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domenica 21 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 2018, per motivi di salute, Sergio Marchionne viene sostituito alla guida della Fiat Chrysler Automobiles dal britannico Michael Manley.
Sergio Marchionne nasce a Chieti il 17 giugno 1952, figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato da giovane in Canada. Ha conseguito tre lauree: in Legge alla Osgoode Hall Law School of York University, un Master in Business Administration (MBA) presso la University of Windsor e una laurea in filosofia conseguita presso l'Università di Toronto.
Lasciato il mondo forense, svolge la prima parte della sua attività professionale nel Nord America come dirigente. Dal 1983 al 1985 lavora per Deloitte Touche come commercialista esperto nell'area fiscale; successivamente dal 1985 al 1988 ricopre il ruolo di controllore di gruppo e poi direttore dello sviluppo aziendale presso il Lawson Mardon Group di Toronto. Dal 1989 al 1990 è nominato vice presidente esecutivo della Glenex Industries. Dal 1990 al 1992 ricopre il ruolo di responsabile dell'area finanza della Acklands e, contemporaneamente, la carica di responsabile per lo sviluppo legale e aziendale presso il Lawson Group, acquisito nel frattempo da Alusuisse Lonza (Algroup). Qui ricopre ruoli di crescente responsabilità, presso la sede centrale di Zurigo, fino a diventarne l'amministratore delegato.
Sergio Marchionne guida in seguito il Lonza Group, separatosi da Algroup, fino al 2002, anno in cui viene nominato amministratore delegato del Gruppo SGS di Ginevra, leader mondiale nei servizi di ispezione, verifica e certificazione; il gruppo è forte di 46 mila dipendenti in tutto il mondo. Grazie all'ottima gestione del gruppo svizzero, risanato nel giro di due anni, il nome di Sergio Marchionne acquisisce lustro negli ambienti economici e finanziari internazionali.
A partire dal 2003, su designazione di Umberto Agnelli, Marchionne entra a far parte del Consiglio di Amministrazione del Lingotto Fiat. In seguito alla morte di Umberto Agnelli e alle dimissioni dell'amministratore delegato Giuseppe Morchio, che aveva lasciato l'azienda dopo il rifiuto della famiglia Agnelli di affidargli anche la carica di presidente, Sergio Marchionne viene nominato (1 giugno 2004) Amministratore delegato del Gruppo Fiat. Dopo alcuni contrasti con il dirigente tedesco Herbert Demel, nel 2005 assume anche la guida di Fiat Auto in prima persona.
Il 2 giugno del 2006 viene nominato Cavaliere dell'Ordine al merito del Lavoro dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Marchionne ha ricevuto una laurea honoris causa in Economia Aziendale dall'Università degli studi di Cassino nel 2007, e una laurea magistrale ad Honorem in Ingegneria Gestionale dal Politecnico di Torino nel 2008.
Di doppia nazionalità italiana e canadese, nel 2006 è stato inoltre nominato Presidente della European Automobile Manufacturers Association (ACEA). Insieme a Luca Cordero di Montezemolo, è considerato l'artefice dell'avvenuto risanamento della divisione Fiat.
Durante la sua amministrazione, Fiat deve affrontare progetti che erano stati scartati in precedenza: Fiat 500, Lancia Fulvia Coupé, Fiat Croma e vengono prodotti in soli due anni molti nuovi modelli. In pieno periodo di crisi internazionale globale, nel mese di aprile del 2009 Marchionne effettua lunghe e travagliate trattative legate all'acquisizione della statunitense Chrysler con i sindacati ed il governo americani. Al termine delle trattativa viene raggiunto un accordo che prevede l'acquisizione da parte del Lingotto del 20% delle azioni Chrysler, in cambio del know how e delle tecnologie torinesi, facendo nascere così il sesto gruppo automobilistico del mondo. Tale è l'importanza dell'accordo che è lo stesso Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a darne annuncio.
Nei giorni immediatamente successivi all'accordo con la casa automobilistica d'oltreoceano, l'AD di Fiat Group inizia trattative con i sindacati ed il governo tedeschi per una fusione tra la casa automobilistica piemontese e la tedesca Opel (facente parte del gruppo statunitense General Motors): l'obiettivo è quello di dare vita a un colosso del settore automobilistico capace di produrre 6 milioni di vetture all'anno.
Nel settembre 2014 sostituisce Luca di Montezemolo alla presidenza della Ferrari. Il 21 luglio 2018, a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute, il consiglio di amministrazione di FCA, convocato d'urgenza, decide di sostituirlo con Michael Manley, in precedenza responsabile del marchio Jeep.
Ricoverato da circa un mese muore all'età di 66 anni presso un ospedale di Zurigo, in Svizzera, a causa di un tumore alla parte apicale del polmone (anche se le notizie ufficiali su questo dettaglio sono vaghe). Sergio Marchionne lascia la moglie Manuela Battezzato e i due figli Alessio Giacomo e Jonathan Tyler.

sabato 20 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 luglio.
Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, viene ucciso Carlo Giuliani.
Diciotto anni fa, durante una manifestazione contro il G8 in piazza Alimonda, a Genova, il carabiniere Mario Placanica uccise il manifestante 23enne Carlo Giuliani con un colpo sparato dalla sua pistola d’ordinanza. Le scene dell’uccisione di Giuliani furono mostrate da tutte le televisioni del mondo e diventarono per molti un simbolo delle proteste contro il G8 e della violenza della polizia, pochi giorni prima dei tragici fatti della scuola Diaz. I giudici stabilirono poi che Placanica aveva sparato per legittima difesa e il carabiniere fu prosciolto dall’accusa di omicidio colposo. Furono però contestate alcune lacune dell’inchiesta e la mancanza di chiarezza su quello che avvenne esattamente quel giorno a Genova; ci furono anche molte discussioni sulle presunte responsabilità di chi creò la situazione che portò alla morte di Giuliani. Oggi i processi e le commissioni di inchiesta parlamentare sono tutti chiusi ed è difficile che nel prossimo futuro si potranno chiarire ulteriormente altri aspetti di questa vicenda.
Venerdì 20 luglio 2001 iniziò a Genova la riunione dei capi di governo del G8, organizzata dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Era un incontro particolarmente atteso da parte del movimento “no-global”, un gruppo molto vasto ed eterogeneo composto soprattutto da ambientalisti, anarchici ed esponenti della sinistra radicale. Il movimento si era rafforzato due anni prima durante il G8 di Seattle, quando migliaia di manifestanti si erano scontrati con la polizia (quel movimento prese il nome di “popolo di Seattle”). Tra il 19 e il 22 luglio erano attesi a Genova decine di migliaia di manifestanti da tutto il mondo e governo e forze di sicurezza italiane decisero di prendere imponenti misure di sicurezza. Prima dell’inizio della manifestazione, il clima era molto teso: c’era il timore di attacchi terroristici e la paura che le manifestazioni diventassero violente. Pochi giorni prima, la questura di Genova aveva diffuso tra le forze dell’ordine un’informativa che parlava di possibili azioni dei manifestanti contro la polizia, come ad esempio l’uso di “catapulte” e il lancio di frutta con all’interno lamette da barba o palloncini pieni di sangue infetto.
La mattina del 20 luglio ci furono i primi cortei della giornata, che cominciarono senza violenze. Poi la situazione cambiò in fretta: iniziarono a verificarsi degli incidenti e gli scontri tra manifestanti e polizia si fecero molto duri. Le immagini riprese in quei momenti, e in generale nei giorni del G8, furono trasmesse da molte televisioni in giro per il mondo, anche perché mostravano episodi di reazioni molto dure della polizia contro i manifestanti. Furono trasmesse scene che mostravano persone sanguinanti allontanarsi dagli scontri e che si curavano le ferite in strada con mezzi di fortuna. Parte dei manifestanti affrontò duramente la polizia, con il lancio di sassi e pietre, e in alcuni casi bottiglie incendiarie. Gruppi ancora più piccoli e organizzati, quelli che i giornali definirono i “black bloc” compirono atti di vandalismo, attaccando banche e supermercati.
Dalle ricostruzioni di quei giorni emerse che le forze di sicurezza si trovarono in grande difficoltà nel gestire la situazione, sia causa della disorganizzazione che della conformazione della città di Genova, intersecata da strade spesso strette e ripide. Poliziotti e carabinieri furono anche accusati di aver lasciato liberi i vandali e di aver attaccato i grossi cortei più pacifici. Nel corso di uno di questi scontri, un gruppo di carabinieri si ritrovò in piazza Alimonda da dove, non è chiaro perché, si mosse attraverso una via laterale verso il fianco di uno dei cortei più grandi, il cui percorso era stato autorizzato dalle autorità.
Dietro ai carabinieri avanzavano anche due fuoristrada non blindati: una mossa sbagliata, come è stato poi confermato dagli stessi carabinieri, perché i due mezzi rischiavano di restare isolati dal resto del reparto e, a causa della mancanza di blindatura, i loro occupanti sarebbero stati in pericolo se fossero stati circondati. Dai filmati di quei minuti non sembra che il reparto fosse direttamente minacciato e infatti non compì una vera e propria carica. I carabinieri si mossero lentamente contro il fianco dei manifestanti, subendo – e poi rispondendo – a un lancio di sassi. Furono costretti prima a indietreggiare e poi scappare per interrompere il contatto: il comandante del reparto disse che i suoi uomini “persero lucidità” e “arretrarono in maniera impetuosa”.
Nella confusione di quegli attimi, il reparto in fuga si lasciò dietro i due fuoristrada che finirono per intralciarsi a vicenda restando bloccati nel mezzo della piazza. Uno dei due mezzi fu circondato da decine di manifestanti che iniziarono ad attaccare il veicolo con sassi e assi di legno, sfondando i finestrini e cercando di lanciare oggetti contro gli occupanti. Placanica si trovava all’interno del mezzo e raccontò che in quel momento fu preso dal panico. Estrasse la sua pistola d’ordinanza e minacciò i manifestanti che lo circondavano. Disse di aver ripetuto il grido più volte: quando si accorso che i manifestanti non si allontanavano, sparò due colpi. Il primo colpì alla testa Carlo Giuliani, che in quel momento si trovava a pochi metri dal fuoristrada e teneva sopra la testa un estintore. Giuliani cadde a terra e pochi istanti dopo l’autista riuscì a liberare il mezzo, che passò sopra il corpo di Giuliani per due volte, una prima in retromarcia, una seconda in direzione anteriore. Pochi minuti dopo, carabinieri e polizia occuparono nuovamente la piazza. Quando l’ambulanza arrivò sul posto, Giuliani era già morto.
Fino a questo punto il resoconto dei fatti sembra chiaro: un’operazione mal pianificata mise alcuni carabinieri in una situazione estremamente complicata e nel panico uno di loro aprì il fuoco causando la morte di Giuliani. È una ricostruzione su cui le parti sembrano essere quasi tutte d’accordo, anche se alcuni membri del movimento no-global sostengono che quella di piazza Alimonda sia stata una “trappola”, cioè un’operazione pianificata dalla polizia. A quasi 20 anni di distanza, rimangono però alcuni dettagli poco chiari, tra cui due particolarmente importanti: gli agenti sul posto tentarono un goffo depistaggio delle indagini? E come venne ferito esattamente Carlo Giuliani?
L’autopsia rivelò una profonda ferita sulla fronte di Giuliani. Secondo la ricostruzione del sito Piazzacarlogiuliani.org, che raccoglie alcune delle molte inchieste indipendenti che sono state realizzate sugli eventi di Piazza Alimonda, quella ferita venne prodotta da un carabiniere che cercò di creare artificialmente una prova che Giuliani era stato ucciso da un sasso lanciato dai manifestanti. Secondo il sito, subito dopo la ripresa del controllo della piazza da parte delle forze dell’ordine, un carabiniere avrebbe sollevato il passamontagna di Giuliani e con un sasso lo avrebbe colpito sulla fronte, causando una grossa ferita irregolare. Dalle fotografie di quei momenti, sembra in effetti che un sasso che si trovava a una certa distanza da Giuliani fosse stato spostato vicino alla sua testa. Inoltre non c’erano tracce di danni sul passamontagna di Giuliani in corrispondenza della ferita, come se prima di essere inflitta qualcuno avesse scoperto la fronte del ragazzo. I medici, però, non hanno escluso che la ferita potesse essere stata causata dalla caduta di Giuliani oppure dall’auto che lo aveva investito. In un’intervista del 2006, Placanica disse che alcuni dei suoi colleghi avevano colpito Giuliani sulla fronte con un sasso (ma al momento in cui sarebbe avvenuto il fatto Placanica non si trovava sul posto).
