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mercoledì 16 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.
Il 16 gennaio 1909 Ernest Shackleton trova il polo sud magnetico.
Nato nel 1874 in un paesino a 50 chilometri da Dublino, Shackleton non fu mai uno studente particolarmente brillante, nonostante avesse sviluppato un grande interesse per la lettura da viaggio fin da piccolo. A 16 anni era già sulle navi inglesi che attraversavano gli specchi d'acqua più remoti del pianeta e a 24 aveva ottenuto il titolo di mastro marinaio, che gli consentiva di comandare qualsiasi nave britannica. Il 1901 fu l'anno che segnò la nascita di quella che sarebbe diventata la sua ossessione fino alla morte: il colossale e quasi del tutto inesplorato continente antartico. Shackleton prese parte come terzo ufficiale alla «Discovery», la prima spedizione britannica verso il Polo Sud, guidata dal capitano Robert Falcon Scott.
Rispedito a casa per motivi di salute, dopo diversi tentativi fallimentari di diventare un businessman di successo si ripresentò nel 1908 a capo della spedizione Nimrod, con lo scopo dichiarato di raggiungere il Polo Sud magnetico. Ma riuscì solo a sfiorarlo, arrivando a 88 gradi e 23 primi latitudine sud, a 180 chilometri dalla meta, prima di tornare indietro.
L'impresa della Nimrod gli bastò per diventare, una volta rientrato in patria, un eroe a tutti gli effetti. La gloria fu però presto oscurata dall'impresa, avvenuta poco dopo, del norvegese Roald Amundsen, il primo esploratore a raggiungere il Polo Sud. Ma Shackleton, ormai ossessionato, non si lasciò demoralizzare, e riuscì a trovare l'ennesima scusa per salutare la moglie e far di nuovo rotta verso l'estremo sud: la «spedizione imperiale trans-antartica», nome altisonante per portare a compimento la folle idea di attraversare il continente via mare.
Fu un vero disastro, con la nave che affondò tra i ghiacci e l'intera spedizione costretta ad una snervante attesa nel campo base prima di tornare a casa. Rientrato in patria sconfitto al termine della Prima Guerra Mondiale, Shackleton era ormai l'ombra dell'eroe che qualche anno prima aveva portato la Gran Bretagna così vicina al punto più remoto del Polo Sud. Le cronache parlano di un cardiopatico con il vizietto di bere e ormai un unico pensiero fisso in mente: la circumnavigazione del continente ghiacciato, l’impresa che l'aveva reso immortale, ma che lui sentiva forse di non aver mai davvero portata a termine.
Il cuore lo abbandonò dalle parti della Georgia del Sud, alle 2.50 di notte del 5 gennaio 1922, pochi minuti dopo una discussione con il suo medico, che insisteva perché non bevesse troppo. Di lui resta la fama di uomo che non mollava mai. A ricordarlo fu anche l'esploratore inglese Apsley Cherry-Garrard con una celebre citazione: «Se fossi intrappolato in un dannato buco e volessi uscire a tutti i costi, accanto a me vorrei sempre uno Shackleton».

