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sabato 20 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1303 Bonifacio VIII istituisce lo "Studium Urbis", ossia l'odierna università La Sapienza.
Il passato della Sapienza comincia allora. Benedetto Caetani convince il suo predecessore Celestino V ad abdicare e diventa papa con il nome di Bonifacio VIII. Sostenitore della supremazia universale del papato, Bonifacio si scontra con Filippo IV di Francia e dopo aver redatto la bolla Unam Sanctam, dove ribadisce la supremazia del pontefice su tutte le podestà della terra, lo scomunica nel 1303. Nello stesso anno Bonifacio con la bolla In suprema praeminentia dignitatis fonda lo Studium Urbis, l’Università di Roma. L’Università viene collocata fuori dalle mura vaticane, ubicazione che, se non risolve i vincoli esistenti tra l’università e il clero, segna tuttavia l’inizio di un nuovo rapporto tra la città di Roma e gli studiosi che in essa giungevano da tutte le parti del mondo.
Lo Studium Urbis acquista man mano importanza e prestigio e dal 1363 riceve dalla città di Roma un contributo stabile. La sede di Trastevere non è più sufficiente; così nel 1431 papa Eugenio IV, per dare all’Università una struttura più articolata, affianca al Rettore quattro amministratori e provvede all’acquisto di alcuni edifici nel rione Sant’Eustachio, tra piazza Navona e il Pantheon. In quell’area sorgerà duecento anni dopo lo storico palazzo della Sapienza, oggi sede dell'Archivio di Stato.
Nei primi anni del Cinquecento fu il figlio di Lorenzo De’ Medici, papa Leone X a dare un forte impulso all’Università romana, chiamando a Roma da tutta Europa studiosi famosi che le conferirono prestigio. È a Roma che per la prima volta in Europa vengono introdotte materie come i simplicia medicamenta, base della spagirica, un sistema di cure che a partire dall’energia presente nell’uomo cerca di ristabilirne l’equilibrio turbato dalla malattia. È in quegli anni che lavora nello Studium Urbis Bartolomeo Eustachio, uno dei fondatori della scienza anatomica moderna. Fu sempre papa Leone X a dare impulso agli insegnamenti storici, umanistici, archeologici e scientifici. Nel 1592 papa Clemente VIII chiama a Roma Andrea Cesalpino che l'anno dopo fornisce la prova della circolazione sanguigna e dimostra che esiste una corrente centripeta opposta rispetto a quella che, tramite l'aorta e i suoi rami, porta il sangue dal cuore alla periferia.
Nel 1660 lo Studium Urbis si trasferisce nella nuova sede, il palazzo in Corso Rinascimento che prende il nome di Sapienza dall’iscrizione posta sopra il portone principale: Initium Sapientiae timor Domini. Presso quella sede prestigiosa, che oggi ospita l’Archivio di Stato, nel 1670 viene fondata da Alessandro VII Chigi la biblioteca Alessandrina. Messi papali sono inviati nei paesi del vicino Oriente per procurare testi, volumi, alfabeti e grammatiche. A metà del Settecento un nuovo impulso viene dato all’Università da Benedetto XIV che regolamenta i percorsi di studio e i concorsi a cattedra, introduce nuovi insegnamenti come fisica sperimentale, chimica e matematiche sublimi, porta da tre a cinque i corsi di laurea: materie sacre, giurisprudenza, medicina e chirurgia, arti e filosofia e lingue. Benedetto ritiene ragionevole anche stanziare adeguate risorse per attrezzature e gabinetti scientifici mostrando l’utilità di accompagnare le riforme con le risorse necessarie per portarle avanti.
Quando lo spirito della Rivoluzione francese raggiunge Roma e, nel 1798, viene proclamata la prima Repubblica romana, si cerca di dare una nuova impostazione all’Università fondando l’Istituto nazionale per le scienze e per le arti e di rendere culturalmente più autonomi gli insegnamenti. Ma la speranza legata a Napoleone dura poco e lo spirito laico degli studenti deve aspettare la repubblica romana della primavera dei popoli. Nel 1849 un battaglione di studenti universitari si copre di gloria combattendo a difesa della Roma repubblicana di Mazzini, Saffi e Armellini, contro Napoleone III e le truppe francesi. Quando nel 1870 i bersaglieri completano l’unità d’Italia, sollevando i pontefici dall’ingrato e pur così difeso compito di esercitare il potere temporale, inizia un periodo di riforme significative per l’università romana. L’Italia in quegli anni è immersa nello spirito europeo e il ministro dell’Istruzione del nuovo Stato è Terenzio Mamiani, filosofo e intellettuale di altissimo livello. Con la sua azione e quella dei suoi successori la Sapienza ha modo di aprirsi in senso laico alle nuove correnti del pensiero moderno europeo.
Lo spirito patriottico che caratterizza la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento contiene in sé elementi diversi, tra i quali anche i germi del nazionalismo. Così, a ridosso della prima guerra mondiale, lo scontro tra interventisti e internazionalisti si ripropone nell’Università con manifestazioni anti tedesche, costringendo il rettore Alberto Tonelli, lui stesso convinto interventista, a sospendere le lezioni e a chiudere l’Ateneo. La guerra lascia un segno profondo nella vita dell’Università tanto che, terminato il conflitto, viene conferita la laurea per onore a tutti gli studenti caduti.
Gli anni del dopoguerra e lo scontro sociale che ne segue avviano il nostro paese verso la dittatura fascista. Il regime, che considera l’università e la scuola luoghi privilegiati per la propaganda, impone nel 1931 a tutti i docenti l’obbligo di un giuramento di fedeltà al duce pena la sospensione dall’insegnamento per chi avesse rifiutato. Su 1200 professori italiani solo dodici hanno il coraggio di opporsi rifiutando il giuramento. Fra questi quattro professori della Sapienza: Ernesto Buonaiuti, professore di storia del cristianesimo, Giorgio Levi della Vida, professore di studi orientali, Vito Volterra, professore di matematica e fisica, Gaetano De Sanctis, professore di storia antica. Tutti perdono il lavoro. Qualche altro docente preferisce chiedere il pensionamento anticipato piuttosto che sottomettersi all'obbligo del giuramento, come Antonio de Viti De Marco, professore di scienza delle finanze. Gli altri si piegano e il regime li ricompensa edificando una prestigiosa città universitaria: la nuova sede, progettata da Marcello Piacentini, viene inaugurata nel 1935 con cerimonie grandiose alla presenza della famiglia reale. Ma il clima in Italia diventa sempre più difficile per gli studiosi e inizia la migrazione dei cervelli. Enrico Fermi rimane a Roma fino al 1938. Quando riceve il premio Nobel, il fascismo ha appena promulgato le leggi razziali; Fermi, la cui moglie è di religione ebraica, dopo aver ritirato il premio a Stoccolma, emigra a New York. Lo segue un suo allievo, Emilio Segrè, che era salito in cattedra alla Sapienza dieci anni prima. L’anno dopo lascia Roma per gli Stati Uniti anche un giovane laureato in giurisprudenza della nostra università, Franco Modigliani, che riceverà nel 1985 il Nobel per l’economia.
Dopo la seconda guerra mondiale inizia una nuova ricostruzione: i docenti che avevano perso il posto per motivi politici o razziali vengono reintegrati nell’insegnamento e si ripristina l’elezione diretta del rettore e delle altre cariche accademiche.
Con gli anni Sessanta inizia una nuova fase. L’Italia vive il boom economico e si comincia a respirare un’aria nuova, il primo governo di centrosinistra apre una stagione di riforme, la Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II realizza una svolta più attenta al contributo della scienza al progresso dell’umanità, il partito comunista italiano dopo i fatti di Ungheria rompe con l’Unione Sovietica e accentua una sua elaborazione politica autonoma. Gli studenti aumentano in modo significativo, l’università invece rimane ancorata alle logiche tradizionali, il fermento studentesco si traduce in scontri violenti tra studenti di destra e di sinistra. Il 27 aprile del 1966 lo studente Paolo Rossi muore sulle scalinate di Lettere e filosofia durante una incursione di studenti di destra. Gli studenti e i professori per protesta occupano in modo non violento diverse facoltà. Per la prima volta nella storia il rettore Ugo Papi si trova costretto a dimettersi.
Poi il sessantotto, la contestazione, le occupazioni, Valle Giulia, il movimento studentesco e insieme le proteste e le attese di studenti e operai per un mondo più giusto. Nel 1969 sotto la spinta della protesta studentesca il Governo liberalizza l’accesso alle università.
Si apre una fase di grandi speranze e di grande partecipazione. In questi anni le scienze sociali, che in Italia erano state compresse dall’impostazione gentiliana, trovano finalmente uno sbocco accademico: nascono negli anni ’70  i corsi di laurea in psicologia e sociologia che diventeranno facoltà nel 1991.
Gli avvenimenti successivi fanno parte della storia recente: la burrascosa stagione del 1977, la rottura tra il movimento degli studenti e il sindacato, a cui segue una fase di disincanto e di scarsa partecipazione degli studenti che si riscuotono solo negli anni novanta con il movimento della Pantera. L’Italia vive i cosiddetti anni di piombo; l'università è colpita con gli assassini di due illustri docenti: Vittorio Bachelet nel 1980 e Ezio Tarantelli nel 1985.
La preoccupazione per la dimensione eccessiva della Sapienza porta a promuovere lo sviluppo di altre due importanti università statali: l’Università di Tor Vergata e Roma Tre che negli anni si affermano raggiungendo anch’esse dimensioni considerevoli.
È un rettore ingegnere a riportare la Sapienza a un ruolo centrale nello sviluppo delle politiche universitarie italiane: Antonio Ruberti. È a lui che si deve il recupero del nome Sapienza. Il suo impegno lo porta negli anni successivi a diventare il primo ministro dell’Università e della ricerca scientifica nel nostro Paese.
Dopo una lieve flessione nelle iscrizioni la Sapienza ha ripreso a crescere e rimane il più grande ateneo d’Europa, con circa 112.000 studenti e 8.000 dipendenti tra professori, impiegati e tecnici. Le riforme che hanno riguardato il sistema universitario alla fine degli anni Novanta hanno portato a una forte espansione dell’offerta formativa e delle strutture della Sapienza. A partire dal 2009 è iniziato un processo di riordino che ha portato all’adozione nel 2010 del nuovo Statuto, ispirato a criteri di razionalizzazione e a principi meritocratici. Le facoltà, oggi 11, hanno assunto un ruolo di coordinamento e di supervisione, mentre i dipartimenti, ridotti a 63, si occupano di didattica e ricerca.
Il futuro della Sapienza comincia oggi dal suo passato e dal contributo di tutte le componenti della comunità universitaria.

