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sabato 24 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 agosto.
Il 24 agosto 1847 Charlotte Bronte finisce il suo romanzo Jane Eyre.
Jane Eyre fu pubblicato per la prima volta nel 1847 con lo pseudonimo di Currel Bell. Si tratta di un romanzo di formazione: racconta cioè tutte le tappe della vita della protagonista Jane. È scritto inoltre in forma autobiografica: ella si rivolge in maniera diretta al lettore.
L’importanza fondamentale del romanzo risiede nella descrizione dei cambiamenti di Jane, non soltanto dal punto di vista fisico ma soprattutto dal punto di vista psicologico: da giovane ragazza, la ritroviamo donna piena di passioni. Il romanzo risulta abbastanza attuale anche al giorno d’oggi soprattutto per l’attenzione dedicata alla psicologia e all’analisi interiore dei personaggi, in particolar modo della protagonista, donna dotata di grande coraggio e forti sentimenti. Il romanzo riscosse all’epoca grande successo, ed è ancora oggi molto venduto nelle librerie.
Il romanzo narra la storia di Jane Eyre, una bambina orfana che viene cresciuta da alcuni zii. Qui però viene derisa dai suoi cugini e maltrattata dalla zia. L’unico ad amarla è lo zio, che muore prematuramente. La zia pertanto la affida ad una sorta di collegio, dove vengono ospitate tutte bambine senza genitori.
È tenuta a dare una mano e a fare tanti sacrifici, crescendo in fretta, affrontando ogni giorno un’ambiente difficile e soprattutto la morte della migliore amica, avvenuta per tubercolosi a causa delle pessime condizioni igieniche della struttura. Qui però continua i suoi studi e riesce anche a diventare insegnante.
Da donna indipendente trova un lavoro presso Thornfield Hall, come istitutrice della figlia adottiva di Mr. Rochester, la piccola Adele.
Jane lavora molto bene in questo clima fino all’arrivo di Mr. Rochester, un uomo arrogante che però viene subito colpito dalla ragazza. Egli le chiede la mano ma c’è un segreto nascosto tra quelle mura: l’uomo è già sposato con una tale Bertha Mason, una donna che è diventata pazza e viene tenuta rinchiusa nel castello. Jane quindi scappa, profondamente delusa e decide di andare a vivere presso un ecclesiastico St. John e le sue sorelle. Questi le propone di sposarlo e di andare con lui in missione in India ma Jane rifiuta, perché ancora innamorata di Mr. Rochester.
Torna a Thornfiel Hall e trova uno scenario devastato: il castello era stato bruciato da un incendio, in seguito al quale Bertha era morta e Mr. Rochester aveva perso la vista. Jane e il padrone di casa convolano finalmente a nozze e lui ritrova parzialmente la vista.
La scrittura della Brontë è così introspettiva che sembra quasi di dimenticare la vita reale per calarsi direttamente nei panni della protagonista. Jane è una donna sicuramente molto moderna per l’epoca, indipendente e passionale ma dotata anche di una forte integrità morale. Bertha sembra essere quasi il suo alter ego: quel lato bestiale che doveva essere represso nella società Vittoriana ma che riemerge sconvolgendo l’equilibrio di tutti. Un romanzo che lascia soddisfatti i lettori per il suo lieto fine, raggiunto però ad un alto costo.

venerdì 23 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 agosto.
Il 23 agosto 1923 viene ucciso da squadristi fascisti il parroco di Argenta, Don Giovanni Minzoni.
Don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, comune in provincia di Ferrara, non era di certo un rivoluzionario e tanto meno un socialista.
 Era un religioso che applicava sino in fondo la parola evangelica, ascoltando, confortando e aiutando tutti, senza distinzione di credo.
 Educato a Ferrara, di famiglia borghese, Minzoni si scontra presto con la dura realtà del suo tempo, prima partecipando alla Grande Guerra come cappellano poi, nel 1919, come arciprete. Erano gli anni in cui trionfavano le sinistre. In Emilia Romagna, terra di braccianti e di operai, roccaforte dei socialisti più rivoluzionari, il clero non era visto di buon occhio. Ma Don Minzoni, ad Argenta, riuscì a farsi accettare, anzi a farsi apprezzare da tutti, anche dai più ostili.
 Il parroco giocava coi ragazzi a calcio, andava al bar in bicicletta (allora proibita) a bere una birra e a partecipare a qualche partita a carte. Diventò uno di loro, uno del popolo. Diede vita anche un centro giovanile, un oratorio, una compagnia filo-drammatica per le ragazze e un circolo per adulti aperto tutte le sere fino a mezzanotte, volutamente lasciato gestire a laici.
 Il suo insinuarsi tra la gente comune, anche tra i socialisti, iniziò ad infastidire i fascisti.
Minzoni era un acceso antifascista e questo lo avvicinava spesso agli avversari di Mussolini, tanto da ricevere critiche sia dai fascisti che dai cattolici. Se, nel corso del ventennio fascista, la chiesa cattolica strizzò l’occhio più volte al regime, Don Minzoni si rifiutò di assecondare un’ideologia meschina e violenta, lontana da ogni principio evangelico.
 Dopo l’uccisione del sindacalista Gaiba, per mano di squadristi del luogo, il parroco tenne un discorso di denuncia che ispirerà un articolo sul settimanale cattolico di Ferrara. Fu la prima aperta rottura con il fascio locale.
 A provocare ulteriormente l’ira dei fascisti fu il successo dell’Associazione dei Giovani Esploratori Cattolici, sorta anche ad Argenta, grazie al religioso. I fascisti, dal canto loro, avevano cercato di formare un gruppo numeroso di balilla ma, al momento delle iscrizioni, solo un bambino si presentò. I giovani, nel piccolo comune ferrarese, preferirono le congregazioni cattoliche.
 Don Minzoni ricevette più volte minacce ma non era il tipo da lasciarsi spaventare.
Era veramente intenzionato a contrastare l’opera di indottrinamento fascista dei giovani. La lettera che scrisse al podestà di Ferrara descrive a pieno il suo pensiero contrario ad ogni forma di servilismo, di mala fede e di violenza. Parole molto coraggiose che ahimè si riveleranno essere il suo testamento morale.
 Il parroco fu ucciso con una bastonata in testa la sera del 23 agosto 1923 mentre rientrava a casa dopo avere bevuto una birra al circolo ricreativo.
 Rappresentativo l’episodio che concerne la denuncia ai giornali la mattina successiva. Il clero locale denunciò l’omicidio come un’opera di ignoti, nei confronti di una persona impegnata socialmente. Non una parola sul movente e sui colpevoli. L’atteggiamento delle autorità cattoliche fu davvero disdicevole. Non presero mai una netta posizione nei confronti degli assassini. Non si pronunciarono contro il fascio locale, esecutore e mandante dell’uccisione di Don Minzoni. Lasciarono cadere il tutto nel silenzio. Questa omertà proveniente proprio dall’ambiente religioso fu il secondo colpo mortale inferto al povero parroco.
 Il tenente Borla, che fu trasferito dopo poco, coraggiosamente denunciò l’uccisione dell’arciprete per motivi politici per mano di due squadristi ancora a piede libero. Gli stessi fascisti affermarono che l’episodio era una lezione volutamente data al sacerdote da due di loro, accidentalmente finita male. Ma il caso fu insabbiato per via dei clamorosi risultati delle elezioni politiche che si tennero nella primavera successiva quando il partito fascista raggiunse più del 90% dei voti.
 Solo Donati (che morirà in esilio a Parigi a soli 42 anni), direttore de “Il Popolo”, ebbe la forza di continuare a scrivere del prete di campagna che si oppose al fascismo, accusando del delitto Italo Balbo, il gerarca di Ferrara.
 Accanto al quotidiano popolare si schierò anche “La voce repubblicana”.
Il caso venne riaperto.
 Nel giugno del 1925 vi erano sette imputati ma l’esito del processo li volle nuovamente tutti assolti. A questo punto bisogna ricordare che l’anno dopo l’uccisione di Don Minzoni, anche Matteotti fu picchiato a morte dai sicari di Mussolini. E nuovamente i colpevoli furono lasciati impuniti. “L’Avanti”, quotidiano socialista, paragonò Matteotti a Don Minzoni definendo entrambi due martiri, due esempi, due eroi che non accettarono di ridursi a sudditi.
 Ancora una volta le autorità ecclesiastiche persero l’occasione di schierarsi contro il fascismo. Grazie a documenti certi si riuscì a provare la colpevolezza di Balbo e dei suoi uomini, ma solo nel 1947 a guerra finita, venne resa pubblica la verità. Non solo: la prima commemorazione venne celebrata nel 1973.
 Il 2 ottobre 1983 Sandro Pertini, l’allora presidente della Repubblica, pronunciò le seguenti parole: “Nella figura di don Giovanni Minzoni si riassume il meglio delle tradizioni ideali e politiche nelle quali il movimento cattolico italiano affonda le sue stesse radici genuinamente popolari. Con la sua stessa vita, Don Minzoni testimoniò, in perfetta aderenza all’insegnamento evangelico e in profonda lealtà alla propria missione di pastore, la fede democratica e l’ansia di giustizia che ispirava i lavoratori cristiani, che ne saldava l’animosa resistenza alla lotta che l’intero movimento antifascista andava opponendo all’incombente tirannide”.

