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sabato 21 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 settembre.
Il 21 settembre 1860 ha luogo la battaglia di Baliqiao nell'ambito della seconda guerra dell'oppio.
Quando, nel 1839, cominciò la prima guerra dell’oppio tra il vacillante Impero Qing e l’Impero britannico, in pochi si resero conto del vero significato di questa guerra. Il conflitto non scoppiò solamente per il rifiuto dell’Impero cinese di importare questa droga, né per sole ragioni commerciali; esso fu un conflitto tra due mondi differenti: una guerra tra un impero mercantilistico ed espansionista in rapida crescita, ed un impero isolato e recluso nel passato, in costante ed irreversibile declino.
L’Impero britannico, che aveva fatto del commercio d’oltreoceano la sua strategia per la supremazia mondiale, dopo essere riuscito a costringere la Cina ad aprirsi alle importazioni, voleva coinvolgere il Celeste Impero in uno dei giri d’affari più pericolosi (ma redditizi) della storia: il commercio dell’oppio. Al contrario dei britannici, i cinesi erano ancora retti da un Imperatore legittimato dal “mandato celeste”, ed al commercio si erano opposti principalmente per ragioni etiche e tradizionali, ma erano stati costretti a cedere di fronte alla forze britannica. Ma, nei tardi anni ‛30, i cinesi sembravano decisi a cacciare lo straniero e i prodotti velenosi che avevano contaminato i loro mercati. Sul piatto della bilancia, quindi, per Londra si presentava uno dei mercati più grandi dell’Asia, mentre per la Cina, che si stava accorgendo sempre di più degli effetti nefasti dell’oppio, l’opposizione al commercio assumeva sempre più i connotati di una lotta contro lo straniero e le sue merci dannose. Come scrisse l’allora giornalista Karl Marx, «mentre i semi-barbari stavano dalla parte del principio di moralità, i civilizzati opponevano il principio del pecunio» (Karl Marx, Storia del commercio dell’oppio, 20 settembre 1858).
Nel 1839, il conflitto scoppiò: l’Imperatore rifiutò di importare l’oppio e lo bandì dal paese, e diede a Lin Zexu l’incarico di “sistemare” le trattative con gli inglese nel porto di Humen. Nel frattempo, cercò però la mediazione, scrivendo addirittura alla Regina Vittoria e spiegandole che le leggi cinesi non potevano tollerare la presenza e la vendita di una tale sostanza nell’Impero. Non riuscendo però a smuovere la situazione per vie diplomatiche, Lin Zexu, governatore del Guangzhou, bruciò pubblicamente 1,15 milioni di chili di oppio confiscato a mercanti britannici ed americani che erano invischiati nel traffico illegale. Preso questo evento come casus belli, tra la fine del 1839 e l’inizio del 1840, l’Impero britannico iniziò una guerra d’aggressione contro la Cina, col pretesto di proteggere i propri diritti commerciali. Non fu difficile per il moderno esercito inglese sconfiggere le truppe cinesi; l’Impero sofferse numerose sconfitte lungo la costa e il saccheggio di varie città. La guerra, il cui esito fin dall’inizio pareva scontato, si concluse il 29 agosto 1842 con la firma del Trattato di Nanchino, che avrebbe avuto enormi conseguenze anche nei secoli a venire.
L’Imperatore Qing, non curandosi del fatto che la popolazione civile e reparti dell’esercito erano ancora determinati a lottare, concluse un’affrettata pace che ridusse il paese in uno stato semi-coloniale. Il Trattato impose la cessione del porto di Hong Kong ai britannici (porto che sarebbe ritornato alla Cina solo nel 1997), l’apertura di cinque porti al commercio dell’oppio (Canton, Xiamen, Fuzhou, Ningbo, Shanghai) e imponenti tributi di guerra da versare ai britannici.
