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sabato 23 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 marzo.
Il 23 marzo 1919 Mussolini fonda i Fasci Italiani di Combattimento.
Nell'immediato primo dopoguerra, la situazione italiana era molto difficile, infatti nonostante la vittoria le condizioni sociali e politiche del nostro Paese erano tutt'altro che rosee. Vi era per prima cosa la difficile situazione dei reduci della Grande Guerra che dovevano fare i conti oltre che con le ferite fisiche, le mutilazioni (tanto è vero che molti furono quelli curati presso l'istituto Rizzoli di Bologna) anche con un difficile reinserimento post-bellico nella vita quotidiana, un reinserimento tutt'altro che agevole vista anche la grave crisi economica in cui versava l'Italia a causa dei debiti contratti con le spese belliche.
 In primis vi era la situazione dei contadini, i quali erano l'ossatura del nostro esercito e ai quali il Generale Diaz aveva promesso come incentivo, a guerra finita la terra, o meglio una equa distribuzione delle terre che avesse "accontentato" tutti; ma ciò si scontrava con l'opposizione dei grandi proprietari terrieri, gli agrari i quali sostenevano che le terre vanno date ai contadini quando si perde una guerra e non quando la si vince. Tutto ciò finì col fare da catalizzatore ad una situazione già tesa, tanto che gli ex combattenti senza terra in molte regioni invasero i latifondi incolti, insieme con i contadini più poveri. Se quindi nelle campagne la situazione era al limite, meglio certamente non andava nelle città, infatti il costo della vita aumentava a dismisura anche a fronte di provviste scarse, i salari allo stesso tempo rimanevano fissi e addirittura in qualche caso diminuivano; tutto ciò portò anche al saccheggio di molti negozi da parte di persone allo stremo, ridotte alla fame.
Gli operai abbinavano alle loro rivendicazioni economiche ideologie politiche sull'esempio della rivoluzione russa, tutto ciò avrebbe portato al "biennio rosso" (1919-1920) caratterizzato dall'occupazione delle fabbriche da parte degli operai che in alcuni casi cercarono di ispirarsi al motto diffusosi in quegli anni in tutta Europa, "fare come in Russia". Paradossalmente chi risentì maggiormente della difficile situazione economica, furono i cosiddetti "ceti medi", tra i quali figuravano molti complementari dell'esercito e anche generali, senza dimenticare il malcontento degli "arditi di guerra" un gruppo di assalto costituito negli ultimi anni di guerra, che ora si trovava a disagio nel nuovo clima di democrazia e di pace.
E' in questo scenario che si inserisce la figura di Benito Mussolini, che fino allo scoppio della prima guerra mondiale era dirigente socialista e, dal 1912, addirittura direttore de l'Avanti!. Dopo un'iniziale adesione alla linea di neutralismo del partito, Mussolini divenne interventista e allora il 20 ottobre del 1914 si dimise dalla direzione del giornale. In novembre realizzò un suo quotidiano, "Il popolo d'Italia", ultranazionalista, radicalmente schierato su posizioni interventiste a fianco dell'Intesa. Espulso immediatamente dal Psi, qualche anno dopo, nel '18, ruppe anche gli ultimi legami ideologici con l'originaria matrice socialista, in nome di un superamento dei tradizionali antagonismi di classe. Finita la guerra, nel 1919 fondò i fasci di combattimento. Il nuovo movimento era inizialmente noto come "sansepolcristi" (da P.zza San Sepolcro a Milano, dove il 23 Marzo 1919 furono fondati i "fasci italiani di combattimento" e fu emanato il "programma di San Sepolcro") che non a caso fece leva sul disagio diffuso soprattutto tra i ceti medi, i militari e gli ex combattenti, per ottenere un consenso sempre maggiore, rivendicando inoltre la cosiddetta "vittoria mutilata" in cui l'Italia non aveva ottenuto il giusto riconoscimento ai suoi sacrifici, bellici e umani, che aveva sostenuto.
Analizzando il "Programma di San Sepolcro" possiamo notare tra gli altri punti trattati da Mussolini e i "sansepolcristi", una serie di provvedimenti volti a cercare di risolvere la difficile situazione sociale instauratasi nel Paese all'indomani della fine della guerra: tra le altre cose si chiede una legge che sancisca la giornata legale di otto ore di lavoro, una modifica alla legge sull'assicurazione e sulla vecchiaia (la pensione potremmo dire) con abbassamento del limite di età da 65 a 55 anni. Da questo momento cominciò l'escalation dei fascisti che avrebbero fatto largo uso della violenza squadrista per prendere il controllo, prima con il "fascismo agrario" con squadre fasciste che, pagate dai proprietari terrieri, cercavano di far tornare nelle loro mani il controllo dei latifondi in cui le cosiddette "leghe rosse" sembravano aver preso il potere, obbligando tra l'altro i proprietari terrieri ad accettare condizioni come l'imponibile di manodopera (ovvero erano le stesse leghe rosse a imporre al proprietario la lista dei lavoratori per quel certo latifondo). Tra gli squadristi più rappresentativi del fascismo agrario, va senza dubbio ricordato Roberto Farinacci "ras" di Cremona.
Quindi la situazione si profilava sempre più favorevole ai fascisti che tra l'altro già nel 1919 avevano assaltato la sede del giornale socialista "Avanti" e che giunsero anche all'occupazione militare di ampie zone del nord Italia nel corso del 1921 grazie alla connivenza allo stesso tempo delle forze dell'ordine, come è dimostrato da molti documenti. Divenuto deputato al Parlamento con le elezioni del 1921, Mussolini si avvicinò maggiormente alla monarchia (mentre il suo programma originario era di fedeltà agli ideali repubblicani) con il discorso di Udine (20 settembre 1922). In quel 1921, un'accelerata agli eventi fu molto probabilmente svolta dalla conclusione dell'occupazione di Fiume, città a maggioranza abitata da italiani che era stata data con un accordo siglato dal governo Giolitti alla Jugoslavia, da parte delle truppe o meglio dei volontari guidati dal poeta Gabriele D'Annunzio (Gabriele Rapagnetta) che già durante il conflitto mondiale aveva dimostrato tutto il suo coraggio con diverse azioni tra le quali il famoso volo su Vienna; molto probabilmente il grande consenso acquisito dai "fiumani" di D'Annunzio, portò Benito Mussolini a voler prendere l'iniziativa, anche perché il futuro Duce non nascondeva il timore per il consenso sempre maggiore ottenuto da D'Annunzio che si proponeva come, possiamo dire, "capo naturale". del fascismo.
Così il 24 ottobre del 1922 a Perugia fu formato un quadrumvirato composto da Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Mario Rossi tra gli altri, che aveva il compito di coordinare la "marcia su Roma"; il 28 ottobre 1922 bande non molto organizzate di fascisti cominciarono a confluire su Roma e qui il Re, preso atto della situazione, invece di allertare l'esercito per disperdere i fascisti, non firmò lo stato d'assedio, ma anzi il giorno seguente affidò a Mussolini, che nel frattempo era giunto a Roma comodamente in treno, il compito di formare il nuovo governo; così il Duce cominciava quel cammino che avrebbe condotto l'Italia ad una dittatura ventennale e ad una guerra disastrosa.

venerdì 22 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 marzo.
Il 22 marzo 1885 Re Umberto I posa la prima pietra del monumento dedicato a suo padre: Il Vittoriano.
Contestato al suo nascere e paragonato ad una torta o ad una macchina da scrivere, se trovi il coraggio di salire uno dopo l’altro i gradini che ti portano in cima, sei quasi in cielo, ti trovi allo stesso livello del volo dei gabbiani, e tutt’intorno i tetti di Roma sono quasi ai tuoi piedi, unici colossi a sovrastare la città, con le loro architetture, sono i simboli del potere religioso, politico e laico, che vivono e palpitano nel cuore di Roma.
Qui con l’Urbe , finalmente capitale d’Italia, ecco sorgere il monumento, simbolo della conclusione delle guerre d’indipendenza, della raggiunta unità tanto vagheggiata del suolo italiano, celebrazione della casa regnante che aveva reso possibile il sogno di tanti italiani, e poi mausoleo del Milite Ignoto, di quel soldato senza nome, morto come tanti altri per dare alla Nazione le terre irredenti.
Il Vittoriano, che prende il nome da Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, ha troneggiato nel cuore di Roma per tanti anni senza troppo amore da parte della cittadinanza che l’ha visto come la colossale imposizione marmorea di una dinastia straniera, che ha rivoluzionato il piano urbanistico della città, abbattendo case e palazzi nobiliari (Torlonia) per farlo sorgere, ma lontani dai furori dell’epoca, dai fautori e detrattori, il monumento ha finito con il conquistare il cuore dei romani per i simboli che rappresenta.
La costruzione fu decisa pochi mesi dopo la morte del re, promulgata la legge nel 1878 che accoglieva il progetto del ministro Zanardelli d’erigere a Roma un monumento nazionale alla memoria, furono banditi ben due concorsi, e si scelse l’area a fianco del Campidoglio come zona densa di significato storico e la prima pietra fu posata da re Umberto I nel 1885.
Non doveva essere un monumento da poco, si voleva un fondale scenografico che si stagliasse con il suo biancore all’orizzonte di via del Corso, per chi entrava a nord della città, da piazza del Popolo. Qualcuno malignamente insinuò che si volesse occultare la prepotente presenza clericale della chiesa di S. Maria in Aracoeli. Per ottenere un’opera imponente, si progettò una costruzione a terrazze, che ricordava l’architettura dei grandi santuari ellenistici come l’altare di Pergamo e ripresa nelle città latine da Palestrina e Tivoli, privilegiando la radice classica dell’arte nazionale, piuttosto che l’eclettismo che allora imperversava in Europa.
Inoltre l’abbellimento statuario serviva a nobilitare le virtù civili in cui fortemente si credeva essere il presupposto di una nazione sana e forte.
I lavori si protrassero per ben mezzo secolo, sia per cause di natura economica (lo stato sabaudo aveva già investito notevoli risorse per portare avanti le guerre d’indipendenza e gli altri stati italiani liberati dallo ”straniero” per uniformarsi alle regole dei Savoia ed amalgamarsi tra di loro non se la cavavano meglio, anzi forse stavano peggio di prima!) inoltre si sono incontrate difficoltà a livello tecnico, a causa delle pendici del colle che non erano compatte e solide come si credeva, al punto che si apportarono delle modifiche nella dimensione e nelle proporzioni del progetto originario. La direzione dei lavori fu assunta da Giuseppe Sacconi e in successione da Gaetano Koch, Pio Piacentini e Manfredo Manfredi. Tutti personaggi famosi come gli artisti ai quali furono commissionate le sculture, in particolare quelle delle città furono eseguite da artisti delle rispettive località. Fu inaugurato nel cinquantenario dell’Unità da Vittorio Emanuele III, anche se con l’inserimento del Milite ignoto (1921) fu rimodellato e nuovamente inaugurato nel 1995 come Altare della Patria.
Alla fine della I guerra mondiale si sparse a macchia d’olio l’idea di un Altare della Patria, e anche l’Italia ha voluto avere il suo. Qualcosa era cambiato nel modo di vedere la guerra e il soldato che moriva per la patria, dal tempo della rivoluzione francese e da quella franco-prussiana, da quando insomma tra i combattenti ci furono molti volontari, per non parlare delle nostre guerre d’indipendenza; sicché nel 1871 si ebbe il primo cimitero militare tedesco, e nel 1915 la Francia sancì il dovere di seppellire i morti, sulla cui tomba venne posta una croce, simbolo di risurrezione, il nome e una pietra. Ma anche il milite ignoto deve avere la sua glorificazione, e quindi si scelsero luoghi simbolo della propria nazione: in Francia fu sepolto sotto l’Arc de Triomphe, in Inghilterra nella abbazia di Westminster, in Italia lo si volle a Roma, da pochi decenni capitale del regno, e fu collocato nel monumento più significativo per l’epoca: il Vittoriano.
Ormai c’è. Nessuno ricorda più come erano un tempo le pendici del Campidoglio, il monumento spicca nel cuore della città con il biancore abbagliante del calcare di botticino bresciano, che brilla ancor di più grazie alla luce cristallina dell’azzurro cielo romano, un bianco che contrasta con quello più pacato del travertino locale, tipico dei monumenti romani, sin dall’antichità classica.
Sia il museo risorgimentale, che custodisce cimeli preziosi, sia il monumento di per sé, sono sempre affollati di turisti che salgono le sue gradinate, perché dalla sommità ti si offre il paesaggio della città, a tutto tondo, con tutte le sue bellezze artistiche; panorama che si può godere gratuitamente a differenza di altri monumenti in altrettanti capitali europee. Su tabelle descrittive, site in loco, è possibile scoprire la configurazione di architetture più famose viste da un punto di osservazione diverso. A vista d’occhio si può vedere la Roma del potere: a sinistra c’è quella antica con i mercati traianei, il foro e in lontananza il Colosseo. C’è poi la Roma del potere spirituale, quello della cristianità rappresentata, tra le tante cupole, da quella di san Pietro. E’ ben visibile un altro potere religioso, la cupola della Roma Ebraica. Svetta poi nell’azzurro cielo romano la bandiera tricolore del Quirinale, simbolo del potere temporale, prima dei papi, poi della monarchia ed infine della Repubblica. Infine sul colle del Gianicolo, ad imperitura memoria, si vede il monumento equestre a Garibaldi, e a mezzogiorno si può perfino sentire arrivare il suono dello sparo del cannone a ricordo di quella Roma laica, che ha combattuto per strappare la città ai Papi ed ha lottato in proprio, con i suoi volontari per conquistarla, e con la sua presenza vuole ricordarci che esiste.

