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venerdì 15 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 febbraio.
Il 15 febbraio 1898 la nave da guerra statunitense USS Maine affonda nel porto dell'Avana, causando la morte di 266 militari. E' il pretesto per l'inizio della guerra ispano americana.
Si definisce guerra ispano-americana la guerra che venne combattuta nell’anno 1898 fra gli Stati Uniti e la Spagna relativamente alla questione cubana.
Cuba era uno degli ultimi possedimenti coloniali della Spagna; sia in territorio cubano che in territorio filippino dal XIX secolo si erano armati gruppi di guerriglieri che lottavano per l’indipendenza dalla madre patria. La Spagna non disponeva però di risorse economiche sufficienti per poter sedare le rappresaglie, così spinse la popolazione a spostarsi verso le aree urbane e lasciare le campagne, là dove cioè  trovavano il loro fulcro i gruppi di guerriglieri. Nel 1895, inoltre, una violenta rivolta indipendentista venne repressa nel sangue dal governatore spagnolo a Cuba Valeriano Wayler; egli inviò in veri e propri campi di concentramento gli insorti e anche parecchi semplici simpatizzanti.
La guerra ispano-americana ebbe inizio quando gli Stati Uniti vennero coinvolti a seguito dell’esplosione della nave Maine, nel cui naufragio morirono ben 266 marinai. La corazzata Maine era stata inviata a Cuba dagli stessi Stati Uniti proprio a seguito delle violente repressioni al fine di proteggere i cittadini americani che vi risiedevano, visti i continui scontri fra spagnoli e cubani. In realtà quello degli scontri fu solo un pretesto per simboleggiare con la loro presenza l’appoggio morale ai cubani. Date le tensioni diplomatiche già esistenti fra i due paesi, l’allora presidente McKinley, su spinta dell’opinione pubblica manovrata dalla cosiddetta yellow press e su spinta del futuro presidente Theodore Roosevelt, venne convinto a muovere guerra alla Spagna, dando così inizio alla guerra ispano-americana.. Visto però l’aumento delle tensioni diplomatiche fra i due paesi, fu la Spagna a dichiarare per prima guerra agli Stati Uniti, il 23 aprile 1898, mentre gli USA lo fecero qualche giorno dopo, il 25 aprile. Nel mese di luglio le truppe americane guidate da Roosevelt sbarcarono su Cuba e contemporaneamente a Porto Rico. Anche la situazione nelle Filippine non era delle migliori. Nel maggio 1898 si ebbe il primo scontro fra flotta spagnola e americana, con la conseguente sconfitta della prima ad opera dell’ammiraglio George Dewey. Nel corso dello stesso anno gli Stati Uniti avevano acquistato le Hawaii.
La guerra ispano-americana venne vinta dagli Stati Uniti. Nell’arco di qualche mese venne firmato un armistizio con il quale la Spagna dovette concedere agli Stati Uniti in primo luogo il riconoscimento dell’indipendenza di Cuba che si configurò pertanto come un protettorato americano, la cessione del Porto Rico che divenne uno stato libero associato agli Stati Uniti e la cessione delle isole Guam e infine l’occupazione da parte degli USA di Manila, nelle Filippine, con gran sorpresa dei filippini insorti che credevano di aver ottenuto la tanto attesa indipendenza. Conseguenza dell’occupazione delle Filippine fu una rivolta contro l’esercito americano ivi stanziato. La guerriglia ebbe fine solo nell’anno 1902 provocando la morte di cinquemila soldati americani e di seicentomila soldati filippini. Soltanto nel 1943 l’allora governatore Aguinaldo, che nel 1901 era fuggito ritirandosi in privato, proclama l’indipendenza filippina dagli Usa, in pieno conflitto mondiale.
In seguito alle numerose perdite determinate dalla guerra ispano americana la Spagna cadde in un profondo periodo di crisi che trent’anni dopo l’avrebbe portata alla guerra civile spagnola.

giovedì 14 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 febbraio.
Il 14 febbraio 869 muore a Roma Cirillo, il monaco che col fratello Metodio inventò l'alfabeto detto appunto cirillico.
Papa Giovanni Paolo II, il 31 dicembre 1980 con la lettera apostolica "Egregiae virtutis" volle porre due fratelli, Cirillo e Metodio, quali patroni d’Europa insieme con San Benedetto, in quanto evangelizzatori dei popoli slavi e dunque della parte orientale del vecchio continente. Trattasi di due santi mai canonizzati dai papi, dei quali soltanto nel 1880 il pontefice Leone XIII aveva esteso il culto alla Chiesa universale.
Originari di Tessalonica (l'odierna Salonicco), città greca a quel tempo facente parte dell'Impero Bizantino, Cirillo e Metodio evangelizzarono in particolar modo la Pannonia e la Moravia nel IX secolo. Poche notizie ci sono state però tramandate circa Cirillo e suo fratello Metodio. Sappiamo che Cirillo in realtà si chiamava Costantino ed adottò in seguito il nome Cirillo come monaco, verso il termine della sua vita. Ulteriori informazioni circa le loro attività sono pervenute sino a noi grazie a due “Vitæ”, redatte in paleoslavo, nota anche come “Leggende Pannoniche”. Si conservano inoltre le lettere che l’allora pontefice indirizzò a Metodio e la “Leggenda italica”, scritta in latino. Quest’ultima narra che a Velletri il vescovo Gauderico, devoto del papa San Clemente, le cui reliquie furono traslate in Italia proprio da Cirillo, volle redigere un resoconto sulla vita di quest'ultimo. A causa della innegabile scarsità di fonti storicamente attendibili, sono fiorite numerose leggende attorno alle figure di Cirillo e Metodio.
Nativi di Salonicco (in slavo Solun), rampolli di una nobile famiglia greca, loro padre Leone era drungario della città, posizione che gli conseguiva un elevato status sociale. Secondo la “Vita Cyrilli”, quest’ultimo era il più giovane di sette fratelli e già in tenera età pare avesse espresso il desiderio di dedicarsi interamente al perseguimento della sapienza. In giovane età si trasferì a Costantinopoli, ove intraprese gli studi teologici e filosofici. La tradizione vuole che tra i suoi precettori vi fu il celebre patriarca Fozio, ed Anastasio Bibliotecario riferisce dell'amicizia che intercorreva fra i due, così come di una disputa dottrinaria verificatasi tra loro. La curiosità tipica di Cirillo dimostrava il suo eclettismo: egli coltivò infatti nozioni di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l'arabo e l'ebraico. Da Costantinopoli, l'imperatore inviò i due fratelli in varie missioni, anche presso gli Arabi: fu durante la missione presso i Càsari che Cirillo rinvenne le reliquie del papa San Clemente, un Vangelo ed un salterio scritti in lettere russe, come narra la “Vita Methodii”. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu quella presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia.
Il sovrano di Moravia, Rostislav, poi morto martire e venerato come santo, chiese all'imperatore bizantino di inviare missionari nelle sue terre, celando dietro motivazioni religiose anche il fattore politico della preoccupante presenza tedesca nel suo regno. Cirillo accettò volentieri l’invito e, giunto nella sua nuova terra di missione, incominciò a tradurre brani del Vangelo di Giovanni inventando un nuovo alfabeto, detto glagolitico (da “глаголь” che significa “parola”), oggi meglio noto come alfabeto cirillico. Probabilmente già da tempo si era cimentato nell’elaborazione di un alfabeto per la lingua slava. Non tardarono però a manifestarsi contrasti con il clero tedesco, primo evangelizzatore di quelle terre. Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma per far ordinare sacerdoti i loro discepoli, ma forse la loro visita fu dettata da un’esplicita convocazione da parte del papa Adriano II insospettito dall’amicizia tra Cirillo e l’eretico Fozio. Ad ogni modo il pontefice riservò loro un'accoglienza positiva, ordinò prete Metodio ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Inoltre Cirillo gli fece dono delle reliquie di San Clemente, da lui ritrovate in Crimea. Durante la permanenza nella Città Eterna, Cirillo si ammalò e morì: era il 14 febbraio 869. Venne sepolto proprio presso la basilica di San Clemente.
Metodio ritornò poi in Moravia, ma durante un successivo viaggio a Roma venne consacrato vescovo ed assegnato alla sede di Sirmiun (odierna Sremska Mitroviča). Quando in Moravia a Rostislav successe il nipote Sventopelk, favorevole alla presenza tedesca nel regno, iniziò così la persecuzione dei discepoli di Cirillo e Metodio, visti come portatori di un'eresia. Lo stesso Metodio fu detenuto per due anni in Baviera ed infine morì presso Velehrad, nel sud della Moravia, il 6 aprile 885. I suoi discepoli vennero incarcerati o venduti come schiavi a Venezia. Una parte di essi riuscì a fuggire nei Balcani e non a caso in Bulgaria si venerano come Sette Apostoli della nazione proprio Cirillo, Metodio ed i loro discepoli Clemente, Nahum, Saba, Gorazd ed Angelario, comunemente festeggiati al 27 luglio. Il Martyrologium Romanum ed il calendario liturgico dedicano invece ai fratelli Cirillo e Metodio la festa del 14 febbraio, nell’anniversario della morte del primo.
Se l’immane opera dei due fratelli di Tessalonica fu cancellata in Moravia, come detto trovò fortuna e proseguimento in terra bulgara, anche grazie al favore del sovrano San Boris Michele I, considerato “isapostolo”, che abbracciò il cristianesimo e ne fece la religione nazionale. La vastissima attività dei discepoli di Cirillo e Metodio in questo paese diede origine alla letteratura bulgara, ponendo così le basi della cultura scritta dei nuovi grandi stati russi. Il cirillico avvicinò moltissimo i bulgari e tutti i popoli slavi al mondo greco-bizantino: questo alfabeto si componeva di trentotto lettere, delle quali ben ventiquattro prese dall’alfabeto greco, mentre le altre appositamente ideate per la fonetica slava. Ciò comportò una grande facilità nel trapiantare in slavo l’enorme tradizione letteraria greca. La nuova lingua soppiantò ovunque il glagolitico e rese celebre sino ai giorni nostri il nome del suo ideatore.


mercoledì 13 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 febbraio.
Il 13 febbraio 1692 passa alla storia per il massacro di Glencoe.
La valle di Glencoe, chiamata anche valle delle lacrime, offre uno dei panorami più belli dell’intera Scozia. Quello che proverete addentrandovi a Glencoe è una di quelle sensazioni impossibili da spiegare, un senso di piccolezza e smarrimento come solo pochi luoghi al mondo sanno fare. Questa valle di origine glaciale è una brughiera interrotta solo da cascate, ruscelli, erica in fiore e svettanti rilievi montuosi come le celebri Three Sisters.
Ma la bellezza di questo luogo è resa ancor più drammatica se pensiamo alla storia che si cela dietro le montagne, i ruscelli e le vallate di questi 15 chilometri di natura selvaggia.
Facciamo quindi un passo indietro nel tempo.
E’ il 1688 e Guglielmo III d’Inghilterra è il nuovo sovrano che deve destreggiarsi tra le rivolte scozzesi dei giacobiti. Infatti i giacobiti, per lo più cattolici, trovano molto difficile giurare fedeltà ad un sovrano anti – cattolico, anti – Stuart e anti – Francesi e desiderano invece il ritorno al trono di Giacomo che era esiliato in Francia.
Le rivolte giacobite sono numerose ma vedono sempre la vittoria dell’esercito inglese: Killiencrankie, Dunkeld ed infine Cromdale.
Guglielmo però, sapendo di dover tentare una pacificazione nel territorio delle Highland, offre una possibilità agli scozzesi di essere perdonati per le loro rivolte.
Entro il 1 Gennaio 1692 i Clan avrebbero dovuto fare un giuramento di fedeltà davanti ad un magistrato. Chi si fosse rifiutato ne avrebbe pagato le conseguenze.
Alcuni Clan accettarono di giurare fedeltà mentre altri presero tempo e ci pensarono fino all’ultimo. Uno di questi fu Alexander MacDonald di Glencoe che arrivò all’ultimo fino a Fort William per prestare il giuramento di fronte al Colonnello Hill che però non aveva il titolo per accettare il Giuramento. L’highlander quindi dovette arrivare fino ad Inverness per giurare arrivando però il 6 Gennaio, oltre la data limite che era il 1 Gennaio.
A questo punto – con il pretesto di dover dare un esempio a chi non aveva giurato fedeltà al nuovo reggente – si mise in moto un vero e proprio complotto ai danni dei MacDonald.