Diversi degli agenti presenti, che quindi avevano probabilmente sentito gli spari, hanno ipotizzato fin da subito che la morte di Giuliani fosse stata causata proprio da un sasso lanciato dagli stessi manifestanti. Dopo pochi minuti dagli spari, non appena la polizia era tornata a occupare la piazza, un agente iniziò a gridare contro un manifestante, accusandolo di aver lanciato un sasso che aveva ucciso Giuliani. In una telefonata registrata con uno dei suoi comandanti e usata durante il processo sulla morte di Giuliani, uno dei carabinieri sul posto disse che Giuliani era stato investito, che forse era stato colpito da un sasso o forse da un proiettile. Il generale con cui il carabiniere era al telefono si stupì molto per queste contraddizione e gli chiese come potesse avere dei dubbi sulle cause della morte di Giuliani: «Ma non lo hai mai visto un morto ammazzato?». Alle 18, nella prima conferenza stampa tenuta dopo la morte di Giuliani, la polizia parlò di un manifestante spagnolo probabilmente ucciso da un sasso, ma pochi minuti dopo le agenzie cominciarono a diffondere le prime dichiarazioni dei medici che parlavano invece di uno sparo. L’unico fotografò che riuscì ad avvicinarsi al corpo di Giuliani in quei primi istanti venne picchiato e le sue due macchine fotografiche furono distrutte dagli agenti presenti.
L’altro principale punto di contrasto sulle versioni è in quale direzione sparò Placanica. Secondo i PM, Placanica non stava prendendo la mira esplicitamente su Giuliani, anche perché, da una serie di esami autoptici e balistici, sembra che nel cranio di Giuliani sia entrato un oggetto più piccolo di un’ogiva di proiettile, come se il proiettile sparato si fosse frantumato su un ostacolo prima di colpire Giuliani (il frammento di proiettile ha attraversato il cranio di giuliani ed è uscito dall’altra parte, e non è stato mai recuperato). I magistrati hanno lasciato aperte due ipotesi: la prima, che Placanica abbia cercato di sparare in aria; la seconda, che abbia sparato senza prendere di mira nessuno in particolare, accettando il rischio di colpire qualcuno. In entrambe le circostanze Giuliani sarebbe stato colpito per una coincidenza incredibilmente sfortunata: il proiettile sparato dal carabiniere avrebbe colpito un sasso che si trovava in aria (e che si può vedere esplodere nel filmato di quei momenti) e un suo frammento avrebbe colpito poi Giuliani.
Secondo gli esperti di parte della famiglia, invece, il sasso che si vede nel filmato sarebbe esploso dopo aver colpito lo spigolo della camionetta, mentre il colpo sparato da Placanica sarebbe stato esplicitamente mirato contro Giuliani. Per spiegare come mai nel cranio non siano state trovate tracce del passaggio di un’ogiva intera, il sito Piazzagiuliani.org ha formulato una teoria secondo cui Placanica aveva in dotazione una pistola con proiettili di gomma non autorizzati all’utilizzo in Italia. I magistrati hanno ritenuto che, in ogni caso, Placanica si trovava in una situazione di pericolo, chiuso all’interno di un auto bloccata e circondata di manifestanti ostili. Indipendente dalla direzione nella quale ha esploso i colpi, dicono i magistrati, Placanica ha agito per legittima difesa. Nel 2003 il GIP accolse la loro richieste di archiviazione. Nessun ufficiale è stato indagato o processato per la conduzione dell’azione in piazza Alimonda o per il presunto depistaggio delle indagini. Nel 2011 la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha assolto completamente il governo da tutte le accuse di aver contribuito indirettamente alla morte di Giuliani.

venerdì 19 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
Il 19 luglio 1620 ebbe inizio il cosiddetto "Sacro Macello della Valtellina".
La tradizione cristiano-cattolica in Italia è un dato di fatto difficile da smentire. Per la particolarità della presenza dello stato Vaticano sul territorio nazionale e la nascita stessa del potere temporale della Chiesa a Roma ancora in epoca romana, è difficile pensare a questa nazione separatamente da questa fede, che di fatto contraddistingue ancora oggi molte scelte e di costume e politiche.
 Tuttavia, all’indomani della riforma protestante, alcune eco della dottrina luterana si hanno anche in Italia, sebbene la maggior parte non abbia modo di radicarsi o creare vere e proprie comunità di fedeli a causa della forte repressione messa in atto dalla macchina della Controriforma e dal proprio braccio armato, la Santa Inquisizione.
 Curiosamente per altro, proprio tra i movimenti pauperistici - quelli più vicini a un ritorno al Vangelo, proprio in linea con il pensiero luterano - si reclutano i principali componenti dell’Inquisizione, e sicuramente la causa è che proprio all’interno di questi movimenti si erano individuati dei predicatori tacciati di eresia, presto fuggiti verso la Svizzera.
 E proprio sul confine con la Svizzera - ove le dottrine di Calvino, Lutero e Zwingli erano ormai praticate dalla maggioranza della popolazione - si scatena all’inizio del 1600 una vera e propria guerra di religione.
 All’epoca la Valtellina, crocevia di commerci tra l’Italia e l’Europa continentale, è territorio della Confederazione Elvetica, facendo parte nello specifico del Canton Grigioni. Questa valle - strategica dal punto di vista geografico - era stata fino al 1512 parte del Ducato di Milano, dominato dagli Sforza, e come conseguenza la popolazione valtellinese si sentiva legata al destino della città padana assai più che a quello dei più vicini svizzeri, visti invece come e veri e propri dominatori stranieri.
 A ciò si aggiunga che nel 1504 si ha un avvenimento che segna inesorabilmente il destino di questo territorio: a Tirano appare la Madonna, per la quale viene edificato un magnifico santuario barocco. Questo evento porta con sé inevitabilmente un rafforzamento della fede cattolica tra la popolazione, proprio pochi anni prima di passare forzatamente sotto il dominio degli svizzeri riformati, e per questo ancora più mal sopportati.
 Nonostante la tolleranza in materia religiosa mostrata dagli Svizzeri, si radicalizzano posizioni di fanatismo religioso cattolico, fomentate anche da predicatori inviati dal Ducato di Milano sia per contrastare la Riforma sia nella speranza di un sollevamento popolare e di una riconquista dello strategico territorio, corridoio verso l’Austria asburgica.
 Con il diffondersi della Controriforma, la Basilica della Madonna di Tirano inizia ad essere vista come l’ultimo baluardo del cattolicesimo tra gli infedeli, visione questa assai sponsorizzata dall’arcivescovo meneghino Carlo Borromeo, che ne diviene un fedele devoto facendo importanti visite pastorali nella cittadina valtellinese.
 Al proselitismo di Borromeo si aggiunge a partire dal 1587 lo zelo del nuovo arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca, che contrasta con forza il dilagare nella valle della fede protestante, anche infrangendo la legge.
 La convivenza tra protestanti e cattolici diviene sempre più difficile e sfocia in una vera e propria escalation di violenza. Nel 1569 il pastore della chiesa riformata di Morbegno, l’ex frate minorita Francesco Cellario, viene rapito da alcuni frati domenicani e portato in catene a Roma, dove verrà impiccato e poi bruciato a Ponte Sant’Angelo il 25 maggio dello stesso anno, a seguito di un lungo interrogatorio volto a farlo abiurare.
 Il clima in Valtellina si fa dunque sempre più teso, i cattolici sempre meno disposti a una pacifica tolleranza dei dominatori protestanti e sempre più sprezzanti delle leggi che tentano di mantenere il delicato equilibrio tra le due comunità. Il pastore protestante Scipione Calandrini, tra i maggiori promotori di una politica basata sul reciproco rispetto e tolleranza tra le confessioni, è vittima di un tentato omicidio a cui fa seguito il tentativo, sempre per mano cattolica, di rapirlo per consegnarlo alla Santa Inquisizione, progetto che comunque non va a buon fine.
 In tutta risposta, le autorità grigionesi, ritenendo il Rusca responsabile del tentato omicidio, il 24 luglio 1618 fanno arrestare l’arciprete di Sondrio perché venga processato a Thusis. Il processo inizia il 1° settembre dello stesso anno ma non si conclude poiché l’arciprete muore a seguito delle torture subite il 4 settembre, senza aver confessato nulla. E questo avvenimento è l’inizio di una vera e propria guerra di religione.
 Nel 1619 viene convocato un sinodo protestante a Tirano e nel contempo se ne tiene uno cattolico a Como. Le provocazioni tra le due comunità vanno intensificandosi, fino alla fatale notte tra il 18 e il 19 luglio del 1620 quando un vero e proprio kommando di fanatici cattolici, guidato da Giacomo Robustelli, si abbatte sui protestanti per vendicare la morte del Rusca.
 In successione e con lucida crudeltà vengono uccisi quasi tutti i protestanti della comunità tiranese; viene poi messa a ferro e fuoco Teglio, dove si mette in atto una vera e propria strage all’interno della Chiesa evangelica stessa dove i protestanti avevano cercato rifugio, senza avere pietà per donne e bambini, arsi vivi nel campanile. Ultima tappa Sondrio, da cui solo un esimio gruppo di 70 persone armate riesce a fuggire e trovare rifugio in Engadina. Si calcola che in questo spaventoso pogrom, chiamato dallo storico Cesare Cantù Sacro Macello della Valtellina, siano state trucidate circa 600 persone.
 Un capitolo sanguinoso per la storia di una piccola comunità montana che diviene protagonista della grande storia europea, seppure nel peggiore dei modi: il Sacro Macello valtellinese infatti, assieme alla rivolta anti-asburgica della Boemia, è tra le cause della Guerra dei Trent’anni (1618 – 1648).
 Alla fine del primo periodo della guerra, nel 1639, la Valtellina sarebbe tornata in mano ai Grigioni, dominazione a cui sarebbe rimasta soggiogata fino all’annessione nel 1797 alla Repubblica cisalpina. Il ritorno alla Svizzera avvenne a condizione che nella regione venisse accettata la sola fede cattolica.
 La valle si contraddistingue per tutto il secolo successivo per la forte presenza di fenomeni di stregoneria, prontamente repressi dalla lunga mano della Controriforma, perfettamente in linea con quanto succede negli altri territori di confine tra cattolicesimo e protestantesimo in tutta Europa.

giovedì 18 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1969 Ted Kennedy fu protagonista di una terribile vicenda.
Era la notte del 18 luglio 1969 quando l'isoletta di Chappaquiddick, nel Massachusetts, divenne tristemente nota a livello internazionale e Ted Kennedy si macchiò dello scandalo che interruppe le sue aspirazioni presidenziali. Una notte di festa, belle ragazze e morte.
Kennedy ebbe un incidente d'auto in cui perse la vita la ventottenne Mary Jo Kopechne. Mentre attraversava un ponticiattolo di legno privo di guardrail, la sua Oldsmobile Delmont 88 cadde in uno stagno, il Poucha Pond. Lui riuscì a uscire dalla vettura e a mettersi in salvo, la giovane no. Kennedy avvertì le autorità solo 10 ore dopo il fattaccio. La maledizione sulla famiglia Kennedy colpì ancora (JFK era stato ucciso quasi sei anni prima).
Ted Kennedy all'epoca aveva 37 anni ed era senatore in Massachusetts, carica che rinnovò a lungo.
La sera del 18 luglio 1969 ospitò una festa al Lawrence Cottage nell'isola di Chappaquiddick, raggiungibile in un traghetto dalla città di Edgartown: erano presenti sei ragazze che avevano lavorato alla campagna elettorale del fratello Robert F. Kennedy, tra cui Mary Jo Kopechne, e cinque amici e conoscenti di Kennedy. Lui era sposato con Joan, tra l'altro allora incinta (poi abortì e diede la colpa allo scandalo); erano sposati anche gli altri cinque uomini. Le sei ragazze erano single.
A un certo punto della serata Ted, verso le 23.15, si allontanò dalla festa in auto con Mary Jo Kopechne. Imboccò la Dike Road, strada sterrata che portava al Dike Bridge. La vettura, che andava a 30 km orari, andò fuori strada piombando in acqua. Ted riuscì a scappare dell'auto che affondava, la ragazza no. Si allontanò dalla scena dell'incidente e denunciò l'episodio alle autorità solo 10 ore dopo, quando due pescatori avevano già avvistato l'automobile sott'acqua e la polizia aveva già recuperato il corpo della ragazza e diffuso la notizia.