giovedì 21 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 marzo.
Il 21 marzo 1960 in Sudafrica ha luogo il massacro di Sharpeville.
Sono passati 59 anni dal massacro di Sharpeville, in Sudafrica. A quei tempi non esisteva internet e ogni avvenimento, tragico e non, non aveva la stessa cassa di risonanza di oggi, motivo per cui questa tragedia non è conosciuta da molti, malgrado sia una delle pagine più tristi della storia dell’uomo.
Il 21 marzo del 1960, in pieno periodo Apartheid in Sudafrica, il Pan Africanist Congress (PAC), organizzò una manifestazione per protestare contro il decreto governativo denominato Urban Areas Act, che prevedeva l’obbligo per i cittadini sudafricani neri di esibire uno speciale permesso qualora fossero stati fermati dalla polizia in un’area riservata ai bianchi. I lasciapassare venivano concessi solo ai neri che avevano un impiego regolare nell’area in questione.
I manifestanti, stimati in un numero compreso tra i 5000 e i 7000, si radunarono intorno alle 10 del mattino, dinanzi alla stazione di polizia di Sharpeville, nell’attuale Gauteng, dichiarandosi sprovvisti del citato lasciapassare e chiedendo alla polizia di essere arrestati.
Le autorità usarono diverse forme di intimidazione cercando di disperdere la folla: addirittura furono adoperati caccia militari in volo radente e veicoli blindati. I manifestanti però non si fecero intimorire. Qualche ora più tardi, intorno alle 13.15, la polizia aprì il fuoco sulla folla sempre più numerosa. I dati ufficiali parlarono di 69 morti tra i manifestanti, tra cui 8 donne e 10 bambini e più di 180 feriti.
A lungo si indagò sui motivi che spinsero la polizia ad aprire il fuoco. L’ufficiale in comando dichiarò che i  manifestanti cominciarono a lanciare sassi verso la polizia e che alcuni agenti meno esperti persero il controllo della situazione, iniziando a sparare senza che fosse stato impartito nessun ordine in tal senso. Un certo grado di nervosismo nelle file della polizia poteva essere dovuto al fatto che poche settimane prima alcuni poliziotti erano stati uccisi a Cato Manor.
Le indagini della Commissione per la verità e la riconciliazione stabilirono però un’altra verità: la decisione di aprire il fuoco era stata in qualche misura deliberata e venne anche sottolineato come vi era stata, citando testualmente il rapporto della Commissione, una “grossolana violazione dei diritti umani, in quanto era stata usata una violenza eccessiva e non necessaria per fermare una folla disarmata“. La polizia infatti continuò a sparare anche mentre i dimostranti fuggivano, e molte delle vittime furono colpite alla schiena.
I fatti ovviamente portarono ad un sostanziale aumento della tensione tra cittadini neri e governo bianco nel Paese; il governo dichiarò la legge marziale e vi furono più di 18 mila arresti.
Qualche giorno più tardi, il 1° aprile, le Nazioni Unite condannarono ufficialmente l’operato della polizia con la risoluzione 134.
Il tragico evento, contribuì alla sensibilizzazione internazionale sul problema dell’Apartheid, terminato poi nel 1994 con Nelson Mandela Presidente. Proprio dal 1994, il 21 marzo si celebra in Sudafrica la “Giornata dei diritti umani”. Inoltre, in onore delle vittime del massacro, dal 2005 il 21 marzo si celebra la “Giornata Internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale”, istituita dall’ONU, segno tangibile che anche se ancora c’è molto da fare per eliminare ogni forma di discriminazione razziale, il sacrificio di quelle coraggiose persone non è stato vano.

mercoledì 20 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
Il 20 marzo 1800 Alessandro Volta rende nota l'invenzione della sua pila.
Alessandro Volta fu uno dei più famosi fisici della storia: visse tra il Settecento e l’Ottocento, inventò e perfezionò la pila elettrochimica e scoprì caratteristiche e potenzialità del metano, ancora oggi uno dei gas più utilizzati per le attività umane. Volta fu uno studioso e un inventore molto prolifico e si applicò soprattutto allo studio dei fenomeni elettrici, mettendo in discussione parte delle teorie e delle conoscenze sull’argomento del suo tempo. Il nome di Alessandro Volta è legato per sempre a quello dell’elettricità, che ha tra le sue unità di misure il “volt” (V), in onore di una delle persone che più contribuirono al suo sviluppo nel Diciannovesimo secolo.
Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta nacque a Como il 18 febbraio del 1745 in una famiglia altolocata. A 13 anni iniziò studi umanistici alla scuola dei gesuiti di Como e nel 1761, dopo essere entrato nel Regio Seminario Benzi di Como, fu invece incoraggiato a studiare soprattutto le materie scientifiche, assecondando i suoi interessi. Ad Alessandro Volta fu messo a disposizione il gabinetto di scienze naturali del Seminario, una specie di laboratorio ante litteram, dove condusse numerosi esperimenti e abbandonò definitivamente il progetto che i suoi avevano per lui: che diventasse sacerdote.
A partire dalla fine degli anni Sessanta del Settecento Volta iniziò a scrivere memorie e lettere sulle sue attività di ricerca, mettendo in discussione alcune delle interpretazioni più accreditate all’epoca sui fenomeni elettrici. Dopo avere ricevuto un importante incarico presso le Regie Scuole di Como, nel 1775 mise a punto la sua prima invenzione notevole: l’elettroforo perpetuo. Era costituito da un disco con un manico perpendicolare per impugnarlo, come un batticarne, ed era utilizzato insieme a una superficie isolante e a un panno di lana per ottenere una carica elettrica da usare in particolari esperimenti. L’invenzione e gli studi prodotti fino ad allora valsero a Volta la nomina a professore di fisica sperimentale alle scuole di Como.
Alessandro Volta negli anni seguenti dimostrò di essere interessato soprattutto alla ricerca pratica: partendo dagli studi di diversi contemporanei, realizzò tantissime invenzioni che permettevano di sfruttare i fenomeni elettrici. Ottenne una cattedra presso l’Università di Pavia nel 1778 e negli anni seguenti inventò il condensatore, che serviva per accumulare al suo interno energia elettrica tenendo separate cariche elettrostatiche. Seguirono altre invenzioni importanti per misurare in modo più scientifico e accurato l’elettricità, con la proposta di introdurre misure standard.
Tra il 1799 e il 1800 Alessandro Volta realizzò e perfezionò l’invenzione che lo avrebbe reso famoso in tutto il mondo: la pila. Non fu una trovata improvvisa ma derivò dagli anni di studi e osservazioni precedenti, soprattutto sull’elettricità animale e sulle relative teorie di un altro italiano, Luigi Galvani. Semplificando, Galvani sosteneva che gli animali fossero attraversati da un “fluido elettrico” e che questa elettricità “intrinseca” fosse prodotta dal cervello e poi portata dai nervi ai muscoli dove veniva immagazzinata. Galvani lo aveva dedotto durante alcuni esperimenti con le rane: un contatto metallico applicato tra i nervi lombari e i muscoli degli arti inferiori portava a una contrazione delle loro zampe. Galvani pensò che il fenomeno fosse dovuto al fatto che il contatto metallico formasse un circuito elettrico in cui fluiva la sua “elettricità animale”.
Alessandro Volta contestò l’ipotesi di Galvani e intuì che la rana non potesse essere la causa diretta del passaggio di corrente. Ci arrivò notando come il movimento della rana fosse molto più accentuato quando per l’esperimento venivano usati metalli diversi tra loro. Questa intuizione fu fondamentale per lo sviluppo della pila. Volta elaborò diversi esperimenti per produrre una batteria che fosse in grado di produrre una corrente elettrica costante. La versione definitiva era costituita da una colonna di dischi di zinco alternati a dischi di rame, con uno strato intermedio di cartone imbevuto di acqua salata (o resa acida). Collegando i due poli con un conduttore elettrico si realizzava un circuito in cui passava corrente continua.
La pila di Alessandro Volta fu il primo sistema per generare elettricità con una corrente costante nel tempo. Il nome deriva dal fatto che i dischi metallici che la facevano funzionare erano impilati uno sull’altro. Nel sistema, ogni disco crea una differenza di potenziale tra il metallo e la soluzione, nel caso dello zinco e del rame è il primo ad assumere il potenziale più negativo. Questo squilibrio permette il passaggio di una corrente elettrica dal rame allo zinco quando i due elettrodi sono collegati da un filo conduttore.
Volta comunicò la sua invenzione alla Royal Society di Londra con una lettera datata 20 marzo 1800, che gli diede grande fama:
L’apparecchio di cui vi parlo e che senza dubbio vi meraviglierà non è che l’insieme di un numero di buoni conduttori di differente specie, disposti in modo particolare, 30, 40, 60 pezzi o più di rame […] applicati ciascuno a un pezzo di […] zinco, e un numero uguale di strati d’acqua, o di qualche altro umore che sia migliore conduttore dell’acqua semplice, come l’acqua salata […]: di tali strati interposti a ogni coppia o combinazione di due metalli differenti, una tale serie alternata, e sempre nel medesimo ordine, di questi tre pezzi conduttori, ecco tutto ciò che costituisce il mio nuovo strumento.
Tra i tanti riconoscimenti che ricevette negli anni successivi alla sua invenzione ce ne furono anche di politici, come la nomina a senatore del Regno d’Italia da parte di Napoleone nel 1809. Tornato a Como per vivere gli ultimi anni in compagnia della famiglia, Alessandro Volta morì a Camnago il 5 marzo 1827 a 82 anni, dopo essere stato uno dei più importanti protagonisti della ricerca sull’elettricità. In parte è anche grazie a lui se ora potete leggere questo articolo sul vostro smartphone, mentre aspettate alla fermata del bus.