Con la firma del Trattato di Nanchino, la Cina entrò nel periodo detto “secolo delle umiliazioni”: il paese, scosso anche dai tumulti interni (sopra tutti la ribellione dei Taiping iniziata nel 1850), subì diverse aggressioni che non riuscì a fronteggiare. A causa della sua arretratezza, non poté evitare di perderle tutte, concedendo sempre più ampie fette del proprio territorio e sempre più grossi privilegi ai commercianti stranieri. Il simbolo estremo di questo periodo di umiliazione nazionale è rappresentato dai “trattati ineguali”: trattati, commerciali o territoriali, letteralmente imposti alla Cina da altri paesi, a volte nemmeno scaturiti da guerre vere e proprie. Il primo di questi trattati fu, nel 1844, quello di Whampoa, che garantiva enormi privilegi alla Francia, e poi il trattato di Wangxia con gli Stati Uniti, altrettanto sbilanciato nei confronti degli statunitensi. Proprio questi due trattati diedero il via alla Seconda Guerra dell’oppio (1856-1860): l’Impero britannico, che voleva ora ulteriori concessioni (quali erano state imposte alla Cina da Francia e USA), chiese ai cinesi di rinegoziare il Trattato di Nanchino. Ora la Cina avrebbe dovuto aprire tutti i porti al commercio degli oppiacei, ridurre ulteriormente tasse e dazi sulle importazioni britanniche. Il casus belli per questa nuova guerra, fu l’arresto, da parte delle autorità cinesi, della nave Arrow, accusata di pirateria e battente bandiera britannica: Londra minacciò il bombardamento di Canton, se l’equipaggio non fosse stato rilasciato, ma, nonostante il rilascio, la città fu attaccata. Ai britannici si unirono i francesi, poi gli USA e la Russia, nella speranza di ottenere le migliori concessioni possibili. I russi si accontentarono del Trattato di Ainu (1858), che imponeva alla Cina la cessione di gran parte della Manciuria, ma la guerra con le altre tre potenze terminò solo nel 1860, con la conquista e il saccheggio di Pechino da parte degli anglo-francesi. L’Impero dei Qing era ora costretto a cedere Kowloon, una penisola a sud di Hong Kong, ai britannici, oltre a nuove garanzie commerciali, firmando l’ineguale Convenzione di Tianjin.
Ma il “secolo delle umiliazioni” non era destinato a chiudersi con il trattato ineguale del 1860: il Celeste Impero sarebbe stato costretto a cedere le Isole Daoyu al Giappone, col Trattato ineguale di Shimonoseki (1895), a cedere il Jiazhou alla Germania (1898), a cedere ulteriori parti della Cina alla Russia (Mongolia Interna e Liaodong), e varie altre concessioni ad altre potenze, fino a crollare, nel XX secolo, di fronte al militarismo giapponese.

venerdì 20 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 settembre.
Il 20 settembre 1902 nasce a Palermo Nunzio Filogamo.
Iscritto alla facoltà di giurisprudenza all'università di Torino dove è cresciuto e ha vissuto per tutta la vita, salvo un breve periodo di studi a Losanna e alla Sorbona di Parigi, fra gli anni 20 e 30 muove i primi passi nell'ambiente artistico, ribadendo la propria vocazione per il teatro dimostrata sin da ragazzo nelle recite scolastiche.
Entrato a far parte della filodrammatica diretta da Elvira Vaccaneo, ricopre piccoli ruoli in commedie come "La nemica" e "Addio giovinezza", messe dignitosamente in scena dalla ex attrice al Carignano e all'Alfieri di Torino, partecipando anche a vari spettacolini di beneficienza organizzati da Virginia Agnelli.
Quindi ricopre ruoli, ancora marginali, nella Compagnia delle Sorelle Grammatica.
Nel 1934, ormai laureato in legge supera un provino all'EIAR, che cercava un attore per "I quattro moschettieri", nuovo programma di Nizza e Morbelli già in fase di allestimento.
Gli viene affidato il ruolo di Aramis che nelle intenzioni degli autori doveva essere un personaggio marginale contrapposto al duro Porthos.
Non rassegnandosi alla particina, caratterizza a tal punto il suo minuscolo eroe da farne il prototipo di un gagà dell'epoca, con tanto di erre moscia, monocolo e presenza costante nei salotti mondani:
un vero esempio insomma di leggerezza e svaporata comicità.
La trasmissione andata in onda per la prima volta alle ore 13,05 di Giovedi 18 Ottobre 1934, riscuote talmente successo che viene spostata alla Domenica alle ore 13,15 e dalle previste sei puntate iniziali va avanti per cinque lunghi anni.