Alla fine di Gennaio 120 uomini appartenenti alla fanteria di Argylle capeggiati da Robert Campbell- con la scusa di dover riscuotere un contributo – si fecero ospitare nella tenuta dei MacDonald a Glencoe. Nonostante i Campbell fossero storicamente nemici dei MacDonald, questi ultimi li ospitarono per 2 settimane secondo le tradizioni delle Highland. Il 12 Febbraio però arrivò un chiaro ordine:
Signore, vi si ordina con la seguente di catturare i Ribelli, i MacDonald di Glencoe, e di passare a fil di spada tutti coloro di età inferiore ai 70 anni. Avrete particolare attenzione affinché la vecchia Volpe ed i suoi Figli non riescano a fuggire e a fare in modo di tagliare ogni via di fuga. Questo ordine dovrà essere eseguito entro le cinque del mattino, quando io arriverò da voi con dei rinforzi. Se non sarò arrivato per quell’ora eseguite gli ordini senza di me. Questo è un ordine Speciale del Re per il bene e la salvezza del paese, affinché a questi miscredenti vengano tagliate radici e rami.
E così durante la notte tra il 12 e il 13 Febbraio vennero bruciati gli alloggi e barbaramente uccise circa 40 persone, violando il tradizionale codice di ospitalità delle Highland. In molti morirono per il freddo di una valle invernale che di certo non aiutò i fuggitivi. Solo in 12 sfuggirono al massacro che ancora oggi viene ricordato come tra i più vili nella storia di Scozia.
Oggi, una targa all’ingresso di uno storico locale della valle, il Clacaigh Inn, ricorda l’evento con una frase tagliente:
“Vietato l’ingresso ai venditori ambulanti e ai Campbell”.

martedì 12 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 febbraio.
Il 12 febbraio 1944 il piroscafo norvegese Oria, con a bordo 4200 soldati italiani prigionieri, cola a picco. Se ne salveranno solo 37.
La nave di 2000 tonnellate, varata nel 1920, requisita dai tedeschi, salpò l'11 febbraio 1944 da Rodi alle 17,40 per il Pireo. A bordo più di 4000 prigionieri italiani che si erano rifiutati di aderire al nazismo o alla RSI dopo l’Armistizio dell'8 settembre 1943, 90 tedeschi di guardia o di passaggio e l'equipaggio norvegese.
L'indomani, 12 febbraio, colto da una tempesta, il piroscafo affondò presso Capo Sounion, a 25 miglia dalla destinazione finale, dopo essersi incagliato nei bassi fondali prospicienti l'isola di Patroklos (in Italia erroneamente nota col nome di isola di Goidano).
I soccorsi, ostacolati dalle pessime condizioni meteo, consentirono di salvare solo 37 italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell'equipaggio, incluso il comandante Bearne Rasmussen e il primo ufficiale di macchina.
L'Oria era stipata all'inverosimile, aveva anche un carico di bidoni di olio minerale e gomme da camion oltre ai nostri soldati che dovevano essere trasferiti come forza lavoro nei lager del Terzo Reich.
Su quella carretta del mare, che all'inizio della guerra faceva rotta col Nord Africa, gli italiani in divisa che dissero no a Hitler e Mussolini vennero trattati peggio degli ignavi danteschi nella palude dello Stige: non erano prigionieri di guerra, di conseguenza senza i benefici della Convenzione di Ginevra e dell'assistenza della Croce Rossa. Allo stesso tempo, poi, il loro sacrificio fu ignorato per decenni anche in patria.
Nel 1955 il relitto fu smembrato dai palombari greci per recuperare il ferro, mentre i cadaveri di circa 250 naufraghi, trascinati sulla costa dal fortunale e sepolti in fosse comuni, furono traslati, in seguito, nei piccoli cimiteri dei paesi della costa pugliese e, successivamente, nel Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari. I resti di tutti gli altri sono ancora là sotto.
La tragedia si consumò in pochi minuti ed è stata ignorata per decenni. Eppure si sapeva per filo e per segno come fossero andate le cose. Ci sono le testimonianze dei sopravvissuti, come quella del sergente di artiglieria Giuseppe Guarisco, che il 27 ottobre 1946 ha redatto di proprio pugno per la Direzione generale del ministero un resoconto lucido del naufragio:
    Dopo l’urto della nave contro lo scoglio" scrive Guarisco, "venni gettato per terra e quando potei rialzarmi un'ondata fortissima mi spinse in un localetto situato a prua della nave, sullo stesso piano della coperta, la cui porta si chiuse. In detto locale c'era ancora la luce accesa e vidi che vi erano altri sei militari. Dopo poco la luce si spense e l'acqua iniziò ad entrare con maggior violenza. Salimmo in una specie di armadio per restare all'asciutto, di tanto in tanto mettevo un piede in basso per vedere il livello dell'acqua. Passammo la notte pregando col terrore che tutto si inabissasse in fondo al mare.
All'indomani, nel silenzio spettrale della tragedia, i sette riuscirono a smontare il vetro dell'oblò, ma non ad uscire da quell'anfratto, perché il buco era troppo stretto.
    Le ore passavano ma nessuno veniva in nostro soccorso (…). Uno di noi, sfruttando il momento che la porta rimaneva aperta, si gettò oltre essa per trovare qualche via d’uscita e dopo un’attesa che ci parve eterna lo vedemmo chiamarci al di sopra del finestrino. Ci disse allora che era passato attraverso uno squarcio appena sott’acqua. Un altro compagno, pur essendo stato da me dissuaso, volle tentare l’uscita ma non lo rivedemmo più.
I naufraghi rimasero due giorni e mezzo rinchiusi là dentro prima dell’arrivo dei soccorsi dal Pireo.
    Quello che era riuscito ad uscire ci disse che dove eravamo noi, all’estremità della prua, era l’unica parte della nave rimasta fuori dall’acqua e che intorno non si vedeva nessuno all’infuori degli aerei che continuavano a incrociarsi nel cielo e ai quali faceva segnali. Poco dopo si accostò una barca con due marinai; essi dissero che erano italiani, dell’equipaggio di un rimorchiatore requisito dai tedeschi. Ci dissero di stare calmi che presto ci avrebbero liberati. Ma sopraggiunse l’oscurità e dovemmo passare un’altra nottata più tremenda forse della prima.
Il 6 settembre 2017 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha reso omaggio alle vittime presso il Monumento a loro dedicato a Capo Sunion, Grecia.

lunedì 11 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 febbraio.
L'11 febbraio 2016 viene dimostrata l'esistenza delle onde gravitazionali.
Le onde gravitazionali sono state per la prima volta misurate in modo diretto. Che però esistessero, lo sapevamo anche prima di questo annuncio, dato che era stata già trovata una prova indiretta della loro emissione. Forse, sapevamo anche già che era stata trovata anche una prova diretta della loro esistenza. Perché le onde gravitazionali sono uno di quei soggetti che, in un certo senso, si prestano facilmente al gossip: inseguite da quando Albert Einstein ne previde matematicamente l’esistenza nella sua teoria della Relatività generale di un secolo fa, a partire dagli anni Sessanta studiosi di tutto il mondo fanno a gara per trovare prove dirette della loro emissione. Nel corso del tempo ci sono stati molti tentativi di trovarle, e molti sono stati gli insuccessi. Magari preceduti da annunci entusiastici.
Perché è così complicato? Le difficoltà sono innanzitutto tecnologiche e legate al fatto che si tratta di increspature dello spaziotempo veramente infinitesimali. Quando un corpo che possiede massa si muove (cambiando la sua accelerazione) produce delle variazioni nel suo campo gravitazionale che si traducono in onde che viaggiano alla velocità della luce. Cosa succede quando un’onda gravitazionale incontra un corpo? Lo deforma, anche se molto,  molto, molto poco. Si stima, all’incirca, di 10-21 micron ogni metro. Un effetto veramente piccolo che gli scienziati tentano da decenni di misurare.
Per riuscire in questa impresa, prima di tutto hanno cercato le onde più alte, i cavalloni, le onde più potenti che quindi fosse un po’ più semplice misurare. Per esempio, quelle provenienti da cataclismi cosmici come la fusione di due buchi neri – protagonista dell’annuncio ufficiale – oppure l’esplosione di stelle come supernove.
I primi strumenti con cui si è tentato di intercettare le lievissime modificazioni del tessuto spaziotemporale indotte da un’onda gravitazionale erano antenne risonanti, progettate negli anni Sessanta, che in sostanza consistevano in un gigantesco cilindro di alluminio con un peso che andava da pochi chili ad alcune tonnellate. La speranza era di registrare una vibrazione nella barra di alluminio al passaggio di un’onda.
Uno dei primi a ottenere risultati significativi dall’applicazione di questa tecnologia è stato Joseph Weber, che nel 1968 ha osservato alcune coincidenze tra due rivelatori, uno che si trovava nel Laboratorio nazionale di Argonne, Illinois, e uno nell’Università del Maryland di Baltimora (a un migliaio di chilometri dal primo). Weber credette di aver documentato ben 17 eventi di vibrazione imputabili al passaggio di onde gravitazionali e pubblicò i suoi risultati su Physical Review Letters. Purtroppo, c’erano diversi errori ma il suo lavoro spinse però i colleghi di tutto il mondo a battere la sua strada sperimentale, che sembrava abbastanza promettente. Non ci saranno però risultati positivi.
Dobbiamo aspettare gli anni Settanta per una notizia clamorosa: la conferma indiretta dell’esistenza delle onde gravitazionali. La buona novella ci arriva dalle osservazioni astronomiche di Joseph Taylor (oggi al dipartimento di fisica dell’Università di Princeton) e Russell Hulse nel 1974. I due, con il telescopio Arecibo a Portorico scoprono infatti una pulsar binaria (e per questo riceveranno il Nobel per la fisica nel 1993), la PSR 1913+16. Questa pulsar si comporta in modo molto strano: emette impulsi in modo irregolare, con un periodo che varia e fa capire che la pulsar sta ruotando intorno a un’altra stella e la sua orbita si sta restringendo sempre di più a causa di una perdita di energia. Perdita causata da cosa? Dall’emissione di grandi quantità di onde gravitazionali – era questa l’unica spiegazione possibile. Arriva quindi la prima dimostrazione (indiretta) dell’esistenza delle onde gravitazionali.
Allora il gioco si fece veramente duro. Restavano solo  le prove dirette, si doveva misurare l’effetto diretto di un’onda gravitazionale. Sono ancora in campo le antenne, che vengono tenute a temperature più basse possibili per eliminare i rumori di disturbo che possono derivare anche dalla stessa agitazione termica del materiale con cui sono fabbricate.
Tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta si fa vedere il Cern, con l’antenna criogenica Explorer. Nel 1992 una barra di alluminio dal peso di 2770 chilogrammi, viene installata ai Laboratori nazionali di Frascati dell’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare): è il rilevatore Nautilus, la cui temperatura può toccare un decimo di grado Kelvin sopra lo zero assoluto. Le antenne possono ormai comporre una vera e propria rete che si completa con Auriga, nei laboratori dell’Infn a Legnaro e con Allegro, il rivelatore della Louisiana State University di Baton Rouge, Louisiana, che è installato nei primi anni Novanta e che smette di funzionare nel 2007.
Le antenne però, potrebbero essere già il passato. La rivoluzione tecnologica (che, col senno di oggi, si rivelerà vincente) è quella degli interferometri. Non si misura più la vibrazione di una massa metallica ma la differenza di fase tra due fasci di luce che percorrono chilometri e poi si re-incontrano in un incrocio in cui, se c’è stato il passaggio di un’onda gravitazionale, si registra una differenza nel parametro fase del fascio. Maggiore è lo spazio di misurazione, maggiore è la deformazione spaziale misurabile a seguito del passaggio di un’onda gravitazionale, migliore è anche la precisione raggiungibile. Per questo, gli interferometri hanno bracci, che sono i binari dei fasci laser, lunghi anche diversi chilometri e il percorso viene ulteriormente allungato anche da un gioco di riflessioni.
Alla fine del 2003,  arriva l’interferometro Virgo. I suoi bracci sono ortogonali e lunghi tre chilometri, e si trova nel comune di Cascina, in provincia di Pisa, presso lo European Gravitational Observatory (Ego). Virgo è il risultato della collaborazione tra l’Infn e il francese Centre National de la Recherche Scientifique. Le onde gravitazionali di cui va a caccia Virgo, che per il modo in cui è progettato dovrebbero provenire da supernove e sistemi binari nell’ammasso stellare nella costellazione della Vergine (da cui il nome), dovrebbero distorcere i 3 chilometri di spazio tra gli specchi di circa 10-18 metri.
Fratello americano di Virgo è l’osservatorio statunitense Ligo (Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory), che ha iniziato a prendere dati nel 2002. Per un po’, le due strutture sono in competizione, anche se sono diverse tra loro. Ligo punta infatti a ricevere onde gravitazionali provenienti da coppie di stelle di neutroni o da buchi neri e ha due inteferometri: uno a Hanford, Washington, e l’altro a Livingston, Louisiana. Frutto di una collaborazione tra il California Institute of Technology e il Massachusetts Institute of Technology, attualmente coinvolge oltre scienziati da più di 80 istituzioni scientifiche nel mondo, ma fino al 2010 non dà nessun segnale positivo di prove dirette di onde gravitazionali. Dopo il 2010, sia Ligo che Virgo avviano lavori di potenziamento. quelli di Ligo, che si trasforma in advanced Ligo (aLigo) terminano lo scorso settembre, quelli di Virgo finiscono nel 2017.