martedì 19 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 marzo.
Il 19 marzo è tradizionalmente la festa del papà, nel giorno in cui la Chiesa Cristiana celebra San Giuseppe.
Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli. Ma è sicuramente dal padre putativo, cioè ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani. Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora.
  San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “sacra famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”. Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.
  Giuseppe era, come Maria, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, tutti costruiti dall’abilità di quelle mani ruvide e callose.
  Di lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo e Luca. Intorno alla sua figura si sbizzarrirono invece i cosiddetti vangeli apocrifi. Da molte loro leggendarie notizie presero però le distanze personalità autorevoli quali San Girolamo (347 ca.-420), Sant’Agostino (354-430) e San Tommaso d’Aquino (1225-1274). Vale la pena di riportare soltanto una leggenda che circolò intorno al suo matrimonio con Maria. In quella occasione vi sarebbe stata una gara tra gli aspiranti alla mano della giovane. Quella gara sarebbe stata vinta da Giuseppe, in quanto il bastone secco che lo rappresentava, come da regolamento, sarebbe improvvisamente e prodigiosamente fiorito. Si voleva ovviamente con ciò significare come dal ceppo inaridito del Vecchio Testamento fosse rifiorita la grazia della Redenzione.
  San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo. Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la tradizione che egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali.
  Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della chiesa di S. Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone. È sicuramente un bel “aggiunto” di fede.

lunedì 18 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 marzo.
Il 18 marzo 1871 nasce la Comune di Parigi.
La Comune di Parigi, è il governo rivoluzionario popolare e operaio istituito dal popolo parigino nella capitale francese a seguito della rivoluzione scoppiata il 18 marzo 1871 dopo la sconfitta francese a Sédan, si colloca in una situazione di ampi mutamenti nella storia d'Europa, era la cosiddetta "svolta dell'anno '70", caratterizzata in particolare dalla guerra franco/prussiana, con il crollo dell'impero di Napoleone III e la costituzione di quello tedesco, dall'annessione di Roma al regno d'Italia e dalla trasformazione del principio di nazionalità in nazionalismo.
Il 2 settembre 1870 l'imperatore Napoleone III, sconfitto nella battaglia di Sedan si arrese ai prussiani; due giorni dopo i repubblicani di Parigi con una rivoluzione incruenta proclamarono la nascita della Terza Repubblica, resistendo al nemico sino al gennaio del 1871, quando la capitale fu costretta a capitolare dopo un assedio di quattro mesi.
Entro l'assemblea nazionale, la maggioranza dei delegati (per lo più monarchici) era disposta ad accettare i termini del trattato di pace imposti dal primo ministro prussiano Otto von Bismarck, considerati invece umilianti da repubblicani e socialisti radicali, decisi a riprendere le armi.
Il timore della restaurazione della monarchia dopo la sconfitta favorì pertanto la costituzione a Parigi di un governo rivoluzionario: il 17 e il 18 marzo il popolo parigino organizzò un'insurrezione contro il governo nazionale, instaurando un governo del popolo, presieduto da un Comitato centrale della guardia nazionale, che inizialmente non ebbe, o perlomeno non ebbe prevalentemente, un carattere Socialista, e fissando per il 26 marzo le elezioni di un Consiglio municipale, noto con il nome di "Comune di Parigi" (i membri del Consiglio furono chiamati "comunardi").
I settanta membri della Comune appartenevano a diverse correnti politiche: la maggioranza era costituita da giacobini, altri erano seguaci del rivoluzionario Louis-Auguste Blanqui, altri ancora erano rivoluzionari indipendenti, o radicali. La minoranza era invece composta da seguaci di Pierre-Joseph Proudhon, membri della sezione francese dell'Associazione internazionale dei lavoratori.
Il 26 marzo 1871 la componente Socialista del Comitato centrale della guardia nazionale ebbe però il sopravvento su quella borghese conservatrice-repubblicana, favorevole a un'intesa col Thiers (capo delle forze "repubblicane" conservatrici attestate a Versailles), e così, per la prima volta nella storia, si verificò e realizzò una concreta presa di potere da parte del proletariato con l'instaurazione di un regime proletario.
Tuttavia, stretta nella morsa della guerra civile, assediata sempre più da vicino dall'esercito del Thiers, la Comune non poté attuare il suo programma socialista se non in misura minima, e alla fine, l'esperimento proletario fu soffocato nel sangue.
Nei suoi pochi giorni di vita la Comune propose misure a beneficio dei lavoratori e votò provvedimenti quali la separazione della Chiesa dallo Stato e la socializzazione delle fabbriche abbandonate dagli imprenditori. Tali misure però non entrarono in realtà mai in vigore, in parte per le frizioni che ben presto emersero tra le varie componenti della Comune, ma anzitutto per l'intervento dell'esercito regolare ordinato dall'assemblea nazionale. Per sei settimane a partire dal 2 aprile, Parigi fu bombardata dalle forze governative; le sue difese furono piegate all'inizio di maggio.
Dopo circa un mese di assedio, il 21 maggio 1871 le truppe guidate dal Thiers entrarono in Parigi, dando inizio alla tristemente famosa "settimana di sangue" che con grande crudeltà la reazione borghese portò a compimento, culminando l'azione di cruenta repressione (21-28 maggio) con l'esecuzione di 20.000 Patrioti Comunardi e l'arresto di altri 38.000, di cui migliaia furono poi deportati nella Nuova Caledonia.

domenica 17 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 marzo.
Il 17 marzo 45 a.C. Giulio Cesare vince la sua ultima battaglia, nei pressi di Munda.
Nel 46 a.C., mentre Rola festeggiava la vittoria di Cesare in terra d'Africa, a Tapso, i seguaci di Pompeo, sconfitti, si erano raccolti nella Spagna meridionale e avevano organizzato un esercito. Questo fu possibile perché il governatore cesariano Quinto Cassio Longino amministrava il territorio con tirannia, provocando così l'indignazione dei comuni spagnoli.
In questo modo i figli di Pompeo, Gneo e Sesto, che erano fuggiti dal nord-Africa con Labieno e Attio Varo, trovarono in Spagna un campo d'azione ben preparato. In breve tempo i Pompeiani riuscirono a mettere insieme una forza di ben tredici legioni, reclutate prevalentemente fra la popolazione locale. Un esercito potente, tanto da indurre i due legati inviati da Cesare a rifiutare lo scontro, avendo a loro disposizione truppe più deboli.
All'inizio di novembre del 46 a.C., Cesare decise di recarsi in Spagna con due legioni. In diciassette giorni, con una marcia di 90 chilometri al giorno, raggiunse Saguntum, a nord di Valencia, e dieci giorni dopo era nell'accampamento di Obulco, a est della città di Cordova occupata dai nemici.
Cesare aveva a disposizione un valoroso esercito composto da quattro legioni di veterani, quattro legioni di nuova formazione e ottomila cavalieri. Gli avversari, però, con truppe di poco inferiori, occupavano, a sud e a sud-ovest di Cordova, le città più importanti; un vantaggio che rese enormemente più difficile la campagna invernale di Cesare.
La città di Ulia, a sud di Cordova, fedele a Cesare, era da mesi assediata da Gneo Pompeo e prossima alla capitolazione. La situazione poté essere sbloccata con un abile manovra. Cesare si diresse contro Cordova e costrinse gli assediati ad abbandonare Ulia e ad accorrere in aiuto della capitale. L'iniziativa, tuttavia, non provocò una svolta decisiva, anche perché i Pompeiani si sottrassero costantemente allo scontro aperto.
Nella metà di gennaio del 45 a.C., Cesare pose l'assedio alla città di Ategua, utilizzata dal nemico come deposito di scorte. Gneo Pompeo giunse con il suo esercito nelle vicinanze, senza però tentare nessun attacco per alleggerire la pressione sulla città. Il 19 febbraio, dopo diverse settimane d'assedio, abbandonata al suo destino dalle stesse legioni pompeiane, la città di Ategua capitolò.
Dopo questo fatto i comuni spagnoli cominciarono a diffidare della disponibilità a combattere dei loro protettori pompeiani. Questi si spostarono verso sud e immediatamente Cesare si mise alle loro spalle. A Gneo Pompeo e Labieno non lasciò il tempo di rafforzare le loro truppe. I Pompeiani, per evitare lo sfaldamento della loro forza, si videro costretti ad affrontare una battaglia decisiva.
Il mattino del 17 marzo 45 a.C., presso Munda, l'odierna Montilla, i due eserciti si scontrarono in battaglia.
Contro le ottanta coorti e gli ottomila cavalieri di cesare, i Pompeiani opponevano una forza di combattimento numericamente superiore, ed occupavano anche una posizione favorevole, sui pendii di una catena di colline, in attesa dell'attacco dei Cesariani dalla pianura.
Si trattò di una delle più dure battaglie affrontate da Cesare. I Pompeiani assaltarono venendo giù dai pendii e riuscirono ad aprirsi un varco nella falange nemica. Cesare, vedendo lo sbandamento delle sue formazioni, si lanciò di persona nel combattimento in prima linea.
Il suo esempio ebbe l'effetto di fermare le barcollanti legioni. Decisivo fu però l'attacco di uno squadrone di cavalleria al fianco destro e alle spalle dei Pompeiani. Per mettersi sulla difensiva, Labieno fece arretrare in tutta fretta cinque coorti, e questo fu scambiato dai combattenti pompeiani per l'inizio della ritirata.
Nella confusione, Cesare approfittò per l'attacco decisivo e di colpo le sorti della battaglia si rovesciarono. Alla sera la vittoria di Cesare era assicurata, suggellando l'ultima terribile sconfitta dei Pompeiani. Questi ultimi lasciarono sul terreno trentamila morti, fra cui anche Tito Labieno e Attio Varo. Gneo Pompeo venne bloccato durante la fuga e ucciso in combattimento.
Cesare rimase nelle province spagnole fino al giugno del 45 a.C.

