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domenica 15 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre 2008 la banca d'affari americana Lehman Brothers fallisce, dando inizio alla grande crisi economica che investì l'intero pianeta.
La mattina di lunedì 15 settembre 2008, il Wall Street Journal titolava a sei colonne in prima pagina: «Crisi a Wall Street, Lehman in bilico Merrill in vendita e AIG in cerca di soldi». Per sua sfortuna, il quotidiano era andato in stampa poco prima che Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari di New York, entrasse ufficialmente sotto tutela fallimentare, il che era avvenuto esattamente all’una e quarantacinque di notte. La mattina, quando gli operatori di borsa si resero conto con orrore che il Wall Streett Journal, e quasi tutti gli altri quotidiani finanziari, avevano mancato la notizia del decennio, il Dow Jones (il principale indice della borsa di New York) perse più di 504 punti, il crollo più alto dal 17 settembre 2001, il primo giorno di scambi dopo l’attentato alle Torri gemelle. Anche se il fallimento di Lehman Brothers non fu la causa principale della crisi, quel giorno fu il momento in cui divenne chiaro che, molto presto, la crisi avrebbe raggiunto proporzioni globali.
Lehman Brothers era stata fondata nel 1850 da Henry Lehman, un emigrato tedesco di origine ebraica, e i suoi discendenti mantennero il controllo della banca fino al 1969. Dopo più di un secolo di storia gloriosa, dal 1984 al 1994, la banca fu sotto il controllo di American Express. Quando riacquistò l’indipendenza, sotto la guida di Richard Fuld (l’amministratore delegato che l’avrebbe portata al fallimento) Lehman divenne in breve una delle più importanti e spregiudicate banche d’affari del paese. Per la precisione, divenne la quarta in ordine di grandezza: davanti a Bear Stearns e dietro, nell’ordine, a Goldman Sachs, Morgan Stanley e Merrill Lynch. A differenza delle banche commerciali, che raccolgono il risparmio dei privati e concedono prestiti, Lehman, come le altre banche d’affari, faceva soprattutto consulenza ad altre società, le aiutava nel collocamento di azioni o di obbligazioni in borsa e investiva il proprio denaro e il denaro altrui.
Nonostante avesse alle spalle una storia secolare, nell’ambiente di Wall Street Lehman aveva l’immagine di una banca giovane e spregiudicata e gli operatori di banche come JP Morgan, più antiche e prestigiose, guardavano a Lehman con la sufficienza riservata ai parvenu senza stile. Richard Fuld, per esempio, era soprannominato “il Gorilla”, mentre la sala operativa della banca era un caos di pile di carte, posaceneri pieni e nuvole di fumo. I trader e gli altri impiegati di Lehman facevano spesso una bandiera della loro trasandatezza e volgarità, in contrasto con le pose aristocratiche degli altri lavoratori nel settore. Oggi sappiamo che la crisi che portò al fallimento di Lehman fu causata da tre fattori legati insieme: le politiche monetarie della FED (la banca centrale americana), la deregolamentazione di Wall Street e le scelte di Fuld, per le quali conquistò il soprannome di “peggior amministratore delegato di sempre“.
Per spiegare il primo di questi fattori bisogna fare un piccolo passo indietro. Tutte le banche centrali del mondo hanno la missione fondamentale di mantenere sotto controllo l’inflazione. Questo obiettivo viene perseguito tramite le cosiddette politiche monetarie, la principale delle quali è la regolazione dei tassi di interesse con cui prestano soldi alle altre banche. Più questi tassi sono bassi, più le banche chiedono soldi a prestito e più denaro circola nel sistema. La difficoltà nel lavoro di banchiere centrale consiste nel trovare il tasso giusto per accompagnare la crescita economica, senza però causare troppa inflazione.
La FED, la banca centrale americana, si comportò in maniera piuttosto conservatrice, cioè tenendo i tassi bassi, dagli anni Ottanta fino ai primi anni duemila, quando scoppiò la bolla economica delle “dotcom”. Poco dopo si verificò l’attentato dell’11 settembre a New York. La risposta della FED a questi due eventi fu abbassare moltissimo i tassi di interesse, inondando il mercato di dollari. Quando i tassi di interesse fissati da una banca centrale sono bassi, significa che “gira” molto denaro: è più facile ottenere prestiti e anche i tassi di interessi praticati ai clienti delle banche si abbassano (per questo si dice anche che le banche centrali “abbassano il costo del denaro”). Per tutto il periodo dei bassi tassi di interesse le banche hanno fatto molta fatica ad ottenere guadagni interessanti, visto che erano costrette dal costo basso del denaro a concedere prestiti a pochi soldi. In quel periodo, scommettere in operazioni molto rischiose, ma che consentivano forti guadagni, fu particolarmente attraente per i banchieri.
Il secondo fattore che contribuì al fallimento di Lehman fu la deregolamentazione di Wall Street, avvenuta negli anni 2000 sotto la presidenza di Bush. Questa permise in sostanza alle banche di fare cose molto più rischiose e di indebitarsi molto più di quanto potessero fare prima. I tassi bassi e i magri ritorni economici che causavano le incentivarono ad essere sempre più spericolate. Da qui nasce la bolla dei mutui subprime, che in poche parole si può riassumere così: le banche avevano talmente tanti soldi fermi che non rendevano nulla (o che rendevano poco) che cominciarono a prestare denaro a chiunque, anche a chi non aveva le carte in regola per restituire il prestito.
Molti mutui erogati significava molte case comprate e molte case comprate significava aumento costante del valore delle case per via della legge della domanda e dell’offerta. Quando la FED decise finalmente di alzare di nuovo i tassi l’intero meccanismo si inceppò di colpo. Le rate dei mutui a tasso variabile (cioè legati all’andamento di un tasso di interesse, come per esempio il tasso di interesse praticato dalla FED) aumentarono e molti americani non furono in grado di ripagarli. Le banche e le altre società finanziarie si ripresero le case messe a garanzia dei prestiti e cercarono di venderle per rientrare del loro investimento, ma con migliaia di casa rimesse improvvisamente sul mercato, il loro valore crollò di colpo, lasciando enormi vuoti nei bilanci delle società finanziarie.
Per scelta di Richard Fuld e degli altri dirigenti di Lehman, la banca era stata molto attiva in tutto questo processo. Lehman, come le altre banche d’affari, non erogava mutui. Però acquistava regolarmente i mutui emessi dalle piccole società finanziarie e dalle banche di provincia. Le piccole finanziarie così si liberavano di un credito che pesava sul loro bilancio, ottenevano nuovi liquidi con cui fare nuovi prestiti, mentre Lehman e le altre banche d’affari usavano quei mutui come garanzie per costruire complicati titoli derivati che poi vendevano sul mercato (in fondo quei mutui erano garantiti da qualcosa di tangibile come una casa, un bene in teoria sicuro). Fino al 2007, la divisione titoli immobiliari di Lehman era la branca di Lehman che produceva più utile.
Nel corso del 2008, dopo che la FED ebbe cominciato ad alzare i tassi, la bolla immobiliare scoppiò. Il valore delle case precipitò e così fece il valore dei titoli derivati che erano garantiti dai mutui su quelle stesse abitazioni. Il crollo non riguardò l’intero mercato immobiliare e non tutti coloro che avevano ricevuto un mutuo si trovarono nell’impossibilità di ripagarlo. Il problema fu che era divenuto impossibile distinguere i titoli legati a mutui solidi da quelli legati a mutui divenuti spazzatura, i cosiddetti “titoli tossici”. Le varie banche d’affari aveva impacchettato, spezzettato e impacchettato di nuovo i mutui iniziali in titoli derivati (che non a caso venivano chiamati “salsicce”). Si trattava di titoli estremamente complicati di cui era quasi impossibile capire con facilità quale fosse la base che li garantiva all’origine. Questi titoli comparivano sui libri contabili delle banche con un certo valore, ma nessuno sapeva a che prezzo davvero sarebbero riusciti a venderli se avessero provato a metterli sul mercato. Tra le varie banche si diffuse il sospetto e ad ogni trattativa i banchieri non potevano fare a meno di domandarsi: «Quanta parte del bilancio della mia controparte è composta da questi titoli tossici?». La risposta spesso era impossibile da trovare: questo significa interrompere ogni trattativa con la controparte e iniziare a vivere in una sorta di “stato di quarantena”. Ma le moderne istituzioni finanziarie hanno bisogno di fidarsi l’una dell’altra continuamente, perché tra loro prestiti e scambi sono continui. La sfiducia nella moderna economia finanziaria significa la fine per i più deboli. La prima banca a crollare a causa di questo clima di paranoia fu la più piccola delle cinque grandi banche d’affari di Wall Street: Bear Stearns. Venne acquisita per due dollari ad azione da Morgan Stanley e il governo americano garantì i debiti della banca per facilitare l’acquisizione ed evitare un fallimento che avrebbe ulteriormente peggiorato il clima di sfiducia.
Il panico però non si fermò. Caduta Bear Stearns, l’attenzione si spostò sulla seconda banca nella lista: Lehman Brothers. Tutti sapevano che Lehman aveva i libri contabili pieni di titoli tossici, ma dopo il “salvataggio” di Bear Sterns pensare di salvare anche Lehman era divenuto politicamente impraticabile. Per i Democratici salvarla avrebbe significato salvare gente ricchissima con i soldi dei contribuenti. Per i Repubblicani un altro salvataggio sarebbe stata una seconda e intollerabile intromissione dello stato nei meccanismi dell’economia («Mi sembra di essermi svegliato in Francia», disse un senatore repubblicano quando venne a sapere del salvataggio di Bear Stearns).
Ma senza una garanzia del governo, nessuna banca era disposta a comprarsi Lehman. Bank of America si fece avanti con un’offerta, ma alla fine, dopo qualche giorno di trattative, scelse invece di acquistare Merril Lynch («Allora sono io il coglione!» è la famosa frase pronunciata da Fuld quando lo venne a sapere). L’ultima speranza per Lehman era Barclays, una banca inglese, ma anche questa chiedeva che qualcuno garantisse i debiti di Lehman, come lo stato americano aveva fatto pochi giorni prima per Bear Stearns. Il 13 e il 14 settembre 2008, quando oramai era chiaro che Lehman avrebbe dovuto dichiarare bancarotta la settimana successiva, Hank Paulson, il segretario del tesoro (cioè il ministro dell’economia americano) riunì tutti i principali banchieri del paese. Disse che lui non poteva garantire i debiti di Lehman e che quindi dovevano farlo loro, i banchieri di Wall Street. In altre parole, Paulson stava chiedendo ai banchieri di salvare un loro concorrente. Inizialmente sembrava che nessuno fosse disposto a garantire i debiti di Lehman, ma dopo due giorni in cui i banchieri rimasero chiusi nel palazzo della FED, si arrivò a un accordo: ognuno di loro avrebbe garantito debiti per l’equivalente di un miliardo di euro.
Quando la cosa sembrava fatta, Paulson ricevette una telefonata dal Cancelliere dello scacchiere (il ministro del tesoro britannico). Il Cancelliere gli disse che il Regno Unito non voleva importare “il cancro di Lehman” e Barclays, quindi, non avrebbe ricevuto il permesso del governo britannico per l’acquisizione. Disperato, Paulson provò a chiamare Warren Buffett, il più grande finanziere del paese e secondo uomo più ricco del mondo, ma Buffet risultò irrintracciabile. Per Lehman non c’erano più speranze: l’unica soluzione era farla fallire nella maniera più ordinata possibile, e per fare questo c’era bisogno che dichiarasse la bancarotta prima dell’apertura della borsa di New York.
Il governo però non poteva decretare il fallimento di una banca: doveva deciderlo il consiglio di amministrazione della banca, che era in riunione proprio quella sera. La responsabilità di chiamare Lehman ricadeva sul capo della SEC, il regolatore della borsa americana. Secondo i testimoni, Paulson disse al capo della SEC, che non voleva fare quella telefonata dato che sarebbe stato un gesto molto irrituale: «Voi ragazzi sembrate gangster che non hanno il coraggio di sparare!». Alla fine, il capo della SEC accettò di chiamare.
La telefonata, arrivata durante il consiglio di amministrazione, fu registrata. Il capo della SEC consigliò balbettando che la bancarotta era l’opzione migliore e venne ascoltato in un gelido silenzio. Il consiglio votò sì all’unanimità, compreso Richard Fuld, che, raccontano i testimoni, aveva le lacrime agli occhi. Quella sera, sul tardi, Warren Buffett venne a sapere che Lehman era ormai arrivata al fallimento mentre era a cena con il cofondatore di Google, Sergey Brin, e sua moglie. «Se non avessi avuto paura di arrivare a cena in ritardo, avrei rischiato di comprarmi qualcosa questa sera», disse loro.