Queste le dinamiche certe. Poi le altre, sono appese alle dichiarazioni di Kennedy.
Kennedy disse che inizialmente si stava allontanando dalla festa da solo, e che Mary Jo Kopechne gli chiese un passaggio per l'hotel (borsa e chiavi d'hotel di lei furono però rinvenuti sul luogo della festa). Disse anche che sbagliò strada, quando entrò nella Dike Road.
Nella testimonianza affermò di aver provato più volte a nuotare verso il luogo dell'affondamento per cercare di salvare Kopechne e di averla chiamata più volte della riva. Dopo essersi riposato sulla riva per circa un quarto d'ora, sarebbe tornato sul luogo della festa per chiamare in soccorso due dei partecipanti, Joseph Gargan e Paul F. Markham (sulla strada, però, cosa che Kennedy non disse, c'erano altre case abitate più vicine a cui avrebbe potuto chiedere aiuto). Anche con loro avrebbero provato a soccorrere Kopechne. I due amici avrebbero spronato Kennedy a denunciare l'episodio, cosa che ancora non fece.
Sarebbe quindi tornato alla sua stanza d'albergo a Edgartown e, toltosi i vestiti bagnati, si sarebbe addormentato di colpo sul letto. Al telefono diversi amici gli consigliarono di denunciare il fatto. Le fece solo la mattina dopo: alle 10 entrò nella stazione di polizia di Edgartown.
Al processo Kennedy si dichiarò colpevole dell'accusa di aver abbandonato la scena dell'incidente. Il giudice James Boyle lo condannò per omissione di soccorso a due mesi di reclusione, la pena minore per quel tipo di reato, che fu sospesa.
Kennedy fece un lungo discorso in tv, rivolto agli elettori del Massachusetts, spiegando la dinamica dell'incidente, il forte shock subìto, e chiedendo se dovesse dimettersi.
Kennedy venne rieletto nel 1970 con il 62% dei voti, mentre il Dike Bridge divenne una macabra attrazione turistica e preda di cacciatori di souvenir.

mercoledì 17 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 luglio.
Il 17 luglio 1945 ha inizio la Conferenza di Potsdam.
La Conferenza di Potsdam (17 luglio-2 agosto), preceduta da quella di Yalta (11-14 febbraio) e dalla Conferenza costitutiva delle Nazioni Unite di San Francisco (25 aprile-25 giugno) fu l’ultima grande conferenza dei “tre grandi”, i capi di governo di Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna.
Truman (subentrato alla presidenza USA dopo la morte di Roosevelt nell’aprile del ’45), Stalin e Churchill (poi sostituito dal laburista Clem Attlee, vincitore alle elezioni di luglio, tra lo stupore di Stalin, poco avvezzo agli effetti delle consultazioni democratiche) furono chiamati a discutere del futuro del mondo, del futuro delle potenze sconfitte (Germania e Italia su tutte, mentre il Giappone ancora resisteva) e dei rapporti tra i loro rispettivi paesi.
Per quanto riguarda la Germania, per la quale era già stato stabilito il principio della divisione temporanea in quattro zone di occupazione, proseguirono le trattative sui confini di queste ultime. A Potsdam venne deciso che il settore francese di Berlino sarebbe stato ricavato dai settori britannico e americano. Per quanto riguarda i confini, abbandonata l’idea di uno smembramento della Germania e di una sua ruralizzazione (il “piano Morgenthau”), in attesa di una decisione definitiva – che si sarebbe dovuta prendere alla conferenza di pace – l’URSS aveva già attributo alla Polonia i territori tedeschi ad est della linea Oder-Neisse, spostandone dunque i confini verso ovest, occupato Königsberg (ribattezzata Kalliningrad) e smembrato la regione della Prussia orientale.
A Potsdam , riguardo questo punto, Stati Uniti e Gran Bretagna promisero di appoggiare in sede di conferenza di pace il passaggio di Königsberg e di parte della Prussia Orientale all’Unione Sovietica ma non presero impegni precisi sulla linea Oder-Neisse, limitandosi ad accettare l’amministrazione temporanea della Polonia.
Sempre riguardo la Germania, venne però trovato un accordo sui “principi politici ed economici” che avrebbero dovuto governare i territori tedeschi durante la fase iniziale del controllo alleato. Questi, schematicamente, erano:
Disarmo completo e smilitarizzazione;
Completo scioglimento del partito nazionalsocialista;
Abolizione della legislazione nazista;
Deferimento dei criminali di guerra;
Epurazione dei membri del partito nazista;
Controllo dell’istruzione tedesca;
Adozione di una politica di decentralizzazione e democratizzazione;
Severo controllo e riduzione della produzione economica tedesca;
Accordo sull’entità delle riparazioni di guerra per le potenze vincitrici.
La Conferenza si chiuse in un clima apparentemente ottimistico. Invece quegli accordi, che avrebbero dovuto rappresentare la base di partenza per una successiva e condivisa soluzione della questione tedesca, erano destinati a restare privi di seguito a causa dello scoppio della guerra fredda.

martedì 16 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1965, presenti Giuseppe Saragat e Charles De Gaulle, viene inaugurato il tunnel del Monte Bianco.
Sono passati oltre cinquant’anni da quando il 16 luglio 1965 Giuseppe Saragat e Charles De Gaulle – i presidenti della Repubblica dell’Italia e della Francia – inaugurarono il traforo del Monte Bianco, un tunnel autostradale che da allora ha permesso di mettere in comunicazione Courmayeur, in Valle d’Aosta, e Chamonix, comune francese nel dipartimento dell’Alta Savoia. Quando fu inaugurato, era il tunnel stradale più lungo d’Europa: era – ed è – lungo 11 chilometri e 600 metri e per realizzarlo furono usate 1.500 tonnellate di esplosivo, 200mila metri cubi di calcestruzzo e 235mila bulloni. Dal 1965 a oggi il traforo del Monte Bianco è stato attraversato da più di 60 milioni di veicoli e ha reso molto più semplice, veloce ed economico il collegamento tra Italia e Francia. «Il Monte Bianco era il nome di una montagna che ci separava. Da domani sarà il nome di un tunnel che ci riunisce», disse il 16 luglio 1965 Valéry Giscard d’Estaing, all’epoca ministro delle Finanze e in seguito presidente della Repubblica francese. Il traforo del Monte Bianco permette oggi di andare dalla Francia all’Italia in poco più di 10 minuti passando sotto alla montagna più alta d’Europa.
I lavori per realizzare un tunnel che attraversasse il Monte Bianco iniziarono nel 1959, circa sei anni dopo che i governi di Italia e Francia firmarono la convenzione in cui si impegnavano a realizzarlo. Il ritardo fu dovuto alle molte polemiche che ci furono in Francia dopo la firma della convenzione: si temeva infatti che il traforo del Monte Bianco avrebbe avvantaggiato l’Italia mettendo invece in crisi l’economia del sud-est della Francia. I lavori dal lato italiano iniziarono l’8 gennaio 1959, quelli sul versante francese il 30 maggio. Come spiega la STIMB, la società italiana che gestisce il traforo:
Ciascuna delle due imprese esecutrici, l’italiana Società Condotte d’Acqua e la francese André Borie, aveva il compito di realizzare 5800 metri di galleria. I francesi incontrarono rocce di migliore qualità ed ebbero meno imprevisti durante le operazioni di scavo. Invece dalla parte italiana, perforati i primi 368 metri importanti getti d’acqua a forte pressione uscirono dal fronte dello scavo e costrinsero a sospendere ogni attività dal 20 febbraio al 21 marzo.
Nonostante i problemi iniziali e anche grazie ai mesi di anticipo con cui iniziarono i lavori, gli italiani furono i primi a completare la loro metà di tunnel: arrivarono il 3 agosto 1962 e – undici giorni dopo – arrivarono anche i francesi. Giulio Cesare Meschini oggi ha 88 anni e durante gli anni in cui fu realizzato il traforo del Monte Bianco fu il direttore dei lavori dal lato italiano. Intervistato da Repubblica Meschini ha detto: «I francesi avevano fatto i furbi, erano in vantaggio di un paio di mesi e proclamarono che sarebbero arrivati prima. Ci salì il sangue agli occhi».
Proponemmo ai nostri operai di lavorare senza un secondo di sosta in quattro turni quotidiani di sei ore l’uno, però pagate come otto. E poi un premio speciale per ogni mezzo metro di scavo in più al giorno. Inventammo i cambi turno a macchine accese, e i francesi furono fregati come polli.
A prescindere dalla sfida tra i due gruppi di minatori, il loro incontro fu un importante evento, celebrato, spiega Meschini, con quattro bottiglie di champagne che i francesi passarono agli italiani. Dall’incontro tra i due gruppi di minatori all’inaugurazione del tunnel passarono tre anni, necessari per “completare le opere interne, per realizzare la carreggiata, per dotare la galleria di tutti gli impianti tecnologici necessari e per allestire i due piazzali di ingresso al tunnel”. Il sito del giornale francese Le Figaro per ricordare il cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione, presentò l'articolo che un suo giornalista scrisse quel giorno. L’articolo racconta che quel giorno su uno dei cartelloni si poteva leggere «Vive Saragat! Vive Poulidor! Vive de Gaulle! Vive Gimondi!»: i nomi dei due presidenti della Repubblica e dei due ciclisti – Poulidor e Gimondi – che fino a pochi giorni prima si erano contesi il Tour de France (vinse Gimondi).
L’articolo di Le Figaro citò anche Horace-Bénédict de Saussure, un naturalista francese, considerato il fondatore dell’alpinismo. Nel 1787 Saussure raggiunse la cima del Monte Bianco e proprio in quei giorni scrisse: «Giorno verrà che sotto il Monte Bianco si scaverà una strada carrozzabile e queste due vallate, quella di Chamonix e quella di Aosta, saranno unite». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha parlato del traforo del Monte Bianco come di una «grande opera ingegneristica, un’impresa per tanti aspetti eroica, una prova straordinaria di maestria e di generosità da parte di migliaia di lavoratori». Riccardo Sessa, presidente di STIMB, ha invece fatto riferimento alla corsa allo spazio e all’allunaggio, avvenuto nel 1969, quattro anni dopo la realizzazione del traforo del Monte Bianco.
Le gallerie, come i ponti, contribuiscono ad annullare gli ostacoli che si frappongono all’incontro, alla reciproca conoscenza, allo scambio di culture e alla collaborazione tra popoli. Costruito in un’epoca in cui i Paesi sembravano maggiormente interessati a primeggiare nella gara per la conquista dello spazio interplanetario, il Traforo del Monte Bianco si pone ora come allora quale esempio della capacità e della volontà degli uomini di superare tutti gli ostacoli sulla strada della convivenza pacifica.
I lavori per la realizzazione del traforo del Monte Bianco causarono la morte di 17 operai, tre dei quali uccisi da una valanga che il 5 marzo 1962 travolse le case in cui abitavano durante i lavori. La più grande tragedia del Monte Bianco è però stata quella del 24 marzo 1999: quel giorno un TIR belga entrò nel traforo con un principio d’incendio al motore, causando un più grande incendio che causò la morte di 39 persone. Scrive la Stampa:
Nel rogo morirono 39 persone, decine di camion e auto vennero sciolti […] I vigili del fuoco di entrambi i Paesi impiegarono due giorni prima di spegnere le fiamme. Due anni più tardi, nel cuore del traforo incenerito, si respirava ancora a fatica.
Il tunnel autostradale del Monte Bianco fu riaperto nel 2002, dopo lavori costati 380 milioni di euro: fu messo in sicurezza con radar che misurano la velocità dei veicoli (il limite è di 70 chilometri orari), telecamere, rifugi termici e sensori che misurano la distanza tra i veicoli.

lunedì 15 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 luglio.
Il 15 luglio 1943 nasce Susan Jocelyn Bell.
La scoperta delle radio pulsar, uno dei risultati più alti della fisica del XX secolo, resterà associata per sempre al nome di Jocelyn Bell: Dame Susan Jocelyn Bell, sposata con Martin Burnell nel 1968 e madre di Gavin, nato nel 1973.