sabato 16 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 marzo.
Il 16 marzo 1190 ha inizio la Terza Crociata.
La Terza Crociata venne bandita dal papa Gregorio VIII che, salito al soglio pontificio alla morte di Urbano III, rimase papa per soli 2 mesi. Alla sua morte gli succedette Clemente III. La motivazione di questa nuova spedizione, fu la caduta di Gerusalemme avvenuta per opera del condottiero turco Saladino, che con una serie di grandi vittorie aveva esteso il proprio dominio sull’Egitto e su una parte dell’Arabia. A differenza dei suoi avversari crociati, Saladino non massacrava le popolazioni delle città vinte, anzi, concedeva ai superstiti, dietro pagamento di un modesto riscatto di poter tornare in patria; solo chi non era in grado di pagare quanto richiesto veniva trattenuto come schiavo. Ma in seguito egli abolì anche questa richiesta, permettendo a chiunque aveva determinate capacità o disponeva di una propria attività di sostentamento, di rimanere come uomo libero ad esercitare la sua professione.
Sebbene a questa crociata parteciparono in prima persona il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, il re di Francia Filippo II e l’Imperatore di Germania Federico I Barbarossa, non vi furono risultati rilevanti. Troppi erano infatti i motivi di attrito tra le varie componenti nazionali, che giunsero a combattersi tra loro per il possesso di alcuni dei territori conquistati. Il rapporto più ambiguo fu quello che intercorse tra Riccardo Cuor di Leone e Filippo II, che ebbe come conseguenza finale l’abbandono della crociata da parte del re di Francia.
Alla luce di questi eventi, Gerusalemme rimase in mano turca, anche se ai cristiani residenti veniva concesso libero accesso alla Città Santa. Per la prepotenza e la violenza dimostrata dalle truppe cristiane L’imperatore Bizantino Isacco Angelo si vide costretto ad allearsi in più occasioni con i Turchi, poiché si era reso conto che la presenza degli occidentali comportava più danni che vantaggi, convincendosi inoltre che anziché aiutarli, i crociati era meglio combatterli.
Dopo il ritiro dalla scena di Filippo II di Francia, Riccardo Cuor di Leone raggiunse un accordo di pace con Saladino. Ma sulla via del ritorno, la sua flotta venne dispersa da una burrasca ed egli, scampato al naufragio, venne catturato e consegnato a Enrico VI che lo imprigionò. Più tragica fu la fine dell’Imperatore Federico I, che annegò durante l’attraversamento di un fiume, e lasciò quindi il proprio esercito allo sbando. Egli era partito da Ratisbona nel maggio del 1190 e alla testa di un numeroso esercito iniziò una marcia di trasferimento in territorio balcanico tra mille difficoltà. Le voci allarmistiche messe in giro dagli agenti dell’Imperatore bizantino Isacco Angelo, fecero si che l’esercito tedesco trovasse sul suo cammino solo città e villaggi abbandonati e privi di ogni genere di sussistenza, riducendo così l’armata imperiale di Federico I ad un branco di iene affamate. Ma Isacco non aveva tenuto conto delle conseguenze che questa sua iniziativa avrebbe potuto causare. L’imperatore germanico inviò alcuni ambasciatori presso l’imperatore bizantino affinché egli provvedesse a far pervenire gli aiuti necessari al sostentamento delle proprie forze e a fargliene trovare altri lungo il percorso che ancora rimaneva da fare. Isacco Angelo, anziché ascoltare la missione diplomatica, la fece imprigionare. Federico I, intuito il doppio gioco che l’imperatore bizantino stava esercitando nei confronti degli eserciti occidentali, scrisse al figlio in Italia di procurarsi una flotta e raggiungere la Grecia.
La notizia che l’esercito tedesco stava dirigendo via mare su Costantinopoli, allarmò Isacco, che preso dal panico inviò propri ambasciatori presso il Barbarossa con gli aiuti richiesti, e acconsentendo a fargli trovare altri approvvigionamenti lungo il percorso. Si disse anche disponibile a trasportare via mare l’armata in Asia Minore. Qui sbarcato, Federico I si trovò a dover affrontare nuovamente dei problemi di approvvigionamento, causati dal mancato mantenimento dei patti da parte dei governatori locali, che si rifiutavano di consegnare i viveri pattuiti all’esercito tedesco. Di fronte all’ennesimo tradimento egli diede l’ordine di saccheggiare il paese, rifocillando in tal modo le sue truppe e proseguendo quindi la marcia fino a raggiungere le rive del fiume Salef, in Cilicia. Il 10 giugno del 1190 volle rinfrescarsi nelle acque di un piccolo corso d’acqua, ma mentre si trovava in acqua, colpito forse da una crisi cardiaca, Federico I Barbarossa scomparve nelle acque del torrente, ricomparendo ormai privo di vita qualche decina di metri più a valle. Il suo esercito, privo di altri condottieri in grado di proseguire la spedizione, fece a più riprese ritorno in patria, decimato dalle diserzioni.
La morte di Federico I diede un po' di respiro a Saladino, che si ritrovava con un forte avversario in meno da affrontare. La sua posizione rimaneva comunque molto critica: in aprile il re di Francia Filippo II era sbarcato con il suo esercito nei pressi di Acri, mentre agli inizi di giugno, ad aumentare le sue preoccupazioni ci pensò il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone che giunse via mare con la sua armata. In Terra Santa, Guido di Lusignano riuscì ad organizzare l’assedio di Acri, senza tuttavia ottenere risultati apprezzabili, conseguenza dell’ottima organizzazione dei difensori. Anche con l’arrivo dei crociati francesi di Filippo II, le cose non cambiarono e la città continuava a resistere con fierezza. A risolvere la situazione, il 10 giugno del 1191, giunse il grosso dell’esercito crociato costituito dalle truppe inglesi guidate dal loro re Riccardo Cuor di Leone. Volendo risolvere in fretta la questione di Acri, egli cercò di trovare un accordo per una soluzione pacifica con Saladino, che però, a causa di vari motivi non fu raggiunto. Il 12 luglio, il re inglese diede inizio all’attacco, riuscendo a superare le difese musulmane e riconquistando la città. I 2.700 difensori di Acri presi prigionieri con circa 300 loro familiari, vennero trucidati senza pietà dai cavalieri cristiani. Ciò era in aperto contrasto con il trattamento più umano riservato da Saladino ai cristiani di Gerusalemme, nessuno dei quali venne assassinato dopo la caduta della città.
In agosto Riccardo Cuor di Leone iniziò la sua marcia verso Gerusalemme e il 7 settembre sconfisse le forze di Saladino presso Arsuf; occupò quindi la città di Jaffa e verso novembre si trovava con il proprio esercito a pochi chilometri da Gerusalemme. La città era molto ben difesa dai saraceni e quindi molto meno facile di Acri da conquistare. Anche in questo caso il re tentò di intavolare delle trattative per una soluzione pacifica del conflitto, ma senza risultato. Ma i veri problemi erano all’interno della coalizione cristiana: nello schieramento crociato erano infatti riesplosi gli antichi odi tra genovesi, pisani, e veneziani, tra francesi ed inglesi, tra le forze di Guido di Lusignano e Corrado di Monferrato. Il primo ad abbandonare la crociata fu il re di Francia Filippo II, che con una scusa, lasciò il campo tornando in patria. Altri gruppi componenti l’esercito cristiano fecero ritorno ad Acri dove diedero il via ad una serie di scontri per il possesso della città, che quando ricadde in mani musulmane risultava dominata da 16 diverse famiglie feudali. Rimasto solo davanti a Gerusalemme, Riccardo Cuor di Leone, continuò le sue trattative con Saladino, addivenendo ad un accordo che faceva di Gerusalemme una città aperta ad ogni popolo e ad ogni religione. Quindi intraprese il viaggio del ritorno in patria, nel corso del quale, fece naufragio sulle coste dell’Istria. Catturato ed accusato di aver fatto accordi con gli infedeli, anziché riconquistare Gerusalemme, venne imprigionato in Austria dall’Imperatore Enrico VI. Con questo atto ebbe termine la Terza Crociata.

venerdì 15 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 marzo.
Il 15 marzo 1738 nasce a Milano Cesare Beccaria.
Cesare Beccaria nasce il 15 marzo 1738 a Milano, figlio di Maria Visconti di Saliceto e Giovanni Saverio di Francesco. Dopo avere studiato a Parma, si laurea a Pavia nel 1758; due anni più tardi sposa Teresa Blasco, sedicenne di Rho, nonostante l'opposizione del padre (che gli fa perdere, così, i diritti di primogenitura).
Cacciato di casa dopo le nozze, viene ospitato dall'amico Pietro Verri, che per qualche periodo gli offre anche un sostegno economico. Nel frattempo legge le "Lettere persiane" di Montesquieu, che lo portano ad avvicinarsi all'Illuminismo. Dopo avere fatto parte del cenacolo dei fratelli Verri (c'è anche Alessandro, oltre a Pietro), scrive per la rivista "Il Caffè" ed è tra i creatori, nel 1761, dell'Accademia dei Pugni.
Nel 1762 diventa padre di Giulia; nel frattempo in questo periodo gli sorge il desiderio di scrivere un libro finalizzato a dare vita a una riforma in sostegno dell'umanità più sofferente, anche in virtù dell'insistenza di Alessandro Verri, protettore delle persone in carcere: è così che Cesare Beccaria nel 1764 pubblica (inizialmente in maniera anonima), il trattato "Dei delitti e delle pene", che si oppone alla tortura e alla pena di morte.
In particolare, secondo Beccaria, la pena di morte può essere considerata una guerra di uno Stato intero contro un singolo individuo, e non può essere accettata poiché il bene della vita non può essere a disposizione della volontà dello Stato stesso. Essa, inoltre, non ha un effetto deterrente sufficiente da giustificarne il ricorso, poiché - sempre secondo il filosofo milanese - il criminale tende ad avere paura dell'ergastolo o della schiavitù molto più che della morte: i primi costituiscono una sofferenza reiterata, mentre la seconda rappresenta un male definitivo, unico.
Non solo: per Cesare Beccaria chi pensa alla pena di morte può ricavarne una minore fiducia nelle istituzioni oppure rendere addirittura più disposti verso il delitto. In "Dei delitti e delle pene", quindi, il giurista meneghino propone di sostituire la pena di morte con i lavori forzati, utili a dimostrare l'efficacia della legge tramite un esempio prolungato nel tempo e utile alla collettività, che viene così risarcita dei danni causati; i lavori forzati, al tempo stesso, permettono di salvaguardare il valore dell'esistenza umana, e ha un'azione intimidatoria: la morte del corpo viene sostituita dalla morte dell'anima.
Nell'opera, inoltre, Beccaria parla dei delitti come violazioni di un contratto, adottando un punto di vista evidentemente illuministico e utilitaristico che lo porta a ritenere che pena di morte e tortura, più che ingiuste o umanamente poco accettabili, siano semplicemente e pragmaticamente poco utili.
Non sono motivazioni di carattere religioso, dunque, ma ragioni di carattere pratico a muovere la penna del giurista milanese, che tra l'altro evidenzia come il delitto non vada identificato come un'offesa alla legge divina, la quale invece fa parte non della sfera pubblica ma della coscienza individuale di una persona. E' anche per questo motivo che, già nel 1766, "Dei delitti e delle pene" viene messo all'Indice dei libri proibiti per colpa della distinzione che in esso viene sancita tra reato e peccato.
Sempre nel 1766 Cesare Beccaria diventa padre di Maria, la sua seconda figlia, nata con problemi neurologici gravi, mentre l'anno successivo nasce il primo maschio, Giovanni Annibale, che però muore pochissimo tempo dopo. Successivamente viaggia fino a Parigi, seppure controvoglia (al punto da avere una crisi di panico al momento di lasciare la moglie e partire), per incontrare i filosofi francesi intenzionati a conoscerlo. Per qualche tempo viene ospitato nel circolo del barone d'Holbach, ma poco dopo torna a Milano, geloso della moglie.
In Italia, Beccaria - a dispetto di un carattere scostante e fragile, indolente e poco incline alla vita sociale - diventa professore di Scienze Camerali. Nel 1771 entra a far parte dell'amministrazione austriaca, prima di essere nominato membro del Supremo Consiglio dell'Economia; ricopre tale carica per più di vent'anni (nonostante le critiche di Pietro Verri e di altri amici, che lo additano come burocrate) e contribuisce, tra l'altro, all'istituzione delle riforme asburgiche avviate sotto Maria Teresa e Giuseppe II.
Nel 1772 nasce Margherita, la sua quarta figlia, che però non sopravvive più di pochi giorni. Due anni più tardi, il 14 marzo del 1774, Teresa muore, probabilmente a causa della tubercolosi o della sifilide. Dopo poco più di un mese di vedovanza, Cesare sottoscrive il contratto di matrimonio con Anna dei Conti Barnaba Barbò: a meno di tre mesi dalla morte della prima moglie, Beccaria si risposa il 4 giugno del 1774, destando notevole clamore.
Nel frattempo Giulia, la sua prima figlia, viene messa in collegio (benché in passato Cesare avesse dimostrato di disprezzare i collegi religiosi) e ci rimane per poco meno di sei anni: durante questo periodo Beccaria la ignora completamente, non volendone sapere più nulla e arrivando perfino a non considerarla più sua figlia. Egli è convinto, infatti, che Giulia sia il frutto di una delle tante relazioni che Teresa aveva avuto con altri uomini fuori dal matrimonio.
Vistasi negare l'eredità materna, Giulia nel 1780 esce dal collegio, avvicinandosi a sua volta agli ambienti illuministi: due anni più tardi Beccaria la dà in sposa al conte Pietro Manzoni, che ha vent'anni più di lei. Nel 1785 Cesare Beccaria diventa nonno di Alessandro Manzoni (ufficialmente figlio di Pietro, ma molto più probabilmente figlio di Giovanni Verri, fratello di Alessandro e Pietro, amante di Giulia), il futuro autore dei Promessi Sposi.
Cesare Beccaria muore a Milano il 28 novembre 1794, all'età di cinquantasei anni, per colpa di un ictus. Il suo corpo viene sepolto nel Cimitero della Mojazza, fuori Porta Comasina, invece che nella tomba di famiglia. Ai funerali è presente anche il piccolo Alessandro Manzoni.