venerdì 19 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1927 l'attrice Mae West venne condannata a 10 giorni di prigione e a una multa di 500 dollari, per l'accusa di "oscenità e corruzione della morale della gioventù" nell'aver diretto e interpretato la commedia "Sex". La commedia fu la prima scritta dalla promettente starlet di 34 anni, che presto divenne una tra le persone più pagate in America, in gran parte per merito della notorietà ricevuta per le  proteste su "Sex" e per le sue tre successive commedie: Drag (poi rinominata "L'uomo del piacere" per Broadway), una commedia sull'omosessualità; Diamond Lil, che introdusse il suo personaggio più caratteristico, poi ripreso in tutta la carriera successiva; e The Constant Sinner, commedia che fu fatta chiudere dal procuratore distrettuale dopo due sole serate. L'uomo del piacere fu recitata per una sola serata, prima che anch'essa venisse chiusa e l'intero cast arrestato per oscenità; tuttavia grazie a un giudice clemente furono tutti rilasciati.
In Sex, Mae West interpretava una prostituta di nome Margie La Monte intenta a migliorare la propria vita con la ricerca di un riccone da sposare. Prima che lo show venisse bloccato nel febbraio del 27, più di 325000 persone fecero la coda per assistervi dal suo debutto nel 26 (37 rappresentazioni).
Mae West cenò varie volte col direttore del carcere di Welfare Island e sua moglie, durante la permanenza nel penitenziario. Venne rilasciata per buona condotta, una cosa che non mancò di riferire ai giornalisti in seguito: "la prima volta che nella mia vita ebbi qualcosa grazie a una buona condotta"...
Nonostante le pessime critiche le sue commedie continuarono a vendere bene, in parte grazie alla controversia riguardante i soggetti. Presto Mae si guadagnò l'attenzione dei produttori di Hollywood. A 38 anni la maggior parte delle attrici di allora cominciavano la parabola discendente; la West invece a quell'età iniziò la sua carriera cinematografica quando la Paramount Pictures le offrì un contratto di 5000 dollari a settimana (circa 80000 di oggi). Le permise inoltre di riscrivere le proprie battute nei film, come nel primo, "Night after night", in cui chiarì il tono del suo personaggio fin dalla prima battuta, in cui una ragazza le dice "Mio Dio, che splendidi diamanti" alla quale West risponde "Dio non ha nulla a che fare con loro, mia cara". Nell'arco di tre anni divenne la seconda persona più pagata in America, alle spalle del solo William Randolph Hearst.
Mae West morì nel 1980 ad 87 anni, dopo aver subito due infarti. Recitava ancora pochi anni prima di morire, nella sua ultima grande produzione, il musical Sextette del 1978.

giovedì 18 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1775 Paul Revere compie la sua storica cavalcata notturna.
A partire dal 1775 le tensioni tra le colonie americane e il governo di Londra erano ormai al punto di rottura, soprattutto in Massachusetts, dove i leader del movimento rivoluzionario avevano formato un governo ombra e addestravano milizie in vista dello scontro con le truppe britanniche che presidiavano Boston, e che vedevano ormai inevitabile. Nell’Aprile di quell’anno il generale Thomas Gage, che agiva come governatore del Massachusetts, ricevette istruzioni da Londra di sequestrare tutte le armi da fuoco e la polvere da sparo che si sapeva i rivoltosi tenevano nelle campagne circostanti Boston.
Il 18 Aprile egli ordinò al tenente colonnello Francis Smith e al maggiore John Pitcairn di porsi al comando di 650-900 soldati e marciare contro Concord e Lexington, dove si credeva numerosi depositi di armi fossero nascosti. Consapevole che i movimenti delle sue truppe erano tenuti sotto sorveglianza, Gage tentò di mantenere segrete le sue intenzioni non dicendo nulla del piano ai suoi ufficiali fino all’ultimo momento. Ma qualcosa filtrò poiché a partire dal 16 gli americani compresero che Gage stava preparandosi a qualcosa di importante e avvisarono il dottor Joseph Warren, il leader provvisorio del Congresso Provinciale del Massachusetts. Costui ottenne presto conferma che i soldati si sarebbero mossi per arrestare Samuel Adams e John Hancock, i leader del Congresso ricercati dalle autorità di Boston ed operanti in clandestinità in una località alla periferia della città portuale. Proprio il 16 Warren inviò a Concord Paul Revere, l’orafo che aveva realizzato la famosa incisione del Massacro di Boston del 1770 ed attivo da anni per la causa rivoluzionaria, a spargere la voce di stare all’allerta più del solito poiché gli Inglesi stavano per passare all’azione.
Fu nel pomeriggio di Martedì 18 Aprile che il tredicenne Sam Ballard udì un discorso fra due ufficiali inglesi su un imminente raid a Lexington e Concord che convalidava l’intenzione di arrestare Adams e Hancock, mentre altre voci confermarono a Revere che le truppe britanniche stavano approntando le imbarcazioni per attraversare il fiume Charles. Alle 10 di quella notte Warren decise di inviare Revere e William Dawes, un calzolaio, a Lexington dove Adams e Hancock alloggiavano, affidando a Revere un messaggio scritto di suo pugno per i cospiratori. Allo stesso tempo i due dovevano avvisare la popolazione e i ribelli di prendere le armi e contrastare gli inglesi laddove possibile. Revere stava per lanciarsi in una corsa a cavallo di 20 miglia che avrebbe innescato gli eventi che portarono al primo scontro aperto fra coloni e truppe inglesi sul suolo americano e sarebbe stata immortalata nella poesia di Longfellow nel 1860.
I due presero percorsi separati in caso uno di loro venisse arrestato. Dawes andò via terra attraverso la penisola di Boston, mentre Revere inizialmente attraversò in barca il fiume presso Charlestown, dove per poco non venne catturato, prima di proseguire a cavallo. Nel frattempo i patrioti di Charlestown aspettavano un segnale da Boston che li informasse del movimento del nemico. Quando due lanterne apparvero appese al campanile della Old North Church, il punto più alto della città, segno che gli inglesi avevano attraversato il fiume a Cambridge, i coloni armati iniziarono a partire nella notte alla volta di Lexington e Concord. Lungo la strada, Revere e Dawes destarono centinaia di coloni, ma nessuno di loro urlò a squarciagola nella notte “Arrivano gli Inglesi!”, come è stato loro più volte attribuito. Il successo della loro missione dipendeva dalla segretezza e le campagne pullulavano di pattuglie inglesi. Inoltre molti coloni si consideravano leali sudditi della corona e avrebbero potuto a loro volta dare l’allarme o tentare di bloccarli. Si trattò piuttosto di un messaggio che venne comunicato nelle case abitate da simpatizzanti alla causa rivoluzionaria, a cui fu semplicemente detto “Arrivano i soldati!”, invitandoli a spargere la voce e ad armarsi. In questo modo in breve tempo vi furono diversi corrieri che andarono di villaggio in villaggio e nelle fattorie circostanti.
Revere arrivò per primo a Lexington poco dopo la mezzanotte di Mercoledì 19 e trovò Adams e Hancock nell’abitazione di Jonas Clack dove consegnò loro il messaggio di Warren. Hancock e Adams fuggirono in direzione di Woburn, mentre Revere veniva raggiunto in Lexington dopo mezz’ora da Dawes, con cui ripartì alla volta di Concord. Lungo la strada incontrarono Samuel Prescott, un giovane patriota che stava tornando a casa a cavallo dopo aver fatto visita ad un’amica e che si unì a loro. Di lì a poco i tre cavalieri s’imbatterono in una pattuglia di soldati che sorvegliava la strada per Concord.
Prescott riuscì a fuggire e raggiunse la cittadina dove diede l’allarme. Dawes inizialmente si sottrasse alla cattura ma fu arrestato poco dopo, mentre Revere fu subito fermato ed interrogato sotto la minaccia delle armi. Gli chiesero se fosse a conoscenza dei piani dei ribelli e dove si trovassero i depositi di munizioni. Revere gli rispose semplicemente dicendogli che a Concord vi erano 500 miliziani a altri 1.500 stavano arrivando. I soldati si avviarono quindi col prigioniero verso Concord dicendogli che se avesse tentato la fuga gli avrebbero sparato senza esitazione.
A circa mezzo miglio dall’abitato sentirono un suono di fucileria che andava crescendo. Credendo a ciò che Revere aveva dichiarato e temendo per la loro vita, lo liberarono, dopo avergli preso il cavallo e datogliene uno stanco.
Revere incontrò poi Adams e Hancock sulla via di Woburn, e venne rimandato alla taverna di Buckman a Lexington dove Hancock aveva dimenticato alcuni documenti riguardanti il Congresso. In quel frangente egli poté ancora sentire i colpi che venivano sparati a Concord.
Nel frattempo verso le 5 del mattino del 19 Aprile, 700 soldati Inglesi comandati da Pitcairn arrivarono a Lexington per trovare un contingente di 77 miliziani guidati da John Parker ad aspettarli. Pitcairn ordinò alla milizia di deporre le armi e tornarsene a casa, e tale era ancora l’autorità della corona che diversi coloni stavano per ubbidire, quando improvviso partì uno sparo, quel primo colpo di fucile “udito in tutto il mondo” il cui responsabile rimase sconosciuto. Gli inglesi aprirono allora il fuoco sul gruppo di miliziani che risposero e presto una nuvola di fumo ricopri la zona circostante. Quando il fuoco cessò, e la milizia si ritirò nei boschi, sul terreno erano rimasti 8 morti e una dozzina di feriti, tutti coloni. I soldati ripresero la marcia per Concord dove sarebbero stati messi in rotta. In questo modo ebbe inizio la prima battaglia della Rivoluzione Americana.
Una statua equestre dedicata a Paul Revere fu posta nel 1940 lungo Hanover Street nei pressi della Old North Church da cui partì il segnale che avvisò i coloni. Essa ricorda gli eventi della notte fra il 18 e 19 Aprile 1775 che insieme allo scontro di Lexington segnarono l’inizio della guerra per l’indipendenza.

mercoledì 17 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1944 Berceto, in Toscana, fu teatro di una tragica strage nazifascista.
Gli abitanti della piccola frazione di Berceto, nell’aprile 1944, aspettavano come tanti Italiani la fine della guerra, che ormai andava avanti da quasi quattro anni: dopo lo sbarco alleato in Sicilia, anche la penisola era teatro di scontri e battaglie furiose tra gli Anglo-Americani in risalita e le forze tedesche della Wermacht, con le truppe della Repubblica Sociale Italiana, che tentavano una strenua resistenza. Sfondata la Linea Gustav, l’avanzata degli Alleati raggiunse il 6 giugno 1944 (lo stesso giorno dello sbarco in Normandia) la città di Roma e, nell’agosto seguente, Firenze. A questo punto, le truppe alleate vennero bloccate dalla nuova linea difensiva, la Gotica, che correva dalla Versilia, si snodava lungo la Valle della Garfagnana, per raggiungere il settore adriatico tra Rimini e Forlì. Anche le forze partigiane, nelle retrovie, cominciarono ad intensificare gli attacchi e gli agguati agli avamposti tedeschi e italiani più isolati, spesso causando, come unico risultato, feroci rappresaglie che colpivano la popolazione civile. Come se non bastasse, dal cielo piovevano tonnellate e tonnellate di bombe sganciate dai bombardieri inglesi e americani. Un triste destino colpì anche Berceto, piccolo agglomerato del Comune di Rufina, alle porte di Firenze.
Il 16 aprile 1944, un gruppo di quattro partigiani scese verso le abitazioni cercando un riparo per la notte, trovandolo presso alcune case di contadini: per evitare eventuali rappresaglie, visti i movimenti delle truppe tedesche nelle vallate circostanti, i quattro rassicurarono le famiglie che li ospitavano che sarebbero ripartiti l’indomani mattina, alle prime luci dell’alba. Venne il giorno dopo e i partigiani indugiarono a partire, fino a mattina inoltrata: improvvisamente, un reparto tedesco fece irruzione nell’abitazione, catturando subito due dei partigiani presenti, mentre i rimanenti fuggirono; fu poi appurato che i due che riuscirono ad allontanarsi erano due informatori delle autorità tedesche. A questo punto, dopo aver fucilato i due ricercati, le truppe tedesche si rivalsero su quei civili che avevano dato ospitalità e riparo ai due partigiani: nella rappresaglia che ne seguì, vennero uccise nove persone (cinque donne, due bambine di pochi anni e due anziani): Alessandro e Isola Ebicci, di 78 anni e 49 anni; Fabio e Iolanda Soldeti, di 81 anni e 19 anni; Giulia Vangelisti, di 46 anni, e le sue quattro figlie, Bruna (23 anni), Angelina (22 anni), Anna Maria (3 anni) e Iole (9 anni), unitamente ai due partigiani, Gugliemo Tesi e Mauro Chiti. Come segno di riconoscenza per il tributo di sangue offerto dalla piccola Berceto, è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Merito Civile alla frazione: “Nel corso del secondo conflitto mondiale, la popolazione della cittadina toscana, animata da fiera ostilità nei confronti del regime fascista, per aver favorito la lotta partigiana, venne fatta oggetto di una feroce rappresaglia. La Frazione di Berceto fu teatro di una atroce strage, nella quale furono uccisi undici civili, fra cui donne, bambini ed anziani. Nobile esempio di sacrificio ed amor patrio. Berceto, Frazione di Rufina, Firenze, 17 aprile 1944”.

