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lunedì 24 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 giugno.
Il 24 giugno 1441 viene fondato il College di Eton.
Eton è un collegio prestigiosissimo con una storia antica e gloriosa, ha formato ben più di un paio di leader class, oltre qualche re, naturalmente nobili in gran quantità e moltissimi borghesi, senza contare artisti, celebrità e scrittori di sorta.
Eton, bisogna sottolinearlo, è un college esclusivamente maschile, in barba alle recenti rivoluzioni di parità dei sessi: a differenza di molti altri istituti, che nel corso della storia si sono pian piano adeguati alle modificazioni dei ruoli nella casa, nella famiglia e nella società, Eton ha mantenuto la sua "linea di coerenza" in maniera esemplare e alquanto maschilista.
La fondazione di Eton risale al 1441 per ordine del Re Enrico VI con il preciso compito di istruire e formare personaggi di rilievo che fossero poi in grado di proseguire la loro istruzione in altri prestigiosi istituti come Oxford e Cambridge, le due università inglesi più famose.
Il nome originale della scuola, che mantiene tutt'ora sebbene ci si riferisca informalmente ad essa come "Eton" è King's College Of Our Lady Of Eton beside Windsor che può essere tradotto come Reale Collegio di Nostra Signora di Eton vicino Windsor, con la solita mania inglese (e anche un po' francese) di dare i nomi delle città dicendo vicino-questo o vicino-quello.
Enrico VI rese Eton grande e potente e la investì anche di grande autorità religiosa, tanto che fece costruire un'importante cappella all'interno degli edifici e si fece dare dal Papa Eugenio IV il privilegio dell'Indulgenza per coloro i quali compivano un pellegrinaggio fino alla Cappella della Scuola nella Festa dell'Assunzione, 15 Agosto (ricordiamo che all'epoca l'Inghilterra era ancora cattolica).
Quando Enrico venne deposto da Edoardo IV, questi revocò tutti i privilegi che il suo predecessore aveva assegnato alla scuola, spostando le reliquie che aveva fatto arrivare dalla Terra Santa (frammenti della Croce di Cristo e alcune parti della Corona di Spine) nella Cappella di San Giorgio a Windsor, posta sull'altra sponda del Tamigi.
La leggenda vuole, a questo punto, che ad intervenire per il benessere della scuola sia stata Jane Shore, la favorita di Edoardo; nonostante questo, sia il personale che i lavoratori (la scuola era ancora in costruzione) sia i fondi furono drasticamente ridotti e il completamento dell'istituto avvenne in prevalenza grazie alle generose donazioni e ai lasciti di benefattori.
Durante la sua storia Eton subì diversi aggiustamenti, in particolare per adeguare le strutture ad un numero sempre crescente di studenti e per rispettare le nuove norme igieniche, sanitarie e di organizzazione degli spazi che cominciarono a regolamentare l'istruzione sia pubblica che privata. Nessun intervento significativo venne però fatto alla struttura originaria, ancora nello stile voluto da Enrico VI e, quindi, molto suggestiva, per questo scelta in molti film come ambientazione per le scene più romantiche, ma di questo parleremo approfonditamente più avanti.
Gli studenti di Eton sono universalmente conosciuti come Etonian(s), saltuariamente tradotto in italiano come "gli Etoniani".
In origine erano ammessi alla scuola solamente 70 studenti, che risiedevano nel dormitorio vero e proprio del collegio. Di loro rimane ancora uno dei "collegi", quello interno all'istituto, i cui membri vengono chiamati King's Scholars ed accedono all'istituto attraverso borse di studio annuali.
La divisa di questi allievi differisce parzialmente dagli altri, ma questa distinzione viene fatta principalmente per ricordare agli studenti in genere che i King's Scholars sono lì per i loro meriti e non perché pagano la retta (parte, infatti, è sovvenzionata dallo stato).
Oltre al dormitorio originale esistono poi studenti che risiedono nella cittadina costruita tutt'intorno all'istituto, a questi studenti ci si riferisce come Oppidans, da una parola latina, oppidium, che significa città.
Ogni "Casa" della cittadina ha un proprio nome riconoscibile e univoco, un insegnante responsabile, un capo-dormitorio e un capitano di squadra sportiva.
Gli studenti possono essere King's Scholars, studenti paganti, oppure fag, cioè dei "servitori": questi ultimi frequentavano la scuola pagata da uno studente pagante e in cambio svolgevano per lui le operazioni di pulizia, vigilanza e cucina.
Generalmente questo rapporto si instaura anche tra studenti di anni diversi: come nella gerarchia scolastica giapponese, anche in Inghilterra, ed in particolare nella tadizionalista Eton, studenti più piccoli rispettano e "seguono" gli studenti più grandi in un rapporto di sempai-kohai.
Gli studenti frequentano Eton dai 13 ai 18 anni in un ambiente fortemente religioso, studiando materie di stampo sia umanistico che scientifico: matematica, biologia, chimica, fisica, informatica, latino, greco, storia, geografia, storia dell'arte, economia, lingue straniere moderne; gli studenti sono inoltre incoraggiati in molte attività extrascolastiche comprendenti moltissimi sport (cricket, equitazione, calcio, rugby, tennis, pallavolo e molti altri) e club come quelli di teatro, musica, canto, cinema, letteratura.
Gli studenti diplomati ad Eton vengono conosciuti come Old Etonians. La scuola è popolare tra i membri della famiglia reale e sia il Principe William che Harry hanno frequentato il collegio.
L'anno scolastico è diviso in tre parti (dette half), regolate secondo diverse festività: Michaelmas Half, Lent Half e Summer Half
La divisa della scuola prevede un completo giacca-pantalone nero con giacca a code, panciotto e collare rigido (una forma di colletto molto in voga a fine '800), è inoltre previsto che gli alunni portino una cravatta bianca annodata con sobrietà.
Fanno eccezione per questo abbigliamento i Prefetti, cioè gli studenti responsabili di un corso o di una classe, i capo-dormitori e i King's Scholars, che sulla divisa originale hanno il permesso di portare una mantellina aggiuntiva sulle spalle.
Eton ha formato gran parte della classe dirigente fin dai tempi di Enrico VII. Così in epoca Vittoriana poteva vantare una fama e una tradizione secolare, consolidata e approvata, regolamentata in ogni sua parte.
Molti personaggi autorevoli come il Duca di Wellington o il poeta Shelley sono usciti dai banchi di questa scuola. Era considerata l'apoteosi per molti nobili del tempo, sebbene, trattandosi di un organismo privato, accogliesse tra i suoi pupilli anche i figli dell'odiata e arricchita borghesia. Eton era considerata la "continuità spirituale" che permetteva di passare senza traumi dalle superiori all'università, naturalmente delle più prestigiose (Oxford piuttosto che Cambridge).
Eton ha accolto molti borghesi e nobili provenienti dall'India, annessa come parte dell'Impero Britannico dopo la metà dell'Ottocento e questa caratteristica ha rappresentato uno dei pochi cambiamenti in fatto di regolamentazione approvati nel corso della secolare storia della scuola. Molti giovani rampolli venivano appositamente mandati dall'India in Inghilterra per studiare presso le prestigiose scuole e università del Regno Unito, potendo poi ricoprire cariche di prestigio come ambasciatori, diplomatici ecc.
Oggi Eton continua, dopo quasi 570 anni, ad essere l'istituto superiore più importante d'Inghilterra.
Frequentato da molte persone benestanti, per non dire i ricchi del Regno Unito, rappresenta un istituto elitario e tradizionalista dove si forma la nuova classe dirigente del Paese.
A causa di ciò Eton è stato aspramente criticato per la sua natura conservatrice, per la sua formazione rigida e disciplinata e per essere un collegio elitario, simbolo del capitalismo britannico. Si può dire che la struttura e la formazione impartite dalla scuola non sono cambiate poi così tanto rispetto ai secoli passati: molte nuove materie sono state introdotte nel programma di offerta formativa, ma è la struttura stessa dell'istituto e della regolamentazione della vita sociale interna a non aver subito le modifiche necessarie per un mondo che cambia, prima fra tutte l'ammissione femminile.
Questo punto, nello specifico, è stato ampiamente dibattuto. Trattandosi l'Inghilterra di un Paese fortemente conservatore a livello sociologico, esso non ha destato grande scandalo, ma considerando che la donne reggono il potere da sole dai tempi di Elisabetta I, sembra quantomeno un controsenso che non siano ammesse in certe scuole. D'altra parte, sebbene meno famosi, esistono istituti di educazione esclusivamente femminili.
L'Inghilterra così rivoluzionaria in campo economico è vittima di una forma di staticità sociologica, evidente sul piano istituzionale, della quale non sente il bisogno di liberarsi.
È quindi normale, per gli inglesi, pensare di avere sia scuole miste, che scuole maschili e scuole femminili.
Ma tornando al discorso originario, Eton è spesso giudicato eccessivamente rigido verso determinati comportamenti dei suoi allievi, lasciando correre su altri, a dire di molti, decisamente più gravi.
La scuola è stata anche protagonista di diverse opere di vandalismo ad opera di studenti sia interni che esterni; alcuni allievi, inoltre, sono stati riconosciuti colpevoli di aggressione nei confronti di una tredicenne, scippandola, malmenandola e forzandola a rapporti sessuali, un comportamento che decisamente non si confà ad un futuro amministratore delegato o al capo di un partito politico.
Oltre al sopra citato episodio di aggressione di una ragazza, la scuola di Eton è stata protagonista, durante gli anni 70/80 del Novecento, di un'aspra controversia che vedeva protagoniste le pene corporali che da sempre erano perpetrate come punizione all'interno dell'istituto, assieme ad altri atti di umiliazione pubblica che provenivano dritti dal repertorio vittoriano, ma che ormai non si adattavano più ai tempi che correvano, dove la punizione fisica era (ed è tutt'ora) aborrita.
Le iniziali punizioni di percosse, schiaffi e così via che erano comminate dagli insegnanti per insubordinazione degli allievi o gravi mancanze (e qui era tutta a discrezione del professore), furono sostituite da una forma "privata" di punizione che lo stesso preside eseguiva un giorno a settimana nel suo ufficio.
Il metodo ha "funzionato" per un certo periodo, finché genitori e studenti si sono ribellati alla cosa, portando all'abolizione della punizione corporale, dichiarata, barbara, medievale e una decisa violazione delle libertà degli allievi.
Oltre a questo, Eton è stata protagonista di diverse inchieste per favoreggiamento sotto compenso in denaro di alcuni studenti.
Nelle ricerche è uscito anche il nome del principino Harry, che pare essere stato aiutato in diverse materie a fronte di un discreto pagamento di monete sonanti.