giovedì 14 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 marzo.
Il 14 marzo 1967 le spoglie del presidente John F. Kennedy vengono sepolte al cimitero militare di Arlington.
Il Cimitero nazionale di Arlington si trova nella località omonima, nello Stato della Virginia. Si tratta di un cimitero militare situato nell’area circostante Washington D.C. Esso è stato istituito a partire dal 1864. Più di trecentomila persone sono sepolte nei 200 acri di terra, tra militari e civili; nel cimitero di Arlington sono presenti le tombe di veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan, di 1100 schiavi liberati, di 3800 ex schiavi e funzionari della polizia di stato deceduti nell’adempimento del loro dovere. Anche i familiari di coloro che riposano ad Arlington hanno la possibilità di essere sepolti nel cimitero militare.
Uno dei luoghi più visitati di tutto il museo è la Tomba al milite ignoto, un sarcofago di forma piana con delle colonne sui lati dedicato ai caduti delle due guerre mondiali ma anche ai soldati morti nella guerra di Corea e in quella del Vietnam. La Tomba del Milite Ignoto è guardata a vista 24 ore su 24 da sentinelle le quali, da Aprile a Settembre eseguono anche il cambio della guardia ogni ora mentre da Ottobre a Maggio ogni mezz’ora.
Anche persone che hanno partecipato alla storia degli Stati Uniti d’America come i suoi presidenti sono sepolti ad Arlington: tra tutti William Taft e John Kennedy, oltre ai giudici della Corte Suprema, personaggi della letteratura, astronauti, il compositore Glen Miller e molte altre persone che si sono distinte nel campo dello sport, della scienza, della medicina e della politica. Accanto al presidente John Kennedy riposano anche i suoi due fratelli, i senatori Robert ed Edward Kennedy, oltre all’amata moglie Jackeline Kennedy Onassis.
Il cimitero nazionale è visitato ogni anno da circa 4 milioni di persone e molti si raccolgono proprio attorno alla tomba del presidente Kennedy. Altro luogo simbolico importante è la Arlington House, una dimora costruita prima della guerra civile di proprietà della moglie di Robert E. Lee. Il Generale Lee, durante la Guerra di Secessione, fedele alla Virginia, si schierò con i sudisti e in seguito la Casa venne occupata dall’esercito Unionista. Ora è un monumento per ricordare George Washington.
Nel 1997, è stato istituito accanto all’Arlington Cemetery, anche il Women in Military Service for America Memorial, per onorare le più di due milioni di donne che sono cadute per servire le forze armate statunitensi. Nell’adiacente Education Center è possibile consultare computer, documenti, in cui sono riportate le storie delle donne e le loro azioni.
Il cimitero di Arlington è aperto tutti giorni eccetto a Natale, il tempo della visita può durare circa mezza giornata e si può usufruire del Tourmobile Ticket, durante il quale si ha la possibilità di visitare i luoghi più importanti con la guida che offre informazioni e rimanendo in sosta quanto si desidera in ciascun luogo.

mercoledì 13 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
Il 13 marzo 1968, nello Utah, avvenne un incidente dovuto ai test sul gas nervino effettuati dall'Esercito degli Stati Uniti.
Nel marzo 1968 Ray Peck vive in un ranch nella Skull Valley, una vallata a ovest del Gran Lago Salato dello Utah, dove fa l'allevatore. Là fuori il mondo è in subbuglio (l'offensiva del Têt in Vietnam, le marce di Martin Luther King, la primavera di Praga), ma il ranch di Ray si trova nel bel mezzo del nulla, a quasi 100 chilometri da Salt Lake City. La Skull Valley è un posto per gente tranquilla.
La sera del 13 marzo Ray ha un fastidioso mal d'orecchie. Lascia le pecore al pascolo e rientra a casa prima del solito. La mattina dopo sembra tutto passato. Durante la notte ha nevicato, la neve è così fresca e soffice che Ray ne assaggia un po'. Si incammina lungo il campo, ma nota subito qualcosa di strano: uccelli morti sulla neve e un coniglio agonizzante in lontananza. Raggiunge infine le pecore. Sono tutte morte o moribonde: oltre 6000 pecore.
Poco dopo giunge sul luogo un elicottero dell'esercito. Vengono raccolti campioni di animali morti e Ray e i membri della sua famiglia sono sottoposti a esami del sangue. Le analisi condotte sui cadaveri delle pecore indicano una esposizione al VX, il più letale tra i gas nervini usati come arma chimica. La morte è sopraggiunta da poche ore.
A pochi chilometri dal luogo del ritrovamento si trova il Dugway Proving Ground, una enorme base militare americana (si estende per oltre 3200 km quadrati, come i comuni di Londra e New York messi insieme). No, in realtà la Skull Valley non è il posto più adatto per chi vuole stare tranquillo.
Dal 1942, anno della costruzione del Dugway Proving Ground, nel gigantesco deserto circostante alla base sono stati condotti con continuità esperimenti, esercitazioni e test con armi chimiche e biologiche. Da quel momento, nel corso dei decenni, le attività che si svolgono nella base hanno alimentato le più bizzarre teorie cospirazioniste, tanto da far guadagnare a questa vasta installazione militare il soprannome di "nuova Area 51".
Nei giorni precedenti a quello che venne chiamato il Dugway sheep incident, al Dugway Proving Ground erano stati condotti tre test separati con il VX. La prima operazione era un test firing di nuovi proiettili "sporcati", la seconda la combustione di 600 litri di gas nervino in un fossato e la terza la dispersione via aereo del VX. Quest'ultimo esperimento è quello che viene indicato come la causa della morte delle 6000 pecore.
Inodore e insapore, il VX è tre volte più tossico del sarin, il gas nervino utilizzato nel 1995 da alcuni esponenti della setta Aum Shinrikyo per compiere un attentato nella metro di Tokyo. Il VX può essere utilizzato come liquido puro, miscelato con agenti che ne rendono più difficile la rimozione e sotto forma di aerosol. L'esposizione può avvenire per inalazione, ingestione o contatto, e può essere fatale. Una goccia sulla pelle può uccidere un uomo adulto in meno di 15 minuti.
Quel 13 marzo uno dei contenitori di VX montati sull'F-4 dell'aviazione americana non era stato completamente svuotato durante il passaggio sull'area designata per il test. L'aereo, riprendendo quota per allontanarsi, continuò a disperdere il gas al di fuori dei confini di sicurezza della base.
Il primo collegamento tra i test che venivano effettuati alla base e la strage di pecore, emerse da un reportage scritto da Philip M. Boffey, oggi membro del Council for the Advancement of Science Writing, sulle pagine di Science del 27 dicembre 1968.
Senza mai ammettere un coinvolgimento diretto, i responsabili militari del Dugway Proving Ground dichiararono che nei giorni precedenti e successivi al ritrovamento delle pecore erano stati condotti test all'aria aperta con il gas nervino.
I fatti della Skull Valley colpirono l'opinione pubblica in maniera estremamente negativa, in uno scenario di forte contestazione per la conduzione della guerra del Vietnam. L'incidente contribuì a fare prendere la decisione all'allora presidente Richard Nixon di bandire tutti i test di armi chimiche all'aria aperta (oltre a ispirare George C. Scott e Stephen King).
La verità però emerse anni più tardi, nel 1998, dopo che sul quotidiano locale The Salt Lake Tribune, Jim Woolf rese pubblico un report sull'episodio. Il documento, redatto nel 1970 dai ricercatori della U.S. Army's Edgewood Arsenal nel Maryland, confermava il collegamento tra il test condotto e la morte delle pecore. La quantità di VX ritrovato sui corpi degli animali e sui campioni di terreno era più che sufficiente per provocarne la morte.
Nel frattempo, Ray Peck aveva ricostruito l'intera vicenda in un'intervista pubblicata il 22 dicembre 1994 sul quotidiano locale Deseret News. Dopo il Dugway Sheep Incident, Ray e i membri della sua famiglia svilupparono disturbi neurologici simili a quelli riscontrati nelle persone esposte in laboratorio a piccole quantità di gas nervino: forti emicranie, sensazione di intorpidimento, bruciore alle gambe e sporadici attacchi di paranoia.
Nonostante le dichiarazioni di Ray e la pubblicazione del report, l'esercito americano non ha mai ammesso la connessione tra il test sul VX e la morte delle pecore, oltre a negare la possibilità di danni a esseri umani. Ray Peck e gli altri allevatori della zona hanno però ricevuto un rimborso di un milione di dollari da parte del governo.
Negli ultimi anni il ruolo del sito militare dello Utah è stato ridimensionato, ma le attività del Dugway Proving Ground proseguono, non senza controversie. L'ultima risale al 2015 e riguarda la diffusione accidentale di spore di antrace. Insomma, non fate come Ray Peck. Se volete stare tranquilli, oggi come ieri, non andate a vivere nella Skull Valley.