giovedì 22 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 agosto.
Il 22 agosto 1851 lo yacht America vince la prima America's cup di vela.
L'America's Cup è il più famoso trofeo nello sport della vela, nonché il più antico trofeo sportivo del mondo per cui si compete tuttora.
 Si tratta di una serie di regate di match race, ovvero tra soli due yacht che gareggiano uno contro l'altro. Le due imbarcazioni appartengono a due Yacht Club differenti, una rappresentante lo yacht club che detiene la coppa e l'altra uno yacht club sfidante.
La competizione ebbe origine il 22 agosto 1851 quando il Royal Yacht Squadron britannico con 14 imbarcazioni sfidò il New York Yacht Club, che decise di partecipare con lo schooner America, dal nome di questa agguerritissima goletta il nome di "America's Cup", in un percorso attorno all'Isola di Wight. America vinse con 8 minuti di distacco sulla seconda barca, la britannica Aurora, aggiudicandosi la coppa che era stata messa in palio per celebrare la prima esposizione universale di Londra.
Interessante è un aneddoto ove la regina Vittoria, saputo della vittoria di America, avrebbe chiesto quale barca fosse giunta seconda, sentendosi rispondere "There is no second, your Majesty". Da qui nascerebbe il motto dell'America's Cup "there is no second", non c'è secondo. La coppa in palio si chiamava "Coppa delle cento ghinee" (tanto infatti era costata) o anche "Queen's Cup", ma dopo la vittoria gli americani la ribattezzarono dandole il nome attuale in onore della barca vincitrice.
 Punti da questo duro colpo a quella che veniva percepita come l'invincibile potenza marina del Regno Unito, una serie di "sindacati" britannici cercarono di rivincere la coppa. Il New York Yacht Club riuscì però a rimanere imbattuto per 25 sfide nell'arco di 132 anni, la più lunga serie vincente nella storia dello sport. Le regate si tennero nelle vicinanze del porto di New York fino al 1930, quindi si spostarono al largo di Newport per il resto del periodo in cui il NYYC detenne il trofeo.
Uno degli sfidanti più famosi e determinati fu il Barone del Tè (di origine irlandese ma scozzese per nascita), Sir Thomas Lipton, che organizzò cinque sfide tra il 1899 e il 1930, tutte con yacht chiamati Shamrock. Uno dei motivi di Lipton per portare così tante sfide fu la pubblicità che queste generavano per la sua compagnia, anche se la prima fu fatta in seguito a una richiesta personale del principe di Galles, che sperava così di porre rimedio al rancore transatlantico generato dalle polemiche di uno sfidante precedente. Lipton si stava preparando alla sua sesta sfida, quando morì nel 1931. Gli yacht di quell'era erano enormi per gli standard moderni, e con poche restrizioni sulla progettazione. Dal 1930 al 1937 le regate furono disputate con le imbarcazioni della cosiddetta J-Class.
Dopo la seconda guerra mondiale venne introdotta la classe 12 metri Stazza Internazionale. L'imbattibilità del NYYC continuò per altre otto difese del trofeo, dal 1958 al 1980. Alan Bond, uno stravagante uomo d'affari australiano portò tre sfide per la coppa dal 1974 al 1980.
Nel 1983 ci furono sei sindacati che avanzarono una sfida per la coppa. Allo scopo di stabilire chi sarebbe stato il vero sfidante, si tennero una serie di regate eliminatorie, per le quali venne istituita come premio la Louis Vuitton Cup. A questa edizione risale anche la prima partecipazione di una barca italiana, Azzurra, schierata dallo Yacht Club Costa Smeralda.
 Azzurra, progettata dallo studio Vallicelli di Roma e affidata allo skipper Cino Ricci e al timoniere Mauro Pelaschier coadiuvati da altri noti velisti italiani: Niki Mosca, Massimo Devoto, Lorenzo Mazza, Tiziano Nava, Dondo Ballanti, Chicco Isenburg, ecc. si classificò terza tra gli sfidanti, ma soprattutto fece conoscere al grosso del pubblico italiano l'esistenza di questa competizione.
Nel torneo degli sfidanti, il sindacato di Bond vinse facilmente anche se bisogna ricordare che perse una regata proprio con la barca italiana che schierava in quell'occasione un agguerrito e motivato equipaggio di riserva.
 Gli australiani disponevano di uno yacht, l'Australia II, in rappresentanza del Royal Perth Yacht Club, progettato da Ben Lexcen e timonato da John Bertrand, dotato di una particolare chiglia con bulbo rivoluzionario che tennero gelosamente nascosto - sino al giorno in cui Niki Mosca, riuscì, con una temeraria incursione subacquea, a visionare e riferirne i dettagli ai propri compagni di equipaggio. Gli australiani vinsero l'America's Cup in sette regate, col punteggio di 4-3, spezzando l'imbattibilità statunitense, durata 132 anni.
Lo skipper sconfitto, Dennis Conner, si riprese la coppa quattro anni dopo, con lo yacht Stars and Stripes, in rappresentanza del "San Diego Yacht Club", ma dovette battere la concorrenza di altri 13 sfidanti. Il sindacato di Bond perse invece l'eliminatoria dei difensori e non gareggiò nella finale. In questa edizione del 1987, le barche italiane sono due. Azzurra, che arriverà undicesima su tredici sfidanti, e Italia che farà leggermente meglio giungendo settima.
 La tecnologia giocava ormai un ruolo sempre più importante nella progettazione delle imbarcazioni. Il vincitore del 1983, Australia II, aveva presentato un innovativo e controverso bulbo dotato di alette, mentre la barca neozelandese che Conner sconfisse nella finale della Louis Vuitton Cup a Fremantle, fu il primo 12 metri con uno scafo in fibra di vetro invece che in alluminio. Il sindacato neozelandese dovette respingere le sfide legali della squadra di Conner, che richiedevano il prelievo di campioni dallo scafo in plastica (il che prevedeva l'apertura di fori nello stesso per dimostrare che rispettasse la specifiche della classe.
Nel 1988 un sindacato neozelandese, guidato dal banchiere Michael Fay, presentò a sorpresa una sfida con "grosse barche", che faceva ritorno al regolamento originale della coppa, e sfidò il San Diego Yacht Club con una barca, la KZ1, di ben 36.57 metri. Con poco tempo a disposizione, per non essere battuto, il sindacato di Conner trovò un escamotage tra le pieghe del regolamento, e fabbricò una nuova Stars and Stripes, un piccolo catamarano di 18 metri. I neozelandesi provarono a contestare questa barca, ma una prima corte di giustizia diede loro torto e diede il via a una serie di regate a senso unico, che videro l'agile e velocissimo catamarano americano surclassare sempre e sistematicamente gli sfidanti grazie alle migliori caratteristiche idrodinamiche. Il conflitto si inasprì e approdò per una seconda e una terza volta nelle corti di giustizia. Mentre il secondo tribunale decretò la squalifica della barca americana, il terzo le assegnò definitivamente la coppa.
Sulla scia della sfida del 1988, venne introdotta la International America's Cup Class (IACC) che sostituì i 12 metri in uso sin dal 1958. Questa nuova classe, che gareggiò per la prima volta nel 1992, rimase in uso fino al 2007. Gli scafi della classe IACC sono progettati esclusivamente per dare le migliori prestazioni in regate di tipo match race nei percorsi "a bastone".
Nel 1992, America, messa in acqua dal miliardario Bill Koch e condotta dalla leggenda della vela Harry "Buddy" Melges, sconfisse lo sfidante italiano Il Moro di Venezia, di proprietà del ravennate Raul Gardini, condotto dal timoniere statunitense Paul Cayard.
 Nel 1995, Michael Fay e il suo sindacato Team New Zealand, in rappresentanza del Royal New Zealand Yacht Squadron, con al timone Russell Coutts, vinse prima la gara degli sfidanti con NZL 32, soprannominata Black Magic a causa del colore nero dello scafo e della sua sconcertante velocità, e in seguito sconfisse Young America, sempre con Dennis Conner al timone, portandosi a casa la coppa con un netto 5-0.
Nel marzo 1997, una persona si introdusse nella sede del Royal New Zealand Yacht Squadron danneggiando l'America's Cup con un martello. L'assalitore, un delinquente recidivo, sostenne che l'attacco aveva motivazioni politiche, ma ciò non gli evitò la galera.
 Il danno causato era così grave che si temette che la coppa fosse irreparabile. La casa argentiera londinese Garrards, che aveva originariamente fabbricato la coppa nel 1848, riuscì in tre mesi di faticosissimo lavoro a riportare la coppa alle condizioni originali. Non si fece pagare semplicemente perché era l'America's Cup.
Ad Auckland nel 1999-2000, Team New Zealand, guidato da Peter Blake, e nuovamente timonata da Russell Coutts, sconfisse lo sfidante italiano Prada Challenge e la sua barca Luna Rossa dello Yacht Club Punta Ala.
 La barca italiana, condotta dallo skipper napoletano Francesco de Angelis, aveva in precedenza conquistato la Louis Vuitton Cup battendo nella finale la barca statunitense America One, del St Francis Yacht Club, condotta da Paul Cayard, ex-timoniere del Moro di Venezia.
La Louis Vuitton Cup del 2002-2003, viene disputata ad Auckland, Nuova Zelanda, vede nove barche da sei nazioni diverse disputare 120 regate in cinque mesi per selezionare lo sfidante per l'America's Cup.
 Il 19 gennaio 2003 lo sfidante Ernesto Bertarelli - svizzero di passaporto, ma italiano di nascita - vinse la finale della Louis Vuitton Cup con la sua Alinghi timonata da Russell Coutts, sconfiggendo lo sfidante americano, Oracle BMW Racing di Larry Ellison, con il punteggio di 4-1. È curioso notare che la Svizzera ha poco a che fare con il mare.
Il 15 febbraio 2003, iniziò la finale vera e propria. Con una brezza tesa, Alinghi vinse facilmente la prima regata, dopo che New Zealand si ritirò a causa di diverse rotture alle manovre e nel pozzetto, che le fecero imbarcare grosse quantità di acqua. La seconda regata, il 16 febbraio 2003, venne vinta da Alinghi con un vantaggio di soli sette secondi. Fu una delle regate più combattute ed eccitanti da molti anni a quella parte, con le barche che si scambiarono al comando diverse volte e un duello di 33 virate nel quinto bordo.
 Quindi il 18 febbraio, in gara 3, Alinghi vinse una partenza critica, dopo aver ricevuto all'ultimo momento un avvertimento sul cambio di direzione del vento, e condusse per tutta la gara, vincendo con un margine di 23 secondi. Dopo nove giorni senza la possibilità di regatare, inizialmente a causa della mancanza di vento, e successivamente per il troppo vento e il mare grosso, si arrivò al 28 febbraio, inizialmente previsto come giorno di riposo.
La gara 4 venne nuovamente disputata con vento sostenuto e onde, e le difficoltà di New Zealand continuarono, quando il suo albero si spezzò durante il terzo bordo. Il giorno successivo (1º marzo 2003), fu ancora una volta un giorno di frustrante bonaccia, con la gara annullata dopo che le imbarcazioni avevano passato più di due ore in attesa del via con vento leggero.
 Lo skipper di Alinghi, Russell Coutts, non fu in grado di festeggiare il suo 41º compleanno con la vittoria della coppa, ma era in buona posizione per riuscirvi il 2 marzo. Gara 5 partì in orario e con una buona brezza. Alinghi vinse ancora una volta la partenza e si tenne in testa. Nel terzo bordo, New Zealand ruppe un tangone dello spinnaker durante una manovra. Anche se lo gettò a mare e lo sostituì con uno nuovo, non fu in grado di recuperare, perdendo la gara e la coppa.
La vittoria di Alinghi significò per Russell Coutts, che in precedenza aveva regatato per la Nuova Zelanda, la vittoria in tutte e 14 le ultime regate dell'America's Cup alle quali aveva preso parte come skipper. Significò inoltre che aveva vinto il trofeo due volte come sfidante e una come difensore. Coutts non era l'unico neozelandese a regatare per sindacati stranieri nelle regate del 2002-2003.
 La sola Alinghi aveva quattro neozelandesi nell'equipaggio. Chris Dickson, skipper di Oracle BMW, era anch'egli neozelandese, ed era stato coinvolto in una precedente sfida neozelandese per l'America's Cup. Qualunque fosse stato il risultato della finale della Louis Vuitton Cup e della America's Cup, era certo che lo skipper vincente sarebbe stato un neozelandese. Per la prima volta un'imbarcazione europea aveva vinto l'ambito trofeo, ma stranamente proveniva dalla Svizzera, nazione priva di sbocchi sul mare.
La coppa fece dunque ritorno in Europa, dove era rimasta solo per la prima sfida. Tuttavia in Svizzera mancava un luogo adatto ad ospitare la sfida: la scelta del defender cadde sulla città spagnola di Valencia. Tecnicamente sarebbe stato possibile disputare l'America's Cup sul Lemano, ma questa possibilità è stata scartata quasi subito.
 Il nuovo regolamento della coppa ha previsto che si disputassero, in giro per l'Europa, delle regate preliminari di flotta e match race, denominate Louis Vuitton Acts, valide ai fini della classifica finale. Nel quadro di questi Acts, per la prima volta l'Italia ha ospitato, nei mesi di settembre e ottobre del 2005, alcune regate della Louis Vuitton Cup, nel mare di Trapani, con un grosso successo di pubblico.
La squadra di Alinghi ha difeso con successo il trofeo nel 2007. Gli sfidanti di Emirates Team New Zealand vinsero la Louis Vuitton Cup: dopo avere vinto 17 delle 20 regate del Round Robin i neozelandesi si imposero 5-2 la semifinale contro Desafío Español 2007 e col punteggio di 5-0 la finale contro Luna Rossa.
 Le regate dell'edizione numero 32 dell'America's Cup si sono svolte dal 23 giugno al 9 luglio 2007: il challenger sarà di nuovo sconfitto dagli elvetici, che difenderanno la coppa vincendo 5-2.
La 33a edizione della America's Cup si "apre" con una disputa legale tra il "defender" Alinghi in rappresentanza della Société nautique de Genève (SNG), detentrice della coppa, ed il BMW Oracle Racing Team (di Larry Ellison) in rappresentanza del Golden Gate Yacht Club (GGYC). Originariamente infatti Alinghi aveva accettato quale Challenger of Record il team Desafío Español per il Club Náutico Español de Vela sennonché il GGYC impugnava l'"investitura" degli spagnoli eccependo la violazione del "sacro" regolamento dell'America's Cup.
 Con la sentenza del 2 aprile 2009, la Corte Suprema di New York, ribaltando una precedente pronuncia resa in favore di Alinghi il 29 luglio 2008, riconosceva, definitivamente, nel Golden Gate Yacht Club il nome del Challenger of records della 33esima America's Cup.
Dopo varie dispute è stata ufficializzata, dal Defender Alinghi, la data della competizione: la 33esima America's Cup si è svolta dal 1º al 25 febbraio 2010 di nuovo nelle acque di Valencia. Poiché challenger e defender non hanno trovato un accordo sui termini di svolgimento della sfida, la competizione si è svolta seguendo le antiche norme del Deed of Gift (come era già accaduto nel 1988). BMW Oracle Racing (con il trimarano USA17) ha battuto Alinghi (con il catamarano Alinghi 5) per 2-0.
 La 34ª America's Cup si è disputata nel 2013 a San Francisco in California. Il Golden Gate Yacht Club è stato il Defender che ha riportato l'America's Cup negli Stati Uniti dove mancava dal 1995, strappandola nel febbraio 2010 agli svizzeri di Alinghi. Il Challenger of Record era il Club Nautico di Roma che ha lanciato la sfida con l'imbarcazione Mascalzone Latino - Audi Team di Vincenzo Onorato.
L'11 maggio 2011 Mascalzone Latino - Audi Team annunciò il ritiro dalla successiva edizione dell'America's Cup per motivi economici ed il nuovo Challenger of Record divenne il Kungliga Svenska Segelsällskapet rappresentato da Artemis Racing.
 Avendo riportato i nove punti richiesti dal regolamento (un punto per ogni vittoria, tolti due punti per le vittorie annullate dal Comitato di Regata) contro gli otto dello sfidante Emirates Team New Zealand, Oracle Team USA si è aggiudicata l'America's Cup 2013.
L'America's Cup 2017 è stata la 35a edizione della storica regata. Lo sfidante, Emirates Team New Zealand, ha vinto con un punteggio di 7 a 1 sul difensore, Oracle Team USA. La competizione si è tenuta al Great Sound di Bermuda dal 17 giugno al 26 giugno. Le regate sono state condotte utilizzando gli yacht della classe AC50 America's Cup di tipo hydrofoiling, leggermente più grandi degli yacht AC45F utilizzati nelle World Series della Coppa America 2015-16.
Era la seconda difesa di Oracle dell'America's Cup, quattro anni dopo la sua prima vinta. Emirates Team New Zealand ora spera di difendere la coppa della 36a America's Cup.