Sull'onda di una popolarità così travolgente, viene richiesto ovunque e si prova anche a cantare intonando, con una vocina aerea e quasi inesistente, ma anche dissacratoria per l'epoca,  ammiccanti canzoncine tipo
Tutto va bene, Madama la Marchesa,
Qualcosa in Perù,
Povero cagnolino Pechinese.
Divenuto il primo vero divo della radio, la sua carriera non avrà praticamente più ostacoli sino all'avvento della televisione.
Scritturato nel 1951 in esclusiva dalla RAI tiene a battesimo il primo Festival della canzone italiana di Sanremo, rinnovando i fasti della sua già enorme popolarità.
L'anno seguente indispettito dal pubblico in sala, intento più alla cena che non alle canzoni, conia il suo famoso saluto …
"...Miei cari amici vicini e lontani buonasera ovunque voi siate…" Salutando con tanta enfasi gli "amici lontani" aveva inteso polemizzare, anche se con grande garbo e ironia, proprio con quelli a lui così vicini, ma immensamente assenti e distratti.
L'espressione, oltre che biglietto da visita del personaggio diviene ben presto un luogo comune tanto che circa 50 anni più tardi verrà utilizzata da Renzo Arbore per un programma televisivo in commemorazione dei 60 anni della radio.
Nunzio Filogamo presenterà ancora le edizioni del Festival di Sanremo del 1953, 1954 e 1957 e il Festival di Napoli del 1952 e 1954.
Tuttavia voci sempre più insistenti sulla sua omosessualità (alle quali faceva esplicito riferimento nelle movenze il grande imitatore Alighiero Noschese) misero ben presto in agitazione i vertici della Rai, tanto pii e cattolici da mal tollerare la presenza di un presunto gay alla guida del Festival. Così con l'arrivo della televisione venne messo definitivamente da parte con la frettolosa scusa di una scarsa telegenia.
Sul finire degli anni 60 rallenta la propria attività, partecipando comunque ancora a molti programmi rievocativi della radio e della TV come nel 1974 ad una mitica puntata di Milleluci accanto a Mina e Raffaella Carrà, proprio dedicata agli anni ruggenti della radio.
Scompare ormai quasi centenario all'inizio del secolo dopo aver passato gli ultimi anni della sua vita in una casa di riposo per anziani proprio vicino alla città che più di tutte lo ha amato: Sanremo.

giovedì 19 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 settembre.
Il 19 settembre 1926 viene inaugurato lo stadio di San Siro, in un derby meneghino che vide vincere i nerazzurri sul Milan per 6 a 3.
Il più importante impianto sportivo di Milano è noto a tutti i milanesi come Stadio di San Siro. Questo nome deriva da una antica chiesetta, poi incorporata in una successiva villa padronale, che si trovava non distante all’abitato della frazione di Lampugnano ed ai margini dell’antico comune di Trenno, comune che fu accorpato all’interno del Comune di Milano con decorrenza dal 1 gennaio 1924 nell’ambito dell’ allargamento del comune principale col territorio di una serie di comuni minori limitrofi nell’ambito del progetto mussoliniano della Grande Milano.
Anche se per i milanesi il nome del loro stadio è e resta San Siro, oggi il suo nome ufficiale è Stadio Giuseppe Meazza, per ricordare forse la più grande figura di sportivo milanese purosangue di sempre, che giocò gran parte della sua carriera nell’allora Ambrosiana (il nome imposto dal regime all’Internazionale), ma anche due stagioni nel Milano (nome italianizzato del Milan) ed una nella Juventus, ed il cui nome è legato ai successi mondiali della nazionale di Vittorio Pozzo negli anni ’30 del XX secolo. A questo grande atleta è stato dedicato il 3 marzo 1980 lo stadio in cui egli giocò nei derby di casa rossonera e nelle due stagioni in cui giocò con il Milan.