Intanto, arriva qualche cantonata. Nel 2014 l’esperimento Bicep 2 (Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization) sembra aver trovato una traccia anomala delle onde gravitazionali. In questo caso non si tratta di inteferometri e differenze di fase di fasci laser ma di una polarizzazione  particolare nella radiazione cosmica di fondo. Bicep 2 è un telescopio che si trova tra i ghiacci dell’Antartide e osserva la radiazione cosmica di fondo, ossia quello che resta della prima luce dell’Universo che si sprigionò nell’oscurità 380 mila anni dopo il Big Bang. Questa particolare polarizzazione della radiazione cosmica di fondo (ossia una particolare direzione di oscillazione del segnale radio) sarebbe appunto imputabile a onde gravitazionali primordiali. La smentita arriva nel febbraio 2015. Quello che hanno visto gli scienziati di Bicep2 è stato falsato da emissioni di polveri galattiche, parola di ricercatori del telescopio spaziale Planck dell’Esa.
Dopo qualche mese, anche quelli dell’esperimento del telescopio Parkes del Csiro portano cattive notizie: undici anni di osservazioni alla ricerca di onde gravitazionali generate da pulsar millisecondi non sono bastati, non è stato rivelato alcun effetto.
Ma proprio mentre sembra che il mondo della ricerca delle onde gravitazionali sia impegnato a leccarsi le ferite, arrivano i primi rumor che qualcuno, forse, ce l’ha fatta.
Tra settembre 2015 e gennaio 2016 i tweet di Lawrence Krauss, cosmologo della Arizona State University, fanno agitare tutti: le onde gravitazionali sarebbero state trovate. Il dito è puntato su Ligo, che avrebbe trovato la prima prova diretta delle onde gravitazionali proprio dopo essere stato riacceso dopo l’upgrade. Nessuno conferma anche se qualcuno, maliziosamente, dice che “i ricercatori di Ligo si stanno dando da fare diecimila volte più del solito“. Qualcosa, quindi, sembra bollire in pentola.
Arriviamo al 2016. Effettivamente, Ligo ha registrato il passaggio delle onde gravitazionali: i dati raccolti nel primo run, da settembre 2015 a gennaio 2016 sono stati analizzati e hanno confermato la scoperta. È decisamente servito, quindi, migliorare di circa quattro volte la sua sensibilità e non osiamo immaginare a cosa potrà portare il suo ulteriore potenziamento nel 2021. Un po’ di amaro in bocca per Virgo, che quel 14 settembre 2015, giorno in cui l’onda è stata registrata, era spento e avrebbe potuto, probabilmente, trovare anche lui l’evento.
Ma la ricerca sulle onde gravitazionali non finisce qui. Nel 2034 sarà infatti lanciato eLisa (evolved Laser Interferometer Space Antenna) primo osservatorio spaziale al mondo dedicato a queste sfuggenti onde. Il satellite europeo Lisa Pathfinder è infatti decollato a dicembre 2015 dalla base di Kourou nella Guyana francese allo scopo di testare la fattibilità tecnologica di un osservatorio di questo tipo. La caccia, semplicemente, si sposta nello spazio.

domenica 10 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
Il 10 febbraio 1258 l'esercito mongolo conquista Baghdad e pone fine al califfato abbaside.
I Mongoli entrarono a Baghdad il 10 febbraio 1258. La “Città della Pace” venne rasa al suolo. Il saccheggio durò 7 giorni. I morti, secondo le fonti occidentali, arrivarono a 800.000. I cronisti arabi parlarono addirittura di 2 milioni di vittime. Insieme a Baghdad, venne spazzata via anche la dinastia degli Abbasidi, la più duratura del mondo medievale islamico, salita al potere nel 750, meno di 120 anni dopo la morte del profeta Maometto (570-632).
L’evento venne considerato dai musulmani come il più catastrofico nella storia dell’Islam. Cinquecento anni di storia, contrassegnati dal governo di 37 califfi, furono cancellati di colpo. La ferita causata da quegli avvenimenti rimase aperta per secoli.
Tanto che ancora nel 2002 Osama Bin Laden, il terrorista saudita fondatore di al-Qaida, in una registrazione captata dai servizi segreti americani, parlando dell’invasione Usa in Iraq nella prima Guerra del Golfo (1990-1991), paragonò il vicepresidente americano Dick Cheney e il segretario di Stato Colin Powell a Hülagü Khan, il comandante mongolo che nel XIII secolo guidò la devastazione di Baghdad.
Hülagü era uno dei nipoti del mitico Gengis Khan e fratello di Arig Bek, Munke e Kublai Khan.
Munke, Gran Khan dei Mongoli dal 1251 al 1258, gli ordinò di sottomettere tutti i regni musulmani ad ovest del suo impero, “fino ai confini dell’Egitto”.
Hülagü lasciò Qaraqorum nel maggio 1253, alla testa di un esercito imponente. Il più grande che si fosse mai visto: 120.000 soldati. In tutto il grande impero che dal Volga arrivava fino all’Oceano Pacifico, un guerriero ogni dieci, fu obbligato ad unirsi alla spedizione.
La marea di uomini e cavalieri raggiunse Samarcanda nel settembre del 1255. E presto tracimò nelle variegate terre della grande Persia.
Il primo stato a cadere fu il Luristan, scosceso territorio nel sud dell’attuale Iran, duemila chilometri più a est, tra i monti Zagros e la fertile Mesopotamia.
Subito dopo, Hülagü dirottò dodicimila uomini, guidati dal suo generale Kitbuga più a nord, per schiacciare e sottomettere la setta ismailita dei Nizariti, i famigerati “hashishiyyin”. Gli Assassini si erano asserragliati nei loro castelli e respinsero i primi, violentissimi attacchi. Così i Mongoli cambiarono in fretta strategia: occuparono le vie di comunicazione per tagliare i rifornimenti e prendere le munite fortezze per fame.
Hülagü voleva a tutti i costi la resa di Alamut: la fortificazione fu distrutta nel dicembre del 1256. Ma il Khan già pensava a Baghdad: i suoi messaggeri, a più riprese, chiesero al califfo abbaside al-Mustanṣir, di offrire le truppe musulmane ai Mongoli, in segno di sottomissione, per vincere definitivamente la guerra contro gli Assassini.
Il califfo era però convinto di resistere. Non si spaventò. Nicchiò, prese tempo: rispose con altri messaggi, cauti e sprezzanti, nelle quali l’alterigia del sovrano di una grande capitale si alternava all’orgoglio di chi era conscio di rappresentare una dinastia che dominava un mondo ancora potente e vastissimo.
La risposta degli Abbasidi fu affidata alle armi: i soldati del califfo scatenarono un attacco a sorpresa lungo le rive del Tigri ma vennero sconfitti e inseguiti fin sotto le mura di Baghdad.
Pochi giorni dopo l’assedio iniziò. Protetto da mezzo milione di soldati, al-Mustansir si preparò alla battaglia, invocando la collera di Allah contro gli invasori.
Nel frattempo, allo sterminato esercito di Hülagü si erano aggiunti almeno altri ventimila uomini. Cristiani e vassalli del Khan. Erano guidati dal re armeno di Cilicia, da molti nobili del regno di Georgia e dai cavalieri franchi del principato di Antiochia.
Hülagü dislocò i soldati tutto intorno alle mura, sia sulla riva occidentale che su quella orientale del Tigri per tenere sotto pressione la città in ogni suo lato.
Kuo Kan, il generale cinese dei Mongoli, fece costruire un ampio fossato e un’alta palizzata, sotto la quale quasi mille artiglieri e genieri spinsero macchine d’assedio e catapulte capaci di scagliare sostanze incendiarie a grande distanza.
Le dighe che regolavano le acque del fiume e l’approvvigionamento idrico vennero distrutte. I canali di irrigazione furono smantellati. Nuvole di fumo e centinaia di migliaia di frecce incendiarie oscurarono il cielo sopra la grande città.
I Mongoli riuscirono ad aprire una breccia e occuparono un largo tratto di mura. Baghdad capitolò dopo altri cinque giorni di ininterrotti e furiosi combattimenti, il 10 febbraio 1258. Per la famiglia dell’ultimo califfo abbaside, non ci fu nessuna pietà: mogli e figli furono trucidati. Sopravvisse solo un bambino, mandato come ostaggio in Mongolia e una ragazza che il capo dei Mongoli volle come schiava nel suo harem.
Ma passarono alcuni giorni prima che al-Mustansir venisse giustiziato. Hülagü, come tutti i Mongoli, era infatti convinto che spargere sul terreno il sangue di un capo nobile, anche se straniero, fosse un affronto insostenibile per la Terra, madre della vita.
La Terra, in quel caso, come spiegò lo storico René Grousset nel fondamentale libro “L’impero delle steppe, Attila, Gengis Khan, Tamerlano” poteva vendicarsi dell’insulto degli uomini scatenando lutti e calamità.
Un dotto persiano, Nassireddin Tuossi, suggerì al Khan la soluzione: il “sostituto del Profeta” venne avvolto in un tappeto su cui vennero fatti passare, a più riprese, cavalieri al galoppo.
Il sangue del califfo non macchiò la terra. L’onore del Khan fu salvo. Ma altro sangue grondò per le strade di Baghdad.
Munke, il Gran Khan, aveva ordinato di uccidere solo chi avesse fatto resistenza e di risparmiare chi invece si arrendeva. Hülagü però ignorò la raccomandazione e lasciò alle truppe la libertà di saccheggio.
Per sette giorni, bruciarono palazzi e interi quartieri. Centinaia di migliaia di persone vennero uccise. La strage non risparmiò le donne e i bambini.
Molti dei cristiani che vivevano a Baghdad scamparono all’eccidio grazie a un provvidenziale intervento: quello di Doquz Khatun, la moglie di Hülagü.
La principessa, la cui famiglia si vantava di discendere da uno dei Re Magi, era una cristiana nestoriana. La dottrina, poi condannata nel concilio di Efeso, negava “l’unione ipostatica” tra la figura umana e quella divina di Cristo. Per il patriarca di Costantinopoli Nestorio, in Cristo convivevano infatti due nature e due persone.
Del resto, anche Hülagü fu educato da un prete nestoriano. Come pure suo fratello Qubilay, il Kublai Khan di Marco Polo.
La madre stessa dei due principi mongoli era una cristiana. Si chiamava Siurkukitibeighi e apparteneva al popolo di lingua turca dei Karaiti, originario della Crimea, convertito in massa, intorno all’anno Mille, alla fede cristiano-nestoriana.
Doquz Khatun, moglie del conquistatore di Baghdad, era la vedova di Tolui, padre di Hülägü e figlio di Gengis Khan. Il capo dei Mongoli sposò la sua giovane matrigna proprio durante la spedizione militare in Persia.
Nel 1258, grazie a Doquz Khatun il patriarca nestoriano Makika potè trasformare una delle residenze del califfo di Baghdad. Anche in seguito, in tutti i territori conquistati da Hülägü Khan furono costruite edifici sacri. Addirittura, una chiesa mobile, con tanto di campane, venne eretta nel cuore del campo mongolo per tutto il periodo delle spedizioni militari di Hülägü.
La presa di Baghdad e la morte del Califfo al-Musta’sim, padre spirituale dei musulmani, fu accolta con giubilo in occidente.
Papa Alessandro IV salutò Hülägü come “pincipe alleato dei cristiani” e inviò missionari in Asia con lettere di congratulazioni da presentare al Khan.
Ma appena pochi giorni dopo l’imbarco dei religiosi alla volta della Mesopotamia, arrivò la ferale notizia delle devastazioni perpetrate dalle orde mongole intorno alle rive del Niester e del Danubio.
Il sogno di una alleanza con il popolo delle steppe presto si tramutò in un incubo. Messe e digiuni, processioni e preghiere si moltiplicarono nelle chiese d’Europa per scongiurare la catastrofica minaccia. E alle “Litanie dei santi” venne aggiunta un’altra invocazione, destinata a durare per lungo tempo: “Dall’invasione dei Mongoli, liberaci o Signore!”.
A Baghdad, il saccheggio colpì, in modo irrimediabile anche la Bayt al-Hikma, che all’epoca era la più grande biblioteca del mondo. Un vero e proprio tempio della lettura, fondato nell’anno 832 da Hārūn al-Rashīd (766-809) quinto califfo della dinastia.
Nella “Casa della Sapienza” c’erano tutti i testi conosciuti dell’antichità, raccolti e tradotti da 3.000 studiosi, stipendiati dal governo abbaside. Opere di matematica, filosofia, astronomia, medicina e poesia, in lingua ebraica, greca, copta, siriaca, medio-persiana e sanscrita.
Hunain (808-873) medico e scienziato di lingua aramaica, figlio di un cristiano nestoriano, spiegò, con orgoglio, la filosofia della grande istituzione culturale: ”Non dobbiamo vergognarci di conoscere la verità e la scienza, da qualunque fonte essa giunge a noi, anche se arriva da molteplici culture straniere”.