martedì 15 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.
Il 15 gennaio 1945 viene fondata l'ANSA.
La prima agenzia di stampa italiana nacque à Torino il 26 gennaio 1853 e si chiamò “Stefani” dal nome del suo fondatore, Guglielmo Stefani. Nato a Venezia il 5 luglio del 1819, Guglielmo Stefani aveva diretto a Padova il “Caffè Pedrocchi”, un settimanale ispirato al “Caffè”  di Pietro Verri, che, sul modello dell’inglese “Spectator”, era stato dal 1764 al 1766, prima a Brescia e poi a Milano, la più significativa espressione dell’Illuminismo italiano.
Implicato nella sommossa antiaustriaca del febbraio del 1848 a Padova e poi nei moti rivoluzionari che portarono alla dichiarazione della repubblica di Venezia, Guglielmo Stefani fu tra i patrioti esiliati nell’agosto 1949 dal generale Radetzki e a Torino, dove trovò accogliente rifugio, diventò ben presto direttore della “Gazzetta piemontese”, organo ufficioso del governo. Sorta per suggerimento di Camillo Benso di Cavour, allora primo ministro del Piemonte, a imitazione delle agenzie Havas e Reuters, l’agenzia Stefani ebbe dapprima la semplice funzione di diffondere i comunicati ufficiali, ma a poco a poco si sviluppò di pari passo con l’unità d’Italia, anche se per gli avvenimenti esteri rimase a lungo tributaria delle “grandi” di allora: le agenzia Havas, Reuters e Wolff.
Nel 1864 la Stefani seguì la capitale a Firenze; nel 1871 era a Roma.  Dopo la morte di Guglielmo Stefani, avvenuta nel 1861, l’agenzia ebbe come direttore il figlio Girolamo, fino al 1881; e poi Ettore Friedländer dal 1881 al 1918: 37 anni, che – dalla guerra d’Africa allo scandalo della Banca Romana, dagli spari di Bava Beccaris al governo del generale Pelloux, dall’assassinio di Umberto I allo sbarco in Libia e alla prima guerra mondiale – videro la Stefani permanentemente vicina al governo, specialmente durante la presidenza di Francesco Crispi, quando, in coincidenza con la cosiddetta Triplice Alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Italia, l’accordo con l’agenzia francese Havas fu sciolto nel 1889 e sostituito da uno con la tedesca Wolff e l’austriaca Correspondenz.
Tutto cambiò, ovviamente, alla vigilia della prima guerra mondiale. Gli accordi con la Wolff e la Correspondenz saltarono e l’agenzia Stefani, confortata da più cospicui aiuti governativi, diventò il naturale veicolo dell’informazione di stato in Italia e all’estero; e, in Italia, anche delle notizie che, durante il conflitto, l’Havas diramava sugli eventi lungo gli altri fronti europei.
L’“ufficiosità” dell’agenzia – per non dire di più – è confermata dal fatto che dal 1855 le sue notizie venivano ogni giorno pubblicate dall’organo ufficiale del governo (prima “Gazzetta piemontese”, poi “Gazzetta ufficiale”), sia pure in una sezione che aveva la testata “parte non ufficiale” e, in un primo tempo, il sottotitolo di “Dispacci elettrici (ossia telegrafici) privati (agenzia Stefani)”. Era anche un modo per assicurare una regolare, anche se ritardata informazione alle Prefetture, cui istituzionalmente la “Gazzetta ufficiale” era destinata. La pubblicazione delle notizie Stefani da parte della “Gazzetta ufficiale” terminò il 21 aprile 1920, dopo che l’agenzia, alla cui direzione Salvatore Mastrogiovanni aveva sostituito il Friedländer, si era trasformata in una società per azioni, non senza, tuttavia, un accordo col governo, che ancora le affidava il compito di distribuire le informazioni non solo alla stampa, ma anche ai prefetti e ad altri uffici governativi e inoltre sottoponeva alla propria approvazione la nomina del direttore. La società anonima costituita nel 1920 aveva un capitale sociale di un milione, diviso in duemila azioni di 500 lire ciascuna, duecentosessanta delle quali erano di proprietà dei parenti di primo o secondo grado del fondatore Guglielmo Stefani. Presidente era il genero, Pio Piacentini, l’architetto che nel 1878 aveva progettato il palazzo delle esposizioni a Roma, in Via Nazionale, e padre di Marcello, anche lui azionista della nuova società e anche lui architetto; sarebbe poi diventato accademico d’Italia. Al posto di Salvatore Mastrogiovanni venne nominato Giovanni Cappelletto.
La formula societaria rese facilissimo il passaggio della proprietà nelle mani di un uomo fidato di Benito Mussolini, che, dopo la “marcia su Roma” e la conquista del potere nell’ottobre del 1922, aveva sùbito visto nell’agenzia di stampa lo strumento più adatto per il controllo dell’informazione primaria e quindi dell’informazione pubblicata dai giornali. L’operazione fu rapida. Alla fine di marzo del 1924 Manlio Morgagni, già direttore amministrativo del “Popolo d’Italia” e fedelissimo di Mussolini, fu nominato consigliere d’amministrazione dell’agenzia; il 1° dicembre 1925 ne diventò presidente al posto di Pio Piacentini, dimissionario per “motivi di salute”. La Stefani si accingeva a diventare quello che fu poi chiamato “un organo politico di governo e, più ancora, di battaglia”, “il più delicato strumento giornalistico del Regime”.
Con i soldi del governo l’agenzia rafforzò la propria organizzazione. Gli uffici di corrispondenza in Italia, da 14 che erano nel 1924, divennero 30 nel 1934 e 32 nel 1939. Dodici nel 1924, i corrispondenti all’estero furono 38 nel 1934, 65 nel 1939. La vecchia Stefani non aveva uffici all’estero; la nuova ne aveva 16 nel 1939; ed era all’estero che essa si manifestava, ancor più che in Italia, come organo di propaganda del fascismo, senza risparmio di mezzi finanziari.
Dopo lo scoppio della guerra Manlio Morgagni, che nel 1939 era stato nominato senatore, rafforzò ulteriormente i servizi interni dell’agenzia e potenziò, all’estero, quelli nei paesi neutrali, affiancandoli con notiziari in francese e anche in inglese, trasmessi in Morse e poi, alcuni, in telescrivente col sistema “Hell”.
Con Morgagni presidente-direttore generale, nella sede romana di via di Propaganda (un nome emblematico, anche se traeva origine dal contiguo palazzo borrominiano di Propaganda Fide) si erano succeduti come direttori, dopo Giovanni Cappelletto, andato in pensione nel 1939, prima Carlo Camagna, fino al 1941, e poi Roberto Suster, un giornalista trentino, già corrispondente del “Popolo d’Italia” da Berlino e poi della Stefani.
Tragiche vicende stavano però per concludere la fascistissima Stefani. Dopo la drammatica riunione del Gran Consiglio del fascismo il 24 luglio del 1943, alle 22.53 del 25 la radio trasmise il comunicato con cui il Quirinale annunziava l’arresto di Benito Mussolini, avvenuto a villa Savoia, residenza del re. Alle 23.15 Manlio Morgagni si sparò due colpi di rivoltella nella sua villa di via Nibby. Fu il direttore Suster a trasportarlo, agonizzante, al Policlinico Umberto I, dove morì dopo qualche minuto. Manlio Morgagni è stato l’unico fascista suicida con la caduta del fascismo. Dopo la liberazione di Mussolini, la Stefani seguì a Salò il governo della Repubblica Sociale. A Roberto Suster, che il governo Badoglio aveva lasciato al suo posto nonostante i suoi discutibili precedenti, successe Orazio Marcheselli e poi Ernesto Daquanno, che il 28 aprile del 1945, dopo la fine della guerra in Italia, fu fucilato a Dongo, sul lago di Como, insieme ad altri sedici gerarchi del fascismo. La mattina dopo, il suo cadavere fu esposto, insieme a quello di Benito Mussolini, in piazza Loreto a Milano.
Tre mesi prima, a Roma, quando la guerra sembrava essersi fermata sulla “linea gotica”, tra la Toscana e l’Emilia, tra le Marche e la Romagna, era intanto nata l’Ansa, la prima agenzia di stampa della nuova Italia, nello spirito della Resistenza e della riconquistata libertà. L’idea di un’agenzia di stampa come una cooperativa di giornali, non controllata dal governo e neppure da gruppi privati, era stata avanzata da tre uomini che rappresentavano quelle che apparivano essere le formazioni politiche più consistenti: Giuseppe Liverani, direttore amministrativo del “Popolo” democristiano, Primo Parrini, direttore amministrativo del socialista “Avanti!”, e Amerigo Terenzi, consigliere delegato dell’organo del Pci “l’Unità”. L’iniziativa, alla quale aderirono subito l’”Italia libera” del Partito d’azione, la “Voce Repubblicana” e il “Risorgimento liberale”, non fu vista male dalle autorità inglesi e americane, che – a differenza di quanto, dopo la fine della guerra, avrebbero fatto in Germania, dove “Associated Press”, “Reuters”, Afp e Tass distribuirono fino al 1948, nelle rispettive zone di occupazione, un loro notiziario tradotto in tedesco – ne favorirono il successo, decidendo addirittura di abolire l’agenzia in lingua italiana da esse costituita e operante nelle regioni via via liberate: la NNU (“Notizie Nazioni Unite”).
Il 15 gennaio uscì il primo numero dell’Ansa, distribuito soltanto a Roma. I redattori erano stati scelti fra giornalisti professionisti non compromessi con la stampa fascista e fra giovani che avevano già lavorato con la NNU; direttore era, non ufficialmente, Renato Mieli, responsabile della sezione italiana della stessa NNU. La sede fu per un mese in via del Moretto; poi si trasferì in alcune stanze della disciolta agenzia Stefani in via di Propaganda.
I sei soci fondatori diventarono subito dodici con gli altri sei quotidiani che uscivano a Roma; ad essi si aggiunsero prima i giornali del sud, poi, dopo la fine della guerra, quelli del nord. In ottobre si svolse la prima assemblea di tutti i soci; presidente della società fu eletto Carlo Ardizzone, un editore siciliano; l’incarico di direttore generale fu affidato a Edgardo Longoni, condirettore dei quotidiano romano “Riscostruzione”.
La distribuzione del notiziario avveniva per fattorino a Roma e per radiotelegrafo ai giornali delle città più importanti, attraverso gli uffici dell’agenzia, via via costituiti. Qui un “marconista” (così si chiamavano allora i radiotelegrafisti) riprendeva il testo in Morse, traducendolo immediatamente sulla macchina per scrivere: tante copie con la carta carbone su carta velina quanti erano i giornali a cui distribuire il notiziario, a mano nel capoluogo e per ferrovia, “fuori sacco”, ai giornali stampati nelle altre città della regione.
La ricostruzione del paese dopo le distruzioni della guerra portò al ripristino delle linee telegrafiche e telefoniche, ma i progressi dell’Ansa furono faticosi e travagliati da grosse difficoltà finanziarie. Una svolta avvenne nel 1949 con la nomina a consigliere delegato di Gastone Fattori, già direttore amministrativo di un quotidiano fiorentino, la “Nazione del Popolo”, organo del Comitato toscano di liberazione nazionale. Fattori capì che la sopravvivenza dell’agenzia dipendeva da un’intesa con lo Stato, senza che ciò dovesse significare la perdita dell’indipendenza pertinente alla sua struttura sociale che la voleva organo né ufficiale né ufficioso; anzi, proprio per questo suo essere una cooperativa di giornali di differente collocazione politica, l’Ansa poteva essere uno strumento sia per garantire alla stampa italiana una informazione dall’estero non mutuata dalle grandi agenzie mondiali, sia per assicurare alla stampa straniera, a cominciare da quella dell’America latina, un resoconto degli avvenimenti italiani fatto da un organismo italiano. Con l’inizio degli anni Cinquanta l’Ansa cominciò così, con l’aiuto dello Stato, ad aprire uffici all’estero e a diffondere prima in Argentina e poi anche in altri paesi latino-americani notiziari in italiano e più tardi in spagnolo. La presidenza, che da Ardizzone era passata nel 1947 a Cipriano Facchinetti, uno dei più autorevoli rappresentanti del repubblicanesimo, fu affidata nel 1952 a Luigi Gasparotto, senatore di diritto ed ex ministro per il partito democratico del lavoro, e nel 1954 a Lodovico Riccardi, editore del “Piccolo” di Trieste e uomo dell’agenzia fin dal 1945. Alla direzione giornalistica – dopo Edgardo Longoni e dopo Leonardo Azzarita, che avevano la qualifica di direttore generale – fu nominato nel 1952 come direttore responsabile  Angelo Magliano, un giornalista che proveniva da quello che era stato il primo quotidiano moderno uscito in Italia, il “Corriere Lombardo” di Milano.
Sergio Lepri, fiorentino, già insegnante di storia e filosofia, al giornalismo era arrivato dirigendo a Firenze, nell’inverno 1943-44, un giornale clandestino del Partito liberale, “L’opinione”. Redattore della “Nazione del popolo”, organo del Comitato toscano di liberazione nazionale, era stato poi redattore capo, sempre a Firenze, del “Giornale del mattino”, diretto da Ettore Bernabei, e poi corrispondente da Parigi. Gli obiettivi di Lepri furono tre: primo, “disufficializzare” l’agenzia, riportandola alle sue istituzionali caratteristiche di cooperativa di quotidiani di contrapposta collocazione politica, sia filogovernativi, sia di opposizione; secondo, realizzare lo spirito cooperativo che caratterizzava la struttura sociale dell’agenzia, assicurando a tutti i giornali soci, grandi e piccoli, un’informazione non solo imparziale ma sempre più completa. Il terzo obiettivo fu quello di tentare altri mercati oltre quello dei quotidiani, per garantire all’agenzia una indipendenza economica e quindi anche politica, allargando gli introiti, così che essi non fossero soltanto quelli dei soci e dello Stato. Era un compito ambizioso, che prese vigore negli anni Settanta, dopo la nomina di Paolo de Palma, già consigliere delegato della “Gazzetta del Mezzogiorno”, alla nuova carica di direttore generale. Francesco Malgeri, che nel 1969 aveva sostituito come presidente il dimissionario Lodovico Riccardi e nel 1973 aveva realizzato il progetto di dare all’agenzia una sede prestigiosa, il secentesco palazzo della Dataria, lasciò nel 1976 il suo incarico a Gianni Granzotto; e con lui se ne andò dall’agenzia anche Gastone Fattori, dopo quasi un trentennio di vita aziendale.
Si preparò allora l’Ansa degli anni Ottanta: l’adozione delle nuove tecnologie, la creazione di nuovi prodotti, la ricerca di più larghi mercati, un bilancio quanto più possibile in equilibrio. Nel 1980 nacque nel Veneto il primo dei notiziari regionali che successivamente si sono affiancati in tutte le regioni al notiziario generale; nello stesso anno entrò in funzione un sistema elettronico di supporto redazionale; nel 1982 diventò operante il Dea, cioè l’archivio elettronico; nel 1984 la velocità di trasmissione passò su tutte le reti da 50 a 200 baud; e contemporaneamente si allargava via via la commercializzazione del notiziario allora chiamato “4a rete” ossia una sintesi dei notiziario generale, diretta prevalentemente ad organi non giornalistici e selezionabile seguendo le esigenze del singolo destinatario.
Col progresso dei sistemi di trasmissione il notiziario generale per l’Italia venne via via trasmesso, su richiesta del ministero degli esteri, alle rappresentanze diplomatiche italiane in Europa e poi anche negli altri continenti; ma accanto a questo notiziario, al notiziario speciale “4a rete” e ai notiziari regionali l’Ansa aveva anche una serie di notiziari per l’estero: il maggiore (18-20 mila parole al giorno in lingua spagnola) era rivolto alla stampa latinoamericana ed era redatto per metà a Roma e per metà a Buenos Aires sulla base delle informazioni inviate dai corrispondenti dell’agenzia nelle capitali dei paesi dell’America latina; altri due erano notiziari in francese e in inglese, diretti in tutti i continenti per le agenzie di stampa nazionali. L’agenzia svizzera Ats si serviva del servizio estero dell’Ansa per il suo notiziario destinato ai giornali in lingua italiana del Canton Ticino e l’agenzia jugoslava Tanjug dell’intero notiziario per il quotidiano in lingua italiana di Fiume.
A metà degli anni Ottanta l’Ansa era classificata – per numero di parole prodotte e trasmesse in più lingue e per numero di uffici di corrispondenza all’estero – come la quinta agenzia di informazione nel mondo, cioè dopo le agenzie mondiali Ap, Reuter, Afp e Upi; era la prima delle agenzie cosiddette internazionali, seguita dalla tedesca Dpa e dalla spagnola Efe. Nessun’altra impresa italiana era così in alto nelle classifiche mondiali per categoria.
   In vista degli anni Novanta l’Ansa proseguì nel suo sviluppo, in sintonia con i nuovi bisogni via via emergenti dalla società italiana nel suo processo di trasformazione. Due i passi in avanti: l’ingresso nella telematica con l’inserimento di un particolare tipo di informazioni in alcune reti telematiche (per esempio le “pagine gialle elettroniche”) e con l’offerta di uno speciale servizio (“AnsaService”) a quella utenza che non era interessata a un collegamento permanente con un’agenzia, ma aveva tuttavia bisogno,  saltuariamente e occasionalmente,  di questa o quella informazione della giornata o delle giornate precedenti; e con AnsaService poteva farlo, attraverso un qualsiasi personal computer e la normale linea telefonica. Il 15 gennaio 1990 Sergio Lepri, arrivato ai settanta, lasciò la direzione responsabile dell’agenzia, che deteneva dal 6 gennaio 1961, e al suo posto il Consiglio di amministrazione nominò Bruno Caselli, che di Lepri era stato il più stretto collaboratore e che dal 1985 era vicedirettore per i servizi italiani.     Il primo compito del nuovo direttore, affiancato da Sergio Chizzola, promosso da redattore capo centrale a vicedirettore per i servizi italiani (con funzioni vicarie), e da Aldo Bagnalasta, vicedirettore per i servizi esteri, è stato di attuare il previsto programma di riorganizzazione della redazione centrale, per rendere il lavoro delle varie strutture giornalistiche più razionale e più rispondente alla nuova produzione di informazioni per l’utenza giornalistica e per quella non giornalistica. La responsabilità generale passò nelle mani di Alfredo Roma, amministratore delegato. Presidente fu nominato Umberto Cuttica.     Per tutta la seconda metà degli anni Novanta l’Ansa ha proseguito ed accelerato il suo coinvolgimento nelle nuove tecnologie di comunicazione, entrando nel settore multimediale, sfruttando le possibilità offerte da Internet, valorizzando i nuovi sistemi di trasmissione offerti dal satellite. Prodotti innovativi sono andati affiancandosi al tradizionale notiziario generale dell’agenzia (che tuttavia resta il cuore dell’attività giornalistica): i notiziari brevi ed associati ad immagini adatti all’informazione on line, il portale Internet, l’informazione in voce, i messaggi per i servizi di teletext, gli “short messages” per i telefoni cellulari, l’infografica. Anche il notiziario generale ha subito un’evoluzione negli anni: è stata in particolare accresciuta l’offerta ai quotidiani di servizi finali completi ed immediatamente pubblicabili (molti dei quali firmati dall’autore) e di schede documentarie a fianco delle tradizionali (brevi) notizie d’agenzia.
 Nel dicembre 1996 Bruno Caselli ha lasciato la direzione dell’agenzia per limiti di età ed è stato nominato direttore Giulio Anselmi, insediatosi il 10 febbraio 1997. Nel maggio del 1997 è scaduto anche il mandato del presidente Umberto Cuttica, sostituito nel luglio successivo dall’ambasciatore Boris Biancheri, ex segretario generale della Farnesina. Nel luglio 1998 è l’amministratore delegato Alfredo Roma a lasciare l’agenzia, dove viene sostituito da Giuseppe Cerbone. Il 2 luglio 1997 Giulio Anselmi ha dato le dimissioni dalla direzione dell’Ansa, che è stata assunta ad interim da Francesco Bianchini. Dal settembre 1999 direttore dell’Ansa è Pierluigi Magnaschi. (al suo posto, dal 2009, Luigi Contu).