martedì 16 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 1971 i Rolling Stones pubblicano "Brown Sugar", una hit che conquisterà le vette delle classifiche musicali di tutto l'Occidente.
I Rolling Stones sono uno dei gruppi rock più famosi del pianeta e uno dei più importanti dell’intera storia del rock. Di origine britannica, sono formati da Mick Jagger (voce, armonica, chitarra), Keith Richards (chitarra, voce), Ronnie Wood (chitarra, cori), Charlie Watts (batteria, percussioni).
Insieme sono diventati una leggenda del rock mondiale, punto di riferimento per tutti gli artisti in questo campo e soprattutto idoli per diverse generazioni di giovani e non solo. La loro musica può definirsi il perfetto mix di rock e blues, evolvendosi proprio dai ritmi del rock and roll degli anni ’50.
I Rolling Stones (spesso indicati solo come Stones) sono diventati famosi oltre che per la loro musica anche per la loro trasgressione: furono tra i primi a fare riferimento nelle loro canzoni alla droga, al sesso, all’alcool e molto spesso passarono dal testo alla realtà, trasgredendo anche nella vita e diventando icone degli eccessi. Furono infatti chiamati “brutti, sporchi e cattivi” proprio per la loro vita borderline, in contrapposizione ai Beatles, l’altro gruppo inglese entrato nella storia della musica, ma universalmente riconosciuto come quello dei bravi ragazzi.
In realtà tra i due gruppi non c’erano grosse rivalità ma rapporti di stima e di amicizia. I Rolling Stones però premevano molto su questa contrapposizione, proprio per proporsi come una band fuori dal coro e dagli schemi.
Le “pietre rotolanti” erano originariamente cinque ragazzi inglesi appassionati di rhythm & blues, che adoravano suonare la chitarra e soprattutto la buona musica. I cinque erano molto diversi per estrazione sociale e infanzia; alcuni di loro nacquero da genitori insegnanti (Lewis Brian Jones), altri invece da famiglie operaie (Keith Richards), altri ancora di estrazione sociale più elevata (Charles Watts era figlio di un pilota della RAF).
I ragazzi si conobbero sui banchi di scuola e la musica ebbe sempre un posto importante nelle loro vite: iniziarono a suonare prima da soli e poi nei gruppi parrocchiali, intraprendendo la strada della musica.
L’unione ufficiale e la nascita dei Rolling Stones avvenne il 12 luglio 1962 quando negli studi della BBC il musicista Alexis Corner chiese al gruppo di sostituirli nella registrazione televisiva: suonarono così insieme Brian Jones, Mick Jagger, Keith Richards, Mick Taylor e Ian Stewart.
L’esordio ufficiale avvenne nel tempio del rock di Londra, il Marquee e il successo fu presto enorme.
Nel gennaio del 1963 Charlie Watts entrò ufficialmente nel gruppo sostituendo Tony Chapman alla batteria.
Gli anni dell’esordio (1962-1963) li vide associarsi all’etichetta Decca Records e contrapporsi ai Beatles come immagine e target. Famoso fu lo slogan pubblicitario: “Lascereste andare vostra figlia con un Rolling Stone?”.
Nel 1965 per la prima volta ottennero un enorme successo con il brano “Satisfaction”. Proprio in questo periodo Jones e Richard introdussero la tecnica della tessitura di chitarra (guitar weaving): i due chitarristi suonano la parte ritmica e solistica nello stesso momento. Richard dichiarò che ascoltando alcuni lavori di gruppo gli venne in mente questa tecnica per far assomigliare il suono di due chitarre a quello di quattro o cinque.
Nel 1966 uscì il primo disco composto da canzoni esclusivamente scritte da loro “Aftermath”. Seguì un periodo di concerti e un successo mondiale, dal quale però i componenti del gruppo uscirono piuttosto stanchi, anche a causa dell’eccessivo uso di alcool e droga.
Nel 1969 Brian Jones morì in circostanze misteriose: venne sostituito nel gruppo da Mick Taylor. Brian sarà però sempre rimpianto per l’immagine che diede al gruppo.
Il periodo di Taylor fu però comunque importante per il riavvicinamento al blues e alla freschezza di nuovi arrangiamenti ma sarà sostituito nel 1974.
Gli anni Settanta trascorsero tra successi in vetta alla classifica, come gli album Black and blue, Love you live e Some girls.
Nel 1974 Mick Taylor decise di abbandonare il gruppo, provocando grandi difficoltà agli Stones. Venne chiamato Ry Cooder che accompagnò la band nel tour di quell’anno; alla fine anche Ry Cooder non seppe gestire la convivenza con la sregolata formazione inglese, così per sostituirlo venne ingaggiato nel 1975 Ron Wood (amico di vecchia data che lavorò in passato con Rod Stewart nel Jeff Beck Group e nei Faces).
Keith Richards e Mick Jagger iniziarono poi ad avere delle divergenze: il primo voleva tornare al rock and roll, il secondo invece avvicinarsi al pop.
Si sentì così nell’aria lo scioglimento e la crisi, sancita con la pubblicazione nel 1988 da parte di Keith Richards del suo primo album da solista (Talk is cheap).
Negli anni 90’ i Rolling Stones tornarono a calcare le scene e a produrre un album ogni tre anni, seguito da tour mondiali.
Così dal 2000 in poi proseguirono i mega concertoni che la band tenne in tutto il mondo senza mai perdere spettatori e pubblico. In Italia i Rolling Stones vennero più volte; una delle più recenti esibizioni fu quella del 22 giugno 2014 a Roma, al Circo Massimo, davanti ad un pubblico di 71.000 spettatori.
Il mito dei Rolling Stones continua attraverso le generazioni, incarnando l’ideale di musica rock, aggressiva, potente e forte. Il loro simbolo (la lingua con la bocca spalancata) è diventato una delle icone più famose del mondo a dimostrazione che nonostante tutti i cambiamenti, i periodi di crisi e lo scioglimento, i brutti-sporchi e cattivi della musica mondiale non hanno mai mollato.



lunedì 15 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 2010 l'eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull provoca il caos per l'aviazione europea.
Fu un evento di portata storica, che dimostrò come le attività umane siano vulnerabili e fragili anche nel XXI secolo di fronte ai fenomeni naturali.
L’immissione nell’atmosfera di enormi quantità di cenere, dovute al parziale scioglimento del ghiacciaio Eyjafjallajökull che ricopriva l’area del cratere, obbligò le autorità alla sospensione dei voli per intere settimane in tutto il continente europeo per il rischio di danneggiamento ai velivoli. Vennero cancellati decine di migliaia di voli, e milioni di passeggeri restarono a terra.
Il periodo peggiore fu fra il 14 ed il 23 aprile 2010, ma ci furono nuovi blocchi fino a maggio. Un anno dopo, nel 2011, ci fu un nuovo blocco, stavolta più ridotto.
L’attività vulcanica dell’Eyjafjöll,  uno stratovulcano situato nel sud dell’Islanda ed il cui nome è stato spesso confuso con quello del ghiacciaio che lo ricopre, iniziò a fine 2009 dopo circa due secoli di inattività, incrementando fino all’eruzione del 20 marzo 2010 classificata di grado 1 nell’indice di esplosività vulcanica (VEI). Da allora e fino al 14 aprile 2010, l’attività fu di tipo effusivo.
Il 14 aprile iniziò una seconda fase eruttiva, di tipo esplosivo (anche se non particolarmente violenta). Fu a questo punto che il ghiacciaio che ricopriva l’area craterica venne a contatto con il magma incandescente fuoriuscito dal cratere: questa interazione generò una enorme colonna di cenere che durò per settimane. Il pennacchio raggiunse e superò gli 8 km di altezza ed iniziò a muoversi verso est spinto dai venti occidentali. In poche ore i venti trasportarono la nube di cenere su mezza Europa. La cenere vulcanica è formata da particelle di materiale prevalentemente siliceo di diametro inferiore ai 2 mm. Sono perciò estremamente sottili ed allo stesso tempo abrasive. Proprio questo costrinse le autorità alla chiusura degli spazi aerei, perché le minuscole particelle silicee possono portare alla rottura dei motori dei velivoli, ed anche all’abrasione dei finestrini, determinando un serio rischio di incidente.
Già il 14 aprile iniziava il caos negli aeroporti: il Regno Unito chiudeva l’intero spazio aereo costringendo a terra oltre 400mila persone, seguito da Danimarca, Norvegia e Svezia. Anche la Francia chiudeva gli aeroporti di Parigi ed altre 23 città, seguito in serata dalla Polonia. Anche la Spagna sopprimeva ben 500 voli.
L’Italia risentiva subito della cancellazione dei voli per il Nord Europa. Ma quello era solo l’inizio di dieci giorni di passione. Solo due giorni dopo, il 16 aprile, la situazione iniziava a diventare emergenziale, almeno a vederla dal punto di vista della società moderna, caratterizzata da spostamenti rapidi sia commerciali che turistici. Ammontava già a milioni il numero di passeggeri a terra (molti dei quali accampati nelle sale d’aspetto degli aeroporti), ben 34.000 erano i voli cancellati, mentre i treni e i bus e in generale tutti gli spostamenti via terra venivano presi d’assalto.
Il 16 aprile  l’ENAC, l’ente nazionale dell’aviazione civile italiano, bloccava la circolazione aerea sui cieli del Nord Italia. La situazione di blocco andò avanti fino al 23 aprile, quando a macchia di leopardo iniziarono a riprendere i voli. Tuttavia anche nelle settimane seguenti, fino al maggio 2010, ci furono nuovi blocchi dovuti alle nuove dispersioni di cenere sull’Europa.
La paralisi del traffico aereo, oltre a mettere a nudo le fragilità di uno dei pilastri della società moderna, la velocità nei collegamenti, ebbe importanti ripercussioni anche su eventi geopolitici, sportivi, artistici, oltre che effetti sulla vita di migliaia di persone (mancati appuntamenti, lavori perduti, eccetera).
Molti leader mondiali fra cui Obama e Sarkozy non riuscirono a raggiungere Cracovia in Polonia, dove il 18 aprile si svolgevano i funerali di Stato del presidente della Repubblica Kaczynski, morto in un controverso incidente aereo.
La cancelliera tedesca Merkel invece, che volava da Washington a Berlino, fu costretta ad atterrare in Italia ed a tornare in Germania in macchina. Ci furono poi effetti su partite di calcio, concerti, eventi fieristici. La squadra del Barcellona, impegnata nella partita di andata delle semifinali di Champions League contro l'Inter, fu costretta ad arrivare a Milano in pullman. Meno spettatori, calciatori e rock band costrette a lunghi viaggi via terra. Treni e bus vennero presi d’assalto mentre i social network mostrarono in questo caso la loro utilità nel mettere in contatto passeggeri rimasti a terra, per condividere ad esempio il viaggio in automobile. Anche da lì prese forza il fenomeno del car-sharing diventato poi sempre più importante negli anni a venire.
Il blocco del traffico aereo fece ragionare anche sul risparmio di combustibile e sulle minori emissioni di gas serra da parte degli aerei rimasti a terra. Il blocco dell’industria aerea europea fece risparmiare, secondo alcune stime circa 350.000 tonnellate al giorno di CO2 (anche se non bisogna scordare l’apporto di gas serra da parte del vulcano). Ne guadagnò anche l’inquinamento acustico. In quei giorni di primavera 2010 i cieli erano insolitamente privi di aerei in volo, e nelle aree prossime agli aeroporti regnava un insolito silenzio. L’evento fece ragionare anche sulla tangibilità delle distanze: montagne ed oceani tornavano ad essere l’ostacolo geografico di sempre, superabile solamente con lunghe ore di viaggio e con molta pazienza, e le migliaia di chilometri tornavano ad essere una distanza non banale, anche psicologicamente.