La costruzione fu realizzata in un tempo oggi incredibilmente rapido per un opera pubblica: solo 13 mesi e mezzo fra la posa della prima pietra (1 agosto 1925) e l’inaugurazione, che ebbe luogo il 19 settembre 1926 con l’incontro fra le due squadre più importanti del calcio meneghino: quel derby amichevole si concluse con un rotondo 6-3 dell’Inter sul Milan. In poco più di un anno, fu eretto un impianto capace di ospitare ben 35.000 spettatori. Dall’origine e fino quasi alla fine degli anni ’40 del XX secolo lo stadio di San Siro fu utilizzato esclusivamente per le partite casalinghe del F.C. Milan (poi, dal 1936 A.S. Milan, dal 1939 A.C. Milano ed infine A.C. Milan dopo la Liberazione). L’Inter (rectius Internazionale, poi Ambrosiana, poi Ambrosiana-Inter ed infine ancora Internazionale) in quel periodo giocava all’Arena Civica di Milano al Parco Sempione, opera dell’architetto neoclassico Luigi Canonica, un complesso monumentale adattato ad impianto sportivo polifunzionale inaugurato il 18 agosto 1807 (dal 2002 l’Arena Civica è stata intitolata a Gianni Brera) in pieno centro di Milano, idoneo ad ospitare incontri di calcio e attività di atletica.
La struttura del primo San Siro era simile a quella tipica degli stadi inglesi, e fu realizzata su progetto dell’ ingegner Alberto Cugini, con quattro tribune indipendenti in cemento armato (di cui una coperta con pensilina in ferro ed eternit) per 35000-40000 spettatori.
Costruzione abbastanza modesta, ma destinata, come ben si sa, a trasformarsi e a crescere continuamente su se stessa, l’impianto era caratterizzato dal profilo spezzato delle tribune a diversa altezza corrispondenti alla tipologia cosiddetta “a segmento”, prima cioè delle parti di raccordo che configuravano l’immagine canonica della cavea racchiusa fra le linee tese ed ininterrotte degli spalti e che ne determinavano la peculiare forma compatta, autonoma e comprensibile ad un’unica occhiata.
Era questo, del resto – scriveva Giuseppe De Finetti – il dato più caratterizzante e ricco di possibilità espressive nell’architettura dello stadio, mentre San Siro rappresentava piuttosto la risposta a programmi semplificati e prudenti, non consapevoli delle potenzialità di attrazione di uno sport in rapidissima ascesa.
E’ d’altronde significativo che, nello stesso impianto, le necessità del calcio si incrociassero con quelle degli adiacenti ippodromi, adibendo gli spazi ricavati sotto gli spalti non solo a spogliatoi, docce, uffici direttivi, sala per gli arbitri e così via, ma anche a scuderie per cavalli, fienili, magazzini di foraggio, in rapporto diretto e quasi a sussidio di quelle attività che per prime avevano segnato il destino sportivo della zona.
Campo da football attento ai bisogni dell’ippica, San Siro venne ufficialmente inaugurato il 19 settembre 1926; nel 1927 ospitò la prima partita internazionale mentre nel 1934 fu teatro della semifinale dei Campionati del Mondo tra Italia ed Austria (col risultato di 1-0), raggiungendo la capienza massima di 40000 persone e confermandosi quindi come lo spazio cittadino di maggior richiamo popolare dello spettacolo sportivo.
Bisogna tuttavia sottolineare come negli stessi anni la casistica dell’architettura dello sport in Italia si fosse decisamente arricchita ed avesse sollecitato un’attenta riflessione progettuale testimoniata dal crescere di articoli a carattere generale e specialistico e dal maggiore spazio che il tema andava acquisendo sui manuali di architettura italiani e stranieri, da realizzazioni decisamente innovative (si pensi solo allo Stadio Berta di Firenze di Pierluigi Nervi). Tutto questo in contemporanea con la progressiva importanza acquisita dalle attività sportive non solo come occasione di spettacolo e di evasione, ma anche di “ortopedia” sociale, di rigenerazione fisica e morale e costruzione del consenso.
Sebbene San Siro, destinato a decine di migliaia di spettatori “non praticanti”, rientrasse meno di altre attrezzature nella mistica sportiva del regime, l’indubbio successo di pubblico, la rinomanza delle squadre ambrosiane e le previsioni urbanistiche per la zona fecero si che nel 1935 esso venisse acquistato dal Comune di Milano entrando a far parte della gamma di impianti sportivi ad interesse civico.