La fama della Bayt al-Hikma e delle altre biblioteche cittadine era talmente diffusa che fu anche all’origine di un famoso detto mediorientale: “Gli egiziani scrivono libri, i libanesi li commerciano, ma è a Baghdad che vengono letti”.
La grande biblioteca, già dall’anno 832 era diventata il primo policlinico della storia: più di 200 medici curavano e operavano i malati e, allo stesso tempo, insegnavano medicina a 1000 studenti che venivano retribuiti dallo stato per compiere il loro percorso scolastico. Tutti i pazienti, di ogni sesso e razza, avevano l’accesso gratuito alle cure.
Nel giro di qualche ora, la “Casa della Cultura” si svuotò e morì, come il potere degli Abbasidi.
Le drammatiche cronache di quel febbraio 1258 ricordano che migliaia e migliaia di preziosi volumi vennero gettati nel Tigri. Tanto che da una sponda e l’altra del grande fiume si formò quasi una diga di carta. E l’acqua chiara diventò nera per l’inchiostro che colava dalle righe dei fogli bagnati.
Insieme agli antichi manoscritti annegò anche un mondo. E ne nacquero altri, più aridi e desolati. Come quello di polvere e sabbia, cresciuto tutto intorno alle fertili terre della Baghdad medievale.
Un deserto esteso, dovuto alla progressiva salinazione del terreno, combinata alla distruzione capillare, per mano mongola, dei tanti canali e sistemi di irrigazione. Riparati, in minima parte, soltanto nella seconda metà del XX secolo.

sabato 9 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 febbraio.
Il 9 febbraio 1619, a Tolosa, il filosofo Giulio Cesare Vanini viene arso sul rogo per ateismo.
Lucilio Vanini, che firmò i suoi lavori sempre come Giulio Cesare, nacque a Taurisano nei pressi di Lecce nel 1585 figlio illegittimo dell’anziano funzionario di origine ligure Giovanni Battista e della nobildonna spagnola Beatrice Lopez de Noguera. Erano gli anni dell’imperatore Carlo V, dominatore anche nell’Italia meridionale spagnola e Taurisano era una città molto povera come tutto il meridione schiacciato dai tributi.
Nel 1599 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza di Napoli; tuttavia, dopo la morte del padre (1603) è costretto ad abbandonare gli studi per la mancanza di mezzi di sostentamento ed entra nell’ordine carmelitano con il nome di Fra Gabriele. Nel 1606 si laurea in diritto civile e canonico conseguendo a Napoli il titolo di dottore in utroque iure; egli ora ha già assimilato una grande cultura e parla benissimo il latino.
Nei due anni successivi vive nell’area di Napoli e sistema la sua condizione economica vendendo alcune case di sua proprietà. Nel 1608 viene trasferito in un monastero di Padova ed egli ne approfitta per iscriversi alla facoltà di teologia della località veneta.
L’esperienza padovana fu importantissima per la sua formazione di filosofo ed eretico. Si dedica molto allo studio di Averroè (1126-1189) e di Girolamo Cardano (1501-1576); considera suo maestro il filosofo aristotelico mantovano Pietro Pomponazzi che nel suo famoso “Trattato” negò l’immortalità dell’anima. Padova faceva parte allora della Serenissima Repubblica di Venezia ed in quegli anni infuriava un’aspra polemica tra lo stato veneziano e papa Paolo V, interessato ad assoggettare la repubblica alla propria autorità. Vanini si schiera a favore di Venezia e contro il papa. Inoltre entrò a far parte del gruppo del celebre frate Paolo Sarpi che scatenò il conflitto antipapale, appoggiato dall’ambasciata inglese nella città, e che meditava di far passare Padova alla Riforma.
Nel gennaio 1612, a causa della sua attività antipapale è costretto ad allontanarsi da Padova e rinviato a Napoli nell’attesa di misure disciplinari da parte del generale dell’Ordine carmelitano Enrico Silvio. Vanini invece va a Bologna e trama relazioni segrete con gli ambasciatori inglesi a Venezia per passare in Gran Bretagna. Poco tempo dopo assieme ad un confratello riesce a fuggire in Inghilterra passando attraverso Svizzera, Germania, Olanda e Francia. Giunse infine a Londra e a Lambeth, in cui rimase per due anni nascondendo la propria identità anche all’arcivescovo di Canterbury. Nella chiesa londinese “dei Merciai” o “degli Italiani” alla presenza di Francesco Bacone, Vanini ed il compagno d’ordine e fuga Genocchi ripudiano pubblicamente la fede cattolica per abbracciare quella anglicana.
Ciò non passa inosservato a Roma e alle autorità cattoliche, già messe in guardia dalla possibile fuga di Paolo Sarpi, ormai privo della protezione del Doge, nel Palatinato. La Chiesa era intimorita da una possibile ricostruzione in terra protestante del fronte antipapale veneziano e sollecita il nunzio apostolico di Parigi per sapere qualcosa di più sui due frati rinnegati e fuggiti in Inghilterra.
Tuttavia, mentre l’Inquisizione già prepara un processo contro di loro, i due frati si pentono ed inviano lettere a Roma per ottenere la riammissione nel cattolicesimo, non più come frati ma come sacerdoti. Tra il 1613 e 1614 diventa nota alle autorità inglesi la loro revisione e il loro progetto di fuggire dall’Inghilterra; molte ambasciate straniere si attivano nel favorire la loro fuga suscitando scandalo nel re e nell’arcivescovo. Così Vanini e Genocchi furono arrestati.
In seguito alla fuga dell’amico si acuisce la misura persecutoria contro il filosofo, rinchiuso nella Torre di Londra in cui rimase per 49 giorni mentre gli inglesi preparano il processo contro di lui.
Rientrato in Italia, vive a Genova ed insegna filosofia ai figli di Giacomo Doria. Tuttavia, riprende presto la via dell’esilio quando l’inquisitore genovese fa arrestare l’amico Genocchi e per paura che gli accada la stessa sorte, fugge in Francia.
Nel 1615 è a Lione e in giugno pubblica l’opera “Amphitheatrum aeternae Providentiae Divino-Magicum” (L’anfiteatro divino magico dell’eterna Provvidenza). Scrive quest’opera per difendersi dalle accuse di ateismo ma è ulteriormente accusato, stavolta di panteismo.
L’anno successivo pubblica “De Admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis” (I meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali), edita a Parigi con l’appoggio di due teologi della Sorbona che ne autorizzano la pubblicazione.
Questa opera viene bene accolta dalla nobiltà francese perché è il manifesto degli “esprits forts” che guardano con ammirazione alle innovazioni culturali e scientifiche che vengono dall’Italia.
Le autorità cattoliche, avverse alle innovazioni, attaccano nuovamente Vanini e la sua opera viene revisionata e stavolta condannata al rogo dalla Sorbona come eretica. Inoltre, la Congregazione dell’Indice lo pone nella prima classe degli autori proibiti.
Senza ufficiali misure contro la sua persona, Vanini viene comunque escluso da molti ambienti della società francese a causa della condanna della sua opera. Così vaga per varie località della Francia meridionale, protetto da molti aristocratici amanti degli spiriti forti in cambio dell’insegnamento per i propri figli.
Vaga fino all’arrivo nella fatale Tolosa, in cui viene arrestato il 2 agosto 1618 per sapere quali siano le sue idee in materia di religione e morale. Si tenta di condannarlo a tutti i costi convocando anche molti testimoni senza accertare nulla. Il 9 febbraio 1619 il parlamento di Tolosa condanna Vanini per ateismo e bestemmie contro Dio. Abbandonato da tutti gli amici fedeli ed impossibilitato a difendere il suo passato travagliato affronta con dignità la sua pena, rifiutando l’assistenza di un prete e gli fu attribuita la frase “Morirò come un filosofo”. Gli fu tagliata la lingua poi venne strangolato ed infine il suo corpo fu arso al rogo. Aveva solo 34 anni.
Vanini è considerato come uno dei padri del libertinismo ed il principe dei libertini italiani. Influenzato dall’aristotelismo eterodosso si connette all’idea di naturalità; per questo il filosofo di Taurisano può essere associato ai grandi naturalisti panteisti italiani: Bruno, Telesio, Campanella.
Il movimento libertino nasce dalla pesante situazione creatasi dalla Controriforma e tutti i libertini partono dal considerare le religioni come puri e semplici fatti naturali, da spiegare senza appellarsi ad alcunché di estraneo alla natura.
Partendo da qui i libertini giungono ad una strenua difesa dell’ateismo e a farsi beffa del dogma e della morale cristiana. In questo senso si inserisce l’opera “Amphitheatrum” che solo apparentemente mira a difendere il dogma cattolico; però, a leggerla bene sembra evidente la canzonatura di questo. Vanini espone le sue teorie presentandole non come proprie, ma apprese da un immaginario miscredente; addirittura giunge anche a fingersi scandalizzato nonostante sia ben chiaro che concordi con queste idee.
La sua opera più importante è il “De Admirandis” diviso in quattro libri e costituito da 60 dialoghi (oggi sono 59, in quanto il XXXV è andato perduto). In tutta l’opera si sviluppano le discussioni riguardo alla natura tra lui stesso, nella veste di divulgatore del sapere ed un immaginario Alessandro che si mostra stupito di fronte al grande sapere dell’amico e lo sollecita a spiegare i misteri della natura che insistono sull’uomo.
L’opera costituisce una critica al pensiero degli antichi ed una divulgazione delle nuove teorie scientifiche e religiose. Si ispira all’amato Pomponazzi rifiutando l’immortalità dell’anima e a Machiavelli, da lui definito “principe degli atei” per cui «tutte le cose religiose sono false e sono finte dai principi per istruire l’ingenua plebe affinché, dove non può giungere la ragione, almeno conduca la religione», tesi che Vanini sposa in pieno.
Accetta l’idea di Dio come Essere Supremo ma identifica la divinità con la natura e per questo la legge naturale era quella divina. Non crede nella creazione poiché il mondo è eterno e governato da leggi immutabili. Il rifiuto dell’immortalità dell’anima lo porta all’attacco dei dogmi; della religione (mezzo degli ecclesiastici o dei potenti per criticare la plebe); dei miracoli, che devono essere interpretati razionalmente e sono spesso frutto della fantasia umana.
Cerca di confutare il dogma della volontà di Dio: infatti, se Dio vuole salvare gli uomini, allora il Diavolo vuole che questi si perdano. Dunque, per tutti i peccatori mortali, gli eretici e i miscredenti, essendo persi, si è compiuta la volontà del Diavolo e non quella di Dio.
Criticando il dogma della creazione, giunge ad ipotizzare addirittura una discendenza tra uomini e scimmie.
L’ambiguità del personaggio ha dato vita a molteplici interpretazioni. Per Ludovico Geymonat, ad esempio, gli scritti di Vanini hanno ben scarso valore filosofico e mancano di validità ed efficacia.
Anche altri hanno tentato di sminuire il filosofo cercando di confutare il suo ateismo riportando alla luce un suo scritto in favore del Concilio di Trento, oggi andato perduto.
Gli apologeti invece lo identificano come un precursore dell’Illuminismo, uno strenuo difensore dell’ateismo ed avversario delle superstizioni. Al filosofo pugliese va sicuramente riconosciuto il merito di aver aperto la strada, in Francia, alle teorie critiche della religione che sicuramente furono ritenute preziose dai libertini d’oltralpe come Gassendi e Bayle e contribuirono alla nascita dei Lumi. Il suo pensiero è in ogni caso sintomo di una crisi epocale, quella del Seicento, ancorata tra le teorie dogmatiche imposte dall’Inquisizione e di cui sarà vittima Bruno proprio all’inizio del secolo e di cui dovrà fare le spese anche Galileo ma anche tra oasi di libero pensiero che mise i germi dell’Illuminismo.
Le interpretazioni su Vanini sono comunque ancora aperte, nonostante il personaggio sia purtroppo dimenticato ai più sebbene abbia pagato con la vita, proprio come Bruno, le sue idee.

venerdì 8 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 febbraio.
L'8 febbraio 1904 il Giappone attacca la flotta russa a Port Hartur. E' l'inizio della guerra russo giapponese.
La guerra tra Russia e Giappone (1904 – 1905) fu il secondo importante conflitto a vedere impegnato il nuovo esercito imperiale giapponese, nato nel 1873 con l’introduzione della coscrizione di tutti i maschi fra i 17 e i 40 anni. Il battesimo di fuoco del nuovo esercito, avvenne sul finire del XIX secolo, e precisamente tra il 1894 e il 1895, nella prima delle sue guerre contro la Cina. Il risultato fu una vittoria schiacciante. Dieci anni dopo, fu la volta della guerra contro la Russia il cui esercito, all’epoca, era considerato fra i più potenti del mondo occidentale.