domenica 14 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
Il 14 aprile 2012 il calciatore del Livorno Piermario Morosini muore in campo durante la partita Pescara Livorno.
Per la giustizia, la morte di Piermario Morosini ha dei colpevoli. In primo grado, inflitte tre condanne per omicidio colposo per il decesso in campo del giocatore del Livorno: un anno di reclusione per il medico del 118 di Pescara, Vito Molfese, e otto mesi per il medico sociale della squadra toscana, Manlio Porcellini, e il medico del Pescara, Ernesto Sabatini.
È la sentenza pronunciata da Laura D'Arcangelo, giudice del tribunale monocratico di Pescara.
Morosini morì il 14 aprile del 2012. Il giocatore del Livorno si accasciò a terra al 29' del primo tempo, sul terreno di gioco dello Stadio ‘Adriatico’ di Pescara, mentre era in corso l'incontro di serie B tra la squadra abruzzese e gli amaranto. Morosini non aveva ancora compiuto 26 anni. Secondo l’autopsia, il calciatore è deceduto per una cardiomiopatia aritmogena. Fulcro dell'inchiesta della magistratura, le carenze nelle procedure di soccorso, in particolare il mancato uso del defibrillatore, nonostante ce ne fossero due nello Stadio ‘Adriatico’ e un terzo a bordo di un'ambulanza. Il pm Gennaro Varone aveva chiesto una condanna a due anni per Molfese e l'assoluzione, perché il fatto non costituisce reato, per Porcellini e Sabatini. Al momento della lettura della sentenza il medico del Livorno, Porcellini, era l'unico imputato presente in aula. I tre imputati sono stati anche condannati, insieme alla Asl di Pescara e alla Pescara Calcio, al pagamento di una provvisionale di 150mila euro. L'avvocato di parte civile, per conto della sorella del calciatore, aveva chiesto un risarcimento danni complessivo di 330mila euro.
La notizia della morte del giocatore ebbe risalto in tutto il mondo: in Spagna, per esempio, all'inizio di Real Madrid-Sporting Gijón, è stato osservato un minuto di silenzio al Santiago Bernabéu, mentre il Barcellona è sceso in campo con il lutto al braccio.
Il Vicenza e il Livorno hanno ritirato le maglie numero 25 a poche ore dalla scomparsa. Il Vicenza inoltre ha deciso di intitolare a lui il Centro tecnico di Isola Vicentina. In suo onore è stato istituito un memorial dal titolo La speranza... in un ricordo e gli sono state intitolate la Gradinata dello Stadio Armando Picchi di Livorno e la Curva Sud dello Stadio Atleti Azzurri d'Italia di Bergamo. Un anno esatto dopo la sua morte gli è stato intitolato il settore ospiti (curva sud) dello Stadio Adriatico di Pescara.

sabato 13 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1863, ancora fiaccato dalla ferita dell'Aspromonte, Giuseppe Garibaldi riceve numerose visite nella sua casa bianca di Caprera.
Giuseppe Garibaldi giunse per la prima volta a Caprera il 25 settembre 1849. Arrestato dopo la fuga da Roma si era deciso di mandarlo esule a Tunisi, ma il Bey non volle accoglierlo e la nave che lo trasportava, comandata dal maddalenino Francesco Millelire, ebbe ordine di sbarcarlo a La Maddalena in attesa di determinazioni. Gli era compagno il fido "Leggero", il maddalenino Giovanni Battista Culiolo, che lo aveva seguito in tutte le sue peregrinazioni e che aveva avuto la sorte di assisterlo nel momento di maggior sconforto: la morte di Anita nella pineta di Ravenna.
Ad accogliere gli esuli c'era a Cala Gavetta tutta la popolazione; Leggero rimetteva piede sul suolo natio dopo tanti anni e tutti volevano conoscere l'uomo di cui era giunta nell'isola l'eco di tante gesta. Numerosi altri maddalenini gli erano stati vicini: Giacomo Fiorentino era stato il primo caduto della prima battaglia di Garibaldi in difesa della Repubblica di Rio Grande do Sul e Antonio Susini, eroe della battaglia del Salto, era stato da lui lasciato al comando della Legione Italiana di Montevideo.
Durante quel primo soggiorno Garibaldi volle conoscere i parenti dei suoi fidi ed in particolare i Susini ai quali rimarrà poi legato da indissolubili vincoli di amicizia. Si recò a trovarli nella casa di Barabò, nella frazione Moneta, Dove i Susini si apprestavano alla vendemmia. Partecipò con loro al lavoro dei campi, alle soste gioiose, ai pranzi alle partite di caccia e di pesca. Proprio in quei giorni fu protagonista di un ardimentoso intervento ancora oggi ricordato da una lapide posta sulla facciata della casetta di Barabò. Durante una battuta di pesca salvò da sicura morte tre uomini e un bambino rovesciatisi con la barca. Uno di questi, tale Tarentini, era forse il padre dell'unico maddalenino che partecipò all'impresa dei mille.
A La Maddalena, dopo tante peripezie, Garibaldi conobbe finalmente una pausa di tranquillità in mezzo a gente nella quale poteva identificarsi: gente ardimentosa, fiera, ma semplice e schietta. Il suo primo soggiorno durò appena un mese, ma forse fu determinante per tutta la sua vita futura. Prima di lasciare l'isola e partire verso l'esilio di Tangeri, indirizzò al sindaco Nicolò Susini una lettera, oggi riprodotta nell'atrio del palazzo comunale, nella quale esprime gratitudine all'intera popolazione per l'accoglienza ricevuta.
Al ritorno dalla sua seconda avventura americana, deciso a mettere su casa e a dedicarsi alla famiglia, Garibaldi inizia il cabotaggio nel Mediterraneo. I frequenti viaggi lo riportano in Sardegna e a La Maddalena. Innamoratosi della terra sarda decise di acquistarvi un terreno e stabilirvisi definitivamente. Le sue attenzioni caddero dapprima sulla penisola di Capo Testa che contrattò con i fratelli Pes, detti "frati Pilosi", successivamente gli fu proposto l'acquisto dell'isola di Coluccia, nei pressi di Porto Pozzo, ma furono i Susini a dissuaderlo consigliandogli di stabilirsi nell'isola di Santo Stefano. Garibaldi, infine, prescelse Caprera e con l'aiuto dei suoi amici riuscì a comprare alcuni appezzamenti di terreno dapprima da tale Ferracciolo e poi dagli inglesi Collins.
Nel 1856, dopo aver riattato a Caprera la vecchia casa di un pastore ormai ridotta a pochi ruderi, aiutato nei lavori dal figlio Menotti, si reca a Londra col duplice scopo di acquistare un imbarcazione e convincere la fidanzata inglese Emma Roberts a venire a vivere con lui nell'isola. Ma Emma per l'opposizione dei figli, non poté seguirlo e Garibaldi fece ritorno col suo sospirato "cutter" che in ricordo del fallito fidanzamento volle battezzarlo con il nome di "Emma". Ritornato a Caprera iniziò i suoi commerci tra Nizza, Genova e la Sardegna trasportando anche materiali per la costruzione della sua casa. Trasportò per prima cosa una casa di legno smontata che installò accanto alla prima casetta e così, nell'estate del 1856 poté essere raggiunto dai figli accompagnati da Battistina Ravello che egli aveva assunto per accudirli. Ma il destino doveva ancor più legarlo alla sua isola. Il 7 gennaio 1857, al ritorno da un viaggio da Genova, l'"Emma", carica di calce, pozzolana, ferro e legnami, naufragò nei pressi di Caprera; fu una svolta decisiva nella sua vita, da quel momento egli decise di abbandonare il mare e di dedicarsi definitivamente all'agricoltura.
Ben presto creò a Caprera, una piccola comunità di pastori, mezzadri, fattori e amici; la casa venne ingrandita e vennero via via aggiunte tutte le strutture necessarie: il forno, il mulino a vento, il magazzino per gli attrezzi, la stalla e la dispensa. Circondato dall'affetto dei maddalenini e dei pastori galluresi presso i quali si recava sovente, Garibaldi, da avventuriero qual era stato, divenne finalmente uomo, padre di famiglia, patriarca di una comunità che il pensatore rivoluzionario russo Bakunin che si recò a visitarlo nel 1864, definì "una vera repubblica democratica e sociale".
E a Caprera maturò il suo sogno di unità d'Italia con Roma Capitale. Gli avvenimenti successivi appartengono alla grande storia, ma pochi sanno che dopo lo storico incontro di Teano, dopo aver consegnato a Vittorio Emanuele un regno di nove milioni di abitanti, Garibaldi fece ritorno a Caprera con un sacco di sementi, tre cavalli e una balla di stoccafisso. Lo seguivano alcuni amici fedeli e per pagarsi le spese di viaggio gli fu necessario prendere a prestito 3.000 lire.
A Caprera, però, Garibaldi non fu solo agricoltore, come la storia ci ha ormai abituato a pensare. Colui che aveva posto le basi dell'Unità d'Italia, divenne "il vate di Caprera" e Caprera fu meta di migliaia di persone, di misteriosi emissari, di influenti personaggi. Andavano a trovarlo rappresentanti di tutti i movimenti indipendentisti o rivoluzionari europei, dai russi ai greci, agli ungheresi, ai polacchi agli spagnoli e per tutti egli aveva parole di esortazione, consigli, preziose direttive. Nel settembre del 1861, si reca a trovarlo il Ministro degli Stati Uniti per conoscere la sua decisione all'offerta fattagli dal presidente Lincoln di porsi al comando delle truppe confederate.
Il resto, come abbiamo detto, appartiene alla grande storia. Nel suo anelito verso Roma Garibaldi fu inseguito e ferito da armi italiane, più volte arrestato conobbe l'ingiuria del carcere. Quella che è invece è poco nota è la sua vita a Caprera, specie negli ultimi anni, quando le conseguenze della ferita di Aspromonte, l'artrite e la malaria contratta in Sudamerica ne minavano il corpo, ma non l'indomato spirito. Schivo di onori e di ricompense, visse gli ultimi anni della sua vita in assoluta povertà. Gli fu compagna devota e fedele Francesca Armosino, una popolana piemontese che gli aveva dato tre figli e che egli riuscì a sposare due anni prima della morte dopo avere ottenuto l'annullamento del matrimonio con la contessina Raimondi.
Il "Leone di Caprera" si spense alle 6 del pomeriggio del 2 giugno 1882 e nella Casa Bianca di Caprera l'orologio fu fermato ed i fogli di un grande calendario non furono più staccati: segnano ancora oggi l'ora e il giorno della morte dell'eroe. Il suo corpo, come egli aveva desiderato, non fu cremato: non potevano essere bruciate e disperse le spoglie dell'eroe. E di quelle spoglie i maddalenini si proclamarono subito gelosi custodi mutando lo stemma comunale in quello attuale che raffigura il "Leone di Caprera", che simboleggia Garibaldi, irto su uno scoglio che rappresenta l'isola a lui tanto cara. Da quello scoglio le spoglie dell'eroe, come dice il motto latino che contorna lo stemma araldico del comune di La Maddalena, vigilano e proteggono le coste d'Italia.