mercoledì 21 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 agosto.
Il 21 agosto la religione cattolica celebra Santa Ciriaca.
E' commemorata il 21 agosto nel Martirologio Romano, inseritavi dal Baronio sull'autorità di una favolosa passio che si conservava nella Biblioteca Vallicelliana. Secondo questo testo, Ciriaca era una nobile romana la quale, rimasta vedova dopo undici anni di matrimonio, mise se stessa e i suoi beni a disposizione dei cristiani che, durante la persecuzione, si riunivano nella sua casa, sita sul Celio, per celebrarvi i divini misteri. Conobbe anche san Lorenzo che la guarì da un mal di capo; dopo la morte del santo, al tempo della persecuzione di Decio, fu arrestata e sottoposta a terribili tormenti durante i quali morì, il 23 agosto. Il suo corpo fu sepolto nell«agro Verano», non lungi da quello di san Lorenzo, in un suo podere.
Già nella complessa passio Polychronii si accennava ai rapporti tra Ciriaca e Lorenzo, ma senza riferimento al martirio della vedova, mentre gli Itinerari del sec. VII indicano la tomba di Ciriaca accanto a quella del famoso martire, e nella biografia di Adriano I ella è detta «beata». Secondo un'iscrizione conservata in San Martino ai Monti, il papa Sergio II (844-47) aveva trasportato il suo corpo in quella chiesa donde, più tardi, sarebbe stato ancora trasferito in quella di Santa Maria in Campitelli. Col nome di Ciriaca è anche indicato, in antichi documenti topografici, il cimitero della via Tiburtina in cui fu seppellito san Lorenzo, ma quel nome dovette essergli attribuito più tardi, poiché nella Depositio Martyrum esso è riferito semplicemente con la denominazione topografica «in Tiburtina». L'origine dell'attribuzione, con molta probabilità, deve ricercarsi in una notizia del Liber Pontificalis, in cui, alla Vita di Silvestro, si legge che Costantino donò alla chiesa di San Lorenzo al Verano «possessio cuiusdam Cyriacae religiosae foeminae quod fiscus occupaverat tempore persecutionis, Veranum fundum». Il «fondo Verano» fu facilmente identificato con «l'agro Verano» e, per conseguenza, col cimitero omonimo. Così Ciriaca entrò nell'agiografia di Lorenzo essendo, naturalmente, anch'essa elevata alla dignità di martire.

martedì 20 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 agosto.
Il 20 agosto 1940, a Città del Messico, Lev Trotsky viene ferito mortalmente.
Lev Davidovic Bronstejn, conosciuto come Lev Trotsky, nasce il 7 novembre del 1879 a Janovka, nell'attuale Ucraina, nella provincia di Kherson, da una famiglia di contadini ebrei piuttosto benestanti. Frequentando l'università di Odessa, ha la possibilità di avvicinarsi agli ambienti rivoluzionari: nel 1898, a diciannove anni, viene arrestato mentre è impegnato nell'Unione Operaia della Russia Meridionale. Due anni dopo viene condannato all'esilio in Siberia per quattro anni, ma riesce a scappare nel 1902: è in questo periodo che prende il nome di Trotsky (derivante da un ex carceriere di Odessa).
Trasferitosi a Londra per raggiungere il redattore capo del giornale "Iskra" Vladimir Lenin, prende parte al secondo congresso del Partito Operaio Socialista Democratico Russo (conosciuto anche come Partito Social Democratico Russo dei Lavoratori) nell'estate del 1903. Nella faida interna sorta nel partito, si schiera contro Lenin e a favore dei Menscevichi. Tornato in Russia due anni più tardi, viene coinvolto nello sciopero generale dell'ottobre del 1905: appoggia la rivolta armata e presiede il Soviet di San Pietroburgo. Viene, per questo motivo, arrestato e condannato all'esilio a vita. Nel 1907 ritorna a Londra, e partecipa al quinto congresso partitico, per poi spostarsi a Vienna.
Qualche anno più tardi viene inviato nei Balcani da un quotidiano radical-democratico per raccontare la guerra del 1912-1913, antipasto della Prima Guerra Mondiale. Proprio con l'avvicinarsi della guerra abbandona quei territori pericolosi per stabilirsi dapprima in Svizzera e poi in Francia. Espulso anche dalla Francia, si trasferisce a New York, prima di ritornare in Russia in occasione della Rivoluzione di febbraio e della rimozione dello Zar. Nel 1917, quindi, Lev Trotsky si unisce ai Bolscevichi, venendo coinvolto nel tentativo di rovesciare il governo di Aleksandr Kerensky. I Bolscevichi riescono a prendere il potere, e Lev viene nominato Commissario del popolo per gli Affari Esteri: uno dei suoi obiettivi più importanti è quello di trattare la pace con i tedeschi.
Ritiratosi dai colloqui nel febbraio del 1918 sperando in una ribellione dei militari della Germania, vede la propria speranza delusa: i tedeschi, di conseguenza, invadono la Russia, obbligando i sovietici alla firma del Trattato di Brest-Litovsk. Trotsky, diventato nel frattempo Commissario del Popolo della Guerra, fonda quindi l'Armata Rossa, e al suo comando sconfigge l'Armata Bianca nella Guerra Civile Russa. Egli, tuttavia, è costretto a dimettersi dalle proprie cariche nel gennaio del 1925, dopo la salita al potere di Stalin (successiva alla morte di Lenin), artefice della lotta al Trotskismo (nel frattempo auto-proclamatosi Opposizione di sinistra).
Lev, intanto, si pone in contrasto con il pensiero stalinista, e in particolare con il suo obiettivo di creare il socialismo in un solo Paese, come dimostra la sua teoria della Rivoluzione Permanente. Ciò che Trotsky contesta ai suoi avversari è il regime autoritario, ma anche la nascita di una nuova borghesia. L'Opposizione trotskista, insomma, reclama una politica di industrializzazione, la promozione di rivoluzioni proletarie anche in altre parti del mondo (in Germania e in Cina) e un piano di collettivizzazione volontaria da attuarsi nelle campagne. Il gruppo di Trotsky nel 1926 si allea con le frazioni Zinovev e Kamenev, dando origine alla cosiddetta Opposizione Unificata.
In seguito a un periodo di forti scontri tra il governo e i gruppi oppositori, questi ultimi nel 1927 decidono di celebrare in autonomia il decimo anniversario della Rivoluzione di Ottobre: evidente, da parte di Lev Trotsky, è l'intento di mostrarsi resistente al nascente regime staliniano. A Leningrado, a Mosca e nelle principali piazze sovietiche migliaia di persone sventolano le bandiere e i vessilli dell'Opposizione Unificata: il 12 novembre del 1927 Lev viene espulso dal Partito Comunista Sovietico. Due anni più tardi, mentre la persecuzione sistematica degli attivisti dell'Opposizione ha ormai preso piede, Trotsky è costretto all'esilio ad Alma Ata, nell'attuale Kazakistan.
Da lì inizia un lungo giro per l'Europa e non solo: dapprima in Turchia, poi in Francia e infine in Norvegia. Dalla Scandinavia Trotsky si sposta in Messico, invitato direttamente dall'artista Diego Rivera, con il quale vive per un certo periodo (prima di intrattenere una relazione con Frida Kahlo, moglie del pittore). Nell'inverno del 1933 conosce Simone Weil, che gli offre ospitalità a Parigi: qui egli organizza una riunione clandestina che raduna numerosi esponenti di partito transalpini. Dopo aver scritto, nel 1936, l'opera "La rivoluzione tradita", in cui vengono elencati e denunciati i delitti compiuti dalla burocrazia staliniana, nel 1938 l'esiliato sovietico fonda la Quarta Internazionale, un'organizzazione internazionale marxista che si propone di sfidare la Terza Internazionale stalinista.
Nel frattempo litiga con Rivera e va a vivere da solo: il 24 maggio del 1940 è vittima di un blitz compiuto da sicari stalinisti, a capo dei quali c'è il pittore Siqueiros, dal quale riesce tuttavia a scappare. Nulla può, invece, tre mesi più tardi: è il 20 agosto del 1940 quando Lev Trotsky in un sobborgo di Città del Messico, Coyoacan, viene aggredito da un agente stalinista, Ramòn Mercader, che lo uccide sfondandogli la testa con una piccozza.