Le radio pulsar sono oggetti celesti dalle proprietà molto diverse rispetto alle stelle comuni. Tutta la loro materia, tanta almeno quanta ne contiene il Sole, è confinata entro un raggio di solo una decina di chilometri. Inoltre questa materia è principalmente composta da neutroni. Infine, esse ruotano a velocità elevatissima emettendo onde radio in uno (o due) fasci grosso modo conici. Ne deriva una sorta di effetto-faro: un radiotelescopio posto a Terra riceve un impulso di onde radio solo quando i fasci conici sono diretti verso l’antenna, ossia una (o due volte) per ogni rotazione della pulsar. A livello di osservazione, il segnale di una pulsar è dunque percepito come una sequenza regolare di impulsi radio.
Questo naturalmente è quanto sappiamo oggi, ma fino al 1967 erano state formulate solo previsioni teoriche, considerate oltremodo ardite, su eventuali stelle costituite da neutroni: nessuno aveva la minima idea della esistenza delle pulsar. In tale quadro va letta la scoperta di Jocelyn Bell e del suo supervisore di dottorato, Antony Hewish.
Su indicazione di Hewish Jocelyn passò un paio di anni a costruire, con cacciavite e martello, un nuovo radiotelescopio presso l’Università di Cambridge, in Inghilterra. Ciò richiese la posa di oltre 200 chilometri di cavi, su un area grande come 57 campi da tennis. Lo scopo era di studiare la cosiddetta “scintillazione” delle onde radio nel mezzo interplanetario. A partire dal luglio 1967, Jocelyn Bell divenne l’unica analizzatrice dei dati prodotti da questo strumento e presto fu in grado di riconoscere in essi il fenomeno ricercato della scintillazione e di distinguerlo dalle interferenze, il nemico quotidiano del lavoro di ogni radioastronomo. Un paio di mesi dopo l’inizio delle osservazioni, Jocelyn notò però un segnale dall’aspetto diverso dagli altri, che osservazioni successive rivelarono provenire sempre dalla stessa direzione in cielo e che nel novembre 1967 essa riconobbe come una sequenza di impulsi di onde radio spaziati di 11/3 di secondo. Cominciò cosi la “caccia” al responsabile. Nelle settimane successive furono via via scartate varie ipotesi, compresa quella di un segnale inviato da una civiltà extraterrestre… ma era davvero troppo difficile da credere e da pubblicare e infatti Hewish continuò le osservazioni nel periodo natalizio, facendo in modo che la notizia fosse custodita entro una ristretta cerchia di astrofisici di Cambridge. Il fatto decisivo avvenne al ritorno di Jocelyn dalle vacanze, quando, consultando i dati presi nel frattempo, confermò l’esistenza di una seconda sorgente con le stesse caratteristiche della prima e poco dopo una terza e una quarta… Chiaramente si trattava di una nuova classe di stelle. «Quello fu l’istante meraviglioso, l’autentica dolcezza, il momento di dire Eureka!», commenterà Jocelyn Bell 39 anni dopo in una intervista radiofonica alla BBC.
L’annuncio della scoperta, pubblicata su «Nature» nel febbraio 1968, mise a rumore tutta la scienza mondiale: era la prima prova della esistenza di materia ultradensa e in particolare delle stelle di neutroni. Ampia eco ci fu sui giornali, sia per la scoperta, sia per il ruolo decisivo svolto in quella ricerca da una giovane donna. Non a caso, il nome stesso dei nuovi oggetti celesti – pulsar – fu coniato dal «Daily Telegraph».
Con costernazione di gran parte della comunità astrofisica, però, l’Accademia Svedese delle Scienze decise nel 1974 di conferire il premio Nobel per questa scoperta soltanto al professor Antony Hewish. Il punto di vista di Jocelyn (che accolse la notizia mantenendo sempre quella serenità che è parte del suo carattere) è stato ribadito in tempi recenti nella già citata intervista alla BBC: «Io ero una studentessa di dottorato, e in quei tempi si credeva, si percepiva, si dava per assodato, che la scienza fosse fatta e guidata da grandi uomini – propriamente uomini – probabilmente in camici bianchi. E che questi uomini avessero una pattuglia di servi che facevano ogni cosa su indicazione, senza pensare». Poco prima dell’assegnazione del Nobel ad Hewish, Jocelyn Bell ebbe suo figlio Gavin: «E stavo combattendo per trovare qualcuno che potesse aiutarmi nel badare a mio figlio e così proseguire la carriera – tutte quelle cose con cui la mia generazione dovette lottare prima che ci fossero asili sui posti di lavoro, prima che fosse accettabile l’idea che una donna lavorasse. E così constatai con me stessa che “Gli uomini vincono i premi e le giovani donne badano ai bambini”». Qualcosa sta per fortuna mutando nella scienza, da allora («Ora la si guarda molto di più come uno sforzo di squadra, con persone diverse che forniscono contributi diversi al lavoro»), ma le difficoltà nel conciliare la carriera con la famiglia sono tuttora acutissime per le donne: «Non così brutto come un tempo, ma il problema resta tale».
Dopo la scoperta del 1967, Jocelyn Bell ha proseguito con successo la sua carriera scientifica in altri settori dell’astrofisica: dapprima ricercatrice all’Università di Southampton, poi presso l’University College di Londra, quindi al Royal Observatory di Edimburgo, per poi diventare professore di Fisica alla Open University e professore in visita a Princeton, nonché Preside di Scienze della Università di Bath e poi ancora professore in visita alla Università di Oxford. Nel frattempo, il mondo scientifico le attribuiva pubblicamente quei meriti che l’Accademia Svedese aveva negato. Negli Stati Uniti la medaglia Michelson (1973), il premio Oppeheimer (1978), il premio Beatrice Tinsley (1987), la lezione magistrale Jansky (1995), il premio Magellanic (2000), oltre a un dottorato ad honorem della Università di Harvard (2007). Nel Regno Unito, la medaglia Herschel (1989), la presidenza della Royal Astronomical Society (2002-2004), un dottorato ad honorem alla Università di Durham (2007) nonché, nel 2007, la nomina a “Dame” dell’Ordine dell’Impero Britannico da parte della regina Elisabetta II.
Invece di fare del Nobel ingiustamente mancato un motivo di risentimento verso il mondo scientifico, Jocelyn Bell si è profusa per la più ampia divulgazione della cultura scientifica. Centinaia le conferenze pubbliche per non addetti ai lavori, e ancora maggior impegno nell’avvicinare la scienza ad una generazione di adulti ai quali era stato preconizzato in giovane età – come del resto capitò a lei stessa quando aveva solo 11 anni – che non avevano alcun futuro negli studi scientifici.
A completare il quadro della sua personalità, il suo impegno nella Società Religiosa dei Fratelli (i Quaccheri), nel cui contesto educativo condusse quasi tutta la sua adolescenza, e di cui è stata Clerk del Comitato Esecutivo Centrale mondiale fino al 2012. Infine, i mille hobby ai quali colleghi e amici la vedono dedicarsi: le camminate in montagna, il giardinaggio e il nuoto in cima alla lista.

domenica 14 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Il 14 luglio 1969 l'esercito di El Salvador invade l'Honduras. Inizia la cosiddetta "guerra del calcio".
Un pallone che rotola, ventidue persone che gli corrono dietro, tre legni per ogni lato del campo, diversi esagitati che si dannano l’anima nel guardarli. Per alcuni, il calcio si riduce essenzialmente a questo. Parecchie altre volte, però, il calcio può anche essere molto, decisamente molto di più.
Può diventare qualcosa di terribilmente importante. E, certo non da solo ma insieme a un numero imprecisato di circostanze, diventare addirittura casus belli. Motivo dello scoppio di una guerra, che farà morti, feriti, e cambierà per sempre storia e geografia di un continente. E’ successo nell’estate del 1969, l’estate in cui El Salvador e Honduras, due piccoli stati di quel lembo di terra che unisce Nordamerica e Sudamerica, si dichiararono guerra dopo essersi giocati tre partite di spareggio per andare ai Mondiali messicani del 1970.
Prima, però, bisogna fare un passo indietro di qualche anno. Un piccolo flashback per spiegare per quale motivo El Salvador-Honduras, quell’estate, non era un semplice spareggio tra due piccole nazionali che volevano guadagnarsi il diritto di essere prese a pallonate dalle grandi del calcio mondiale un anno più tardi. El Salvador-Honduras, in quell’estate del 1969, si trasformò in uno di quei duelli da film western in cui i due protagonisti, non per forza un buono ed un cattivo, si guardano dritti negli occhi con le loro Colt in attesa di sparare il proiettile decisivo.
Bisogna tornare indietro fino al 1967, o forse fino al giorno in cui Honduras e El Salvador si sono scoperte confinanti in un fazzoletto di terra tra Nicaragua e Guatemala, strette tra Messico da una parte e Colombia dall’altra. Da queste parti transitano i traffici americani nel continente, dagli Stati Uniti vengono a coltivare per esportare in Sudamerica. Negli anni ’60 del Novecento l’El Salvador diventa partner privilegiato per le coltivazioni statunitensi, vive un boom demografico che fa crescere la popolazione fino a livelli insostenibili. E una popolazione così ampia in un paese così piccolo come El Salvador può significare solo una cosa: disoccupazione alle stelle. Una situazione di pressione sociale che rischia di diventare insopportabile in un territorio così piccolo.
Così, nel 1967, El Salvador e Honduras stringono un patto che ha del clamoroso: la Convenzione Bilaterale stabilisce che i contadini salvadoregni in cerca di lavoro possono varcare il confine e trasferirsi in Honduras. Ecco, l’Honduras non è che sia il Paradiso in terra. Anche lì, non c’è tutto questo lavoro, soprattutto se ci si mettono anche oltre 300.000 nuovi arrivi da El Salvador. Facile capire che questa storia non finirà bene. Infatti, prevedibilmente, ci mette davvero molto poco a deragliare. Nel 1969, Osvaldo Lopez Arellano, il dittatore che era a capo dell’Honduras, decide che ha visto abbastanza. Tutti i contadini salvadoregni arrivati in Honduras vengono espulsi ed espropriati delle loro terre. La tensione sale alle stelle, con i cittadini honduregni che chiedevano a gran voce questo provvedimento, e il governo di El Salvador che denuncia l’illegalità e la disumanità della decisione del dittatore honduregno. E’ il maggio del 1969, e il calcio sta per entrare di prepotenza in questa storia.
Nel 1970 si giocheranno i Mondiali in Messico, e, proprio il fatto che la Trìcolor sia già qualificata, apre le porte ad un altro posto per una squadra della CONCACAF. Dopo il primo girone, sono rimaste in quattro, che, dopo semifinali e finale, si giocheranno l’ultimo posto disponibile. E queste quattro nazionali sono Stati Uniti, Haiti, Honduras, El Salvador. Ora, uno sceneggiatore sadico e impaziente di assistere a quella scena da film western con le Colt spianate, non esiterebbe un attimo. E, puntualmente, il sorteggio sceglie che sarà così. Honduras ed El Salvador si affronteranno, nel maggio del 1969, in un doppio spareggio. I due paesi, in stato di agitazione e di insurrezione, sembravano non aspettare altro. E’ l’occasione perfetta per regolare quei maledetti conti e provare a farli tornare.
L’8 giugno si gioca la semifinale di andata. L’Estadio Nacional di Tegucigalpa, Honduras, ha l’onore di ospitare il primo atto di quella che si preannuncia come una vera e propria tragedia. Nei giorni precedenti alla gara il paese è attraversato da ondate di scioperi e manifestazioni, in attesa del nemico salvadoregno. La notte che precede il match, è un inferno per i calciatori di El Salvador. L‘albergo che li ospita viene praticamente circondato. Alle finestre arrivano, senza sosta, quando va bene uova, quando va male sassi. Quando va peggio, qualche colpo di pistola. Allo stadio, il giorno dopo, ci arrivano per un pelo. Le gomme dell’autobus che avrebbe dovuto trasportarli sono state ovviamente squartate con i coltelli. La polizia, forse a malincuore, accompagna la nazionale ospite allo stadio. La partita, ovviamente tesa e piena di calcioni, viene vinta dall’Honduras per 1-0, grazie al gol del difensore Leonard Wells nei minuti finali.
