevano esattamente dove si trovavano: l’incidente era avvenuto in alta montagna, dove i punti di riferimento non sono facili da individuare, e l’altimetro dell’aereo era rotto e indicava 2.100 metri, anziché i 3.600 reali, fuorviandoli ulteriormente. I tentativi di raggiungere zone abitate non erano perciò facili.
I sopravvissuti si trovavano vicino i resti della fusoliera dell’aereo – la coda e le ali si erano staccate durante l’impatto – che era dunque il loro principale riparo, ma che essendo aperta non risultava sufficiente per riscaldarsi da temperature così gelide. Per questa ragione, i passeggeri costruirono un muro di valige per evitare che potesse filtrare il freddo.
 Il cibo consisteva in quello che era a bordo dell’aereo e che fu possibile recuperare nella fusoliera, e per questo venne razionato con attenzione sperando che potesse durare più a lungo possibile. Il pranzo consisteva di vino versato in un bicchiere di deodorante e marmellata, mentre la cena di un quadratino di cioccolata. Per ottenere l’acqua, veniva usato l’alluminio recuperato dall’aereo per sciogliere la neve riflettendovi il sole.
Uno dopo l’altro, molti sopravvissuti – alcuni dei quali erano rimasti feriti nell’incidente – iniziarono a morire. Gli altri si organizzarono perciò in gruppi per cercare di resistere il più possibile, sperando di uscire da quella drammatica situazione. Furono costituiti un gruppo medico che si prendesse cura dei feriti, un altro addetto a procurare l’acqua e un terzo che tenesse in ordine la fusoliera.
Ma il tempo passava, il cibo scarseggiava, e tramite una radiolina che avevano a bordo appresero che le autorità avevano interrotto le ricerche. Ai sopravvissuti non rimase che aggrapparsi alla vita arrivando a ciò che mai avrebbero potuto pensare.
Preso atto che le razioni ormai erano terminate, presero una decisione drammatica: decisero di nutrirsi dei corpi dei loro compagni morti. Questa scelta estrema, discussa per giorni, gli garantì di sopravvivere, ma per loro il dramma non era ancora terminato.
Il 29 ottobre, infatti, una valanga travolse la fusoliera, uccidendo otto persone. Non morirono tutti solamente perché Roy Harley era uscito dalla fusoliera quando aveva sentito il rumore della neve e non ne era stato completamente sommerso, riuscendo a tirare fuori diversi suoi compagni prima che la neve stessa si trasformasse in una lastra di ghiaccio.
Alcuni di loro, a quel punto, si convinsero di essere stati predestinati per portare in salvo i propri compagni.
Il 15 novembre, un mese dopo l’incidente, i sopravvissuti decisero che non potevano più aspettare. Quattro di loro organizzarono una spedizione in cerca di viveri e, soprattutto, di un contatto con la civiltà. Il tempo – nell’emisfero australe le stagioni sono inverse alle nostre – stava migliorando gradualmente, e sembrava potessero esserci le condizioni per spostarsi.
Se questa spedizione non portò ad alcun contatto con altre persone, permise però di ritrovare la coda dell’aereo, staccatasi durante l’impatto, con all’interno alcuni viveri e vestiti puliti. Tuttavia, il mancato salvataggio iniziò ad aumentare la frustrazione dei sopravvissuti.
A dicembre, due mesi dopo l’incidente, solo 16 dei 45 passeggeri del volo erano ancora vivi. La neve ormai si stava sciogliendo, ma i viveri erano di nuovo vicini alla fine e i sopravvissuti stavano arrivando allo stremo delle forze. A loro non rimase che tentare un’altra spedizione, stavolta con un obiettivo molto chiaro: raggiungere il Cile a piedi.
Roberto Canessa, Fernando Parrado e Antonio Vizintin furono scelti per portare a termine questo drammatico incarico, visto come l’ultima ancora di salvezza per il gruppo.
Dopo giorni di cammino, i tre videro le prime tracce di presenza umana, che presero le forme di alcune mucche al pascolo e di una scatoletta metallica abbandonata a terra. Dopo dieci giorni, incontrarono Sergio Catalan, un mandriano che lavorava in quella zona, cui spiegarono chi erano e, soprattutto, che c’erano 13 persone ad aspettarli.
Catalan provvide alle cure dei tre e, soprattutto, li mise in contatto con la polizia cilena, che avvisò le autorità. Il 23 dicembre da Santiago del Cile partirono due elicotteri per organizzare il soccorso dei sopravvissuti, che furono portati in salvo. Alcuni di loro avevano perso fino a 40 chili negli oltre due mesi in cui erano stati costretti ad arrangiarsi.
Negli anni successivi la loro storia fece il giro del mondo, al punto che vennero organizzate escursioni nel luogo dove cadde l’aereo e fu realizzato un film, Alive, che parla dell’incredibile vicenda. Nel 2005, durante un’escursione, un alpinista statunitense addirittura ritrovò un sacco contenente effetti personali di Eduardo José Strauch Uriaste, uno dei 16 sopravvissuti.

sabato 12 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 ottobre.
Il 12 ottobre 1938 iniziano le riprese del film "Il mago di Oz".
A distanza di oltre ottant’anni Il mago di Oz ci sembra privo di confini, capace di andare ben oltre le mura dei teatri di posa e di dare vita a una terra di mezzo spensierata, idealizzata, irraggiungibile per qualsiasi intruso malvagio.
Dorothy vive in una fattoria del Kansas con gli zii Emma e Henry. Trascinata da un violento tornado in un regno incantato con l’inseparabile cagnolino Toto, Dorothy dovrà trovare il potente mago di Oz per poter tornare dagli amati zii. Accompagnata dai suoi nuovi amici – uno spaventapasseri, un uomo di latta e un leone – Dorothy percorre il sentiero dorato verso la città di smeraldo, trovando sulla sua strada alberi parlanti, nani canterini, streghe belle e buone e streghe brutte e cattive…
Sarebbero bastati gli accesi cromatismi del Technicolor o le scarpette rosse di Dorothy per consegnare Il mago di Oz alla storia (del cinema), all’immaginario cinefilo e collettivo, ai sogni di generazioni e generazioni. Dietro la linearità del racconto e del celeberrimo sentiero dorato ci sono così tanti aneddoti, talenti, intuizioni, teorie e interpretazioni, intrecci artistici e produttivi da rendere davvero immortale il film di Fleming e della Metro Goldwyn Mayer. In un certo senso una pietra miliare che è ancora in divenire, in crescendo, una pellicola che continua a parlarci della magia del cinema, della potenza creativa di Hollywood.
Il mago di Oz è la festa dopo la Grande Depressione, è la crescita di Hollywood e della società a stelle e strisce. Ma è anche l’arcobaleno prima della tempesta, la parentesi dorata prima della Seconda guerra mondiale. Tra la realtà in bianco e nero della fattoria nel Kansas e i colori sgargianti di Oz possiamo scorgere altri piani narrativi, altre suggestioni. Il mago di Oz è una fertile cartina tornasole storica, sociale e produttiva.