Causa scatenante del conflitto era il controllo sulla Manciuria e sulla penisola di Corea. L’influenza dell’impero russo era in espansione, sia verso occidente che verso oriente. A est, però, si scontrò con i progetti dell’impero nipponico che mirava a costruirsi un impero coloniale sul continente asiatico.
Dopo la fine della guerra con la Cina, e a seguito del trattato di Shimonoseki in cui il Giappone impose delle dure condizioni alla Cina, un’intervento diplomatico di Russia, Germania e Francia costrinse il Giappone, sotto la minaccia di un intervento militare, a rinunciare all’occupazione della penisola di Liadong, con l’importante base di Port Arthur. Il porto fortificato, venne ceduto alla Russia e il Giappone ebbe, come contropartita, l’aumento dell’indennità di guerra che la Cina avrebbe dovuto pagare.
Port Arthur era di grande importanza per la Russia che, finalmente, poteva avere uno sbocco sul mare; non era certo l’unico porto russo, ma era l’unico la cui operatività durava tutto l’anno: gli altri porti, localizzati in Siberia, avevano il problema che, nei mesi invernali, il ghiaccio li rendeva impraticabili. Con grave disappunto di Cina e Giappone, la Russia iniziò immediatamente la costruzione di opere di difesa attorno a Port Arthur e, soprattutto, della ferrovia che collegava la città ad Herbin, nella Manciuria che, insieme alla Corea era considerata, dal Giappone, come appartenente alla propria sfera di influenza.
Germania, Francia e Gran Bretagna, dal canto loro, approfittando della debolezza della Cina, strapparono varie concessioni favorevoli riguardanti il possesso di alcune città portuali in Manciuria.
Questa intromissione degli europei e la sconfitta diplomatica nei confronti della Russia irritarono non poco i giapponesi. Il Giappone, animato da uno spirito di rivalsa, per una vendetta che prima o poi sarebbe arrivata, aumentò la propria produzione bellica e diede un’accelerata all’ammodernamento dell’esercito.
L’espansionismo russo verso oriente era preoccupante, soprattutto per il Giappone; giorno dopo giorno l’impero russo consolidava i suoi possedimenti in Manciuria e cominciava a mostrare interesse anche per la Corea. Tra Russia e Giappone cominciarono una serie di negoziati per cercare di trovare una soluzione che potesse accontentare i due Paesi. Il Giappone era pronto a rinunciare alle mire sulla Manciuria, in cambio dell’inclusione della penisola coreana nella sua sfera di influenza. Nonostante tutti gli sforzi, i negoziati non portarono a nessun risultato: non restava che il ricorso alle armi.
Il 10 febbraio 1904 il Giappone dichiarò guerra all’impero russo.
L’esercito russo, a quel tempo, era considerato uno dei potenti al mondo. La Russia era un paese immenso, non solo geograficamente, ma anche demograficamente; aveva tutte le risorse per poter condurre una guerra veloce e vincente. Il Giappone, per contro, aveva risorse limitate e, soprattutto, non aveva ancora una importante esperienza di guerra: dalla costituzione del nuovo esercito imperiale giapponese, nel 1873, aveva combattuto, e vinto, solo contro lo scalcinato esercito cinese.
Il Giappone, addirittura, per poter iniziare la guerra, dovette chiedere un prestito di 200 milioni di dollari al finanziere tedesco, ed ebreo, Jacob Schiff.
La guerra, durata fino a settembre del 1905, fu una sequenza impressionante di vittorie giapponesi: dalla prima battaglia, quella di Port Arthur, fino a quella finale di Tsushima dove, a fronte di nessuna perdita navale, i giapponesi distrussero gran parte della flotta russa.
A causa dei numerosi rovesci subiti, l’esercito russo, seppur molto più numeroso, e meglio equipaggiato di quello giapponese, aveva il morale a terra; il Giappone era esausto per lo sforzo, e finanziariamente era quasi alla bancarotta. Una pace negoziale faceva comodo ad entrambi. In Russia, oltretutto, erano sempre più allarmanti i moti rivoluzionari e lo Zar Nicola II preferì negoziare la pace per poi dedicarsi completamente ai problemi interni.
Con l’intermediazione americana del Presidente Theodore Roosevelt, a Portsmouth, nel New Hampshire, cominciarono le trattative tra le due delegazioni.
Fu il Giappone, già nel luglio del 1904, a volere per prima una soluzione negoziale del conflitto, ma i russi si mostrano sempre ondivaghi, credendo forse che alla fine sarebbero riusciti a vincere la guerra. Fu solo dopo la catastrofica sconfitta di Tsushima (27-28 maggio 1905) che lo Zar, con l’alta nobiltà, si decise ad avviare colloqui di pace. Agli inizi di giugno, il Presidente americano ricevette dai rappresentanti dei due Paesi, la volontà di iniziare una Conferenza di Pace.
Il tavolo dei negoziati iniziò in agosto, il 9, e ci vollero dodici incontri per trovare l’accordo finale,
La posizione iniziale russa era piuttosto decisa: nessuna concessione territoriale, nessuna limitazione al dispiegamento dei soldati russi in estremo oriente e nessun indennizzo. Il Giappone mirava al riconoscimento della Corea nella propria sfera d’influenza, pretendeva un cospicuo risarcimento di guerra e, infine, chiedeva il ritiro dei russi dalla Manciuria.
Il momento più difficile del negoziato, fu alla fine quando arrivò il momento di discutere eventuali concessioni territoriali e in moneta.
La Russia propose che il Giappone si tenesse pure la metà meridionale della penisola di Sakhalin, ma che, in cambio, rinunciasse ad ogni indennizzo di guerra. Il Giappone rifiutò, ma non aveva il coltello dalla parte del manico, pur avendo vinto la guerra: l’esercito russo, che si era nel frattempo rafforzato, minacciava di riprendere le ostilità nel caso il Giappone non avesse accettato la proposta russa.
Quindi. con l’intermediazione americana, il ministro degli esteri nipponico Komura Jutarō, dovette accettare le condizioni russe.
Il 30 agosto venne quindi raggiunto il completo accordo, e il 5 settembre 1905 venne firmato l’accordo di Pace.
Nell’accordo raggiunto, al Giappone venne riconosciuto l’interesse sulla Corea, la Russia dovette evacuare i suoi soldati dalla Manciuria; inoltre Port Arthur sarebbe stata restituita alla Cina e la concessioni minerarie e ferroviarie (South Manciuria Railway) vennero girate al Giappone. Alla Russia vennero riconosciuti solo i diritti sulla Chinese Eastern Railway. Il Giappone sarebbe rimasto in possesso della parte meridionale dell’isola dii Sakhalin, ma nessun indennizzo sarebbe stato pagato dalla Russia.
Il successo della mediazione americana, valse al Presidente Theodore Roosevelt, nel 1906, il Premio Nobel per la Pace.

giovedì 7 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 febbraio.
Il 7 febbraio 1812 nasce Charles Dickens.
Romanziere inglese tra i più popolari della storia della letteratura di ogni tempo, mostro di bravura capace di creare storie immortali con una scrittura abilissima e comprensibile a tutti, Charles Dickens nasce il 7 febbraio 1812 presso Portsmouth, secondo di otto figli. Il padre John era impiegato all'ufficio della Marina e la madre Elizabeth Barrow era figlia di un funzionario statale.
Il piccolo Charles John Huffman Dickens (questo il suo nome completo) trascorre i primi quattro anni in luoghi diversi seguendo la famiglia e i vari trasferimenti del padre e sviluppando già nella prima adolescenza una profonda passione per la lettura. Le opere preferite vanno dal teatro elisabettiano ai romanzi di Defoe, Fielding e Smollett, dalle "Mille e una notte" al "Don Chisciotte" di Cervantes.
Nel 1824 il padre viene arrestato per debiti: rinchiuso in prigione, vi resta qualche mese finché grazie a una piccola eredità la famiglia può finalmente appianarne i debiti. In quei mesi bui il dodicenne Charles conoscerà il duro lavoro del manovale, lo sfruttamento dei minorenni (vero scandalo dell'Inghilterra di allora) e la brutalità di alcuni rappresentanti delle classi subalterne. Le condizioni di lavoro erano spaventose: gettato in una fabbrica simile ad una sporca baracca infestata dai topi, insieme ad alcuni coetanei dei bassifondi incollava etichette su flaconi di lucido per scarpe.
Sono esperienze che gli resteranno nell'anima per sempre come una ferita mai rimarginata e che faranno da fecondo "humus" per la sua inesauribile invenzione letteraria.
Una volta uscito dal carcere il padre era contrario a che Charles lasciasse il lavoro, finché per fortuna dopo circa un anno la diversa volontà della madre si imponeva.
A partire dal 1825 Charles può riprendere gli studi; questa volta non più in modo occasionale bensì presso la Wellington Academy di Hampstead Road; la abbandonerà però due anni dopo perché il padre non potrà più permettersi la retta di iscrizione.
A maggio comincia quindi a lavorare come fattorino presso uno studio legale per passare l'anno successivo all'attività di cronista parlamentare, fino ad ottenere nel 1829 l'incarico di giornalista presso la Law Courts dei Doctors in società col cugino Thomas Charlton.
L'anno successivo il diciannovenne Charles si innamora di una giovane, figlia di un funzionario di banca, ma anche per ragioni di disparità sociale e per l'opposizione dei genitori di lei, il fidanzamento si scioglie tre anni dopo con una rottura che lascerà più d'un segno nell'animo di Charles.
Nel 1835 incontra Catherine Hogarth, sposata in fretta e furia l'anno successivo; significativo è il rapporto che si stabilisce tra lo scrittore e le due cognate, Mary (la cui morte a soli 16 anni nel 1837 scatena in Charles un dolore infinito e una grave crisi psicologica) e Georgina, di 12 anni più giovane di Catherine, che entrò più tardi nella famiglia dello scrittore sostituendosi gradualmente alla sorella maggiore nell'amministrazione della casa e che non lasciò nemmeno quando i due coniugi ottennero la separazione legale, tollerando in seguito anche il nuovo amore e la nuova relazione di Charles con Ellen Ternan.
Chi legge i romanzi di Dickens ritrova celate in alcuni personaggi femminili le stesse caratteristiche di queste insolite cognate.
Il 6 gennaio 1837 nasce il primo di otto figli, ma il 1837 è anche l'anno del primo grande successo ottenuto sia con i fascicoli a puntate di "Oliver Twist" che con i "Quaderni di Pickwick" (poi diventato il celebre "Circolo Pickwick"): due capolavori assoluti che rimarranno per sempre nella storia della letteratura mondiale.
Questo è un periodo creativo strabiliante per Dickens: in questi anni comincia di fatto un quindicennio durante il quale lo scrittore genera le sue opere maggiori, culminate con la pubblicazione del sublime "David Copperfield".
La sua fama finalmente si diffonde sia in Europa che in America tanto che nel 1842 effettua un lungo viaggio negli Stati Uniti, dove tra l'altro si interesserà del sistema carcerario.
Nel luglio 1844 sbarca anche in Italia stabilendosi a Genova con la famiglia al completo fino all'aprile del 1845. Nel 1846 visita la Svizzera e la Francia e anche in questi casi si conferma la sua particolare attenzione per le strutture carcerarie, la loro organizzazione e finalità, segno di grande sensibilità sociale indubbiamente maturata a seguito della esperienze infantili.
Nel maggio 1855 la sua vita subisce un brusco cambiamento a causa dell'incontro con Ellen Ternan, un amore che lo spingerà ad abbandonare il tetto coniugale per iniziare una nuova vita con lei. Malgrado l'ancor giovane età Charles Dickens è quasi una gloria nazionale: è il responsabile di una vera e propria febbre di massa, sempre impegnato in letture pubbliche delle sue opere sia in patria che all'estero. Lei è docile e lo segue con deferenza anche se nasconde un carattere ferreo e materno, capace di guidarlo nei frangenti più difficili.
Alla fine del 1867 Dickens intraprende un nuovo viaggio in America per un giro di letture ma in dicembre si ammalerà gravemente, tanto da riprendersi con grandi difficoltà. Nel 1869 comincia a scrivere la sua ultima opera, "Il mistero di Edwin Drood", rimasta purtroppo incompiuta.
Le sue condizioni fisiche sono ormai critiche.
Ridotto al lumicino da complicazioni polmonari protratte, subisce un'emorragia cerebrale che lo porta alla morte il giorno successivo: è il 9 giugno 1870. Verrà sepolto il 14 giugno con grandi onori nel Poet's Corner in Westminster Abbey.
I romanzi di Dickens, pur con risultati differenti, rappresentano uno dei momenti più alti del romanzo sociale dell'Ottocento: un misto di prosa giornalistica e classica affabulazione con un marcato occhio sensibile verso la realtà sociale e le esigenze del lettore con il quale crea una comunicazione sempre di alto livello. Le sue descrizioni di ambienti, situazioni e personaggi rappresentano un affresco fondamentale per comprendere la società inglese del diciannovesimo secolo.