La delusione dei calciatori salvadoregni è tanta, ma c’è anche la consapevolezza che, una settimana dopo, c’è in programma la gara di ritorno. Non deve pensarla così la diciottenne Amelia Bolaños, figlia di un generale dell’esercito di El Salvador. Che, al triplice fischio finale, prende la pistola del padre e si spara un colpo dritto al petto. Diventerà un’eroina, le saranno tributati i funerali di stato e la sua morte sarà il pretesto per rendere ancora più infuocata la partita di ritorno che si disputerà il 15 giugno a San Salvador.
I salvadoregni, memori dell’accoglienza ricevuta a Tegucigalpa, fanno di tutto per rendere il favore agli ospiti. L’albergo dove alloggia l’Honduras viene cinto d’assedio. Non basta nemmeno l’intervento dell’esercito per placare gli animi della folla urlante, che reclama vendetta per la sconfitta e per la morte di Amelia. L’accompagnatore -salvadoregno- della nazionale dell’Honduras, si affaccia dal terrazzo dell’albergo per chiedere una tregua. Non fa a tempo a finire di parlare; viene sepolto da una sassaiola infinita, viene praticamente lapidato sul momento. Non si può fare altro che raccogliere il suo cadavere e sperare che questa partita finisca subito.
I calciatori honduregni vengono accompagnati allo stadio dai carri armati dell’esercito. E, all’ Estadio de la Flor Blanca, non trovano certo un’accoglienza migliore. L’inno viene fischiato, la bandiera dell’Honduras bruciata, i calciatori malmenati sotto lo sguardo vigile dei mitra spianati dell’esercito salvadoregno. La partita finisce 3-0, e, fuori dallo stadio, nei nuovi e scontati disordini che seguono il match, muoiono altri due tifosi dell’Honduras. E non è nemmeno finita qui, perché, nel 1969, non esiste la regola dei gol segnati fuori casa. Un maligno scherzo del destino costringe a mettere in scena anche il terzo atto di questa tragedia.
Di giocare in casa di una delle due contendenti, non se ne parla nemmeno. Si gioca, infatti, allo stadio Azteca di Città del Messico, il 27 giugno del 1969, di fronte a 5000 soldati messi in campo dai messicani, che non bastano a tenere a freno la rabbia e l’orgoglio dei tifosi di Honduras ed El Salvador, che sembrano non desiderare nient’altro che potersi mettere liberamente le mani addosso. I disordini cominciano fuori dallo stadio Azteca e proseguono all’interno, prato verde incluso. E’ una partita bellissima e tesissima. Passa in vantaggio l’El Salvador, pareggia immediatamente l’Honduras. Torna in vantaggio l’El Salvador, pareggia nuovamente l’Honduras, in un botta e risposta che sembra davvero come un match di pugilato o, in questo caso, una guerra. I supplementari sono l’epilogo naturale e scontato di questa partita che è ormai diventata una saga.
L’eroe diventa Mauricio Rodriguez, un anonimo attaccante salvadoregno che mette dentro il gol del 3-2. Al fischio finale, come è logico che fosse, si scatena una rissa in campo che nemmeno l’esercito può fermare. Le strade di Città del Messico diventano un inferno, le relazioni diplomatiche tra El Salvador e Honduras si rompono praticamente sul momento. Non c’è nemmeno bisogno di dichiarare formalmente guerra. La guerra era già cominciata al fischio d’inizio della partita d’andata.
Il 14 luglio l’esercito salvadoregno bussa alla porta di casa dell’Honduras. La guerra tra El Salvador e Honduras durerà un centinaio di ore, fino al 18 luglio, e farà 6.000 vittime e 50.000 sfollati. L’intervento delle organizzazioni internazionali stabilirà la pace e permetterà ai contadini salvadoregni di tornare in Honduras a cercare lavoro. Ci andranno, saggiamente, in pochi, comunque. El Salvador, l’anno successivo, parteciperà ai Mondiali del 1970, dove perderà 3-0 contro il Belgio, 4-0 contro il Messico, 2-0 contro l’Unione Sovietica.

sabato 13 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 luglio.
Il 13 luglio 1814 nasce l'Arma dei Carabinieri.
La nascita dell’Arma dei Carabinieri si deve a Vittorio Emanuele I, sovrano del Regno Sardo-Piemontese, che il 13 luglio 1814 - con la promulgazione delle Regie Patenti - istituì a Torino il Corpo dei Carabinieri Reali.
A tal proposito, nel preambolo delle Regie Patenti si legge che per contribuire sempre di più alla prosperità dello Stato - “che non può essere disgiunta dalla protezione e difesa dei buoni e fedeli sudditi” - è stato deciso di affidare la difesa del territorio ad un Corpo di militari i quali si sarebbero dovuti distinguere per condotta e saggezza, chiamati appunto Carabinieri Reali. Il nome ha origine dall’arma che venne data in dotazione a questi soldati, la carabina.
A questi venne assegnata quindi una duplice funzione: da una parte la difesa dello Stato, mentre dall’altra la tutela della sicurezza pubblica.
Si trattava di una novità assoluta poiché era la prima volta che allo stesso organo veniva affidata sia la sicurezza dei confini dello Stato che della sicurezza pubblica; da allora l’Arma dei Carabinieri è stata al centro di tutti gli eventi fondamentali della storia del Regno Sabaudo prima e d’Italia unificata poi, ponendosi come insostituibile presidio della sicurezza pubblica e privata e mantenendo la propria fedeltà nei confronti delle istituzioni.
Ad esempio nella Prima Guerra Mondiale si distinsero nella battaglia di Podgora del 19 luglio 1915 e per il contributo offerto al Paese l’Arma dei Carabinieri venne insignita della prima medaglia d’oro al valore militare. Presero parte però anche alla guerra d’Etiopia del 1936, per poi distinguersi nella Seconda Guerra Mondiale nelle battaglie di Culquaber e Klisura.
Una volta firmato l’armistizio di Cassibile, però, molti appartenenti ai Carabinieri entrarono tra le fila della resistenza italiana prendendo parte alla liberazione del Paese dall’invasione tedesca; a tal proposito come non ricordare il vice brigadiere Salvo D’Acquisto che il 23 settembre del 1943 venne ucciso dai tedeschi per aver confessato di essere l’autore - seppur fosse innocente - dell’attentato avvenuto ai danni di due militari germanici. Il tutto per salvare 22 condannati a morte.
Ma non è il solo; si stima che circa 2.700 Carabinieri subirono la deportazione per essersi rifiutati di soggiacere alle forze naziste.
Negli anni ‘60 probabilmente i Carabinieri vissero la fase più buia della loro storia. Era il 1962, infatti, quando il generale Giovanni De Lorenzo venne nominato comandante generale dell’Arma, lui che nel 1964 ha tentato il golpe Piano Solo con l’obiettivo - fallito - di instaurare un regime militare in Italia.
Dopo questa parentesi l’Arma dei Carabinieri si pone in prima fila nella lotta al terrorismo politico degli anni ‘70-’80; è proprio per far fronte a questa sfida che nacque il nucleo speciale antiterrorismo.
È bene ricordare però che fino agli anni 2000 i Carabinieri erano parte integrante dell’Esercito italiano, dopodiché - con la legge 78/2000 vennero elevati a una “collocazione autonoma” nell’ambito del Ministero della Difesa, con il rango di forza armata, e forza militare di polizia a competenza generale.
Per la prima volta quindi il Corpo dei Carabinieri poté avere un comandante generale proveniente dai propri ranghi e non da quelli dell’Esercito; a tal proposito il primo fu l’ufficiale di corpo d’armata Luciano Gottardo.
È bene precisare, però, che nonostante ciò un ufficiale generale dei Carabinieri non può essere nominato Capo di Stato Maggiore della Difesa, ruolo riservato agli ufficiali di Esercito, Marina e Aeronautica.
Ultima tappa -probabilmente la più contestata - della storia dei Carabinieri è quella risalente al 2016, quando venne disposto l’accorpamento del Corpo Forestale e la conseguente nascita del “Comando unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare” che però non è alle dipendenze del Ministero della Difesa bensì a quelle delle risorse agricole e forestali.

venerdì 12 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 luglio.
Il 12 luglio 1928 Re Vittorio Emanuele III inaugura il monumento alla Vittoria di Bolzano.
Il monumento è un complesso marmoreo celebrativo della vittoria italiana nella prima guerra mondiale sull’Austria-Ungheria, progettato dall’architetto Marcello Piacentini (forse su bozzetto di Benito Mussolini) e costruito tra il 1926 ed il 1928.
Si trova in piazza della Vittoria (Siegesplatz), a pochi passi dal ponte sul torrente Talvera, nel punto di convergenza delle valli che sfociano nella conca di Bolzano, sul luogo ove in epoca austro-ungarica sorgeva il Talferpark (“parco del Talvera”). Il regime fascista lo creò a proprio simbolo, accesso alla Bolzano italiana e razionalista che si andava erigendo a ovest del torrente. Fu costruito demolendo quanto era stato fino ad allora edificato del Monumento ai Kaiserjäger caduti in guerra (Kaiserjägerdenkmal) – ideato e iniziato ad erigere dopo la battaglia di Caporetto – che era rimasto incompiuto dopo la fine del primo conflitto mondiale e si trovava in posizione antistante l’attuale monumento.
Secondo lo storico inglese John Foot il monumento rappresenta bene la visione nazionalista e fascista della guerra e del passato, basata sull’eroismo, sul sacrificio, sulla “bella morte” e sui “caduti per la patria”, in profonda contrapposizione con gli ideali del pacifismo e del socialismo.
Nel 2014 è stato istituito presso il Monumento un percorso espositivo permanente, dal titolo “BZ ’18–’45: un monumento, una città, due dittature”.
Dopo l’annessione all’Italia dell’allora Tirolo meridionale fino al Brennero, e in seguito alla presa di potere da parte di Mussolini nel 1922, il governo italiano iniziò a rimuovere molti dei monumenti celebrativi che il governo asburgico aveva precedentemente eretto nei nuovi territori. A Bolzano, in particolare, vennero rimossi i monumenti che erano stati recentemente innalzati dal borgomastro (nazionalista) Julius Perathoner, per celebrare la germanicità della città.
Per contro, come in tutto il Regno, si cominciarono a costruire monumenti celebrativi della vittoria e/o del fascismo.
La decisione di costruire a Bolzano un monumento commemorativo della vittoria nella Grande guerra venne presa dalla Camera dei deputati il 10 febbraio 1926. Lo stesso giorno, Mussolini, parlando nell’aula della Camera attaccò duramente il ministro degli Esteri tedesco Gustav Stresemann e il presidente bavarese Heinrich Held, i quali avevano apertamente criticato la politica italiana nei confronti della minoranza germanofona.
L’idea originaria di Mussolini era quella di erigere un monumento dedicato a Cesare Battisti. Tale proposito riscontrò grandi consensi nelle organizzazioni fasciste in Italia ed all’estero; le federazioni provinciali indissero una sottoscrizione, alla quale aderirono anche associazioni di italiani all’estero. In breve tempo si raggiunsero i 3 milioni di lire necessari. Il marmo fu offerto dagli industriali lucchesi.
Il 17 marzo si riunì la commissione che doveva approvare il progetto. I componenti furono nominati da Mussolini in persona: fra gli altri ne fecero parte il nazionalista Ettore Tolomei, il segretario di stato Giacomo Suardo e il ministro della pubblica istruzione Pietro Fedele. In primo luogo, si accolse la proposta di Tolomei di far sorgere il monumento nei pressi del ponte sul Talvera, dove poco prima della prima guerra mondiale l’amministrazione austriaca aveva cominciato la costruzione di un monumento ai Kaiserjäger.
Il progetto venne affidato all’architetto Marcello Piacentini, che a giugno lo presentò. Si trattava di un tempio/arco, adornato con alte colonne portanti che il periodo vuole impreziosito da alti fasci littori su consiglio del duce. La scultura sul timpano, la Vittoria sagittaria, è di Arturo Dazzi.
La posa simbolica della prima pietra ebbe luogo il 12 luglio 1926 (nel decimo anniversario del martirio di Cesare Battisti e di Fabio Filzi), alla presenza del re Vittorio Emanuele III, dei marescialli d’Italia Luigi Cadorna, Pietro Badoglio e di alcuni ministri. Durante la cerimonia vennero in realtà poste tre pietre (una dal monte Corno Battisti, una dal monte San Michele, una dal monte Grappa), legate da una calce ottenuta con l’acqua del Piave, versata dal re.