Prima ancora di seguire il sentiero dorato, è interessante cercare di sbrigliare almeno un po’ la matassa produttiva che ha portato a questo fantasy/musical: insomma, non solo Fleming, ma anche George Cukor, Mervyn LeRoy, Norman Taurog, King Vidor e Richard Thorpe. In primis Thorpe, sostituito dopo un paio di settimane di riprese. L’investimento della MGM era imponente, il produttore Mervyn LeRoy si muoveva su un terreno alquanto franabile e l’immaginario di L. Frank Baum richiedeva una trasposizione all’altezza. Lo richiedevano schiere e schiere di lettori. E lo richiedeva, in fin dei conti, lo standard qualitativo imposto dallo straripante successo di Biancaneve e i sette nani, straordinario trampolino per Walt Disney e per l’animazione. Per ambizione e grandeur, Il mago di Oz è figlio di Biancaneve, ma anche genitore o genitrice dei musical successivi, dei successi minnelliani – si veda, in questo senso, l’analisi di Paolo Bertetto sulle influenze Oz/Minnelli in Metodologie di analisi del film (Laterza, 2006).
Scartata l’impostazione poco fanciullesca di Thorpe, Il mago di Oz viene indirizzato sul binario giusto da Cukor, che restituisce a Judy Garland la naturalezza e l’innocenza acqua e sapone. Per un motivo o per l’altro, alla guida del set passano più registi: una staffetta creativa che caratterizzava quel periodo hollywoodiano e che restituisce almeno in parte le difficoltà artistiche e produttive di LeRoy, della MGM e dei numerosi professionisti coinvolti. Basterebbero le prime scelte Shirley Temple (Dorothy) e Gale Sondergaard (la strega dell’Ovest), poi brillantemente sostituite dall’adolescente Garland e dalla poco avvenente Margaret Hamilton, per darci la misura di un risultato finale che è stata la summa di ripensamenti e avvicendamenti, e di una lavorazione sul set di un anno. Oppure la falange rumorosissima di nani chiamati a raccolta per impersonare i mastichini, con un centinaio di costumi e di trucchi preparati in cinque settimane di duro lavoro, o le dolorose scelte di montaggio, con Over the Rainbow inizialmente tagliata e poi saggiamente recuperata.
Il mago di Oz è una delle chiavi di volta di un periodo visivamente straordinario, ma è anche una più che istruttiva macchina del tempo: Biancaneve è del 1937, Oz e Via col vento sono del 1939, Il ladro di Bagdad del 1940, e nella perfida Albione l’impareggiabile coppia Powell & Pressburger stava per regalare al mondo Scala al paradiso (1946) e Scarpette rosse (1948). Progetti grandiosi, manifesti di un’estetica programmaticamente smisurata, veri e propri blockbuster creati per colmare di stupore gli occhi del pubblico. Di un vastissimo pubblico. Quello stesso stupore che prova Dorothy dopo aver aperto la porta di casa nel regno di Oz: il passaggio dal seppiato al Technicolor riesce a restituire la magnificenza della macchina cinema, rende palpabile un mondo immaginario, i colori impossibili, gli abitanti bizzarri. Fleming anticipa Ford e l’altrettanto emblematica apertura su un immaginario di Sentieri selvaggi. Cinema avanti di decenni. Anche adesso. Forse per sempre.
Il mago di Oz è un film che continua a restare sospeso tra vari piani. La realtà seppiata e la favola coloratissima, la Grande Depressione e la Seconda guerra mondiale, la storia per bambini e le tante allegorie rintracciate – dalla politica monetaria statunitense alla rilettura di Salman Rushdie, passando per l’afflato femminista e le riflessioni di Žižek. Ma anche la sovrapposizione tra l’immaturità di Dorothy, ancora in bilico tra infanzia e adolescenza, e la maturità della Garland, ragazzina dagli occhioni grandi e dal talento già adulto: un ruolo che le resterà dentro, che la accompagnerà su ogni palcoscenico, come le note di Over the Rainbow, malinconiche e forse profetiche.
In fin dei conti, la cartapesta e il Technicolor del regno di Oz non sono altro che il sogno di una via di fuga, come il View-Master Model J rosso di Nói Albínói (2003). Ma se lo stereoscopio rosso nutriva i sogni di Nói, tanto da trasformare nel finale una veduta tropicale in un paesaggio reale, le rosse scarpette di Dorothy la riportano a casa, verso la vera fiaba, l’unico luogo sognante, a farsi cullare dalla sua adolescenza di ragazzina del Kansas.
La tridimensionalità de Il mago di Oz è figlia della profondità di campo, delle angolazioni e prospettive, delle scenografie stratificate, della ricchezza architettonica e cromatica di un mondo ricostruito in interni, ma virtualmente senza confini. Ne Il mago di Oz svanisce il concetto di quarta parete, si dissolve, sovrastato da linee e colori, dalla certosina messa in scena di un immaginario a briglie sciolte.
I fondali dipinti ci invitano a guadare oltre, a scrutare un orizzonte che la nostra immaginazione può continuare a colorare. Come per le migliori pellicole d’animazione, ne Il mago di Oz rintracciamo quella straordinaria sospensione della verosimiglianza, quella totale adesione a un mondo altro che nel giro di una manciata di fotogrammi diventa tangibile, reale, assolutamente nostro.
All’ennesima visione, la struttura narrativa de Il mago di Oz ci sembra ancora una volta implacabilmente perfetta col suo ritmo cadenzato, misurato al millimetro, speculare. La cornice narrativa seppiata, attorno ai venti minuti, con una presentazione fugace ma efficace dei personaggi e poi il professor Meraviglia, imbroglione dal cuore d’oro che ha un senso solo in questa provincia rurale bonaria e lontanissima dalla Grande Depressione – almeno una menzione per gli effetti speciali di Gillespie, con l’impetuoso tornado di stoffa e il modellino volante della casa.
Dalla fattoria di Dorothy al palazzo di Oz lo schema si ripete, come le canzoni e le dinamiche tra i personaggi.
La morte accidentale della malvagia strega dell’est, l’accoglienza dei mastichini e la bella strega del nord, con il Munchkinland Medley e soprattutto Follow the Yellow Brick Road, coi mastichini che in coro accompagnano i primi titubanti passi di Dorothy lungo il sentiero dorato.
L’incontro con lo spaventapasseri senza cervello – If I Only Had a Brain e We’re Off to See the Wizard.
L’incontro col boscaiolo di latta senza cuore – If I Only Had a Heart e We’re Off to See the Wizard.
L’incontro con il leone senza coraggio – If I Only Had the Nerve e We’re Off to See the Wizard.
L’arrivo alla città di smeraldo, l’accoglienza festante degli abitanti, il confronto con la strega malvagia, il mago imbroglione e il ritorno della strega buona.
Il ritorno a casa e al bianco e nero.
There’s no place like home.
The End. Fine.
Perfetto.

venerdì 11 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 ottobre.
L'11 ottobre 2005 muore il regista Sergio Citti.
Cresciuto insieme al fratello Franco, che più tardi diventerà uno degli attori-feticcio di Pasolini, nelle difficili condizioni economiche e sociali della borgata romana, Sergio Citti incontra lo scrittore romano negli anni ’50, diventando ben presto il suo consulente per le parti in dialetto romano del romanzo “Ragazzi di vita”.
Pasolini rimane colpito dalla vivace intelligenza di Citti e consiglia al suo collega Mauro Bolognini di assumerlo come co-sceneggiatore per i dialoghi del film “La notte brava” (1959), che ne costituisce l’esordio professionale al cinema. All’inizio degli anni Sessanta, Sergio Citti comincia a collaborare come sceneggiatore ai film di ambientazione romana di Pasolini, “Accattone” (1961) e “Mamma Roma” (1962).