domenica 23 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 giugno.
Il 23 giugno 1858 Edgardo Mortara viene strappato ai suoi genitori.
È una storia terribile e spietata, ma anche carica di una malinconia straziante e persino di una strana, assurda dolcezza. È un incrocio fatale di destino personale e interessi pubblici, un gomitolo di contraddizioni che non c’è modo di sciogliere. È una storia oscena nel senso originario dell’aggettivo: l’assurda implosione di qualcosa che non doveva accadere e invece accade e diventa un pubblico scandalo. È, prima di tutto questo, una storia di dolore insopportabile, detto e taciuto, come ben racconta il quadro di Moritz Oppenheimer che ritrae la scena madre: un bambino smarrito ma al centro di tutto, conteso da mani e abiti talari. E una donna straziata.
Il 23 giugno 1858 il piccolo Edgardo Mortara, neanche sette anni, viene prelevato per sempre dalla sua casa di Bologna. È ebreo, ma un giorno era stato segretamente battezzato dalla giovane domestica di casa, Anna Morisi, poco più che una bambina pure lei, tredici o quattordici anni. Tempo dopo l’Inquisizione di Bologna, città che all’epoca si trovava ancora entro i confini dello Stato Pontificio, avvia le ricerche e ottenuta conferma dell’accaduto invia i gendarmi a prelevare il bambino per portarlo nella casa dei Catecumeni - istituzione creata apposta per neoconvertiti e mantenuta grazie a una tassazione imposta alle comunità ebraiche - così da avviare la sua «ineludibile» educazione cattolica.
 Perché? Per una terribile catena di incongruenze. I Mortara avevano in casa una domestica cattolica anche se agli ebrei ciò era vietato. Anna battezza il bambino (Edgardo aveva un anno soltanto, allora) per il terrore che muoia privo del sacramento, anche se ai cattolici era vietato battezzare ebrei di nascosto. Stando a una ferrea logica della fede, tutto era ormai irreparabile: entrato all’insaputa nella comunità di Cristo, il bambino andava strappato al suo mondo perché non incorresse nel peccato di apostasia. Doveva essere educato cristianamente, lontano da quel mondo di «perfidi» (nel senso di «infedeli») ebrei cui non apparteneva più dal momento in cui aveva ricevuto il battesimo.
 Da quel giorno i suoi genitori non lo videro quasi più, se non per brevi e strazianti sprazzi. Il piccolo Edgardo Mortara fu ordinato prete a ventitré anni, e prese il nome di Pio - lo stesso di quel Papa che lo aveva strappato alle sue radici, a sé stesso. Viaggiò a lungo nei panni di evangelizzatore e missionario. Trascorse gli ultimi anni di vita rinchiuso in un monastero e morì a Liegi nel marzo del 1940, mentre il nazismo imperversava in Europa.
Chissà quale e quanta solitudine attraversarono quel bambino e l’uomo che divenne: prima nel rapimento, poi nella vocazione, infine dentro la cella del monastero. Negli sporadici scambi di sguardi e parole con i genitori e i fratelli. Perché in realtà al piccolo Edgardo la vita fu rubata due volte, non una. La prima quel giorno in cui lo portarono via di casa perché vedesse la luce di quella fede che il battesimo gli aveva donato senza che lui lo sapesse. La seconda, e forse fu ancor più feroce, perché il suo divenne «il caso Mortara»: una battaglia culturale e politica che vedeva schierata da una parte la Chiesa più conservatrice e dall’altra le forze politiche e intellettuali - compresa una parte di clero - che premevano per far respirare al mondo il liberalismo. Quando la notizia del ratto prese a circolare si levarono proteste in tutta Europa. Si disse che al conte di Cavour il fattaccio facesse buon gioco per mettere in cattiva luce papa Pio IX e rinforzare le ragioni del Regno di Sardegna. «Non possumus», rispose puntualmente il Pontefice ogni volta che gli chiedevano di restituire il piccolo alla sua famiglia, al suo mondo. 
E poi c’era lui: il piccolo Edgardo che ben presto incominciò a parlare di illuminazione, di grazia della Provvidenza. Che da quando venne ordinato prete passò la vita e la vocazione a cercare di convertire ebrei. Che ancor prima dell’ordinazione non ne volle più sapere di tornare a casa, anche quando all’indomani del 20 settembre 1870 - presa di Porta Pia e fine dello Stato Pontificio - ne avrebbe avuto facoltà. 
 Lo scontro di civiltà che si combatté intorno alla vita di Edgardo Mortara segna quel delicatissimo momento di passaggio verso il liberalismo, accompagna il processo di Emancipazione degli ebrei d’Europa e più in generale la conquista collettiva dei diritti civili. E spesso, nei lunghi strascichi della storia, nell’eco di dolore e rabbia ch’essa porta con sé, nella contemplazione disarmata di tutta quella assurdità, ci si dimentica che al centro c’è lui, quel bambino e quell’uomo che dal buio del giorno in cui lo portarono via da casa in poi e anche nella lunga stagione di una fede vissuta con dichiarata pienezza, conserva dentro di sé qualcosa di ermetico. Chissà qual era per lui il sapore della nostalgia, chissà quali ricordi di casa serbava nell’animo. Chissà se sapeva chi era. Chissà che cosa la sua fede incrollabile gli rivelava, e che cosa gli teneva nascosto. 

sabato 22 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1968 viene dichiarata l'indipendenza della Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose.
Il protagonista di questa vicenda è l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa, che dalla fine degli anni Cinquanta avviò una avventura geopolitica nel mare della Romagna, che spesso riaffiora nei racconti estivi dei giornali: Rosa si diede da fare per costruire una micronazione nel mare Adriatico, conosciuta come l’Isola delle Rose.
Giorgio Rosa nel 1958 ebbe l’idea di progettare una sorta di isola artificiale da collocare al largo di Rimini a quasi 12 chilometri dalla costa e ad alcune centinaia di metri dalle acque territoriali italiane. Rosa era interessato alla sperimentazione ingegneristica e insofferente delle burocrazie immobiliari, ma il progetto prese poi dimensioni più estese. Per un paio di anni, Rosa fece numerosi sopralluoghi nella zona, studiando il sistema migliore per ancorare la sua piattaforma al fondale. Superati alcuni problemi tecnici e finanziari, fu avviata la costruzione della struttura che richiese diversi anni, anche perché a causa delle condizioni del mare e del meteo non era possibile lavorare molte ore alla settimana nei pressi della piattaforma.
I lavori di Giorgio Rosa non passarono naturalmente inosservati e verso la fine del 1966 la Capitaneria di porto di Rimini chiese che i lavori fossero fermati, anche perché diverse aree nella zona erano state date in concessione all’ENI. Anche la polizia si interessò alla vicenda, ma Rosa riuscì comunque a proseguire l’opera di costruzione e nell’estate del 1967 aprì al pubblico la sua isola, anche se c’era ancora molto lavoro da fare per ampliarla e migliorarla. La piattaforma aveva una superficie di circa 400 metri quadrati, era una sorta di grande palafitta, e Rosa dispose l’avvio della costruzione di un secondo piano, per raddoppiare lo spazio a disposizione.
Il primo maggio del 1968 Giorgio Rosa dichiarò unilateralmente l’indipendenza della sua isola artificiale, nominandosene presidente. Chiamò la nuova micronazione “Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose” (“Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj”) e la dotò di una lingua ufficiale (esperanto), di un governo e di una propria valuta. Il mese seguente tenne una conferenza stampa per comunicare al mondo la costituzione del nuovo stato. Le autorità italiane non la presero bene, anche perché nacquero diversi sospetti sulla possibilità che la trovata di Rosa fosse uno stratagemma per non pagare le tasse sui ricavi ottenuti grazie all’arrivo di numerosi turisti e curiosi. Fu disposta una sorta di blocco navale intorno all’Isola delle Rose, l’ingegnere ottenne un colloquio con uno dei responsabili del Servizio informazioni difesa, i servizi segreti militari italiani, ma non se ne ricavò molto.
Sempre a giugno, una decina di pilotine della polizia con a bordo agenti e militari presero possesso dell’Isola delle Rose, che in quel momento era abitata solamente dal guardiano e dalla sua compagna. Rosa inviò un telegramma di protesta all’allora presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, senza ottenere risposta. Nelle settimane seguenti ci furono interrogazioni parlamentari e l’invio a Rosa di diverse proposte di acquisto della piattaforma.
Ad agosto il ministero della Marina mercantile inviò alla Capitaneria di porto di Rimini un dispaccio, in cui veniva richiesto a Rosa di demolire la piattaforma costruita al largo di Rimini. L’ingegnere presentò un ricorso che fu respinto e nonostante l’interessamento di alcuni esponenti politici, nel novembre del 1968 a Rimini furono sbarcati a terra tutti i materiali trasportabili trovati sull’Isola delle Rose, in vista della demolizione con esplosivo della piattaforma. Lo smantellamento avvenne nei primi mesi del 1969, la struttura resistette a due diverse esplosioni controllate, ma gravemente danneggiata si inabissò comunque in seguito a una burrasca di fine febbraio.
La vicenda ebbe numerosi strascichi, anche perché non aveva precedenti nella nostra storia giuridica. Le polemiche continuarono anche dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato, secondo il quale le pretese di indipendenza e sovranità accampate dai proprietari della piattaforma erano infondate. Anche fuori dall’Italia, si concluse, i cittadini italiani devono sottostare alle leggi statali.
La Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose non fu mai riconosciuta da alcuno stato del mondo nel suo breve periodo di vita. La micronazione aveva come simbolo uno stemma su cui erano rappresentate tre rose rosse, con uno scudo bianco a fare da sfondo. La bandiera era arancione con al centro lo stemma della repubblica. L’inno della micronazione era un brano tratto dalla prima scena del terzo atto dell’Olandese volante, opera di Richard Wagner. La valuta scelta da Rosa e da chi partecipò al governo dell’isola – familiari e conoscenti di Rosa – fu il Mill, con un cambio alla pari rispetto alla lira italiana. La repubblica non produsse mai banconote e monete della propria valuta, ma solamente alcune emissioni di francobolli. Una delle emissioni mostrava la cartina dell’Italia con in evidenza la posizione in cui si trovava la piattaforma.