venerdì 12 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1175 termina l'assedio di Alessandria da parte delle truppe dell'imperatore Federico Barbarossa, che ne esce sconfitto.
Alessandria, città di medie dimensioni adagiata sulla pianura padana, alla confluenza del Bormida e del Tanaro, porta d’ingresso del Monferrato, offre una leggenda molto suggestiva.
Alessandria nacque nella seconda metà del secolo XII, con il nome di Civitas Nova, su un nucleo urbano già esistente costituito dall’antico borgo di Rovereto con l’aiuto dei feudi vicini di Marengo, Borgoglio, Gamondio, Solero, Villa del Foro, Oviglio e Quargnento, che intendevano ribellarsi degli Aleramici, allora signori del Monferrato.
In questo le popolazioni furono supportate dai comuni della Lega Lombarda, in contrasto con il marchesato del Monferrato, principale alleato del Barbarossa.
La città, fondata ufficialmente nel 1168, in quell’anno assunse il nome attuale in onore di Papa Alessandro III, ampio sostenitore in quel periodo delle azioni della Lega Lombarda contro il Sacro Romano Impero che aveva scomunicato Federico Barbarossa.
Il 29 ottobre 1174 Alessandria subì un attacco delle forze imperiali: cominciò così un lungo assedio che terminò il 12 aprile 1175, con la resa degli uomini del Barbarossa, attaccati e colti impreparati dagli alessandrini.
E’ proprio durante l’assedio, che inizia la nostra storia.
Cinta da mura di pietra, e fatte di paglia i tetti delle sue case, Alessandria era sotto l’assedio duro delle truppe di Federico Imperatore, solo venti chicchi di grano a testa erano rimasti agli abitanti mentre fuori dalle mura l’esercito dell’Imperatore aveva cibo a volontà. Il Barbarossa ogni giorno saliva al colle di San Salvatore per guardare di lontano la lenta morte della città assediata.
Sulle mura, ogni sera faceva la sua comparsa un suonatore, e la musica in lontananza lasciava strani effetti anche sugli assedianti che alle note di quella dolce melodia sentivano salire la malinconia della lontananza dalle loro case.
Viveva nel borgo un contadino, Galgliaudo Aulari, e la sua mucca e, se non fosse stato perché era la sola che possedeva, era persino la sua preferita, ma era così magra e denutrita da far spavento; da quando la città era sotto assedio non poteva più farla pascolare nella campagna e il buon Gagliaudo si tormentava nel vederla così.
Dall’alto delle mura Gagliaudo guardava i cavalli dell’esercito di Barbarossa pascolare liberi poi, guardando la sua mucca sentiva una gran pena in cuore a vederla ridotta pelle e ossa a morir di fame e parlando sottovoce disse tra sé e sé… “Bisogna pur trovare una soluzione…”
Mentre Gagliaudo era intento nei suoi pensieri a cercare soluzioni per poter far pascolare la sua mucca, si teneva il Consiglio dei Sapienti di Alessandria. ” Alessandria è condannata” brontola un consigliere, “ci resta un solo sacco di grano”, dice l’abate Leone, “domani ci dovremo arrendere all’imperatore “ ma, mentre si sta prendendo questa grave decisione bussa alla porta Gagliaudo con il cappello in mano e la mucca al fianco.
“Che vuoi Gagliaudo, vieni qui a far pascolare la tua mucca?”  “non sono qui per chiedere”, disse Gagliaudo, “ma per fare una proposta che se accetterete farà libera Alessandria”. Un mormorio si diffuse presto tra i presenti, Gagliaudo non era certo stimato come un pensatore ma, visto che non c’erano altre soluzioni all’orizzonte, decisero di starlo ad ascoltare. Così, quello che tutti consideravano uno sciocco contadino al contrario propose un trucco furbo e un po’ birbante per ingannare il Barbarossa . Dopo una lunga discussione e visto che comunque tutto era ormai perduto il Consiglio decise di tentare.
Ecco che Gagliaudo uscito con la sua mucca ed il sacco di grano versò gran parte del grano dentro la greppia e lo diede da mangiare alla mucca trattenendone per sé un paio di chili; uomini donne e bambini affamati guardavano mangiare l’animale furiosi nel vedere un tale affronto e le guardie riuscirono a stento ad impedire una vera ribellione; Gagliaudo invece uomo di rispetto andò a mangiare di nascosto dagli altri che certo non avrebbero potuto comprendere il suo intento.
Quando l’animale fu sazio di frumento la spinse a una delle porte e spaventatala con un gran urlo la fece scappare per poi mettersi a correrle dietro gridandole: “Torna che non hai ancora finito la tua biada!”
Mucca e contadino finirono ben presto tra le spade dei soldati del Barbarossa ed in fine al cospetto di lui che con stupore chiese da dove provenivano. “Da Alessandria, Imperatore!”. “E come mai questa vacca non è magra e stecchita? Cos’ ha mangiato?” “Grano”, disse Gagliaudo e nel dire la gran frottola levò il mantello per far vedere la sua pancia ben piena e tonda dal grano che aveva anche lui mangiato.
“Bugiardo!” disse l’imperatore, “chi mente a me merita la morte!”
“No sire, giuro! Il grano è la sua biada, ne abbiamo tanto che persino cani e porci lo mangiano ma questa disgraziata è scappata perché stanca del grano voleva fieno e l’erba fresca del prato”.
Barbarossa fu colto da mille ire ed esplose dicendo: “Bene ora la tagliamo in due e vediamo se dici il vero, chiamate un macellaio”.
Ma Gagliaudo che aveva a cuore la vita della sua mucca disse all’imperatore: “Sire anche la vita di una vacca è sacra al cuore del nostro Creatore perché sia tolta senza un buon motivo, tu puoi sapere la verità anche senza ucciderla, ciò che entra da una parte esce dall’altra se avrai la pazienza di aspettare un poco”.
L’imperatore trovata la proposta convincente convenne d’aspettare che uscisse la sostanza; ed ecco che nell’accampamento si trovarono tutti in attesa dell’evento e, dopo aver atteso il giusto tempo, si sciolse il mistero!!
“allora è vero”, disse il Barbarossa, “nella città c’è cibo in quantità se viene dato da mangiare agli animali!”
Ecco che scoppiò una gran protesta tra le truppe ormai stanche e Federico Barbarossa convinto che la città avrebbe resistito ancora per troppo lungo tempo, decise di togliere l’assedio.
Ancora oggi, Gagliaudo è stato immortalato in due sculture, una all’angolo del Duomo che da su Via Parma, ed un’altra, sempre in Piazza Duomo, con un’iscrizione di Umberto Eco che recita così:
“A Gagliaudo Aulari, che ci ha insegnato come si possa risolvere un conflitto senza uccidere alcun essere umano. Se il mondo lo ha dimenticato, ricordiamolo noi.”

giovedì 11 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 1961 debutta a New York Bob Dylan.
Bob Dylan, al secolo Robert Zimmermann, nasce il 24 maggio del 1941 a Duluth, Minnesota (USA). A sei anni si trasferisce a Hibbing, al confine con il Canada, dove inizia a studiare pianoforte e a fare pratica su una chitarra acquistata per corrispondenza. Già a dieci anni scappa di casa, dalla sua cittadina mineraria di confine col Canada per andare a Chicago.
A 15 anni suona in un complessino, i Golden Chords, e nel 1957 al liceo conosce Echo Hellstrom, la Girl From The North Country di qualche anno dopo. Con Echo, Bob divide i primi amori per la musica: Hank Williams, Bill Haley e la sua Rock Around The Clock, un poco di hillbilly e country & western. Frequenta l'università a Minneapolis, nel 1959, e contemporaneamente inizia a suonare nei locali di Dinkytown, il sobborgo intellettuale della città, frequentato da studenti, beat, militanti della New Left e appassionati di folk. Al Ten O'Clock Scholar, un locale poco distante dall'università, si esibisce per la prima volta come Bob Dylan, eseguendo "traditionals", brani di Pete Seeger e pezzi resi popolari da Belafonte o dal Kingston Trio.
A questo proposito, bisogna sfatare la leggenda che vuole il nome "Dylan" mutuato dal celebre poeta gallese Dylan Thomas. In realtà, nella sua stessa biografia ufficiale, il cantante ha dichiarato che, pur ammirando l'illustre poeta, il suo nome d'arte non ha nulla a che vedere con esso.
"Avevo subito bisogno di un nome e ho scelto Dylan. Mi è venuto in mente così senza pensarci su troppo... Dylan Thomas non c'entrava affatto, è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. Ovviamente sapevo chi fosse Dylan Thomas ma non ho affatto scelto deliberatamente di riprendere il suo nome. Ho fatto più io per Dylan Thomas di quanto lui abbia mai fatto per me."
Nello stesso tempo, però, Dylan non ha mai chiarito da dove avrebbe tratto questo nome e perché. Ad ogni modo, Bob Dylan è diventato il suo nome anche legalmente a partire dall'agosto del 1962.
Preso dalla musica, gira per l'America solo e senza un soldo. E' di fatto un menestrello ambulante, in questo emulo di un suo grande idolo e modello, Woody Guthrie. Nel 1959 trova il suo primo impiego fisso in un locale di strip-tease. Qui è costretto ad esibirsi fra uno spettacolo e l'altro per intrattenere il pubblico, che però non mostra di apprezzare un gran che la sua arte. Anzi, spesso lo fischia e lo prende a male parole. I suoi testi, d'altronde, non possono certo cogliere gli stati d'animo di rozzi cowboy o duri camionisti. Nell'autunno del '60 si realizza un suo sogno. Woody Guthrie si ammala e Bob decide che questa può essere l'occasione propizia per conoscere finalmente il suo mito. Molto coraggiosamente, si fa annunciare nell'ospedale del New Jersey dove trova un Guthrie malato, poverissimo e abbandonato. Si conoscono, si piacciono e ha così inizio un'intensa e vera amicizia. Sulla spinta degli incoraggiamenti del maestro, inizia a girare i locali del Greenwich Village.
Il suo stile, tuttavia, si distingue nettamente dal maestro. E' meno "puro", decisamente più contaminato con le nuove sonorità che cominciavano ad affacciarsi nel panorama musicale americano. Inevitabili, seguono le critiche da parte dei più accaniti sostenitori del folk tradizionale, che lo accusano appunto di contaminare il folk con il ritmo del rock'n'roll. La parte più aperta e meni tradizionalista del pubblico, invece, saluta in lui l'inventore di un nuovo genere, il cosiddetto "folk-rock". Una parte non indifferente di questo nuovo stile è rappresentato d'altronde da strumentazioni tipiche del ruspante rock, come ad esempio la chitarra e l'armonica amplificate.
In particolare, poi, i suoi testi colpiscono in profondità i cuori dei giovani ascoltatori perché si sintonizzano sulle tematiche care alla generazione che si preparava a fare il '68. Poco amore, poco romanticismo consolatorio ma molta mestizia, amarezza e attenzione ai problemi sociali più scottanti. Viene ingaggiato per aprire un concerto del bluesman John Lee Hooker al Gerde's Folk City e la sua performance viene entusiasticamente recensita sulle pagine del New York Times.
In breve cresce l'attenzione nei suoi confronti (partecipa ad alcuni festival folk assieme ai grandi del genere come Cisco Houston, Ramblin' Jack Elliott, Dave Van Ronk, Tom Paxton, Pete Seeger e altri) ottenendo anche un provino con il boss della Columbia John Hammond che si tramuta subito in un contratto discografico.
Registrato alla fine del 1961 e pubblicato il 19 marzo 1962, l'album d'esordio Bob Dylan è una raccolta di brani tradizionali (tra cui la celebre House Of The Rising Sun, ripresa in seguito dal gruppo The Animals e In My Time Of Dyin, bersaglio di una rivisitazione anche da parte dei Led Zeppelin nell'album del 1975 Physical Graffiti) per voce, chitarra e armonica. Due sole le canzoni originali scritte da Dylan: Talkin' New York e l'omaggio al maestro Guthrie Song To Woody.
A partire dal 1962 comincia a scrivere una gran quantità di brani di protesta, canzoni destinate a lasciare il segno nella comunità folk e a diventare dei veri e propri inni dei militanti per i diritti civili: ne fanno parte Masters Of War, Don't Think Twice It's All Right, A Hard Rain's A-Gonna Fall e, soprattutto, Blowin' In The Wind.
Dopo più di trent'anni, diventato ormai un mito, un'icona popolare senza eguali (si parla addirittura di una sua candidatura al Premio Nobel per la letteratura), nel 1992 la sua casa discografica, la Columbia, decide di organizzare un concerto in suo onore al Madison Square Garden di New York City: l'evento è trasmesso in mondovisione e diventa sia un video che un doppio CD intitolato Bob Dylan - The 30th Anniversary Concert Celebration (1993). Sul palco, tutti nomi leggendari del rock americano e non; da Lou Reed a Stevie Wonder da Eric Clapton a George Harrison ad altri ancora.
Nel giugno 1997 è improvvisamente ricoverato in ospedale per una rara infezione cardiaca. Dopo le apprensioni iniziali (dovute anche allo stillicidio di notizie attendibili riguardanti le sue reali condizioni di salute), nel giro di poche settimane vengono annunciati per settembre la ripresa dell'attività concertistica e, finalmente, la pubblicazione (più volte rimandata) di un nuovo album di canzoni originali in studio. Poco dopo, quasi completamente riabilitato, prende parte ad uno storico concerto per Giovanni Paolo II in cui si esibisce di fronte al pontefice. Nessuno avrebbe mai detto di poter vedere una scena simile. Il menestrello però, alla fine della sua esibizione, si toglie la chitarra, si dirige verso il pontefice, e togliendosi il cappello, gli prende le mani ed effettua un breve inchino. Un gesto davvero inatteso da parte di chi, per dirla con le parole di Allen Ginsberg (riportate da Fernanda Pivano, la grande americanista amica dei Beats): "[Dylan]...rappresenta la nuova generazione, quello è il nuovo poeta; [Ginsberg] mi chiedeva se mi rendevo conto di quale mezzo formidabile di diffusione disponesse adesso il messaggio grazie a Dylan. Ora, mi diceva, attraverso quei dischi non censurabili, attraverso i juke-box e la radio, milioni di persone avrebbero ascoltato la protesta che l'establishment aveva soffocato fino allora col pretesto della "moralità" e della censura".
Nell'aprile del 2008 i prestigiosi premi Pulitzer per il giornalismo e le arti hanno insignito Bob Dylan, quale cantautore più influente dell'ultimo mezzo secolo, di un riconoscimento alla carriera.
Nel 2016 riceve il Premio Nobel per la Letteratura, per aver "creato una nuova poetica espressiva all'interno della grande tradizione canora americana".