mercoledì 6 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 febbraio.
Il 6 febbraio 1958 un incidente aereo si portò via 8 grandi stelle del Manchester United.
Monaco di Baviera, 6 febbraio 1958, ore 16,04: il volo Be 609 della British European Airways ritenta il decollo. La pista è coperta di neve, dalla cabina di controllo sconsigliano la manovra, ma il pilota Rayment insiste e porta l’aereo fino in fondo alla pista dove un’ala va a impattare contro le mura di una casa che in un attimo s’incendia. Un’esplosione pazzesca, quell’aereo va in mille pezzi e con esso una parte dei “Busby Babes” del Manchester United.
Finirono così i figliocci leggendari di sir Matt Busby, lo «scozzese di ferro» che dal 1946 al ’69 avrebbe fatto dello United la sua missione. Un duro dal cuore tenero, che amava lavorare soltanto con il suo staff. Un gruppo di uomini fidati, composto da una “triade pulita”: Jimmy Murphy addetto allo sviluppo di quello che sarebbe diventato il miglior settore giovanile del calcio britannico; Bert Whalley, il coach che recapitava settimanalmente lettere con su scritti i giudizi tecnici ad ogni singolo giocatore della rosa; Tom Curry che aveva il compito di badare alla «crescita spirituale» dei Babes e molti di loro lo seguivano alla Messa nella chiesa cattolica prima di ogni match. Murphy quel 6 febbraio come sempre intendeva seguire la squadra e a salvarlo fu un impegno come visionatore per conto della nazionale.
Whalley e Curry non scamparono invece alla tragedia di Monaco (che fece 23 vittime), ed è importante ricordarli, perché senza il loro prezioso lavoro oggi non esisterebbe il grande Manchester United, un colosso del football, con 50 milioni di tifosi sparsi nel mondo e 4° club più ricco del pianeta calcio. Busby e i tre uomini del suo staff sono stati degli autentici pionieri di una società che appena dopo la Seconda Guerra era ridotta finanziariamente ai minimi termini. Mancavano le divise per scendere in campo e perfino per gli allenamenti era necessario il razionamento delle maglie. Allora non esisteva neppure il mitico stadio di Old Trafford, e così lo United doveva chiedere ospitalità agli “odiati” cugini del Manchester City che gli concessero il loro impianto dietro lauto pagamento dell’affitto stagionale.
Solo nell’agosto del 1949, tre mesi dopo l’infausta tragedia di Superga, dove anche il sogno del Grande Torino andò in frantumi in un aereo, i “Red Devils” poterono tornare alla loro «casa». Da quel momento in poi l’Old Trafford avrebbe alzato il sipario su quello che ormai è diventato «The Theatre of Dreams». Il Teatro dei sogni di quei giovani plasmati alla grinta e al bel gioco, ma soprattutto al rispetto per se stessi e per gli avversari. Il primo comandamento di Busby recitava: «Ciò che importa più di tutte le altre cose è che una partita di calcio deve essere disputata con lo spirito giusto, ovvero con fair play».
Una lezione imparata a memoria dai Babes e che divenne una delle risorse per aprire un’era gloriosa, inaugurata nella stagione 1951-’52 con il titolo di campioni d’Inghilterra. Un successo che allo United mancava da 41 anni e al quale seguirono altri 4 campionati vinti con sir Busby in panchina che chiuse quel ciclo d’oro nel 1968 con la conquista dell’agognata Coppa dei Campioni. Quei talenti, messi insieme formavano un tesoro che all’inizio della luttuosa stagione 1957-58 era stato stimato in 350mila sterline.
E le quotazioni dei Busby Babes erano destinate a lievitare dopo la netta vittoria nei quarti di Coppa dei Campioni sul campo della Stella Rossa di Belgrado. L’ultimo urlo di gioia per 8 di quei ragazzi che fecero piangere Manchester e tutti gli innamorati del football . Il capitano, il “vecchio” Roger Byrne (28 anni) quel 6 febbraio se ne andò senza sapere che aspettava un figlio da sua moglie Joy e appena in tempo per scrivere l’ultimo articolo nella rubrica che teneva dalle pagine del “Manchester Evening News”. «Spero di ritrovare il Real Madrid in semifinale…», scrisse Byrne che pregustava la rivincita dopo la sconfitta subita con gli spagnoli l’anno prima.
Geoff Bent (25 anni) era allergico ai viaggi aerei: «Mi fanno sanguinare il naso mister Busby», aveva provato a convincerlo. Ma alla fine si era piegato alla volontà del “mister” ed era partito per la sua ultima trasferta. Tommy Taylor (26 anni) stava progettando il matrimonio con la sua fidanzata e al telefono gli disse: «Prepara una bella birra che sto arrivando amore…». Liam Whelan (22 anni) morì con la fede più profonda dell’irlandese cattolico e prima dello schianto c’è chi giura di averlo sentito urlare: «Dio sono pronto…». A Dublino per i suoi funerali si presentarono in 20mila.
Mark Jones (24 anni) lasciò a casa ad aspettarlo invano una giovane moglie e un bambino piccolo. Un’assenza che spaccò il cuore dell’amato Rick, un labrador nero che si lasciò morire qualche giorno dopo la fine prematura del suo padrone. Quella sciagura fu un tiro più mancino di quelli che scagliava in porta l’ala sinistra Eddie Colman (21 anni) che con David Pegg (22 anni) era il più giovane del gruppo dei gioielli .
La gemma più preziosa, la grande speranza d’Inghilterra, era Duncan Edwards, “the Tank”. Volò via per sempre anche lui, a 21 anni. Poco prima della manovra di decollo trovò il tempo di spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania.
Il telegramma arrivò a destinazione alle 17 di quel pomeriggio, quando a Monaco Edwards su un letto dell’ospedale Rechts der Isar, affrontava la sua sfida più importante, quella contro la morte. I suoi polmoni d’acciaio capaci di reggere anche quattro partite alla settimana non volevano mollare. Con le costole frantumate, un polmone perforato e la gamba destra spezzata, Duncan sibilò al al dottore: «Quante chance ho di poter giocare in Premier la settimana prossima?». La sua fidanzata Molly gli tenne forte la mano e rimase così, a vegliarlo, fino alla notte del venerdì 21 febbraio quando quella stella di Old Trafford si spense per sempre. Fu una seconda morte per il Manchester. La cittadina di Dudley, nel Midlyne dove Edwards era nato, si strinse tutta intorno a quel figlio adorato al quale gli dedicò una statua e sulle vetrate della chiesa di St Francis è stato dipinto il suo ritratto con la maglia del Manchester e dell’Inghilterra.
Un’Inghilterra che per anni si è chiesta se con i Babes in campo la nazionale dei Tre Leoni non avrebbe conquistato anche i Mondiali del ’58 e del ’62, compiendo il tris iridato con quella Coppa alzata al cielo di Londra nel ’66 da sir Bobby Charlton, «il sopravvissuto di Monaco». Fu lui, il bomber dello United insieme a Dennis Law e al “Pelè bianco” e principe degli irregolari, George Best, a mantenere in vita il mito vincente dei Babes, ma soprattutto a ridare il sorriso a sir Busby. Lui non ha mai smesso un giorno di pensare a quei suoi ragazzi che fino all’ultimo minuto delle loro esistenze amava salutare con un paterno: «hello son», ciao figliolo. Busby ha sempre saputo che quel gruppo straordinario e il loro sogno sarebbe durato in eterno.
E allora l’ultimo atto di questa lunga storia dei Babes forse è stato scritto a Barcellona in una notte magica del 1999. Finale di Coppa di Campioni Manchester-Bayern, la squadra di Monaco. Lo United al 90’ è sotto di un gol, ma nei minuti supplementari sigla la più clamorosa delle vittorie, 2-1. Era la notte del 26 maggio, il giorno del compleanno di sir Busby che se ne era andato cinque anni prima. Ma quella notte a Barcellona, i tifosi del Manchester giurano che Busby e i suoi Babes erano lì con loro, erano tornati giusto il tempo per portare ancora una volta lo United sul tetto d’Europa, perché il sogno di Old Trafford non abbia mai fine.

martedì 5 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.
Il 5 febbraio 1924 l'Osservatorio di Greenwich trasmette per la prima volta il suo segnale orario.
La progettazione dell’Osservatorio Reale di Greenwich fu affidata all’architetto reale Christopher Wren, su volere di Carlo II, re d’Inghilterra; l’Osservatorio fu fondato il 22 giugno 1675 con l’intenzione di migliorare la navigazione marittima risolvendo la questione della misurazione della longitudine in mare. All’astronomo John Flamsteed venne conferito il titolo di Astronomo Reale, a cui succedette Edmund Halley, astronomo “padre” dell’omonima cometa.
Nel Seicento, la navigazione marittima era in crescente sviluppo e Greenwich divenne punto di riferimento per l’identificazione del punto in cui ci si trovava e per la regolazione degli strumenti di bordo, al fine di pianificare con precisione le rotte da seguire.
In riconoscimento di questi meriti, nel 1884 la Conferenza Internazionale di Washington stabilì che Greenwich fosse la sede convenzionale del Primo Meridiano di Longitudine Zero, ovvero 0° 0’ 0’’, punto di partenza per la determinazione della longitudine.
Tutte le carte geografiche, astronomiche e nautiche vengono regolate in base ad esso.
Dal Meridiano di Greenwich, verso est e verso ovest, viene misurata la distanza angolare di ogni altro luogo sulla Terra, cioè la coordinata geografica chiamata longitudine.
E’ inoltre punto di riferimento temporale per la determinazione dei fusi orari (Tempo del Meridiano di Greenwich, GMT). Il segnale orario per indicare il GMT fu ufficialmente introdotto dalla BBC il 5 febbraio 1924 con i caratteristici sei bip che precedono lo scoccare dell’ora.
Diventato nel XX secolo un importante centro per lo studio dell’astrofisica, l’Osservatorio Reale di Greenwich gestì nel 1967 il telescopio Isaac Newton (INT), oggi situato a Las Palmas nelle Isole Canarie.
Ancora oggi, nella parte originale dell’Osservatorio, è presente la Time Ball, una sfera rossa posta sul tetto dell’edificio che quotidianamente alle ore 13 cade lungo la sua asta, ricordando la sua storica funzione, cioè quella di indicare ai marinai l’ora esatta per regolare gli orologi di bordo.
La linea del Meridiano di Longitudine Zero, che divide l’emisfero orientale da quello occidentale, è segnata nel terreno del giardino esterno da una striscia di metallo, accanto alla quale sono segnate le longitudini delle principali città del mondo.
Il complesso dell’Osservatorio Reale ospita inoltre un museo di astronomia e di navigazione, diverse gallerie del tempo, un planetario con proiettore laser digitale, per valorizzare un patrimonio storico e culturale importante a livello mondiale.


lunedì 4 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 febbraio.
Il febbraio 1991 i Queen pubblicano Innuendo, l'ultimo album prima della morte di Freddie Mercury.
"inside my heart is breaking,
my make-up may be flaking,
but my smile still stays on"
Tutto ha un inizio ed una fine, i Queen purtroppo finiscono qui. Il successivo Made In Heaven fu completato dopo la morte di Freddie Mercury, quindi l’ultima opera realizzata da tutti e quattro i componenti assieme è proprio questo Innuendo.
Durante le registrazioni sia Freddie, che gli altri, sapevano che il fenomenale singer se ne stava andando; proprio questo portò il gruppo a comporre un disco bellissimo, sicuramente il migliore degli ultimi anni. Un vero capolavoro, dalle sonorità mutevoli, a volte oscuro e malinconico, altre più fresco e quasi gioioso.  Ciò che resta costante per tutto il lavoro è la consapevolezza di giocarsi l’ultima carta, di suggellare con un ultimo superbo affresco una carriera esaltante. Non che volessero dimostrare qualcosa e chissà chi, di questo i Queen non si sono mai preoccupati, ma piuttosto di regalare a loro stessi, nonché ai loro fans, una fine degna della loro vita, degna di quel nome, delle folle sterminate che assistevano ai loro concerti, degna di canzoni che sono diventate storia, e ci sono riusciti al meglio. Nulla è lasciato al caso, ogni nota, ogni suono, ogni sussurro è studiato al dettaglio ma questo non porta Innuendo ad essere freddo e distaccato, lo rende invece perfetto. Freddie era allo stremo, l’AIDS lo stava distruggendo sia dentro che nell’aspetto, ma non riuscì ad intaccarne la voce, essa è per tutto il disco quel magico suono che ha incantato milioni di amanti della musica.
Le sonorità che trovano posto in questo disco sono molteplici, è un lavoro molto articolato e vario, suonato in modo impeccabile e dagli ottimi arrangiamenti, è come se i Queen avessero voluto dare un successore ad A Night A The Opera, infatti proprio questo è il lavoro, che da un punto di vista formale, più assomiglia a Innuendo.