lunedì 14 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1690 è la data più attendibile per la nascita del clarinetto.
 Il clarinetto è il più giovane rappresentante della famiglia dei “legni”, ed ha in comune con essi le origini lontane in strumenti di costruzione estremamente semplice e primitiva, costruiti da uno o più tubi di canna tagliati in diversi modi per dare vita ad una varietà di timbri differenti.
I più lontani predecessori del clarinetto sono stati ritrovati in Egitto. In particolare il “MEMET” (2700 a.C.) è il più lontano antenato. Il memet era formato da due canne con un ancia semplice conglobata in una terza canna separata che a sua volta faceva parte di una delle due canne.
Uno strumento affine al memet era l’”AULOS” dell’antica Grecia, formato da due canne disunite. L’esempio italiano degno di nota è rappresentato dalle “LAUNEDDAS” sarde, in uso fin dal 900-500 a.C. e tuttora appartenenti alla tradizione popolare. Formato da tre canne di lunghezza diversa, di cui due con fori rettangolari per ottenere la melodia in terze e seste, l’altra per l’accompagnamento.
Prima di trattare la nascita del clarinetto e la sua evoluzione è indispensabile parlare del suo predecessore più vicino: lo “chalumeau”. Le origini dello chalumeau posso essere individuate tra il X e XI secolo; vi è infatti un manoscritto, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi, in cui vengono raffigurati alcuni strumenti presumibilmente a canna singola o doppia con ancia singola. Le analogie che possiamo riscontrare con gli chalumeau del XVII secolo sono l’ancia singola separata o conglobata al bocchino e cameratura interna cilindrica. Lo chalumeau è caratterizzato da un timbro affascinante, bucolico e da una ampia flessibilità sonora. La famiglia dello chalumeau era composta da soprano, contralto, tenore e basso. Il materiale utilizzato per la costruzione di questi strumenti era per lo più il bosso ed in piccola parte legno d’acero e avorio. Fra i costruttori più esperti nella costruzione di chalumeau troviamo Johann Schell, Denner (padre e figlio). L’estensione di questo strumento era molto limitata, infatti non superava l’ottava e mezzo.
La prima prova documentata riguardante la nascita del clarinetto è contenuta nell’Historische Nachricht von den Nürnbergischen Mathematics und Kunslern (Norimberga, 1730); l’autore, J.G. Doppelmayr , accanto all’elenco di tutte le personalità di spicco di Norimberga affianca la biografia di Johann Christoph Denner (1655-1707), attribuendogli l’invenzione alla fine del XVII secolo di un nuovo strumento a forma di tubo chiamato clarinetto, frutto del perfezionamento dello chalumeau. È altresì vero che Doppelmayr non è sempre stato una fonte sicura, tendendo ad esaltare l’operato dell’artigiano locale e trascurando i contributi degli altri; nonostante ciò, questa importantissima testimonianza rappresenterà un punto fermo in tutti i metodi e i trattati per clarinetto dal XVIII secolo in poi. I dubbi che riguardano l’esatta data di nascita del clarinetto sono comunque molteplici; alcuni dizionari la collocano nel 1690 (Murr), alcuni nel 1700 (Gerber) e altri fra il 1690 e il 1700 (Bärmann e Andersch). Gli archivi di Norimberga conservano documenti che testimoniano come già a partire dal 1710 Jacob Denner figlio (1681/82-1735), ricevette un cospicuo ordine di strumenti a fiato dal duca di Gronsfeld, fra cui anche due clarinetti. Secondo il parere di eminenti studiosi quali Nickel e Lawson l’invenzione vera e propria del clarinetto è proprio da attribuirsi al figlio di J.C. Denner, Jacob, abile artigiano come il padre al quale va comunque il merito di aver apportato delle migliorie allo chalumeau. Un elemento molto importante nel nostro percorso storico è rappresentato dagli strumenti costruiti dai Denner giunti fino a noi come oggetti di studio e soprattutto di confronto con lo strumento moderno; questi sono: uno chalumeau tenore e un clarinetto a tre chiavi attribuito al padre, e tre clarinetti a due chiavi del figlio Jacob. Il clarinetto di Denner, rispetto ai suoi chalumeaux, era così caratterizzato:
·    la cameratura era generalmente più stretta ma, non essendoci uno standard costruttivo e confrontando gli esemplari sopravvissuti, possiamo affermare che sia le dimensioni della cameratura sia la posizione dei fori, delle chiavi e la forma dei bocchini differivano sensibilmente da costruttore a costruttore;
·    il barilotto assumeva forma e importanza specifica;
·    la campana era poco più svasata;
·    l’ancia era rivolta verso il labbro superiore e aveva l’estremità quasi quadrata.
I primi clarinetti vennero costruiti per lo più in legno di bosso, ma anche qui non mancano le eccezioni; i due clarinetti Scherer sono in avorio, altri in prugno o pero e in bosso trattato con acido fino a diventare marrone scuro, ‘‘bruciato’’ per farlo assomigliare al guscio di tartaruga. Questi clarinetti, in Do e in Re , avevano le stesse due chiavi dello chalumeau, una per il La e l’altra, oltre a fungere da portavoce per ampliare l’estensione, poteva finalmente produrre il Si naturale se azionata insieme a quella del La.
Il materiale di costruzione dei bocchini, quando divennero corpi separati dal barilotto, fu in gran parte ancora il bosso e occasionalmente l’ebano e il cocus. Dei 31 clarinetti originali a due chiavi rimasti in Belgio, Olanda e Germania nessuno è in La. Ed è proprio al particolare timbro dei primi clarinetti, squillante e penetrante, che i compositori affidarono parti solistiche in brani che rispecchiavano il tipo di stile a fanfara, come si può chiaramente osservare nell’Ouverture per due clarinetti in Re e corno da caccia di G.F. Händel, testimonianza confermata dalla copia di un clarinetto in Re costruito da Jacob Denner e conservato a Norimberga. Nei sei concerti di Johann Melchior Molter (1696-1765) per clarinetto in Re e archi si predilige il registro medio-acuto, con totale esclusione del registro dello chalumeau.
Nel 1843 venne presentato a Parigi il clarinetto sistema Boehm o clarinetto ad anneaux mobiles (anelli mobili), caratterizzato dalla presenza di tre anelli nel pezzo inferiore, frutto della collaborazione fra Hyacinthe Klosè, clarinettista, e Luis Auguste Buffet, costruttore dell'omonima fabbrica Buffet Crampon, attuale leader mondiale nella costruzione di clarinetti. I così detti "anelli mobili" vennero applicati per la prima volta  dal flautista tedesco Theobald Boehm nel 1830.
Hyacinthe Klosè, clarinettista della banda reale e allievo di Friederich Beer, di cui rilevò la cattedra al conservatorio di Parigi, diede preziosi consigli a Buffet, il quale accolse con entusiasmo anche la proposta di applicare gli anelli mobili sperimentati sul flauto. Nel suo metodo Klosè fornisce un'esauriente spiegazione dei suoi principi evolutivi atti  a valorizzare la bellezza timbrica dello strumento, indiscusso solista ed accompagnatore.
Il clarinetto sistema Boehm di Klosè aveva ed ha tuttora diciassette chiavi, sei anelli e ventiquattro fori, indispensabili per poter suonare agevolmente in tutte le tonalità evitando le diteggiature a "forchetta" obbligatorie nei sistemi Müller e Öhler (ad esempio il FA e il DO) e con doppie possibilità di utilizzo di alcune chiavi a destra o a sinistra. La presenza di tante chiavi non peggiorò l'effetto timbrico dello strumento mentre migliorò notevolmente l'aspetto estetico.

domenica 13 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 gennaio.
Il 13 gennaio 27 a.C. Augusto divide i territori romani in province (governate da Augusto stesso) e province proconsolari.
La dominazione romana non si rivelò oppressiva: i conquistatori si preoccuparono in primo luogo di mantenere il controllo territoriale, con l'obbiettivo di integrare le popolazioni sottomesse in un sistema stabile e duraturo. Roma, in cambio della fedeltà, garantiva sicurezza e protezione dagli attacchi esterni. Le aristocrazie locali sacrificavano volentieri la possibilità di avere una politica estera autonoma in cambio del vantaggio derivante dal mantenimento dei proprio privilegi.
Esisteva il territorio romano vero e proprio, i cui cittadini erano cittadini romani a tutti gli effetti e godevano di pieni diritti: esso era costituito dalla zona di Roma, dai territori limitrofi e dalle colonie. Il territorio romano era in continua espansione. Esistevano le colonie di diritto romano, i cui abitanti godevano dei pieni diritti e avevano tutti i doveri dei cittadini romani. Erano titolari sia dei diritti civili che di quelli politici. La guida di queste colonie era affidata a due magistrati, i duoviri, subordinati ai quali vi erano gli edili e i questori. Vi erano poi le colonie di diritto latino, i cui cittadini pur non potendo usufruire della piena cittadinanza romana, godevano di importanti diritti: potevano essere difesi da tribunali romani, potevano sposarsi con cittadini romani, ottenendo la cittadinanza per i figli. La loro struttura passò con il tempo da quella di Stati indipendenti, ad una sempre più simile a quelle delle colonie romane.
 I centri urbani già esistenti sul territorio italico furono denominati municipi e poterono conservare istituzioni e leggi proprie. Nel periodo più antico esistevano anche municipi ai quali la cittadinanza era concessa con riserva: in essi infatti la popolazione non godeva del diritto di voto proprio di tutti i cittadini romani. Anche le loro istituzioni con il tempo si uniformarono con quelle romane. Le città federate erano stati autonomi legati a Roma da trattati di alleanza che ne rendevano di fatto impossibile una politica estera indipendente da quella di Roma e che dovevano fornire reparti ausiliari in caso di conflitto. Tutte le comunità erano tenute a dare il loro contributo militare a Roma, tranne le colonie che sorgevano in località di presidio militare, le quali dovevano provvedere alla difesa territoriale in luogo.
Il sistema romano tenne conto della qualità dei rapporti che nel corso degli anni si erano andati configurando, diversi da realtà a realtà. Roma mantenne i sistemi burocratici preesistenti, tutte le volte che essi si dimostravano efficienti per evitare rivolte e sedizioni. Ogni nuovo territorio conquistato diveniva una provincia romana, cui veniva preposto con funzioni di governatore un pretore o un console. Divenne poi prassi consolidata che i magistrati uscenti, che avevano ricoperto tali cariche in Roma, venissero assegnati a una provincia con il titolo di propretori o proconsoli. I poteri dei propretori e dei proconsoli erano molto ampi e comprendevano anche l'amministrazione della giustizia. Un governatore rimaneva al potere per un anno, però si cominciò a diffondere la possibilità della reiterazione delle cariche. Essi erano coadiuvati da un questore, il quale si occupava della parte finanziaria, e da legati, collaboratori che svolgevano funzioni di controllo sull'operato dei governatori.
Le popolazioni provinciali erano tenute a pagare regolari tributi ai conquistatori, essi andavano dalla decima sui prodotti a diverse forme di tasse fondiarie, inoltre si affermò l'uso di applicare un'imposta sulle persone fisiche, spesso si pagavano tasse sul pascolo del bestiame o anche dazi doganali. Esenti dal pagamento dei tributi erano gli stati federati e quelli liberi e immuni, cui Roma aveva accordato maggiore autonomia gestionale. Tutte le province erano tenute a fornire truppe ausiliarie solo in casi straordinari di particolare emergenza, su ordine del governatore.

sabato 12 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 gennaio.
Il 12 gennaio 1971 i "sette di Harrisburg" vengono indagati dal governo federale americano con l'accusa di cospirazione.
Per tre mesi, quell'anno, il processo ai "sette di Harrisburg" fu al centro dell'attenzione dei media americani.
I sette furono accusati di cospirazione per aver progettato di rapire il consigliere presidenziale Henry Kissinger e di far saltare gli impianti di riscaldamento di Washington, al fine di rendere inservibile il sistema di riscaldamento degli edifici governativi degli Stati Uniti.
Le prove vertevano su una serie di lettere clandestine, quasi amorose, tra il reverendo Philip Berrigan e Suor Elizabeth McAlister. Le lettere furono fatte uscire dal Penitenziario federale di Lewisburg da un informatore dell'FBI, il prigioniero e studente Boys Douglas; a quel tempo  le lettere parvero essere sufficienti per convincere la giuria composta da patriottici cittadini della Pennsylvania.
Il processo si tenne ad Harrisburg per un motivo: il direttore dell'FBI Edgar J. Hoover aveva affermato che la più grande minaccia per il Paese era "un gruppo militante, che si autodefinisce composto da preti e suore cattolici, studenti ed ex studenti" i cui principali leader "sono Philip e Daniel Berrigan". Può esserci un miglior posto per assicurare una condanna, pensò, del Middle District of Pennsylvania, straordinariamente conservatore e fieramente repubblicano?
La capitale dello Stato si riempì di attivisti liberali, scesi in massa per educare la popolazione con forum, dibattiti e meeting al fine di perorare la loro causa.
All'epoca del processo, le autorità federali consideravano i fratelli Berrigan pericolosissimi: la loro enfasi sulla nonviolenza e la protesta pacifica stavano portando l'opinione pubblica contro la guerra in Vietnam, per cui l'FBI impiegava tutte le sue risorse per screditarli in ogni modo.
Per la prima volta nella storia americana, il team della difesa, guidato dall'ex Avvocato generale degli Stati Uniti Ramsey Clark e dall'acclamato avvocato per le libertà civili Leonard Boudin, utilizzò l'arte della selezione scientifica della giuria. Grazie a snervanti interrogatori dei candidati, ridussero il loro numero dai 400 che avevano fatto domanda a soltanto 12.
Al processo, Zoia Horn, capo bibliotecario alla Bucknell University, fu la prima bibliotecaria della storia ad essere imprigionata per una causa di libertà intellettuale. Si rifiutò di testimoniare nonostante le fosse stata garantita l'immunità.
Horn scrisse che "il nostro Paese sostiene la libertà di pensiero, ma il governo che spia nelle case, nelle biblioteche e nelle università inibisce e distrugge questa libertà".
Alla fine, nonostante i milioni di dollari e le ore di indagini spesi dall'FBI, il governo non riuscì ad ottenere un verdetto di colpevolezza per il capo d'accusa della cospirazione.
Il pubblico ministero riuscì soltanto ad ottenere verdetti di colpevolezza sul contrabbando di corrispondenza segreta dalla prigione.