sabato 14 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 settembre.
Secondo la tradizione cristiana, Francesco d'Assisi il 4 settembre 1224 riceve le stimmate sul monte della Verna.
San Francesco D'Assisi nasce ad Assisi tra il dicembre 1181 e il settembre 1182. Alcuni indicano come probabile data di nascita il 26 settembre 1182. Il padre, Pietro Bernardone dei Moriconi, è un ricco mercante di stoffe e spezie, mentre la madre, Pica Bourlemont, è di estrazione nobile. La leggenda racconta che Francesco viene concepito durante un viaggio in Terra Santa della coppia, ormai in là con gli anni. Battezzato dalla madre Giovanni, vedrà mutato il suo nome in Francesco al ritorno del padre, assente per un viaggio di affari in Francia.
Studia il latino e il volgare, la musica e la poesia e il padre gli insegna anche il francese e il provenzale con l'intento di avviarlo al commercio. Ancora adolescente si ritrova a lavorare dietro il bancone della bottega del padre. A vent'anni partecipa alla guerra che vede contrapposte le città di Assisi e Perugia. L'esercito in cui combatte Francesco viene sconfitto e lui rimane prigioniero per un anno. La prigionia è lunga e difficile, e torna a casa gravemente ammalato. Una volta ripresosi grazie alle cure materne, parte nuovamente al seguito di Gualtiero da Brienne, diretto a sud. Ma durante il cammino ha la prima apparizione, che lo induce ad abbandonare la vita da soldato e a tornare indietro ad Assisi.
La sua conversione ha inizio nel 1205. Si raccontano vari episodi risalenti a questo periodo: da quello in cui, nel 1206, scambia i propri abiti con quelli di un mendicante romano e comincia a chiedere l'elemosina davanti alla Basilica di San Pietro, al famoso incontro con il lebbroso sulla piana di fronte ad Assisi. Gli amici che non riconoscono più in lui l'allegro compagno di scorribande di un tempo lo abbandonano, e il padre che comincia a capire quanto siano infondate le aspirazioni che nutre nei suoi confronti, entra in aperto contrasto con lui.
Francesco medita nelle campagne intorno ad Assisi ed un giorno, mentre è in preghiera nella Chiesetta di San Damiano, il crocifisso si anima per chiedergli di riparare la chiesa in rovina. Per ottemperare alla richiesta divina, carica un cavallo di stoffe prese nella bottega paterna e le vende. Poi rendendosi conto che il ricavato non è sufficiente, vende persino il cavallo. Dopo questo episodio lo scontro con il padre si fa sempre più duro, fino a quando Pietro decide di diseredarlo. Ma Francesco sulla pubblica piazza di Assisi rinuncia ai beni paterni: è il 12 aprile del 1207.
Da questo momento abbandona Assisi e si dirige a Gubbio, dove, proprio fuori le mura, affronta il terribile lupo che getta il terrore tra gli abitanti della città. Riesce ad ammansire il feroce animale, semplicemente parlandogli. Si attua così quello che viene considerato il suo primo miracolo.
Francesco si cuce da solo una camicia di tela grezza, legata in vita da una cordicella a tre nodi, indossa dei sandali e rimane nei territori di Gubbio fino alla fine del 1207. Porta sempre con sé una sacca piena di strumenti da muratore, con i quali restaura personalmente la chiesetta di San Damiano e la Porziuncola di Santa Maria degli Angeli, che diventa la sua abitazione. E' questo il periodo in cui concepisce i primi abbozzi di quella che poi diventerà la Regola Francescana. La lettura del Vangelo di Matteo, Capitolo X, lo ispira al punto da indurlo a prenderlo alla lettera. Il passo ispiratore dice: "Non vi procurate oro argento o denaro per le vostre tasche, non una borsa da viaggio, né due tuniche, né calzature e neppure un bastone; poiché l'operaio ha diritto al suo sostentamento!".
Il primo discepolo ufficiale di Francesco è Bernardo da Quintavalle, magistrato, seguito poi da Pietro Cattani, canonico e dottore in legge. A questi primi due discepoli si uniscono: Egidio, contadino, Sabatino, Morico, Filippo Longo, prete Silvestro, Giovanni della Cappella, Barbaro e Bernardo Vigilante e Angelo Tancredi. In tutto i seguaci di Francesco sono dodici, proprio come gli apostoli di Gesù. Eleggono a loro convento prima la Porziuncola e poi il Tugurio di Rivotorto.
L'ordine francescano nasce ufficialmente nel luglio del 1210, grazie a papa Innocenzo III. La regola principale dell'ordine francescano è l'assoluta povertà: i frati non possono possedere nulla. Tutto quello che serve loro, compreso il rifugio, deve essere frutto di donazione. A fornire ai francescani un tetto sulla testa ci pensano i benedettini che, in cambio di un cesto di pesci all'anno, concedono loro la Porziuncola in uso perpetuo.
Nel 1213 Francesco d'Assisi parte per recarsi in missione prima in Palestina, poi in Egitto, dove incontra il sultano Melek el-Kamel, ed infine in Marocco. Uno dei suoi viaggi lo porta fino al santuario di San Giacomo di Compostela in Spagna, ma è costretto a ritornare indietro per l'aggravarsi del suo stato di salute.
Nel 1223 si dedica alla riscrittura della regola dell'ordine, impiegandovi tutto l'autunno. Purtroppo frate Leone e frate Bonifazio la perdono, ma Francesco si rimette di buon grado all'opera. Sarà papa Onorio III a riconoscere la regola francescana come Legge per la Santa Chiesa.
Nel dicembre del 1223 Francesco organizza anche la prima natività in una grotta, che è ormai considerata il primo presepio della storia. L'anno successivo compie il miracolo dell'acqua che sgorga da una roccia e riceve le stigmate.
Nonostante la stanchezza e la sofferenza fisica, compone anche il famoso "Cantico dei Cantici", che contribuisce a consacrarlo nell'immaginario collettivo come il frate che predica agli uccelli.
La salute intanto peggiora sempre di più: è addirittura quasi cieco. Francesco d'Assisi muore nella sua chiesetta della Porziuncola il 3 ottobre del 1226 a soli 44 anni.
Il 16 luglio del 1228 viene dichiarato Santo da Papa Gregorio IX.