La stupenda title track posta in apertura si potrebbe definire quasi una mini-suite, essa è la sintesi di quello che sono i Queen, una canzone maestosa e articolata in cui si incastrano perfettamente vari generi. Una sorta di Bohemian Rhapsody degli anni ’90, dopo una breve rullata, inizia una rock-song maestosa ed oscura che si potrebbe definire quasi epica, costruita su i riff di Brian May, segue un breve stacco acustico dalle tinte latine, che prende spunto dagli Yes, per poi sfociare una un parte corale-sinfonica quasi da opera classica, e non è finita perché ora viene fuori tutta l’energia della Red Special di Brian in uno splendido assolo che riprende la melodia precedente, poi tutto torna come all’inizio e la canzone si conclude come è iniziata, dando a Freddie la possibilità di fare veramente ciò che vuole, prima è solenne e quasi recitativo poi ci regala superbi crescendo fino ad arrivare dove solo lui può.
Segue I’m Going Slightly Mad, molto bella, dalle sonorità malinconiche, che a volte fanno tornare in mente qualche film americano degli anni ’50, ottimamente interpretata da Freddie in modo molto espressivo, buono l’assolo centrale in cui Brian riesce a far cantare la sua chitarra in modo unico e degno di nota anche al lavoro al basso da parte di Deacon; si dice che alcune parti del testo siano state scritte estraendo a caso alcune frasi senza senso scritte dai quattro e buttate dentro una scatola.
Headlong è puro e sanguigno hard rock, dall’incedere sempre più coinvolgente, in cui i riff provenienti dalla Red Special comandano il gioco, splendido come sempre l’assolo, Freddie particolarmente aggressivo, al contrario della song precedente. Potentissima e assolutamente rock è anche la successiva I Can’t Live With You, che nelle bellissime parti corali ricorda vagamente Somebody To Love, Mercury come sempre incanta, con acuti caldi e potenti.
Di registro completamente diverso è la successiva, Don’t Try So Hard, lenta e molto melodica, con atmosfere quasi gotiche, a tratti incredibilmente oscura e decandente; Freddie ci regala una delle migliori prestazioni di tutto il disco, assolutamente indescrivibile.
Si arriva così a Ride The Wild Wind, tra le migliori canzoni del disco;  è una canzone sognante che quasi fa volare la nostra mente, Freddie ci entra nella testa e ci dona emozioni incredibili, da sogno anche l’assolo di Bryan, azzeccata poi la scelta di inserire affascinanti controcanti eseguiti da Roger Taylor autore di una buona prova dietro le pelli; è una canzone dalle atmosfere rarefatte, in cui anche qui come in precedenza affiora tutta quella solenne e maestosa malinconia che caratterizza il lavoro. Interessante il lavoro compiuto dal gruppo in All God’s People, è un mutevole gospel, dalle leggere tinte psichedeliche, offre grandi parti blues in cui è evidente lo zampino di Bryan, alternate da ottime melodie. Si arriva così a These Are The Days Of Our Life, scritta da Roger Taylor, è una ballad dalle sonorità leggere e delicate, il testo invece è molto triste e parla dei bei tempi passati di cui non resta altro che il ricordo, e vista la situazione, le parole dette da Freddy diventano pesanti come macigni. Di questo pezzo è stato girato anche un video, l’ultimo della storia dei Queen, in cui un malato Freddie appare quasi irriconoscibile, sfido chiunque a non commuoversi nel vederlo sorridere e sussurrare “I’ll still love you” e salutarci per l’ultima volta. La successiva Delilah è leggermente sottotono rispetto al resto del disco, ma è comunque un pezzo piacevole, scritta da Freddie e dedicata alla sua gatta, si fa ricordare per la personalissima voce che Bryan dona alla sua sei corde, che ricorda proprio il miagolare di un gatto. Di nuovo hard rock, dalle tinte NWOBHM, per la successiva The Hitman davvero molto potente, costruita su un riff assolutamente potente e metallico, ci porta ad un leggero accenno di headbanging, davvero ottima! Bijou è una canzone lenta e melodica eseguita quasi esclusivamente da Bryan May e la sua chitarra, tranne per una breve strofa cantata e un dolce tappeto di tastiere, un assolo veramente stupendo in cui Bryan si supera.
Arriviamo ora ad uno dei più grandi capolavori dei Queen: The Show Must Go On. Contrariamente a quanto si pensa non è una sorta di testamento di Freddie Mercury, è invece stata scritta da Bryan May e dedicata al suo compagno di mille avventure. Una canzone davvero stupenda che riprende lo stile della title track, molto complessa, a tratti epica e potente, altre volte dolce e melodica è dotata di un coro potentissimo e di favolose parti strumentali. Il canto del cigno di Freddie, in cui superando se stesso, compie una performance superba e memorabile ricca di pathos, una canzone così la potremo ascoltare cento volte, e ci sorprenderà e ci emozionerà ad ogni ascolto in modo diverso. Bellissimo il testo in cui Bryan quasi ci convince che i Queen e Freddie siano qualche cosa di immortale, che nonostante tutto ciò che succederà loro saranno sempre qui ad incantarci con la loro musica.
Questo disco uscì in febbraio, sette mesi più tardi Freddy lascia questo mondo per diventare un mito, un mito che vivrà per sempre, cosi come vivrà per sempre la leggenda dei Queen. 

domenica 3 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 febbraio.
Il 3 febbraio 1959 per gli americani fu "il giorno in cui morì la musica".
Il 3 febbraio del 1959 è iniziato da pochi minuti. Le macchine, lungo la interstatale 35, corrono veloci. Passata la mezzanotte sono pochi i locali e i ristoranti di Clear Lake, Iowa, con le insegne ancora accese. Anche le luci della Surf Ballroom si sono appena spente, il concerto è finito. Fuori dal locale i musicisti che si sono appena esibiti si rilassano, scambiano quattro chiacchiere scherzando in tranquillità ora che la tensione da palcoscenico è alle loro spalle. La band è costituita da validi strumentisti. C’è ad esempio il cantante e chitarrista Jiles Perry Richardson Jr. detto “Big Bopper”, c’è il cantante Francis DiMucci detto “Dion”, c’è il chitarrista Tommy Allsup, c’è anche Waylon Jennings, che sarebbe poi diventato uno dei più celebri folksinger americani, ma che ora è solo un giovane bassista. Tutti musicisti in gamba. Ma due di loro sono qualcosa di più che rocker di talento. Sono già delle star: Buddy Holly, l’occhialuto nerd del rock’n’roll, già fa impazzire i teen-ager americani con le sue filastrocche rockabilly come “Peggy Sue” o “Everyday”. E Ritchie Valens che ha visto la sua vita cambiare grazie a una semplice canzonetta, “La bamba”, una canzone tradizionale messicana vecchia di trecento anni, riletta in chiave chicano-rock e piazzata come lato B di un 45 giri, divenuta in poco tempo un successo planetario.
Eccoli qui, questi ragazzi del rock’n’roll. Età media ventitre anni, promesse della musica imbarcate tutte insieme nel Winter Dance Party Tour, una frenetica tournée di 24 date in 3 settimane che dovrebbe concludersi il 15 febbraio. Sono pressappoco a metà della fatica e le cose stanno andando benissimo: il concerto di quella sera è stato memorabile, il pubblico è impazzito.
Ma l’imperscrutabile aleggia sui ragazzi del rock’n’roll.
Il pullman che li sta portando in tour ha l’impianto di riscaldamento rotto. Fa un freddo cane, in pieno inverno, in Iowa. La prossima tappa è Moorhead, in Minnesota e Buddy Holly, soprattutto lui, non ha per niente voglia di farsi cinquecento chilometri a bordo di quel frigorifero. E poi i soldi stanno girando alla grande, la band può permettersi qualcosa di meglio. Buddy decide di affittare un piccolo aereo privato che li porti in poco tempo a Fargo, a un tiro di schioppo dalla località del loro prossimo concerto.
Mentre Ritchie Valens sta ancora firmando autografi alle sue fan, Buddy Holly ha già contattato l’aeroclub locale, il Dwyer Flying Service. C’è un piccolo aereo disponibile, un Beechcraft Bonanza da quattro posti, compreso quello per il pilota: Roger Peterson, giovane anche lui, ventuno anni.
Tre posti per i passeggeri, sei musicisti. Bisogna stabilire chi si godrà la comodità del volo e chi dovrà invece farsela su strada sul pullman-frigorifero. «Non ci provate neanche – dice Buddy agli altri – io ho rimediato l’aereo e io ci salgo sopra di sicuro». E uno. Ritchie Valens se la gioca testa o croce con Tommy Allsup. La moneta da 50 cent volteggia in aria e precipita sul palmo del divo de “La bamba”. «Mi dispiace amico – dice Valens ad Allsup – ho vinto io». E due. Jennings sceglie di cedere spontaneamente il posto a “Big Bopper” Richardson, febbricitante. «Già non ti senti bene. Se ti fai il viaggio a bordo di quella cella frigorifera arrivi a Moorhead con le corde vocali congelate – dice Waylon Jennings al suo compagno di band – non possiamo permettercelo». “Big Bopper” accetta senza fare complimenti. E tre. Buddy Holly si diverte a sfottere Jennings: «Ti congelerai le chiappe su quel bus, Waylon!». «’Fanculo Buddy – risponde l’amico ridendo – che possiate schiantarvi al suolo con quel trabiccolo». Quella frase perseguiterà Jennings per tutta la vita.
Non è neanche l’una di notte quando il Beechcraft Bonanza N3794N decolla dalla pista innevata di Clear Lake alla volta di Fargo. A bordo, dunque, oltre al giovane pilota Peterson, ci sono J. “Big Bopper” Richardson e due delle più celebri rock’n’roll star del momento: Buddy Holly e Ritchie Valens.
Pochi minuti dopo il decollo comincia a soffiare un vento gelato da nord est. La neve cade fitta. È notte fonda eppure è tutto bianco. La terra sotto di loro è bianca, il cielo intorno a loro è bianco. Impossibile orientarsi a vista. A Peterson non resta che affidarsi alla strumentazione di bordo, ma è molto inesperto e – si scoprirà poi – non ha mai conseguito la certificazione necessaria per volare solo con gli strumenti.
Le luci di coda non sono già più visibili nel bianco che circonda ogni cosa. La torre di controllo dell’aeroporto di Mason City tenta invano di mettersi in contatto con la cabina di pilotaggio del Beechcraft Bonanza. Il velivolo si inclina su un lato. Troppo. Un’ala colpisce il terreno. L’aereo comincia a carambolare sul suolo ricoperto di neve fino a quando non si sfracella definitivamente. I corpi di Holly, Valens e Big Bopper schizzano fuori dall’abitacolo, quello di Peterson resta incastrato tra le lamiere. Nessuno di loro sopravvive.
Nell’immaginario rock il 3 febbraio del 1959 è stato definito “The day that music died”, il giorno in cui morì la musica. Molti anni dopo, un altro cantautore americano, Don McLean, dedicherà una canzone a quella giornata infausta: «American Pie», altro brano mitico della storia del rock. Un volo di pochi minuti. Così tanto talento musicale scomparso improvvisamente e simultaneamente.
Dei tre musicisti morti nell’incidente, la perdita più clamorosa è senza dubbio quella di Buddy Holly. La carriera di questo ventitreenne di Lubbock, Texas è durata solo tre anni (il suo primo singolo, “Blue Days, Black Nights” è del 1956) ma gli sono stati sufficienti per piantare i semi del rock a uso e consumo di innumerevoli generazioni a venire. Dalle più oscure band a Beatles e Rolling Stones, tutti riconoscono il debito che hanno avuto nei confronti di Mr. Holly. Il suo look da bravo ragazzo, la libertà formale, a tratti dadaista, dei suoi testi, la ricchezza degli arrangiamenti delle sue canzoni sono stati tutti lasciti messi a frutto da chi è venuto dopo di lui.
La storia del rock è fatta anche di morti, suicidi leggendari, trapassi emblematici. Elvis Presley, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Ian Curtis, Kurt Cobain. La scomparsa di Buddy Holly ha qualcosa in più, perché è stata una delle prime, quando la musica rock doveva ancora sprigionare tutto il suo incredibile potenziale mediatico e popolare. Come i maestri del rinascimento non hanno mai potuto vedere le tele degli impressionisti, come i drammaturghi elisabettiani non hanno mai conosciuto il teatro contemporaneo, così Buddy Holly e altri rocker degli anni Cinquanta se ne sono andati senza poter neanche intuire come e quanto si sarebbe sviluppata l’arte cui avevano contribuito a gettare le basi.

sabato 2 febbraio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 febbraio.
Il 2 febbraio 1848 viene firmato il trattato di Guadalupe Hidalgo, che pone fine alla guerra tra Messico e Stati Uniti d'America.