lunedì 19 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 480 a.C. si combatte la battaglia delle Termopili.
Dopo un viaggio lunghissimo, Serse re dei re di Persia, si trovava ad un passo dal proprio obiettivo: sottomettere i turbolenti e rissosi greci.
La sua diplomazia e le sue spie avevano seminato con successo la discordia tra i nemici e oggi c'erano più greci nel suo esercito che contro di lui: i pochi che resistevano si erano segnalati per l'irritualità con la quale avevano risposto alla sua offerta di cedergli la terra e l'acqua, la formula con la quale egli chiedeva la sottomissione. Gli ateniesi avevano scaraventato i suoi emissari in una fossa e gli spartani in un pozzo, e avevano aggiunto, per colmo di misura, che se volevano la terra e l'acqua le scavassero fuori da lì.
La campagna si sarebbe comunque presto conclusa con l'invasione tanto dell'Attica e quanto del Peloponneso, le ultime aree di resistenza: un'armata mai vista prima in Grecia sarebbe avanzata inarrestabile, seppure a fatica vista la sua mole, lungo le frastagliate coste della Grecia, seguita a distanza da una flotta dalla quale dipendeva il suo sostentamento.
L'unico problema per i Persiani era riuscire a muoversi perché un esercito tanto grande avrebbe dovuto marciare su più strade per essere meno lento. Ma da un lato la Grecia non ne forniva molte e dall'altro la presenza del re dei re rendeva in qualche misura anche "coreografica" (avrebbero detto i greci) la colonna persiana che si estendeva per decine di chilometri.
Così, quando Serse giunse ad un passaggio obbligato del percorso costiero, chiamato le Termopili per via delle fonti calde che vi sgorgavano, luogo scelto dai suoi avversari per sbarrargli la strada, decise di offrire loro l'occasione di andarsene indisturbati: 5 giorni di tempo, quanto a lui serviva affinché la lunga colonna del suo esercito si radunasse.
Le Termopili oggi ricordano appena quello che erano 25 secoli fa. La terra ha preso il posto del mare ed è quindi difficile rendersi conto di quanto fosse stretto allora il passaggio: non più di 15 metri.
In una simile condizione, i persiani non avrebbero potuto impiegare altro piano di battaglia che l'attacco frontale, ammesso che si possa definire tale: sarebbe stato come fare una battaglia in un corridoio.
DI fronte a loro un esercito sicuramente risibile ma comunque nelle migliori condizioni possibili per resistere a lungo.
Erodoto enumera con una certa precisione le forze greche presenti al comando del re spartano Leonida: 300 Lacedemoni (l'Hippeis spartana, ovvero la cavalleria, in effetti la guardia di fanteria montata del re), 500 di Tegeia e altri 500 di Mantineia, 120 dall'Orcomeno, 1.000 dall'Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Pilos e 80 da Micene. Quindi 700 da Tespi, 400 da Tebe, 1.000 dalla Focide ai quali si deve aggiungere un numero sconosciuto ma consistente dalla Locride. Quindi oltre 5.200, forse 6.200, secondo Erodoto.
Le cifre di Diodoro Siculo riducono i greci a 4.000, mentre Pausania arriva ad 11.000.
Dovendo aggiungere alle cifre di Erodoto anche gli Iloti al servizio dei Lacedemoni e un po' di truppe ausiliarie non si dovrebbe andare molto lontano dai 7,500 uomini.
Quanti fossero i Persiani non si sa. Per Erodoto tra esercito e truppe di supporto in Grecia entrarono oltre 4 milioni di nemici: un numero che l'avrebbe fatta sprofondare solo per il loro peso.
Erodoto cita però 29 comandanti di Baivabaram, un'unità dell'esercito persiano composta da 10.000 uomini, e quindi in linea teorica i persiani non dovevano essere più di 290.000, probabilmente molti di meno, considerando la fatica compiuta per arrivare fino alle Termopili.
Nonostante la sproporzione dei numeri, i greci non accettarono la proposta di Serse e lasciarono trascorrere i 5 giorni di tregua. Alcuni se ne sarebbero andati volentieri ma non re Leonida e gli Spartani: e il loro esempio valse a trattenere i più titubanti.
Giunto il quinto giorno Serse fece un ultimo tentativo di accordo: offrì a Leonida di nominarlo re di tutta la Grecia, con l'unica condizione di essere subordinato allo stesso re dei re.
Ricevuto il rifiuto di Leonida, Serse allora gli ingiunse di cedere le armi, ma lo Spartano rispose semplicemente "vieni a prenderle".
I Persiani si infilavano nell'imbuto costituito da quella lingua di sabbia tra mare e dirupo: in una colonna lunga quasi un chilometro, 10 mila alla volta, settecento tonnellate di carne umana si gettavano contro uno sbarramento irto di punte di lancia: già dopo poche ore davanti ai Greci dovevano esserci centinaia e centinaia di cadaveri.
La schiera degli opliti greci sembrava inattaccabile: la loro compattezza e le loro armature li difendevano dagli attacchi persiani che si succedevano uno dietro l'altro, e nelle pause i Greci si alternavano al combattimento.
I Persiani avrebbero potuto bersagliare i Greci con giavellotti e frecce, ma l'attacco corpo a corpo sembrò non solo la soluzione più rapida, ma anche l'unica praticabile.
Contro gli arcieri, infatti, i Greci avrebbero potuto chiudere la distanza con una carica e la folla di nemici si sarebbe trasformata in un caotico ingorgo di uomini ancora peggiore.
Per due giorni, Serse insistette negli attacchi, provando anche ad inviare gli Immortali, la sua guardia personale. Ma l'unico risultato visibile era l'innalzarsi della montagna di morti davanti alla posizione dei Greci.
In realtà le fila dei Greci si stavano assottigliando, la loro resistenza fisica doveva essere allo stremo perché non erano abituati a combattimenti così prolungati. Il caldo e il sudore dovevano rendere impossibile l'uso delle armature e degli elmi e persino reggere il pesante scudo oplitico doveva essere una tortura.
Alla fine del secondo giorno, un Greco di nome Efialte spiegò a Serse che il valico delle Termopili poteva essere aggirato percorrendo un sentiero sulle colline. Era un colpo di fortuna inatteso ed era l'unico modo per scardinare la posizione.
Il re dei re non perse tempo e inviò immediatamente truppe sufficienti a prendere i Greci in una tenaglia.
Sulla strada incontrarono un contingente di Focesi che Leonida aveva appositamente collocato a cavallo di un passo proprio per impedire simili eventualità.
La sorpresa fu reciproca: ma i Persiani reagirono per primi inondando di frecce i Focesi che non seppero fare di meglio che ritirarsi su un colle per apprestarsi a resistere.
Ma i Persiani non avevano tempo da perdere e un nemico più importante che li attendeva, e proseguirono per loro strada.
Avvisato dell'imminente apertura di un secondo fronte alle sue spalle Leonida permise a chi voleva di lasciare in tempo la posizione per mettersi in salvo.
Lui con gli Spartani e i loro Iloti, i Tespiesi e i Tebani, sarebbe rimasto a trattenere i Persiani.
Ingiustamente i Tebani sono passati alla storia per essere stati trattenuti come ostaggi: non è  realistico che Leonida tenesse presso di sé tanti possibili disertori, ma è più probabile che fossero fuoriusciti Tebani, oppositori del partito della madrepatria che invece era schierato ormai apertamente per Serse.
Che i Persiani fossero tutt'altro che sprovveduti si può capire dall'abilità con cui gestirono questo doppio attacco: in entrambe le direttrici avevano un'enorme superiorità numerica ma, visto i precedenti, le cose sarebbero potute comunque andare storte.
Invece i due attacchi furono ben coordinati e i Greci furono costretti a trovare rifugio per un'ultima disperata resistenza su un poggio alle spalle del muro.
Leonida era già morto, il suo cadavere conteso cambiò di mano 4 volte e quando alla fine rimase nelle mani di Serse questi lo oltraggiò decapitandolo e facendone crocifiggere il corpo.
Per impadronirsene aveva dovuto vincere l'ultima resistenza dei Greci e sterminarli lì dove si erano arroccati: circondati li fece sommergere di frecce per evitare di subire altre perdite.
La battaglia era finita, ma non la guerra di Serse che però non si sarebbe risolta con una battaglia di terra, ma con lo scontro navale a Salamina.
Qual è il significato militare della battaglia delle Termopili? Alto, perché aveva confermato nei greci il risultato della battaglia di Maratona, ovvero li aveva convinti della propria superiorità morale e materiale sui Persiani, a condizione di individuare la chiave tattica migliore per esplicarla.
Il risultato politico fu forse ancora maggiore, perché dopo le Termopili i margini di trattativa tra i Greci e i Persiani si erano annullati: la coalizione greca non poteva più contemplare la resa ma era ormai costretta a resistere, perché la pazienza e la benevolenza del re dei re si era ormai esaurita.
I Greci erano costretti ad essere compatti e seppero trarne vantaggio.

domenica 18 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 agosto.
Il 18 agosto 1940 gli schieramenti che si affrontavano nella Battaglia di Inghilterra subirono entrambi il massimo numero di perdite. Per questo motivo viene ricordato come "il giorno più duro".
Dopo avere ottenuto la resa della Francia, Hitler concentrò i suoi sforzi sulla Gran Bretagna e iniziò a preparare l'invasione dell'Inghilterra, operazione denominata in codice "Leone Marino".
Il piano tedesco si basava sulla superiorità della propria forza aerea rispetto a quella inglese per proteggere i mezzi da sbarco che avrebbero dovuto attraversare la Manica.
Per preparare l'invasione la Luftwaffe di Goring dispiegò 2.820 aerei (costituiti da aerei da caccia, Stuka e caccia-bombardieri) mentre invece la Royal Air Force (RAF), con a capo Sir Hugh Dowding, schierò 591 apparecchi comprendenti gli Spitfire, gli Hurricane e i Defiant.
Churchill preparò una grande trappola agli aerei di Goring, spostando molto a nord della capitale gli aeroporti e tutta la logistica per i rifornimenti ai velivoli. Questa operazione aveva lo scopo di spingere all'interno i caccia tedeschi durante eventuali duelli con quelli inglesi; in questo caso, data la loro scarsa autonomia, anche se fossero scampati al combattimento sarebbero stati impossibilitati a raggiungere le loro basi dato che il carburante non sarebbe stato sufficiente. Molti aerei della Luftwaffe infatti fecero proprio questa fine.
Mussolini inviò pochi velivoli e, per di più, senza radio e senza carlinga; quando provarono ad attraversare la Manica si persero nella nebbia e, al ritorno, non trovarono nemmeno più la base da dove erano partiti; dovettero fare un atterraggio di fortuna e finirono sul territorio di quattro stati diversi!
Le squadriglie tedesche dovevano iniziare i loro attacchi contro la RAF l'11 agosto 1940 (il cosiddetto "Giorno delle Aquile") mentre, secondo i piani di Hitler, l'invasione vera e propria fu fissata per il 15 settembre.
Dato che l'11 ed il 12 agosto il tempo volse al brutto con nubi basse e poca visibilità, i primi imponenti attacchi tedeschi si svolsero il giorno 13. Durante questa giornata la Luftwaffe effettuò 1.485 sortite ma, alla fine, gli inglesi persero solamente 13 aerei contro i 46 nemici.
Il 14, 15 e 16 agosto la Luftwaffe fece più di 1.500 incursioni al giorno dirigendosi verso il Kent, l'area orientale dell'Inghilterra e gli aeroporti del sud; ogni volta però il bilancio di velivoli abbattuti era sempre favorevole alla RAF.
Ormai era chiaro che la RAF era ben lontana dall'essere sconfitta e, anche durante la giornata del 18, i tedeschi persero 71 aerei contro i 17 inglesi.
Dopo una settimana di combattimenti la Luftwaffe non era assolutamente riuscita a conquistare la superiorità aerea; perse anzi 363 aerei contro i 200 inglesi, gli Stuka si dimostrarono meno agili degli Spitfire e degli Hurricane ed inoltre molti aeroporti britannici rimasero ancora operativi nonostante i bombardamenti subiti.
Per ovviare a questa situazione i tedeschi mutarono tattica: essi infatti ritenevano che, attaccando gli aeroporti dell'11° gruppo nel settore sud-est del Paese, avrebbero costretto gli inglesi a schierare tutte le loro forze disponibili, dato che dovevano pensare alla loro difesa. Il piano presentava i suoi rischi perché le squadriglie naziste avrebbero dovuto spingersi più in profondità per raggiungere i loro obiettivi; venne quindi deciso di aumentare il numero dei caccia di scorta ai bombardieri.
Questa nuova strategia, per un certo periodo, sembrava potesse risultare vincente per la Luftwaffe; infatti, fra il 24 agosto e il 6 settembre, i tedeschi effettuarono 33 incursioni che causarono agli inglesi la perdita di 286 velivoli.
In ogni caso, alla fine di agosto, l'operazione "Leone Marino" venne rimandata dal 15 al 21 settembre.
La notte tra il 24 ed il 25 agosto alcune bombe caddero sulla città di Londra; Hitler disse alla radio che si trattava "solo di un errore" ma Churchill trovò il modo di vendicarsi. Mentre l'isola era attaccata da 1500 aerei tedeschi, alcuni bombardieri della RAF sganciarono il loro carico su Berlino in pieno giorno; per il Fuhrer e per i tedeschi fu un colpo psicologico molto forte dato che Goring, in passato, aveva detto più volte che i cieli di Berlino erano praticamente inviolabili per gli Alleati.
Per ritorsione contro il bombardamento inglese, Goring impegnò tutti i suoi bombardieri per attaccare Londra; gli attacchi però furono rivolti verso il centro della città e non verso i punti strategici dove si trovavano gli obiettivi militari. In questo modo alcune zone di Londra divennero un cumulo di macerie ma gli inglesi rimasero sempre in condizione di combattere e la loro aviazione continuò ad essere ben lontana dall'essere annientata.
Nella prima metà di settembre l'aviazione tedesca continuò nelle sue sortite ma la RAF continuò ad abbattere velivoli nemici; per di più, in alcune giornate, le condizioni meteo non furono buone e quindi gli attacchi della Luftwaffe dovettero diminuire di intensità.
Hitler fissò il 27 settembre come data ultima per l'invasione e, siccome fra l'ordine e l'effettivo inizio delle operazioni di sbarco dovevano passare dieci giorni, la RAF doveva essere neutralizzata, al massimo, entro il giorno 17.
La giornata decisiva della Battaglia d'Inghilterra fu il 15 settembre 1940. Infatti in quel giorno i tedeschi organizzarono due massicce incursioni su Londra, che però furono efficacemente contrastate dai piloti inglesi: i bombardieri della Luftwaffe si dovettero disfare in tutta fretta delle loro bombe, impedendo quindi che i loro obiettivi fossero centrati. Anche un attacco diretto contro gli stabilimenti aeronautici Supermarine di Southampton si scontrò contro la violenta reazione della contraerea. In questa giornata la Germania aveva perduto non meno di 60 velivoli contro i 23 inglesi.
Questa ulteriore sconfitta contribuì alla decisione che Hitler prese il 17 settembre: l'operazione "Leone Marino" era rinviata a data da destinarsi.
Goring, però, non volle rassegnarsi ad ammettere il suo fallimento e, tra il 17 e il 30 settembre, mandò i suoi aerei ancora verso Londra e verso le fabbriche di aeroplani. I velivoli tedeschi abbattuti però continuarono ad essere ben superiori di quelli inglesi ed inoltre la RAF aveva rimpiazzato le perdite dei suoi aerei Spitfire ed Hurricane grazie alla produzione dell'industria aeronautica.
Agli inizi di ottobre Hitler non aveva ancora perso la speranza di sbarcare in Inghilterra ma i comandanti dell'esercito e della marina gli suggerirono di abbandonare il piano per evitare di esporre ai bombardieri inglesi le unità ammassate nei porti francesi sulla Manica.
Qualche giorno dopo Alfred Jodl, capo dell'ufficio operativo del Comando Supremo della Wehrmacht, consegnò al Fuhrer un rapporto in cui evidenziò che uno sbarco tedesco era ormai praticamente impossibile. L'11 novembre Hitler rinunciò definitivamente all'invasione.
La rinuncia alle operazioni di sbarco non coincise però con la fine dei bombardamenti della Luftwaffe sull'Inghilterra. Fino a quando le squadriglie tedesche, nel maggio del 1941, non furono trasferite ad est per preparare l'invasione dell'Unione Sovietica, i bombardieri nazisti continuarono le loro azioni su Londra, sulle città industriali e sui porti.
40.000 civili inglesi persero la vita e altri 46.000 rimasero feriti.