venerdì 11 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 gennaio.
L'11 gennaio 1948 ebbe luogo il cosiddetto eccidio di Mogadiscio.
Come è noto, la Somalia era colonia italiana e quindi, anche dopo la guerra, di italiani ne erano rimasti moltissimi, soprattutto nella capitale.
Dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale e la disfatta dell’Italia in Africa, la Somalia venne occupata dalle truppe inglesi, che già possedevano il vicino Somaliland e il confinante Kenya. Londra istituì un governatorato piuttosto ostile agli italiani residenti. Tanto che confiscò tutte le armi agli italiani, circostanza che ebbe poi una certa rilevanza, come vedremo. In quei giorni arrivò a Mogadiscio la cosiddetta Commissione Quadripartita, un organismo dell’Onu che avrebbe dovuto stabilire il destino della Somalia. A detta dei testimoni italiani, l’amministrazione britannica fu durissima: c’era fame, disordine, miseria, e sia italiani sia somali dovevano lavorare duramente per paghe bassissime.
La Commissione Onu fu accolta da una gigantesca manifestazione di somali che chiedevano l’amministrazione italiana, cosa che indispettì le autorità britanniche. In Somalia operava anche un’associazione radicale, la Lega dei giovani somali, nazionalista esasperata, fautrice della cacciata di tutti gli stranieri, e in particolare degli italiani, dalla Somalia. La Lega era foraggiata e finanziata dagli inglesi.
Per quell’11 gennaio erano previste due manifestazioni: una dei pro-italiani e degli italiani, e una della Lega dei giovani somali. A quanto pare all’ultimo momento la gendarmeria inglese, della quale facevano parte per oltre la metà dei componenti esponenti della Lega dei giovani somali, proibì la manifestazione italiana, consentendo solo quella dei radicali anti-italiani. A questa seconda manifestazione erano stati trasportati, a cura degli inglesi, centinaia di elementi di fuori Mogadiscio e sembra anche stranieri, in particolare militari kenioti pro-inglesi allo scopo di creare disordini. E così fu: verso le 11 della mattina ci fu un’improvvisa quanto inaspettata esplosione di violenza nei confronti degli italiani, che furono massacrati là dove si trovavano: per le strade, nei negozi, nei bar e soprattutto nelle loro abitazioni, e con loro i somali che provarono a difenderli: donne, bambini, anziani, nessuno fu risparmiato. E gli italiani non poterono neanche difendersi perché non avevano più armi. Esponenti della gendarmeria al servizio degli inglesi furono visti non solo non impedire le violenze ma addirittura parteciparvi. Alcune centinaia di italiani si salvarono riparando nella cattedrale e in qualche hotel. Alla fine della mattinata si contarono 54 italiani e 14 somali morti, oltre a decine e decine di feriti. Le case che esponevano il tricolore, i luoghi di ritrovo, le associazioni, gli impianti sportivi frequentati dai nostri connazionali furono devastati e saccheggiati. Ci furono scene di ferocia inaudita, violenze e omicidi all’arma bianca.
Il 13 gennaio un comunicato ufficiale della Gendarmeria britannica parlerà di un assalto da parte di altri somali legati agli italiani, armati di lance, clave ed archi, al corteo della Lega dei Giovani Somali che ne avrebbero scatenato la rabbiosa reazione. Gli italiani, invece, riferirono di numerosi individui della Somalia Britannica o addirittura kenioti presenti tra i manifestanti e testimoniarono l'arrivo di numerosi militari indigeni, fatti affluire appunto dal Kenya o dalla Somalia Britannica, presso l'Aeroporto internazionale di Mogadiscio nei giorni precedenti al massacro. Secondo quanto rivelato molti anni dopo a Claudio Pacifico, consigliere italiano in Somalia fino al 1991, gli autori della strage sarebbero stati militari e civili fatti affluire dalle vicine colonie appositamente dal Comando Inglese. Da parte del Governo italiano ci fu un'energica reazione ufficiale con la messa in stato d'accusa delle locali autorità britanniche d'occupazione.
Gli inglesi, come detto, non intervennero, se non alla fine della giornata per rimuovere i cadaveri dalle strade. Nei giorni seguenti gli italiani furono rinchiusi in un campo di concentramento. Una volta liberati, quasi tutti decisero di rientrare in Italia, dove arrivarono al porto di Napoli.
 Le spoglie vennero ricomposte in casse di legno e sistemate nel cimitero italiano di Mogadiscio. Nel 1951, nel periodo dell’amministrazione fiduciaria italiana vi fu eretto un monumento-ossario, che però, dopo l’indipendenza, fu smantellato dal governo somalo. Nel 1968, poi, l’Italia decise di rimpatriare tutte le salme dei Caduti in Africa Orientale, compresi i morti nell’eccidio.
Solo in un periodo successivo, gli inglesi formarono una commissione di inchiesta, la Commissione Flaxman, che era un generale, dal cui rapporto emersero inequivocabilmente le responsabilità britanniche nell’eccidio.

giovedì 10 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 gennaio.
Il 10 gennaio 1929 debutta in Francia il personaggio di Tintin, un fumetto che sarà pubblicato in oltre 200 milioni di copie e in più di 40 lingue.
Tintin viene ideato e realizzato graficamente nel 1929 dal disegnatore belga Georges Rèmi che si firma Hergè, per il settimanale francese a fumetti Le Petit Vingtième, un supplemento del quotidiano cattolico Le Vingtième Siècle. Tintin rappresenta una vera e propria icona del fumetto mondiale ed in particolare del fumetto franco-belga, infatti la serie a fumetti costituita da ben 24 pubblicazioni tutte firmate da Hergè, ha riscosso un grandissimo successo soprattutto in Francia tale per cui gli è stata costruita una statua di cera per il museo Grévin di Parigi.
Tintin è un giovane reporter dall'intelligenza e dall'intuito degno dei migliori detective, ed è caratterizzato da un ciuffo di capelli rossi, un maglione, un paio di pantaloni alla zuava e una testa ovale con due occhi molto piccoli, ma vispi ed espressivi. Nonostante lo stile del fumetto potrebbe sembrare di tipo umoristico, Tintin è il protagonista di bellissimi fumetti avventurosi, con storie ambientate in ogni parte del mondo: Europa, estremo Oriente, Russia, medio Oriente, Africa, America e perfino sulla luna. Insieme al suo inseparabile cane Milou, un fox-terrier bianco molto intelligente, viene continuamente coinvolto in complicate storie poliziesche, in enigmatici misteri archeologici, in intricati spionaggi internazionali e in lotte contro criminali inafferrabili.
In queste avventure compaiono dei personaggi molto caratteristici, che molto spesso danno una mano e contribuiscono alla risoluzione di casi intricati e situazioni pericolose nelle quali è coinvolto il nostro Tintin. Ricordiamo il Capitano Haddock, un classico lupo di mare con berretto e con pipa, burbero e rissoso, ma generosissimo e grande amico di Tintin. Ci sono poi due gemelli poliziotti in borghese , Dupont e Dupont, perfettamente uguali, che si vantano di essere dei detective super esperti, ma che il più delle volte si mettono nei pasticci. Grande amico di Tintin è anche il professor Tournesol, che nella traduzione italiana viene chiamato il professor Tornasole, uno scienziato, (rassomigliante a Piccard colui che volò con la mongolfiera più in alto di tutti) in grado di realizzare delle invenzioni sbalorditive, ma che al tempo stesso è molto distratto e imprevedibile.
Fra le tante pubblicazioni a fumetti ricordiamo "Le avventure di Tintin - La stella misteriosa" ispirato ai racconti di Giulio Verne, "Le avventure di Tintin - I sigari del faraone" ambientato in Egitto, "Le avventure di Tintin - Obiettivo Luna", "Le avventure di Tintin - Il tesoro di Rakam il Rosso", "Le avventure di Tintin - Il tempio del sole", "Le avventure di Tintin - Tintin in Tibet" considerato un vero capolavoro fumettistico, "Le avventure di Tintin - I gioielli della Castafiore" dove conosceremo la cantante lirica Castafiore, fino ad arrivare all'ultimo racconto di Hergè "Tintin e i picaros". In verità l'ultima storia sarebbe stata "Tintin e l'Alph-art", ma purtroppo questa e rimasta un incompiuta a causa della scomparsa del autore nel 1983. Ogni pubblicazione a fumetti di Tintin è un tuffo nell'avventura classica, dove troviamo combattimenti con i banditi, ambientazioni esotiche, misteri da risolvere, tesori da trovare, e situazioni pericolose dalle quali uscirne fuori con l'uso dell'astuzia.
Su Tintin sono stati realizzati oltre a numerosi cartoni animati, che i giovani del 1978 hanno potuto ammirare nella celebre trasmissione "Supergulp - fumetti in tv", anche due film interpretati da Jean-Pierre Talbot nel ruolo di Tintin: "Tintin et le mystère de la toison d'or" del 1962 con regia di Jean-Jacques Vierne e "Tintin et les oranges bleues" del 1964 con regia di Philippe Condroye. Pare che anche Spielberg in persona sia intenzionato a realizzarne uno, infatti sostiene che il suo immaginario cinematografico è stato alimentato anche dalle avventure di Tintin. Bisogna aggiungere che lo stesso stile grafico di Tintin ha influenzato gran parte del fumetto franco-belga e non solo, infatti basta dare un'occhiata anche alle ultime serie animate di produzione francese per rendersene conto, ad esempio "Ai confini dell'universo" o "Siamo fatti così, esplorando il corpo umano".

mercoledì 9 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 gennaio.
Il 9 gennaio 1944 si celebra la seconda delle tre giornate del cosiddetto "processo di Verona".
Nel gennaio del '44 l'Italia è divisa in due; eserciti stranieri ne calpestano il suolo. Nelle strade, nelle città e sulle montagne del centro e del nord si combatte una guerra fratricida. Verona diventa improvvisamente protagonista. I puri e duri della Repubblica Sociale intendevano vendicare il 25 luglio (giorno della caduta del fascismo e dell'arresto di Mussolini) e punire i 19 gerarchi fascisti membri del Gran Consiglio del Fascismo che avevano aderito all'ordine del giorno Grandi. La Repubblica sociale con una mostruosità giuridica (il decreto 11/11/43, di fatto una norma penale con effetti retroattivi) aveva voluto dare la formalizzazione giuridica alla vendetta, costituendo per l'occasione anche un tribunale destinato solamente a giudicare coloro che avevano approvato l'ordine del giorno.
Peraltro solo sei dei diciannove ricercati erano stati arrestati: gli altri era riusciti a sottrarsi alla polizia fascista, che aveva però potuto mettere le mani sul personaggio più ambito, Galeazzo Ciano, che non aveva esitato a cercare rifugio in Germania, convinto com'era che la sua parentela col Duce gli avrebbe assicurato l’impunità.
Alessandro Pavolini aveva personalmente compilato la lista dei giudici per sottoporla all'approvazione del Duce: e già questa lista era significativa perché i giudici, come del resto era previsto dalle norme istitutive del Tribunale Speciale, dovevano essere "fascisti di provata fede" e in particolare erano da scegliersi fra quanti "avessero avuto a patire per la loro fedeltà all'idea". L'esito del processo era dunque scontato.
Il processo si celebrò dall'8 al 10 gennaio del 1944 nel maniero di Castelvecchio, nel quale solo pochi giorni prima il Congresso del neonato Partito Fascista Repubblicano aveva invocato a gran voce la morte dei "traditori dell'idea".
Cinque condanne a morte, per Ciano, Marinelli, Gottardi, De Bono e Pareschi e una condanna a trent'anni per Cianetti (che salvò la pelle per aver ritrattato il giorno successivo la sua adesione all'ordine del giorno Grandi) conclusero una cupa farsa giudiziaria.
La notte del 10 gennaio del 1944 le autorità della Repubblica Sociale si trovarono tra i piedi un ostacolo che non avevano previsto: le domande di grazia. Mancava, nel decreto istitutivo del Tribunale Speciale, la stessa previsione delle domande di grazia: a chi andavano dunque rivolte, qual era autorità che poteva ancora decidere della sorte dei cinque condannati? L'avvocato Cersosimo, istruttore del processo, suggerì a Pavolini, per analogia con le norme che regolavano il funzionamento del vecchio Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, di sottoporre le domande di grazia alla massima autorità militare territoriale, il generale Piatti del Pozzo, comandante dell'esercito a Padova. Questi però, con l'appoggio di un consulente legale, respinse seccamente l'incombenza e Pavolini, che aveva con sé le domande di grazia, iniziò una strana peregrinazione in compagnia di Cosmin, prefetto di Verona, di Fortunato, p.m. al processo e del capo della polizia Tamburini. Andò dapprima da Pisenti, ministro della Giustizia, che disse che avrebbe subito sottoposto le domande a Mussolini: esattamente ciò che Pavolini non voleva. Disse che della faccenda si era occupato esclusivamente il partito, e che il Duce non doveva essere posto di fronte ad una alternativa così dolorosa.
Ma proprio lui, Pavolini, come massima autorità del partito, si dichiarò incompetente a respingere le domande di grazia. Fu interpellato allora anche il Ministro dell'Interno, Buffarini Guidi, il quale a sua volta ebbe la pensata di scovare un comandante militare disposto ad assumersi la responsabilità dell'esame delle domande. Dopo varie telefonate ed altre peregrinazioni, Pavolini riuscì a mettere le domande in mano al console della milizia Italo Vianini, ispettore della V Zona, e quindi competente per territorio. Così, con una procedura contorta (le domande non furono espressamente respinte ma semplicemente "non inoltrate", e con lo stesso provvedimento Vianini ordinava l'esecuzione della sentenza) i cinque condannati furono avviati alla morte.
Pavolini avrebbe potuto salvarli: nessuno, nella Repubblica sociale, sapeva di preciso dove risiedesse l’autorità. Soprattutto avrebbe potuto salvare il suo grande amico, Ciano (gli altri imputati, con l'eccezione di De Bono, erano degli sconosciuti al grande pubblico), l'uomo contro il quale era di fatto celebrato il processo. Non si può certo ipotizzare che Pavolini nutrisse per Ciano l'odio, mai nascosto, che avevano tanti altri fascisti: il genero del Duce era considerato infatti un arrampicatore, un profittatore, tanto più meritevole di punizione ora, per i fascisti "puri e duri" della Repubblica Sociale. Assumendosi la responsabilità di accogliere le domande di grazia (era stato lui stesso a obiettare a Pisenti che "la faccenda era di competenza del partito") Pavolini avrebbe potuto mostrare che il nuovo stato fascista era in grado di punire, con la gravità della sentenza, ma anche di essere magnanimo.
La sentenza dei cinque condannati presenti, veniva eseguita la mattina dell’11 gennaio 1944, nel poligono di Forte San Procolo, a Verona, con un plotone di esecuzione formato da trenta militi fascisti.
Tre ore dopo Mussolini apre il Consiglio dei ministri a Gargnano pronunciando la frase "Giustizia è fatta".