venerdì 13 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 settembre.
Il 13 settembre 1867 viene inaugurata la Galleria Vittorio Emanuele II a Milano.
Una delle prime tappe di ogni viaggio a Milano è la Galleria Vittorio Emanuele II, considerato il salotto della città, un elegante punto d’incontro a due passi dal Duomo.
La storia di questo luogo comincia nel 1859, nel momento in cui le truppe franco-piemontesi liberarono Milano dal controllo austriaco.
La città conta 196.000 abitanti all’interno della cerchia dei Bastioni e 47.000 al di fuori.
I suoi ritmi di crescita si fanno ogni giorno più frenetici: aumentano i lavori e migliorano gli stili di vita.
Alla vigilia dell’Unità d’Italia, Milano stava risorgendo sia dal punto di vista economico che culturale.
Eppure, Piazza Duomo, uno dei simboli della città, non sembrava pronta a questa rinascita, con il suo impianto irregolare e lo spazio davanti alla cattedrale occupato da costruzioni medievali.
Il 5 dicembre 1859, il re, Vittorio Emanuele II, diede il via a una lotteria i cui ricavi avrebbero dovuto finanziare la modernizzazione della Piazza. I soldi raccolti non furono abbastanza, ma la lotteria attirò l’attenzione di stampa e cittadini: qualcosa, quindi, doveva cambiare.
Fallito il tentativo della lotteria, il municipio di Milano organizzò tre concorsi per raccogliere le idee e premiare la migliore.
Fu il progetto di Giuseppe Mengoni, lodato per concretezza ed eleganza, a spiccare fra gli altri e a vincere il terzo concorso nel 1863. Due anni dopo, il re posò la prima pietra al centro di quello che sarebbe diventato l’ottagono della Galleria: un masso di granito, chiuso da una lastra di marmo di Carrara, con, al suo interno, dei disegni della Galleria, l’atto della cerimonia e alcune monete d’oro.
Circa 1000 erano le persone coinvolte nel progetto, fra muratori, fabbri e vetrai, tutti supervisionati da Mengoni. I lavori durarono relativamente poco e, nel giro di due anni, la Galleria fu completata. Solo l’arco d’ingresso fu finito più avanti, nel dicembre del 1867. Il giorno prima dell’inaugurazione dell'arco, il 30 dicembre,  avevano già cominciato a circolare i primi commenti sulla Galleria: alcuni erano entusiasti, altri diffidenti.
Quel giorno, sulle impalcature, c’era ancora Mengoni, intento a finire gli ultimi ritocchi. Il suo corpo fu trovato ai piedi delle impalcature: c’è chi disse che era stato un malore e chi, invece, che non avesse retto le critiche.
Nella Galleria Vittorio Emanuele II, in breve tempo, cominciò a riecheggiare il ticchettio delle scarpe eleganti. In Galleria si esibivano le proprie pellicce, si girava, anche a rischio di cadere, tre volte sui testicoli del toro (raffigurato sul pavimento a mosaico; secondo una superstizione questo gesto porta fortuna), ci si fermava al Biffi a bere un caffè.
Nonostante il consolidamento, negli anni, di altre strade altrettanto eleganti, la Galleria rimase un punto nevralgico dell’alta borghesia milanese. Forse dovette il suo successo alla sua posizione centrale o forse al fatto che al Savini servivano il miglior risotto allo zafferano della città, applaudito anche da Grace Kelly.
Poco importa. I calici di spumante erano alzati verso i soffitti vetrati e smisero di brindare alla Madonnina solo in due occasioni: dopo i bombardamenti del ’43, durante la ricostruzione, e negli anni di Piombo.
Nel 1968, il ticchettio delle scarpe eleganti cessò definitivamente, sovrastato dal passo veloce e unito degli studenti milanesi. La Galleria di Mengoni si trasformò, da frivolo luogo d’incontro borghese, a luogo di scontro politico: perfetta passerella fra due Piazze, fu attraversata da manifestazioni, comizi, dibattiti.
Oggi si continua a passeggiare, a girare tre volte, cadendo, sui testicoli del toro e a prendere un caffè, allo Zucca, o un aperitivo, al Campari. È rimasta un luogo d’incontro per guide e turisti, e di scontro, fra selfie stick e piccioni.
A maggio 2015 è riuscita a rinnovarsi nuovamente: il 20 ha, infatti, aperto l’attesissima passeggiata sui suoi tetti.
Una nuova passerella di 250 metri, alla quale si accede da Via Pellico. Viene da chiedersi se Mengoni avrebbe apprezzato e se, su questa passerella sopraelevata, avranno la meglio tacchi o striscioni.

giovedì 12 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 settembre.
Il 12 settembre 1942 affonda il Transatlantico Laconia.
L’RMS Laconia era uno splendido transatlantico dalle linee sinuose, rapido a solcare gli oceani e a infrangere le onde. Di proprietà della società Cunard Line, venne varato nel 1921, ma con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, venne requisito dalla Royal Navy, la marina britannica, e trasformato in cargo incrociatore, armato con otto cannoni da 152,4 mm e due obici da 762 mm, e, successivamente ad altre modifiche, quale trasporto truppe e nave per prigionieri di guerra. Iniziò a effettuare le sue traversate dalla Gran Bretagna fino al continente africano, trasportando le truppe inglesi che combattevano in Nord Africa contro l’Afrika Korps di Rommel e, in seguito alle vittorie nel teatro africano, ebbe la delicata missione di trasferire circa 1800 prigionieri italiani nei campi di concentramento alleati negli Stati Uniti.
Salpato nel luglio 1942 dal porto di Suez, sul Laconia vennero imbarcati 463 uomini dell’equipaggio, 268 soldati britannici, ottanta passeggeri (per lo più donne e bambini, membri delle famiglie dei soldati britannici o dei membri dell’equipaggio) e 103 soldati polacchi destinati al servizio di guardia degli oltre 1800 prigionieri italiani. Nella notte del 12 settembre 1942, il Laconia, ormai lontano dalle coste dell’Africa, in pieno Oceano Atlantico, mentre faceva rotta verso gli Stati Uniti, venne avvistato dal periscopio del sommergibile tedesco U156, comandato dal Capitano di Vascello Werner Hartenstein: alle ore 20.10, al largo dell’Isola di Ascensione, il transatlantico venne raggiunto da un siluro del sommergibile, sul lato di dritta; pochi istanti dopo, la nave venne raggiunta da un secondo siluro e, alle 21.11, innalzando la sua prua al cielo stellato della notte atlantica, affondò di poppa.
Durante le fasi dell’affondamento, però, le guardie polacche chiusero tutti i boccaporti delle stive dove erano tenuti prigionieri gli Italiani: molti di loro morirono affogati nel ventre d’acciaio della nave. Alcuni dei sopravvissuti, inoltre, diranno che i Polacchi di guardia, pur di non fare fuggire i prigionieri, fecero uso delle loro armi in dotazione e aprirono il fuoco. Una volta che la nave affondò negli abissi, Werner Hartenstein ordinò di fare rotta sul luogo dell’affondamento, per recuperare gli eventuali naufraghi: la sorpresa dell’equipaggio del sommergibile tedesco fu enorme quando udirono grida di aiuto in italiano tra i rottami affioranti. Recuperati i naufraghi, l’U156 trasmise al comando degli U-Boot la notizia e l’Ammiraglio Karl Doentiz ordinò ad altri due sottomarini tedeschi di raggiungere Hartenstein e recuperare i naufraghi; fu, inoltre, inviato il Sommergibile Cappellini, della Regia Marina italiana, comandato dal Tenente di Vascello Marco Revedin in supporto ai Tedeschi.
Il 16 settembre 1942, l’U156, con le scialuppe dei naufraghi a rimorchio, venne avvistato da un velivolo alleato mentre navigava in superficie: nonostante l’invio di messaggi radio “in chiaro” sulle frequenze inglesi di non attaccare il sommergibile poiché impegnato in una missione di soccorso (tra i naufraghi, vi erano anche soldati e marinai inglesi, donne e bambini), l’aereo sganciò due bombe che, cadendo nelle vicinanze dell’U-boot, solo fortunosamente non causarono danni. Il giorno seguente, avvistati due cargo francesi, i naufraghi furono trasbordati sulle due navi mercantili, così da lasciare liberi i sommergibili tedeschi impegnati, fino ad allora, nella missione di salvataggio; il 18 settembre, infine, le navi francesi, a loro volta, trasferirono i sopravvissuti sul Sommergibile Cappellini, che era ormai sopraggiunto. Alla fine di tutto, si contarono tra le 1600 e le 1700 vittime, per la stragrande maggioranza prigionieri di guerra italiani. Per quanto riguarda il destino dell’eroico comandante Hartenstein, il 12 marzo 1943 venne affondato da un aereo statunitense, mentre si trovava in navigazione nell’Oceano Atlantico.