Pasolini lo promuove ben presto ad aiuto regista per l’episodio di “Rogopag” (1962) “La ricotta”, per “Uccellacci e uccellini”, interpretato da Totò e Ninetto Davoli, e per gli episodi “La Terra vista dalla Luna” (1966) e “Che cosa sono le nuvole” (1967).
All’inizio degli anni Settanta, sempre con l’aiuto dell’amico Pier Paolo, Citti si sente pronto a spiccare il salto nella regia girando “Ostia” (1970). Si tratta di una storia estrema, di follia e fratricidio, ambientata nel mondo ben conosciuto dei reietti delle borgate. Il film mostra subito la spiccata personalità dell’esordiente regista, che nel 1973 gira “Storie scellerate”, una sorta di Decamerone criminale, ambientato nell’Ottocento e raccontato da due condannati a morte.
Dopo aver collaborato con Pasolini come aiuto regista per il suo ultimo e tragico film, “Salò. Le 120 giornate di Sodoma” (1975), Citti torna a dirigere con “Casotto” (1977), una giornata di ordinario grottesco al mare, animata da un cast d’eccezione che include Paolo Stoppa, Gigi Proietti, Franco Citti, Michele Placido, Ugo Tognazzi, Jodie Foster e Mariangela Melato.
Nel 1979, realizza per la Rai il film “Il minestrone”, una curiosa e surreale divagazione sulla fame e sulla creatività interpretata, oltre che dai soliti Citti e Davoli, anche da Roberto Benigni e dal compianto Giorgio Gaber. Ancora per la TV pubblica realizza le dieci puntate di “Sogni e bisogni” (1985). Gli episodi, introdotti da Giulietta Masina nel ruolo del “Destino”, vedono la partecipazione di quasi tutti i più famosi comici dell’epoca, da Verdone a Montesano, da Villaggio a Pozzetto, fino a Francesco Nuti e Maurizio Nichetti.
Nel 1989 torna sul grande schermo con “Mortacci”, un’altra storia a episodi ambientata in uno stralunato cimitero. Nel cast corale anche Vittorio Gassman, Malcolm McDowell, Mariangela Melato e Sergio Rubini.
Nel 2000 è la volta di “Vipera”, su sceneggiatura di Vincenzo Cerami, con Harvey Keitel e Giancarlo Giannini. Il suo ultimo film è “Fratella e sorello” (2005), una commedia interpretata da Claudio Amendola.
Da tempo malato, Sergio Citti muore l’11 ottobre del 2005

giovedì 10 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 ottobre.
Il 10 ottobre 1800 Napoleone Bonaparte scampa a un attentato.
Dall’amore sviscerato per la Rivoluzione al tentativo di uccidere Napoleone Bonaparte. Questa è stata la parabola di Giuseppe Ceracchi (1751-1801), scultore romano protagonista di un clamoroso e fallito attentato alla vita del generale còrso diventato primo console di Francia.
Ceracchi, inizialmente, era stato un sostenitore di Bonaparte, ma la rapidissima ascesa di Napoleone, diventato nel mentre primo console, lo aveva convinto ad agire, trasformandosi da suo ardente sostenitore a suo potenziale assassino. Perché? Anzitutto, va ricordato che Ceracchi era un giacobino. E un giacobino convinto, per giunta: era stato uno dei fondatori della Repubblica Romana del 1798. A Parigi, i giacobini dimostravano un profondo scontento per l’andamento delle cose: Napoleone aveva ripristinato l’ordine e stava traghettando la Francia verso un modello sempre più simile alla monarchia decapitata nemmeno dieci anni prima. Dopo la battaglia di Marengo, le speranze che il suo astro tramontasse si erano fatte sempre più remote. Altro che “pericolo realista”: una delle minacce più concrete a Napoleone Bonaparte arrivò, in quei mesi, proprio dai nostalgici di Robespierre e delle teste mozzate in place de la Concorde. Per ostacolare la propaganda dei giacobini, che si servivano diffusamente della stampa, il governo emise un decreto in data 17 gennaio 1800, con il quale venivano soppressi tutti i fogli pubblicati a Parigi eccetto tredici titoli: Le Moniteur, Le Journal des Débats, Le Journal de Paris, Le Bien informé, Le Publiciste, L’Ami des Lois, La Clef du Cabinet, Le Citoyen français, La Gazette de France, Le Journal des Hommes libres, Le Journal du Soir, Le Journal des Défenseurs de la Patrie, La Décade philosophique. Naturalmente, qualora anche questi titoli si fossero dimostrati ostili al governo, sarebbero andati incontro ad immediata soppressione. Fouché, il machiavellico ministro della polizia, aveva sentenziato: «I giornali sono sempre stati la campana a martello delle rivoluzioni; essi le annunciano, le preparano e finiscono per renderle indispensabili. Restringendone il numero, saranno più facilmente sorvegliati e diretti con maggior certezza verso il consolidamento del regime costituzionale».
Gli attentati si moltiplicarono. Un ex aiutante di campo di Napoleone, Hanriot, cercò di assassinare il primo console sulla strada per la Malmaison. Ceracchi, insieme al pittore François Topino-Lebrun, un segretario di Barère di nome Dominique Demerville e del militare Joseph Antoine Aréna (fratello di quel Bathélemy Aréna che aveva cercato di assassinare il primo console al Consiglio dei Cinquecento il 19 Brumaio) organizzarono la “cospirazione dei pugnali”, con l’intento di uccidere Napoleone nel suo palco all’Opéra. L’attentato era progettato per il 10 ottobre 1800, mentre all’Opéra si rappresentava una tragedia di Corneille (L’Orazio).
Ceracchi era, in sostanza, la mente dell’iniziativa. Entrò all’Opéra con assoluta tranquillità, dando ad intendere di essere un cittadino come gli altri, venuto per assistere alla tragedia. Tuttavia, la capillare polizia già sapeva cosa il Ceracchi era venuto a fare: mentre egli camminava nei corridoi del teatro, fu neutralizzato dai soldati e trascinato fuori dal teatro. Pare che Bonaparte abbia esclamato: «Abbiamo avuto la meglio. L’ultimo colpo, non dello scalpello ma del pugnale, era destinato al mio petto». Oltre a Ceracchi, furono arrestati Demerville, Topino-Lebrun, Aréna e altri quattro cospiratori: Joseph Diana, Armand Daiteg, Denis Lavigne e Madeleine Fumey.
In definitiva, quando in rue Saint Nicaise il 24 dicembre 1800, al passaggio della carrozza del primo console, esplose l’ordigno che provocò 22 morti e 56 feriti, fu immediatamente chiara la mano che aveva azionato la macchina infernale. Fouché (forse per il suo passato nell’epoca del Terrore?) sostenne che gli ambienti dei sediziosi di sinistra erano troppo ben sorvegliati, ma Bonaparte non volle sentire altre opinioni: convinto fermamente della matrice giacobina della bomba che aveva rischiato di ucciderlo, ordinò un giro di vite straordinario: con una deliberazione senatoriale del 14 Nevoso anno IX, ordinava la «sorveglianza speciale» di centotrenta giacobini fuori dal territorio europeo (vale a dire, alle Seychelles e in Cayenna). Altri furono condannati a morte; Ceracchi, insieme a Topino-Lebrun e all’Aréna, furono ghigliottinati il 30 gennaio 1801.