Durante la costruzione, visto anche il significato politico dell’opera, il prefetto subì pressioni affinché questa venisse terminata al più presto. Nel dicembre del 1927 Piacentini comunicò la fine vicina dei lavori. Il ministro Fedele dettò l’iscrizione, in lingua latina che si può leggere ancora oggi. L’epigrafe evoca l’immaginario dialogo tra un legionario romano della “X Legio” di Druso (15 a.C.) e un fante del Piave (1918). La frase fu da alcuni interpretata in modo offensivo, intendendosi una missione civilizzatrice dell’Italia verso gli altoatesini.
Sul retro invece si trovano tre medaglioni raffiguranti la Nuova Italia, l’Aria e il Fuoco, di Pietro Canonica. Il lato sud del monumento recò la consueta scritta con riferimento all'”era fascista”, tolta dopo la liberazione del 1945. Alla fine, la data dell’inaugurazione venne confermata, ma la signora Battisti non vi presenziò. Fu tenuta invece una grande cerimonia in perfetto stile fascista. Vennero precettate 23 bande di paese da tutto l’Alto Adige, si schierarono le truppe di stanza in città e furono imbandierate le finestre. Parteciparono in forma ufficiale rappresentanti dei grandi invalidi, ufficiali della MVSN, dei forestali e delle guardie confinarie.
L’inaugurazione era prevista per il 12 luglio 1928. Considerata la ferma opposizione della moglie di Battisti Ernesta Bittanti e della figlia Livia all’utilizzo a fini propagandistici della figura dell’irredentista trentino da parte del regime, Mussolini (che era stato compagno di partito di Battisti), decise di cambiare l’intestazione e di dedicare il monumento alla Vittoria. All’interno rimasero però il busto di Battisti, insieme a quello di Fabio Filzi e di Damiano Chiesa, opere dello scultore Adolfo Wildt.
Stando alle cronache del giornale locale, La Provincia di Bolzano, dei giorni successivi, il convoglio reale arrivò alle 8.30, annunciato dai colpi di un cannone sulla strada del Colle. Con Vittorio Emanuele III, giunsero il duca d’Aosta, il duca degli Abruzzi, Costanzo Ciano, Italo Balbo, Giovanni Giuriati. Quest’ultimo tenne il lungo discorso di inaugurazione, che fece seguito alla breve cerimonia religiosa di benedizione officiata dall’arcivescovo di Trento (della cui diocesi Bolzano faceva allora parte) Celestino Endrici.
Nel giorno dell’inaugurazione si tenne una manifestazione di protesta a Innsbruck, sul monte Isel, con circa 10.000 partecipanti, fra cui diversi rappresentanti sudtirolesi.
Il nome del monumento e l’iscrizione vennero sentiti dalla popolazione germanofona come provocazione, dato che avevano lingua, arte e cultura propria già prima dell’annessione e un tasso di alfabetizzazione maggiore che nel resto d’Italia, anche se il ministro Fedele addolcì la versione originariamente prevista, ove compariva il termine barbaros al posto del meno offensivo ceteros, poi utilizzato.
Il monumento divenne luogo per le celebrazioni del regime fascista. La celebrazione organizzata il 28 ottobre 1932 per festeggiare il decennale della marcia su Roma, vide la partecipazione non ufficiale del partito nazista NSDAP tedesco con 30 uomini delle SS in uniforme guidati dal nazista ultraradicale Theodor Eicke, tuttavia questa presenza fu contestata soprattutto dal NSDAP austriaco che vedeva nel monumento un simbolo della vittoria sull’Austria e la Germania. Pertanto fu richiesto un provvedimento disciplinare da parte del NSDAP contro Eicke.
Nel corso degli anni si sono registrate proposte da parte di rappresentanti dell’etnia tedesca, fra cui Alexander Langer, per demolire o perlomeno rinominare/ridedicare il monumento. Langer intervenne in merito ben due volte, la prima nel 1968, quando assieme a Josef Schmid e Siegfried Stuffer, a nome del cosiddetto Brücke-Kreis di Bolzano, un’associazione interetnica, protestò in nome del pacifismo contro le solite celebrazioni della vittoria del 4 novembre presso il monumento. Nel 1979 Langer, divenuto nel frattempo consigliere provinciale per la Nuova Sinistra-Neue Linke, in una mozione chiese di fare del Monumento «un segno di monito e di memoria autocritica», riprendendo un’idea già di Livia Battisti, figlia del martire socialista.
Nel 1977 i deputati di Südtiroler Volkspartei, Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano e alcuni indipendenti presentarono un disegno di legge, in cui si chiedeva di eliminare dalla città di Bolzano le costruzioni inneggianti al fascismo. Da allora però non se ne parlò più.
Al giorno d’oggi, rappresentanti dei partiti di destra dell’ex Alleanza Nazionale (confluito nel PDL nel 2008), Unitalia e associazioni commemorano il 4 novembre con una deposizione di una corona davanti al monumento. Il giorno ha un grande potere simbolico, dato che è l’anniversario della fine della Grande guerra e della sconfitta dell’impero austro-ungarico con la conseguente annessione al Regno d’Italia del Trentino Alto-Adige. Nel 2008 invece anche le Forze Armate hanno depositato una corona davanti al monumento, su diretta richiesta del ministro alla difesa Ignazio La Russa.
Nel giugno 1990 è iniziato un primo restauro del monumento da parte del Ministero per i beni e le attività culturali, affidato alla Soprintendenza di Verona, e finanziato dallo Stato con 400 milioni di lire. Nonostante le proteste da parte degli Schützen che erano contrari al restauro del monumento, ma fu altrettanto ferma la difesa dell’operazione da parte del MSI locale.
Nel dicembre 2001, la giunta comunale di Bolzano decise di cambiare il nome alla piazza antistante il monumento, da piazza della Vittoria (Siegesplatz) a piazza della Pace (Friedensplatz). In seguito al referendum popolare, richiesto da molti cittadini di madrelingua italiana che disapprovavano la decisione, nell’ottobre 2002 il nome di piazza della Vittoria è stato ripristinato dopo una consulta democratica che vide vincitori i “Sì” in maniera netta con il 61,94%. Dopo l’esito, caroselli di auto per le vie di Bolzano hanno festeggiato il ritorno dello storico toponimo. La giunta comunale di Bolzano ha reintrodotto la denominazione precedente, ma ha voluto anche apporre sotto la targa toponomastica “Piazza della Vittoria” la scritta “Già della Pace”.
Il 22 febbraio 2005, sono state apposte dai rappresentanti del comune di Bolzano delle targhe commemorative che contestualizzano il significato del monumento. Queste sono state montate a circa 50 m di distanza, dato che l’installazione in prossimità del monumento è stato proibita dal Ministero della Cultura, dopo massicce proteste dei partiti italiani di destra.
Il 9 novembre 2008 ha avuto luogo una manifestazione nazionalista tirolese degli Schützen contro i monumenti di epoca fascista presenti a Bolzano, compreso il monumento alla Vittoria, percepita però come manifestazione antiitaliana dalla maggioranza italofona. La manifestazione è partita da piazza Walther e terminata in piazza Tribunale con un comizio conclusivo da parte di alcuni esponenti del gruppo tirolese. Nella mattinata alcuni esponenti di Alleanza Nazionale hanno voluto manifestare a difesa degli storici monumenti bolzanini, depositando 2000 ceri nel piazzale e nel perimetro antistante il monumento alla Vittoria. Anche Unitalia ha organizzato un picchetto con fiaccole davanti allo stesso, prima, e durante il passaggio degli Schützen.
Il 23 novembre 2009 partono nuovamente lavori di restauro del monumento, a cura del Ministero per i beni e le attività culturali ed eseguiti dalla Soprintendenza di Verona, alla quale il monumento compete. In una mozione del 1º dicembre 2009 il consiglio provinciale di Bolzano, con un voto a maggioranza, ha protestato contro l’iniziativa, considerandola di stampo revisionista e non consona allo spirito europeo. Contestualmente è stato chiesto dall’Assessorato provinciale alla cultura di cogliere l’occasione del restauro per “trasformare il monumento in una testimonianza contro il fascismo”.
Il 21 maggio 2010, l’Archivio storico della città di Bolzano ha rivolto un appello a storicizzare, depotenziare e musealizzare i monumenti dell’era fascista a Bolzano, con al centro il monumento alla Vittoria, creando una memoria condivisa e condivisibile da parte della società civile. Il progetto chiamato «Bolzano città di due dittature» vorrebbe ricordare entrambi i fascismi europei, quello italiano e quello tedesco, il nazionalsocialismo, che hanno così fortemente condizionato il Novecento bolzanino, affrontando una scomoda eredità e al contempo sfruttando al meglio le grosse opportunità di rielaborazione democratica ed europea del bellicismo e dei nazionalismi del passato.
Il 26 gennaio 2011, in occasione di un voto di fiducia parlamentare, il ministro alla cultura Sandro Bondi ha dato il via libera, tramite un impegno scritto, alla Südtiroler Volkspartei di storicizzare i monumenti dell’era fascista, in primis il monumento alla Vittoria, fermando il restauro in atto. L’inaspettata decisione del governo è stata aspramente criticata dalla stampa locale di lingua italiana che lo ha definito “un tradimento ai cittadini”, mentre ha riscontrato i favori dell’opinione pubblica di lingua tedesca.
Per consentire una riflessione più pacata sulla problematica della monumentalistica d’epoca fascista a Bolzano, il 5 febbraio 2011 un nutrito gruppo di storici e storiche di lingua tedesca e italiana e di varia nazionalità, legati in larga parte all’associazione “Geschichte und Region/Storia e regione”, pubblicò un appello nel quale chiese un’efficace storicizzazione dei manufatti, evitandone lo smantellamento o la rimozione, ma facendo sì che venissero messe in chiara evidenza il carattere totalitario e il messaggio di violenza dei monumenti stessi, al fine di impossibilitare ogni forma di revisionismo nostalgico.
Contro la storicizzazione del monumento e “per la difesa degli italiani”, l’associazione d’estrema destra CasaPound, il 5 marzo 2011 organizzò un corteo partito da piazza della Vittoria e terminato nella stessa piazza con un lancio di rose al monumento di Giuseppe Mazzini. I manifestanti, giunti anche da altre città, hanno sfilato con in testa uno striscione in lingua tedesca con la scritta “Gegen eure Arroganz. Für das Zusammenleben” (“Contro la vostra arroganza. A favore della convivenza”).
Nel gennaio 2012 venne approvata la creazione di un percorso espositivo nei locali al di sotto del monumento alla Vittoria destinato a completare ed ampliare i lavori di ristrutturazione e a documentare la storia del monumento e le vicende cittadine dal 1918 al 1945 correlate alle due dittature fascista e nazista che in quel periodo si avvicendarono nella città e in regione, la cui apertura avvenne il 21 luglio 2014, presente il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini.
La Giuria internazionale del European Museum Award of the Year del 2016 decise di assegnare al percorso espositivo BZ ’18–’45 una «special commendation» per avere «la mostra documentaria reintegrato un monumento controverso, che a lungo ha generato battaglie politiche, culturali e di identità regionale; il progetto rappresenta un’iniziativa altamente coraggiosa e professionale per promuovere valori umanitari, di tolleranza e democratici.»
Nel giugno del 2016, il presidente austriaco Heinz Fischer venne in visita ufficiale al percorso espositivo, apprezzandone impostazione e contenuti.

giovedì 11 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 luglio.
L'11 luglio la religione cristiana celebra San Benedetto da Norcia, patrono d'Europa.
Benedetto da Norcia nasce nell'anno 480 nell'omonima città umbra. Grazie al buon livello economico della sua famiglia di origine - la madre è contessa di Norcia - viene inviato a studiare a Roma quando ha solo dodici anni. L'impatto con la vita dissoluta della capitale lo induce ad abbandonare gli studi umanistici per timore di essere coinvolto nella medesima dissolutezza dei suoi compagni. L'abbandono degli studi coincide in realtà con la nascita della sua vocazione religiosa. Così a soli 17 anni si ritira ad Eufide nella valle dell'Aniene insieme alla sua vecchia nutrice Cirilla, appoggiandosi saltuariamente ad una vicina comunità di frati.
La sua idea di vita religiosa diventa però sempre più vicina all'eremitismo e alla meditazione solitaria. Lascia quindi la nutrice e si dirige verso Subiaco, dove, grazie al contatto con un monaco di un monastero vicino, scopre una inospitale grotta presso il Monte Teleo. Ed è proprio nella grotta che rimane in eremitaggio per tre anni.