mercoledì 11 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 settembre.
L'11 settembre 831 Palermo viene conquistata dal mondo islamico.
Palermo non si chiamerebbe cosi se la città non fosse appartenuta al mondo arabo, come lo fu per due secoli.
Il nome, infatti "Panormus" (dal greco, "tutto porto") che la città portava sin da tempi antichi, dagli Arabi non fu inteso e perciò fu storpiato in "Balarmuh".
I Musulmani conquistarono la Sicilia sottraendola al dominio del loro grande rivale dell'epoca: l'impero di Bisanzio. Lontana dalla capitale Costantinopoli, l'isola mediterranea era una provincia sfruttata, come nei tempi romani, dal sistema latifondista e dalla monocoltura del grano.
Nel nono secolo la tendenza autonomista dell'ultimo governatore bizantino della Sicilia provocò e facilitò l'invasione musulmana. Le navi musulmane partirono da Suso (Tunisia) l'odierna Sousse per approdare a Mazara nell'827.
La conquista si protrae per molti anni prima che tutti i centri Siciliani fra cui la città capitale, Siracusa, e la roccaforte logistica nel centro dell'isola, Enna, passino in mano musulmana. La Sicilia viene quindi coinvolta dall'onda espansionistica dell'Islam che ad est ha già raggiunto l'Asia centrale e ad ovest la Spagna; politicamente farà parte di questo mondo fino a quando, nel 1061, vi giungono i cavalieri normanni alla ricerca di terre da conquistare.
I Musulmani, cioè "i fedeli in Dio", non si contraddistinguono per la unicità della razza oppure per una comune storia e cultura e tutto ciò che concorre a formare una nazionalità: sono bensì uniti da un unico concetto religioso - politico, l'Islam per l'appunto.
Sono quindi vari ceppi (Arabi, Berberi, Persiani) uniti dall'Islam che si sovrappongono alla popolazione siciliana già composita (i discendenti delle popolazioni più antiche quali Sicani, Siculi, Morgeti, mescolati con le popolazioni sopraggiunte in seguito quali Fenici, Greci, Elimi, Romani, Bizantini). Questi vivono sotto la dominazione musulmana che vede il susseguirsi di varie dinastie, le quali governano il territorio siciliano con diverse forme giuridiche di assoggettamento che vanno dall'autonomia alla schiavitù.
Alla popolazione pre-musulmana cristianizzata, almeno in larga misura, è concesso di conservare la propria fede, purché non venga manifestata in pubblico e soprattutto non davanti agli occhi dei Musulmani: tale tolleranza è frutto di una tassa che i cristiani devono versare nelle casse musulmane.
Mentre la Sicilia appartiene al mondo islamico, i Musulmani economicamente la risollevano dalla sua stasi tardo antica. Essi introducono un nuovo sistema di agricoltura, sostituendo la monocoltura del grano con la varietà delle coltivazioni da loro importate: riso, agrumi, cotone, canna da zucchero, palma dattilifera, grano duro, sorgo, carrubo, pistacchio, gelso, ortaggi (melanzane, spinaci, meloni), ecc.
Tecniche innovative contribuiscono al successo delle nuove colture. Maestri nello sfruttamento delle risorse idriche, gli Arabi sostengono le coltivazioni con efficientissimi sistemi di irrigazione.
La Sicilia, reinserita nella rete marittima di scambi commerciali, diviene il perno delle attività nel Mediterraneo e assurge ad un ruolo dominante che si protrae per gran parte del Medioevo. Come nell'antichità, l'agricoltura rimane la principale attività dei siciliani, certo con le nuove tecniche meglio supportata ed economicamente resa in maniera più redditizia grazie all'eccellente amministrazione ed a un nuovo tipo di fiscalismo.
Sostituendosi a Siracusa, la capitale siciliana bizantina, Palermo diventa la città principale del dominio musulmano nell'isola. A causa del carattere urbano della civiltà islamica Palermo precorre di vari secoli lo sviluppo urbanistico che in altre città europee avviene più tardi. La città islamica è il centro del potere ed ospita la corte dell'emiro e la casta militare e, oltre gli artigiani e i commercianti, vi svolgono un ruolo importante gli insegnanti, i religiosi, i letterati e i giuristi.
L'antica città, fondata nell' VIII secolo a.C. dai Fenici, era, al tempo della conquista musulmana, chiusa entro un perimetro di mura e torri. Nella parte più elevata della città, ad occidente, in prossimità delle mura i Musulmani costruiscono, probabilmente sul posto di precedenti fortificazioni, un palazzo poi chiamato "dei Normanni". Il palazzo diviene la prima sede governativa e tale rimane fino ai nostri giorni (attualmente è sede del Parlamento Regionale Siciliano). La città si arricchisce di nuove edificazioni e si espande al di là delle mura dell'antico nucleo.
Palermo raggiunge dimensioni davvero cospicue per un centro medievale. Si possono calcolare almeno 100.000 abitanti. Notevole è il numero delle istituzioni e delle infrastrutture: moschee (sia pubbliche che private), bagni (anch'essi pubblici e privati), il porto, l'arsenale, le mura e le porte, le fortificazioni, i mulini, i fondachi e i mercati. Verso il mare i Musulmani costruiscono, in alternativa al palazzo superiore, una seconda fortificazione allorquando, nel X secolo, per la travagliata successione dinastica, il governo fatimide si deve proteggere dalle ostilità della popolazione palermitana e da eventuali attacchi dal mare. La nuova cittadella, un vero centro militare e amministrativo, accoglieva il palazzo dell' emiro, il diwan (centro di amministrazione fiscale), l'arsenale, bagni e moschee.
Il carattere metropolitano che Palermo assume nel medioevo è esplicitato dall'organizzazione evoluta con cui viene gestita l'accresciuta dimensione della città nella quale, per esempio, i nuovi quartieri vengono affidati ai gruppi etnici, corporazioni o gruppi militari che vi abitano. L'amministrazione si occupava, oltre che delle istituzioni pubbliche (cui appartenevano anche gli edifici religiosi e politici), della ripartizione dei mestieri e dei commerci, del rifornimento idrico per i bagni (pubblici e privati), della pulizia delle strade.
L'immagine di Palermo nel periodo islamico splende nelle descrizioni fatte da viaggiatori che, in pellegrinaggio per la Mecca o in viaggio per motivi commerciali, in gran numero passavano per la capitale siciliana.
Oggi a Palermo non è rimasto alcun edificio islamico, un fatto molto sorprendente data l'importanza e la dimensione della città in quell'epoca. Chi abbia distrutto tutti i grandi o piccoli edifici e quando ciò sia avvenuto è difficile da chiarire. Certamente le prime distruzioni risalgono all' XI secolo, allorché i Normanni conquistarono la Sicilia. Ma poiché durante la reggenza normanna i Musulmani non furono repressi, anzi largamente coinvolti negli affari della monarchia cristiana, dall'artigiano all'amministratore di uffici pubblici, è difficile pensare che i Normanni abbiano sistematicamente distrutto ogni traccia della cultura architettonica dei loro concittadini; e lo è ancora di più considerando il fatto che proprio dal periodo normanno ci sono pervenute numerose testimonianze dell'abilita artistica dei Musulmani.
E' in seguito, nel periodo in cui la Sicilia fece parte del regno cattolico della Spagna, regno che fondava il proprio prestigio nella vittoria sui Musulmani della penisola iberica, che è possibile ipotizzare un clima iconoclasta che imponeva la distruzione di tutto ciò che rappresenta l'Islam e la sua gloria, prime fra tutto le moschee. Se, quindi, vogliamo andare alla ricerca della Palermo araba, dobbiamo munirci di spirito di esploratore e raccogliere tante piccole tessere per poi unirle in un quadro complessivo.

martedì 10 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 settembre.
Il 10 settembre la religione romana celebrava la nascita di Esculapio, Dio della Medicina.
Asclepio, che i Romani conobbero col nome di Esculapio, nell’antica Grecia era il dio della medicina. Figlio di Apollo e di Coronide, fu affidato dal padre al centauro Chirone che gli insegnò l’arte medica. Avendo poi osato richiamare in vita i morti, fu fulminato da Zeus.
Gli attributi di Asclepio erano il bastone, il rotolo di libro, il fascio di papaveri, ma soprattutto il serpente; secondo una leggenda un serpente gli avrebbe portato l’erba miracolosa che servì per risuscitare Ippolito, il figlio di Teseo, e dopo la sua morte Asclepio e il serpente furono posti in cielo, raffigurati nelle costellazione di Ofiuco o Serpentario e del Serpente. La moglie di Asclepio era Salute e la sua sacerdotessa era Panacea, “colei che tutto guarisce”.
Asclepio in Grecia, Esculapio a Roma, dio patrono della medicina, non appartiene alla schiera degli dei prettamente olimpici. Non è chiaro se in origine fosse una divinità sotterranea (ossia demoniaca) della Tracia oppure, analogamente a quanto successo con Imhotep in Egitto, un uomo realmente vissuto che per le benemerenze acquisite nel guarire le malattie sia stato in seguito divinizzato.
Secondo Pindaro, Asclepio era stato generato da Apollo nel grembo di Coronide, figlia di Flegia, re dei Tessali, allorché Coronide, prima di aver partorito, s’innamorò di un comune mortale di nome Ischi. Apollo, furioso per il tradimento, fece trafiggere l’infedele da Artemide con una delle sue frecce infallibili. Quando però la salma di Coronide si stava già consumando nelle fiamme del rogo, Apollo le strappò dal grembo il frutto del loro amore, Asclepio.
Secondo Esiodo, invece, la madre sarebbe stata Arsinoe, una delle figlie di Leucippo.
Salvato il figlio, Apollo lo affida al centauro Chirone, che lo alleverà e lo istruirà nella medicina.
Si racconta che, a ricordo della sua nascita fra le fiamme, un alone di luce avrebbe circondato il corpo del ragazzo, suscitando lo sgomento dei rozzi pastori vaganti sul monte Pelio, regno di Chirone.
Fattosi adulto, Asclepio, a differenza di tanti altri eroi educati da Chirone, non sceglie il mestiere delle armi, ma mette a profitto le lezioni di Chirone per alleviare le sofferenze del genere umano.
La leggenda narra che Asclepio avrebbe guarito dalla pazzia le Pretidi, dalla cecità i Fineidi, dalle ferite Ercole.
Ma poi cresce la sua ambizione: vuole sconfiggere la morte che sovrasta la vita. Si mette a risuscitare i morti: Orione, Capaneo, Ippolito, Tindareo ed altri. Con ciò, però, sorpassa la misura imposta da Zeus ai mortali, crea uno squilibrio, e Zeus lo fulmina.
La fine del figlio suscitò però la collera di Apollo: in un impeto di rabbia uccise i Ciclopi, che avevano forgiato le folgori di Zeus, e poi abbandonò per molto tempo l’Olimpo.
Il primo luogo di culto di Asclepio era una grotta presso Tricca, dove sotto il simbolo del suo attributo principale, il serpente, dava oracoli.
Poi il culto si estese ad Epidauro, che ne doveva diventare il centro principale, a Coo, ad Atene e a tutto il mondo ellenico. A lui furono dedicate le feste Asclepiee o Asclepiadee; a lui fece risalire la propria origine la gente degli Asclepiadi, che esercitarono tutti l’arte medica, fra i quali lo stesso Ippocrate, il più famoso medico dell’antichità.
I santuari dedicati ad Asclepio, i cosiddetti Asclepiei, erano costituiti da una fonte o un pozzo, circondati da un bosco sacro, e dalla clinica, chiamata adyton. Sappiamo poco sulla prassi medica seguita in quei luoghi, anche a causa dei misteri che la circondavano. I malati passavano una notte nell’adyton; dopo un sogno, ottenuto probabilmente con mezzi artificiali, seguiva la guarigione. Essa però sicuramente non era effetto della potenza taumaturgica del luogo sacro o soltanto frutto della suggestione, ma anche di interventi chirurgici e di medicine propinate. Dalla moglie Lampezia – secondo altri, da Epiona – Asclepio avrebbe avuto quattro figlie (Igea, cui furono dedicati altari, quale personificazione della salute; Panacea, che guariva tutte le malattie; Iaso, la quale, invece, le provocava; Egle, che fu ritenuta madre delle Grazie) e due figli (Macaone, che fu ucciso da Euripilo all’assedio di Troia, e Podalirio che, per la sua singolare perizia medica, fu fatto signore del Chersoneso e ascritto nel novero degli dei).
All’inizio, Asclepio venne raffigurato giovane e imberbe, ma poi si passò a rappresentarlo come un uomo nel pieno vigore, il viso circondato da una folta barba e soffuso di un’espressione di mitezza e bontà. I suoi attributi sono lo scettro, la verga e il rotolo di libro. Gli erano sacri il serpente che lambisce le ferite e, per lo stesso motivo, il cane e le oche. Sacro gli era anche il gallo, simbolo del giorno e della vita che rinascono.
Con una sublime identificazione della morte con la guarigione dal male della vita, Socrate morente, come ci riferisce Platone nel Fedone, pregò gli amici che si sacrificasse un gallo ad Asclepio: “E già la parte inferiore del ventre veniva ormai raffreddandosi, quando si scoperse il volto che già era stato coperto e disse ancora queste parole (le ultime da lui pronunciate): 0 Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio; dateglielo, e cercate di non dimenticarvene”. In Roma il culto di Asclepio-Esculapio fu introdotto ufficialmente dopo la pestilenza del 293 a. C. Allora si consultarono i libri sibillini, i quali diedero come responso che la peste sarebbe scomparsa soltanto se fosse venuto Asclepio da Epidauro. Il Senato mandò dunque una legazione, ma quelli di Epidauro erano incerti sulla decisione da prendere. Nella notte, però, Asclepio apparve al capo della legazione romana, assicurandolo che il giorno dopo sarebbe partito con lui. E difatti, quando i legati si furono raccolti nel tempio del dio, un serpente uscì da un sotterraneo e li seguì fin sulla nave per venire in Italia. Quando, al termine del viaggio, la nave, risalendo il Tevere, giunse all’altezza dell’isola Tiberina, il serpente abbandonò la nave e si rifugiò su quell’isoletta. Interpretando il fenomeno come desiderio di Asclepio che colà dovesse sorgere il suo santuario romano, il Senato romano lo fece costruire nel punto dell’isola Tiberina dove oggi si trova la chiesa di S. Bartolomeo.
Affermatosi il culto di Asclepio anche a Roma (si sa, i medici stranieri sono sempre reputati migliori!!), furono trascurate le quattro divinità indigene che prima presiedevano alla salute: Strenua, Cardea, Febris e Salus; quest’ultima finiva per essere identificata con Igea, figlia di Asclepio.