mercoledì 9 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 ottobre.
Il 9 ottobre 1949 nasce a Bolzano Ottavia Piccolo.
E' una delle attrici più raffinate ed eleganti del mondo teatrale e cinematografico nazionale. Ottavia Piccolo aveva solo undici anni quando calcò per la prima volta le scene, tenuta per mano da Luigi Squarzina. Accanto alla Proclemer (nel ruolo dell'istitutrice) interpretò la parte di Helen, la ragazzina cieca e sordomuta di "Anna dei miracoli", la commedia di William Gibson. Quel debutto non rappresentò solo la prova eccellente di una bambina prodigio, ma segnò l'inizio della sua lunga e prestigiosa carriera di attrice.
Nata a Bolzano il 9 ottobre 1949, ancora giovanissima approfondisce la sua formazione artistica comparendo in televisione in "Le notti bianche" di Dostoevskij e, contemporaneamente, esordisce sul grande schermo ne "Il gattopardo", il celebre film di Luchino Visconti (1963). In seguito, dopo varie esperienze teatrali sempre con Visconti, recita a teatro sotto la guida di maestri come Giorgio Strehler ("Le baruffe chiozzotte", "Re Lear") e Luca Ronconi (un memorabile "Orlando Furioso" successivamente adattato per il grande schermo nel 1974).
Il cinema rimane comunque al centro dei suoi interessi e infatti la vediamo protagonista di qualche pellicola dell'epoca, come "Madamigella di Maupin" e "Metello", entrambi con la regia di Mauro Bolognini (per "Metello" verrà anche incoronata con la Palma d'Oro come migliore attrice al Festival di Cannes del 1970) o in quel classico che è "Serafino" di Pietro Germi (al fianco di un Adriano Celentano d'annata, siamo nel 1968).
A questo punto, dopo aver dato prova di saper indossare i panni di qualunque personaggio (passare dalla dimensione aristocratica del "Gattopardo" a quella contadina di "Serafino" non è cosa da tutti), la carriera di Ottavia Piccolo diventa internazionale, ma è soprattutto il cinema francese che adotta con benevolenza la nostra attrice, utilizzandola nei ruoli più disparati. Compare ne "L'evaso" di Pierre Granier-Deferre (tratto dal romanzo di Simenon "La vedova Couderc"), al fianco di Simone Signoret e Alain Delon e nel difficile ruolo di una prostituta che si concede ad un uomo d'affari integerrimo in "Mado" di Claude Sautet.
Nel 1974 sposa il giornalista Claudio Rossoni da cui avrà il figlio Nicola, nato nel 1975. Successivamente Ottavia Piccolo si dedica soprattutto al teatro attraverso impegnative rappresentazioni di autori immortali come Shakespeare, Pirandello, Alfieri e Hoffmansthal, mentre sul piccolo schermo prende parte a numerosi sceneggiati televisivi (incarna ad esempio un'indimenticabile Augusta nella riduzione de "La coscienza di Zeno", realizzata da Sandro Bolchi nel 1988).
Dopo dieci anni di assenza torna al cinema per interpretare la dolce Adelina che invecchia al fianco dei parenti ne "La famiglia" (Ettore Scola, 1987) e subito dopo, accanto ad Alessandro Haber, soffre per la sparizione di un figlio pasticcione e turbolento ("Da grande", Franco Amurri, 1987).
Negli anni '90 è particolarmente attiva in televisione. In Italia compare nella fortunata serie di telefilm "Chiara e gli altri " (Andrea Barzini, 1989 e Gianfrancesco Lazotti, 1991) fino a "Donna" (Gianfranco Giagni, 1995). Anche in Francia continua a mantenere una grande popolarità televisiva, mentre al cinema figura più volte nei film diretti da Felice Farina ("Condominio", 1991 e "Bidoni", 1994).
Ottavia Piccolo è anche bravissima doppiatrice: sua, ad esempio, è la voce della principessa Leila nella prima trilogia di "Guerre stellari", di George Lucas.

martedì 8 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 ottobre.
L'8 ottobre 1918 il caporale statunitense Alvin York uccise 25 nemici e ne catturò 132 praticamente da solo.
Figlio di un contadino del Tennessee, dove era nato il 13 dicembre 1887, Alvin York trascorse un’infanzia che, definire tranquilla, sarebbe un eufemismo: scapestrato, esuberante, non era raro che finisse le sue giornate ad ubriacarsi in bar, saloon e fiere itineranti. E’ proprio in queste occasioni che ha i suoi primi incontri con le armi da fuoco nei tiri a segno, cosa che lo porterà al proprio riscatto personale nel periodo del primo conflitto mondiale. Quasi a imitazione degli eroi, cui siamo abituati a vedere nei film o a leggere nei romanzi, che cadono ma si rialzano più forti di prima, la sua vita prende una piega inaspettata nel 1911 quando muore il padre William: negli anni seguenti, sarà lui che tirerà avanti la famiglia, aiutando la madre ad allevare i suoi fratelli (Alvin era il terzogenito di undici figli): nel 1914, poi, a seguito di una crisi spirituale si avvicinerà alla Chiesa di Cristo nell’Unione Cristiana, una ristretta congregazione conservatrice, che si ispirava al cattolicesimo tradizionale. Le sue giornate passate in compagnia degli amici tra alcool e saloon erano finite. Intanto, l’Europa era sprofondata nel baratro della Prima Guerra Mondiale, ma anche negli Stati Uniti cominciavano a farsi più insistenti le voci che si elevavano per un intervento a fianco degli eserciti alleati.
Forte della sua nuova fede cattolica, al momento della chiamata alle armi si definì un “obiettore di coscienza”, anticipando di quasi mezzo secolo i movimenti del Sessantotto e scrisse sul proprio foglio di arruolamento “non voglio combattere, credo nella Bibbia”: l’esercito non ne tenne conto e l’arruolò nell’82a Divisione Fanteria, 328° Reggimento, Compagnia G, destinandolo al fronte francese. Il Caporale Alvin York divenne così uno dei tanti soldati americani che composero il corpo di spedizione agli ordini del Generale John Pershing. Giunto al fronte dopo l’addestramento svolto a Camp Gordon, il suo nome, e le sue gesta, passeranno alla storia per la formidabile azione a cui prese parte l’8 ottobre 1918, quando, assieme ad un gruppo di sedici soldati, lasciò le linee francesi per prendere possesso di una linea ferroviaria nei pressi di Chatel Chéhéry, nelle Ardenne. A causa di un problema di lettura delle mappe scritte in francese, la pattuglia americana si ritrovò nel mezzo delle linee tedesche fortemente trincerate: in un primo momento, i soldati del Kaiser, vedendoli giungere dalle loro retrovie, credettero di essere circondati, ma non appena capirono la realtà dei fatti e l’esiguo numero degli yankees, reagirono prontamente. Da una collina nelle vicinanze cominciarono a crepitare le mitragliatrici e nove soldati caddero nei primi minuti di scontri. Intanto, il Caporale York, armato solo di un fucile Enfield e di una pistola Colt, si avventurò da solo in campo nemico: le giornate passate ai tiri a segno da ragazzo tornarono, come dirà lui stesso, utili. Da solo, sparando con le armi in dotazione, e con l’uso della baionetta, uccise 25 soldati nemici, mise fuori uso 35 mitragliatrici e, assieme ai sette soldati superstiti, riuscì a catturare 132 prigionieri. Al rientro alle proprie linee, fu accolto come un eroe, venendo promosso al grado di Sergente e decorato con la Distinguished Service Cross, la seconda più alta decorazione assegnata dall’Esercito degli Stati Uniti per atti di valore. Poco dopo, giunse anche la massima onorificenza, la Medal of Honor. Terminata la guerra, tornò negli Stati Uniti, dove venne accolto come un eroe nazionale. E non a torto, possiamo aggiungere.