martedì 8 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 gennaio.
L'8 gennaio 1324 muore a Venezia Marco Polo.
Marco Polo nasce a Venezia nel 1254. Mercante, viaggiatore italiano, al suo nome è legata l'opera passata alla storia come "Il Milione". Si tratta, a parere unanime degli storici, del compendio più importante e prezioso che il Medioevo, prima della scoperta dell'America e della successiva epoca delle grandi esplorazioni, abbia mai lasciato in merito ai territori d'Oriente, comprendendo con questa espressione anche un'ampia moltitudine di popoli e geografie che la civiltà occidentale, fino a quel momento, non aveva mai esplorato.
Cittadino della cosiddetta Serenissima, come viene chiamata a quei tempi la Repubblica di Venezia, Marco Polo nasce in una famiglia tipica della Laguna, benché originaria di Sebenico, Dalmazia.
Appartenente all'alta borghesia veneziana, figlio di Niccolò, mercante da cui apprende gran parte dei segreti del mestiere, nipote di Matteo Polo, fratello di suo padre e anch'egli mercante, all'età di diciassette anni il giovane Marco intraprende un lungo viaggio insieme con i due familiari. È il viaggio della sua vita, che consegna il suo nome alla storia.
In realtà, sono proprio Niccolò e Matteo ad invogliare il giovane Marco ad intraprendere la carriera di commerciante all'estero. Nei mesi intorno alla sua nascita infatti, i due si sono spinti già nelle terre d'Oriente, stabilendo i propri mercati prima a Costantinopoli e poi a Soldaia, nella Crimea. I due fratelli Polo durante questi viaggi entrano nelle grazie del grande Qubilai, il conquistatore e unificatore della Cina, ottenendo fruttuosi privilegi, oltre che una probabile dignità nobiliare.
Tornati a Venezia nel 1269, forti dell'esperienza appena trascorsa, dopo nemmeno due anni decidono di rimettersi in viaggio. Con loro, c'è anche Marco Polo, il quale insieme con suo padre Niccolò e suo zio Matteo, nella primavera del 1271 parte per l'Asia. Qui, stando ai primi resoconti dell'esperienza, i commercianti veneziani si guadagnano la fiducia del Gran Khan del Katai, in Cina. Questi, affida loro alcune missioni nelle province più remote del suo impero, dandogli la possibilità di intraprendere viaggi in terre impervie, alla stregua di popolazioni e culture fino a quel momento nemmeno immaginate dall'uomo occidentale. Tutta l'esperienza dura quasi venticinque anni e, successivamente e con dovizia di particolari, costituisce il corpus centrale dell'opera di Polo: "Il Milione", appunto.
Secondo i documenti riportati di seguito, i Polo sarebbero giunti a Pechino alla corte del Gran Kahn intorno al maggio del 1275.
Il giovane e intraprendente viaggiatore veneziano, su incarico dall'Imperatore, ispeziona le regioni al confine del Tibet e lo Yün-nan fregiandosi del titolo di "Messere". È un'onorificenza che lo pone a stretto contatto con la figura del sovrano, facendo di lui un rappresentante e informatore, oltre che ambasciatore di Stato. Svolge inoltre attività amministrative e si guadagna la stima delle alte sfere della società mongola.
Nel 1278 poi, Marco Polo viene nominato Governatore di Hang-chou, già capitale, sotto la dinastia dei Sung, del reame dei Mangi. È il massimo riconoscimento per la sua abilità e per l'impegno profuso alla corte del Kahn.
Nel 1292, a ventun anni dalla partenza da Venezia, il mercante divenuto governatore inizia il viaggio di ritorno salpando dal porto di Zaitun. Dopo tanto peregrinare, nel 1295 rientra a Venezia.
L'idea di mettere nero su bianco quanto visto e appreso durante la sua traversata in Oriente non lo sfiora minimamente, coinvolto com'è in alcune vicissitudini che riguardano la sua Repubblica. Tre anni dopo pertanto, nel 1298, Polo viene fatto prigioniero dai genovesi, durante la battaglia navale di Curzola, cui prende parte per difendere la sua Serenissima.
In carcere però, durante la sua prigionia, fa la conoscenza di un mediocre letterato, tale Rustichiello da Pisa, che fino a quel momento si è guadagnato da vivere compilando avventure cavalleresche. Questi però, ha la brillante idea di farsi raccontare da Marco Polo tutta l'esperienza passata in Oriente insieme con i suoi parenti, con il fine di rendere su carta quanto appreso e diffonderla a tutti. Le regioni di cui racconta il viaggiatore veneziano, ancora del tutto ignote agli europei, sono quelle della Valle del Pamir, del deserto di Lop e del deserto di Gobi. Il testo che ne viene fuori non denuncia fratture e testimonia la piena osmosi avvenuta tra racconto orale e composizione scritta, tra oratore e narratore.
Il libro viene redatto, in origine, in lingua francese, sebbene non ignorasse alcune forme lessicali e sintattiche italianizzanti, perlopiù volgare veneto e toscano. Dei primi esemplari composti, tutti andati perduti, si segnalano alcune varianti di quello che in principio doveva essere il titolo originale dell'opera, come detto in lingua francese, ossia: "Divisament dou monde". A questo, si aggiungono versioni intitolate "Livres des merveilles du monde" o, in latino, "De mirabilibus mundi". Smarrite le copie originali, restano però diverse traduzioni dell'opera, in molte lingue, e quasi tutte con il titolo giunto fino ai nostri giorni: "Il Milione".
Contrariamente a quanto si pensi, questa fortunatissima traduzione dell'opera deriva da un'aferesi del nome Emilione, il quale i Polo protagonisti del viaggio usavano, nella città lagunare, per distinguersi dagli altri Polo, assai numerosi in quel di Venezia.
In italiano, l'opera ha avuto come felice traduzione del suo titolo quella di "Ottimo", diffusa soprattutto intorno agli inizi del '300, ma di sicuro prima del 1309. L'intellettuale Ramusio, successivamente, nel 1559, è noto per aver curato la prima edizione a stampa dell'opera famosa.
A conti fatti, "Il Milione" resta un documento fondamentale per comprendere sia l'Oriente medievale, sia la mentalità mercantile italiana verso la fine del '200. La sua struttura, di impianto trattatistico e romanzesco insieme, si mantiene unitaria, nonostante convivano nell'opera elementi apparentemente discordanti, quali l'amore per il fiabesco e il gusto per l'osservazione diretta e precisa, oltre all'attenzione ad alcuni aspetti tecnici economici e sociali propri di un esperto mercante. Le tre anime insomma, derivanti da due personalità in carne ed ossa, sono ravvisabili e, in ogni caso, non cozzano tra loro. C'è il cronista fantasioso, il viaggiatore attento e il mercante, abile nell'apprendere i meccanismi più vicini alla quotidianità di un popolo e di una terra fino ad allora sconosciuta.
Marco Polo muore a Venezia nel 1324, a settant'anni. In Italia il suo volto campeggia sulla banconota da 1.000 lire in uso dal 1982 al 1988.

lunedì 7 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 gennaio. Il 7 gennaio 2015 ha luogo la strage al giornale satirico "Charlie Hebdo".
Due terroristi, "nel nome di Allah", hanno aperto il fuoco e ucciso dodici persone facendo irruzione nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a qualche centinaio di metri dalla Bastiglia. I killer Said e Cherif, due fratelli jihadisti franco-algerini di 32 e 34 anni, erano tornati in Francia dalla Siria. Con loro un complice, Amid, di appena 18 anni.
La Francia è sconvolta, il presidente Francois Hollande - subito accorso sul posto - è apparso sotto shock. Ha definito le vittime "i nostri eroi", caduti per l'idea che si erano fatti della Francia, "la libertà". Sono caduti sotto i colpi del commando di terroristi Charb, il direttore, e i popolarissimi disegnatori satirici Wolinski, Cabu e Tignous. Li hanno cercati, uno per uno, in particolare Charb, autore di un'ultima vignetta tragicamente profetica, in cui scherzava su possibili attacchi terroristici imminenti in Francia. I testimoni parlano invece di un periodo di difese stranamente un po' allentate al giornale, da anni nel mirino del fanatismo per le sue provocazioni contro gli estremismi religiosi di ogni tipo. "Allah Akbar", hanno gridato i terroristi uscendo, filmati dall'alto in un video che - a partire da Le Monde - i media francesi si sono  impegnati a non diffondere o a pubblicare depurato delle scene più crude.
"Abbiamo vendicato il profeta", "abbiamo ucciso Charlie Hebdo, siamo di Al Qaida": queste le altre urla deliranti dei terroristi, i quali durante alcuni interminabili minuti hanno compiuto una mattanza scientifica, chiedendo ai giornalisti il loro nome prima di giustiziarli. Sotto i colpi, sono caduti anche l'economista Bernard Maris, che aveva una rubrica su Charlie Hebdo, con lo pseudonimo di Oncle Bernard, un addetto alla portineria, un poliziotto accorso in bicicletta dal commissariato vicino e un altro che era di guardia all'interno della redazione. I killer sono fuggiti su un'auto, poi l'hanno dovuta abbandonare dopo uno scontro con un veicolo guidato da una donna, hanno minacciato un altro automobilista e si sono allontanati con la sua auto. E proprio nell'auto gli agenti hanno trovato le loro carte d'identità. Nella banlieue nord di Parigi si è subito scatenata una caccia all'uomo senza precedenti.
Si concludono con altro sangue i tre giorni più lunghi per la Francia, cominciati con la strage in redazione a Charlie Hebdo e finiti con un doppio, simultaneo assalto dei reparti speciali francesi. Morti i tre terroristi, che hanno inneggiato ad al Qaida e all'Isis, morto un loro probabile fiancheggiatore. Morte anche quattro persone, ostaggio in un supermercato di prodotti kosher. "Usciremo da questa prova ancora più forti", ha detto il presidente Francois Hollande in tv, provando a risollevare i francesi atterriti da un incubo interminabile. Ma poi ha subito aggiunto che "per la Francia le minacce non sono finite".
Il terribile attacco ai vignettisti di Charlie Hebdo, poi il crudele assassinio di una giovane poliziotta, infine la fuga dei tre terroristi braccati come animali, i due fratelli integralisti Cherif e Said Kouachi e l'ultrà islamico di origine maliana Amedy Coulibaly. Nella fuga i due Kouachi avevano tentato di rubare un'auto, si sono scontrati con la polizia e, infine, si sono asserragliati in una tipografia della zona industriale della Seine-et-Marne, a est di Parigi, a ridosso dell'aeroporto Charles de Gaulle di Roissy. Contemporaneamente, si stringeva il cerchio attorno a Coulibaly, del quale non si era saputo più nulla dopo l'assassinio della giovane agente: fermati i genitori, un mandato veniva spiccato nei confronti suoi e della sua compagna, Hayat Boumeddiene.
I fratelli Kouachi non si erano resi conto di avere con loro un ostaggio. Dopo ore, sentendosi perduti e privi di potere di scambio con la polizia che li assediava, sono usciti dallo stabilimento sparando contro la polizia, alle 16.57. Seguendo gli ordini impartiti direttamente dal presidente Hollande, i reparti speciali hanno risposto al fuoco e hanno "neutralizzato" la minaccia. I due fratelli, che avevano fatto sapere di voler morire "da martiri", sono stati uccisi nello scontro a fuoco. Nel primo pomeriggio, intanto, era riemerso Coulibaly, di cui non si avevano notizie da ore. Era braccato, ha saputo dei suoi genitori fermati, ha sentito che era arrivato alla fine ed è passato al gesto estremo: kalashnikov in pugno, è entrato in un supermercato di prodotti kosher a Vincennes, periferia residenziale di Parigi, prendendo in ostaggio una decina di persone, fra cui donne e bambini, e gridando ai primi poliziotti arrivati: "sapete chi sono, sapete chi sono!".
Le ricostruzioni dicono che abbia ucciso subito quattro degli ostaggi, minacciando poi un massacro se fossero stati toccati i fratelli Kouachi. Ha avuto la calma e la concentrazione di telefonare alla redazione di BFMTV per mettere in chiaro che la sua azione era coordinata con i fratelli terroristi, che avrebbero dovuto occuparsi "loro di Charlie Hebdo, io dei poliziotti". Dopo essersi detto appartenente allo Stato islamico, si è preparato alla fine cominciando a pregare (i redattori di BFMTV hanno ascoltato le sue preghiere dal cellulare rimasto staccato). Anche a Vincennes, per ordine di Hollande, le teste di cuoio sono passate all'azione, esattamente tre minuti dopo Dammartin-en-Goele: fuoco e granate lacrimogene sul supermercato, irruzione ed esplosioni, poi il silenzio. Lentamente sono usciti i superstiti, mentre i soccorritori si dedicavano ai feriti. Cinque i morti accertati: Coulibaly e quattro ostaggi. Alcuni riferiscono però che tra le quattro vittime ci potrebbe essere un possibile complice del killer.