mercoledì 10 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 10 aprile.
Il 10 aprile 1896 Spyridon Louis vince la medaglia d'oro nella prima maratona delle Olimpiadi moderne.
Nato il 12 gennaio 1872 a Maroussi, un piccolo villaggio nei dintorni di Atene (Grecia), Spiridon Louis è l'atleta che la storia dello sport mondiale ricorda per essere stato il vincitore della maratona della prima Olimpiade dell'era moderna. Ultimo di cinque figli di una modesta famiglia contadina, non si hanno notizie certe sulla sua professione: secondo alcuni Spiridon è un pastore, da altre fonti viene invece descritto come portatore d'acqua.
In base a ciò che riporta il podista lombardo Carlo Airoldi, giunto nel 1896 ad Atene per partecipare ai Giochi olimpici ma non ammesso in quanto considerato atleta professionista, Spiridon è un soldato dell'esercito greco che, dopo aver abbandonato le armi, aiuta suo padre nel caricare acqua minerale acquistata ad Atene.
Per svolgere tale lavoro, Louis Spiridon è solito percorrere una media di circa trenta chilometri al giorno, quindi pur non essendo un atleta di professione, di certo non gli manca l'allenamento.
Il 25 marzo 1896 arriva diciassettesimo alla gara di qualificazione per la maratona delle Olimpiadi, ma solo i primi sedici atleti vengono ammessi. Il sindaco di Atene, che è colonnello e conosce bene Spiridon per le sue ottime doti di militare, convince la giuria a farlo partecipare alla competizione olimpica. Il 10 aprile 1896 l'atleta greco Spiridon Louis entra nella storia dell'atletica e in quella dello sport vincendo la maratona della I Olimpiade dell'era moderna.
La gara viene disputata dalla piana di Maratona, lo storico luogo in cui avvenne la battaglia tra Ateniesi e Persiani fino al centro della città: in tutto sono circa quaranta chilometri, e Spiridon li percorre 2 h 58' 25''. Nella storica gara il favorito è il connazionale Harilaos Vassilakos, che però arriva secondo. La maratona ha una valenza storica per i Greci, in quanto rievoca la corsa di Filippide dalla città di Maratona fino ad Atene per portare l'annuncio della vittoria sulla Persia. Essere arrivato primo alla Olimpiade rende Louis Spiridon famoso e popolare in tutta la Grecia.
E' da ricordare come la distanza della maratona moderna di 42,195 Km venne ufficializzata solo nel 1921.
Gli abitanti del piccolo villaggio natio, Maroussi, fanno a gara per offrire a Spiridon Louis pranzi gratis ogni giorno e caffè per tutta la vita in trattoria, doni in natura, ecc. L'atleta accetta soltanto in regalo un carretto ed un cavallo per proseguire la sua attività di caricatore di acqua, che lo aiuta a fare meno fatica. Anche successivamente Spiridon conduce una vita alquanto modesta, e dopo la morte della moglie, nel 1927, cade in miseria per una serie di sfortunate circostanze.
Nel 1926 viene accusato di falsificazione di documenti militari e viene rinchiuso in prigione, dove vi resta per un anno. I giornali infangano la reputazione dell'atleta, che invece viene dichiarato innocente. Il Ministero dell'Interno gli fa così ottenere una pensione per i servizi resi alla nazione.
Nel 1936 Spiridon Louis viene invitato come tedoforo della fiamma olimpica a Berlino, e qui offre una corona di lauro di Olimpia ad Hitler. Questa è l'ultima volta che Spiridon compare pubblicamente: quattro anni dopo, il 26 marzo 1940, muore nella sua città natale all'età di 68 anni.
In suo onore è stato costruito lo Stadio Olimpico a Maroussi. Nel 2012 il trofeo da Spiridon conquistato nella Maratona olimpionica è stato messo all'asta dal nipote, che si trovava in difficoltà economiche a causa della profonda crisi che ha colpito pesantemente la Grecia.
La medaglia, ed altri cimeli, è stata acquistata dal Marathon Run Museum di Maratona, ed è ora esposta a ricordare lo storico evento.

martedì 9 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 aprile.
Il 9 aprile 1241 a Liegnitz (Polonia) fu combattuta una battaglia decisiva per impedire l'invasione dell'Europa da parte dei mongoli.
Sulla battaglia di Liegnitz vi sono opinioni contrastanti: i polacchi, ad esempio, ancora la festeggiano come la sconfitta con la quale hanno salvato l'Europa dalla minaccia mongola, e anche i tedeschi, molto coinvolti nella battaglia, condividono questa opinione. Studiosi moderni, al contrario, ritengono che fu solo il caso -- ovvero l'improvvisa morte del Gran Khan e la successiva disputa dinastica tra i suoi figli -- a salvare l'Europa dalla conquista mongola.
Se fu una vittoria di Pirro per i mongoli, che li convinse a rinunciare alla conquista dell'Europa o solo un episodio in una campagna che aveva per i mongoli altri obiettivi nessuno può dirlo.
Vero è che i mongoli non conquistarono mai l'Europa, e quindi è ozioso chiedersi se ci sarebbero mai riusciti, ma è altrettanto vero che altri europei (gli ungheresi) furono sconfitti dalla parte principale dell'armata mongola, due giorni dopo Liegnitz, a Mohi, centinaia di chilometri a sud est, e che quindi l'enfasi particolare assunta storicamente da Liegnitz non si comprende se non si aggiunge che fu la puntata più occidentale compiuta da un'armata mongola.
La manovra di Subodai, il comandante in capo mongolo, era molto complessa: indirizzata alla conquista dell'Ungheria, era articolata su tre colonne: una centrale comandata da Batu costituiva la punta più importante, le rimanenti erano forze ridotte che avevano il compito di isolare l'avversario principale.
Gli avversari a Liegnitz erano più o meno pari numericamente: l'armata mongola guidata da Kadan era costituita da due tumen -- due unità nominalmente da 10.000 uomini ciascuna -- mentre i polacco-germanici erano attorno ai 25.000 uomini.
Enrico II il pio duca di Slesia aveva da poco unificato la Slesia con la Grande e la Piccola Polonia e di fronte alla minaccia Mongola aveva riunito un esercito eterogeneo costituito da minatori bavaresi, reclute polacche e volontari moravi, cavalieri slesiani e tedeschi e anche appartenenti ai tre ordini militari maggiori: Ospitalieri, Templari e forse Teutonici.
Un'altra armata europea di entità doppia di quella di Enrico, guidata da Wenceslao di Boemia, suo stretto parente, era ad appena due giorni di distanza da Liegnitz: ma Enrico non lo sapeva, mentre gli esploratori mongoli avevano informato il loro comandante di quella pericolosa presenza, convincendolo dell'opportunità di accelerare i tempi dello scontro.
Il duca schierò probabilmente le sue truppe a rombo: sulle ali i contingenti di reclute polacchi e di minatori bavaresi, entrambi costituiti in massima parte da fanterie; al centro il contingente di Opole con alleati moravi, e dietro questi posizionò la propria riserva con i cavalieri migliori. I mongoli si schierarono con due ali molto allargate verso l'esterno e un centro con un'avanguardia sostenuta da una riserva.
Il combattimento volse subito al peggio per gli europei: l'avanguardia mongola costrinse infatti immediatamente alla fuga il centro polacco, inseguendolo quel tanto che bastava per costringere la riserva guidata dallo stesso duca ad intervenire prematuramente.
A questo punto l'avanguardia mongola finse di fuggire in rotta e attirò gli europei oltre la distanza di sicurezza dai propri supporti. Avanzando impetuosamente i cavalieri subirono un nutrito lancio di frecce da parte delle unità mongole sui fianchi e giunsero esauste e decimate allo scontro con la riserva mongola.
Forse sui fianchi i mongoli stesero persino una cortina fumogena per occultare agli occhi del resto dell'esercito polacco il massacro che stava avvenendo poco distante.
I cavalieri proseguirono una disperata resistenza appiedati, infliggendo in questo modo ai mongoli più perdite di quante si attendessero, ma vennero sterminati fino all'ultimo uomo. Nel frattempo le unità sui fianchi poterono occuparsi delle formazioni europee rimaste arretrate ed inerti: forse un'esplosione di panico (diffuso, si narra, ad arte da un russo al servizio dei mongoli) facilitò l'attacco mongolo che si trasformò in uno spietato inseguimento.
Il duca Enrico cercò di fuggire, ma fu raggiunto e ucciso: la sua testa portata in cima ad una picca davanti a Liegnitz.
Con le orecchie destre dei morti i mongoli riempirono 9 sacchi.
In quello scacchiere, i mongoli non si spinsero oltre, deviando verso la Moravia per ricongiungersi con Batu. L'obiettivo principale dell'avanzata verso occidente rimaneva infatti l'Ungheria, e alla volta di quest'ultima aveva nel frattempo mosso l'armata principale, radunatasi sulla Vistola all'altezza di Halicz. Nella sua marcia verso Pest, Batu aveva diviso la sua armata in quattro tronconi, due ali estreme a nord e a sud, e altre due sezioni centrali, rispettivamente attraverso la Galizia, la Moldavia e la Transilvania. Riunitisi nei pressi della capitale, i tartari furono avvicinati dall'armata di soccorso allestita da Bela, ma si sottrassero allo scontro attuando un ripiegamento verso oriente. Nove giorni dopo, e, secondo la tradizione, due giorni dopo la battaglia di Liegnitz, presso il villaggio di Mohi gli ungheresi si fecero sorprendere nel sonno da una manovra a tenaglia, e fu un'ecatombe, dalla quale a stento si salvò lo stesso sovrano. Pest, naturalmente, fece una brutta fine, e il resto dell'anno gli ungheresi lo passarono a sfamare le armate mongole, prima che queste riprendessero l'avanzata verso occidente, con Vienna quale successivo obiettivo.
Durante la pausa che si presero i mongoli, Bela non riuscì, nonostante i suoi sforzi, a indurre la Cristianità a mettere in atto una crociata per fronteggiare il pericolo rappresentato dagli invasori. Il papa era allora troppo impegnato nelle sue contese con l'impero per prendersi la briga di indire una crociata in uno scacchiere che non fosse quello italico, dove egli vedeva il vero nemico della fede nell'imperatore Federico II. All'appello risposero solo i teutonici, che però preferirono scegliersi un nemico teoricamente più malleabile - e più compatibile con i loro interessi nell'area baltica -, i russi di Novgorod; finì che anche loro rimediarono una memorabile sconfitta, nella battaglia del lago Peipus per mano del principe Nevskij.
Dopo essere stato raggiunto da Kaidu, Batu attese solo che l'inverno gelasse il Danubio per poter riprendere la campagna; il khan giunse a distruggere Zagabria e fin quasi sulle rive dell'Adriatico, nei pressi di Spalato, nel tentativo di raggiungere il re ungherese in fuga, mentre la sua ala destra si spingeva in direzione di Vienna. Ma nel febbraio 1242 giunse la notizia della morte del gran khan Ögödei - avvenuta nel dicembre precedente -, che apriva la questione della successione. Batu era tenuto a partecipare al Kuriltai, e non ebbe altra scelta che tornare indietro abbandonando qualunque velleità sull'Europa.
Le sue ambizioni, tuttavia, furono frustrate dall'elezione di Guyuk, al quale Batu non rese mai omaggio, preferendo tornare ad amministrare come dominio autonomo i territori occidentali, che ormai comprendevano i principati russi, la cui capitale pose a Sarai sul Volga. Nasceva lo stato mongolo - o tartaro, come veniva chiamato dagli europei - indipendente dell'Orda d'Oro, come fu definito per via della tenda dorata di Batu; oltre ai territori russi, esso inglobava una vasta area corrispondente all'attuale Kazakistan, trasformandosi progressivamente in uno stato turco e islamico. Tenne bene ancora per un secolo, per poi subire il ritorno dei moscoviti e, soprattutto, l'aggressione di Tamerlano; in progresso di tempo, finì per dividersi in varie Orde, spesso in guerra tra loro, e perse il controllo sui territori russi, che finirono col rendersi indipendenti. Agli albori dell'età moderna Ivan IV il Terribile diede il colpo definitivo alla Grande Orda, e ai tartari rimase la sola Crimea, dalla quale i mongoli si presero una piccola rivincita riconquistando temporaneamente la capitale moscovita nel 1571, il khanato di Crimea sopravvisse fino alle soglie del XVIII secolo, per essere infine inglobato nell'impero ottomano.