sabato 17 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 agosto.
Il 17 agosto 1840 si inaugura la linea ferroviaria Milano-Monza.
Era venuta prima la Borbonica Napoli – Portici, inaugurata 10 mesi prima, ma quella milanese fu la prima linea di treni di progettazione italiana.
Le linee ferroviarie, avevano innescato una rivoluzione inimmaginabile. Un paese come gli Stati Uniti basandosi sulla ferrovia stava diventando una potenza planetaria (il mito della nuova frontiera) .
Ferrovia voleva dire innanzitutto industrie collegate, metallurgiche e ingegneristiche. Voleva poi dire spostamento veloce di lavoratori, di merci, di mercati, di culture.
La Ferrovia era insomma il braccio armato della rivoluzione industriale. Progresso tecnologico che il nord d’Italia abbracciò convinto partendo proprio da quella Ferrovia Milano Monza che sostituì l’idea nata qualche mese prima di una linea Milano Como.
Il progetto “Milanese” della Ferrovia Milano Monza fu del costruttore Giulio Sarti e venne approvato da Vienna nel 1839.
Dopo appena un anno, la ferrovia a binario unico veniva inaugurata, e divenne da subito operativa.
La stazione milanese della Ferrovia Milano Monza, venne messa fuori comune, cioè fuori dalle mura, ed è una costruzione attualmente ancora visibile nei pressi di Porta Nuova.
Quella di Monza, nei pressi del centro cittadino è ancora l’attuale. All’interno venne successivamente realizzata la saletta reale.
Sebbene i primi progetti prevedessero l’installazione di una stazione nei pressi di Porta Tenaglia, su commissione dell’imperatore Ferdinando I d’Austria si preferì collocare l’edificio appena fuori Porta Nuova, per evitare di indebolire l’apparato difensivo murario attorno al capoluogo milanese. Posto in collocazione strategica, lungo l’asse commerciale per la Brianza, il tragitto ferroviario avveniva tramite un unico binario che si sviluppava in linea retta fino a Monza per un lunghezza di circa 13 chilometri.
Progettata dell’ingegnere milanese Giulio Sarti, l’infrastruttura ferroviaria comprendeva un grande edificio in muratura adibito a stazione di testa, ancora oggi ben visibile all’interno del tessuto urbanistico milanese. L’edificio dell’ex stazione, a pianta rettangolare, ha un’altezza di tre piani e presenta nella sua struttura interna un ampio locale a piano terra e una serie di piccole stanze allora utilizzate per funzioni amministrative. Di ispirazione neoclassica, la facciata è divisa verticalmente in tre settori, caratterizzati rispettivamente da bugnato liscio nel livello inferiore e da lesene con capitelli di ordine ionico nella parte centrale e mediana, coronata a sua volta sulla sommità da un grande timpano triangolare.
Perse le sue funzioni originarie in seguito al progressivo sviluppo del sistema ferroviario cittadino, l’ex stazione Milano-Monza ha subito un recente restauro e ospita attualmente attività alberghiere e ristoranti.
Il primo viaggio durò 19 minuti, alla media di 40 all’ora, una velocità inaudita per un trasporto che allora era basato o sul cammino, o sulle carrozze.
Da quel giorno, in breve la rete ferroviaria di Milano crebbe, contemporaneamente alla nascita del trasporto urbano pubblico con la realizzazione dei primi omnibus a cavalli, annunciando una città in cui le nuova classi avevano il diritto di spostarsi comodamente, emulando i nobili nei diritti e nelle prospettive culturali.
Insomma, quella era una Milano e un nord in grado di recepire da subito le opportunità date dall’innovazione tecnologica e industriale. Una Milano in grado di realizzare l’impensabile in tempi stretti e sorprendenti. Una Milano pronta a spostarsi in maniera nuova nel futuro.

venerdì 16 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 agosto.
Il 16 agosto 1819 a Manchester ebbe luogo il cosiddetto Massacro di Peterloo.
Il 16 agosto 1819, nella nuova città industriale, Manchester, a Saint Peter’s Fields, ci fu una grande manifestazione per le riforme e per la democrazia. La più grande manifestazione mai vista nella storia fino a quel momento. Una folla di 60-80mila persone – la metà della popolazione della città di allora – si riunì armata di bandiere e striscioni. Le donne erano vestite di bianco a dimostrazione della purezza della loro causa e avanzavano nell’avanguardia accompagnate dai loro bambini proprio per mostrare il loro intento pacifico. L’assemblea era legittima e gli organizzatori – incluso il famoso oratore Henry «Orator» Hunt – erano andati dai magistrati il giorno prima per farsi arrestare se questi ultimi avessero ritenuto che non ci fosse una giusta causa.
Quel lunedì mattina era, stranamente per Manchester, soleggiato. Famiglie intere arrivarono con i cestini con il pranzo ma senza alcolici. C’era anche un giornalista del Times, un avvenimento per Manchester, una città cresciuta all’improvviso grazie alla rivoluzione industriale. Gli operai volevano fare bella figura. Come scrisse il radicale Samuel Bamford, la folla voleva presentarsi «pulita, sobria, in buon ordine, pacifica». In contrasto, le milizie – i proprietari delle fabbriche e dei negozi – trascorsero la mattinata a bere birra e quando arrivò l’ordine di arrestare Hunt e gli altri radicali ebbero non poche difficoltà a montare a cavallo. Infatti, i primi feriti furono una madre e il suo bambino travolti sulla strada prima che la cavalleria arrivasse sul campo. Il bambino morì subito. Provare a passare in mezzo alla folla a cavallo si rivelò un’impresa e i miliziani iniziarono a colpire le persone, in particolare prendendo di mira le donne che avevano osato venire e partecipare alla manifestazione. Il magistrato Mr. Hulton – che guardava da una casa vicina – mandò in aiuto la cavalleria che caricò la folla. Alcuni soldati professionisti provarono a trattenere la milizia, gridando «vergogna! La gente non ha via di uscita», ma con pochi risultati.
Dieci minuti più tardi il campo era deserto. I morti erano più di una decina e i feriti centinaia; alcuni medici prestarono soccorso ma solo se i feriti giuravano di non partecipare più a nessuna manifestazione. Uno dei feriti era John Lees. Quattro anni prima, Lees aveva combattuto nell’esercito britannico durante la famosa vittoria a Waterloo; morì qualche giorno dopo aver partecipato da semplice cittadino ad un massacro inglese, ora ribattezzato ironicamente Peterloo da James Wroe nel Manchester Observer. Il principe reggente e il primo ministro Lord Liverpool mandarono le loro congratulazioni ai magistrati e alla milizia. Il governo annunciò un giro di vite: nuove leggi, il divieto di ogni forma di protesta, la prigione per i giornalisti che pubblicavano opinioni sovversive e per i capi del movimento. Il movimento per la democrazia – perfino nella forma molto modesta proposta dai radicali dell’epoca – sembrava distrutto.
In Italia, nel frattempo, Shelley scrive un capolavoro, La maschera dell’anarchia, un «torrente della mia indignazione». Il poema è un incubo, un grido di dolore, una denuncia di un sistema anarchico e privo di senso e, in più, un manifesto per la resistenza passiva. Nel 1819 l’editore di Shelley, Leigh Hunt, temendo censura o peggio, non pubblicò la poesia. Gandhi la lesse molti anni più tardi e ne fu ispirato. E infatti Peterloo diventò un momento chiave nella creazione della classe operaia inglese. Invece di scomparire, la leggenda di Peterloo ispirò prima i Cartisti poi il partito laburista spingendo il sistema verso la democrazia di cui godiamo oggi. Non fu casuale nemmeno il fatto che le suffragette più famose, le sorelle Pankhurst, venissero da Manchester. Il nonno di Emmeline Pankhurst era presente a Peterloo e fu fonte di grande ispirazione radicale per la sua famiglia.
Peterloo non fu una vittoria. Fu una battaglia persa. Gli anni successivi furono molto difficili ma il suffragio universale fu finalmente ottenuto. Le battaglie adesso sono diverse ma una lotta importante è quella contro la perdita della memoria, del ricordo delle vittime, la cancellazione della lotta stessa.