domenica 6 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 gennaio.
Il 6 gennaio 1661 alcuni esponenti del "fifth monarchy man" tentano di prendere il controllo di Londra.
I Fifth Monarchy Men o Fifth Monarchists (Quinto-monarchisti) furono un movimento religioso millenarista inglese, attivo dal 1649 dal 1661, cioè per tutto il periodo del Commonwealth del Lord Protettore Oliver Cromwell (1599-1658). Il nome di quinto-monarchisti della setta prese origine dall'episodio del libro di Daniele, nell'Antico Testamento, dove il profeta interpretò il sogno del re Nabucodonosor, profetizzando l'avvento di un quinto regno, fatto sorgere da Dio e che avrebbe distrutto i precedenti e sarebbe durato per sempre.
Questi riferimenti al millenarismo furono molto frequenti durante gli anni 1640-1660, il ventennio della storia inglese che comprendeva la guerra civile, la decapitazione del re Carlo I (1625-1649), e il successivo interregno, periodo nel quale proliferarono sette e pubblicazioni apocalittiche, come il popolare The personal reign of Christ upon Earth (il regno personale di Cristo in terra) del 1642, scritto dal reverendo Henry Archer, il quale profetizzò la conversione dei giudei e la distruzione di turchi nel 1650 e la parusia (seconda venuta in terra di Cristo) per il 1700.
La setta generò intorno al 1649 da alcuni predicatori laici e religiosi indipendenti e battisti, che avevano in comune lo spirito millenarista, il cui messaggio era di prepararsi alla parusia, riformando il parlamento ed il governo inglese. Altri elementi erano l'amore fraterno per i poveri, il rilascio dal carcere dei debitori, l'abolizione delle tasse.
Il un primo momento i quinto monarchisti appoggiarono Oliver Cromwell, con la speranza che egli avrebbe riformato la società corrotta, e in ciò essi si allinearono alle attese del levellers di John Lilburne, ma quando Cromwell decise di perseguitare i levellers e di reprimere un tentativo di ammutinamento di solidarietà nell'esercito, usando la parte rimastagli fedele del New Model Army [l'esercito parlamentare, comandato da Sir Thomas Faifax (1601-1671)], nella battaglia di Burford del maggio 1649, essi si trovarono ad essere l'unica forza di opposizione al futuro Lord Protettore. Cromwell tuttavia li isolò progressivamente, dapprima sciogliendo nel dicembre 1653 il parlamento Barebone [chiamato così dal nome da uno dei suoi più influenti membri: Praise-God Barebone (ca.1596-1680)], dove i quinto monarchisti avevano un notevole appoggio dai delegati radicali, poi varando un nuovo parlamento e governo favorevoli alla sua politica.
Alfiere della protesta del movimento fu l'ex generale di brigata Thomas Harrison (1610-1660), deputato nel parlamento Barebone ed amico intimo di Cromwell. Forte della sua immagine di eroe nazionale, Harrison poté parlare a nome della setta, aiutando la loro causa, ma Cromwell spazzò via anche la sua opposizione, facendolo degradare ed arrestare per ben due volte pretestuosamente per sovversione. Ironia della sorte, Harrison fu fatto impiccare, e poi squartare mentre ancora moribondo, non da già Cromwell, bensì nel 1660 dai realisti di Carlo II (1649-1685), che non gli avevano mai perdonato di aver firmato nel 1649 la condanna a morte di Carlo I.
Alla morte di Harrison, la leadership dell'ala più oltranzista della setta fu assunta dal commerciante in botti Thomas Venner (m.1661), che aveva già organizzato dei complotti, falliti, contro Cromwell nel 1657 e 1659. Venner tentò una disperata insurrezione nel gennaio 1661, ma, com'era prevedibile, il colpo fallì e Venner e gli altri capi della rivolta furono decapitati. Le successive repressioni stroncarono definitivamente il movimento, oltre a perseguitare anche altre sette, a causa delle loro dottrine simili, come i quaccheri, i giacobiti e i sabbatariani.

sabato 5 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 gennaio.
Il 5 gennaio 1984 la Mafia uccide il giornalista Giuseppe Fava.
Giuseppe Fava, detto Pippo, nasce il 15 settembre 1925 a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, figlio di Elena e Giuseppe, maestri in una scuola elementare. Trasferitosi a Catania nel 1943, si laurea in Giurisprudenza e diventa giornalista professionista: collabora con diverse testate, sia locali che nazionali, tra cui il "Tempo illustrato di Milano, "Tuttosport", "La Domenica del Corriere" e "Sport Sud".
Nel 1956 viene assunto dall'"Espresso sera": nominato caporedattore, scrive di calcio e cinema, ma anche di cronaca e politica, intervistando boss di Cosa Nostra come Giuseppe Genco Russo e Calogero Vizzini. Nel frattempo, comincia a scrivere per il teatro: dopo l'inedito "Vortice" e "La qualcosa" (ideato a quattro mani con Pippo Baudo), nel 1966 crea "Cronaca di un uomo", che si aggiudica il Premio Vallecorsi, mentre quattro anni più tardi "La violenza", dopo aver vinto il Premio IDI, viene portato in tournée in tutta Italia (con debutto al Teatro Stabile di Catania).
Pippo Fava si dedica anche alla saggistica (nel 1967 pubblica per Ites "Processo alla Sicilia") e alla narrativa ("Pagine", sempre con la stessa casa editrice) prima di dare vita, nel 1972, a "Il proboviro. Opera buffa sugli italiani". In seguito, si avvicina al cinema, visto che Florestano Vancini dirige "La violenza: Quinto potere", trasposizione cinematografica del primo dramma di Fava. Mentre Luigi Zampa porta sul grande schermo "Gente di rispetto", il suo primo romanzo, Pippo Fava continua a lasciarsi ispirare dalla sua vena creativa: scrive per Bompiani "Gente di rispetto" e "Prima che vi uccidano", senza rinunciare alla passione per il teatro con "Bello, bellissimo", "Delirio" e "Opera buffa"; quindi lascia l'"Espresso sera" e si trasferisce a Roma, dove per Radiorai conduce la trasmissione radiofonica "Voi e io".
Mentre prosegue le collaborazioni con il Corriere della Sera e Il Tempo, scrive "Sinfonia d'amore", "Foemina ridens" e la sceneggiatura del film di Werner Schroeter "Palermo or Wofsburg", tratto dal suo libro "Passione di Michele": la pellicola conquista l'Orso d'Oro al Festival di Berlino nel 1980. Nello stesso anno, il giornalista e scrittore siciliano diventa direttore del "Giornale del Sud": accolto con un certo scetticismo nei primi tempi, progressivamente dà vita a una redazione giovane che comprende, tra gli altri, Rosario Lanza, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, Riccardo Orioles e suo figlio Claudio Fava.
Sotto la sua direzione, il quotidiano cambia rotta, e tra l'altro denuncia gli interessi di Cosa Nostra nel traffico di droga a Catania. L'esperienza al "Giornale del Sud", tuttavia, finisce nel giro di poco tempo: sia per l'avversione di Pippo Fava nei confronti della realizzazione di una base missilistica a Comiso, sia per il sostegno all'arresto del boss Alfio Ferlito, sia per il passaggio del quotidiano a una cordata di imprenditori (Giuseppe Aleppo, Gaetano Graci, Salvatore Costa e Salvatore Lo Turco, quest'ultimo in contatto con il boss Nitto Santapaola) dai profili non molto trasparenti.
Fava, all'inizio degli anni Ottanta, scampa a un attentato messo in pratica con una bomba realizzata con un chilo di tritolo; poco dopo il giornale viene censurato prima della stampa di una prima pagina dedicata alle attività illecite di Ferlito. Pippo, quindi, viene definitivamente licenziato, nonostante l'opposizione dei suoi colleghi (che occupano la redazione per una settimana, ricevendo ben poche attestazioni di solidarietà), e rimane senza lavoro.
Con i suoi collaboratori, dunque, decide di dare vita a una cooperativa, denominata "Radar", che si propone di finanziare un progetto editoriale nuovo: il gruppo pubblica il primo numero di una nuova rivista, intitolata "I Siciliani", nel novembre del 1982, pur non avendo mezzi operativi (due sole rotative Roland usate, comprate con cambiali). La rivista, con cadenza mensile, diventa un punto di riferimento per la lotta alla mafia, e le inchieste che vi vengono pubblicate attirano l'attenzione dei media di tutta Italia: non solo storie di delinquenza ordinaria, ma anche la denuncia delle infiltrazioni mafiose e l'opposizione alle basi missilistiche sull'isola.
Il primo articolo firmato da Pippo Fava si chiama "I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa", ed è una circostanziata denuncia delle attività illegali di quattro imprenditori catanesi, cavalieri del lavoro: Francesco Finocchiaro, Mario Rendo, Gaetano Graci e Carmelo Costanzo avrebbero legami diretti con il clan di Nitto Santapaola. Proprio due di loro, Graci e Rendo, nel 1983 tentano di comprare il giornale (insieme con Salvo Andò) per cercare di controllarlo: le loro richieste, però, vanno a vuoto. Il 28 dicembre del 1983 Fava rilascia un'intervista a Enzo Biagi per il programma "Filmstory" in onda su Raiuno, in cui rivela la presenza di mafiosi in Parlamento, al governo, nelle banche.
E' quello il suo ultimo intervento pubblico prima del suo assassinio che va in scena il 5 gennaio 1984: è il secondo intellettuale, dopo Giuseppe Impastato, a essere ucciso da Cosa Nostra. Alle nove e mezza di sera, il giornalista si trova in via dello Stadio a Catania, e si sta dirigendo al Teatro Verga per andare a prendere la nipote, impegnata a recitare in "Pensaci, Giacomino!": viene freddato da cinque colpi, proiettili calibro 7,65, che lo colpiscono alla nuca.
In principio la polizia e la stampa parlano di un delitto passionale, evidenziando che la pistola impiegata per l'omicidio non è tra quelle usate di norma negli eccidi mafiosi. Il sindaco Angelo Munzone, invece, sostiene l'ipotesi di motivi economici alla base dell'omicidio: anche per questo motivo evita l'organizzazione di cerimonie pubbliche.
Il funerale di Pippo Fava si tiene nella chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina, alla presenza di poche persone: la bara viene accompagnata soprattutto da operai e giovani, e le uniche autorità presenti sono il questore Agostino Conigliaro (uno dei pochi a credere alla pista del delitto di mafia), il presidente della Regione Sicilia Santi Nicita e alcuni membri del Partito Comunista Italiano. La rivista "I Siciliani" continuerà a uscire anche dopo la morte del fondatore. Il processo Orsa Maggiore 3, conclusosi nel 1998, individuerà come organizzatori dell'assassinio di Giuseppe Fava, Marcello D'Agata e Francesco Giammauso, come mandante il boss Nitto Santapaola e come esecutori Maurizio Avola e Aldo Ercolano.