venerdì 21 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno 1940 la Francia si arrende alla Germania nazista.
In un primo momento Hitler aveva pensato di attaccare ad occidente nel novembre del 1939, subito dopo la conclusione della campagna di Polonia, ma poi le avverse condizioni meteorologiche e alcune mancanze nell'equipaggiamento delle truppe lo avevano costretto a rinviare l'offensiva.
Il piano di invasione era denominato "Fall Gelb" ("Piano Giallo") e si basava ancora sul vecchio "Piano Schlieffen", l'attacco sferrato attraverso il Belgio che non aveva avuto successo durante la Prima Guerra Mondiale. Il generale Erich Von Manstein però elaborò un piano alternativo (chiamato "Sichelschnitt" o "Movimento a falce") che prevedeva un attacco "secondario" sempre attraverso il Belgio per attirare in quelle zone sia gli inglesi che i francesi; la grande differenza rispetto al piano del 1914 risiedeva però nel fatto che l'offensiva primaria del piano di Von Manstein si doveva svolgere attraverso i territori delle Ardenne, notoriamente collinosi e pieni di fitte foreste. Proprio queste ultime facevano pensare allo stato maggiore francese che i tedeschi non avrebbero mai potuto attraversare quel settore e quindi il numero di forze che dovevano costituire la difesa era molto esiguo.
Il 10 gennaio un aereo tedesco che aveva a bordo dei documenti riguardanti il "Piano Giallo" fu costretto ad atterrare in Belgio e, di conseguenza, Hitler e il suo stato maggiore furono costretti ad apportare delle modifiche al piano di Von Manstein.
A nord il gruppo di armate B, composto da 28 divisioni al comando di Fedor Von Bock, doveva invadere il Belgio e i Paesi Bassi; il gruppo di armate A, invece, composto da 44 divisioni (di cui 7 corazzate) e al comando di Gerd Von Rundstedt, doveva avanzare attraverso le Ardenne ed effettuare uno sfondamento sul fiume Mosa.
Von Rundstedt affidò il ruolo principale dell'attacco al Panzergruppe di Kleist (che comprendeva anche le tre divisioni corazzate di Guderian) che doveva marciare su Sedan. Alla destra di Guderian si trovavano le divisioni di Reinhardt e, ancora più a nord, quelle di Hoth. I carri armati di Rommel invece dovevano attraversare l'estremità meridionale della frontiera belga puntando verso Dinant.
Per quanto riguarda lo schieramento alleato, invece, erano schierate inutilmente 30 divisioni francesi sulla linea Maginot. Solo dieci divisioni erano tenute di riserva, pronte ad essere impiegate in situazioni di emergenza. Il corpo di spedizione britannico consisteva in 33 divisioni che dovevano fronteggiare a nord le truppe di Von Bock.
Gli Alleati potevano contare su più carri armati ma i tedeschi avevano dalla loro la superiorità aerea e il possesso dell'artiglieria semovente, che costituì un vantaggio notevole per la guerra di movimento. I tedeschi inoltre possedevano una grande organizzazione delle loro forze corazzate (le cosiddette "Panzerdivisionen") in cui tutte le componenti erano altamente addestrate e collaudate.
Il 10 maggio 1940 il Panzergruppe di Kleist passò la frontiera; nonostante formasse una lunga colonna protetta dall'alto da un gran numero di aerei, l'aviazione francese non si preoccupò di effettuare ricognizioni accurate e quindi l'alto comando ignorò completamente l'ipotesi che potesse essere quello il settore in cui veniva sferrato l'attacco principale di tutta l'offensiva.
La sera stessa del 10 la 2° divisione di cavalleria leggera francese attaccò le avanguardie della Panzerdivision di Guderian ma fu respinta; quest'ultimo continuò ad avanzare e la mattina del 12 varcò la frontiera francese a nord di Sedan. Le Ardenne erano ormai alle spalle e l'intero attraversamento era stato compiuto in due giorni anziché nei nove o dieci sui quali aveva sperato Gamelin (il comandante in capo dell'esercito francese) per portare in prima linea la sua artiglieria. Nel pomeriggio della stessa giornata i carri armati di Guderian raggiunsero il fiume Mosa su entrambi i lati di Sedan. Secondo gli ordini di Gamelin, questa città doveva essere tenuta ad ogni costo ma, già alle 19 di quella stessa sera, la cavalleria francese, nel timore di essere accerchiata, si ritirò sulla riva sinistra della Mosa e fece saltare i ponti; i nazisti entrarono nell'abitato senza incontrare resistenza.
Alle 16 del giorno successivo i tedeschi iniziarono ad attraversare il fiume mentre i continui attacchi degli stuka e dei bombardieri mettevano a tacere l'artiglieria francese. Verso la fine del pomeriggio attraversarono la Mosa anche le unità corazzate leggere mentre, durante la notte, toccò al resto della 1° Panzerdivision. Grazie al passaggio anche della 10° Panzer, Guderian creò una testa di ponte larga 5 chilometri e lunga 10.
Più a nord si trovava la 7° Pamzerdivision di Rommel che raggiunse la Mosa poco sotto Dinant e riuscì anch'esso a stabilirvi una piccola testa di ponte. Per contrastarla i francesi spostarono, tramite ferrovia, una divisione corazzata a Charleroi, ma questa impiegò moltissimo tempo per raggiungere le posizioni iniziali dato che le strade erano piene di civili in fuga. Questo ritardo consentì a Rommel di far completare l'attraversamento del fiume anche ai suoi carri armati. Il mattino del 15 avanzò e travolse la divisione avversaria a cui, alla fine, rimasero solo pochissimi carri ancora operativi.
Guderian, da parte sua, ebbe la meglio su un'altra divisione corazzata francese e, alla sera del 16 maggio, si trovava già 90 km oltre Sedan.
Intanto a Parigi i pessimi rapporti tra il governo di Reynaud e il comandante in capo Gamelin fecero in modo che i politici non conoscessero la disastrosa situazione in cui si trovavano le truppe alleate; anche Gamelin stesso, a causa della scarsa organizzazione della catena di comando francese, non si fece un'idea precisa di come andavano le cose al fronte. Nella sera del 15 maggio egli ricevette la notizia che i tedeschi avevano raggiunto Montcornet e solo allora si rese conto della gravissima situazione dei suoi uomini; dopo una drammatica telefonata con il ministro Daladier, la mattina del 16 diede l'ordine alle sue truppe di ritirarsi definitivamente dal Belgio.
Lo stesso giorno Rommel avanzò di altri 80 km catturando 10.000 prigionieri ed entrando nell'abitato di Cambrai, mentre il giorno 17 le unità corazzate di Guderian giunsero a 100 km da Parigi; quest'ultimo poi si spinse ancora in avanti occupando S. Quintino ed arrivando fino alla Somme.
Finalmente Gamelin capì che l'obiettivo dei tedeschi non era la città di Parigi, bensì il canale della Manica che, se fosse stato raggiunto, avrebbe spezzato in due tronconi gli eserciti alleati. A Gamelin si presentò la favorevole occasione di attaccare la fanteria motorizzata tedesca dato che questa si trovava in ritardo di 2 o 3 giorni rispetto ai panzer. Questo piano fu però revocato dal generale Weygand, che, la notte del 19, Reynaud nominò al posto di Gamelin.
Weygand andò subito al fronte per rendersi conto personalmente della situazione ma l'avanzata tedesca procedeva inesorabile. Alle 9 del mattino del 20 maggio le Panzerdivisionen di Guderian entrarono ad Amiens e, dieci ore più tardi, occuparono Abbeville. Alle 20 i tedeschi raggiunsero le coste della Manica a Noyelles.
Il raggiungimento di questo obiettivo fu un colpo mortale per gli alleati. Le loro forze ormai erano spezzate in due tronconi dalle divisioni corazzate di Hitler che, in soli dieci giorni, avevano percorso più di 300 chilometri. Ora ai tedeschi non rimaneva che annientare il corpo di spedizione britannico e conquistare il resto della Francia.
Gli inglesi dovevano sottrarsi all'accerchiamento tedesco per poter passare la Manica e ritornare in patria. La decisione di evacuazione fu presa definitivamente il 20 maggio 1940 all'interno di una galleria scavata nella roccia della scogliera di Dover, proprio sotto il castello che domina il Pas de Calais; qui, durante la prima guerra mondiale, vi era installato un impianto per la produzione di energia elettrica e per questo, il comandante dell'operazione, il Viceammiraglio Bertram Ramsay, decise di battezzarla "Dynamo".
Il piano originario dell'operazione Dynamo si basava sul presupposto che sarebbero stati disponibili per l'evacuazione i 3 porti di Boulogne, Calais e Dunkerque; il 25 maggio però le divisioni corazzate del gruppo d'armate B di Von Rundstedt raggiunsero Abbeville e, subito dopo, caddero anche Boulogne e Calais. Rimase quindi solo Dunkerque ed il litorale agibile per imbarcare le truppe ormai si era ridotto a una cinquantina di chilometri.
L'Operazione Dynamo ebbe inizio ufficialmente alle 18:57 del 26 maggio ma i risultati del primo giorno furono molto deludenti: 7.669 uomini furono recuperati da natanti da diporto, traghetti adibiti al trasporto passeggeri e barconi; la costa nella zona di Dunkerque infatti è caratterizzata da bassi fondali ed è praticamente inavvicinabile per le navi di grosso tonnellaggio. Vennero perciò requisiti tutti i tipi di imbarcazioni leggere e perfino delle barche a remi del Tamigi.
Il 28 maggio furono recuperati 17.804 uomini, ma il prezzo che dovette pagare tutta la flottiglia inglese fu alto; le condizioni meteo erano buone e la Luftwaffe di Goring aveva era nelle condizioni ideali per bombardare e mitragliare i soldati alleati ormai sfiniti. Goring aveva insistito personalmente con Hitler perché il compito fosse svolto solo dalle sue forze aeree senza l'intervento dell'Esercito; i carri armati tedeschi, infatti, si arrestarono a meno di 20 chilometri da Dunkerque, sulla linea del Canale Aa.
Il 29 maggio furono messi in salvo 47.310 uomini, ma gli Alleati persero 3 cacciatorpediniere e altre 21 unità minori.
Il giorno 30 il cielo si presentò coperto e, approfittando della ridotta attività della Luftwaffe, furono evacuati 53.823 uomini; questo fu facilitato dal fatto che le operazioni di imbarco dei soldati dalle spiagge alle navi da trasporto si svolsero in maniera più ordinata.
Il 31 maggio furono portati in Inghilterra 68.014 soldati.
Il primo giugno, nonostante le azioni di bombardamento in picchiata della Luftwaffe e le sue azioni di mitragliamento a bassa quota, furono evacuati altri 132.000 uomini seguiti, il giorno seguente, da altri 64.000.
Alle 23:30 del 2 giugno il comandante della base navale di Dunkerque, Capitano di Vascello Tennant, pose fine all'Operazione Dynamo; l'ultima nave caricò le truppe alle 3:30 del giorno seguente.
Subito dopo la città di Dunkerque cadde in mano ai tedeschi e, quando questi arrivarono sulle spiagge, fecero prigionieri 40.000 soldati francesi che avevano, in precedenza, tenuto le postazioni del perimetro difensivo.
In termini numerici l'Operazione Dynamo ebbe risultati veramente soddisfacenti: furono tratti in salvo 338.226 uomini (di cui 139.097 francesi), ben più dei 50.000 che si stimava all'inizio. Furono però uccisi 68.111 soldati inglesi e altri 2.000 uomini andarono perduti in mare; vennero affondate anche 243 navi, di cui 6 erano cacciatorpediniere britannici.
Oltre agli uomini e alle navi, gli Alleati persero anche una grandissima quantità di materiali: dovettero essere abbandonati più di 60.000 veicoli, più di 2.000 motocicli, circa 2.000 cannoni, armi portatili e munizioni.
Resta da spiegare come mai i tedeschi arrestarono i loro carri armati proprio nel momento decisivo e vicino alla loro schiacciante affermazione; è vero che Goring insistette con Hitler perché voleva il merito della vittoria, ma molti storici sostengono che il Fuhrer volesse evitare una umiliazione alla Gran Bretagna e facilitare cosi le trattative di pace.
Per la difesa del territorio nazionale i francesi avevano a disposizione 43 divisioni di fanteria (di cui alcune avevano subito gravi perdite), tre divisioni di cavalleria leggera e tre divisioni corazzate, a cui però erano rimasti pochi carri armati. Diciassette divisioni invece erano schierate per difendere la linea Maginot. Nelle retrovie, infine, si stavano riorganizzando sette divisioni belghe di fanteria leggera. Tutte queste forze dovevano affrontare 130 divisioni tedesche, di cui 10 corazzate.
Hitler, il 29 maggio 1940, aveva informato i suoi comandanti d'armata della sua decisione di riunire le forze corazzate a sua disposizione e di farle avanzare a sud, in modo da sconfiggere definitivamente l'esercito francese.
Von Bock trasferì la 4°, la 6° e la 9° armata sulla Somme mentre la 2°, la 12° e la 16° di Von Rundstedt si schierarono sull'Aisne. Le 10 Panzerdivisionen furono riorganizzate in 5 Panzerkorps; il XV Pannzerkorps di Hoth si posizionò tra la costa e Amiens, il XIV e il XVI furono dislocati lungo il corso medio della Somme (per dirigersi verso Parigi) e, infine, il XXXIX ed il XLI si schierarono sull'Aisne con l'obiettivo di avanzare verso sud-est per giungere alle spalle della linea Maginot.
I francesi non potevano sostenere l'urto perché i tedeschi avevano due teste di ponte sulla sponda meridionale dalla Somme ed in questo modo erano in grado di attaccare in qualsiasi momento. La loro linee di difesa, inoltre, era molto debole e vi era poca concentrazione di truppe.
All'alba del 5 giugno 1940, in contemporanea con un violento attacco della Luftwaffe, i carri armati tedeschi avanzarono a ovest di Amiens ma i francesi opposero una strenua resistenza.
Due giorni dopo però i nazisti erano ormai all'offensiva su tutto il fronte: a ovest il XV Panzerkorps di Hoth aveva isolato le due divisioni dell'ala sinistra alleata (compresa la 51° divisione britannica), a est la 9° armata tedesca conquistò il Chemin des Dames obbligando la 6° armata francese a ritirarsi oltre il fiume Aisne. Inoltre Rommel, con la sua 7° Panzerdivision, continuò ad avanzare giungendo, il giorno 9, sulla Senna.
La Senna venne attraversata dai tedeschi il 10 giugno a ovest di Parigi mentre e est avanzarono verso la Marna: Parigi stava per essere minacciata da una grossa manovra di accerchiamento a tenaglia. La sera stessa il governo decise di lasciare la capitale per trasferirsi a Tours (il 16 poi si spostò a Bordeaux) mentre, quasi in contemporanea, giunse la notizia che anche l'Italia, a mezzanotte, sarebbe entrata in guerra contro la Francia.
Alle ore 11 dell'11 giugno il comandante in capo francese dichiarò Parigi "città aperta" dato che ormai non c'era più nessuna speranza di difenderla; l'esercito francese ebbe l'ordine di ritirarsi e abbandonò la capitale. Alle 19 dello stesso giorno si tenne una riunione (al castello di Le Muguet) alla quale parteciparono il maresciallo Petain, il generale Weygand, De Gaulle, Churchill, Eden, Ismay e Spears: in essa Weygand disse senza mezzi termini che i francesi non avevano più riserve e che non c'era più modo di evitare l'invasione di tutta la Francia.
Il 13 giugno Parigi fu totalmente sgombrata dalle truppe francesi e il 14 i tedeschi fecero il loro ingresso nella città. La popolazione fuggì verso sud, unendosi ai profughi che provenivano dal Belgio e dalla Francia settentrionale.
Il comando supremo tedesco organizzò l'inseguimento dell'esercito francese su tre direttrici: la prima verso sud-ovest per tagliare la strada alle truppe che ripiegavano verso Bordeaux, la seconda verso Digione e Lione per attaccare alle spalle i soldati che stavano combattendo contro gli italiani, la terza verso il confine svizzero per sbarrare la ritirata alla armate che si trovavano sulla linea Maginot; in quest'ultimo settore i carri armati di Guderian arrivarono il 16 a Besancon e il 17 nei pressi del confine con la Svizzera. Qui dovette sconfinare il XLV corpo d'armata francese, dove fu internato.
Ormai i francesi non potevano fare altro che chiedere l'armistizio; nella notte tra il 16 ed il 17 giugno il governo Reynaud cadde e fu sostituito da quello del maresciallo Henri-Philippe Petain.
Le truppe di Hitler infatti arrivarono ad occupare prima Cherbourg e Brest (a ovest), poi Vichy, dove nel frattempo si era trasferito il comando in capo francese, e infine Lione (a sud).
Il giorno dopo il suo insediamento Petain ordinò la cessazione dei combattimenti e intavolò subito le trattative per chiedere l'armistizio.
Alle 15:15 del 21 giugno Hitler, accompagnato dalle massime autorità del Terzo Reich, arrivò nella foresta di Compiègne; poco lontano si trovava lo stesso vagone ferroviario nel quale gli Alleati avevano ottenuto la firma della resa tedesca nel 1918. Dopo discussioni tra le due delegazioni (che durarono una giornata intera), alle 18:45 del 22 giugno 1940 i francesi firmarono il documento di resa. Le ostilità sarebbero cessate del tutto alle ore 1:35 del 25 giugno.
La Germania impose condizioni durissime ai francesi: esercito ridotto a 100.000 uomini, occupazione di buona parte del territorio nazionale, danni di guerra enormi, marina smilitarizzata; inoltre i prigionieri di guerra non furono restituiti.
Per la Francia fu una sconfitta umiliante; ebbe inoltre 120.000 morti contro i 27.000 tedeschi.
Il suo territorio fu diviso in due parti: a nord e a ovest venne definita la zona di occupazione tedesca mentre a sud venne istituito uno stato francese con sovranità limitata ed avente come capitale Vichy. Nelle mani del maresciallo Petain venne concentrato tutto il potere esecutivo e legislativo, i partiti e i sindacati furono sciolti e fu avviata una politica di discriminazione antisemita.