martedì 12 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 marzo.
Il 12 marzo 1507 muore in battaglia Cesare Borgia.
Cesare Borgia nasce il 13 settembre 1475 a Roma. Il padre è il cardinale Rodrigo Borgia, mentre la madre è Vannozza Cattani. Proviene quindi da una famiglia importante di Roma, originaria della Catalogna, in cui già Alfonso Borgia è eletto papa nel 1455 con il nome di Callisto III e, successivamente, il padre Rodrigo sale sul soglio pontificale nel 1492 con il nome di Alessandro VI. Secondo di cinque figli, suoi fratelli sono Giovanni (detto anche Juan), Cesare, Lucrezia e Goffredo.
Grazie alla bolla papale emanata da papa Sisto IV, Cesare, ancora bambino, ottiene numerosi benefici che gli permetteranno di avere un futuro roseo. In tenera età diventa protonotario apostolico, dignitario della Cancelleria pontificia, rettore di Gandìa, arcidiacono di Altar e Jativa, ottiene la Prebenda e il Canonicato sulla Cattedrale di Valencia, diventa il tesoriere della cattedrale di Cartagèna, arcidiacono della cattedrale di Terragona, canonico della cattedrale di Lerida e ottiene la Prebenda sulla cattedrale di Majorca.
Cesare studia presso l'Università di Perugia con Giovanni Dé Medici, che sarà conosciuto con il nome di papa Leone X. Nel corso degli studi conosce Ramiro de Lorqua, i Baglioni e Michele Corella.
Dopo avere lasciato l'Università di Perugia, continua i suoi studi presso l'Università di Pisa sempre insieme a Giovanni Dé Medici. Tra i sedici e i diciassette anni si laurea nella facoltà di diritto.
Cesare, dal 1492 al 1495, diventa arcivescovo di Valencia, pur non recandosi mai in Spagna e non prendendo in possesso l'arcivescovato; in seguito diventa cardinale, governatore e legato della città di Orvieto. Accumula quindi tutte queste importanti cariche politiche e religiose appena il padre prende le redini del potere nella città di Roma. Nei primi anni di pontificato di Rodrigo, Cesare, avendo tutti questi importanti titoli, vive a Roma in dissolutezza.
Dopo avere incoronato, il 27 luglio 1497, il nuovo re di Napoli, Federico I d'Aragona, Cesare decide di lasciare la carriera ecclesiastica, poiché non si sente portato per quel genere di vita.
L'anno successivo, il Concistoro, sentite le motivazioni di Cesare, gli concede di tornare alla vita secolare. In questo periodo vuole chiedere in sposa la principessa Carlotta d'Aragona che si trova in Francia sotto la tutela del re Luigi XII.
Unendosi in matrimonio con la principessa d'Aragona, ha come obiettivo quello di impossessarsi del Regno di Napoli. Sarà indispensabile la mediazione del papa Alessandro VI per lo svolgimento del matrimonio del figlio. Dopo una lunga trattativa si raggiunge finalmente un accordo: Cesare Borgia potrà sposare Carlotta d'Aragona in cambio dell'annullamento del matrimonio tra Luigi XII e Giovanna di Francia. Il re ha come obiettivo, una volta annullato il suo primo matrimonio, quello di sposare la regina Anna di Bretagna, da lui amata.
Cesare giunge in Francia, ma la trattativa si interrompe non appena la principessa Carlotta lo vede. A questo punto il Borgia, non essendo andato in porto il negoziato, non consegna a re Luigi XII la bolla papale che contiene l'annullamento del suo matrimonio con la regina di Francia. Trattenuto in Francia presso il palazzo reale francese, solo dopo alcuni mesi riesce a trovare la libertà; infatti, con un compromesso ottiene la mano della nipote del re Luigi XII, Carlotta d'Albret, che è originaria della Navarra, una regione spagnola.
Nel 1499 Cesare diventa il comandante dell'esercito pontificio e il 10 maggio dello stesso anno sposa Carlotta d'Albret. Dopo il compromesso raggiunto, stringe una forte alleanza con la Francia, ottenendo anche il ducato di Valentinois e l'importante titolo di Pari di Francia. Nell'estate Cesare, alla guida dell'esercito pontificio, si allea ancora una volta con la Francia nel corso della guerra contro la Spagna. I due eserciti, confidando anche nell'appoggio di Venezia, iniziano l'offensiva, conquistando in primo luogo il ducato di Milano che in quel periodo è sotto il controllo degli Sforza.
La guerra continua e il grande esercito giunge fino ai territori romagnoli che sono sotto la sfera di influenza papale. Alessandro VI viene informato sulla situazione, per cui manda delle lettere ai signori di Urbino, di Pesaro, Faenza, Forlì, Camerino e Imola, invitandoli a lasciare i loro feudi, che sono decaduti. Questa contromossa del papa garantisce al figlio di creare un forte principato. Il potente esercito guidato da Cesare Borgia conquista anche le città di Cesena, Rimini, Piombino, Pianosa e l'isola d'Elba.
Tornato a Roma, è accolto dal padre in modo solenne e trionfale ottenendo l'importante titolo di vicario papale, oltre a del denaro per finanziare l'esercito di cui è a capo. Nella sua residenza romana compone poesie, lavora e mantiene i contatti con gli uomini del suo esercito. Dalla Repubblica di Firenze gli viene inviato come ambasciatore Niccolò Machiavelli e si affida a Leonardo da Vinci per la progettazione delle sue armi belliche e per i disegni planimetrici dei territori che ha conquistato.
Sotto il suo governo l'area romagnola ritrova stabilità e ordine grazie all'istituzione dei tribunali. Nel 1503 progetta l'espansione del suo vasto principato romagnolo, avendo l'intenzione di conquistare le città di Pisa, Lucca e Siena. Non riesce però a raggiungere questo obiettivo, perché il 18 agosto di quell'anno muore il padre, che per lui è stato il suo grande punto di riferimento.
Dopo la morte di Alessandro VI e il breve pontificato di Pio III, sale sul soglio pontificale Giuliano Della Rovere che prende il nome di Giulio II, proveniente da una famiglia nemica dei Borgia.
Il papa, dopo avere tolto il ducato romagnolo a Cesare, lo fa arrestare e imprigionare presso Castel Sant'Angelo. Questi però riesce a evadere dalla fortezza, rifugiandosi a Napoli. Nella città campana il Valentino (così chiamato per il suo ducato di Valentinois) si riorganizza per tentare di riconquistare i territori perduti, ma presto il Papa si accorge della situazione e lo fa deportare, con l'aiuto del re Ferdinando di Aragona, in Spagna. Nel 1506 riesce nuovamente a evadere, trovando riparo in Navarra, regione controllata dal cognato Giovanni III d'Albret.
Cesare Borgia muore il 12 marzo 1507, mentre tenta l'assedio della città di Viana, all'età di trentadue anni. In letteratura è inoltre noto per aver ispirato a Niccolò Machiavelli la figura della sua opera più celebre, "Il Principe".

lunedì 11 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 marzo.
L'11 marzo 1544 nasce a Sorrento Torquato Tasso.
Nato da famiglia principesca, il padre Bernardo, anche lui insigne poeta, apparteneva ai Della Torre mentre la madre, Porzia De Rossi, bella e virtuosa, era di nobile stirpe. Le doti di Bernardo si trasferirono copiose e ancor più potenziate in Torquato il quale a diciotto anni esordì con il poema "Rinaldo", splendida opera dedicata al cardinale Luigi D'Este.
La sua vita tuttavia può considerarsi distinta in due periodi: quello che va dalla nascita fino al 1575 e quello successivo dal 1575 in poi.
Dagli otto ai dieci anni dovette assistere all'esilio del padre, alle persecuzioni politiche, alla cupidigia dei parenti ed all'allontanamento dell'amata madre che non rivedrà più. Studiò a Napoli e Roma per poi seguire il padre grazie al quale conobbe letterati insigni.
Fu questo il periodo più felice della sua vita durante il quale compose quel capolavoro che è la "Gerusalemme liberata".
Nella seconda metà del 1574 è colpito da una violenta febbre e dal 1575 compie una serie di azioni che possono trovare spiegazione solo nella sua ossessione di essere perseguitato e nella sua sensibilità morbosa; uno stato d'animo che lo getterà nella solitudine più estrema e vicino allo squilibrio mentale totale (il duca Alfonso lo fece rinchiudere nell'ospedale di S. Anna, dove rimase per sette anni).
Negli ultimi anni vagò così di corte in corte, di città in città ritornando, nel 1577, vestito da pastore a Sorrento presso la sorella Cornelia.
Alla fine del suo pellegrinare, durante il quale continuò a comporre, si trovò a Roma dove accolse l'invito del Papa di recarsi al Campidoglio per ricevere l'alloro solenne. Morirà il 25 aprile 1595 alla vigilia dell'incoronazione che avverrà postuma.