Terminata l'esperienza di eremitaggio, nel 500 si dirige verso un monastero nei pressi di Vicovaro, ma è costretto ad abbandonarlo quasi subito a seguito di un tentativo di avvelenamento perpetrato ai suoi danni dai monaci. Ritorna così a Subiaco, che rimane la sua dimora per circa trent'anni.
Durante questo periodo Benedetto si sottopone ad una serie di prove, fondamentali secondo lui per diventare il portavoce di un nuovo ordine monastico. Tenta dunque di forgiare il suo carattere di religioso resistendo alla tentazione dell'auto-affermazione e dell'orgoglio, alla tentazione della sensualità e a quelle della rabbia e della vendetta. Superato questo difficile percorso, fonda una serie di comunità di monaci, circa tredici, formate ognuna da dodici monaci e da un abate, considerato alla stregua di una guida spirituale.
Nel 529 lascia Subiaco, secondo alcune fonti per contrasti con un ecclesiastico locale, secondo altre per un nuovo tentativo di avvelenamento subito in monastero. Si dirige quindi verso Cassino e fonda il famoso monastero. Proprio nel monastero di Montecassino elabora nel 540 la sua regola, che nasce proprio come forma di regolamentazione della vita monastica. Lui stesso la definisce: "minima, tracciata solo per l'inizio". In realtà, la regola contiene molte utili indicazioni per l'organizzazione della vita dei monasteri. Quando Benedetto la elabora i monaci non hanno una dimora stabile, ma vivono in maniera vagabonda. Nella sua regola, che poi è una sintesi del contenuto dei Vangeli, stabilisce che ciascun frate deve scegliere un unico monastero presso il quale soggiornare fino al momento della morte.
Stabilisce inoltre che la giornata all'interno dei monasteri deve essere scandita da momenti di preghiera, studio e lavoro secondo il motto "ora et labora" (prega e lavora). La preghiera è il momento più importante della vita di un monaco, e, secondo Benedetto, deve essere prima di tutto un atto di ascolto da tradurre in azioni concrete e reali. Egli teorizza, dunque, l'importanza di una salda fusione della contemplazione e dell'azione.
La regola stabilisce poi che ciascuna comunità monastica debba essere diretta da un abate, che non è considerato un superiore, ma una sorta di padre amoroso e di guida spirituale: abate deriva infatti dal termine siriaco "abba", padre. In effetti l'abate svolge all'interno del monastero le veci di Cristo in uno scambio continuo con gli altri confratelli, come Cristo con i suoi dodici discepoli.
A Montecassino, Benedetto da Norcia trascorre gli ultimi anni della sua vita, e qui muore il 21 marzo del 547, dopo sei giorni di forti febbri. Secondo le fonti muore in piedi, sostenuto dai suoi confratelli ai quali infonde le ultime parole di coraggio.
Dopo la sua morte, il corpo e poi le reliquie diventano oggetto di culto. Come spesso accade in epoca medievale, molte diverse città si contendono il possesso delle reliquie. Per Benedetto in particolare lo scontro è tra Montecassino e la cittadina francese di Fleury sur Loire. Secondo il processo tenutosi nel 1881 la vera reliquia, tranne una mandibola e un altro osso del cranio, è quella custodita nella cittadina francese. Al di là delle dispute, il culto del santo persiste a Montecassino dove lui stesso ha vissuto ed operato e dove se ne celebra la festa ogni 11 luglio, giorno a lui dedicato dopo che il pontefice Papa Paolo VI gli ha attribuito il titolo di Santo patrono d'Europa.

mercoledì 10 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 luglio.
Il 10 luglio 1943 le forze alleate sbarcano in Sicilia. Ha inizio l'offensiva per conquistare le terre occupate dall'Asse.
Dopo la vittoria alleata in Africa settentrionale del 1942-43, Roosevelt e Churchill decisero a Casablanca che i tempi per l'invasione del territorio europeo governato dall'Asse fossero ormai maturi. Il ponte per il cuore del vecchio continente era certamente l'Italia, considerata il "ventre molle" d'Europa.
L'invasione della penisola avrebbe determinato in tempi brevi la caduta del fascismo e assicurato il controllo pressoché totale delle operazioni nel Mediterraneo.
L'operazione nota con il codice "Husky" fu preceduta da un'operazione diversiva messa a punto dai servizi segreti britannici (codice "Mincemeat"- carne trita). Sulle coste spagnole fu fatto rinvenire il corpo di un ufficiale dei Royal Marines, in realtà un senzatetto che si era suicidato qualche giorno prima. I tedeschi che recuperarono il cadavere trovarono piani dettagliati riguardo alla imminente invasione alleata di Corsica e Sardegna. Il piano funzionò alla perfezione tanto che fu creduto veritiero dallo stesso Hitler, che arrivò a spostare truppe verso le due isole tirreniche (compresa l'intera brigata aerea della Luftwaffe, la Luftflotte II, del nipote del Barone Rosso Wolfram Von Richtofen) togliendo risorse e difese alla Sicilia.
L'invasione dell'isola dalle spiagge sudorientali fu anticipata nei mesi precedenti da violentissimi e continui bombardamenti sui principali porti (Messina e Palermo), sulle infrastrutture e sugli aeroporti della Sicilia (Castelvetrano, Trapani-Milo, Trapani-Chinisia, Sciacca, Palermo-Boccadifalco e Catania-Gerbini). Palermo fu inoltre la prima città italiana a subire massicci bombardamenti a tappeto, che devastarono gran parte dell'abitato causando migliaia di morti tra la popolazione civile. Stessa sorte subì Messina, la città maggiormente colpita in tutta la durata della guerra in Italia. La caduta di Pantelleria "fortezza del mediterraneo" e orgoglio di Mussolini, rasa al suolo da 6,200 kg di bombe e occupata l'11 giugno 1943, fece da preambolo alla grande operazione anfibia programmata per la prima metà del mese successivo.
Le operazioni di sbarco iniziarono prima dell'alba del 10 luglio 1943 ed impiegarono 150.000 uomini, 3.000 navi e 4,000 velivoli tra caccia e bombardieri pesanti e medi. L'area di sbarco interessava il litorale siciliano da Licata a Siracusa.(oltre 160 km di coste). La 7a Divisione americana del generale Patton si concentrò nelle spiagge tra Gela e Licata, mentre l'8a Armata britannica di Montgomery tra Capo Passero e Capo Murro di Porco, area che comprendeva tutto il golfo di Noto. Alla 1a Divisione Canadese furono assegnate le spiagge tra Pozzallo e Pachino.
Le operazioni di sbarco furono precedute da lancio di truppe aviotrasportate (82nd Airborne americana e la 1st Airborne britannica). I lanci dagli alianti furono disastrosi per il fortissimo vento che si era alzato in quelle ore. Gli Americani finirono per lo più lontani dai punti di atterraggio previsti, mentre agli Inglesi andò anche peggio in quanto molti alianti finirono in mare causando l'annegamento dei paracadutisti.
Anche le operazioni anfibie furono difficoltose a causa dei cavalloni alzati dal vento, in particolar modo lungo le spiagge meridionali. Generalmente la resistenza italiana fu debole, fatta eccezione per alcuni reparti che combatterono efficacemente come la 429a Batteria Costiera a difesa di Gela attaccata dai Ranger americani oppure come nel caso della difesa del ponte di Malati sul fiume Simeto (Catania) dove vecchi riservisti del Gruppo Tattico Carnito sbarrarono la strada ai Marines britannici. La 246a Batteria Costiera impedì temporaneamente la presa del porto di Augusta. Nel settore di Gela il contrattacco italo-tedesco (Brigata Livorno e Panzer Division Hermann Goering) fu respinto dall'artiglieria navale statunitense. La mattina del 10 luglio 1943 gli Americani occupavano il porto di Licata, mentre all'estremo opposto della zona di sbarco gli Anglo-canadesi occupavano il porto di Siracusa. Nelle prime ore dallo sbarco entrò in azione quello che rimaneva della forza aerea dell'Asse (Luftwaffe e Regia Aeronautica) che inflisse danni soprattutto al naviglio anglo-americano ancorato presso le teste di ponte, mentre la Divisione Livorno iniziava a coprire la ritirata strategica verso Catania dei panzer della Divisione Goering.
Augusta cadde in mano britannica tra il 13 e il 14 luglio, mentre i Canadesi occupavano l'aeroporto di Pachino e sull'altro fianco si mossero verso ovest per incontrarsi con gli Americani nella zona di Ragusa, dove la 45a Divisione di Fanteria dell'Us Army aveva occupato l'aeroporto di Comiso prima di fare ingresso nella città iblea.
Tra il 14 e il 16 luglio iniziò la seconda fase dell'invasione della Sicilia, quando il Feldmaresciallo Albert Kesselring ordinò l'accorciamento della linea del fronte attorno alla piana di Catania con i rinforzi delle Divisioni paracadutisti appena giunte sull'isola, al fine di organizzare una strenua difesa dell'area nord-orientale della Sicilia. Il 16 luglio fu ordinato ai velivoli superstiti della Regia Aeronautica di abbandonare l'isola dopo la perdita in combattimento di oltre 150 velivoli. Gli americani proseguirono la marcia verso l'entroterra in direzione del capoluogo Palermo. Nei giorni successivi sarà combattuta la fase più dura della battaglia per la Sicilia contro i tedeschi asserragliati attorno all'Etna. Il 27 luglio i comandi tedeschi decisero per una prossima ritirata verso la Calabria. Due giorni prima il fascismo era caduto proprio come la Sicilia nelle mani degli Alleati.
Gli Americani avevano perduto oltre 8.700 uomini (2,300 i morti, il resto feriti). Peggio andò agli Inglesi e ai Canadesi che ebbero ad affrontare le bocche delle divisioni corazzate tedesche: Quasi 12.000 vittime, di cui oltre 7.000 i feriti e oltre 2,000 i prigionieri). Gli Italiani ebbero oltre 4,500 morti e ben 116.000 prigionieri, oltre a più di 30.000 feriti. I tedeschi 4,300 morti e 13,500 feriti.

martedì 9 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 1540 Enrico VIII annulla il matrimonio con la quarta moglie, Anna di Cleves.
Su Enrico VIII gli storici e gli scrittori hanno versato fiumi d’inchiostro. Colto e raffinato esponente della dinastia Tudor, ma anche sovrano dispotico e sanguinario con il procedere degli anni, Enrico VIII è ricordato per un evento che cambiò il corso della storia in Inghilterra e nel mondo: lo scisma religioso che sancì il distacco dalla chiesa cattolica di Roma. Enrico viene certamente ricordato anche per la sua turbolenta vita privata, segnata da sei matrimoni e da una lista senza fine di amanti e di figli illegittimi, tempestosa con le donne quasi quanto quella di un suo famoso contemporaneo, Ivan il Terribile.
La lunga serie di matrimoni, celebratisi tra il 1509 ed il 1543, costò la vita a ben tre consorti su sei, e si snodò attraverso il divorzio da Caterina d’Aragona, la decapitazione di Anna Bolena, la morte per complicanze da parto di Jane Seymour, il ripudio di Anna di Clèves e la decapitazione di Katherine Howard. Solo l’ultima moglie accompagnò, da sposata, la salma di Enrico, anche perché il re era stanco e malato e Katherine Parr fu per lui più un’infermiera che una coniuge.
Tra i tanti matrimoni di Enrico VIII finiti tragicamente, uno si distinse per la particolarità dei rapporti che legarono il sovrano inglese alla consorte, il quarto matrimonio, quello con Anna di Cleves. Curiosamente, una delle ragioni del fallimento dell’unione del sovrano fu dovuta al pittore di corte Hans Holbein il Giovane, il celebre artista tedesco riparato a Londra per sottrarsi alla Riforma Luterana, che divenne ritrattista ufficiale della corte inglese nel 1536.
Spedito in avanscoperta in vista del matrimonio del suo sovrano, Holbein fu incaricato di dipingere il ritratto della duchessa di Clèves, secondogenita di Giovanni III, duca di Jülich-Kleve-Berg, e della principessa Maria di Jülich-Berg, signori di un ducato attualmente situato tra la Germania ed i Paesi Bassi. Nel ritratto la giovane, riccamente vestita secondo l’uso della sua terra di origine, appare nel fiore degli anni e la sua bellezza è appena offuscata dal velo di malinconia presente nello sguardo. Le mani, affusolate ed eleganti, quasi abbandonate sul grembo, risaltano contro il carminio e l’oro dell’abito. Ciò che Enrico non poteva sapere tuttavia, è che il pittore di cui aveva tanta stima aveva fortemente idealizzato la sua modella. L’effetto finale del ritratto fu tuttavia così convincente, che il sovrano, rapito ed entusiasta, acconsentì immediatamente alle nozze.