giovedì 15 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 agosto.
Il 15 agosto 423 Flavio Onorio, primo imperatore d'Occidente, muore senza lasciare eredi.
Flavio Onorio (Costantinopoli, 9 settembre 384 - Ravenna, 15 agosto 423 ) è stato il primo imperatore dell'impero romano d'Occidente, dalla morte del padre Teodosio I (395) alla propria. Già nel 393 ricevette il titolo di augusto. Durante il suo regno, il fratello maggiore, Arcadio, resse l'Impero d'Oriente.
Definito "l'imperatore indifferente" da Edward Gibbon, dimostrò tutta la sua inettitudine nell'amministrare l'impero, indifferente dinanzi a invasioni, rivolte e perdite di alcune province. Fece uccidere l'unico difensore dell'impero, Stilicone. E' noto soprattutto per il fallimento della trattativa con il generale Alarico, che tenne in assedio Roma, il quale si era offerto di diventare generale dell'Impero Romano d'Occidente. Vistosi negato l'incarico, Alarico saccheggiò Roma dal 24 agosto al 27 agosto 410.
Onorio era il figlio dell'imperatore Teodosio I e di Elia Flaccilla; aveva un fratello maggiore, Arcadio, e una sorella morta in giovane età, Pulcheria Teodosia. Il padre lo onorò del titolo di nobilissimus puer e gli conferì il consolato per l'anno 386, quando Onorio aveva due anni. Raggiunse il padre a Roma (389), poi tornò a Costantinopoli (391).
Nel 392 morì l'augusto d'Occidente, Valentiniano II, e poco dopo il generale di origine barbara Arbogaste elevò al trono Eugenio; Teodosio fece inizialmente intendere di accettare il nuovo collega, ma poi, il 23 gennaio 393, proclamò Onorio, all'età di dieci anni, augusto d'Occidente, associandolo al trono come aveva fatto dieci anni prima con Arcadio e mettendolo in diretta opposizione a Eugenio. Il 6 settembre 394, Eugenio fu sconfitto nella battaglia del Frigido; in quello stesso anno, Teodosio convocò Onorio alla corte di Milano.
Prima della morte di Teodosio (17 gennaio 395), quest'ultimo divise l'Impero tra i due figli: ad Arcadio andò la parte orientale, a Onorio la parte occidentale. Questa divisione fu, dal punto di vista formale, solo amministrativa, essendo l'Impero ancora uno, ma fu anche un importante evento della storia romana, in quanto mai più un imperatore regnò sull'Occidente e sull'Oriente uniti.
Essendo Onorio ancora minore, la reggenza effettiva fu affidata a Stilicone, un generale di origine vandala; per rafforzare il proprio legame con l'imperatore, Stilicone diede in sposa a Onorio la propria figlia Maria (398 circa) e, dopo la morte di questa, l'altra figlia Termanzia (408).
L'impero d'Occidente fu sottoposto, durante il regno di Onorio, a una serie di spinte disgregatrici sia esterne che interne, con invasioni di popoli barbari e diverse ribellioni di usurpatori (le fonti ne ricordano nove).
Nel 397 il comes Africae Gildone si ribellò nell'Africa settentrionale, ma la sua rivolta fu soffocata un anno dopo (31 luglio 398).
Nel 402 e 403, Stilicone respinse le incursioni dei visigoti di Alarico. Proprio a causa dell'invasione dei visigoti, nel 402 Onorio spostò la capitale da Mediolanum, più esposta, a Ravenna, considerata meglio difendibile in quanto circondata da paludi. La necessità di difendere l'Italia costrinse Stilicone a sguarnire la Gallia. Nel 405, un esercito barbaro, al comando di Radagaiso, invase l'Italia, portando la devastazione nel cuore dell'Impero, finchè Stilicone non lo sconfisse nel 406.
Nel frattempo i romani esercitavano un controllo sempre più debole sulla Britannia romana; rimaste isolate, le guarnigioni romane di quella provincia sostennero diversi usurpatori, tra cui Marco (406 - 407), Graziano (407), e Costantino "III": questi invase la Gallia nel 407, occupando Arelate.
Il 31 dicembre 406 un grosso esercito di alani, suebi e vandali sfondò la frontiera e invase la Gallia; questi popoli si mossero in Hispania nel 409. L'influenza politica di Stilicone cresceva a ogni vittoria militare conseguita, ma allo stesso tempo cresceva l'opposizione che il generale riscuoteva a corte, in particolare dal partito contrario alla negoziazione con i popoli barbari, guidato da Olimpio. Dopo la morte di Maria, Stilicone convinse Onorio a sposarne la sorella Termanzia (408), ma quello stesso anno Onorio sposò la causa degli oppositori del comandante, entrando così nella sfera d'influenza del cortigiano che lo convinse a liberarsi di quello condannandolo a morte, facendone uccidere anche il figlio.
L'eliminazione del più valido generale dell'Impero romano d'Occidente permise ad Alarico I e ai suoi visigoti la ripresa dell'offensiva militare. Durante lo stesso 408, Alarico chiese a Onorio il permesso di portare il proprio esercito dal Norico alla Pannonia, oltre a modesti versamenti, ma Onorio, consigliato dal proprio magister officiorum Olimpio, si rifiutò di contrattare. I visigoti, allora, raggiunsero Roma ed estorsero ai notabili cittadini 5.000 libbre d'oro, 30.000 libbre d'argento, 4.000 tuniche di seta, 3.000 panni porpora e 3.000 libbre di pepe, mentre Onorio rimaneva inerte a Ravenna.
Nel 409 Alarico tornò a Roma dove, col sostegno del Senato romano, mise sul trono un uomo a lui più congeniale, Prisco Attalo. L'anno successivo, dopo aver ricevuto sei legioni dall'Impero romano d'Oriente, Onorio negoziò con Alarico, ottenendo che questi deponesse Attalo; i negoziati, tuttavia, a causa del tradimento dell'imperatore che tentò di tendere un'imboscata al generale barbaro, si interruppero e si giunse al sacco di Roma (410), durante il quale Alarico prese in ostaggio Galla Placidia, sorella di Onorio.
Intanto la rivolta dell'usurpatore Costantino "III" in Gallia era ancora in atto. In aiuto di Onorio venne la rivolta, nel 409, di Geronzio, generale di Costantino, che proclamò un proprio imperatore, Massimo, in Hispania, e assediò Costantino ad Arelate; qui i due ribelli furono raggiunti dal generale romano Flavio Costanzo (Costanzo III), il quale sconfisse in successione Geronzio e Massimo e poi Costantino (411).
La situazione in Gallia non era però ancora stabilizzata, e da lì giunse un altro pericolo per il potere di Onorio: subito dopo che le truppe di Costanzo erano tornate in Italia, Giovino si ribellò nella Gallia settentrionale, col sostegno di alani, burgundi e della nobiltà gallo-romana. Giovino cercò l'alleanza con i goti di Ataulfo (412) ma si inimicò il re barbaro proclamando augusto il proprio fratello Sebastiano: Ataulfo cercò di accordarsi con Onorio, il quale lasciò che il sovrano goto risolvesse il problema dell'usurpatore, sconfitto e ucciso nel 413. In quello stesso anno Costanzo sedò un'altra rivolta, quella di Eracliano in Africa.
Nel 414 Costanzo attaccò Ataulfo, che rimise sul trono nuovamente Prisco Attalo, e sposò Galla Placidia. Costanzo forzò Ataulfo a ripiegare in Hispania e Attalo, avendo perso il sostegno dei visigoti fu catturato e deposto. La tattica di Costanzo di impedire ai Visigoti di ricevere i rifornimenti ebbe i suoi frutti: i goti soffrirono la fame e il nuovo re Vallia (415-418) accettò di firmare un trattato di pace con i romani: Galla Placidia sarebbe stata restituita a Roma, e i visigoti, in cambio di 600.000 misure di grano e del territorio dell'Aquitania, si impegnavano a combattere in nome dei Romani i vandali, gli alani e i suebi in Hispania. I goti, condotti da Wallia, annientarono i vandali silingi nella Betica e gli alani in Lusitania e Cartaginense, riconsegnando le province conquistate all'Impero; in cambio, Costanzo premiò Wallia e i visigoti permettendo loro di stanziarsi in qualità di foederati (alleati dell'Impero) nella Valle della Garonna, in Aquitania, dove ottennero terre da coltivare (418).
L'Aquitania sembra sia stata scelta come terra dove far insediare i visigoti per la sua posizione strategica: infatti era vicina sia alla Spagna, dove rimanevano da annientare i vandali ssdingi e gli svevi, sia al Nord della Gallia, dove forse Costanzo intendeva impiegare i visigoti per combattere i ribelli separatisti bagaudi nell'Armorica.
Per riallacciare i rapporti con i grandi proprietari terrieri gallici, alcuni dei quali, lasciati in balia dei barbari, avevano preferito trasferire la loro alleanza dall'Impero ai barbari per scongiurare una possibile confisca dei loro terreni da parte dei nuovi padroni, Costanzo spinse Onorio a istituire un concilio delle sette province (della Gallia a sud della Loira), che si riuniva ogni anno ad Arelate.
La prima seduta si tenne nel 418 ed èpossibile che abbia riguardato il problema delle terre da assegnare ai visigoti. Nel frattempo, nel 417 Costanzo inviò Exuperanzio in Armorica, per sedare la rivolta dei bagaudi e restituire la Gallia nord-occidentale all'Impero, mentre Castino fu inviato contro i franchi, ed èplausibile che Costanzo abbia cercato di intervenire persino in Britannia.
In Ispania tuttavia la situazione si deteriorò di nuovo: nel 419 Gunderico, re dei vandali, rinforzato dagli alani superstiti che si erano uniti a lui, mosse guerra agli svevi: i romani, nel 420, reagirono, spingendo i vandali a trasferirsi in Betica. Infine, nel 420-422 un certo Massimo, forse da identificarsi con il candidato di Geronzio, sorse e tramontò in Hispania. Probabilmente l'attacco dei romani ai vandali del 420 era volto a deporre Massimo, probabilmente innalzato al trono o dai vandali o dagli svevi; Astirio fu ricompensato per la cattura dell'usurpatore con il patriziato, mentre l'usurpatore fu condotto in catene di fronte a Onorio durante le celebrazioni per il 30 anno di regno di Onorio (422). Nel 422-423 fu allestita una spedizione per annientare i vandali in Betica: ma la discordia tra i generali Castino e Bonifacio spinse il secondo ad abbandonare la spedizione ritornando in Africa con le sue truppe, e le truppe del solo Castino non furono sufficienti a sconfiggere il nemico: sconfitto in battaglia, forse a causa di un presunto tradimento dei visigoti, Castino fu costretto al ritiro a Tarragona.
Onorio, spesso in contrasto con il fratello imperatore d'Oriente, cercò l'alleanza con la Chiesa cattolica eliminando le ultime vestigia del paganesimo come, ad esempio, i giochi gladiatorii. Per rinforzarsi politicamente, Onorio si avvicinò a Costanzo, il quale prima sposò Galla Placidia (417), sorella dell'imperatore, poi fu associato al trono nel 421. Nonostante un relativo indebolimento dell'Impero, la situazione stava migliorando decisivamente sotto la ferma guida di Costanzo e non è implausibile che se Costanzo fosse vissuto più a lungo, l'Impero si sarebbe ripreso completamente. Tuttavia tale stratagemma fu reso vano dal decesso di Flavio Costanzo avvenuto durante il medesimo anno, così che l'imperatore, sentendosi fondamentalmente inadeguato nell'affrontare la profonda e irreversibile crisi contingente, ritenne opportuno ritirarsi a Ravenna. Nel 422-423, litigò con Galla Placidia, sua sorella, e la costrinse all'esilio:
"L'affetto di Onorio per la sorella fu tanto che, deceduto Costanzo, ... usava baciarla frequentemente sulla bocca, facendo nascere in molti il sospetto di una turpe intrinsichezza. Ma tanto amore si convertì poi in odio, ad istigazione specialmente di Spadusa e di Elpidia, nutrice di Placidia, persona a cui essa dava assai confidenza; e v'aggiungeva l'opera sua Leonteo, gran maestro della casa di lei. E le cose giunsero al segno che frequenti sedizioni scoppiarono a Ravenna, e tumulti, e risse con spargimento di sangue; poiché a Placidia era ancora affezionata la turba dè Barbari [visigoti] a riflesso dei matrimonj di lei con Ataulfo e con Costanzo. Di modo che infine, prevalendo il fratello, per codeste inimicizie, e per l'odio succeduto al primo amore, Placidia cò suoi figliuoli venne confinata a Costantinopoli. ".
(Olimpiodoro, Storie, frammenti e riassunto di Fozio.)
Onorio morì nell'anno 423, di edema. Aveva trentotto anni e regnava da ventotto; non avendo lasciato eredi, il suo trono fu prima usurpato dall'alto funzionario Giovanni Primicerio, poi recuperato da Valentiniano III, figlio di Galla Placidia.