lunedì 9 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 settembre.
Il 9 settembre 1804 nasce a Bologna Pietro Pietramellara.
Pietro Pietramellara nasce da Lorenzo e Carlotta Teodora Sampieri Scappi, famiglia patrizia di antiche origini transalpine. Il cognome Pietramellara deriva dalla località di Pietramelara, nel Casertano.
Terminati gli studi liceali nel collegio militare di Venezia, Pietramellara si laureò in Giurisprudenza all'Università di Bologna all'età di 23 anni. Tuttavia, le tradizioni famigliari lo avviarono verso la carriera militare e, grazie alla conoscenza della famiglia con casa Savoia, nel 1829 riuscì ad entrare nell'esercito di Carlo Alberto dove in poco tempo venne promosso come tenente. Questa carriera lo introdusse anche in quella politica; nel 1833 aderì al progetto mazziniano e contribuì all'azione di proselitismo della Giovine Italia, guidando i granatieri ad occupare il forte di Genova.
Dopo il fallimento di tale progetto, sfuggì alla pena capitale ma fu condannato nel carcere di Finestrelle e vi rimase per due anni.
Grazie all'intervento della madre, Pietramellara poté scontare la pena nella città natale dove nel 1835, precluso alla carriera militare, s'interessò all'esercizio dell'avvocatura. Nel 1843 Pietramellara, riavvicinatosi alla politica, entrò nel comitato bolognese, che aveva l'obiettivo di far scoppiare l'insurrezione e partecipò al tentativo di far sollevare Imola guidato da Ignazio Ribotti. Fuggito poi in Corsica, apprese di esser stato condannato a morte in contumacia così si stabilì a Châteauroux e successivamente a Parigi, dove prima insegnò italiano e poi lavorò come impiegato nelle ferrovie.
L'elezione di Pio IX (1846), conosciuto come papa liberale, permise a Pietramellara il ritorno in patria l'anno seguente. A Bologna contribuì all'organizzazione della guardia civica cittadina. In quegli anni rincontrò Giovanni Durando, conosciuto durante la sua esperienza nell'esercito sardo, il quale lo incaricò di formare un battaglione di fucilieri, arruolando giovani volontari disoccupati. Pietramellara, disobbedendo al Papa, partecipò con il suo battaglione alla prima Guerra d'Indipendenza e partecipò alla difesa di Vicenza, fino alla caduta della città il 10 giugno 1848. Il 16 agosto il battaglione rientrò a Bologna per poi dirigersi verso Cento, dove venne riorganizzato e rinominato VI battaglione bersaglieri.
Nel 1849, durante la difesa di Repubblica Romana, Pietramellara fu fatto prigioniero dai francesi del generale Oudinot stando a guardia di Civitavecchia, ma fu restituito alla sua patria successivamente al combattimento del 30 aprile, in cambio dei francesi fatti prigionieri sul campo di battaglia romano. Il 3 giugno, Oudinot attaccò Roma ma il suo esercito fu ostacolato dal battaglione di Pietramellara. Due giorni dopo, quest'ultimo venne colpito alla spalla presso Villa Savorelli e morì il 5 luglio quando le truppe francesi vinsero la resistenza e riuscirono ad occupare Roma. Il suo funerale fu interrotto dall'entrata dei francesi nella chiesa di San Vincenzo e Anastasio, e uno di questi tolse dalla salma la coccarda tricolore appuntatavi sul petto.
E' ricordato nella tomba di famiglia collocata nella Sala delle Tombe della Certosa di Bologna.

domenica 8 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1855 nell'ambito della guerra di Crimea la città di Sebastopoli si arrende all'assedio che durava da quasi un anno.
È sui banchi di scuola, studiando il Risorgimento italiano, che per la prima volta abbiamo sentito parlare della Crimea.
Nell'estate 1853 lo zar Nicola I invade i principati danubiani di Moldavia e Valacchia, posti sotto la sovranità dell'Impero ottomano; pochi mesi dopo la Turchia, sostenuta da Gran Bretagna e Francia, dichiara guerra alla Russia. Gli anglo-francesi cingono d'assedio la fortezza di Sebastopoli in Crimea, principale porto russo sul Mar Nero. Londra e Parigi cercano di coinvolgere nella loro alleanza antirussa anche l'Austria, che però non si schiera. È invece il Piemonte sabaudo ad accettare di intervenire nella guerra. Nel maggio 1855 il primo ministro Cavour manda in Crimea un corpo di spedizione di 15 mila uomini al comando di Alfonso La Marmora (fratello di Alessandro fondatore del corpo dei Bersaglieri, che morì proprio in quella spedizione), che prendono parte alla battaglia del fiume Cernaia (agosto 1855), distinguendosi per coraggio e preparazione militare. In settembre, dopo la caduta di Sebastopoli, il nuovo zar Alessandro II firma l'armistizio. Al Congresso di pace di Parigi, Cavour, grazie alla partecipazione piemontese alla guerra, può quindi sollevare la questione dell'unità e dell'indipendenza italiana. Dai contatti avuti con le cancellerie di Francia e Gran Bretagna, Cavour percepisce che un mutamento in Italia su iniziativa del Piemonte è fattibile, con l'appoggio delle due maggiori potenze occidentali e soprattutto di Napoleone III.
La base navale di Sebastopoli ospita la flotta russa del Mar Nero dai tempi della zarina Caterina II, verso la fine del XVIII secolo. Nel 1954 il leader sovietico Nikita Kruscev (originario di una zona al confine tra Russia e Ucraina) "regalò" la Crimea all'Ucraina, peraltro nell'ambito dell'Urss. Con il crollo dell'Unione Sovietica, Kiev mantenne la Crimea, ma nel 1997 fu stipulato un accordo ventennale che consentiva la presenza della flotta russa. In virtù del trattato, Mosca ha il diritto di dispiegare a Sebastopoli e in Crimea un centinaio di navi e 25 mila militari. La base è stata utilizzata per la guerra del 2008 contro la Georgia. Nel 2010 i parlamenti russo e ucraino hanno ratificato un nuovo accordo che estende di altri 25 anni la permanenza della flotta in cambio di uno sconto del 30% sulle forniture del gas russo, per un valore complessivo di 40 miliardi di dollari. Condizioni radicalmente mutate oggi, dopo la caduta del presidente filorusso ucraino Viktor Ianukovich.