giovedì 20 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1859 le truppe papali compiono le cosiddette "stragi di Perugia".
Un episodio poco noto delle vicende risorgimentali, è quello delle “stragi di Perugia”, un orrendo massacro di civili inermi da parte della soldataglia pontificia dell'allora papa Pio IX.
I fatti si svolgono nel 1859 durante la Seconda Guerra di Indipendenza, quando i franco-piemontesi stavano combattendo in Lombardia per cacciare gli austriaci; fino a quel momento la campagna aveva visto gli alleati sempre vincitori: Montebello (20 maggio), Palestro (31 maggio), Magenta (4 giugno), suscitando l'entusiasmo di quanti con trepidazione seguivano gli avvenimenti della guerra, nella speranza che fosse la volta buona per liberare l'Italia dal dominio straniero. La prima città ad insorgere per sposare la causa italiana fu Firenze, seguita poco dopo da Bologna.
Nella città di Perugia (allora nel territorio dello Stato della Chiesa) esisteva un comitato legato alla Società Nazionale, un'associazione che sosteneva la necessità per l'Italia di arrivare all'indipendenza e all'unità appoggiandosi a Casa Savoia.
Fu così che il 14 giugno il comitato si presentò a monsignor Luigi Giordani, rappresentante del pontefice in città, per chiedere allo Stato Pontificio di abbandonare la politica di neutralità e di appoggiare apertamente la causa italiana. Vedendosi opporre un netto rifiuto, il comitato prese possesso del governo cittadino offrendo l'annessione dell'Umbria al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II.
La reazione non si fece attendere: Pio IX inviò il 1° reggimento estero, duemila mercenari svizzeri al comando del colonnello Schmidt, con l'ordine di riprendere la città ad ogni costo. Ma non bastava: bisognava dare alla cittadinanza una dura lezione, che fosse da monito per chiunque altro avesse in animo di sposare la causa italiana e di ribellarsi all'autorità del papa; in parole povere, la città doveva essere saccheggiata.
Le forze papaline giunsero davanti a Perugia il 20 giugno, e dato che gran parte degli uomini in grado di combattere erano partiti per arruolarsi nell'esercito piemontese (la città umbra fornì per la causa italiana ben ottocento volontari), i pontifici ebbero gioco facile dei difensori, che furono travolti presso Porta San Pietro. A quel punto i soldati del papa entrarono in città.
Le testimonianze su quanto accadde con l'ingresso a Perugia delle forze pontificie sono agghiaccianti. Decine di case furono saccheggiate e chi vi si trovava all'interno fu barbaramente ucciso; furono presi d'assalto persino monasteri, chiese e ospedali, gli stupri non si contarono e parecchi civili inermi furono uccisi a baionettate dai soldati del papa.
In quei giorni a Perugia si trovava una famiglia statunitense, i Perkins, testimoni oculari di quegli avvenimenti, che furono malmenati e derubati dai pontifici; il New York Times riportò la loro testimonianza: “Le truppe infuriate parevano aver ripudiato ogni legge e irrompevano a volontà in tutte le case, commettendo omicidi scioccanti e altre barbarità sugli ospiti indifesi, uomini, donne e bambini”; questa invece la testimonianza dell'ambasciatore statunitense Stockton: “Una soldatesca brutale e mercenaria fu sguinzagliata contro gli abitanti che non facevano resistenza; quando fu finito quel poco di resistenza che era stata fatta, persone inermi e indifese, senza riguardo a età o sesso furono, violando l'uso delle nazioni civili, fucilate a sangue freddo”.
Gli avvenimenti di Perugia ebbero una larga diffusione sui quotidiani di tutto il mondo, e l'immaginario collettivo ne fu fortemente colpito. Giosuè Carducci scrisse il sonetto “Per le stragi di Perugia”, e il poeta statunitense John Whitter scrisse “From Perugia”, per ricordare quanto accaduto.
Pio IX cercò di far passare il messaggio per cui non fu lui ad autorizzare la strage, ma fu iniziativa di altri. E' altamente improbabile però che il pontefice potesse non sapere quanto fosse stato ordinato alle truppe; e comunque in seguito Pio IX istituì la medaglia “Benemerenti per la Presa di Perugia”, riconoscimento da assegnarsi ai soldati che presero parte alla presa della città e quindi alle stragi. Infine, come ricompensa per i suoi servigi, il colonnello Schmidt fu nominato generale di brigata.
Il 24 giugno, pochi giorni dopo i tragici fatti di Perugia, si svolse la battaglia di San Martino e Solferino, che sancì la vittoria definitiva dei franco-piemontesi sull'Austria, inizio della serie di avvenimenti che portarono alla nascita della nuova Italia libera e indipendente. Circa un anno e mezzo dopo, il 4 novembre del 1860, un plebiscito sancì l'annessione dell'Umbria al Regno di Sardegna: votanti 97.708, favorevoli all'annessione 97.040; e il Regio Decreto del 17 dicembre del 1860 citava: “le provincie dell'Umbria fanno parte del Regno d'Italia”.
Nessun Papa, inclusi i contemporanei, ha mai chiesto scusa per questa barbarie.

mercoledì 19 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1938 l'Italia vince il suo secondo mondiale di calcio.
Campione del mondo, campione del mondo. L’urlo strozzato in gola è del radiocronista Niccolò Carosio che annuncia appunto via radio in onde medie a tutta l’Italia la conquista della seconda Coppa del mondo. Dopo il trionfo di quattro anni prima in casa, la nazionale di Vittorio Pozzo si aggiudica la Coppa Rimet anche nel 1938 in Francia.
È una formazione di fuoriclasse come Silvio Piola, Giuseppe Meazza e Gino Colaussi modellata alla perfezione dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, fine stratega ma anche abile psicologico. Uno studioso del calcio ma anche dello spogliatoio.
Quella del 1938 è l’ultima edizione della Coppa del mondo prima dell’interruzione forzata a causa della Seconda guerra mondiale. Ed è una rassegna in tono minore, un po’ per i venti di guerra che già soffiano e anche per la defezione di squadre importanti. Argentina e Uruguay infatti non prendono parte alla manifestazione a causa dalla mancata concessione dell’organizzazione a un paese sudamericano, la Spagna si lecca ancora le ferite della guerra civile e la grande Austria deve piegarsi all’annessione da parte della Germania nazista.
Sono 16 le squadre in tabellone con l’esordio di Cuba, Norvegia, Polonia e Indie Orientali, la prima formazione asiatica in lizza a un mondiale. È un’Italia forte, reduce dal successo di quattro anni prima e dall’alloro olimpico del 1936 a Berlino. Ed è anche una squadra mal sopportata a causa di quel saluto romano-fascista che nella Francia liberale viene tollerato a fatica.
Sul campo però gli azzurri, che sfoggiano una divisa celeste con lo stemma di Casa Savoia, impartiscono lezioni a tutti e per assurdo la partita più problematica si rivela quella d’esordio con la Norvegia, battuta 2-1 solo ai supplementari con reti di Pietro Ferraris e Piola.
Nei quarti ci pensano Piola (doppietta) e Colaussi a battere i padroni di casa della Francia davanti a 60mila persone. La semifinale di Marsiglia con il Brasile è la vera finale: la Selecao annovera tra le sue fila il bomber Leonidas che però viene ingabbiato dalla retroguardia azzurra e là davanti ci pensano Colaussi e Meazza a sancire il successo. I brasiliani erano così convinti di accedere alla finale che avevano già comprato i biglietti aerei per la capitale ma si rifiutano per la rabbia di cederli agli azzurri che così raggiungono Parigi in treno.
La finalissima allo stadio de Colombes (quello del film Fuga per la vittoria), davanti a 60mila spettatori è contro quell’Ungheria che è la madre di quella che sarà poi la grande Ungheria di Ferenc Puskas degli anni cinquanta.
E in effetti sul campo non c’è storia e il calcio danubiano si rivela troppo acerbo per impensierire il vaccinato undici azzurro che finisce per imporsi 4-2 con le doppiette dei soliti due: Colaussi e Piola.
Il rientro in patria con la Coppa Rimet è il miglior spot per il regime fascista che vuole conquistare il mondo anche politicamente: ma quello però resterà a lungo l’ultimo trionfo azzurro. Per il tris bisognerà attendere addirittura il 1982.

martedì 18 giugno 2019

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Buongiorno, oggi è il 18 giugno.
Il 18 giugno 1940 Winston Churchill pronuncia il famoso "discorso dell'ora migliore".
L’oratoria commovente di Churchill è forse la sua più grande eredità. I suoi discorsi di guerra hanno dato al leone britannico il suo ruggito durante i giorni più bui della seconda guerra mondiale. Ci sono ancora competizioni che li onorano, tra cui la Sir Winston Churchill Public Speaking Competition che si tiene ogni anno a Blenheim Palace. Molti storici e biografi continuano a cimentarsi con l’approccio di Churchill al parlare e all’uso del linguaggio. Pare perfino che, all’età di 23 anni, Churchill abbia scritto un saggio “The Scaffolding of Rhetoric”, che fa luce sulla sua visione della stesura del discorso, ma che purtroppo non venne mai pubblicato.
Churchill credeva, senza sorprese, nel potere romantico dei discorsi. Sosteneva che un discorso dovrebbe essere portato al culmine attraverso una “rapida successione di onde sonore e immagini vivide”. Questa tecnica è ovvia in molti dei suoi discorsi di guerra. Churchill riteneva che un forte oratorio potesse essere sviluppato. Probabilmente questo era dovuto al fatto che Churchill non si considerava un oratore naturale, ma piuttosto uno che lavorava sodo per affinare la sua arte. Così fece, e fece pure bene. I suoi discorsi così potenti hanno avuto un forte impatto sugli affari mondiali quando sono stati pronunciati.
Quello dell’”Ora migliore”, uno dei più potenti e toccanti di Churchill, è il primo discorso da lui tenuto come primo ministro nella House of Commons del Parlamento di Londra il 18 giugno del 1940. La Francia aveva appena capitolato e Churchill doveva spiegare la terribile situazione, pur rimanendo positivo e disposto a confrontarsi con i nazisti:
«Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e gli oceani; combatteremo con crescente fiducia e crescente forza nell’aria. Difenderemo la nostra isola qualunque possa esserne il costo. Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco,
nei campi nelle strade e nelle montagne.
Non ci arrenderemo mai, e persino se – ciò che io non credo neanche per un momento – questa isola od una larga parte di essa fossero asservite ed affamate, in quel caso il nostro Impero, oltre i mari, armato e vigilato dalla Flotta britannica, condurrà avanti la lotta sinché, quando Dio voglia, il Nuovo Mondo, con tutte le sue risorse e la sua potenza, non venga avanti alla liberazione ed al salvataggio del Vecchio Mondo».