domenica 10 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è 10 marzo.
Il 10 marzo 1952 un colpo di Stato porta al potere a Cuba Fulgencio Batista.
Nel 1933, dopo lo sciopero generale che annunciava la caduta del tiranno Gerardo Machado, l’ambasciatore nordamericano all’Avana, Sommer Welles, si vide obbligato a chiedergli di cedere il potere a una figura neutrale in cui il popolo potesse avere fiducia.
Il 12 agosto Machado fuggì, dopo aver saputo che numerosi nuclei delle forze armate chiedevano a viva voce un cambiamento nel governo  e preparavano una sollevazione generale. Mentre il popolo sfogava la propria vendetta per le strade, venne instaurato un nuovo governo presieduto da Carlos Manuel de Céspedes che durò solamente 23 giorni.
Ufficiali e soldati dell’esercito stavano cospirando nuovamente: era il complotto dei sergenti che voleva difendere gli interessi dei sottufficiali, ma che andò molto più in là. Il governo provvisorio instaurato dopo la fuga di Machado venne annullato. Apparve in scena uno dei promotori della sollevazione. Il sergente dattilografo Fulgencio Batista che in quattro mesi superò tutte le barriere sino a divenire capo di stato maggiore dell’esercito, divenne la mano che ebbe il comando per più di un decennio.
Batista si preparò alla presidenza della Repubblica con le elezioni del 1940, appoggiato da una coalizione di vari partiti politici. Il suo governo era favorevole a imprenditori e ricchi proprietari terrieri che approfittarono della congiuntura della guerra in Europa per arricchirsi ulteriormente. La corruzione e la malversazione dei fondi provocò ondate di indignazione nell’Isola. L’arricchimento senza scrupoli del presidente e la sua relazione con le antiche forze antipopolari  dell’esercito con la sua sottomissione a Washington minarono la sua autorità di fronte alla popolazione.
Batista si presentò nuovamente come candidato nelle elezioni del ’44, ma la sconfitta lo fece andare negli Stati Uniti  dove rimase per quattro anni, abbastanza per raffreddare i commenti negativi sulla sua persona a Cuba.
Nel 1949 creò il suo partito  che si chiamava Partito di Azione Unitaria e poi Azione Progressista, nel quale si riunirono diversi elementi reazionari dell’epoca. L’ambasciatore nordamericano diede il suo beneplacito ma nell’arena politica non aveva un ruolo e nell’elenco dei votanti nel 1951 occupava il penultimo posto… Che fare? Utilizzare il metodo già sperimentato di schiacciare il movimento democratico dei paesi latino - americani cioè il colpo di stato. Che non dipendeva delle elezioni o da una frode elettorale, che poteva ignorare l’ordine della Costituzione.
Il 10 marzo del 1952 Batista e la sua banda si appropriarono con la forza del destino della nazione.  Il popolo si trovò in una situazione senza uscite. Il generale (Batista) utilizzò  un esercito creato, addestrato e preparato dagli Stati Uniti, dalla loro comparsa nella Repubblica neo coloniale.
Lo stesso Batista confessò anni dopo che il colpo di stato era stata una cospirazione ufficiale dell’esercito e dell’ambasciata degli Stati Uniti all’Avana.
Di fronte alle frasi demagogiche del dittatore che voleva presentare la cospirazione come un movimento rivoluzionario, il giovane avvocato Fidel Castro, in un documento redatto poche ore dopo il golpe, affermava con enfasi:
“Rivoluzione No, colpo di stato Si, patriota No, liberticida Sì, usurpatori, retrogradi, avventurieri assetati di oro e di potere.
Davanti a questi fatti si impone la lotta rivoluzionaria!” sosteneva Fidel precisando che ; “C’è un altro tiranno, ma ci saranno altri Mella, Trejos, Guiteras! Opprimono la Patria, ma un giorno avremo di nuovo la nostra libertà!”
In effetti Batista annullò la Costituzione e mezzo secolo repubblicano venne cancellato. La bancarotta politica, la crisi della struttura economica e l’acutizzarsi della lotta di classe mettevano più che mai in luce la crisi nazionale.
La popolazione cubana era raddoppiata e questo provocava una forte disoccupazione; il 47% delle terre coltivabili apparteneva alle grandi compagnie nordamericane e i contadini, quelli che coltivavano la terra, non ne possedevano!
Gli operai agricoli erano quasi la metà del proletariato cubano. Vivevano in capanne col tetto di foglie di palma e il pavimento di terra; il 30% non aveva un letto, più del  40% era analfabeta e il 14% era tubercolotico. Secondo uno studio del Gruppo Cattolico Universitario del 1957, circa il 23% della popolazione totale dell’Isola non sapeva leggere e scrivere.
Le fasce più  povere della società vennero dimenticate in estrema miseria.
Il governo di Batista superò tutti i governi precedenti per la sottomissione e nella concessione delle ricchezze dell’Isola ai nordamericani. La sua politica consisteva nell’accentuare le ricchezze per i monopoli a detrimento dei settori nazionali e soprattutto della popolazione povera.
Vennero firmati accordi con gli Stati Uniti che favorivano la crescita dei guadagni di Batista  e vennero rinnovate le concessioni alla Compagnia Cubana dei Telefoni, che ricevette un prestito sottratto al  bilancio nazionale. Il governo consegnò praticamente tutti i minerali fossili dell’Isola alle imprese nordamericane e autorizzò la vendita di benzina nordamericana nell’area nazionale.  Inoltre creò le condizioni per favorire lo sfruttamento del nichel e del cobalto. In questo modo mise in mani straniere anche il terzo settore per importanza dell’esportazione, dopo quello dello zucchero e del tabacco.
I casinò, i postriboli, i clubs e i bar divennero centri di divertimento per  ricchi e mafiosi provenienti dal nord. 
I vincoli di Batista con Cosa Nostra sono ben noti.
Era il 1953 e i giovani levarono le torce nella storica sfilata del 28 gennaio, nel giorno in cui si compivano cent’anni dalla nascita dell’Apostolo José Martí. Parteciparono anche il Fronte Civico delle donne e molti operai con altre organizzazioni. L’ondata delle manifestazioni si estese per tutta l’Isola.
Nelle scuole la lotta contro Batista adottò forme attive. L’Università dell’Avana divenne uno dei focus principali di opposizione. Si organizzavano manifestazioni e in particolare ebbero molta risonanza i simbolici seppellimenti della Costituzione, organizzati nell’aprile del 1952 dalla Federazione Studentesca Universitaria - FEU - contro gli Statuti Costituzionali stabiliti dal Regime. Nello stesso tempo la FEU realizzò in tutto il paese l’adozione di un giuramento simbolico di fedeltà alla Costituzione. Migliaia di cubani sostennero questa iniziativa degli studenti. 
Anche se le proteste studentesche svegliavano nella popolazione la coscienza politica e le speranze di un cambiamento, non potevano però far cadere i pilastri della dittatura.
Il movimento operaio venne diviso. L’esercito disponeva di tutto il potere e contro l’esercito, si sosteneva a Cuba, era impossibile lottare, non esistevano possibilità  di successo.
L’entusiasmo del giovane Fidel Castro per cambiare radicalmente la situazione lo portarono a formare un’organizzazione autonoma il cui fine doveva essere la preparazione di una sollevazione armata.
Fu così che alla metà del 1952, con la direzione di Fidel e di Abel Santamaria iniziò la gestione di un’organizzazione clandestina.
Il 26 luglio del 1953 attaccarono le caserme Moncada di Santiago di Cuba e Carlos  Manuel de Céspedes di Bayamo. Anche se militarmente non fu una vittoria, dimostrarono che in quelle condizioni l’azione armata era il solo metodo di lotta. Così si preparò in Messico, nell’esilio, la spedizione del Granma che condusse al trionfo della Rivoluzione del 1º gennaio del 1959.
Il dittatore e i suoi collaboratori fuggirono nella notte del 31 dicembre del 1958 a Miami, senza pagare mai per quei 20 mila morti uccisi durante la presidenza di Batista e il saccheggio della proprietà pubblica.
Nato povero a Banes, nell’oriente cubano, il 13 gennaio del 1901, Batista è morto immensamente ricco a 72 anni, a Marbella, in Spagna, il 6 agosto del 1973.
 È sepolto nel cimitero Sacramentale di San Isidro, a Madrid.

sabato 9 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 marzo.
Il 9 marzo 1562 a Napoli vengono banditi i baci in pubblico, pena la morte!
Che mondo sarebbe senza baci? Oggi possiamo solo immaginarcelo, ma il  9 marzo 1562, Napoli poteva rispondere a questa domanda. In quel giorno infatti vengono banditi i baci dalla città.
 Chi veniva colto a scambiarsi effusioni alla luce del sole sarebbe stato punito addirittura con la morte.
L’operazione nacque per proteggere le donne che subivano aggressioni e violenze, e per regolamentare lo spazio che divide la violenza sessuale dal semplice approccio. All’epoca venivano infatti paragonati a stupri tentati, tutti quegli atti esercitati “contro l’altrui pudicizia e che non consistevano nella congiunzione carnale“. Mancava dunque una regolamentazione verso tutti gli atti che non potevano essere perseguitati come atti di violenza e che quindi venivano usati come pretesto dagli aggressori. Da qui il divieto del 9 marzo 1562, attuato in tutta la città.
Sì, perché nella Napoli spagnola, una Napoli ricca che sta vivendo una grande crescita culturale, tanto da far concorrenza a Venezia e alla nascente Madrid, i baci in pubblico vengono puniti con la condanna a morte. Sarebbe impensabile ai giorni d’oggi, in cui tutti, almeno una volta, ci siamo scambiati un bacio in pubblico con la nostra metà. Sarebbe una strage. Proviamo ad immaginare due ragazzi al tramonto su una spiaggia partenopea che dopo essersi scambiati il loro tanto atteso primo bacio, si vedono assaliti da gendarmi o vecchie signore bigotte che li additano per il loro gesto. E poi in fila, lì, tra tanti innamorati condannati alla pena di morte. Eppure un gendarme del tempo ai giorni nostri su una spiaggia, ad un parco pubblico fuori un liceo resterebbe fedele ai suoi doveri o si farebbe travolgere anche lui dalla follia dei baci?