sabato 7 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 settembre.
Il 7 settembre 1303 si ebbe l'episodio celebre dello "schiaffo di Anagni".
Il celebre episodio dello Schiaffo di Anagni (Anagni oggi è in provincia di Frosinone, Lazio) ha per protagonisti papa Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo IV di Valois, detto il Bello. Dante canta questo evento nel canto XX del Purgatorio (vv. 85-90).
Filippo il Bello aveva esigenze di cassa, decise quindi di tassare i beni ecclesiastici sul suolo francese. Bonifacio VIII scrisse una serie di bolle, in parte disattese e ignorate, in parte bruciate e falsificate dalla cancelleria francese, fino alla bolla di scomunica Unam Sanctam del 18 novembre 1302, affissa sulle porte della cattedrale di Anagni la mattina dell’8 settembre 1303.
Filippo il Bello doveva in tutti i modi evitare la scomunica: inviò quindi in Italia Guglielmo de Nogaret. Questi, grazie all’appoggio incondizionato fornitogli dalla nobile famiglia romana dei Colonna (nemica acerrima dei Caetani, cui apparteneva Bonifacio VIII), arrivò ad Anagni nella notte tra il 6 e il 7 settembre. Con sé aveva un esercito di un migliaio tra fanti e cavalieri capeggiato da Giacomo Colonna, detto Sciarra (Sciarra in volgare significava attaccabrighe).
Forte dell’aiuto di una mano traditrice, l’esercito riuscì a penetrare nella città e in breve vinse le poche difese organizzate dalla guardia.
Secondo la tradizione, papa Bonifacio VIII si sarebbe rifugiato al secondo piano del palazzo della famiglia Caetani, nella Sala degli Scacchi (in seguito chiamata Sala della Schiaffo), assistito solo dal cardinale Nicolò Boccasini. Il primo a irrompere nella sala sarebbe stato proprio Sciarra Colonna, che avrebbe dato il famoso schiaffo a papa Bonifacio VIII.
Non si hanno notizie certe circa lo svolgimento degli eventi, per cui dello schiaffo di Anagni molti storici hanno in passato (e ancora oggi) dubitato. Ma una cosa nessuno ha mai messo in discussione: l’insulto morale ci fu!
 Bonifacio VIII venne liberato dopo qualche giorno dagli abitanti di Anagni e portato sotto scorta a Roma, dove morì poco dopo, l’11 ottobre 1303.
Le sue spoglie vennero sepolte in San Pietro, nella Cappella Caetani costruita da Arnolfo di Cambio. Oggi di questa cappella non vi è alcuna traccia, perché venne distrutta in occasione della edificazione della nuova Basilica di San Pietro. Le spoglie del pontefice furono invece sistemate nelle Grotte Vaticane, dove si trovano tuttora, nel sarcofago funerario realizzato da Arnolfo di Cambio.
Morto Bonifacio VIII e il breve pontificato di Benedetto XI, fu eletto il francese Bertrando de Got col nome di Clemente V. Egli spostò la sede del papato ad Avignone (1309), in Provenza, dando inizio al periodo della «cattività [prigionia] avignonese».

venerdì 6 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 settembre.
Il 6 settembre 1941 viene stabilito l'obbligo per tutti gli ebrei di indossare la stella di David sui propri indumenti, in tutti i territori occupati dalla Germania nazista.
Una Stella di David, spesso di colore giallo, venne utilizzata dai nazisti durante l’olocausto come metodo di identificazione degli ebrei, e venne chiamata la Stella Ebrea. L’obbligo di portare la Stella di Davide con la parola “Jude” (giudeo in tedesco) scritta sopra venne esteso a tutti gli ebrei al di sopra dei 6 anni nelle zone occupate dalla Germania dal 6 settembre 1941. In altri luoghi vennero utilizzate le parole della lingua locale (per esempio “Juif” in francese, “Jood” in olandese).
Venne così esteso ad altri paesi l’uso introdotto già nel 1939 nella Polonia occupata in cui gli ebrei vennero costretti a portare una fascia sul braccio con una Stella di Davide sopra, come anche una pezza davanti e dietro i propri indumenti. Splendida e toccante la ribellione di Janusz Korczack che girava nel ghetto di Varsavia rifiutandosi di portare quel segno.
Gli ebrei internati nei campi di concentramento vennero in seguito costretti a portare simili distintivi. I nazisti obbligavano gli ebrei ad indossare vestiti con cucita la stella di David per farsi riconoscere.
L’uso di un “segno distintivo” per gli ebrei, tremenda violazione dei Diritti Umani, risale indietro negli anni.
Fu imposto per la prima volta nel 1215, sotto il pontificato di Innocenzo III, quando il IV Concilio Lateranense sancì per gli ebrei l’obbligo di portare un segno distintivo sugli abiti (per le donne era un velo giallo, il contrassegno delle meretrici) e il divieto di ricoprire pubblici uffici.
Il 17 giugno 1430 Amedeo VIII di Savoia fa pubblicare “Statuta sabaudiae“, in cui largo spazio è riservato al “problema ebraico”. Viene fatto obbligo agli ebrei di abitare in luogo separato e obbligo di portare sulla spalla sinistra un contrassegno di panno bianco con raffigurata una ruota bianca e rossa, sembra fosse una moneta…
Il 15 luglio 1555 esce la bolla “Cum nimis absurdum” emessa dal papa Paolo IV. In essa si dice che “è assurdo e sconveniente al massimo grado che gli ebrei, che per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di essere protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare tale ingratitudine verso i cristiani da oltraggiarli per la loro misericordia e da pretendere dominio invece di sottomissione“. Questi ebrei, si legge ancora, osano “vivere in mezzo ai cristiani” e perfino “nelle vicinanze delle chiese“, si vestono come gli altri, senza perciò potersi fare riconoscere, comprano case, …. La bolla papale impone agli ebrei di abitare in una o più strade, dove non ci sia possibilità di contatto con i cristiani: è l’istituzionalizzazione del ghetto. Gli uomini sono obbligati a portare un berretto che li distingua; le donne un velo o uno scialle.
Oggi quella stessa Stella, il 'Magen David', campeggia al centro della bandiera di Israele.

giovedì 5 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 settembre.
Il 5 settembre 1836 Samuel Houston viene eletto primo presidente del Texas.
Nacque il 2 marzo 1793 a Lexington, in Virginia.
A quindici anni scappò di casa e visse per tre anni con le tribù Cherockee del Tennessee orientale.
Entrò nell'esercito durante la guerra anglo-statunitense e si mise in luce agli ordini di Andrew Jackson. Nel 1814 fu promosso tenente e dal 1818 cominciò a lavorare come avvocato a Nashville (Tennessee).
Fu membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti dal 1823 al 1827, quando fu eletto governatore del Tennessee.
Nel 1829 si dimise dalla carica di Governatore e tornò a vivere coi Cherokee. Nel 1832 fu inviato in Texas dal presidente Jackson per iniziare la negoziazione dei trattati con le tribù Indie del Texas, che a quel tempo apparteneva al Messico.
Il 2 marzo 1836 pubblicò una dichiarazione di Indipendenza del Texas e il giorno dopo si mise a capo di un esercito ribelle organizzato per fronteggiare il Generale Antonio Lopez de Santa Anna, che si avviava ad assaltare Fort Alamo. Obbligò Santa Anna a inseguirli fino a San Jacinto (oggi Houston) dove, con un abile stratagemma riuscì a catturare il generale messicano (21 aprile). In cambio della propria libertà, Santa Anna firmò il riconoscimento della indipendenza texana.
Fu nominato primo presidente del Texas il 5 settembre 1836, carica che mantenne fino al 1838. Nel 41 fu rieletto per altri 3 anni. Quando il Texas entrò a far parte degli Stati Uniti, nel 1845, fu uno dei suoi primi senatori (1846-1859).
Samuel Houston morì a Huntsville il 26 luglio del 1863.