venerdì 4 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 gennaio.
Nel numero andato in edicola il 4 Gennaio 1936 la rivista americana dello spettacolo “Billboard magazine", che esce tuttora, pubblica per la prima volta una rubrica destinata ad avere un enorme successo, a perpetuarsi fino ad oggi e diventare un fattore determinante di crescita per la neonata industria discografica. Nasce proprio in quel numero la famosa “Hit Parade”, la classifica dei dischi più in voga del momento. Per la cronaca ai primi posti di quella storica classifica figuravano la canzone “Did I Remember” di Harold Adamson e Walter Donaldson (brano introduttivo del musical “Suzy”), “Lights Out” di William J. (Billy) Hill, “A Melody from the Sky” di Sidney D.Mitchell e Louis Alter (colonna sonora del film “Trail of the Lonesome Pine”).
Nel 1940 alla “Hit Parade” delle vendite discografiche si affiancò un’altra rubrica, “Music Popularity Chart”, dedicata alla classifica dei brani più trasmessi dalle radio d’America. Per divenire poi, nel 1958, definitivamente l’attuale “Billboard Hot 100”, classifica che veniva stilata tenendo conto della combinazione delle vendite dei “singoli” e dei passaggi radiofonici.
Ancora oggi “Billboard Hot 100” è la classifica che decreta le 100 canzoni più ascoltate degli Stati Uniti (brani singoli), alla quale si è affiancata anche la “Billboard 200” che cataloga i 200 album più venduti negli Usa, e numerosissime altre classifiche particolari (più di 90) che analizzano settimana dopo settimana ogni espressione ed ogni dettaglio del mercato musicale americano ed internazionale.
Gli artisti che sono stati più lungamente presenti nella “Hot 100” sono i Metallica, Mariah Carey, The Beatles, Bing Crosby, Madonna, Pet Shop Boys, Elvis Presley e Michael Jackson.
L’album rimasto più a lungo nelle classifiche di Billaboard è stato “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd, fra i più venduti per 741 settimane (quasi 15 anni) dal 1973 al 1987.
Dal 2006 la classifica della musica più venduta e più diffusa contempla anche i brani scaricati dai principali siti internet che propongono brani a pagamento (soluzione che ha segnato anche la fine dell’ostilità delle case discografiche nei confronti della rete).

giovedì 3 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.
Il 3 gennaio 1925 Benito Mussolini pronuncia alla Camera dei Deputati il discorso che di fatto sancisce la nascita della dittatura fascista in Italia.
Quel 3 gennaio è una data che ha profondamente e irrimediabilmente segnato la storia dell’Italia. Quel giorno di oltre 90 anni fa Benito Mussolini, all’epoca capo del governo del Regno d’Italia, con un discorso che tiene alla Camera getta la maschera e sospende di fatto ogni garanzia costituzionale, assumendo tutti i poteri su di sé. Quel giorno ha inizio per il nostro paese la dittatura fascista. Quel giorno, con tutti gli eventi terribili che vi concorsero, è uno di quei giorni del nostro passato da non dimenticare, perché se si vuole costruire il futuro bisogna avere memoria del passato per cercare di evitare errori e atrocità.
Per capire la portata devastante di quel che accadde bisogna tornare indietro fino al 18 novembre del 1923 quando entra in vigore la Legge Acerbo, dal nome di Giacomo Acerbo, il deputato che ne aveva redatto il testo. Il ddl, che modificava le regole elettorali e che era stato voluto da Mussolini per assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare, viene approvato dal Consiglio dei ministri da lui presieduto il 4 giugno del 1923. Il 9 giugno viene presentato alla Camera e sottoposto all’esame di una commissione, detta dei “diciotto”, composta da Giovanni Giolitti (con funzioni di presidente), Vittorio Emanuele Orlando per il gruppo della “Democrazia” e Antonio Salandra per i liberali di destra (entrambi con funzioni di vicepresidente), Ivanoe Bonomi per il gruppo riformista, Giuseppe Grassi per i demoliberali, Luigi Fera e Antonio Casertano per i demosociali, Alfredo Falcioni per la Democrazia Italiana nittiani e amendoliani), Pietro Lanza di Scalea per gli agrari, Alcide De Gasperi e Giuseppe Micheli per i popolari, Giuseppe Chiesa per i repubblicani, Costantino Lazzari per i socialisti, Filippo Turati per i socialisti unitari, Antonio Graziadei per i comunisti, Raffaele Paolucci e Michele Terzaghi per i fascisti e Paolo Orano per il gruppo misto (in realtà era anche lui fascista).
La proposta di Acerbo mirava a cambiare il sistema proporzionale in vigore da 4 anni, integrandolo con un premio di maggioranza, che sarebbe scattato in favore del partito più votato che avesse anche superato il quorum del 25%, aggiudicandosi in tal modo i 2/3 dei seggi. La commissione approva il disegno di legge nel suo impianto originale. In aula le opposizioni tentano di modificarlo, sostenendo l’emendamento presentato da Bonomi, che proponeva di alzare il quorum per lo scatto del premio di maggioranza dal 25% al 33% dei voti espressi. Ma il tentativo fallisce, anche per la rigida posizione assunta dal governo, che, opponendo la fiducia, riesce a prevalere. Il 21 luglio il ddl Acerbo viene approvato con 223 sì e 123 no. A favore si schierano il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare, la stragrande maggioranza dei componenti dei gruppi parlamentari di tendenze liberali e la quasi totalità degli esponenti della destra, fra i quali Antonio Salandra. Negano il loro appoggio i deputati dei gruppi socialisti, i comunisti, la sinistra liberale e quei popolari che facevano riferimento a don Sturzo. La riforma ottiene anche l’approvazione del Senato del Regno, con 165 sì e 41 no.
Con questo sistema il 6 aprile 1924 l’Italia va alle urne. ll Listone Mussolini raccoglie il 60,09% dei voti (il premio di maggioranza era scattato, come prevedibile, per il Pnf): i fascisti trovano il modo di limare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, partecipando alla i spartizione mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni, che si aggiudica altri 19 seggi. Le opposizioni di centro e di sinistra riescono a mandare in parlamento soltanto 161 rappresentanti, nonostante la maggioranza ottenuta al Nord con 1.317.117 voti contro 1.194.829 di voti del Listone.
Lo storico Giovanni Sabbatucci sostiene che l’approvazione di quella legge fu un classico caso di ‘’suicidio di un’assemblea rappresentativa”, accanto a quelli “del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933” o a quello “dell’Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940″. La riforma, secondo Sabbatucci, fornì all’esecutivo “lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta ». Una tesi che condividiamo pienamente”.
I risultati di quelle elezioni farsa furono contestati in un famoso discorso pronunciato alla Camera il 30 maggio 1924 dal deputato socialista Giacomo Matteotti, che denunciò brogli, soprusi e violenze ai candidati dell’opposizione ai quali, disse, non era stata lasciata alcuna libertà di esporre il proprio pensiero. Come era accaduto all’onorevole Giovanni Amendola, il cui comizio a Napoli era stato impedito da bande armate e a molti altri. Il j’accuse di Matteotti è lungo e circostanziato. Ma è anche la sua condanna a morte: il 10 giugno il parlamentare socialista viene rapito e ucciso da una banda di squadristi fascisti guidata da Amerigo Dumini. Ma tra le varie ricostruzioni del caso Matteotti ce n’è un’altra basata su quanto venne pubblicato all’epoca dei fatti dalla stampa britannica e su posteriori dichiarazioni di Dumini, una ricostruzione che comunque non assolve affatto Mussolini, secondo la quale il deputato socialista sarebbe stato ucciso perché si accingeva ad accusare pubblicamente i vertici del governo e della monarchia di corruzione, per tangenti ottenute dalla compagnia petrolifera statunitense  Sinclair Oil per ottenere la concessione allo sfruttamento del sottosuolo italiano. Concessione che Mussolini aveva dato proprio nei primi mesi del 1924 ma che poi misteriosamente revocò nel novembre dello stesso anno.
Il 13 giugno Mussolini in un intervento a Montecitorio, dichiara la propria estraneità al caso Matteotti e conferma il pieno impegno del governo a condurre indagini a tutto campo.
Il 18 giugno il segretario amministrativo del Partito nazionale fascista, Giovanni Marinelli, viene arrestato per complicità nel delitto Matteotti.
Il 25 giugno Camera e Senato confermano la fiducia al Governo Mussolini.
Il 27 giugno i parlamentari dell’opposizione guidati da Amendola decidono di non partecipare più ai lavori del parlamento finché un nuovo governo non avesse ristabilito le libertà democratiche. E’ l’inizio dell’ Aventino (dal nome del colle sul quale – secondo la storia romana – si ritiravano i plebei nei periodi di conflitto con i patrizi), una protesta che ebbe carattere solo morale, essendo state bocciate tutte le proposte comuniste di azione diretta e di appello alle masse.
Il 1° luglio Mussolini compie un rimpasto del suo Governo: i Ministri dell’istruzione Giovanni Gentile, dei lavori pubblici Gabriello Carnazza e dell’economia nazionale Orso Maria Corbino vengono sostituiti. L’8 luglio entra in vigore il Regio decreto-legge 15 luglio 1923, n. 3288, che restringe fortemente la libertà di stampa.
Il 16 agosto viene ritrovato il corpo di Matteotti. Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra, Vittorio Emanuele Orlando e Amendola si appellano al re affinché destituisca Mussolini. Ma Vittorio Emanuele III risponde citando lo Statuto Albertino: «Io sono sordo e cieco. I miei occhi e le mie orecchie sono il Senato e la Camera». E non interviene.
Le condanne morali seguite al delitto Matteotti non sortiscono alcun effetto. Il fascismo non viene messo in crisi, ma anzi passa al contrattacco. In quei mesi del 1924 verranno cancellati in Italia “non una democrazia mai esistita – scrive Edmo Fenoglio, regista del “Caso Matteotti”, di Franco Cuomo, storico testo teatrale messo in scena nell’aprile del 1968- ma i barlumi di un vivere civile che il Risorgimento prima e la grandi battaglie sociali poi erano riusciti ad accendere. Ha vinto il lungo sonno. Ché il fascismo proprio questo è stato: il lungo sonno della ragione”.
Così si si arriva al giorno del golpe, al giorno dell’atto costitutivo del fascismo, come lo hanno definito gli storici. Mussolini è con le spalle al muro: da un lato dopo la diffusione del Memoriale di Cesare Rossi vice segretario del Partito Fascista costretto alle dimissioni per il suo coinvolgimento nell’omicidio Matteotti, rischia di finire alla sbarra, dall’altro è nel mirino del suo stesso partito, che stanco dei suoi tentennamenti, fa pressione per un giro di vite. E decide di giocare la carta del tutto per tutto. Si presenta alla Camera e scioglie ogni indugio.
Nel suo discorso Mussolini respinge le accuse contenute nel Memoriale di Rossi di aver creato una polizia segreta, simile alla Ceka bolscevica; si assume la responsabilità politica morale e storica di quanto è avvenuto nei mesi precedenti; definisce l’Aventino una “secessione anticostituzionale”, “nettamente rivoluzionaria”; si dichiara pronto a ricorrere alla forza e minaccia di scatenare quei gruppi del fascismo che spingono per eliminare ogni forma di opposizione; rivendica gli sforzi compiuto per la normalizzazione e per la repressione di ogni illegalità; assicura che nelle 48 ore successive “la situazione sarà chiarita su tutta l’area”. Si dimettono i ministri Alessandro Casati (Istruzione) Gino Sartocchi (Lavori pubblici) e Aldo Oviglio (Giustizia). Nella notte stessa, viene diramata una circolare ai prefetti nella quale si proibisce lo svolgimento di manifestazioni; si impone il massimo controllo a organizzazioni, circoli, gruppi sospetti da un punto di vista politico e si ordina lo scioglimento di formazioni che possono essere considerate sovversive. Inoltre i prefetti vengono invitati ad applicare con rigore assoluto il decreto legge contro “gli abusi della stampa periodica”, viene attribuito il potere di sequestrare il giornale che diffondesse “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Il giorno dell’Epifania il ministro dell’Interno Luigi Federzoni fa il primo bilancio di questo provvedimento: 55 circoli chiusi o sciolti; 150 esercizi pubblici chiusi; 25 organizzazioni sciolte; 125 gruppi dell’associazione antifascista sciolti; 111 arresti; 655 perquisizioni. Ha inizio la dittatura. Il 14 gennaio la Camera approva in blocco e senza discussione moltissimi decreti legge emanati dal governo, poi denominati leggi fascistissime. E’ solo il primo atto di una dittatura destinata a durare 20 anni.