Alvin York morì nel 1964 a causa di un'emorragia cerebrale e venne sepolto nel cimitero della sua Pall Mall.
La sua vita  ispirò un famoso film statunitense “il sergente York” di Howard Hawks con Gary Cooper, diretto nel 1941, quindi nell’anno in cui gli Usa entrarono nel conflitto mondiale dopo l’attacco di Pearl Harbor. Il film dunque parla della  vita dell' eroe statunitense della prima guerra mondiale Alvin York; il film fu un grande successo con 10 designazioni ai premi Oscar, che comportarono una statuetta per Gary Cooper – che interpretava York-  e una per il montaggio. Il film occupa un posto particolare nel lavoro di H. Hawks che lo diresse per aiutare il produttore Jesse L. Lasky in cattive acque; alla sceneggiatura collaborò John Huston.
Nel 2008 è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

lunedì 7 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 ottobre.
Il 7 ottobre 1982 esordisce a Broadway il musical Cats.
“Memory” è sicuramente la canzone piú famosa di Cats di Andrew Lloyd Webbers, ispirato al libro per bambini “Old Possum´s Book of Practical Cats” (1939) dello scrittore e premio nobel per la letteratura T.S. Eliot. Lo spettacolo, diviso in due atti, andò in scena a Londra per ben 21 anni, dal 1981 al 2002. Allo stesso tempo Cats fu messo in scena anche a Broadway, dal 1982 al 2000. In Germania lo spettacolo fece parte del programma del Operettenhause di Amburgo dal 1986 al 2001. Dopo la chiusura vi furono numerose repliche e al termine delle repliche iniziò un grande tour internazionale. Nel 2016 Cats venne nominato “Best Musical revival”. Il musical è uno tra i più grandi successi di tutti i tempi per longevità, spettatori e incassi totali.
La Trama del musical Cats
È notte, c´è la luna piena e regna il silenzio sulla città. Come ogni anno in un quartiere di Londra i gatti della tribù Jellicle si sono dati appuntamento al chiaro di luna per la festa durante la quale il vecchio Deuteronomio, loro capo, sceglierà chi di loro passerà nel “Dolce Aldilà” per rinascere a nuova vita. Questa è una notte davvero speciale: gli umani assistono alla festa dei gatti.
I Jellicle si presentano e raccontano le loro storie; tra loro c’è anche Grisabella, un tempo gatta affascinante, ora malconcia ed evitata da tutti. All’improvviso compare il malvagio Macavity, che rapisce Deuteronomio e si ripresenta più tardi fingendosi proprio Deuteronomio. Il gatto criminale viene però smascherato e scacciato dagli altri gatti. I Jellicle si mettono così alla ricerca del buon Deuteronomio e chiedono aiuto al mago Mr. Mistofeles che, alla fine di una sua esibizione, lo fa riapparire. Mentre l’alba si avvicina, Grisabella ricompare sulla scena e, cantando la celebre “Memory”, rievoca i bei tempi: i gatti Jellicle sono pronti a riaccoglierla tra loro. Deuteronomio decide che sarà proprio lei ad aver diritto a rinascere e la accompagna alle porte del “Dolce Aldilà”.

domenica 6 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.
Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo sulle leggi razziali pubblica la "dichiarazione sulla razza".
Ottantun anni fa l'approvazione dei primi decreti che privarono gli appartenenti all'ebraismo dei diritti più elementari che gli altri connazionali continuavano ad avere. Dal divieto di studiare nelle scuole pubbliche a quello di sposarsi con italiani "ariani". Una decisione che il capo del governo rivendicò: "Chi dice che stiamo imitando qualcun altro, è un deficiente". Un piccolo ripasso al tempo della politica che parla di "razza bianca" e "adesione" alle leggi di Norimberga.
La neve di Auschwitz, gli spettri lungo il filo spinato, il fumo dal camino, le fosse comuni, gli sguardi persi nel vuoto, gli esperimenti sui bambini, gli eroi, i carri-bestiame, i tedeschi cattivi, il suono dei violini, lo strazio dei figli e delle madri, gli stivali dei nazisti, i diari e le lettere, le porte abbattute casa per casa. L’orrore dell’Olocausto è stato raccontato mille volte, con tutti i linguaggi e in tutte le lingue, e mille ne serviranno ancora e poi ancora mille. Resta, dopo lo shock di una narrazione cominciata troppo tardi, quello che fatica ancora ad essere raccontato, forse perché fatica ad essere accettato. Qualcuno la chiama la “memoria addomesticata”. L’infamia dello sterminio di massa degli ebrei, teorizzato da Adolf Hitler, ebbe infatti nei fascisti italiani i suoi collaboratori fattivi. L’orrore ebbe un’onda lunga che iniziò con le leggi razziali, volute da Benito Mussolini, Duce del fascismo, controfirmate dal capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III, e combattute da pochissime, isolate, voci.
Quello delle leggi razziali fu un virus che infettò ulteriormente e definitivamente giorno dopo giorno uno Stato già da tempo deprivato di tutte le libertà. Fu l’ultima iniezione: le norme, molte solo amministrative, ebbero un impatto irreversibile sulla vita quotidiana di migliaia di cittadini italiani, che non poterono più lavorare, studiare, formarsi, contribuire alla crescita individuale, delle proprie famiglie e delle proprie comunità.
Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne.
Dall’approvazione dei primi di una lunga serie di decreti-legge razziali sono ricorsi nel 2018 gli ottant’anni: il primo è del 5 settembre e ordina l’esclusione dalle scuole degli ebrei. Il re la firma nella sua villa nella tenuta di San Rossore, in Toscana, dopo una colazione e una passeggiata fino al mare. Da quella passeggiata sono passati, oggi, ottantun anni: eppure ancora pochi. Ancora alla fine del 2017 Simone Di Stefano, dirigente di CasaPound, spiegava che l’alleanza di Mussolini con Hitler era comprensibile perché “ancora non si sapeva dell’Olocausto“. All’inizio del 2018 il candidato presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana – poi eletto – parlava di “difesa della razza bianca“. Negli stessi giorni il candidato presidente della Regione Lazio Sergio Pirozzi metteva sulla stessa bilancia le opere pubbliche (in cui il Duce “ha fatto grandi cose”) e le leggi razziali, “tra le cose brutte”. “Per quello che riguarda infrastrutture, politiche sociali, una visione del Paese, il Duce secondo me ha fatto grandi cose – disse Pirozzi – Ma l’aver aderito alle sciagurate leggi razziali e aver fatto entrare l’Italia in guerra al fianco di Hitler è stata una cosa sciagurata“. Nel 2005 era stata la volta dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Ci furono le leggi razziali, orribili, ma perché si voleva vincere la guerra con Hitler“. Il ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini è solito usare, parafrasati, i motti del Duce. Come “Molti nemici, molto onore”, ribadito il 29 luglio, il giorno in cui Mussolini nacque nel 1883 a Dovia, frazione di Predappio. “Guardi – aveva detto Salvini mesi prima a una radio – Che durante il periodo del fascismo si siano fatte tante cose e si sia introdotto ad esempio il sistema delle pensioni, è un’evidenza. Poi evidentemente le leggi razziali e le persecuzioni sono quanto di più folle in assoluto nella storia dell’universo. Però dirlo mi sembra negare l’evidenza… Che le paludi siano state bonificate in quel periodo si può dire?”.