mercoledì 4 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 settembre.
Il 4 settembre 1972 Mark Spitz vince la sua settima medaglia d'oro alle Olimpiadi di Monaco, record rimasto imbattuto fino al 2008.
La leggenda di Mark Spitz nasce e finisce alle Olimpiadi del 1972 a Monaco di Baviera. Fu lui a salvare l'edizione dei giochi, funestata dall'attentato terroristico nel villaggio olimpico per mano di dissidenti palestinesi, che uccisero due membri della squadra di Israele e ne tennero in ostaggio altri nove. Mark Spitz, ebreo-americano, prima dei giochi bavaresi, era considerato un buon nuotatore, capace di andare a medaglia… Nessuno certo pensava che potesse diventare in tre settimane lo sportivo più famoso della storia olimpica.
Mark Spitz nasce a Modesto, California, il 10 febbraio 1950. Con la famiglia si trasferisce per quattro anni alle isole Hawaii dove inizia a nuotare sotto gli insegnamenti del padre. All'età di sei anni Mark ritorna negli USA, a Sacramento, dove continua a coltivare la passione per il nuoto. Il padre Arnold è il suo più importante motivatore: sin dalla tenera età ripeteva al figlio la famosa frase: "Nuotare non è tutto, vincere lo è".
Mark inizia a far sul serio a nove anni, quando si iscrive alla Arden Hills Swim Club, dove conosce il suo primo coach, Sherm Chavoor.
Il nuoto è una vera ossessione per il padre che vuole a tutti i costi che Mark diventi il numero uno; in quest'ottica Arnold decide di trasferire la famiglia a Santa Clara, sempre in California, per permettere a Mark di entrare nella prestigiosa Santa Clara Swim Club.
I risultati arrivano in fretta: tutti i record juniores sono suoi. Nel 1967 vince ben 5 ori ai giochi Pan-Americani.
Le olimpiadi di Città del Messico del 1968 dovevano essere la definitiva consacrazione. Alla vigilia dei giochi Mark Spitz dichiarerà che avrebbe vinto 6 medaglie d'oro, cancellando dalla memoria collettiva il record di 4 ori ottenuto da Don Schollander ai giochi di Tokyo del 1964; era così sicuro delle sue potenzialità che considerava un secondo posto un vero affronto alla sua classe. Le cose non vanno come previsto: Mark nelle gare individuali raccoglie solo un argento e un bronzo, vincendo due ori solo nelle staffette USA.
La delusione di Città del Messico è per Mark Spitz un trauma; decide di superare questo momento con duri e frenetici allenamenti. Si iscrive alla Indiana University, il suo coach è Don Counsilmann, il suo obiettivo è uno solo: riscattarsi ai giochi di Monaco 1972. Alla vigilia dei giochi, dopo aver conseguito la laurea, si mostra più cauto ed estremamente concentrato. Il suo tuffo nella leggenda inizia con la gara dei 200 metri farfalla, seguita dal successo nei 200 metri stile libero. Non fallisce nella sua gara preferita, i 100 metri farfalla.
L'ostacolo maggiore sono i 100 metri stile libero; Spitz considera questa prova il suo punto debole, ma l'entusiasmo derivato dai 3 ori già conquistati, lo fa volare con il tempo record di 51'22''. Anni dopo dichiarerà : "Sono convinto di essere riuscito a compiere una grande impresa perché dopo i primi tre ori, nella testa dei miei avversari vi era un'unica preoccupazione e un un'unica domanda: «Chi di noi arriverà secondo?»".
Le staffette USA erano da sempre considerate le più forti e anche in questa occasione non tradiscono. La perfezione dei 7 ori giunge grazie ai successi nella 4x100 e 4x200 stile libero e nei 4x100 misti. Spitz diviene una leggenda, un mito vivente, alcuni cominciano a dubitare persino della sua provenienza terrestre. Sponsor, fotografi, addirittura i produttori di Hollywood lo tempestano di attenzioni e di contratti. La tragedia dell'attentato palestinese, a poche ore dalla conquista del suo settimo oro, oltre all'intero mondo sportivo, sconvolge però Mark. Lui, ebreo, alloggiava vicino alla delegazione israeliana bersaglio dei terroristi. Prima della conclusione dei giochi, sconvolto, lascia Monaco, nonostante le insistenze degli organizzatori e dei media.
Fu l'ultima volta che si vide Mark Spitz in vasca; si ritirò dopo le imprese di Monaco, giustificando questa sua scelta con la celeberrima frase: "Che cosa potrei fare di più? Mi sento come un fabbricante di automobili che ha costruito una macchina perfetta".
Lasciato il nuoto, per qualche tempo divenne uomo-immagine di numerosi sponsor e fece qualche comparsa nelle produzioni Hollywoodiane.
La leggenda di Spitz durò una sola olimpiade; molti fecero speculazioni su quei successi improvvisi e sul suo seguente ritiro. Infastidito dalle voci Mark decise l'azzardo di prepararsi per i giochi olimpici di Barcellona 1992. A 42 anni suonati provò a partecipare ai Trials ma non raggiunse il tempo limite per la qualificazione.
Quel record di 7 ori in una sola edizione dei giochi è rimasto un muro, un vero e proprio limite dello sport, fino alle Olimpiadi di Pechino del 2008, quando il giovane statunitense Michael Phelps riuscì a superare la leggenda, mettendosi al collo 8 medaglie del metallo più prezioso.

martedì 3 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 settembre.
Secondo la tradizione, il 3 settembre 301 San Marino diventa indipendente.
La leggenda fa risalire la fondazione della Repubblica a un tagliapietre originario di Arbe, in Dalmazia, di nome Marino. Egli giunse a Rimini nel 257 d.C. dove lavorò fino a quando, per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani ad opera dell'Imperatore Diocleziano, dovette fuggire. Si rifugiò sul Monte Titano. Personalità carismatica e taumaturgo, sul monte Marino riuscì a coagulare intorno a sé una piccola comunità di cui divenne il punto di riferimento. Il Monte Titano gli fu donato dalla proprietaria, Donna Felicita (o Felicissima) per ringraziarlo di aver guarito il figlio malato. C'era il territorio, c'era la popolazione. Il senso di coesione e indipendenza fu trasfuso alla comunità da Marino. Si narra che le sue ultime parole prima di morire fossero: "Relinquo vos liberos ab utroque homine". Era il 301 d.C. e il seme dell'indipendenza era stato gettato. Poiché il terreno era fertile, germogliò.
Al di là della leggenda, è certo che il Monte Titano con le sue pendici fu abitato fin dai dai tempi preistorici. Lo testimoniano i numerosi reperti custoditi nel Museo di Stato trovati in varie campagne di scavo.
Tra i ritrovamenti più famosi, il prezioso Tesoro di Domagnano, una parure di gioielli in oro tempestati di pietre preziose ora conservata nel Museo di Norimberga.
Il primo documento che testimonia l'esistenza di una comunità organizzata sul Monte è il Placito Feretrano, una pergamena dell' 885 d.C., conservata nell'Archivio di Stato relativa a una questione di diritti di proprietà su alcuni fondi. Il Placito attesta che i diritti di proprietà facevano capo all'Abate di un Monastero sito a San Marino.
All'epoca dei Comuni la piccola comunità del Monte Titano cominciò a delineare una propria forma di governo. Il territorio venne denominato allora  “Terra di San Marino”, in seguito risulta denominato come “Comune di San Marino”.
Il corpo sociale affidò il proprio autogoverno all'Arengo o assemblea di capi-famiglia, presieduta da un Rettore.
Con l'aumento della popolazione, accanto al Rettore venne nominato un Capitano Difensore. L'Istituto più importante dello Stato era stato creato. Nel 1243 si nominarono i primi due Consoli, il Capitano e il Rettore, che da allora fino ai giorni nostri si avvicendano ogni sei mesi nella suprema carica dello Stato: si tratta dei  Capitani Reggenti, ovvero i Capi dello Stato.
All'Arengo si deve la definizione delle prime leggi, gli Statuti, ispirati a principi democratici. I primi Statuti risalgono al 1253, ma il primo vero corpo di leggi dello Stato risale al 1295. Gli Statuti furono riscritti e aggiornati fino alla stesura del 1600, che è quella alla quale l'ordinamento fa riferimento.
Furono molte le situazioni pericolose che nei secoli il popolo del Monte Titano seppe fronteggiare consolidando la propria autonomia.
Due volte la Repubblica di San Marino fu occupata militarmente, ma solo per pochi mesi: nel 1503 da Cesare Borgia detto il Valentino e nel 1739 dal Cardinale Giulio Alberoni. Dal Borgia riuscì a liberarsi per la morte del tiranno. Dal Cardinale Alberoni seppe sottrarsi con la disobbedienza civile, chiedendo giustizia al Sommo Pontefice, che riconobbe il buon diritto di San Marino all'indipendenza per volontà del suo popolo.
Napoleone nel 1797 offrì ai sammarinesi amicizia, doni e l'estensione del territorio fino al mare. I Sammarinesi furono grati per l'onore di tali elargizioni, ma rifiutarono con istintiva saggezza l'ampliamento territoriale “paghi dei loro confini”.
Nel 1849 il Generale Giuseppe Garibaldi, capo militare dei rivoluzionari che stavano combattendo per unificare l’Italia, si rifugiò a San Marino con circa 2.000 soldati per sfuggire alle armate dell’Austria e di Roma. Tutti trovarono rifugio nel territorio sammarinese. Le autorità riuscirono a evitare l'ingresso delle truppe austriache dando tempo ai garibaldini di lasciare il territorio senza spargimento di sangue.
Lincoln nel 1861 dimostrò la sua simpatia e la sua amicizia per San Marino scrivendo fra l'altro ai Capitani Reggenti “.. Benché il Vostro dominio sia piccolo nondimeno il Vostro Stato è uno dei più onorati di tutta la storia … “.
San Marino vanta una tradizione di ospitalità eccezionale in tutti i tempi. In questa terra di libertà non furono infatti mai negati il diritto d'asilo e l'aiuto ai perseguitati, di qualunque condizione, provenienza o idea. Durante la seconda guerra mondiale San Marino fu Stato neutrale,  e benché avesse una popolazione di appena 15.000 abitanti, accolse e diede rifugio a 100.000 sfollati provenienti dal territorio italiano limitrofo che era soggetto a bombardamento.