venerdì 8 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 marzo.
L'8 marzo 1918 si registra il primo caso dell'influenza "spagnola", che si rivelerà una pandemia di dimensioni planetarie.
«L’influenza ha invaso il mondo fino agli angoli più remoti, senza risparmiare civili e soldati, alla faccia della scienza» scrisse nel settembre del 1918 Victor C. Vaughan, capo dei chirurghi militari americani durante la Prima Guerra Mondiale, dopo aver visitato un campo militare nei pressi di Boston. L’obitorio era strapieno di corpi ammucchiati come fuscelli. I soldati erano stati falciati dall’influenza spagnola, la Great Pandemic che, in poco più di un anno, uccise più soldati americani che la guerra. Essa infettò un terzo dell’umanità, che allora contava circa un miliardo e settecento milioni di persone, e, in tre ondate, dal febbraio-marzo 1918 alla primavera del 1919, ne uccise circa 100 milioni, il maggior cataclisma demografico di tutti i tempi. Esso si aggiunse ai 15 milioni di morti a causa della guerra e a quelli d’infezioni ricorrenti o croniche come Tbc (di cui, negli ultimi mesi della guerra, solo in Austria morirono 35mila persone) colera, malaria, sifilide, tifo, morbillo. «Alla faccia della scienza», perché essa, che godeva molto prestigio negli Stati Uniti, non forniva rimedi. Il New York Times del 17 ottobre 1918 denunciò il «fallimento della scienza, che non ci ha protetto». I nemici della scienza ebbero buon gioco a proclamare «basta con le droghe» e a propagare medicine alternative, che, nei vent’anni successivi, ebbero una diffusione enorme. Con conseguenze micidiali ancora oggi, ad esempio in Italia, dove si ricomincia a morire di morbillo e ad ammalarsi di tetano perché si rifiutano i vaccini. Nello sconforto generale sorsero movimenti come lo spiritualismo, la convinzione cioè che si possa comunicare con i morti. Ne fu seguace Arthur Conald Doyle, che cessò di scrivere del più scientifico dei poliziotti dopo che la spagnola aveva ucciso suo figlio. La divulgatrice scientifica Laura Spinney, collaboratrice dell’Economist, tratta magistralmente la pandemia nel contesto economico, militare, religioso, della scienza e delle idee delle aree colpite. Ha buone ragioni per sostenere che quella strage, che si spense spontaneamente quasi ovunque nel 1920, dopo che, durante la seconda ondata nell’autunno del 1918, aveva fatto temere l’estinzione dell’umanità, ha cambiato il mondo. Il riaggiustamento sociale dopo simili disastri è sempre impervio e doloroso. Basti pensare alla situazione degli innumerevoli orfani. In Norvegia, ad esempio, per 6 anni dopo la fine della pandemia ci furono sette volte più ricoveri per disturbi mentali di prima. La pandemia dimostrò che l’umanità può essere esposta a minacce biologiche immense dalle quali – se non è preparata – non si può difendere. La “spagnola”, ha scritto la storica americana Nancy Tomes, è stata Destroyer and Teacher, distruttrice e maestra. Quell’esperienza apocalittica, che per alcune sette religiose era una punizione divina, insegnò che crisi sanitarie di quelle dimensioni non si possono affrontare con provvedimenti improvvisati. Sorsero servizi sanitari nazionali e ministeri che si federarono poi nella World Health Organization (WHO) delle Nazioni Unite, che controlla la condizione sanitaria del globo. La WHO sollecita a predisporre misure di sorveglianza e di contrasto nel caso di una pandemia influenzale, individuandone il più presto possibile l’agente patogeno, sorvegliandone le mutazioni anche in tempi tranquilli, producendo e distribuendo vaccini, ancora oggi l’unico provvedimento efficace contro simili attacchi. L’influenza cominciava (e comincia tutt’ora) con spossatezza, mal di gola e di testa, tosse e febbre. È la forma lieve di pochi giorni che si ripete quasi ogni anno. Questo fu, più o meno, il decorso nella prima ondata nel marzo del 1918. La seconda, micidiale ondata scoppiata alla fine dell’estate, verosimilmente in seguito ad una mutazione genetica virale, era una polmonite virale acuta e violenta, rapida nel bloccare la funzione dei polmoni e spesso aggravata da un’infezione batterica. Dopo un’epidemia di influenza in Russia nel 1889-1890, che aveva ucciso un milione di persone, si era creduto di averne trovato l’agente patogeno, il “bacillo influenzale di Pfeiffer”, cioè un batterio, rinvenuto nello sputo degli ammalati e contro il quale si allestì un vaccino. Contro la spagnola, non servì a nulla. Si usò l’aspirina, che abbassava la febbre, talora a dosi tali da far temere che essa stessa fosse mortale. Anche il chinino, efficace contro la malaria, fu inutile. Verso la fine della pandemia si sospettò che l’agente patogeno fosse più piccolo dei batteri, e quindi invisibile: un virus, di cui non si sapeva nulla. Il virus influenzale fu descritto nel 1930 e il suo traliccio genetico fu decifrato nel 1995, in frammenti polmonari di riesumazioni e di sopravvissuti. Il virus provocò ondate d’influenza fino al 1957, poi sparì per riapparire a partire dal 1969 in forma attenuata. È tenuto sotto controllo.
Il cosidetto “Paziente zero”, cioè il primo ad ammalarsi un secolo fa, fu sospettato in Francia, in Cina e nel Kansas. La malattia si diffuse con una rapidità e veemenza tali da far supporre più focolai. Le conseguenze di una pandemia dipendono dalle condizioni sociali, dal clima e dall’ambiente, da riti sociali e religiosi con molta folla, e, oggi sappiamo, dal DNA non solo degli agenti patogeni, ma anche della popolazione. Le aree più colpite furono l’Asia e l’Africa subsahariana, in particolare il Kenya. Le miniere d’oro e di diamanti del Sud Africa divennero le tombe degli indigeni. In India, torturata da una siccità cronica, morirono 18 milioni di persone. In una comunità dell’Alaska (Bristol Bay) morì il 40% della popolazione in brevissimo tempo. In Persia la città di Mashhad fu letteralmente spopolata, come favelas di Rio de Janeiro e diverse isole oceaniche. Numerosi italiani emigrati negli Stati Uniti morirono perché già indeboliti dalla Tbc. Nell’immenso campo di battaglia in Europa, l’arma del gas mostarda potrebbe aver favorito la diffusione dell’infezione indebolendo le vie respiratorie e inducendo variazioni genetiche nei virus. A Parigi ci si stupì che fossero più colpiti i quartieri benestanti, fin quando si accertò che i morti erano soprattutto persone di servizio, che lavoravano 18 ore al giorno e dormivano fino in dieci in una stanza. Il virus era trasmesso con l’aria, e quindi erano più esposte aree densamente popolate. Per questo fu anche chiamata crowd disease (malattia di massa). Si chiamò “spagnola” perché i giornali, nella Spagna neutrale, parlarono subito della malattia, in particolare e con enfasi dell’ammalato re Alfonso XIII, mentre i Paesi in guerra tendevano ad ignorarla. È certo che la malattia non sorse in Spagna. Oggi ci si muove molto di più e velocemente, per cui la diffusione del contagio è rapida, tanto più che i 7 miliardi di esseri umani attuali tendono a vivere nelle città. Gli anziani, particolarmente esposti, sono sempre più numerosi. Nel 2013 una simulazione della spagnola nel mondo com’è ora, previde, senza prevenzione e quarantene, circa 21-33 milioni di vittime. Anche oggi una polmonite virale acuta può essere mortale, specie nei bambini e nelle persone anziane. Si combatte e previene principalmente con la vaccinazione. A differenza di 100 anni fa, oggi la scienza sa come proteggerci, a patto che lo si voglia.

giovedì 7 marzo 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 marzo.
Il 7 marzo 1911, convenzionalmente, ha inizio la rivoluzione messicana, la prima del 900.
La “rivoluzione messicana” terminerà nel 1930 e porterà via 900.000 vite. I protagonisti sono rimasti nella storia, Madero il primo presidente liberale del Messico, Pancho Villa il coraggioso comandante popolare ed ex campesino, Emiliano Zapata l’invincibile capo rivoluzionario, Venustiano Carranza e Álvaro Obregón.
La Costituzione del 1917, lo stesso anno della rivoluzione di ottobre, sarà una delle più avanzate ed introduce per prima il concetto di inalienabilità dei terreni comuni (le terre degli ejjdos). Una clausola che sarà eliminata solo nel 1994, avviando la rivolta del Chiapas.
Il 20 novembre 1910 un gruppo di intellettuali borghesi liberali in esilio negli USA scrisse il Plan de San Luis Potosì che denunciava l’irriformabile regime di Porfirio Diaz e chiamava alla lotta armata.
La rivoluzione attraversa molte diverse fasi e rivolgimenti, dopo la presa di Ciudad Juárez (Chihuahua), alla quale partecipa, distinguendosi sul campo, anche il nipote di Giuseppe Garibaldi, le elezioni del 1911 portano Madero al potere. La politica liberale prudente e classista di questo (era un grande industriale legato agli investitori USA), che le correnti socialiste e anarchiche del movimento vedono come un tradimento porta alla ripresa delle ostilità ad opera di Emiliano Zapata e Pascual Orozco a insorgere di nuovo.
Emiliano Zapata è una delle grandi figure di quella lotta. Nato da una famiglia poverissima di contadini nel 1879 e morto in un agguato nel 1919 a quaranta anni, ed orgoglioso della sua origine nahuati (antica lingua locale di origine Maya), Zapata viene avvicinato da giovane al pensiero anarchico (di Kropotkin) dai suoi maestri di scuola Burgos e Montano e dalla rivista clandestina “Regeration”. In una prima fase cercò di svolgere politica legalitaria, diventando anche sindaco di Anenecuilco e appoggiando i politici riformisti locali, quando la reazione dei latifondisti ne mostra l’impossibilità, procede a distribuire la terra ai contadini e avvia la lotta armata.
Al grido «Uomini del Sud! È Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio!», e sotto la bandiera nera con la scritta “Tierra y Libertad”, fronteggia al sud le forze di Diaz sino alla sua fuga nel maggio 1911. A giugno incontra Madero e a novembre prende di nuovo le armi contro di lui, accusandolo di tradimento. La lotta dell’irriducibile Zapata, nella sua roccaforte al sud del paese si svolge prima contro Madero, poi contro il suo assassino Huerta (che avvierà una fase controrivoluzionaria) e poi contro Carranza, che lo sostituisce e promulga l’avanzata Costituzione del 1917.
Le unità mobili di due-trecento uomini di Zapata praticano una guerriglia spietata ed innovativa che i Federales non riescono mai a contrastare efficacemente.
Nel 1913, grazie all’azione vittoriosa al nord delle forze di Pancho Villa, Huerta deve fuggire, ma non si trova un accordo tra le troppe correnti delle forze rivoluzionarie (ed in particolare con Carranza, che rappresenta gli interessi della borghesia agraria del nord) e questo porta alla continuazione della guerra. Saranno in un primo momento le truppe contadine unite di Pancho Villa ed Emiliano Zapata a prevalere, e nel dicembre 1914 entrano a Città del Messico. Zapata rifiuta la Presidenza e torna nel Morelos. Sperimenta una forma di democrazia diretta, di ispirazione anarchica, nella Comune di Morelos (1915). La reazione di Carranza, che porta dalla sua parte gli operai promettendo alleggerimenti delle condizioni di lavoro, costringe le forze di Villa e Zapata a ritirarsi dopo solo sei mesi. Nel nord si apre quindi una guerra civile rivoluzionaria entro la guerra civile, Obregon sconfigge Pancho Villa (anche se non in modo definitivo) e rovescia i rapporti di forza.
In questa condizione di debolezza, il colonnello Guajardo, fingendo di volersi unire alla causa attira Emiliano Zapata in una trappola e lo uccide nei pressi dell'hacienda di Chinameca. E’ il 1919.
Nel 1920 i successori si accorderanno con Obregon che era tra i mandanti dell’omicidio, fidandosi del suo Plan de Agua Prieta.
La restituzione della terra ai contadini, l’espropriazione dei latifondi, e la nazionalizzazione delle principali risorse ed una nazione decentralizzata di pueblos federati, il richiamo all’eredità Maya, sono i capisaldi del pensiero e dell’azione di Zapata che lo pongono in condizioni irriducibilmente incompatibili con i poteri del suo tempo (e del nostro). El caudillo del sur morirà senza mai giungere a compromesso con quel che pensa e difende.
L’altra grande figura emergente è Doroteo Arango Arámbula, che nasce un anno prima e muore anche lui assassinato in un agguato quattro anni dopo. Pancho Villa opererà nel nord del paese (Chihuahua) e diventerà una figura famosissima anche grazie ai reportage di Jack London e John Reed. Avviò la sua azione come latitante (a causa di una lite con un ranchero quando aveva sedici anni) nella Sierra, poi si arruolò con Obregon e nel 1910 prese parte alla rivoluzione.
I “dorados” di Villa, imitando le tattiche degli indiani Apache, agivano in piccoli e mobili gruppi a cavallo. Con alterne vicende (incluso un breve esilio negli USA) riuscì ad assumere il controllo della regione di Chihuahua (combattendo anche contro le truppe americane di Woodrow Wilson che usarono anche aerei e camion per la prima volta). Alla caccia a Villa partecipò il generale Pershing e George Patton. 10.000 uomini e mezzi imponenti non bastarono, Villa era imprendibile.
Nel 1920 Obregon prende il potere, assassinando Carranza, e Villa si ferma. Si ritira nella enorme “hacienda” di Canutillo regalata dal Presidente nella quale introduce elementi egualitari (salari alti e servizi scolastici per tutti).
Faceva però ancora paura, quindi quando nel 1923, dovendo fare da padrino al figlio di un suo amico, va in macchina con una piccola scorta alla città di Parral lo fermano per sempre. All’uscita infatti gli assassini si erano organizzati e lo aspettavano in una strettoia armati di fucili militari con munizioni speciali (incluso il proiettile ad espansione che spaccò il suo grande cuore).
La rivoluzione messicana, iniziata nel 1911 è la prima rivoluzione del XX secolo (se si escludono i moti del 1905 in Russia) e pur nella confusione delle sue basi ideologiche (tra l’anarchismo ed il primitivismo comunitario di Zapata, il populismo vagamente socialisteggiante di Villa, e le correnti borghesi liberali legate comunque alla proprietà terriera di Carrasco o di Obregon) pone le basi di tutti i moti insurrezionali successivi nel continente americano. In particolare quella di Sandino in Nicaragua, di Martì nel Salvador e degli zapatisti nel Chapas (il subcomandante Marcos) di oggi.

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