mercoledì 14 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 agosto.
Alle 11.36 del 14 agosto 2018 sotto una pioggia incessante, un boato assordante ha squarciato la città di Genova cancellando per sempre dalle cartine autostradali un tratto importantissimo della viabilità della città ligure e un pezzo della storia dell’ingegneria italiana: un tratto del viadotto sul Polcevera, un tratto del famosissimo Ponte Morandi, crollava portando con sé 43 vittime.
Lungo 1.182 metri il ponte Morandi presentava un’altezza al piano stradale di 45 metri e attraversava il torrente Polcevera tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano, passando anche sopra la rete ferroviaria. Il viadotto, progettato da Riccardo Morandi, aveva lo scopo di connettere la nuova A10 con la A7, scavalcando un vasto parco ferroviario, case e industrie.
Facendo parte del tracciato dell'autostrada A10 costituiva un'infrastruttura strategica per il collegamento viabilistico fra il nord Italia e il sud della Francia oltre a essere il principale asse stradale fra il centro-levante di Genova, il porto container di Voltri-Pra', l'aeroporto Cristoforo Colombo e le aree industriali della zona genovese.
Inaugurato nel settembre 1967, dopo 4 anni di lavori, il viadotto Polcevera rappresentava una pietra miliare nella storia delle autostrade italiane, sia per la complessità della soluzione tecnica, sia per l'elevato risultato estetico.
Si trattava di un compito arduo, data la quasi totale occupazione del suolo sotto il viadotto: esso venne brillantemente risolto con una raffinata struttura a due campate principali (lato est), sorrette da tre alti piloni e tiranti in calcestruzzo armato, cui seguivano verso ovest ulteriori campate minori tradizionali.
Due le particolarità strutturali di questo ponte: gli stralli, che a differenza di quanto avviene per i ponti in acciaio non formano un ventaglio o un’arpa, sono solo una coppia per lato e sono realizzati in calcestruzzo armato precompresso; le modalità di realizzazione dell’impalcato (la parte che sostiene direttamente il piano viabile) in calcestruzzo armato precompresso, secondo un brevetto ideato dallo stesso Morandi.
Riccardo Morandi (Roma, 1º settembre 1902 – Roma, 25 dicembre 1989) è stato un ingegnere italiano. Ha iniziato la sua attività in Calabria, sullo scorcio degli anni venti, con la progettazione di strutture in cemento armato per il recupero di edifici di pregio (principalmente chiese) che riportavano ancora i danni del terremoto del 1908. Tornò poi a Roma continuando lo studio o la soluzione dei problemi tecnici connessi a questo tipo di struttura (allora nuova per l'Italia), ricca di promesse e di avvenire. Insegnò Tecnologia dei materiali e Tecnica delle costruzioni presso l'Università degli studi di Roma. Ricevette la laurea honoris causa dalla Facoltà di Ingegneria dell'Università di Monaco di Baviera e dalla Facoltà di Architettura dell'Università di Reggio Calabria. Morì il 25 dicembre 1989.
Egli rappresenta l'uomo che con maggior coraggio ha cercato di superare i limiti del materiale e delle forme strutturali. La leggerezza delle sue strutture e le loro stesse forme e proporzioni, testimoniano una continua ricerca di una intelligente utilizzazione del materiale fino ai limiti consentiti dalla sua natura. Dopo il 1951 egli realizzò tutta una serie di ponti ad arco e a travatura: il ponte delia Vella, presso Sulmona di 22 metri e con cavalletti obliqui; il viadotto della Fiumarella (Catanzaro), lungo 467 m; il ponte di Maracaibo in Venezuela lungo otto chilometri e settecento metri; il viadotto sul Polcevera a Genova (quello crollato). Fra le molte opere egli realizza anche un hangar a Firenze, che ricopre un'area di 3.500 M2 senza sostegni intermedi; il padiglione sotterraneo dell'automobile a Torino, superficie senza appoggi di 160 m per 70 m e le aviorimesse Alitalia a Fiumicino (1960-1962)
Il 14 agosto 2018 la sezione del ponte che sovrasta la zona fluviale e industriale di Sampierdarena, lunga circa 250 metri, è crollata insieme al pilone occidentale di sostegno (pila 9) provocando 43 vittime fra gli automobilisti che transitavano e tra gli operai presenti nella sottostante area.

martedì 13 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 agosto.
Il 13 agosto 1800 nasce a Pisa il grande egittologo Ippolito Rosellini.
Compiuti gli studi presso i padri Serviti, a Pisa e Firenze, nel 1817 si iscrisse all’Università di Pisa, dedicandosi in particolare, sotto la guida di Cesare Malanima, allo studio dell’ebraico, lingua che fu la base della sua formazione orientalistica. Dopo aver ottenuto la laurea in teologia (5 giugno 1821), si trasferì a Bologna per perfezionarvi lo studio delle lingue orientali con il celebre poliglotta Giuseppe Gaspare Mezzofanti. A Bologna l’educazione clericale ricevuta andò sempre più sbiadendosi nel clima culturale vivacissimo della città, che vide la nascita di durevoli e intensi rapporti d’amicizia (con il fisico ed etruscologo Francesco Orioli, l’incisore Francesco Rosaspina, il barnabita Luigi Ungarelli), nonché di brevi relazioni sentimentali.
L’egittologia, disciplina di cui Rosellini divenne il fondatore in Italia, muoveva allora i primi passi: appena nel settembre 1822, Jean-François Champollion aveva comunicato all’Académie des inscriptions et belles-lettres a Parigi la sua Mémoire sur les hiéroglyphes phonétiques, con cui rendeva pubblici i principi di base del suo sistema di decifrazione del geroglifico. La nuova geniale teoria, destinata a fondare l’egittologia scientifica moderna ma all’epoca accanitamente contrastata, non era sfuggita a Rosellini, curioso e insaziabile lettore: un suo appunto (conservato in Pisa, Biblioteca universitaria, Fondo Rosellini, 283-bis, 19), mostra come già nel 1823 avesse letto la traduzione fattane da Domenico Valeriani nell’Antologia di Firenze e di lì a poco l’articolo critico dello stesso Valeriani. La duplice lettura gli fornì l’impulso ad approfondire l’argomento, schierandosi presto tra i suoi sostenitori.
Terminati gli studi, Rosellini rientrò a Pisa nel 1824, dove fu nominato professore, a soli ventiquattro anni, dapprima di lingue e letterature orientali, poi, dall’autunno 1825, anche di egittologia: i corsi, di taglio comparativo e appassionata eloquenza, attraevano un uditorio numeroso. Gli impegni accademici si accompagnarono da subito all’attività di pubblicista sul Nuovo Giornale dei letterati, nel quale non di rado espresse opinioni liberali, affrontando temi cari al Risorgimento, e sull’Antologia. Sorprende, in un uomo giunto a un passo dall’abito talare, la veemenza contro la posizione retriva della Chiesa sulla scienza e sulla decifrazione dei geroglifici.
Nel 1825 apparvero i suoi primi lavori egittologici e avvenne l’incontro con Champollion: inizio di un sodalizio scientifico, suggellato da una profonda e leale amicizia, che doveva decidere della sorte di entrambi e della neonata disciplina. Champollion sognava da tempo di organizzare una spedizione in Egitto che documentasse le iscrizioni dei monumenti egiziani e le rendesse finalmente accessibili alla ricostruzione storica, grazie alla chiave della sua decifrazione. L’alleanza con l’energia e l’entusiasmo di Rosellini e l’apertura del granduca di Toscana gli permisero la realizzazione dell’impresa e il superamento delle resistenze fino ad allora incontrate in Francia. Il piano della spedizione, elaborato in comune dai due studiosi e presentato nel 1827 ai rispettivi governi, fu subito approvato in Toscana, inducendo così il riluttante Carlo X ad accordare a sua volta il proprio finanziamento.
Il progetto della prima grande impresa archeologica internazionale, che metteva in opera due Commissioni parallele, la francese, sotto la guida di Champollion, e la toscana, diretta da Rosellini, prevedeva il rilievo dei monumenti e la copia di tutte le iscrizioni dell’Egitto e della Nubia, la possibilità di compiere scavi e di acquistare antichità. I comuni obiettivi – scientifici e materiali – erano delineati per la prima volta con visione mirabilmente moderna del valore storico-archeologico e non solo antiquario degli oggetti. L’accordo stabiliva la condivisione completa dei dati scientifici raccolti.
In quello stesso 1827, mentre la progettazione della spedizione andava definendosi, l’Ippolito pronto a infiammarsi per mille donne – come uno scettico Champollion commentava nella lettera del 10 maggio 1827 alla poetessa livornese Angelica Palli («Il est en proie pour la 50ème fois à une passion violente et sviscerata pour un objet qui est, à l’ordinaire, tel qu’il n’en a jamais rencontré dans sa vie. [...] c’est la 20ème personne que mon professeur veut épouser») – trovò infine l’amore della vita a Parigi in Zenobia, figlia del celebre compositore Luigi Cherubini.
Dal matrimonio, inizialmente contrastato ma infine celebrato a Parigi il 30 ottobre 1827, nacquero quattro figli: Ida (nata nel 1831, morta a soli tre mesi), Eugenio (nato nel 1833), Angela (nata nel 1837) e Giovambattista (nato nel 1842).
La spedizione franco-toscana, partita con tredici membri da Tolone il 31 luglio 1828 e trattenutasi in Egitto e Nubia fino all’autunno del 1829, gettò le basi della moderna egittologia: furono documentati centinaia di monumenti, testi, scene, che rappresentano oggi la testimonianza preziosa di ciò che allora era visibile e non sempre si è conservato. Il solo materiale della Commissione toscana, oggi conservato nella Biblioteca universitaria di Pisa, comprende circa 1400 disegni originali dei suoi pittori e 14 volumi manoscritti di osservazioni, copie di testi e appunti vari di Rosellini, in parte ancora inediti. Due distinte collezioni di antichità furono inoltre messe insieme, una per il Louvre (102 pezzi) e una per la Toscana (1878 pezzi), oggi nel Museo egizio di Firenze.
I due egittologi avevano concordato di pubblicare in comune l’opera, suddividendosi l’amplissima materia, ma il progetto non andò in porto: il 4 marzo 1832 Champollion morì e sulle spalle di Rosellini, rimasto suo unico continuatore ed erede spirituale, ricadde il peso dell’intero lavoro. Nonostante il dolore profondo per la morte dell’amico e la schiacciante responsabilità, Rosellini condusse a termine l’opera in dodici anni: i Monumenti dell’Egitto e della Nubia comprendevano 9 volumi in ottavo e 3 atlanti in folio massimo. L’ultimo volume apparve postumo.
Rosellini morì, infatti, a soli 43 anni il 4 giugno 1843.
Il lavoro estenuante, pagato a caro prezzo, fu turbato, oltre che dall’ostilità di numerosi colleghi e studiosi – tra cui quella mai sopita del fratello maggiore del decifratore, Jacques-Joseph Champollion, detto Champollion-Figeac – anche da varie preoccupazioni: il governo si era limitato a prestargli la somma preventivata e inattese difficoltà finanziarie avevano aggravato la situazione. Il granduca stesso sembrò divenire, progressivamente nel tempo, indifferente e lontano, forse irritato dagli indugi nella pubblicazione. Se tale raffreddamento fosse stato influenzato anche dalle voci su un coinvolgimento di Rosellini nel movimento cospirativo, non è noto: nel 1832 e 1833 venne implicato, ma scagionato, nelle accuse di complotto mosse a Dionigi Leondarakis, direttore della casa editrice Niccolò Capurro & Co., di cui Rosellini era divenuto il maggiore azionista per sovrintendere alla pubblicazione dei Monumenti. Nel 1833 una relazione all’auditore di Governo lo citava come capo toscano dei «Veri Italiani», la società segreta fondata da Filippo Buonarroti nel 1831. Mancano tuttavia altre testimonianze a riprova di un suo ruolo nel movimento insurrezionale; la sola certezza è la simpatia che in genere apertamente manifestò per le idee liberali. Un suo articolo di geografia, che toccava la questione a lui cara dell’Unità d’Italia, pubblicato nel giornale L’educatore del povero (poi chiuso d’autorità nel 1833 dal granduca, su pressione dell’Austria), era incorso nella censura governativa. Allo stesso modo, non mancò mai di offrire il suo sostegno agli esuli politici, come mostra la corrispondenza con l’amico Orioli o con Alessandro Poerio.
La sua opera fu riconosciuta dai contemporanei quale pietra miliare nella storia della nascente egittologia. Il grande egittologo tedesco Carl Richard Lepsius, che a Pisa ne fu allievo, nella celebre Lettre à m. le professeur H. Rosellini sur l’alphabet hiéroglyphique del 1837 disse dei Monumenti: «[la Grammaire égyptienne di Champollion] sarà per sempre l’opera fondamentale della filologia egiziana, così come la descrizione dei Monumenti dell’Egitto e della Nubia lo sarà per l’archeologia egiziana intesa nel senso più ampio del termine».