Sul finire degli anni ’40 del XIX secolo, mentre lungo la volatile frontiera del west scoppiavano numerosi i conflitti tra i coloni che avanzavano e le tribù indiane che erano insofferenti rispetto alla presenza dei bianchi, c’erano altri fronti di guerra pronti per scoppiare in tutta la loro evidenza. Tra questi va’ ricordata la guerra messicano-americana (anche detta “guerra Messico – Stati Uniti”) che scoppiò tra gli Stati Uniti e il Messico nel periodo a cavallo tra il 1846 ed il 1848.
Gli Stati Uniti chiamano questa guerra “la guerra messicana” oppure “guerra di Mr. Polk”, mentre tra i messicani è nota come “Intervento degli Stati Uniti”, “invasione statunitense del Messico” o anche “guerra degli Stati Uniti contro il Messico”. Fin dal nome, quindi, è ben evidente la forte differenza di sensibilità che è sfociata nella guerra.
E fu proprio questa differenza di sensibilità, insieme ai molti conflitti irrisolti fra il Messico e la repubblica del Texas, che la guerra messicano-americana trovò il combustile per innescarsi. La repubblica del Texas, infatti, era stata fondata da coloni americani ma… su territorio messicano. Dopo la rivoluzione texana del 1836, il Messico rifiutò ovviamente di riconoscere la Repubblica del Texas ed espresse in maniera decisa e indubitabile l’intenzione di riportare quell’enorme territorio sotto la sua sovranità.
I più autorevoli tra i coloni del Texas – che erano anche le guide politiche di quelle genti – manifestarono invece interesse per l’annessione agli Stati Uniti, anche se funzionari messicani avvertirono che quella eventuale decisione avrebbe significato automaticamente la guerra.
Trascorsero degli anni in cui gli Stati Uniti si rifiutarono di annettere il Texas, ma nel 1845 il Presidente John Tyler, nell’ultimo giorno del suo mandato, in accordo con la politica espansionista implicita nella cosiddetta “dottrina del destino manifesto” (Manifest Destiny), inviò al Texas un’offerta di annessione che il Texas, ovviamente, accettò e divenne seduta stante il 28° stato degli Stati Uniti. Tale decisione fu anche basata sulla durissima crisi economica nella quale si dibatteva il Texas in quel periodo.
A questo atto unilaterale si oppose il governo messicano che protestò vibratamente affermando che gli Stati Uniti, annettendo una provincia messicana ribelle, erano intervenuti negli affari interni del Messico, ledendone nei fatti la sovranità. Seguirono alcuni tentativi per evitare la guerra che pareva inevitabile. Inviati britannici tentarono ripetutamente di dissuadere il Messico dal dichiarare guerra, ma tali sforzi diplomatici furono infruttuosi, anche perché fra Stati Uniti e Regno Unito scoppiarono altre dispute, in particolare quella sui confini dell’Oregon.
Ad ogni buon conto, va’ detto che furono comunque gli Stati Uniti a dichiarare guerra al Messico, provocando il necessario casus belli.
Subito dopo aver compiuto l’annessione del Texas, il neo-eletto presidente James Knox Polk decise di acquistare un’altra provincia messicana, quella della California. Gli espansionisti volevano la California per avere uno sbocco sull’oceano Pacifico, che avrebbe permesso agli Stati Uniti di partecipare al lucroso commercio con l’Asia. Si sapeva, inoltre, che il controllo del Messico su quella provincia lontana era debole, e si temeva che, ritardando l’azione, potesse finire in mano alla Gran Bretagna. Ma, con la dottrina Monroe, gli Stati Uniti avevano espressamente escluso anche solo la possibilità dell’ingerenza di altre potenze nel loro operato nell’intero continente, ritenendola un pericolo per la sicurezza statunitense.
Polk decise così, nel 1845, l’invio in Messico del diplomatico John Slidell per acquistare California e Nuovo Messico per più di 30 milioni di dollari. Nel gennaio 1846 Polk accentuò la pressione sul Messico inviando truppe, al comando del Generale Zachary Taylor, nel territorio allora conteso fra Texas e Messico, tra i fiumi Nueces e Rio Grande. Taylor ignorò le richieste messicane di sgombero e marciò a sud del Rio Grande, dove avviò la costruzione di Fort Texas.
Il viaggio di John Slidell portò il subbuglio nella politica messicana; girava voce che fosse venuto per acquistare altri territori senza offrire nulla per la perdita del Texas. I messicani si rifiutarono di riceverlo, adducendo problemi relativi alle sue credenziali. Così Slidell fece rientro a Washington nel maggio 1846. Il presidente Polk ritenne quel gesto un’offesa e una “causa di guerra più che sufficiente” e si preparò a chiedere al Congresso una dichiarazione di guerra, che il Congresso avrebbe poi ratificato.
Ma gli eventi stavano precipitando e pochi giorni prima che Polk avanzasse la sua richiesta al Congresso, si venne a sapere che forze messicane avevano attraversato il Rio Grande e che avevano ucciso undici soldati statunitensi. Il 24 aprile 1846, infatti, la cavalleria messicana attaccò e catturò il personale di uno dei distaccamenti statunitensi presso il Rio Grande. Dopo questo scontro confinario, battaglie fra le forze messicane e quelle statunitensi scoppiarono a Palo Alto e a Resaca de la Palma.
Al presidente Polk bastò questo per disporre del “casus belli” e in un messaggio al Congresso dell’11 maggio 1846 asserì che il Messico aveva «invaso il nostro territorio e versato sangue statunitense sul suolo statunitense». Logicamente non si soffermò sul fatto che sul territorio in questione esistesse una disputa. Un certo numero di congressisti espresse dubbi circa la versione fornita da Polk dell’accaduto, ma il Congresso approvò a stragrande maggioranza la dichiarazione di guerra, con numerosi Liberali intimoriti dal fatto che la loro opposizione sarebbe loro costata sul piano politico.
La guerra fu dichiarata il 13 maggio 1846.
In linea di massima i congressisti originari del Nord degli Stati Uniti e i Liberali si opponevano alla guerra, mentre tutti quelli originari del Sud degli Stati Uniti e i Democratici erano orientati a sostenerla.
Anche il Messico dichiarò guerra e lo fece il 23 maggio.
Negli Stati Uniti, comunque, non cessarono le polemiche ed i ragionamenti intorno alla dichiarazione di guerra, anche dopo che la guerra fu dichiarata… Infatti, molti Liberali sollevarono obiezioni circa la pretesa di Polk che il Messico avesse «versato sangue statunitense sul suolo statunitense», credendo invece che le forze statunitensi avessero attraversato il Rio Grande al fine deliberato di provocare una guerra contro il Messico. Ma le voci su questo particolare aspetto, dopo la guerra cessarono quasi del tutto.
A quel tempo era diventato deputato liberale nella Camera dei Rappresentanti statunitense Abraham Lincoln, che presentò le “Spot Resolutions”, con cui chiese che il Presidente Polk fornisse l’esatta localizzazione di dove il sangue statunitense fosse stato versato. Poiché era un fatto che dei soldati statunitensi erano stati uccisi, tuttavia, queste risoluzioni furono ampiamente ignorate.
Fin da allora gli storici hanno discusso se Polk avesse o meno deliberatamente provocato la guerra, o se la sua politica del “rischio calcolato” gli fosse sfuggita di mano.
Sappiamo per certo che il Messico non era preparato ad una guerra perché il paese si trovava allora nella rovina economica, ma anche politica e sociale. In più, l’esercito e i suoi comandanti non erano armati e preparati per difendere il paese, dato che mancavano armi, uniformi, scorte alimentari e persino un sano spirito di lotta per difendere almeno gli interessi della propria patria. I fucili messicani erano vecchi e i cannoni – che erano tutti vecchi e a corto raggio – portavano la data della guerra d’indipendenza, mentre i soldati statunitensi avevano fucili di ultima generazione e cannoni a lunga gittata. Va anche ricordato che i soldati messicani venivano reclutati con il sistema della leva ed erano scarsamente ricompensati oltre che malnutriti, mentre quelli americani appartenevano ad un vero esercito professionale ed erano volontari pagati dal governo e ricevevano puntualmente il loro stipendio.
Immediatamente dopo la dichiarazione di guerra, le forze armate statunitensi invasero il territorio messicano su più fronti.
Un episodio particolarmente “forte” quanto a capacità di aumentare la confusione fu quello accaduto il 14 giugno 1846 quando i coloni inglesi a Sonoma arrestarono e imprigionarono il locale governatore, dichiarando una repubblica indipendente della California.
Gli Stati Uniti non restarono certo alla finestra, dato che era più che noto il loro interesse all’annessione formale della California, perciò per presidiare il fronte del Pacifico, la marina statunitense inviò John D. Sloat ad occupare la California e la dichiarò appartenente agli Stati Uniti in base alla considerazione che i britannici avrebbero anche potuto tentare di occupare l’area. Sloat assunse il comando di Sonoma e Monterey nel luglio di quell’anno.
Sul fronte meridionale della guerra al Messico, l’esercito americano – quello che viene solitamente chiamato Army of the West (Esercito d’Occidente) -, alla guida di Stephen W. Kearny, occupava Santa Fe, nel Nuovo Messico. Kearny inviò anche un piccolo contingente in California dove, dopo qualche iniziale rovescio, riuscì a unirsi ai rinforzi della Marina al comando di Robert F. Stockton e a occupare gli importantissimi snodi urbani di San Diego e Los Angeles. A causa delle contrastanti direttive provenienti da Washington, un importante dissenso scoppiò fra Kearny e Stockton sul controllo della California. Stockton nominò John C. Frémont governatore della California, mentre Kearny si autonominò per quell’incarico. A prevalere fu Kearny e Frémont venne arrestato e inviato davanti alla Corte Marziale per la sua lealtà nei confronti di Stockton in quella disputa.
La componente più grossa delle truppe americane, quella guidata da Taylor, continuò ad agire lungo il Rio Grande, vincendo la battaglia di Monterey nel settembre 1846, dopo lunghe settimane di battaglia. Nel frattempo lo stato dello Yucatan si era dichiarato nuovamente indipendente e questo produsse un sollevamento a Città del Messico, cosa che portò il governo di Mariano Paredes a chiedere il ritorno di Antonio López de Santa Anna dal suo esilio cubano. Santa Anna eluse il blocco navale americano e nel dicembre del 1846 formò un nuovo governo con Valentin Gomez Farias come vicepresidente.
Antonio López de Santa Anna marciò personalmente verso nord per combattere Taylor, ma fu sconfitto nella battaglia di Buena Vista il 22 febbraio 1847. Santa Anna lasciò Farias come presidente ad interim, inoltre promulgò una legge che permetteva al governo federale di appropriarsi dei beni della Chiesa cattolica per un valore di 15 milioni di pesos.
Ma, di fronte a questo affronto, il popolo di Città del Messico si sollevò in armi e assediò il presidente nel Palazzo Nazionale, così Santa Anna si vide costretto a trasformare il decreto in una donazione volontaria del clero di 100.000 pesos.
Nel frattempo, invece di rafforzare l’esercito di Taylor per consentirgli di progredire nell’avanzata, il presidente Polk inviò un secondo esercito sotto il Generale Winfield Scott in marzo, trasportato nel porto di Veracruz per via mare, per avviare un’invasione del cuore stesso del Messico. Scott si affermò nell’assedio di Veracruz e prese Puebla senza sparare un solo colpo, grazie anche all’intervento della Chiesa cattolica che convinse i propri fedeli ad accogliere l’esercito invasore come un esercito liberatore. Successivamente Scott marciò alla volta di Città del Messico con l’aiuto della Mexican Spy Company (un gruppo di ladri e banditi che combatterono con gli americani). Le spie furono le guide che aiutarono a vincere le battaglie di Cerro Gordo e Chapultepec, grazie anche all’incompetenza di Santa Anna, che ordinò di non fortificare i monti intorno, il che diede agli americani l’opportunità di avanzare.
Dopo le importanti battaglie di Padierna, Churubusco e Molino del Rey, Chapultepec cadde, non senza prima aver combattuto valorosamente. I giovani cadetti dell’accademia militare morirono valorosamente, e sono infatti ricordati come niños héroes (ragazzi eroici). La caduta di Chapultepec ebbe due conseguenze immediate: l’occupazione da parte degli statunitensi di Città del Messico e la nuova rinuncia di Santa Anna alla presidenza.
Il trattato di Cahuenga, firmato il 13 gennaio 1847, mise fine ai combattimenti in California. Il trattato di Guadalupe Hidalgo, sottoscritto il 2 febbraio 1848, concluse la guerra e dette agli Stati Uniti il controllo assoluto del Texas, come pure della California, del Nevada, dello Utah, e di parti del Colorado, Arizona, Nuovo Messico e Wyoming. In cambio il Messico ricevette 18.250.000 dollari, l’equivalente dei 627.500.000 dollari (valore di metà anno 2000) dei costi della guerra.
Nel corso della guerra, circa 13.000 americani morirono. Di questi, solo 1.700 circa caddero in azione di combattimento; le altre perdite furono provocate dai disagi e dalle condizioni sanitarie assolutamente precarie. Le perdite messicane rimangono un mistero, ma sono stimate a 25.000.

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