La bonifica delle paludi e l’Inps di nuovo al fianco delle espulsioni di massa, dei rastrellamenti dei ghetti, delle bastonate, delle deportazioni. Eppure le leggi razziali non furono un incidente né un caso. Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne. Le leggi razziali non furono una sciagura, non sono state una disgrazia, ma una decisione deliberata, sostenuta e accettata da tutti gli apparati dello Stato, fino dai suoi vertici, compreso il capo di Casa Savoia.
Nell’agosto del 1938 era già nata la Difesa della Razza, un quindicinale sostenuto economicamente dal fascismo e diretto da uno dei giornalisti più attivi nella polemica antisemita, Telesio Interlandi. E’ lì che viene pubblicato per la seconda volta in due settimane il Manifesto della razza, la prima era stata sul Giornale d’Italia. È firmato da 10 scienziati, due dei quali zoologi. “Il Duce – scrive sul suo diario Galeazzo Ciano, genero e ministro di Mussolini – mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui”.
Nei primi due decreti che Mussolini firmò vietava l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordinava ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia.
Il manifesto dice tra l’altro che “le razze umane esistono”, che ne esistono di “grandi” e di “piccole”, che il concetto di razza è “puramente biologico”, che “è una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici” (si nega in sostanza una qualche immigrazione), che “esiste una pura razza italiana”, che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”, che è “necessario fare una distinzione tra i mediterranei d’Europa da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra”, che “i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo”. Parole che in qualche caso risuonano con altri obiettivi e altre maschere in diverse piazze italiane di oggi.
Mussolini firma i primi due decreti-legge il 5 e il 7 settembre 1938: vieta l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordina ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia. Dieci giorni dopo si affaccia su una piazza di Trieste per rivendicare quelle leggi e quelle che verranno. “Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale – sottolinea ad un certo punto – Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito ad imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti, ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno”.
Poche settimane dopo, il 6 ottobre, il Gran Consiglio del fascismo, approva la “Dichiarazione sulla razza”. In 5 anni i decreti razziali sono circa 180. Uno degli ultimi obbliga al lavoro coatto gli ebrei. Nei primi anni, le norme italiane sono più vessatorie di quelle vigenti in Germania. Gli studenti ebrei in Italia per esempio sono espulsi dalle scuole prima di quelli in Germania.
Prima del genocidio, dunque, molto prima, Mussolini e lo Stato fascista decidono di separare una parte di cittadini appartenenti a una cosiddetta “razza”, privandoli dei loro diritti più elementari. Intorno, poche e deboli sono le voci contrarie. Anzi, molti i delatori. E le cattedre lasciate vuote dai professori ebrei sono prontamente occupate da non ebrei. Chi cerca di fare qualcosa per impedire le vessazioni, anche senza eroismo ma con ragionevolezza, viene denunciato per “pietismo“. “Due fascisti”, racconta il Corriere della Sera del 6 dicembre 1938, sono puniti per “pietismo filogiudaico” ed espulsi dal partito perché, “affetti da inguaribile spirito borghese, si abbandonavano ad incomposte manifestazioni pietistiche nei confronti di un giudeo”. Si chiamano Italo Locatelli e Mario Castelli: sono estromessi perché hanno partecipato a una colletta per un regalo (un orologio) al direttore della loro industria, rimosso dall’incarico perché ebreo. Sette giorni prima l’editore Angelo Fortunato Formiggini, considerato “profeta” della Treccani, all’inizio estimatore di Mussolini dall’inizio, si era buttato di sotto dalla Ghirlandina di Modena: aveva le tasche piene di soldi perché non si dicesse che fosse per crisi economiche. Al segretario del Pnf, Achille Starace, non interessò troppo: “È morto proprio come un ebreo – commentò – Si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”.
E’ da quelle settimane del 1938 e fino all’abolizione delle leggi razziali nel 1944 che gli ebrei non possono più essere cittadini uguali agli altri.
Non possono essere iscritti al Partito nazionale fascista. Non possono far parte di associazioni culturali e sportive.
Non possono insegnare nelle scuole statali né in quelle parastatali. Non possono studiare nelle scuole pubbliche. Non possono insegnare né studiare in accademie e istituti di cultura. Non possono lavorare come insegnante privato. Non possono entrare nelle biblioteche. Non possono avere una radio.
Non possono sposarsi con italiani “ariani”. Non possono, da cittadini stranieri, rimanere in Italia, né ottenere la cittadinanza italiana né mantenerla se concessa dopo il 1919.
Non possono lavorare come notaio, giornalista, avvocato, architetto, medico, farmacista, veterinario, ingegnere, ostetrica, procuratore, patrocinatore legale, ragioniere, ottico, chimico, saltimbanco girovago, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale. Non possono avere la licenza per il taxi. Non possono fare i piloti di aereo.
Non possono lavorare in nessun ufficio della Pubblica Amministrazione. Non possono lavorare nelle società private di carattere pubblico, come le banche e le assicurazioni.
Non possono prestare servizio militare. Non possono essere proprietari o gestori di aziende. Non possono essere proprietari di terreni o di fabbricati. Non possono farsi pubblicità.
Non possono essere tutori di minori. Non possono, in alcuni casi, neanche mantenere la patria potestà sui propri figli.
I testi redatti, curati o commentati da autori ebrei, anche se scritti con “ariani”, non possono essere adottati nelle scuole. Le carte geografiche murali di autori ebrei sono vietate.
Gli ebrei non possono assumere domestici “di razza ariana”. Non possono lavorare come portieri di stabili abitati da ariani.
Le strade, le scuole e gli istituti non possono avere nomi ebraici e per questo vengono cancellati. Non possono comparire sugli elenchi telefonici e per questo sono cancellati. Non possono pubblicare necrologi.
Nei programmi radiofonici e nelle stagioni dei teatri non ci possono essere opere scritte da autori ebrei. Gli ebrei non possono fare gli attori, i registi, gli scenografi, i musicisti, i direttori d’orchestra e per questo vengono licenziati. Nelle mostre non possono essere esposte opere di pittori e scultori ebrei. Gli ebrei non possono fare i fotografi. Non possono fare i tipografi. Non possono vendere oggetti d’arte. Non possono vendere oggetti sacri, soprattutto se cristiani.
Non possono avere una rivendita di tabacchi, non possono lavorare come commerciante ambulante, non possono gestire agenzie d’affari, non possono gestire agenzie di brevetti. Non possono vendere gioielli. Non possono essere mediatori, piazzisti, commissionari. Non possono vendere oggetti usati.
Non possono vendere apparecchi radio. Non possono vendere libri. Non possono vendere penne, matite, quaderni. Non possono vendere articoli per bambini. Non possono vendere carte da gioco.