lunedì 17 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1953 scoppiano moti operai nella Germania dell’Est.
Avvennero tra il giugno e luglio del 1953 quando uno sciopero dei manovali edili si trasformò in una rivolta contro il governo della DDR. I tumulti a Berlino, il 17 giugno, vennero repressi con la forza dal Gruppo di forze sovietiche in Germania.
Nel maggio 1953 il Politburo del Partito di Unità Socialista di Germania (SED) innalzò le quote di lavoro dell’industria tedesca orientale del 10 percento. Il 16 giugno, una sessantina di operai edili di Berlino Est iniziarono a scioperare quando i loro superiori annunciarono un taglio di stipendio in caso di mancato raggiungimento delle quote. La loro dimostrazione il giorno seguente fu la scintilla che causò lo scoppio delle proteste in tutta la Germania Est. Lo sciopero portò al blocco del lavoro e a proteste in praticamente tutti i centri industriali e le grandi città del Paese.
Le domande iniziali dei dimostranti, come il ripristino delle precedenti (e inferiori) quote di lavoro, si tramutarono in richieste politiche. I lavoratori chiesero le dimissioni del governo della Germania Est. Il governo, per contro, si rivolse all’Unione Sovietica, che schiacciò la rivolta con la forza militare. Ci furono complessivamente quasi 5000 arresti. Ancora oggi non è chiaro quante persone morirono durante le sollevazioni e per le condanne a morte che seguirono. Il numero ufficiale delle vittime è 51. Dopo l’analisi dei documenti resi accessibili a partire dal 1990, il numero di vittime sembrerebbe essere di almeno 125.
Malgrado l’intervento delle truppe sovietiche, l’ondata di scioperi e proteste non venne riportata facilmente sotto controllo. In più di 500 città e villaggi ci furono dimostrazioni anche dopo il 17 giugno, e il momento più alto delle proteste si ebbe a metà luglio.
In memoria dei moti nella Germania Est, la Germania Ovest dichiarò il 17 giugno come festa nazionale (fino al 1990, quando venne sostituito dal 3 ottobre, data della formale riunificazione), e la Charlottenburger Chaussee che attraversava Berlino Ovest venne ribattezzata Straße des 17. Juni.

domenica 16 giugno 2019

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Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1313 nasce Giovanni Boccaccio.
Giovanni Boccaccio nasce nel 1313 a Certaldo, ma la sua località di nascita non è certa: secondo alcune fonti nasce a Firenze, secondo altre (meno attendibili) addirittura a Parigi. Il padre, Boccaccino da Chelino, è un ricco e potente mercante appartenente alla cerchia dei Bardi di Firenze, la madre invece è una donna di bassa estrazione sociale. Giovanni nasce fuori dal matrimonio. Sei anni dopo la sua nascita il padre si sposa ufficialmente con Margherita da Mardoli.
Sin da piccolo mostra una forte inclinazione per gli studi letterari che coltiva da autodidatta. Si concentra molto soprattutto sulla letteratura latina, imparando a padroneggiare perfettamente la lingua. Comincia anche a coltivare la sua venerazione per Dante Alighieri, al cui studio viene iniziato da Giovanni Mazzuoli da Strada.
Il padre non è però contento delle sue inclinazioni letterarie, e lo invia a Napoli perché impari il mestiere di mercante presso la Banca Bardi. Lo scarso successo di Giovanni nell'apprendimento di questo mestiere, induce il padre a tentare con il diritto canonico. Giovanni ha diciotto anni e, per quanto decida di seguire le indicazioni paterne, non riesce neanche in questo secondo tentativo. L'unica nota positiva del soggiorno napoletano è la frequentazione della corte, alla quale accede grazie alle credenziali paterne. Boccaccino infatti è consigliere e ciambellano del re Roberto. I cortigiani che osserva e tra i quali vive finiscono per diventare ai suoi occhi le incarnazioni degli ideali cortesi.
Il padre non riesce, dunque, a fargli dimenticare la passione letteraria. Anzi, nel periodo napoletano scrive: il "Filostrato" (1336-1338), poemetto composto in ottave con protagonista il giovane Troilo perdutamente innamorato di Criselda; il romanzo in prosa il "Filocolo" (1336-39) e il poemetto epico "Teseida delle nozze d'Emilia" (1339-1340).
Nel 1340 torna improvvisamente a Firenze richiamato dal padre a seguito del dissesto finanziario di alcune banche di cui è investitore. Il padre muore durante la peste del 1348, e Giovanni è libero per la prima volta di dedicarsi ai suoi studi con l'ausilio di una serie di maestri come Paolo da Perugia e Andalò del Negro.
Il cambiamento da Napoli a Firenze si rivela però difficile, e, come scrive nella "Elegia di Madonna Fiammetta", egli non ritrova l'ambiente lieto e pacifico di Napoli in una Firenze che definisce triste e noiosa. Diventa così fondamentale la figura di Fiammetta che dominerà i suoi scritti per lungo tempo, incarnazione poetica di una favolistica figlia del re Roberto d'Angiò.
La peste nera del 1348 è lo spunto principale del suo "Il Decameron" (1348-1351). I protagonisti sono un gruppo di dieci giovani che durante la peste si rifugiano presso la chiesa di Santa Maria Novella, dove, per fare in modo che il tempo trascorra più lietamente, si raccontano dieci novelle al giorno.
Fino al 1559 il testo viene proibito, ma con l'introduzione della stampa comincia ad essere uno dei testi più popolari e diffusi. Nel periodo 1347-1348 è ospite a Forlì di Francesco Ordelaffi il Grande. Presso la corte di Ordelaffi viene in contatto con due poeti, Nereo Morandi e Francesco Miletto de Rossi, con i quali rimarrà a lungo in contatto.
Svolge in questo periodo molti incarichi pubblici e di rappresentanza per la sua città. Il compito che lo emoziona di più è la consegna di dieci fiorini d'oro alla figlia di Dante Alighieri, diventata nel frattempo Suor Beatrice. Tra il 1354 e il 1365 si reca come ambasciatore anche ad Avignone presso i pontefici Innocenzo VI e Urbano V. Riesce nel frattempo a colmare persino una lacuna che si porta dietro sin dalla gioventù: impara finalmente il greco.
Nel 1359 conosce il monaco calabrese Leonzio Pilato che vive presso la sua abitazione dal 1360 al 1362 con il compito di tradurre l'Iliade e l'Odissea; la traduzione gli viene commissionata da Francesco Petrarca. Boccaccio conosce personalmente il Petrarca grazie ad un incontro fortuito in campagna mentre questi è in viaggio diretto a Roma per il Giubileo del 1350. Per impedire che il monaco vada via dopo la fine del suo lavoro, Boccaccio lo stipendia e lo tiene in casa nonostante il loro rapporto sia spesso burrascoso.
In questo periodo vive nella nativa Certaldo, dove scrive opere in latino come la "Genealogia Deorum Gentilium" e l'opera in volgare il "Corbaccio". Questo lasso di tempo è reso più complicato dalle difficoltà economiche dovute ai problemi delle Banche Bardi. Tenta di risolvere le difficoltà appoggiandosi alla corte napoletana degli Angiò, ottenendo però scarsi risultati.
Si divide così tra gli incarichi pubblici a Firenze e il commento della "Divina commedia" di Dante Alighieri, che non riesce a portare a termine a causa di alcuni problemi di salute. Nel 1370 scrive anche un codice autografo del suo "Decameron".
La sua salute intanto peggiora notevolmente: Giovanni Boccaccio muore nella sua Certaldo il 21 dicembre del 1375. La sua ultima volontà è quella che sulla sua tomba sia incisa la frase "Studium fuit alma poesis" (La sua passione fu la nobile poesia).

sabato 15 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1920 ebbe luogo il linciaggio di Duluth.
L’ “hate speech”, il “discorso d’odio”, specialmente nelle sue declinazioni razziste e xenofobe si caratterizza per l’invenzione di notizie false che hanno lo scopo di canalizzare la violenza verso determinati gruppi.
Purtroppo spesso alla violenza verbale segue quella fisica, ed è per questo che è importante contrastare culturalmente determinati fenomeni. Per non incorrere in drammatici eventi come quelli che si verificarono a Duluth nel giugno 1920.
Questa cittadina del Minnesota aveva visto negli anni precedenti l’avvicendarsi di importanti flussi migratori provenienti dagli stati del Sud. La maggior parte dei migranti erano persone di colore che le imprese locali utilizzavano come manodopera a basso costo da mettere in concorrenza con i lavoratori bianchi e sindacalizzati. Fenomeno che in quel periodo interessò tutto il Midwest degli Stati Uniti provocando, nel 1919, un ondata di xenofobia e violenza razziale nota come “Red Summer”.
Duluth invece ebbe il suo triste momento di notorietà l’anno seguente, quando dopo l’arrivo del circo Robinson, due giovani locali, Irene Tusken e Jimmie Sullivan, denunciarono di essere stati aggrediti da alcuni facchini di colore, che secondo la loro ricostruzione, avevano anche abusato della ragazza.
La mattina del 15 giugno, il giorno dopo la presunta aggressione, John Murphy, capo della polizia di Duluth fece irruzione nel circo e fermò ben 150 lavoratori, tutti neri.
Sei uomini Elias Clayton, Nate Green, Elmer Jackson, Loney Williams, John Thomas e Isaac McGhie vennero identificati dai due ragazzi e arrestati.
Nel frattempo iniziarono a circolare voci sempre più insistenti e perfino opuscoli che parlavano non solo dello stupro, mai provato, ma addirittura della morte della ragazza dopo le violenze.
Non servì a nulla che il medico di Irene Tusken, dopo averla visitata riferisse che non c’erano tracce di stupro sul suo corpo. Ormai la folla inferocita pretendeva di “fare giustizia”.
Centinaia di persone si concentrarono davanti alla stazione di polizia e senza che lo sceriffo e i suoi opponessero resistenza, prelevarono Elias Clayton, Elmer Jackson e Isaac McGhie e dopo un processo farsa li condannarono a morte. Vennero picchiati selvaggiamente e impiccati ad un lampione.
Gli omicidi poi fecero a gara per mettersi in posa nella fotografia che li immortalò sorridere accanto ai corpi martoriati e ormai senza vita.
Il giorno seguente fu mandata la Guardia Nazionale per mettere in sicurezza gli altri sospettati.
Uno di loro fu presto rilasciato, il secondo fu scagionato, mentre il terzo venne condannato in un processo oggi ritenuto privo delle minime garanzie costituzionali.
Nessuno invece fu condannato per il linciaggio di Isaac McGhie, Elmer Jackson e Elias Clayton, che vennero, dopo la morte, completamente riabilitati dall’infamante accusa che gli era stata mossa.