lunedì 12 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 agosto.
Il 12 agosto la religione Cristiana celebra Sant'Euplio.
La popolarità di S. Agata a Catania ha posto in ombra un altro glorioso martire, il concittadino S. Euplo (o Euplio), diacono, che subì il martirio "sotto il nono consolato di Diocleziano e l'ottavo di Massimiano, la vigilia delle idi di agosto, a Catania", cioè il 12 agosto 304. Questi dati ci provengono da un antico documento, storicamente attendibile, la Passione di S. Euplo, esemplare per concisione e drammaticità. "Il diacono Euplo, trovandosi nello spazio dietro il velario del tribunale, gridò ad alta voce: "Io sono cristiano; desidero morire per il nome di Cristo"". Il governatore della città, Calviniano, lo convocò dinanzi a sé, e dopo un breve preliminare gli ordinò di leggere un brano dei libri che recava con sé. Euplo lesse: "Felici quelli che soffrono persecuzione per la giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli". Poi spiegò: "E’ la legge del mio Signore, tale e quale mi è stata trasmessa".
Calviniano ordinò che Euplo fosse torturato, e durante il supplizio avvenne il secondo interrogatorio e l'invito a ritrattare la precedente confessione: "Euplo si segnò la fronte con la mano rimasta libera e rispose: "Quello che ho confessato, lo confesso ancora: sono cristiano e leggo le divine Scritture"". I carnefici continuavano a infierire sul suo corpo ed egli pregava: "io ti rendo grazie, o Cristo; salvami, perché soffro per te". Il governatore ordinò una pausa e compì l'ultimo tentativo per convincere Euplo a sacrificare agli dei: " Disgraziato, adora gli dei. Onora Marte, Apollo ed Esculapio". Ed Euplo rispose: "io adoro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Io adoro la Santa Trinità. Tranne questo, non c'è altro Dio... Io sacrifico, ma offro me stesso in sacrificio a Cristo Dio, non ho niente di più da sacrificare; i tuoi sforzi sono vani, io sono cristiano".
Euplo venne condannato alla decapitazione: "Gli fu posto al collo il Vangelo che portava al momento dell'arresto; davanti a lui un araldo gridava: "Euplo, cristiano, nemico degli dei e degli imperatori!". Euplo, tutto contento, ripeteva senza posa: "Grazie a Cristo Dio". Affrettava il passo come se andasse alla incoronazione. Arrivato sul luogo del supplizio si mise in ginocchio e pregò lungamente. Poi presentò la testa al boia e fu decapitato. Più tardi, alcuni cristiani vennero a portare via il corpo. Prima di seppellirlo lo imbalsamarono".
Sant'Euplio è il protettore e compatrono di Francavilla di Sicilia (ME), il protettore di Trevico (AV), il compatrono di Catania.

domenica 11 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 agosto.
L'11 agosto 1802 muore a Orbetello il poeta Domenico Luigi Batacchi.
Il primo segmento della vita del Batacchi (1748-1792), sullo sfondo della città natale, è rievocato nelle linee essenziali dal proemio al canto XXIII della Rete di Vulcano. Membro di una nobile famiglia di origini fiorentine, decaduta per gli stravizi paterni («donna», «taverna» e «dado»), il Batacchi frequentò le scuole pubbliche di S. Michele, dando precocemente saggio di temperamento sanguigno («e in attaccar liti e baruffe dotto, / era degli insolenti il corifeo») – riversato poi nei bruschi, collerici scatti della sua satira, che investe, tra i bersagli prediletti, il mondo clericale (esemplare don Barlotta del c. I dello Zibaldone) e aristocratico (La rete di Vulcano) – e di insofferenza nei riguardi di una versificazione prolissa e di maniera, quale quella dell’abate Merciai, il pedante maestro a più riprese deriso per i pessimi sonetti. È verosimile che le difficoltà economiche – spesse volte ricordate da questo «nobile spiantato» che amava figurare nelle vesti del pitocco – , aggravate dal peso di una numerosa prole, abbiano impedito al Batacchi di proseguire regolarmente la sua istruzione: si impiegò presto come gabelliere, modesto ripiego che gli offrì tuttavia la possibilità di coltivare l’ingegno – in modo confuso e disorganico, da autodidatta – con la varietà di letture denunciata dalla mescolanza di modelli e suggestioni che ne impronta l’opera. Sopperendo alla mancanza di un adeguato titolo di studi con la facilità della vena poetica e una sciolta dialettica, non priva di arguzia, riuscì a introdursi negli ambienti culturalmente più vivaci della Pisa del tempo: significativo per il Batacchi non fu tanto l’ingresso nella Colonia Alfea nel 1788, con il nome pastorale di Pasiteo Laerzio, quanto il coinvolgimento nella brigata dei Polentofagi. Scartando rispetto all’ozioso provincialismo arcadico, l’Accademia dei Polentofagi (“mangiatori di polenta”) celava infatti, dietro l’intendimento burlesco, una superiore complessità di stimoli intellettuali – l’apertura nei confronti della tradizione d’oltralpe e inglese, in prima istanza, caratteristica di alcuni tra i principali soci (De Coureil e Migliaresi), nonché del Batacchi lettore e traduttore – e sospette inclinazioni politiche, di coloritura democratica, che indussero il governo granducale a sopprimerla. Nel contesto di questo cenacolo, che soleva riunirsi nella casa del dottor Masi, il Batacchi si legò d’amicizia (o rinsaldò rapporti stretti in precedenza) con personaggi anticonformisti, a lui più tardi accomunati dall’accusa di giacobinismo: Tito Manzi, Luigi Migliaresi e il «francese italianato» che polemizzò con il Monti, Giovanni Salvatore De Coureil, a cui parte della critica (Amaturo e Franceschini) attribuisce la stesura di testi confluiti nelle Novelle in sesta rima del doganiere, a riprova della forza di questo sodalizio umano e letterario.
Al 1793 data il trasferimento presso la dogana di Livorno, secondo polo della biografia del Batacchi. All’epoca la città labronica ferveva per l’intensa attività editoriale, godendo di una lasca normativa, in materia di censura, che la rese crocevia, punto di irradiazione delle idee dei Lumi sul suolo della penisola: molti libri “proibiti” vi furono impressi, in specie per le cure di Giuseppe Aubert, promotore di iniziative – la pubblicazione dell’opuscolo Dei delitti e delle pene (1764) e delle terza ristampa dell’Encyclopédie (1770-1779) – che rivelano rabdomantica lungimiranza. Di questo clima partecipò anche Luigi Migliaresi, eclettica figura di poeta-editore dagli avventurosi trascorsi, che abbinava alla gestione di un noto gabinetto letterario (visitato, tra gli altri, da De Coureil, Gaetano Poggiali e dallo stesso Aubert) l’impegno profuso nel settore delle traduzioni, in cui attirò l’amico Batacchi, con il miraggio di introiti che ne avrebbero risollevato le sorti finanziarie. Di contro alle aspettative, fu un’impresa scarsamente fruttuosa (apparve soltanto la versione della Clarissa del Richardson), che contribuì piuttosto ad esacerbare l’infelice condizione del Batacchi, già frustrata da vicissitudini familiari – il disonore di una delle figlie – e fisiche (una caduta gli impose di zoppicare per il resto dei suoi giorni, assimilandolo al protagonista della Rete di Vulcano, di cui nello Zibaldone si definisce «imitator, ne’ passi»), su cui si sarebbe infine abbattuta, inclemente, la scure dei rivolgimenti politici che travagliarono il Granducato di Toscana sullo scorcio del secolo XVIII. Sempre timoroso che i suoi sboccati componimenti potessero procacciargli noie con le autorità (« […] io dico: è meglio perdere un bel motto che un bell’impiego», recita la lettera al Migliaresi del 13 Luglio 1797, riportata da Tribolati), il poeta non seppe tuttavia tenere a freno l’irriverenza di uno spirito votato per natura al riso, beffandosi disinvoltamente tanto dei francesi quanto di austriaci e alleati: ne fa fede la rappresentazione caricaturale del giovane Napoleone Bonaparte – artefice dell’occupazione di Livorno del 27 giugno 1796 – nei panni di «Marco Basetta, detto Refenero / Imperador di Cischeri», coniugato con l’avvenente «Duchessa di Cul-Rond» (Novella di Madama Lorenza, dedicata al Migliaresi), e sul versante opposto il sapido epigramma in cui il Batacchi predisse – con sorprendente esattezza – che «prima che passi il mese» le truppe napoletane guidate da Diego Naselli, giunte in città nel novembre 1798 (nell’ambito di una più ampia manovra orchestrata dal generale Mack per prendere la Repubblica Romana), sarebbero precipitate «nel padellon francese».
La «quadriglia franco-austriaca» (Giannessi) travolse il Batacchi, costringendolo ad assistere, impotente, alla sua rovina. A nulla valse il disperato tentativo di difendersi nel processo per «genialità francese» (seguìto alla sospensione temporanea dall’impiego il 5 settembre 1799), prassi a cui gli austriaci, riacquistato il potere, ricorsero in misura (spesso) arbitraria ed estesa, dando luogo a una sistematica epurazione di quanti fossero rei – o semplicemente sospettati – di aver appoggiato il nemico, veicolandone gli ideali libertari. Il testo dell’apologia del doganiere, in possesso di Felice Tribolati, consente di ricostruire le imputazioni riversategli contro: oltre ad aver favorito la circolazione delle istanze democratiche (mediante prediche e discorsi partigiani, da lui stesi o rivisti), lodando contestualmente il sistema governativo francese, il Batacchi avrebbe assistito «alla piantagione dell’albero della Libertà […] esternando il suo piacere colle grida», intrecciato frequentazioni con soggetti compromessi (tali Valori e Nicolini), prodotto e divulgato, «sia pure sotto falso nome, opere lesive della moralità e del costume» (Amaturo). La fama di giacobino, che gli procurò in quell’occasione condanna e destituzione dall’ufficio, continuò a nuocere al Batacchi, pesando come greve ipoteca sul suo capo: nel nuovo Regno d’Etruria a guida asburgica, nato dal Trattato di Lunéville, dopo aver riottenuto per breve tempo l’antico incarico – con difficoltà e per interessamento di un cognato e del De Coureil – , il poeta fu inviato in qualità di fiscale delle Regie Saline nella sede periferica di Orbetello, dove trovò la morte l’11 agosto del 1802. Una manovra volta presumibilmente a disfarsi di un individuo sgradito, come sembrò intuire il De Coureil nelle sue Memorie (in un passo citato da Pera): «Là si mandavano tutti i così detti patriotti, a’ quali non si poteva negare impiego; e si mandavano là, perché si sapeva che l’aria pestilenziale maremmana presto gli uccideva. Infatti il mio povero Batacchi vi lasciò la vita».

La damnatio memoriae che colpì il Batacchi, incarnata – come sembra – dalla lapide priva di iscrizioni e persino del nome, fa il paio con il giudizio per lo più limitativo sulla sua arte; un ostracismo, da ascrivere con ogni probabilità alla commistione tra «giocosa animalità» «e pornografia popolare» (Giannessi), che ne occulta il ruolo di scrittore rappresentativo della novellistica libertino-erotica in versi del Settecento (accanto al più quotato Casti, cui pure lo accostarono, con pareri contrastanti, Goethe e Foscolo) e mette a tacere la sua garrula «Musa sgualdrinella», portata a sferzare vizi e ipocrisie per mezzo della verve satirica, ridanciana, sostenuta da un impasto linguistico di vivace oscenità e dalla parodia, nel solco del magistero bernesco. L’estro batacchiano si espresse in una vasta produzione, edita in genere sotto pseudonimo e con falso luogo di stampa, pervenutaci non integralmente: ai lavori “maggiori” – le Novelle di padre Atanasio da Verrocchio (per cui si ipotizza una prima diffusione manoscritta, seguita dall’uscita in dispense a Pisa dal 1791 e in due volumi a Bologna, l’anno successivo), lo Zibaldone (Bologna, 1792) e La rete di Vulcano (Milano, 1812) – occorre affiancare opere di cui si sono del tutto perdute le tracce materiali, segnatamente La Didone pisana, melodramma giocoso, e La pulcella valdarnese, poema eroicomico, di volterriana memoria, incentrato sulle gesta di Alessandra Mari (patriota tra i capi della rivoluzione sanfedista del 1799), ulteriore conferma di come il Batacchi, «del teatro mondano al tempo istesso / attore […] e spettatore» (La rete di Vulcano, c. XXIII), usasse trarre ispirazione, fino in fondo uomo del suo tempo, da quelle convulse e drammatiche vicende in cui finì col rimanere invischiato.

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