Non possono fare gli affittacamere. Non possono gestire scuole da ballo e scuole di taglio. Non possono gestire agenzie di viaggio. Non possono lavorare come guida turistica, non possono lavorare come interprete. Non possono gareggiare nelle manifestazioni sportive, perché il Coni li espulse da tutte le federazioni.
Non possono frequentare luoghi di villeggiatura in luoghi considerati di lusso, come la Versilia, alcune località di montagna, ma anche Ostia, il mare di Roma. In pratica non possono andare in spiaggia.
Non possono vendere alcolici, non possono esportare frutta e verdura, non possono esportare la canapa.
Non possono gestire la raccolta di rifiuti. Non possono raccogliere rottami di metallo. Non possono raccogliere lana da materassi, non possono tenere depositi né possono vendere carburo di calcio. Non possono raccogliere né vendere indumenti militari fuori uso.
Non possono avere il porto d’armi. Non possono avere concessioni per le riserve di caccia. Non possono avere permessi per fare ricerche minerarie. Non possono esplicare attività doganali. Non possono tenere cavalli. Non possono nemmeno allevare piccioni.

sabato 5 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 ottobre. Il 5 ottobre 1944 viene barbaramente trucidato a Bologna Bruno Tosarelli.
Bruno Tosarelli, da Pietro e Dina Dallavalle; nato l'11 dicembre 1912 a Castenaso. Meccanico.
Membro dell'organizzazione comunista bolognese attiva nel 1930 (centinaia furono gli arrestati), accusato di ricostituzione del PCI e propaganda sovversiva, con sentenza del 30 giugno 1931 fu prosciolto per non luogo a procedere.
Espatriò clandestinamente nel gennaio 1937 per raggiungere la Spagna. Appartenne alla brigata Garibaldi. Ebbe il grado di tenente. Fu ferito due volte, a Farlete e sull'Ebro.
Lasciò la Spagna nel febbraio 1939. Venne internato nei campi di concentramento francesi di Saint-Cyprien, di Gurs e di Vernet-d'Ariège. Nelle organizzazioni del campo svolse intensa attività politica.
Arrestato in Francia nell'aprile 1941 e tradotto in Italia venne rinviato al Tribunale speciale senza emissione di sentenza istruttoria e condannato, il 13 giugno, a 15 anni di carcere per l'attività politica svolta a Bologna fino al 1937.
Liberato nel luglio 1943, partecipò alla riorganizzazione del PCI.
Dopo l'armistizio contribuì alla formazione delle organizzazioni gappiste e sappiste. Fu commissario della 63a brigata Bolero Garibaldi prima, e comandante del 6° raggruppamento sappisti poi.
Organizzò e partecipò a numerose e rischiose azione contro i nazifascisti. Di ritorno da una riunione di comandanti in Bologna, il 5 ottobre 1944, riconosciuto da militi fascisti mentre attraversava il centro della città, venne circondato e barbaramente trucidato sul posto.
È stato decorato di medaglia d'oro con questa motivazione: "Apostolo della propria idea, già valoroso combattente garibaldino in terra straniera, organizzava i primi nuclei partigiani per la lotta contro l'oppressore della Patria. Commissario politico di una Brigata combatteva vittoriosamente a Monte Vignola, Monte San Pietro, Monte Capra. Comandante della 6" zona della città di Bologna, faceva sempre ovunque rifulgere le sue belle virtù di uomo di azione, di organizzazione e di trascinatore. Arrestato e seviziato trovava nella morte la liberazione dal martirio che aveva fatto scempio del suo corpo. Fulgido esempio di fede e di eroismo.
Bologna 9 settembre 1943 - 5 ottobre 1944"
Riconosciuto partigiano dal 9 settembre 1943 al 5 ottobre 1944.
A suo nome è stata intitolata una strada di Bologna e la via principale di Castenaso.

venerdì 4 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 ottobre.
Il 4 ottobre 1910 un colpo di Stato mette fine a 800 anni di monarchia in Portogallo. Manuele II di Braganza lascia il paese a bordo del suo yacht e va in esilio a Londra. La repubblica viene ufficialmente proclamata l’anno successivo. La rivoluzione colpì in primo luogo la Chiesa cattolica, poiché le chiese vennero saccheggiate e i conventi furono attaccati. Inoltre furono presi di mira anche i religiosi. Il nuovo governo, si preoccupò di inaugurare una politica di riforme di drastica limitazione del potere clericale. Il 10 ottobre il nuovo governo repubblicano decretò che tutti i conventi, tutti i monasteri e tutte le istituzioni religiose fossero soppresse: tutti i religiosi venivano espulsi dalla repubblica e i loro beni confiscati. I gesuiti furono costretti a rinunciare alla cittadinanza portoghese. Seguirono, in rapida successione, una serie di leggi progressiste: il 3 novembre venne legalizzato il divorzio. In seguito passarono leggi che legittimavano i figli nati fuori dal matrimonio, che autorizzavano la cremazione, che secolarizzavano i cimiteri, che sopprimevano l’insegnamento religioso a scuola e che proibivano di indossare l’abito talare. Inoltre al suono delle campane e ai periodi di adorazione furono poste alcune restrizioni e la celebrazione delle feste popolari fu soppressa. Il governo interferì anche nei seminari, riservandosi il diritto di nominare i professori e determinare i programmi. Questa lunga serie di leggi culminò nella legge di separazione fra Chiesa e Stato che fu approvata il 20 aprile 1911.
Queste riforme furono tuttavia fortemente invise alla parte più conservatrice della società e la repubblica nacque debole, osteggiata da destra e da sinistra. Due brevi dittature la interruppero: la prima del Generale Joaquim Pimenta de Castro nel 1915, la seconda di Sidonio Pais nel 1917-18. Il vuoto di potere che si creò a seguito dell’assassinio di Sidonio Pais, portò il paese a una breve guerra civile. La restaurazione della monarchia venne proclamata nel Portogallo settentrionale il 19 gennaio 1919 e, quattro giorni dopo, scoppiò un’insurrezione monarchica a Lisbona. Un governo di coalizione, diretto da José Relvas, coordinò la lotta contro i monarchici con l’esercito e con civili armati. Dopo una serie di scontri, i monarchici furono definitivamente sconfitti il 13 febbraio 1919. Questa vittoria militare permise al Partito Repubblicano di ritornare al governo e di emergere trionfante alle elezioni tenute lo stesso anno. Tuttavia la stabilità mancò sempre al fragile regime repubblicano. Tra il 1910 e il 1926 ci furono quarantacinque governi. Furono tentate molte formule per stabilizzare il sistema politico, come il governo monopartitico, la coalizione ed esecutivi presidenziali, ma nessuno di questi ebbe successo.
Alla metà degli anni venti la scena internazionale reazionaria favorì un’altra soluzione autoritaria (parimenti a quanto avvenne nell’Italia fascista e a quanto sarebbe a breve accaduto in Germania e Spagna). Con il colpo di stato del 28 maggio 1926 venne posta fine alla Prima Repubblica. Al suo posto venne instaurata una dittatura. La rivoluzione conservatrice partì da Braga e poco dopo si propagò nelle altre città portoghesi. Il Generale Gomes da Costa marciò con 15.000 uomini in direzione di Lisbona, dove veniva acclamato dai suoi seguaci. Nel 1933 l’arrivo al potere di Antonio Oliveira de Salazar trasformerà il paese in una dittatura fascista che durerà 40 anni. Il Portogallo tornerà a essere un paese libero solo il 25 aprile 1975.