lunedì 8 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 aprile.
L'8 aprile 1899 Martha Place diviene la prima donna ad essere giustiziata con la sedia elettrica negli Stati Uniti.
Martha Place (nata Garretson il 18 settembre 1849 in New Jersey), fu colpita alla testa da una slitta quando aveva 23 anni. Il fratello sostenne che non si riprese mai completamente e che l'incidente la rese mentalmente instabile. Martha sposò il vedovo William Place nel 1893. Place aveva una figlia di nome Ida dal precedente matrimonio. William sposò Martha per farsi aiutare a crescere la figlia, tuttavia si diceva in giro che Martha fosse gelosa di Ida.
La sera del 7 febbraio 1898 WIlliam Place tornò nella sua casa di Brooklyn e venne attaccato da Martha, che brandiva un'ascia. William fuggì in cerca di aiuto e la polizia trovò Martha in condizioni critiche. Giaceva sul pavimento coi vestiti sopra alla testa e i rubinetti del gas erano tutti aperti. Al piano di sopra la polizia trovò il corpo senza vita della diciassettenne Ida sul letto. La bocca sanguinava e gli occhi erano sfigurati per aver ricevuto l'acido che William usava per il suo hobby, la fotografia. Più tardi fu chiaro che Ida era morta per asfissia. Martha venne condotta all'ospedale carcerario.
Nonostante Martha si proclamasse innocente, fu giudicata colpevole per l'omicidio della figliastra e condannata a morte. Il marito William fu un testimone chiave contro di lei.
L'allora governatore di New York, Theodore Roosevelt, rifiutò di commutare la condanna all'ergastolo. Poiché non era mai stata condannata a morte una donna mediante sedia elettrica, gli incaricati decisero di tagliare la parte bassa del vestito e posizionare gli elettrodi sulle caviglie. Edwin Davis fu l'esecutore materiale. I testimoni dissero che morì istantaneamente.
Martha Place fu sepolta nella tomba di famiglia a East Millstone, New Jersey, senza rito religioso.
Sebbene sia stata la prima donna a morire su una sedia elettrica, fu solo la terza ad essere condannata a morte con questo metodo; le prime due furono la serial killer Lizzie Halliday (la cui condanna venne commutata nel 1894 alla detenzione perpetua in un manicomio criminale) e Maria Barbella (condannata nel 1895 e assolta l'anno dopo).

domenica 7 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 aprile.
Il 7 aprile 1520 Raffaello Sanzio viene tumulato nel Pantheon.
Pittore e architetto nato ad Urbino nel 1483. Probabile allievo del padre Giovanni Santi e in seguito del Perugino, si affermò ben presto come uno degli artisti più rinomati, nonostante la giovane età. In quel periodo ad Urbino c'era una vera e propria scuola pittorica che influenzò il pittore profondamente, tanto che si può dire porterà sempre con sé le tracce dell'atmosfera creatasi in quel luogo, atmosfera piena di fermento e di linfa creativa.
Dei suoi primi anni di attività sono da ricordare il "Sogno del cavaliere", lo stendardo di città di Castello, la tavola andata perduta con l'Incoronazione di S. Nicolò da Tolentino, la "Resurrezione del museo di S. Paolo", e, verso il 1503, la "Incoronazione della Vergine" (conservata nei musei vaticani) e la "Crocifissione" della National Gallery.
In queste opere si notano ancora influenze tipicamente umbre della pittura del Perugino e del Pinturicchio, pur denotandosi già un distacco dai troppo decorativi motivi dei maestri per tendere a una maggiore consistenza plastica nella costruzione delle figure.
Primo esempio grandioso di questa concezione costruttiva è lo "Sposalizio della Vergine" (ora nella pinacoteca milanese di Brera), del 1504, nel quale il valore coloristico e compositivo dell'architettura di fondo denota la mano di un artista già profondamente capace.
Alla fine del 1504 Raffaello si reca a Firenze con l'intento dichiarato di studiare le opere di Leonardo Da Vinci, Michelangelo e fra Bartolomeo. La sua evoluzione artistica nel corso del soggiorno fiorentino può essere ripercorsa esaminando i numerosi dipinti sul tema della Madonna con il Bambino. Ancora di ispirazione umbra è la "Madonna del Granduca" mentre alcune prove successive mostrano l'influenza di Leonardo (ad esempio "La belle jardinière" o la "Madonna del Cardellino"). Lo studio dell'opera di Michelangelo, invece, risulta particolarmente evidente nella cosiddetta "Madonna Bridgewater" (conservata alla National Gallery di Edimburgo). L'ultimo dipinto eseguito a Firenze, la "Madonna del baldacchino", rimase incompiuto a causa della partenza dell'artista per Roma. Qui gli viene affidato l'incarico di affrescare alcune pareti della Stanza della Segnatura. Sul soffitto dipinge in tondi ed in scomparti rettangolari alternati la Teologia, il Peccato originale, la Giustizia, Il giudizio di Salomone, la Filosofia, la Contemplazione dell'Universo, la Poesia, Apollo e Marsia. Dopo queste opere, l'artista realizza nel 1511 altre decorazioni delle Stanze Vaticane dipingendo nella stanza detta di Eliodoro le scene della Cacciata di Eliodoro, del Miracolo della Messa di Bolsena, della liberazione di S. Pietro e quattro episodi del Vecchio Testamento.
Contemporaneamente a queste opere del periodo romano, è da considerarsi egregia e interessante la raccolta di ritratti, nonché altre scene sacre e immagini di illustri e ignoti personaggi.
Nel 1514 dopo la morte del Bramante, che aveva già progettato San Pietro, il Papa lo nomina responsabile della cura dei lavori per la costruzione di San Pietro, lavorando inoltre alla realizzazione delle logge del palazzo Vaticano nel cortile di San Damasco.
Questa sua attitudine alle opere architettoniche viene spesso posta in secondo piano ma in realtà costituisce una parte fondamentale dell'attività del genio cinquecentesco. Non solo, infatti, ha realizzato la cappella Chigi in Santa Maria del Popolo ma ha anche studiato la facciata di San Lorenzo e del palazzo Pandolfini a Firenze. In questo campo, pur mantenendo quell'astratta armonia compositiva tipica delle sue opere pittoriche, è sempre assai influenzato dallo stile del Bramante.
Oltre a tutte queste opere universalmente note, Raffaello dipinse molte tele altrettanto interessanti. Tra i ritratti, genere in cui eccelleva per l'estremo realismo della rappresentazione e la capacità di introspezione psicologica, si ricordano quelli di Giulio II e di Leone X con due cardinali. Tra gli altri quadri di soggetto religioso è necessario almeno ricordare la "Trasfigurazione", rimasta incompiuta alla sua morte e completata nella parte inferiore da Giulio Romano. La tela costituirà un modello importante per i pittori del Seicento, in particolare per Caravaggio e Rubens.
Muore a Roma il 6 Aprile 1520, a soli 36 anni, all'apice della gloria, osannato e ammirato dal mondo intero quale artista che aveva incarnato al meglio l'ideale supremo di serenità e di bellezza del rinascimento. Secondo Vasari la morte sopraggiunse dopo quindici giorni di malattia, iniziatasi con una febbre "continua e acuta", causata secondo il biografo da "eccessi amorosi", e inutilmente curata con ripetuti salassi.
Le sue spoglie furono sepolte al Pantheon monumento da lui profondamente amato.