lunedì 2 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 settembre.
Il 2 settembre a Beirut scompaiono nel nulla due giornalisti italiani, Italo Toni e Graziella De Palo.
Sono passati 39 anni dalla loro scomparsa a Beirut, in Libano. Era il 2 settembre 1980. “Loro” sono due giornalisti italiani: Maria Grazia De Palo, meglio conosciuta come Graziella, e Italo Toni. Scomparsi, nel nulla. E ancora oggi non si ha alcuna notizia ufficiale.
L’ultima informazione certa sui due inviati è quella diffusa dalle istituzioni: Italo e Graziella sarebbero prigionieri, ma vivi, dei falangisti cristiani libanesi. Una versione dei fatti che fu sostenuta dall’allora presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, di fronte ai familiari dei due colleghi scomparsi in Libano.
Questa vicenda aspetta ancora verità e giustizia. E il segreto di Stato, almeno in parte, continua a essere un ostacolo per chi chiede chiarezza. I familiari di Toni e De Palo, infatti, nonostante le continue richieste di desecretazione di quelle carte, hanno ottenuto davvero poco in questi anni. Il segreto di Stato era stato confermato dal governo Craxi nel 1984 e poi rimosso parzialmente nel 2009 dall’esecutivo guidato da Berlusconi.
Il segreto riguarda le carte che riportano le relazioni speciali fra il servizio segreto militare italiano Sismi e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Un rapporto regolato da un protocollo segreto, indicato come “Lodo Moro”. Un patto che, per quello che ne è trapelato, dal 1970 avrebbe permesso all’Olp di fare in Italia attività paramilitari sotto copertura offrendo al nostro Paese, in cambio, la rinuncia a eseguire attentati terroristici.
Non è da escludere che i due giornalisti scomparsi fossero a conoscenza di questo patto segreto ed eliminati proprio per questo motivo: le prime tracce di questo “Lodo Moro” emersero a novembre del 1979, dopo il sequestro dei tre lanciamissili SA7 Strele trasportati su un’auto, nei pressi di Ortona (Chieti), da Daniele Pifano e dal palestinese del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) Abu Anzeh Saleh. E ancora: altre tracce apparvero nell’inchiesta giudiziaria che riguardava l’abbattimento dell’aereo dei servizi segreti italiani Argo 16.
Italo Toni, classe 1930, è un esperto di Medio Oriente e ha collaborato con diverse testate italiane e internazionali. È stato autore di uno scoop, scoprendo l’esistenza di campi di addestramento della guerriglia palestinese.
Graziella De Palo, classe 1956, indagava su traffici di armi per il quotidiano Paese Sera e per la rivista l’Astrolabio.
I due si trovavano da 10 giorni in Libano per documentare e raccontare la guerra civile e, in particolare, per indagare sui traffici d’armi e su questioni internazionali che implicavano anche l’attività dei servizi segreti italiani.
Italo e Graziella erano stati ospitati dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, una formazione di estrazione marxista alla cui guida c’era George Habbash: è lui che aveva promesso loro di portarli a sud, sulle colline, proprio dove si trova il castello di Beaufort, sulla linea dello scontro con l’esercito israeliano. Per i due giornalisti era dunque l’occasione di unirsi a un gruppo di guerriglieri in Libano, dove avvenivano i traffici internazionali d’armi in violazione degli embarghi sanciti dall’Onu.
Un terrorista pentito, Patrizio Peci, ha parlato dei traffici illegali di armi rivelando che le armi che passavano per il Medio Oriente arrivavano alle Brigate Rosse italiane. È lui che aveva fatto mettere a verbale questa dichiarazione:
«Vi fu da parte dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina una fornitura di armi, esplosivi, plastico, bombe ananas, mitragliatrici pesanti e mitragliatrici tipo Sterling che per tre quarti era destinata alle Br e per un quarto alle eventuali operazioni dell’Olp sul territorio italiano».
Quando l’Ucigos, l’Ufficio operazioni speciali del ministero dell’Interno, giunse a Beirut per indagare sul traffico d’armi a favore delle Br, l’Olp era già informata dei fatti. Sarebbe stato Stefano Giovannone, rappresentante dal 1972 dei servizi segreti militari in Medio Oriente, a rivelare ai palestinesi che stava avvenendo questo cambiamento a Roma.
Giannone, interrogato, negò di aver rivelato queste informazioni e sostenne di aver fatto solo il suo dovere, «eseguire gli ordini». Stefano Giannone morì nel 1985. E con lui, a quanto pare, anche la possibilità di avere giustizia per i due cronisti.
Giannone è colui che era stato coinvolto nella scomparsa di Graziella e Italo. È l’ufficiale dei servizi segreti, tra l’altro inquisito per aver favorito il traffico d’armi con l’Olp di Yasser Arafat, di cui era ottimo amico, ed è anche colui che fece richiesta del segreto di Stato, e lo ottenne, per i documenti riservati dei servizi segreti. L’allora presidente del Consiglio Spadolini approvò la richiesta, poi confermata anche da Craxi e Berlusconi.
I due giornalisti, come detto, si trovavano in Libano per raccontare la guerra civile e i traffici d’armi. La guerra civile libanese scoppiò il 13 aprile del 1975, quando un gruppo di persone che stava assistendo alla consacrazione di una chiesa nel quartiere di Ain Remmaneh venne massacrato a colpi di mitra da combattenti palestinesi. Quattro persone morirono e sette rimasero ferite.
A questa azione seguì una violenta risposta: un autobus carico di feddayn armati, che stava tornando da una parata, venne colpito durante il passaggio nel quartiere, provocando la morte di 27 persone, crivellate dai colpi.
Iniziò così la guerra civile in Libano. Da una parte i cristiani, sostenuti da Israele; dall’altra i musulmani, appoggiati inizialmente dalla Siria e poi dall’Iran, dopo la rivoluzione di Khomeini del 1979. Si fronteggiarono da una parte i cristiani maroniti e dall’altra la coalizione di palestinesi alleati ai libanesi musulmani, che insieme facevano parte del Partito socialista progressista.
E il traffico d’armi proliferava, con soldi derivati dal commercio di armi che venivano riciclati in istituti di credito, aziende e banche con sede a Beirut. La città con cui avevano a che fare anche persone legate alla P2 e al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
È in questo contesto che i due cronisti italiani si inserirono, scoprendo che era proprio in Libano che avvenivano questi traffici internazionali d’armi in violazione degli embarghi sanciti dall’Onu. E fu proprio per questo che decisero di unirsi a un gruppo di guerriglieri, per poter raccontare questi traffici.
Dopo aver confermato le stanze d’albergo e aver avvisato l’ambasciata italiana, i due inviati partirono con alcuni membri del Fplp il 2 settembre 1980. E da allora non se ne sa più nulla: i due giornalisti italiani scomparvero nel nulla. A distanza di 39 anni i loro parenti non hanno la certezza della loro morte e, nel caso, non sanno chi e come sia stato ad ucciderli.
Le indagini sulla loro scomparsa portano a collegamenti con la P2 e i servizi segreti, ma il segreto di Stato copre tutto. Segreto che, come detto, viene opposto al magistrato inquirente dal colonnello Stefano Giannone, che in quel periodo era un uomo del Sismi a Beirut. Ed era proprio su Giannone che Graziella stava indagando.
Nel suo primo articolo pubblicato su L’Astrolabio il 14 giugno 1978, si comprende una precisa conoscenza della situazione italiana relativa al traffico d’armi verso i Paesi di quello che veniva allora chiamato “Terzo mondo”, dove erano invischiati i Servizi segreti italiani. Graziella dava conto dell’operazione di “ricambio” a tutti i livelli del Sismi avvenuta a metà maggio 1978, dopo le dimissioni del ministro degli Interni Cossiga in seguito all’uccisione di Aldo Moro.
Nel suo articolo Graziella denunciava il coinvolgimento dell’ufficio Rei (Rapporti economici e industriali) del Sismi. Ufficio che ha l’ultima parola sulla vendita di armi italiane all’estero. E ancora scrive a proposito della sparatoria alla scorta di Moro in via Fani a Roma che «fu compiuta con armi italiane (mitra Beretta e munizioni Fiocchi) destinate all’Egitto e rientrate per vie tortuose in patria».
Anche la giornalista Graziella De Palo quindi indagava sul traffico d’armi negli stessi anni in cui l’ex giudice Carlo Palermo, con la sua inchiesta di Trento, fu il primo a fare luce su questi traffici di armi tra Italia e Medio Oriente. È lui – oggi avvocato – a ricercare la verità sul caso di Graziella De Palo e Italo Toni, oltre che sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, l’inviata del Tg3 e il suo operatore morti in un agguato in Somalia il 20 marzo 1994.
Anche loro, come Graziella e Italo, stavano indagando su un traffico d’armi e di rifiuti tossici quando vennero assassinati in Somalia. Nel 2016 i familiari di Graziella si sono rivolti a lui per avere delle risposte sulla sua sorte.

domenica 1 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo settembre.
Il primo settembre 1752 la Campana della Libertà arriva a Filadelfia.
Nel silenzio trasparente del Liberty Bell Center di Philadelphia, la Campana della Libertà racconta muta la storia degli Stati Uniti: bronzo sfregiato e inciso di parole profonde, è ancora oggi il simbolo della Rivoluzione Americana.
Eppure questo oggetto che gli Yankees tanto amano, fu forgiato nel 1751 nel quartiere di Whitechapel: in quella Londra che rappresentava il potere arrogante e monarchico contro cui i coloni del Nuovo Mondo combatterono per diventare padroni del loro destino.
La Campana della Libertà era stata realizzata lì per celebrare il cinquantenario della Carta dei Privilegi redatta da William Penn, il fondatore dello Stato della Pennsylvania dove era diretta.
Dopo aver attraversato l’Atlantico, la Liberty Bell arrivò a destinazione crepata: così i fabbri Pass e Stow dovettero lavorare parecchio per riparare i suoi 946 chilogrammi. E alla fine apposero la loro firma.
Lì, proprio sotto la calotta della Campana della Libertà dove sono incise le parole del capitolo XXV, verso X, del Levitico: “E proclamerete la libertà in tutte le terre e a tutti gli abitanti”. Poi fu innalzata nella torre dell’Independence Hall.
Da quel momento in poi i rintocchi della Liberty Bell hanno contraddistinto i momenti più importanti del passato degli Stati Uniti. Nel 1774 avevano aperto il Primo Congresso Continentale delle 13 colonie, riunite contro le restrizioni commerciali del governo inglese (Intolerable Acts).
Un anno dopo la Campana della Libertà aveva annunciato la conclusione della vittoriosa battaglia dei rivoluzionari a Lexington e Concord. Nel 1837, infine, era diventata simbolo del movimento abolizionista contro la schiavitù.
Poi, l’ultimo scampanellio: era il 22 febbraio del 1846, il giorno del compleanno di George Washington. La crepa riparata si era riaperta, allargandosi ogni anno di più. Così, nel timore di una ulteriore e insanabile rottura non ha più suonato.
Oggi, la Campana della Libertà è protetta da una teca trasparente e sorvegliata a ogni minuto nel Liberty Bell Center di Philadelphia, il museo dedicatole aperto dalle 9 alle 17.

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