venerdì 14 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 giugno.
Il 14 giugno 1822 Charles Babbage propone la sua macchina differenziale.
La macchina differenziale, a cui Babbage lavorò tra il 1821 e il 1832, avrebbe dovuto essere composta da decine di migliaia di pezzi ed avere dimensioni considerevoli. Proprio a causa della complicata progettazione, la macchina non venne portata a termine, per le difficoltà tecniche di realizzare le varie componenti con la necessaria precisione. La macchina differenziale deriva il proprio nome dal principio su cui è concepita, ovvero il metodo delle differenze finite, in base al quale le moltiplicazioni e le divisioni vengono scisse in una serie di addizioni. Rispetto alle macchine da calcolo di Pascal e Leibniz, la macchina di Babbage prevedeva la possibilità di eseguire non soltanto operazioni aritmetiche, ma anche equazioni più articolate, stampandone i risultati. I lavori su questa macchina vennero interrotti nel 1832, ma, qualche anno più tardi, tra il 1847 e il 1849, Babbage realizzò un secondo progetto semplificato. Nel 1991, lo Science Museum di Londra presentò una macchina differenziale effettivamente in grado di funzionare, realizzata basandosi sul secondo progetto della macchina. Lo studio della macchina differenziale spinse Babbage a cimentarsi successivamente in un apparecchio ancora più complesso ed innovativo: la macchina analitica, ideata a partire dal 1834. Tale macchina viene generalmente considerata l'antenata dei moderni computer: era infatti dotata di accumulatori meccanici per la memorizzazione di dati, era programmabile e stampava i risultati su schede perforate. Anche per questa macchina, tuttavia, l'impossibilità di produrre pezzi sufficientemente precisi per il funzionamento ne impedì una realizzazione pratica. Charles Babbage accolse con entusiasmo la Great Exhibition di Londra del 1851, scrive: "L'Esposizione è finalizzata allo sviluppo del libero scambio di materie prime e manufatti fra tutte le nazioni della Terra [...] è nell'interesse di tutti che ogni Nazione possa avanzare in conoscenza e abilità industriale". All'Esposizione Universale di Londra del 1862 espone parti della sua macchina analitica, anche di quella incompiuta.

giovedì 13 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno 1998 vengono condannati a titolo definitivo alcuni dei massimi esponenti politici della prima repubblica, nell'ambito del processo Enimont.
Il 13 febbraio 1993 veniva inviato un avviso di garanzia nei confronti di Gabriele Cagliari, ex Presidente dell’Eni. Le accuse? Falso in bilancio, false comunicazioni sociali e peculato nell’ambito del processo ENIMONT .
Malgrado il maldestro (e malriuscito) tentativo del Governo Amato di ‘bloccare’ Mani Pulite attraverso il ‘colpo di spugna’ del decreto Conso, poi non firmato dal presidente della Repubblica Scalfaro, di lì a poche settimane tutto lo scandalo di Tangentopoli si sarebbe ‘mediaticamente’ concentrato proprio nell’affaire Enimont e sul processo ‘Cusani’, ad esso collegato. Facciamo un passo indietro per capire di cosa si tratta.
Alla fine degli anni 80 i due poli chimici nazionali, l‘Eni nel settore pubblico e la Montedison nel settore privato, decisero di accordarsi per far nascere un ‘polo unico’ della chimica, venne quindi creata la società Enimont, per il 40% a partecipazione ENI, quindi pubblica, per un altro 40% a partecipazione Montedison, quindi privata e per il restante 20% ai singoli azionisti nel mercato finanziario. All’epoca dell’accordo Gabriele Cagliari era Presidente dell’Eni e Raul Gardini era a capo di Montedison.
Il matrimonio tra i due colossi della chimica durò poco. Nel 1990 Gardini cercò di ‘scalare’ Enimont, tentando di acquistare il 20% delle azioni sul mercato. Tale decisione fu la causa della rottura dei rapporti con l’Eni. Gardini decise così di vendere il 40% di proprietà Montedison all’Eni, scelta che privò il colosso privato di quasi tutto il settore chimico che deteneva prima dell’accordo.
Da questa scelta di Gardini nacquero gran parte delle accuse dei magistrati, poi culminate nel Processo Enimont e nel più importante, almeno dal punto di vista mediatico, Processo Cusani.
Gardini, tramite il suo collaboratore di fiducia Sergio Cusani,  avrebbe pagato tangenti ( 150 miliardi di lire) ai partiti politici dell’epoca in modo da risparmiare sulle tasse sulla vendita delle attività chimiche della Montedison.
Il processo sull’affaire Enimont vede ‘stralciata’ la posizione di Sergio Cusani, per il quale viene celebrato un processo apposito, ovvero il cosiddetto ‘Processo Cusani‘:
La posizione di Cusani viene dunque stralciata dalla complessa vicenda Enimont (è stata infatti accettata la richiesta di un processo in tempi rapidi da parte dell’avvocato difensore), ponendo l’imputato come l’unico protagonista in attesa di giudizio, mentre gli altri soggetti coinvolti nella vicenda (dai manager del Gruppo Ferruzzi ai politici) entrano in aula solo in veste di testimoni, per di più imputati di reato connesso.
Telegiornali, trasmissioni politiche, quotidiani e tutti i mezzi di informazione iniziarono quindi a concentrare le loro attenzioni sul cosiddetto “ padre dei processi di Tangentopoli per la madre di tutte le tangenti”, come fu ribattezzato il Processo Cusani dall’allora Pm accusatore, Antonio Di Pietro.
I principali attori dell’affaire Enimont non videro mai le aule di tribunale. Gabriele Cagliari, arrestato a marzo, dopo quattro mesi di carcerazione preventiva, si suicidò in carcere. Era il 20 luglio 1993.
Dopo tre giorni Raul Gardini si uccise sparandosi un colpo di pistola alla testa. Su ambedue i suicidi rimasero  forti dubbi.
Il dibattimento comunque si aprì il 28 ottobre 1993, sotto accusa era l’intera classe politica della prima Repubblica. Cusani quindi diventava il ‘simbolo’ di Mani Pulite, l’agnello sacrificale dal punto di vista mediatico (e non solo).
il dibattimento durò sei mesi esatti per un totale di 51 udienze, 400 ore di dibattimento, 117 testimoni (la maggior parte indagati di reato connesso) tra cui due ex presidenti del Consiglio, Craxi e Forlani, e 7 ministri nella Prima Repubblica. Furono compilate 20.000 pagine di documenti e 7.000 pagine di verbali.
I principali politici accusati nel Processo ‘principale’, ovvero quello legato ad Enimont, sfilarono come ‘testimoni’ o comunque come ‘accusati di reato connesso’ proprio nel Processo a Cusani, mandati in ‘pasto’ alle Telecamere di tutto il mondo.
Tra gli imputati figuravano noti esponenti politici, come Renato Altissimo (segretario del PLI ed ex ministro della sanità), Bettino Craxi (segretario del PSI e presidente del Consiglio dal 1983 al 1987), Gianni De Michelis (ministro degli esteri dal 1989 al 1992), Arnaldo Forlani (segretario della DC e presidente del Consiglio tra il 1980 e il 1981), Giorgio La Malfa, Claudio Martelli (vice segretario del PSI e ministro della Giustizia tra il 1991 e il 1993), Carlo Vizzini (segretario del PSDI). Personaggi dell’opposizione come Bossi e Patelli della Lega Nord e Primo Greganti del PDS erano ugualmente imputati.
Il processo fu trasmesso in diretta dalla Rai, registrando ascolti record: celebri furono gli accesi scontri verbali fra Di Pietro e l’avvocato di Cusani, Giuliano Spazzali, durante i quali il magistrato impiegava il suo colorito linguaggio popolare (il cosiddetto “dipietrese“), che ne aumentarono la popolarità e l’affetto del popolo e sarebbero diventate una delle sue caratteristiche più famose.
Cusani non era una figura di primo piano, ma nell’affare Enimont erano coinvolti molti politici di primo piano, e molti di loro furono chiamati a deporre come testimoni. Tra questi, l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente «Non ricordo». Nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e sembrava non rendersi conto della goccia di saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo dell’assenza di self control di chi era per la prima volta chiamato a rendere conto delle proprie azioni e produsse anche icasticamente un moto di disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto i fondi illegali, anche se negò che ammontassero a 93 milioni di dollari. La sua difesa fu ancora una volta che «lo facevano tutti» ma la sua deposizione, al contrario delle precedenti, non venne interrotta dal pubblico ministero d’udienza, Antonio Di Pietro, il quale reagì alle critiche per questa sua inusuale condotta processuale dichiarando alla stampa che per la prima volta vi era stata una piena confessione.
Anche la Lega Nord e il disciolto PCI, che sostenevano pubblicamente i magistrati e le loro inchieste, furono coinvolti nelle chiamate in correità: sulla base di queste, nel successivo processo ENIMONT Umberto Bossi e l’ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali, mentre le condanne di Primo Greganti e di alcuni esponenti milanesi toccarono il partito comunista solo marginalmente. Nel processo emerse anche che una valigia con del denaro era pervenuta a Via delle Botteghe Oscure, nella sede nazionale del PCI, ma le indagini si erano arenate dato che non si erano trovati elementi penalmente rilevanti nei confronti di persone. In proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro disse: «La responsabilità penale è personale, non posso portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di cognome». Alcuni detrattori di Di Pietro ritengono tuttavia che il PM non abbia fatto il possibile per individuare i componenti del PCI responsabili di corruzione: ipotesi che Di Pietro liquida come «un’autentica falsità».
Il processo si concluse con la condanna di Cusani  a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Ne scontò in cella quattro. Nel corso del processo di primo grado aveva restituito 35 miliardi di lire. Il 30 marzo 2001 aveva finito di scontare la sua pena.
Per quanto concerne il Processo Enimont, dove erano imputati politici e faccendieri della Prima Repubblica, la sentenza definitiva arrivò nel 1998.
Il 13 giugno arrivarono le altre condanne definitive;
Arnaldo Forlani: 2 anni e 4 mesi.
Severino Citaristi: 3 anni.
Giuseppe Garofano: 3 anni.
Carlo Sama: 3 anni.
Luigi Bisignani: 2 anni e 6 mesi.
Romano Venturi: 1 anno e 8 mesi.
Alberto Grotti: 1 anno e 4 mesi.
Renato Altissimo: 8 mesi.
Umberto Bossi: 8 mesi.
Alessandro Patelli: 8 mesi.
Giorgio La Malfa: 6 mesi e 20 giorni.
Egidio Sterpa: 6 mesi.
Il 10 luglio venne confermata la condanna di 1 anno e 8 mesi per Paolo Cirino Pomicino, mentre per Bettino Craxi e Claudio Martelli venne deciso che si doveva rifare il processo d’appello; Craxi venne condannato a 3 anni in 2º grado il 1º ottobre 1999 ma la Cassazione non si pronunciò perché pochi mesi dopo, il 19 gennaio 2000 morì in Tunisia. Per quanto riguarda la posizione di Martelli, il 21 marzo 2000 la Cassazione lo condannò definitivamente ad 8 mesi, confermando la sentenza d’appello.