sabato 6 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 aprile.
Il 6 aprile 1830 in USA nasce il "mormonismo".
Il Mormonismo, di cui la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni è la principale organizzazione, nasce a Fayette, negli Stati Uniti. Il soprannome di mormoni dato ai suoi sostenitori deriva dal Libro di Mormon, da essi riconosciuto come un altro testo sacro assieme alla Bibbia.
I mormoni considerano la loro fede una religione di ispirazione cristiana, riconoscono in Gesù Cristo l’unico vero capo della loro Chiesa, e nella Sua espiazione, iniziata nel Getsemani e completata sulla croce, il solo ed unico salvatore del genere umano; la chiesa dei mormoni non è annoverata tra le confessioni cristiane del Consiglio Ecumenico, a causa delle dottrina sulla natura di Dio, sul Piano di Salvezza e per la Rivelazione Moderna.
La Chiesa fu fondata da Joseph Smith (1805 - 1844).
Il giovane Smith dichiarò nel 1820 di aver visto due personaggi gloriosi, rispettivamente Dio il Padre e il figlio Gesù Cristo. Nel 1823, invece, gli apparve un messaggero mandato da Dio, il cui nome era Moroni, per consegnargli delle tavole d'oro; da queste tavole nascerebbe il Libro di Mormon.
Il Libro di Mormon viene stampato nel 1830, e subito sottoposto a serrate critiche dagli altri ambienti religiosi dell'epoca. Joseph Smith fu avversato anche per la sua decisione di ristabilire la poligamia.
La Chiesa fu fondata il 6 aprile 1830 a Fayette nello stato di New York (U.S.A.) da Joseph Smith e, secondo le leggi vigenti, altre 5 persone. Nello spazio di un mese diventarono quaranta. Il nucleo di Mormoni creatosi si spostò poi a Kirtland, Ohio, dove in un periodo di sei anni superò il migliaio.
Nel 1844 Joseph e il fratello Hyrum furono assassinati in un linciaggio a Carthage, nell'Illinois, mentre erano in prigione, accusati della distruzione della tipografia di un giornale avverso ai Mormoni. L'eredità di Smith fu raccolta da Brigham Young (secondo fonti avverse ebbe 30 mogli e 66 figli), il quale guidò i Mormoni in una lunga marcia attraverso gli Stati Uniti. Dopo un lungo e faticoso viaggio arrivarono, nel luglio del 1847, nella valle del Grande Lago Salato nello Stato dell'Utah. Lì costruirono la città di Salt Lake City, che ospita tuttora il quartiere generale della "Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni".
Nel 1890 la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni rinuncia ufficialmente alla poligamia.
Nel 1978 viene estesa la possibilità del sacerdozio a tutti i membri maschi della chiesa.
Questa chiesa moderna (il cui nome potrebbe essere tradotto anche come La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi Moderni) poggia la propria dottrina e la pratica religiosa nella rivelazione continua. Da questa derivano i libri Sacri che, insieme alla Bibbia, formano l'insieme dei testi canonici.
Il primo Libro accettato quale parola di Dio al pari della Bibbia è stato il Libro di Mormon, che Joseph Smith dichiarò di avere semplicemente tradotto da tavole d'oro consegnategli da un angelo, parla della storia di alcune famiglie emigrate dall'Asia ai tempi della Torre di Babele e successivamente al tempo di Sedekia (ca. 600 AC). Successivamente le tavole originali sarebbero state riprese dall'angelo Moroni, figlio di Mormon autore della gran parte di esse.
A questo primo libro, in virtù dell'accettazione della rivelazione continua, se ne sono aggiunti altri.
- Dottrine e Alleanze contiene le rivelazioni ricevute direttamente dal fondatore Smith e da alcuni dei profeti successivi, oltre ad alcune dichiarazioni ufficiali sul matrimonio plurimo, sulla famiglia e sulle credenze fondamentali della Chiesa.
- Perla di Gran Prezzo contiene il Libro di Abramo che sarebbe la traduzione di vecchi papiri venuti in possesso dello Smith; il Libro di Mosè, sempre secondo lo Smith, ricevuto per rivelazione; gli Articoli di Fede, che potrebbero essere la sintesi dei principi fondamentali delle dottrina dei mormoni.
- La Bibbia Riveduta da JS, composta da stralci della revisione del testo biblico che stava compiendo prima di essere assassinato, non fa parte delle opere canoniche.
La liturgia della Chiesa è relativamente semplice e la stessa terminologia utilizzata ne vuole accentuare il carattere quasi laico. La Riunione Sacramentale è il centro della liturgia domenicale e si compone essenzialmente di canti (Inni Sacri), preghiere (all'inizio e alla fine), discorsi dei membri e/o dirigenti e la parte rituale del Sacramento (o Cena del Signore) dove si ricorda il sacrificio di Gesù Cristo a favore di ogni uomo. Solo le preghiere della benedizione del pane e dell'acqua (al posto del vino) hanno una formula fissa che deve essere rispettata parola per parola.
La domenica si svolgono altre riunioni sia di addestramento che di insegnamento. In particolare la Scuola Domenicale (con corsi di quattro anni) insegna i principi contenuti nelle Opere Canoniche. Le altre riunioni vengono tenute per età e uffici del Sacerdozio.
Oltre al rito domenicale della benedizione del Sacramento, aperto a tutte le persone, esistono altri riti che vengono celebrati nel Tempio. A questi riti o ordinanze possono partecipare solamente i membri che hanno dimostrato una buona fedeltà ai principi ed alle regole della Chiesa. Le ordinanze del tempio hanno un forte carattere simbolico. Esse non vengono in alcun modo spiegate o commentate (è lasciato ad ogni fedele comprenderne il significato applicandosi alla meditazione ed alla preghiera). Le ordinanze stesse, e la loro personale spiegazione, sono considerate sacre e quindi tenute riservate. In nessun caso un membro fedele utilizzerebbe tali argomenti nel corso di conversazioni private o classi al di fuori delle mura del tempio. Il ruolo centrale delle ordinanze del tempio è quello di fornire, in maniera simbolica, le chiavi per conoscere il Piano di Salvezza, la natura di Dio e dell'uomo.
Un altro rito praticato dai Mormoni è il "Battesimo per i defunti": essi sono convinti che un membro della chiesa possa battezzarsi per procura per i suoi antenati morti, ma viventi spiritualmente nell'aldilà (mondo degli spiriti). Per esempio, se il nonno di un mormone non era di questa fede e il nipote si battezza nel suo nome, anche il nonno ha la possibilità di diventare mormone accettando l'ordinanza fatta per procura. Questa credenza ha spinto la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni a creare, a Salt Lake City, la più grande raccolta di nominativi di persone vissute nel mondo, con lo scopo di battezzarle tutte nella fede Mormone.
Ad ogni membro degno è richiesto di osservare l'antica legge della Decima, cioè è tenuto a versare almeno la decima parte dei propri guadagni per "l'edificazione del Regno di Dio". Con l'utile di queste entrate, i mormoni costruiscono Templi e locali per i culti (cappelle), inoltre vengono fatti investimenti in titoli di stato e titoli azionari, per questo la Chiesa è molto ricca e gode di buona fama per la proverbiale onestà nell'amministrazione trasparente, ufficialmente revisionata da società contabili indipendenti alla Chiesa stessa.
L'attuale schema di gestione della Legge della Decima è stato man mano reso pratico a tutt'oggi dopo la rivelazione ottenuta da Lorenzo Snow, quarto Presidente e Profeta della Chiesa S.U.G. Precedentemente il meccanismo economico si era fondato da quello organizzato dallo Smith medesimo, chiamato Ordine Unito, e che faceva riferimento all'ordine che guidava i primi antichi cristiani (vedi Atti degli apostoli, l'episodio di Anania e Saffira).
È inoltre richiesto di offrire un digiuno di una intera giornata (24 ore), preferibilmente la prima Domenica di ogni mese, per le persone povere e bisognose, donando almeno l'equivalente di due pasti. Ciò permette alla Chiesa stessa di provvedere alle necessità materiali e dei membri che necessitano sostegno ed alle persone che si rivolgono alla Chiesa. Eventualmente progetti speciali umanitari vengono portati a termine tramite l'utilizzo di questo fondo speciale denominato "di Benessere".
Diffusasi originariamente negli Stati Uniti e nel Canada, i missionari della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni si sono diffusi in altre nazioni, cominciando dall'Inghilterra fino al Sud America.
Nel mondo i Mormoni sono oltre 11 milioni (secondo le fonti ufficiali della Chiesa mormone), dei quali il 40% circa negli U.S.A e 450mila in Europa. Ogni anno, secondo la Chiesa stessa, si convertono circa 100.000 persone. Attualmente la Chiesa sarebbe presente in oltre 150 Nazioni e Protettorati. I mormoni dichiarano di inviare i missionari e stabilire luoghi di culto fissi solo nei paesi che lo permettono, per rispetto delle leggi nazionali. In Israele ha aperto una sede staccata dell'Università di Brigham Young, per gli studi medio-orientali, ma non è presente con propri missionari.
La storia della Chiesa in Italia inizia alla metà del XIX secolo, con una missione di anziani (tra cui Lorenzo Snow) giunta a Genova il 25 giugno 1850. Si recarono poi in Piemonte dove svolsero attività missionaria tra i Valdesi. Al di fuori delle valli Valdesi i missionari operarono tuttavia con scarso successo e quindi nel 1857 si spostarono in Svizzera. Ci fu un tentativo di riaprire la missione nel 1900, ma il permesso fu negato dalle autorità. Solo nel 1965, dopo aver ottenuto l'autorizzazione, la Chiesa ricominciò le attività missionarie in Italia.
In Italia i Mormoni oggi sono circa 22mila (secondo stime interne)

venerdì 5 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 aprile.
Il 5 aprile 1945 Alessandria fu bombardata dall'aviazione alleata.
Mancavano 20 giorni alla cosiddetta liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca, 23 ne mancavano alla fine di Mussolini e 24 alla definitiva resa delle truppe germaniche in Italia quando, il pomeriggio del 5 aprile 1945, Alessandria fu colpita da un feroce e brutale bombardamento angloamericano che causò la morte di 160 persone quasi tutte civili. Tra essi, quaranta, tra bambini e suore, dell’asilo di Via Gagliaudo.
Erode e la strage degli innocenti. Ma questa volta il volto dell’assassino non ha le sembianze del re della Giudea, ma si identifica nelle carlinghe degli aerei bombardieri. La morte giunge dall’alto. Non solo Dresda e Gorla, ma anche Alessandria. E tantissime altre città della Germania e dell’Italia.
Il 5 aprile del 1945 a Seconda guerra mondiale praticamente finita, gli angloamericani effettuarono un nuovo bombardamento sulla città piemontese nell’intento di sbarrare la strada ai tedeschi in ritirata, che cercavano di raggiungere Valenza per guadare il Po.
Il bilancio di morti fu pesantissimo: 160, quasi tutti civili e tra essi quaranta, tra bambini e suore dell’asilo di via Gagliaudo (vicino al Duomo), oltre mille vani distrutti o resi inabitabili, oltre seicento feriti.
Il dolore e la rabbia della gente per questo atto di barbarie totalmente ingiustificato fiaccò ulteriormente il morale della popolazione che era solo in attesa della fine delle ostilità.
Nonostante questo atto brutale e “vigliacco” la città non venne risparmiata e fu ancora oggetto di mitragliamenti a bassa quota fino al 29 aprile, giorno della resa di Caserta.

giovedì 4 aprile 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 aprile.
Il 4 aprile 1973 viene inaugurato a New York il World Trade Center, noto per le due torri gemelle.
La costruzione delle torri gemelle del World Trade Center di New York iniziò nel 1966, su un progetto del giapponese Minoru Yamasaki, in un’area lungo le rive del fiume Hudson, a sud di Manhattan.
Originariamente, secondo il progetto, dovevano essere più basse, ma alla fine, il giorno dell’inaugurazione, il 4 aprile 1973, le Twin Towers, con i loro 415 metri di altezza, erano l’edificio più alto del mondo (tale primato passerà alcuni anni dopo alla Sears Tower di Chicago).
Le torri erano edificate sulla roccia ed ancorate al suolo con delle fondamenta che penetravano più di 20 metri sotto il suolo. Erano costituite da una struttura quadrata di 63 metri di lato in acciaio, rivestito da pareti di alluminio, in altre parole una struttura leggerissima e, al tempo stesso, molto resistente.
Il World Trade Center, con cui le Torri Gemelle sono spesso erroneamente identificate, era in realtà un complesso composto da sette edifici.
Le Twin Tower erano un centro molto diversificato: sicuramente erano un centro finanziario in quanto nelle Torri Gemelle avevano la sede quattro borse, numerose banche e compagnie di assicurazione tra le più grandi d’America; erano anche un centro commerciale, dal momento che numerosi negozi e diverse società non finanziarie avevano uffici e punti vendita all’interno del complesso. Vi erano anche dei ristoranti, tra cui il più famoso e rinomato era il panoramico “Windows of the world” che consentiva di cenare godendosi una splendida vista su Manhattan dal 107° piano.
Le Twin Tower custodivano anche numerose opere d’arte, moderne, contemporanee, ma anche alcune più antiche e di inestimabile valore.
Tra le due torri, inoltre, vi era una piazzetta, la Tonbin Plaza con una bellissima fontana circondata da statue e sculture moderne di artisti contemporanei di tutto il mondo.
Le Torri Gemelle erano con il tempo diventate il simbolo della potenza economica e finanziaria degli Stati Uniti, l’emblema del capitalismo e della società occidentale.
Già nel 1993 avevano subito un duro attentato che, pur provocando numerosi morti, non aveva minimamente intaccato la struttura portante dell’edificio, nonostante le spaventose proporzioni dell’esplosione.
Nell’aprile 2001 tutto il complesso (comprese cioè anche le Twin Tower) era stato venduto dal New York Port Authority al gruppo Silverstein Properties per l’esorbitante cifra di tre miliardi di dollari. L’11 settembre, oltre a numerosissime vite umane, si è portato via anche tutto questo pezzo di storia.

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