giovedì 3 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 ottobre.
Il 3 ottobre 1954 viene consacrata la Basilica di San Petronio a Bologna, dopo più di 500 anni dalla sua costruzione.
La Basilica di San Petronio, dedicata al patrono cittadino (ottavo vescovo di Bologna dal 431 al 450), è la più grande e importante chiesa bolognese (m 132 di lunghezza, 66 di larghezza totale, 47 di altezza). La costruzione fu iniziata nel 1390 sotto la direzione di Antonio di Vincenzo. Nel 1514 Arduino degli Arriguzzi propone un nuovo modello a croce latina che avrebbe superato in grandezza la chiesa di San Pietro a Roma. Secondo la leggenda Pio IV bloccò la realizzazione di questo sogno megalomane, sollecitando i lavori per la costruzione dell'Archiginnasio. Anche la facciata rimase incompiuta. La copertura della navata maggiore e la chiusura dell'abside furono ultimate solo nel 1663 su progetto di Girolamo Rainaldi e direzione di Francesco Martini. Le navate minori vennero chiuse da muri rettilinei. Celebre fu la Cappella musicale petroniana il cui il simbolo più prestigioso è un organo tuttora funzionante, costruito attorno al 1470 da Lorenzo da Prato: il più vecchio al mondo ancora in uso. Un altro organo più recente (1596) è di Baldassarre Malamini e anche questo è funzionante nonostante i quattrocento anni di vita.  Il 4 ottobre 1814 viene riaperta la cappella del SS. Sacramento, fatta restaurare da Antonio Malvezzi Campeggi su progetto di Angelo Venturoli. Nel 1894 fu aperto il Museo di San Petronio su progetto di T. Azzolini. Infine, tra le cappelle 1 - 2, 9 - 10, 13 - 14 , 21 - 22, si trovano le quattro croci di pietra che, secondo la leggenda, furono poste da San Petronio agli angoli del perimetro della città, definito nei secoli successivi il cerchio delle mura di selenite.
Giacomo Ranuzzi iniziò il rivestimento marmoreo della facciata, che non venne mai completato, nel 1538 su disegno di Domenico da Varignana. La parte terminata è decorata con opere degli scultori Jacopo della Quercia, Amico Aspertini e Alfonso Lombardi. Il portale centrale, iniziato nel 1425, è un capolavoro di Jacopo della Quercia. Sui pilastri sono rappresentate scene dell'Antico Testamento, sull'archivolto 18 profeti, sull'architrave storie del Nuovo Testamento e sul timpano la "Madonna con Bambino" e "Sant'Ambrogio e San Petronio". Il centro dell'arco del timpano è opera di Amico Aspertini. Degne di nota nelle due porte laterali sono la "Resurrezione" di Alfonso Lombardi sulla porta di sinistra e la "Deposizione" di Amico Aspertini sulla porta di destra.
La Cappella di S. Giacomo, già Rossi e Baciocchi: sull'altare la splendida "Madonna in Trono" di Lorenzo Costa (1492); allo stesso autore sono attribuiti i disegni della vetrata policroma. Il monumento funebre di destra conserva le spoglie del principe Felice e di sua moglie Elisa Bonaparte realizzato da Lorenzo Bartolini e Cincinnato Baruzzi.
La Cappella di S. Rocco o Cappella Malvezzi Ranuzzi: sull'altare si trova il "San Rocco" del Parmigianino (1527). Le vetrate furono disegnate da Achille Casanova (1926).
La Meridiana di San Petronio fu ideata e costruita da Gian Domenico Cassini, docente nello studio di Bologna, intorno al 1656 dopo che, nei lavori di allungamento della chiesa, era andata distrutta quella di Egnazio Danti. Per i calcoli il Cassini utilizzò una strumentazione che è ora visibile nel Museo. La meridiana di San Petronio è la più lunga del mondo (lunga m 67,72, foro di luce a m 27 dal suolo, distanza fra i solstizi m 56); la sua lunghezza corrisponde alla seicentomillesima parte del meridiano terrestre. Venne ristrutturata ne 1775 dall'astronomo Eustachio Manfredi, il quale sostituì la linea di ferro con una di ottone.

mercoledì 2 ottobre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 ottobre.
Il 2 ottobre 1968, a Città del Messico, avvenne il massacro di Tlatelolco.
Nella piazza delle Tre Culture, nel quartiere Tlatelolco, migliaia di studenti e lavoratori messicani si danno appuntamento per manifestare pacificamente contro il Governo di Gustavo Diaz Ordaz, a capo di un partito che di rivoluzionario ha solo il nome. Mancano appena dieci giorni all’inizio della 19esima edizione dei Giochi Olimpici. Ma è dall’estate che il Paese è attraversato dalle tensioni che del resto caratterizzano l’intero anno, dalla protesta studentesca all’offensiva in Vietnam, dagli assassini di Martin Luther King e Bob Kennedy ai carri armati russi che soffocano nel sangue la Primavera di Praga. Il 22 luglio 1968, nella capitale messicana, una banale rissa tra istituti studenteschi viene sedata con la forza dai granaderos, i carabinieri messicani. È la scintilla che, nell’anno olimpico, fa scattare il corto circuito tra le due anime del Paese, come spiega Marco Bellingeri, docente di storia dell’America latina all’università di Torino e direttore del centro di cultura italiana a Città del messico.
Eddy Ottoz allora era un ragazzo di 24 anni. Quarto ai Giochi di Tokio nei 110 ostacoli, in Messico era pronto per puntare a una medaglia olimpica. Giovane attento, spirito libero, Ottoz aveva avuto occasione per conoscere da vicino le tensioni della società messicana, avendo più volte visitato il Paese negli anni precedenti, proprio in vista di quelle Olimpiadi, particolarmente attese per il clima politico, l’altitudine che avrebbe condizionato molti risultati, la diretta tv che per la prima volta avrebbe portato i Giochi nelle case di tutto il mondo.
Quel 2 ottobre 1968 sono oltre 10mila i giovani che accorrono in Piazza delle Tre Culture per partecipare alla manifestazione antigovernativa. Il segnale della repressione arriva alle 17.30, dal cielo. Le vie di fuga della piazza vengono chiuse: all’improvviso, dai tetti del ministero degli Esteri e dagli elicotteri partono raffiche di mitra sulla folla: sono 62 interminabili minuti di fuoco. Tra i feriti anche l’inviata dell’Europeo Oriana Fallaci che rilascia al Tg Uno una drammatica testimonianza dal suo letto d’ospedale il giorno dopo.
Il bilancio della carneficina è di oltre 300 vittime, 1200 feriti, 1800 arrestati, 25mila colpi sparati. il silenzio di Ottoz, tra i primi ad accorrere sul luogo della tragedia, è più eloquente di qualsiasi parola.
Molto si è scritto e detto su quello che rimane uno degli episodi più tragici della storia dell’olimpismo. Le trame sottostanti a quella strage sembrano ora più chiare ed evidenti, e solo di recente il Messico è riuscito a fare i conti con quel passato scomodo e tragico.
Il sangue sparso a piazza delle Tre Culture non fermò, però, le Olimpiadi messicane.

Cerca nel blog

Archivio blog