mercoledì 2 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 gennaio.
Il 2 gennaio 1978 Luigi Corsini scopre in Puglia, tra Maglie e Melpignano, il Dolmen Specchia.
Costruiti per durare nel tempo, i Dolmen sono le più antiche architetture d'Europa; meritano pertanto la nostra attenzione ed un tentativo di capire e ritrovare significati perduti.
I Dolmen, pietre senza nome, rappresentano infatti delle tracce di un passato lontano e dimenticato, che da sempre hanno risvegliato quell'interesse per le nostre radici umane e culturali che è presente in ciascuno di noi.
E' necessario inoltre sensibilizzare l'opinione pubblica e le autorità locali sul gravissimo fenomeno della continua distruzione di gran parte di questi monumenti in pietra, a causa dell'urbanizzazione selvaggia e per l'incuria dell'uomo.
Il termine Dolmen deriva dalla fusione di due parole bretoni: tol o tuol (tavola) e men (pietra). Si tratta di un monumento megalitico costituito generalmente da un lastrone di pietra appoggiato orizzontalmente su pietre infitte verticalmente nel terreno, così da formare un ambiente, per lo più ad uso sepolcrale. Molto spesso era coperto da un tumulo.
L'area di distribuzione dei dolmen comprende principalmente Spagna, Gran Bretagna, Francia, Europa settentrionale e l'area del Mediterraneo.
La Puglia è l'unica regione dell'Italia peninsulare in cui i dolmen siano diffusi e numerosi. Appaiono localizzati soprattutto in tre zone: la fascia costiera del barese, un'area a nord di Taranto e, soprattutto, nel Salento.
La tipologia dei monumenti è abbastanza varia: dai dolmen a galleria dell'entroterra di Bari e Taranto, realizzati con grandi lastre e, talora, con suddivisioni interne della camera, si passa alle piccole strutture rettangolari o poligonali del Salento, per le quali sono stati utilizzati sia blocchi che lastre.
A questi due gruppi principali si possono aggiungere le cosiddette "piccole specchie", tumuli di terra e pietre con all'interno strutture dolmeniche o tombe a fossa.
Il toponimo specchia, che deriva dal latino "speculum", usato per descrivere un luogo di avvistamento, è usato indifferentemente in Puglia per tutti i cumuli di pietrame delle più svariate origini.
Le antiche specchie monumentali appartengono però a due tipi ben distinti: le piccole specchie, il cui tumulo ha abitualmente un diametro variabile tra i 15 ed i trenta metri ed un'altezza che non supera i tre o i quattro, e le grandi specchie , i cui tumuli raggiungono anche un'altezza di 10-15 metri, ma che al loro interno sembra non contengano monumenti dolmenici.
Mentre le piccole specchie si rinvengono un po' ovunque, le grandi sono localizzate solo nel Salento, collocate in pianura o su piccole alture.
Ad esse si è spesso attribuito anche uno scopo di scoperta e di difesa.
A Salve erano presenti almeno tre specchie, probabilmente di epoca Neolitica.
Da tempo però, sono state rimosse e di esse, purtroppo, è rimasto ben poco: poche pietre, lontani ricordi e delle vecchie immagini in bianco e nero.
La più imponente era quella situata presso la Masseria "Cucuruzzi", più nota come "specchia dei Fersini".
Il dolmen Specchia scoperto da Corsini è orientato ad est, locato a ridosso di un’abitazione privata, e consta di una lastrone orizzontale molto spesso, in alcuni punti anche fino a 60 centimetri, con una pozzella in superficie, un elemento che lo accomuna a molti altri dolmen dell’entroterra idruntino. E’ sorretto, a circa un metro da terra, da tre ortostati, di cui due monolitici e tra cui alcuni vedrebbero definita una rozza “bozza” di un tronco maschile.
Manifesta alcuni principi di cedimento strutturale, che lo rendono piuttosto dissimile dalle foto scattate in occasione della scoperta, tuttavia il suo fascino rimane invariato.

martedì 1 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo gennaio.
Secondo la tradizione latina, il primo gennaio di ogni anno i due nuovi consoli iniziavano il loro incarico annuale.
I Consoli romani entrarono in carica dal 367 a.C. in poi, ma secondo la tradizione dal 509, cioè dalla cacciata dei re e alla fondazione della Repubblica. I Consoli erano eponimi, ossia l'anno di servizio era conosciuto con i loro  nomi. Successivamente, nella tarda repubblica, si cominciò a contare gli anni dalla fondazione di  Roma (anno ab urbe condita) che tradizionalmente veniva fissata nel  753 a.C. Perciò in alcune  iscrizioni il numero dell'anno è seguito dall'acronimo avc che indica appunto  Ab Vrbe  Condita.
I loro poteri comprendevano il comando dell'esercito, la facoltà di riunire il popolo a comizio, la facoltà di convocare e presiedere il SENATO per fare approvare leggi e  provvedimenti,  l'amministrazione della giustizia e della finanza, la  promozione di opere di censimento, L'esecuzione di opere pubbliche.
I due Consoli erano infatti l'organo esecutivo dello Stato Romano, eletti dai Comizi Centuriati su proposta del console in carica, un anno prima del loro mandato, e le insegne della loro autorità erano, oltre al seguito di 12 littori coi fasci littori, la "sella curulis" e la "toga praetexta".
 Essi esercitavano collegialmente il  supremo potere civile e militare ed erano  eletti ogni anno. All'inizio detenevano anche il potere religioso, perché non si poteva condurre un esercito in  battaglia senza aver consultato gli auspici.
Secondo Livio, il loro nome deriverebbe dal Dio Conso, una divinità che "dispensava  consigli", come dovevano fare i due massimi magistrati della Repubblica  romana. La parola  consulenza, di origine latina, indica una capacità di consigliare decisioni.
I due Consoli avevano uguale potestà, salvo che ognuno poteva invalidare i provvedimenti dell’altro mediante il veto "ius intercedendi". Per evitare però lo Ius intercedenti, che poteva bloccare ogni decisione, si preferiva un accordo politico tra i due Consoli: in  certi periodi o in determinate attività un solo console esercitava effettivamente il potere, senza che l'altro ponesse il veto. In genere seguivano dei turni, dividendo l'anno in periodi, in genere mensili, in cui si alternavano negli affari civili. Per il comando militare, se ambedue erano alla guida dell'esercito, i turni erano giornalieri. Talvolta invece i due consoli si spartivano le competenze su cui ognuno esercitava il potere in esclusiva. Ciò non riguardava però le proposte di legge su cui i due Consoli dovevano essere uniti.
In campo di battaglia avevano poteri illimitati, ma, trascorso l’anno di carica, erano chiamati a render conto dell’operato. Avevano ai loro comandi le due legioni originarie, addette al servizio in campo e composte di 84 "centuriae iuniorum", in tutto 8400 uomini, a cui solo più tardi si aggiunsero altre due legioni, "legiones seniorum", addette alla difesa della città.
La cavalleria era costituita dai membri del ceto senatorio: gli equites.
Se un console moriva durante il suo  mandato (fatto non raro quando i consoli erano in battaglia alla testa  dell'esercito), un altro veniva eletto, e veniva detto "consul  suffectus". Terminato l'anno di carica, diventava "Vir Consularis" e restava fino alla morte nel Senato.
I Consoli, nonostante la limitazione del potere penale tramite il giudizio d’appello ai comizi centuriati, sancito dalla "lex Valeria de provocatione", avevano nelle loro mani l'imperium, che manteneva il carattere preminentemente militare dello Stato, rendendo possibili i grandi successi di guerra. Così la scienza militare si tramanda dalle gentes maiores ai nuovi membri della nobiltà.
I consoli avevano l'obbligo di indossare la toga, il mantello ufficiale dei consoli della  Repubblica spesso indossata fissandola con una fibula alla spalla. Era chiamata la "Toga Pieta", era di color porpora o violetto scuro, ornata ai bordi da foglie d'alloro in oro.
Poi subentrò la "Toga Praetexta": un manto di lana vergine, di colore bianco, con  una striscia di porpora sul fondo, di forma trapezoidale, che si posava sulla  spalla sinistra, mentre l’estremità inferiore scendeva fino a mezza gamba. La  lana doveva essere di colore immacolato e non doveva assolutamente strisciare  per terra. Ai piedi il console calzava i "calcei", ossia stivaletti alti quasi fino al  polpaccio, di colore rosso. Naturalmente coi capelli corti e sbarbato.
Nell’anulare sinistro portava l'anello-sigillo della sua carica. Aveva sempre la scorta di dodici Littori, recanti appunto i fasci littori, ma non dentro al pomerium, lì i Littori non potevano entrare, a meno che non si trattasse di un Dictator, che non se ne separava neppure nel pomerium. Un altro emblema era la sedia curule,  ove sedeva nel Senato.
Durante la repubblica, l'età minima per l'elezione a console era di 40 anni per i patrizi e di 42 per i plebei.  Tutti i poteri esorbitanti al Senato o ad altri magistrati erano dei due consoli. Grazie a Varrone si conoscono i nomi dei due consoli di ciascun anno dal V sec. a.C., anche se mancano alcuni anni.
In eventi straordinari i consoli ricevevano dal senato i pieni poteri per "Senatus Consultum Ultimum", cioè estremo  provvedimento del senato con la formula "Caveant consules ne quid detrimenti res  publica capiat", cioè "Provvedano i consoli affinché lo stato non abbia alcun  danno".
Essi si ebbero:
nella prima metà del II sec. a.C. per regolamentare i misteri  bacchici a Roma, durante la scalata al potere del tribuno della plebe Gaio Gracco, nel 121 a.C., in occasione della marcia su Roma di Lepido nel 77 a.C., nella congiura di Catilina  nel 63 a.C., quando Cesare traversò il Rubicone nel 49 a.C.
In età imperiale i consoli continuarono, però nominati dall'imperatore e, dopo la fondazione di Costantinopoli, si eleggeva un console per l'Occidente ed uno per l'Oriente. La carica durò ancora a Roma anche dopo la caduta dell'Occidente, sino al 566, ed a Costantinopoli sino al
VII sec. d.C.
Quando con Augusto finì la repubblica e iniziò il Principato, il potere passò nelle mani del Princeps, ossia di Augusto. Il potere del Senato si ridusse, e durante il lungo regno di Augusto, molti consoli lasciarono l'incarico prima del termine ai consul suffectus. Quelli che erano in carica il 1º gennaio, i consules ordinarii ebbero l'onore di associare il proprio nome a quell'anno. Così circa la metà di coloro che avevano il grado di pretore potevano raggiungere anche quello di console non più a 40 anni, ma a 33.
Talvolta i suffecti si ritiravano e un altro suffectus veniva nominato. Questa pratica raggiunse il suo estremo sotto Commodo, quando nel 190, si alternarono 25 consoli. Alcuni Imperatori spesso nominavano loro stessi, o loro protetti o parenti, senza guardare all'età minima. Ad
Onorio venne conferito il titolo di console al momento della nascita.
Reggere il consolato era un tale onore che pure il secessionista Impero delle Gallie nominò la sua coppia di consoli (260 - 274). Costantino I assegnò uno dei consoli alla città di Roma e l'altro alla città di Costantinopoli. Quando l'Impero Romano venne diviso in due, alla morte
di Teodosio I, ognuno dei due imperatori acquisì il diritto di nominare uno dei consoli. Dopo la fine dell'Impero romano d'Occidente, molti anni vennero ancora denominati da un singolo console.
I due consoli designati entravano in carica ancora alle calende di gennaio, con una cerimonia solenne che comportava un corteo (processus  consularis) e una distribuzione di denaro alla folla (sparsio), proibita dall’imperatore Marciano di Bisanzio ma reintrodotta da Giustiniano nel 537.
Questa carica decadde durante il regno di Giustiniano: prima con il console di Roma Decio Teodoro Paolino nominato nel 534 dalla regina Amalasunta, e quindi con il console di Costantinopoli, Anicio Fausto Albino Basilio, nel 541. In seguito il consolato venne assunto
dall'imperatore stesso, ed era incondivisibile, tanto che, quando il generale bizantino Eraclio coniò monete col titolo di console, in effetti si proclamò imperatore, in opposizione all'imperatore in carica Foca. Ci furono consoli onorari anche nel VII sec., infatti, nel 656, il vescovo di Cesarea in Bitinia si recò in visita da san Massimo di Costantinopoli insieme ai due consoli Teodosio e Paolo.

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