Certo, alla base della scelta c’era soprattutto la ragion di stato: Anna, sorella del duca di Clèves, feudatario imperiale, doveva infatti suggellare l’alleanza della Germania con l’Inghilterra, isolata dopo la Riforma e canzonata anche da strane armature, ma è innegabile anche che Enrico desiderasse al contempo una consorte avvenente e che ravvisasse questa caratteristica nella giovane.
Nonostante avesse ormai 49 anni, quasi il doppio dell’età della futura sposa, e fosse ormai in sovrappeso e lontano dall’aspetto da rubacuori della gioventù, le pretese del re in fatto di donne restavano ancora alte e, essendo vanitoso, interpretò come un affronto personale il fatto che Anna non lo riconobbe quando, sotto mentite spoglie, si recò a Rochester ad accoglierla.
Il primo incontro tra i due si rivelò del resto, secondo tutte le fonti dell’epoca, un vero e proprio disastro: la giovane sapeva leggere e scrivere in Dutch, il dialetto germanico dei Paesi Bassi, sapeva cucire, ricamare e giocare a carte, ma i suoi talenti non andavano oltre. Non conosceva né il latino, né l’inglese, né il francese, non sapeva suonare o cantare e la sua prima conversazione con il raffinato sovrano d’oltremanica consistette in poche, stentate parole con forte accento straniero.
Ma fu soprattutto l’aspetto fisico a lasciare a bocca aperta per il disappunto il monarca inglese: completamente diversa dalle leggiadre sembianze del ritratto di Holbein, la giovane che Enrico VIII incontrò a Rochester si rivelò alta e sgraziata, con il volto deturpato dal vaiolo. Ritiratosi in fretta e furia nelle sue stanze, Enrico dichiarò pubblicamente che l’aspetto della “cavallona fiamminga” lo disgustava e chiese ai suoi consiglieri di essere immediatamente liberato dalla promessa di matrimonio. Ebbe ad affermare:
Se non fosse già arrivata fin qua in Inghilterra, se non fosse per il rischio di spingere suo fratello tra le braccia del re di Francia o dell’Imperatore, non vorrei saperne di prendere in moglie “quella cavallona fiamminga”
Tutte le possibili scappatoie al matrimonio vennero però esaminate invano dalla diplomazia inglese, che considerò improponibile l’eventualità di rimandare indietro la promessa sposa. Così, il 6 gennaio 1540 un riluttante Enrico VIII, in scandaloso ritardo e con la fronte aggrottata, fu costretto a sposare Anna di Clèves.
Ai cortigiani che, con la brutale disinvoltura dell’epoca, chiesero al loro sovrano se trovasse la moglie più attraente dopo la prima notte di nozze, Enrico replicò tetro che la vicinanza della fiamminga lo aveva privato di qualsiasi desiderio di intimità con lei, aggiungendo imbarazzanti particolari circa i seni cascanti ed il ventre flaccido di Anna, dettagli che, assicurò, non gli consentivano di consumare il matrimonio.
La curiosa coppia seguitò comunque a condividere il letto reale per sei mesi. Nel frattempo il Consiglio del Re, con il pretesto ufficiale che un precedente contratto di fidanzamento tra Anna ed il duca Francesco I di Lorena fosse valido, annullò le nozze contratte in Inghilterra. Holbein e coloro che avevano consigliato al sovrano le nozze con la straniera, inutile dirlo, caddero in disgrazia.
Chi se la cavò meglio di tutti fu l’imperturbabile Anna.
Il re, soddisfatto della sua mansuetudine, le attribuì una rendita di 4000 sterline annue, con diritto di precedenza su ogni altra dama d’Inghilterra, oltre alle proprietà di Richmond Palace e del Castello di Hever, già appartenute alla famiglia di Anna Bolena.
Dopo il divorzio i rapporti tra Enrico VIII ed Anna rimasero sempre cordiali e la ex regina fu ricevuta a corte con ogni riguardo, stabilendo ottimi rapporti con le figlie del sovrano, Maria ed Elisabetta, e con la diciottenne Katherine Howard, sua ex dama di compagnia e nuova regina, incoronata solo venti giorni dopo il divorzio da Anna.
Lo sfortunato ritratto di Anna eseguito da Holbein venne rapidamente alienato da Enrico VIII e finì, nel 1671, acquistato dal Luigi XIV, il Re Sole. Oggi lo si può ammirare al Louvre, nella sezione dei pittori fiamminghi.

lunedì 8 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 luglio.
L'8 luglio 1934 nasce Marty Feldman.
Marty Feldman, grande comico anglosassone, è nato nell'East End di Londra, figlio di un sarto ebreo. Lasciata la scuola a soli quindici anni, segue inizialmente la vocazione di trombettista jazz, che in quel momento sentiva di possedere.
Solo più tardi scopre in realtà di provare una forte attrazione per il palcoscenico e per la recitazione. Prende parte allora ad alcune commedie, dove comincia a farsi strada la sua vena comica arguta e surreale, sulla scia dei suoi maestri ideali, Buster Keaton e i fratelli Marx in testa.
Il suo primo ingaggio nel mondo dello spettacolo avviene grazie ad una commedia comica creata insieme a due amici, gli stessi con cui forma un trio chiamato "Morris, Marty and Mitch", trio comico estremamente influenzato da quello che nello stesso periodo stavano appunto facendo i già ricordati fratelli Marx (Grouche, Harpo, Chico e Zeppo), e che ricalcava, più o meno, lo stesso tipo di comicità stralunata.
Nel '54 incontra Barry Took, un altro umorista di talento. L'uno rimane colpito, in un singolare gioco incrociato, dal pazzo umorismo dell'altro, simpatizzano, e decidono di creare un sodalizio professionale. Cominciano dunque a scrivere soggetti di tutti i generi e in gran quantità per programmi radiofonici di vario tipo fino a che Marty, sul finire degli anni cinquanta, entra a far parte di un vero e proprio team di sceneggiatori assoldati per trovare idee divertenti per i radio show. In particolare, il team si applica, con lodevoli risultati di ascolto, ad uno dei programmi più in voga all'epoca "Educating Archie".
Fortunatamente Marty e Barry, che rischiavano di prendere strade separate a causa dei sopravvenuti impegni del primo, vengono chiamati ad unire i loro sforzi per realizzare altri due programmi radiofonici "We're in Business" e il clamoroso, in termini di ascolto, "The Army Game". Due di quei popolari show danno vita ad altre esperienze, nate più o meno sulla base delle caratterizzazioni create per lo show precedente (quindi utilizzando gli stessi personaggi, modificati o arricchiti con altre trovate). Uno di questi è "Bootsie and Snudge", per il quale Feldman diventa lo sceneggiatore responsabile. Indubbiamente un passaggio di carriera non indifferente. Ma l'aspetto più importante è che questo tipo di produzioni cominciano a sbarcare anche in televisione, raggiungendo una massa più imponente di spettatori, rispetto alla sola radio.
Inoltre, ora non è più uno scribacchino che si deve adattare ad integrare o modificare quello che scrivono altri, ma è l'ideatore diretto di tutti i programmi che gli vengono affidati. Naturalmente, si prende di converso anche la responsabilità delle battute e degli andamenti degli ascolti. Di certo l'artista non delude le aspettative, visto che gli spettacoli da lui ideati diventano tra i più visti della televisione inglese.
Alla metà del 1961, il comico scopre di essere affetto da una grave forma degenerativa di natura ipertiroidea. Gli effetti di questa malattia si ripercuotono soprattutto sull'apparato oculare, che subisce gravi modificazioni. Questo "difetto", e l'immagine dell'attore che di conseguenza ha impresso, è uno dei motivi iconografici per cui oggi è così ricordato, tanto che il suo volto è quasi diventato un'icona. In effetti, è difficile dimenticare quello sguardo, espressamente accentuato dallo stesso Feldman per renderlo il più caricaturale possibile (com'è facilmente osservabile nelle numerose foto che lo ritraggono anche fuori dal set).
Fortunatamente dunque, anche grazie al suo grande spirito reattivo, la carriera non subisce grandi scossoni e anzi per tutti gli anni sessanta intensifica le sue collaborazioni con la BBC nella realizzazione di programmi televisivi, fino a creare show poi diventati fucina di talenti comici. Ricordiamo, fra gli altri, alcuni dei futuri Monty Python come Michael Palin, Terry Jones e John Cleese.
In uno di questo show, inoltre, dette vita ad uno dei suoi più fortunati personaggi, entrati poi anche nel costume del popolo britannico con i suoi tormentoni. In questo periodo avvenne la consacrazione ufficiale di Feldman e di conseguenza si verificò un'ulteriore spinta in avanti della carriera: il simbolo tangibile della stima che la BBC provava per lui fu l'offerta di realizzare proprie commedie sul secondo canale per gli anni a venire, commedie in cui fosse il protagonista assoluto.
Restava però, in questa fulgida ascesa, ancora un territorio da conquistare, e stavolta nel vero senso della parola, ossia l'America. Ancora sconosciuto negli Stati Uniti, Feldman decise di farsi conoscere anche in quel grande continente. Il suo debutto televisivo sugli schermi statunitensi risale alla fine degli anni sessanta, quando appare in alcuni sketch del popolarissimo "Dean Martin Show". La riuscita è buona, l'accoglienza più che lusinghiera. Il ghiaccio sembra rotto e allora eccolo negli anni settanta regolarmente ospite di numerosi show così come di repliche estive. Negli stessi anni progetta e mette in piedi un altro spettacolo basato su di lui che infatti prenderà il nome di "The Marty Feldman Comedy Machine".
In Italia, invece, Feldman non ha avuto moltissime occasioni per essere conosciuto. L'immagine più dirompente che tutti ricordano è infatti legata ad un film di diffusione internazionale e di enorme successo, tanto da diventare un classico ed essere annoverato come uno dei tributi più divertenti al cinema in bianco e nero e alle pellicole ingenuamente horror del passato. Stiamo parlando di "Frankestein junior", indubbiamente uno degli exploit più clamorosi della carriera di Feldman, basata fino a quel momento più che altro sul rapporto diretto con il pubblico, in una sorta di dimensione cabarettistica. Invece, in quel caso, Mel Brooks lo sceglie per il cast del film avendo la brillante idea di assegnargli il personaggio di Igor, l'assistente tanto funereo quanto spassoso del Dr. Frankenstein, incarnato con esiti altrettanto memorabili da un altro istrione della cinematografia umoristica, Gene Wilder.
Dopo il film di Brooks, vennero a seguire altre partecipazioni, fra cui quella alle "The Adventure of Sherlock Holmes' Smarter Brother", e all'altra pellicola di Mel Brooks dal titolo "Silent Movie". Molti di questi film, purtroppo, non sono stati distribuiti in Italia.
Tale, comunque, è il successo dei film e il riscontro personale di Feldman presso il pubblico che il comico prende il coraggio di cimentarsi in prima persona con il lavoro registico. L'esordio è con " Io, Beau Geste e la legione straniera", scherzoso rifacimento di un film del '39 di Wellman, in cui due fratelli, uno bellissimo e l'altro bruttissimo, finiscono nella legione straniera. In seguito, dirige "In God We Trust", dopo il quale torna comunque davanti alla macchina da presa nei più congeniali panni dell'attore.
Durante la lavorazione del picaresco "Yellowbeard in Mexico", il quarantanovenne Feldman viene colto da un grave malore di origine cardiaca, morendo il 2 dicembre del 1982 a Mexico City, nella sua stanza d'albergo. Viene seppellito al cimitero "Forest Lawn" di Los Angeles, vicino alla tomba del suo idolo, Buster Keaton, al quale si era sempre ispirato, malgrado gli esiti diversissimi della sua comicità.
Marty Feldman, fu un personaggio più unico che raro nel panorama della comicità anglosassone, riuscendo a riassumere in sé diverse figure: comico, regista, scrittore e commediante. Il suo stile fu del tutto unico e personale, contrassegnato in modo indelebile dalla sua indimenticabile fisionomia. Impersonificò il vero spirito della commedia, motivo per cui sarà ricordato molto a lungo.

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