mercoledì 12 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 giugno.
Il 12 giugno 1942 Anna Frank riceve un diario come regalo per il suo tredicesimo compleanno.
Anneliese Marie Frank, chiamata da tutti Anna, nacque a Francoforte sul Meno (Germania) il 12 giugno 1929. Il padre Otto Frank, proveniva da una famiglia molto agiata ed ebbe un'educazione di prim'ordine. Purtroppo gran parte del patrimonio familiare andò perduto, a causa dell'inflazione, durante la prima guerra mondiale, in cui combatté valorosamente. In seguito alle leggi razziali emanate da Hitler, nel 1933 la famiglia Frank si trasferì ad Amsterdam. Qui, il padre di Anna trovò lavoro come dirigente in un'importante azienda grazie al cognato. Anna è una ragazza vivace, arguta ed estroversa.
La situazione comincia a precipitare già a partire dal maggio del 1940. I nazisti invadono l'Olanda e, per gli ebrei, iniziarono tempi assai amari. Fra le tante vessazioni, sono costretti a cucire sugli abiti la stella giudaica, oltre ad essere privati di tutti i mezzi e beni propri. Anna e la sorella vengono iscritte al Liceo ebraico e, nonostante le restrizioni, continuano a condurre una vita sociale intensa, grazie soprattutto allo sforzo dei genitori, impegnati a non far pesare questo stato di cose. Tuttavia Otto, molto previdente, stava cercando un posto sicuro dove rifugiarsi, poiché numerose famiglie ebree, con il pretesto di essere spedite nei campi di lavoro in Germania, sparivano nel nulla e, sempre più insistenti, correvano voci sulla creazione, da parte dei nazisti, delle "camere a gas".
Nel mese di luglio del 1942 una lettera gettò i Frank nel panico: era una convocazione per Margot, con l'ordine di presentarsi per un lavoro ad "est". Non c'era più tempo da perdere: l'intera famiglia si trasferisce nel "rifugio" trovato da Otto, un appartamento proprio sopra gli uffici della ditta, nella Prinsengracht 263, il cui ingresso era nascosto da uno scaffale girevole, contenente alcuni schedari. A loro si aggiunsero altri rifugiati. Dal 5 luglio 1942 le due famiglie vissero recluse nell'alloggio segreto, senza mai vedere la piena luce del giorno per via dell'oscuramento alle finestre, l'unico pezzetto di cielo poteva essere intravisto dal lucernaio della soffitta, dove tenevano ammucchiati i viveri "a lunga scadenza", come fagioli secchi e patate.
Il diario di Anna è una cronaca preziosissima di quei tragici due anni: una descrizione minuziosa delle vicissitudini di due famiglie costrette a convivere in pochi metri quadrati di spazio, i caratteri degli abitanti, le piccole manie di ognuno, gli scontri, le liti, gli scherzi, i malumori, le risate e, sopra di tutto, il costante terrore di essere scoperti: "...mi sono terribilmente spaventata, ebbi un solo pensiero, che stessero venendo, chi lo sai bene..." (1 ottobre 1942). Del resto le notizie che arrivavano dall'esterno erano spaventose: intere famiglie ebree, fra cui molti amici dei Frank e dei Van Daan, erano state arrestate e deportate nei campi di concentramento, da cui, correva voce, e le notizie ascoltate di nascosto alla BBC ne davano conferma.
Ma come trascorrevano le giornate di questi poveri reclusi? Sempre grazie al diario abbiamo una descrizione minuziosa di come si svolgeva un giornata-tipo. La mattina era uno dei momenti più difficili: dalle 8.30 alle 12.30, bisognava stare fermi e zitti per non far trapelare il minimo rumore al personale estraneo dell'ufficio sottostante, non camminare, bisbigliare solo per stretta necessità, non usare la toilette, ecc. Durante queste ore, con l'aiuto del padre di Anna, uomo colto e preparato, i ragazzi studiavano per non rimanere indietro nelle materie scolastiche. Anna detestava la matematica, la geometria, e l'algebra, mentre adorava la storia e le materie letterarie. Inoltre, seguiva un corso di stenografia per corrispondenza. Aveva poi i suoi interessi personali: la mitologia greca e romana, la storia dell'arte, studiava meticolosamente tutti gli alberi genealogici delle famiglie reali europee e nutriva una passione per il cinema, fino al punto di tappezzare le pareti della sua cameretta di foto delle star.
Intanto nel mondo esterno le notizie erano sempre più tragiche, la polizia nazista, con l'aiuto dei collaborazionisti olandesi, compivano ogni sorta di razzie e di retate: un uomo tornava a casa dal lavoro o una donna dalla spesa e trovavano la casa deserta, ed i familiari scomparsi, i bambini tornavano a casa da scuola e non trovavano più i genitori, la casa sbarrata e rimanevano soli al mondo senza nemmeno sapere il perché, i beni delle persone scomparse, ebrei o loro parenti, erano confiscati dalle autorità tedesche. Anche coloro che aiutavano queste persone disperate, spesso alla forsennata ricerca di un luogo sicuro, ossia un nascondiglio (proprio come avevano fatto i Frank per tempo), correvano gravissimi pericoli, poiché la Gestapo aveva iniziato a praticare la tortura in maniera indiscriminata. L'Olanda versava in uno stato di povertà, procurarsi il necessario per vivere era diventato un'impresa per tutti: ci si arrangiava con la Borsanera. Inoltre i rifugiati, essendo "civilmente scomparsi" non avevano nemmeno diritto ai tagliandi annonari per ricevere i viveri razionati. Si arrangiavano dunque attraverso le conoscenze prebelliche e la distribuzione clandestina. Anna racconta che la dieta dei reclusi era basata su ortaggi (anche marci), fagioli ammuffiti, cavoli, rarissimi pezzetti di carne, e, soprattutto, patate. Pelare le patate occupava gran parte dei pomeriggi dei rifugiati.
Al primo agosto risale l'ultima pagina del diario di Anna, poi più nulla. Venerdì 4 agosto 1944, durante una tranquilla mattina, che sembrava come tutte le altre, la polizia tedesca, guidata da Silberbauer, un collaborazionista olandese, fa irruzione nell'ufficio e nell'alloggio segreto, grazie ad una soffiata: tutti i rifugiati ed i loro soccorritori vengono arrestati. Si salvarono solo Elli Vossen, perché creduta estranea, Miep Gies grazie alle sue origini viennesi, il marito Henk che, in quel momento, era altrove. Fu proprio Miep Gies che si occupò di salvare il salvabile: nel disordine dell'irruzione nell'alloggio segreto tutto era gettato per terra, fu lì che trovò il diario di Anna, lo prese e lo conservò.
L'8 agosto i Frank ed i Van Daan furono trasferiti nel campo di Westerbork, nella regione della Drente (Olanda). Questo, era un campo di smistamento da cui, il 3 settembre 1944, partì l'ultimo convoglio di deportati per il campo di sterminio di Auschwitz (oggi Oswiecim, Polonia). Erano in tutto 1019 persone. Solo 200 chilometri li separavano, in linea d'area, dalle truppe alleate, che avevano occupato Bruxelles. Arrivarono ad Auschwitz il 6 ottobre e, nello stesso giorno, furono mandati nella camera a gas 550 dei nuovi sopraggiunti, fra cui tutti i bambini al di sotto dei quindici anni. Margot ed Anna furono colpite dalla scabbia e ricoverate in un reparto apposito, Edith Frank le seguì per non lasciarle sole. Rimase con loro fino al 28 ottobre, quando le due sorelle furono trasferite a Bergen Belsen (Hannover, Germania).
Edith rimase ad Auschwitz, ove, morì di denutrizione e di dolore il 6 gennaio 1945. Bergen Belsen, non era un campo di sterminio, ma di scambio, non esistevano camere a gas, per cui rimaneva ancora una speranza di salvezza sia per le due sorelle, sia per la signora Van Daan, trasferita insieme a loro. Nel mese di febbraio le Frank furono colpite dal tifo: una delle donne sopravvissute si ricorda di aver visto, in pieno inverno, che Anna, nelle allucinazioni provocate dalla febbre, aveva gettato via tutti i vestiti e si teneva stretta addosso solo una coperta delirando di alcune bestioline che le camminavano addosso, poi mormorava in maniera desolata: "...non ho più la mamma né il papà, non ho più niente...". Malate, denutrite, le due ragazze si spegnevano ogni giorno di più. Margot morì per prima, quando fu trovata era ormai rigida, Anna resistette altri due giorni. Tre settimane più tardi le truppe Alleate inglesi liberarono il campo di prigionia.
L'unico sopravvissuto fu Otto che, appena liberato, tornò in Olanda, direttamente a casa dei fedeli Miep ed Henk. Sapeva già della morte della moglie, ma solo molto tempo dopo venne a sapere la sorte delle due figlie: aveva perso tutta la sua famiglia.
Il diario di Anna fu pubblicato, con il permesso di Otto Frank, nel 1947, con il nome di "Het Achterhuis", cioè il Retrocasa. Ancora oggi è possibile visitare l'alloggio segreto in Prinsengracht 263, che la Fondazione Anna Frank mantiene intatto, come allora.

martedì 11 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno 1903 il re di Serbia Alessandro I e sua moglie Draga vengono uccisi da un gruppo di cospiratori.
La Serbia, elevatasi a Regno nel 1882, era lo stato più importante e meglio organizzato della penisola balcanica. Sorto in corrispondenza alle guerre di indipendenza tenutesi contro il Grande Malato d’Europa, ovvero l’Impero Ottomano, impero che, durante le rivolte slave dei primi due decenni dell´Ottocento, si vide costretto a cedere grandi autonomie ai principati slavi di Serbia prima e al Montenegro poi.
La Serbia visse in qualità di principato autonomo nei territori della Sublime Porta per 73 anni, quando, successivamente alla Guerra Russo-Ottomana del 1878, venne riconosciuta ufficialmente dalle Potenze europee durante il Congresso di Berlino. Tale scelta venne fatta anche per ridimensionare le pretese russe, sempre in cerca di uno sbocco nei Balcani, ed una delle maggiori potenze europee che spinse per l’indipendenza del Principato di Serbia fu l´Impero Austro-Ungarico che, nella persona di Gyula Andrássy, costrinse gli altri stati a riconoscere l´indipendenza del nuovo stato balcanico.
Successivamente, nel 1882, il principe Milan IV Obrenović si proclamò Re di Serbia, dando poi inizio ad una politica austricante. La prima mossa del sovrano, sostenuta dalle forze liberali e conservatrici filo-austriache, furono la serie di accordi commerciali con Vienna e la costruzione di una ferrovia che collegasse Belgrado con la capitale asburgica. Nell’opposizione alla monarchia di Obrenovic si sviluppò, invece, una corrente filo-russa, nella persona di Nikola Pašić, leader del partito radicale serbo, che professava una Belgrado vicina all’Impero dello Zar.
Con il passare del tempo – e dei tributi richiesti dal nuovo stato -il regno di Milan cadde in disgrazia. Il malcontento popolare vedeva oramai l’apparentamento austro-serbo come una vessazione. Come se non fossero sufficienti le già disperate situazioni socio-economiche, si aggiunse a queste la pesante sconfitta serba contro i principati di Rumelia e Bulgaria nella guerra del 1885-86. Al termine del conflitto solo l’intervento diretto di Vienna negli affari Serbi riuscì a salvare la situazione, mostrando ancor di più quanto la Serbia fosse dipendente dagli Asburgo.
La svolta alla durissima fase venne data dalla concessione di una nuova carta costituzionale, nel 1888. Più liberale nella forma, si occupava anche di regolamentare la successione al trono, permettendo al Re Milan di assicurare la corona ai suoi discendenti e, nel contempo, di aprire una nuova era per la Serbia: l´abdicazione in favore dell’allora tredicenne Alessandro che venne posto sotto l’autorità di un Consiglio di Reggenza, presieduto dal fedele liberale Jovan Ristić.
Con l’allontanamento di colui che aveva fortemente sostenuto l’apparentamento con Vienna, fu più facile, per i detrattori dell’ex-re prendere il sopravvento e il 1 novembre 1893, Re Alessandro I, non ancora maggiorenne decise di sbarazzarsi del peso del Consiglio di Reggenza e di assumere direttamente le redini del paese. Il primo atto del neo-sovrano fu la sfiducia al gabinetto conservatore-liberale e la decisione di consegnare il governo al Partito Radicale, aprendo così un primo spiraglio all’influenza Russa sul paese che lo caratterizzerà poi negli anni a venire. Bisogna, però, ricordare che la politica estera di re Alessandro fu incentrata nella neutralità dello stato serbo e nel mantenimento di buoni rapporti sia con Vienna che con Pietroburgo.
Emblematica, in tal senso, la fermezza mantenuta da Alessandro durante il conflitto per il controllo dell’isola di Creta tra Ottomani e Greci del 1897. Durante la guerra, che ebbe una grande eco internazionale, la Serbia decise di assumere una posizione neutrale. La neutralità di Alessandro, nonostante la guerra fosse portata contro uno dei due “nemici” storici della Russia, Costantinopoli, è simbolo della volontà di mantenere buoni rapporti con la vicina Austria-Ungheria. Volontà che spinse il governo dello Zar e del vicino principato del Montenegro – sotto chiara influenza russa – a raffreddare i rapporti con lo stato serbo.
Una prima riconciliazione con la Russia ebbe luogo nel 1900, quando Alessandro, con una decisione drasticamente impopolare, decise di ammogliarsi con la nobildonna vedova Draga Mašin. Tale scelta gli mise contro una grande fetta del paese che non desiderava tale imparentamento. Draga Mašin aveva quindici anni in più di Alessandro, era vedova di un ingegnere civile ceco ed aveva la fama di seduttrice e di donna sterile: per questo era giudicato inopportuno che il sovrano la prendesse in moglie. Ciò scatenò molte proteste nel paese e fuori di questo e l’unica personalità che riconobbe tali nozze fu lo Zar di Russia, Nicola II che spinse per un riavvicinamento e una rappacificazione intorno alla figura del sovrano serbo. Lo zar di Russia consentì a fare da testimone alle nozze, che furono celebrate il 4 agosto 1900. Questo matrimonio indignò il corpo degli ufficiali, e invano il re obiettò di aver portato sul trono “la prima regina serba dopo Còssovo”.
La risposta di Alessandro allo Zar non si fece attendere e, nel 1901, così come fece il padre per ricambiare il riconoscimento asburgico dello stato serbo nell’alveo delle potenze occidentali, saldò una solida alleanza con l’impero russo per assicurarsi protezione ed una politica sicura. Sempre nello stesso anno il sovrano promulgò una nuova costituzione, più liberale di quella del padre Milan, che completo la sua politica di conciliazione con la popolazione ed i partiti presenti nel Parlamento serbo. Nella nuova costituzione veniva concepito per la prima volta un assetto bicamerale, con l’affiancamento di un senato alla già esistente Assemblea Nazionale e concedendo ampia libertà di stampa. Ma queste due nuove concessioni – Senato e Libertà di stampa – si rivelarono un grande passo falso per il sovrano, poiché, tramite l’ampia libertà di stampa concessa, i giornali non fecero altro che parlare male della dinastia regnante e soprattutto del suo apparentamento con una “sgualdrina e sterile”; la nuova camera, invece, godendo di ampia autonomia, si costituì come un contraltare del sovrano, ostacolando molte delle sue politiche.
Già a partire dalla fine del 1901, un gruppo di sette ufficiali, risoluti e nazionalisti, aveva concepito l’idea di sopprimere la famiglia reale per metter fine alla lotta fra dinastia e nazione. Il problema degli ufficiali non era tanto il mal digerito matrimonio con Draga, ma il fatto concreto che, data la sterilità della moglie, il re non poteva avere eredi diretti. Le cose peggiorarono quando si sparse la voce che, per istigazione di Draga, egli pensasse di cercarsi un erede tra i Lunjevica, membri della famiglia di Draga; una cosa queste che mandò su tutte le furie parecchi ufficiali che cominciarono seriamente a ponderare un modo per togliere di mezzo la “pericolosa” famiglia reale. L’idea dei futuri congiurati era chiara: spazzare via l’impopolare dinastia degli Obrenović per far spazio all’altra dinastia rivale, i Karagjorgjević che segnerà poi le sorti della Serbia prima e del Regno di Jugoslavia poi fino all’occupazione tedesca del 1941.
La difficile situazione in cui il regno balcanico era finito di nuovo vide i due “soli” della Serbia, ovvero Austria-Ungheria e Impero russo, assolutamente indifferenti alle sorti di Alessandro che, divenuto una figura impopolarissima in patria, perse molto credito anche in ambito internazionale. Alla sua vasta impopolarità si sommò, poi, l’inquietudine e i progetti degli ufficiali della bassa Serbia, che anelavano di redimere i fratelli della Macedonia e della Bosnia, e che mal tolleravano la politica austrofila e puramente dinastica di Alessandro. La figura di spicco degli ufficiali ribelli ed intransigenti fu il capitano Dragutin Dimitrijević, futuro fondatore della spietata setta della Crna Ruka, a noi nota come Mano Nera. Prendendo spunto dai movimenti carbonari dell’Italia del XIX secolo, mirava a costituire un grande e forte stato slavo nei Balcani, avente nella Serbia – che i membri paragonavano al Regno di Sardegna – il motore principale per l’unificazione dello stato jugoslavo.
Una serie di ulteriori passi falsi dell’impopolare sovrano, come quello di decretare decaduti tutti i senatori ostili, sostituendoli con persone a lui fedeli, nonché  la sospensione della costituzione (1903), non fecero altro che peggiorare la sua situazione e renderlo sempre più debole e solo. Egli tentò invano di costituire un nuovo esecutivo e di cambiare, ancora una volta, la linea dinastica, proponendo una iniziativa di legge in parlamento che avrebbe decretato, in caso non avesse avuto figli legittimi, il principe Mirko del Montenegro, secondogenito del principe Nicola I, legittimo erede al trono di Serbia.
Tale ulteriore smacco fu, per i congiurati, il tuono dietro il fulmine. Tra la notte del 10 e 11 giugno del 1903 la congiura militare, guidata da Dimitrijević, decise di porre per sempre fine alla odiata dinastia e alle sue politiche troppo dinastiche e poco nazionaliste. I congiurati circondarono il Palazzo Reale di Belgrado e vi fecero irruzione, catturando i due sovrani e massacrandoli seduta stante. Dopo la loro morte, i loro cadaveri vennero più volte mutilati ed infine gettati dalle finestre del palazzo.
A compimento di ciò, forti del potere acquisito, i congiurati decisero di affidare il trono alla dinastia avversaria dei Karagjorgjević, già principi di Serbia in passato, nella figura di Pietro I.
Con questa mossa i militari nazionalisti misero le mani sulle leve del potere serbo, mantenendo legami strettissimi e di dipendenza sia con il governo che con la monarchia, segnando così il brusco cambio di rotta della Serbia nel panorama delle relazioni internazionali, allontanandola sempre di più da Vienna e spingendola verso Pietroburgo. Iniziava così il conto alla rovescia verso la fatidica data che avrebbe per sempre infranto quel mondo: il 28 di giugno del 1914.

lunedì 10 giugno 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1934 la nazionale italiana di calcio batte la Cecoslovacchia e conquista il suo primo titolo mondiale.
Seconda edizione del Campionato del Mondo, l’Italia ottiene l’organizzazione della manifestazione nell’ottobre del 1932 superando la concorrenza della Svezia. Da quel momento l’apparato organizzativo del regime si mise in moto per poter trasmettere alle altre nazioni un’immagine positiva dell’Italia. Ospitalità, organizzazione, strutture, entusiasmo popolare e, ovviamente, prestazioni sportive mirate al conseguimento della vittoria finale dovevano impressionare favorevolmente atleti, addetti ai lavori, giornalisti ed anche i tifosi arrivati nel nostro Paese per questa importante manifestazione. Per raggiungere questo scopo nulla fu lasciato al caso, tutto fu preparato con la massima attenzione ed impegno. La gestione tecnica degli azzurri era stata affidata fin dal 1929 a Vittorio Pozzo, dirigente della Pirelli con un passato da calciatore , un anno nel Grasshoppers e cinque nel suo Torino fino al ritiro dall’ attività agonistica avvenuto nel 1911. Aveva già ricoperto il ruolo di tecnico della squadra nazionale in due occasioni sfortunate (olimpiadi di Stoccolma 1912 e di Parigi nel 1924) dimettendosi subito dopo le sconfitte che esclusero l’Italia da quelle due edizioni dei giochi olimpici. Ottenuto l’incarico dal presidente della F. I. G. C. Leandro Arpinati, Pozzo accettò ponendo una condizione alquanto inusuale: non essere retribuito!
Alla prima edizione svoltasi nel 1930 in Uruguay, nella quale prevalse proprio la nazione ospitante, l’Italia non si iscrisse. La nazionale italiana si apprestava, quindi, a giocare il primo mondiale della sua storia tra le mura amiche.
Le nazioni iscritte furono 22. Dopo la gara eliminatoria contro la Grecia del 25 marzo, conclusasi con un secco punteggio (4-0) il torneo azzurro iniziò con gli ottavi di finale contro gli Stati Uniti. Si giocò il 27 maggio a Roma allo Stadio Nazionale del P. N. F. (odierno Flaminio) ed il risultato non lasciò nessun dubbio: 7-1. Nei quarti l’Italia si trovò davanti la Spagna del fortissimo portiere Zamora. Il “Giovanni Berta” di Firenze fu teatro di una sfida davvero combattuta tra le due nazionali. Dopo i tempi supplementari, conclusi con un pareggio (1-1) il regolamento imponeva la ripetizione della gara il giorno successivo. Così fu: il 1° giugno la partita fu rigiocata e questa volta gli azzurri prevalsero grazie ad una rete di Meazza al 12°.
L’estremo difensore iberico non giocò la ripetizione forse a seguito di un infortunio occorso durante la prima sfida e venne sostituito da Nogues. L’Italia approdò alle semifinali, di fronte la fortissima selezione austriaca. La partita fu giocata il 3 giugno a Milano, nell’impianto di S. Siro. Grazie ad una rete del forte attaccante giallorosso, l’argentino naturalizzato italiano Enrique Guaita al 19° della prima frazione, l’Italia ebbe la meglio. L’Italia volò in finale. Nell’altra semifinale la Cecoslovacchia sconfisse la Germania 3-1 con una tripletta di Nejedly che alla fine del torneo risulterà capocannoniere con 5 segnature.
La finale Italia Cecoslovacchia si gioca allo Stadio Nazionale del P. N. F. a Roma davanti al Duce ed alle massime autorità tra le quali anche esponenti della Famiglia Reale e Jules Rimet, presidente della F. I. F. A.. Per l’importante appuntamento con la storia l’ex tenente degli alpini Vittorio Pozzo conferma gli undici scesi in campo una settimana prima contro l’Austria: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi. La Cecoslovacchia del selezionatore Petru scende in campo con: Planicka, Zenisek, Ctyroky, Kostalek, Cambal, Krcil, Junek, Svoboda, Sobotka, Nejedly, Puc. Ad arbitrare l’incontro il signor Eklind della federazione svedese; Ivancics (Ungheria) ed il tedesco Birlem i segnalinee. Alle 16,55 Caligaris, alfiere della nazionale azzurra, fa il suo ingresso in campo portando il tricolore. Alle 17 il calcio d’inizio. Nei primi minuti azzurri pericolosi con Guaita ed Orsi ma Planicka, capitano della nazionale cecoslovacca, fa buona guardia. Al 25°, a seguito di una punizione Combi esce a vuoto e Sobotka, a colpo sicuro, trova sulla sua strada Monti pronto a salvare la porta azzurra. Meazza impegna in un paio di occasioni il fortissimo Planicka, l’Italia attacca ma la nazionale cecoslovacca si rende pericolosa in alcune occasioni. Negli ultimi minuti del primo tempo Orsi sfiora il vantaggio calciando fuori una facile occasione. Si va negli spogliatoi a reti inviolate. Nella ripresa gli azzurri all’attacco: Schiavio in due occasioni ravvicinate e Orsi cercano il vantaggio ma Planicka è insuperabile. Si arriva così al 25°: mischia furiosa nell’area italiana, Ferraris manca l’intervento, Monti non riesce a rimediare ed allora interviene Svoboda che cede il pallone a Puc che, con un rapido dribbling mette fuori causa Monzeglio sparando verso la porta di Combi una cannonata imprendibile. Cecoslovacchia in vantaggio. L’Italia accusa il colpo; mancano 20 minuti alla fine e si è sotto di un gol. La partita diventa nervosa. Nejedly, Svoboda e Puc sfiorano il raddoppio. Al 32° Svoboda colpisce la traversa; al termine dell’incontro la sua squadra conterà ben 3 legni colpiti. Si giunge così a 9 minuti dal termine, minuto 35°: da Ferrari a Guaita che passa ad Orsi, l’attaccante cerca di liberarsi per il tiro e lo effettua. La palla rimbalza sul muro eretto dalla difesa della nazionale in maglia scarlatta ma lo stesso Orsi è il più lesto nel recuperare la sfera che calcia nuovamente verso la porta cecoslovacca. Questa volta il forte Planicka non può arrivarci: 1-1. Minuti finali tesissimi. Eklind fischia la fine dei 90 minuti regolamentari. Si va ai supplementari. Al 4° minuto del primo tempo Schiavio segna il gol della vittoria. Davanti a 50.000 spettatori, di cui ben 11.000 cecoslovacchi, la nazionale italiana conquista il suo primo titolo mondiale. Al termine dell’incontro avviene la premiazione: Coppa della Vittoria e Coppa del Duce alla squadra vincitrice, a ritirarla il capitano Combi che sale in tribuna insieme a Planicka, capitano cecoslovacco e Szepan, capitano della nazionale tedesca premiata come terza classificata in seguito alla finalina vinta contro l’Austria per 3-2. Coppa del CONI per Planicka e Coppa della F. I. G. C. per Szepan; i due capitani ritirano i trofei assegnati alle rispettive nazionali.

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