L’afflusso di pubblico al limite della tollerabilità, in occasione della già citata semifinale fra Italia ed Austria, aveva tuttavia segnalato come San Siro abbisognasse di lavori per aumentarne la capienza. Al 10 settembre 1937 risale la delibera comunale per l’approvazione dell’ampliamento progettato dall’ingegner Giuseppe Bertera e dall’architetto Perlasca dell’Ufficio Tecnico Comunale; essi prevedevano sostanzialmente la sopraelevazione delle tribune di testa fino al livello delle tribune principali e la costruzione di quattro nuove tribune curve di raccordo fino a raggiungere la capienza di 60000-65000 persone.
Risistemato il parterre, costruiti ex novo i servizi per gli atleti, aumentati e razionalizzati gli accessi, il cantiere del nuovo stadio iniziava nel 1938 in periodo autarchico, tra le difficoltà dell’approvvigionamento di materiali, ma riusciva a concludersi l’anno seguente per l’appuntamento con la partita inaugurale con l’Inghilterra, terminata con un’onorevole pareggio: 2-2.
Fin dall’origine, San Siro fu uno stadio concepito e realizzato esclusivamente per il gioco del calcio: infatti è del tutto privo di altri spazi aggiuntivi o ausiliari – tipo pista di atletica o zone destinate ai lanci – predisposti per ospitare altri sport olimpici, e non è possibile utilizzarlo per altri sport di squadra all’aperto tipo il rugby o il baseball. Il pubblico può arrivare praticamente a ridosso del campo di gioco – originariamente non era nemmeno prevista una solida struttura che suddividesse fisicamente gli spettatori dal terreno di gara ma un semplice cordone divisorio facilmente valicabile – e questa carenza di spazio fra le tribune ed il campo renderà sempre impossibile ogni ipotesi di ristrutturazione rivolta ad un utilizzo polisportivo.
Ciò fu un tema forte in ogni successiva discussione riguardante le ristrutturazioni e l’ampliamento dell’impianto, in quanto si porrà sempre forte l’alternativa fra ristrutturazione in ampliamento oppure costruzione ex novo di uno stadio dotato di strutture idonee agli sport atletici. Inoltre, pur avendo al suo interno strutture all’avanguardia per il confort, l’assistenza sanitaria e la preparazione dei calciatori, lo stadio fu concepito come privo di una palestra interna idonea ad ospitare eventi sportivi, azzerando ogni possibilità di utilizzo polisportivo del complesso.
Finita la guerra, e con la ripresa dell’attività sportiva, si assistette ad un’esplosione dell’interesse per il calcio. In particolare, grazie all’attività di Umberto Trabattoni il Milan, dopo decenni di mediocrità, ritornò ad essere una squadra di vertice. Giovandosi dell’opera dirigenziale di Trabattoni e del suo staff, che si appoggiava per la parte relativa alla conduzione tecnica sul genero del presidente Antonio Busini, il Milan tornò nel 1951 a vincere il Campionato Italiano, alloro che gli sfuggiva dal lontano 1907.
Con il ridestarsi dell’interesse del calcio cittadino, che si giovava sulla presenza di due squadre ai vertici nazionali e che trovava il suo apice nel derby – la sfida stracittadina per eccellenza fra Inter e Milan – ormai tornato sia per l’andata che per il ritorno a San Siro, tornò a proporsi il problema della ridotta capienza dello stadio.
Il problema cominciò ad essere dibattuto dalle Amministrazioni Comunali a partire dal 1948, e la discussione si trascinò fino al 1953, dibattendosi fra le tre ipotesi di ampliamento dello Stadio San Siro, di quello della centralissima e monumentale Arena Civica e quella della costruzione di un nuovo stadio in cui fosse possibile prevedere un’impiantistica idonea alla disputa anche di discipline atletiche in vista di una possibile candidatura olimpica di Milano. L’ipotesi della costruzione di un nuovo stadio, a sua volta, presentava le ulteriori alternative della costruzione di un nuovo stadio a breve distanza dallo stadio esistente e quella di una locazione in zona completamente diversa.
L’ipotesi dell’ampliamento di San Siro fu caldeggiata principalmente dalle amministrazioni in carica, mentre le opposizioni di sinistra propendevano per un impianto totalmente nuovo. Diversa fu la posizione delle società calcistiche del Milan e dell’Inter, che avevano in Consiglio Comunale il citato direttore sportivo del Milan Antonio Busini, che si fece portavoce nel corso del dibattito del loro orientamento favorevole ad una ristrutturazione radicale dell’antica, monumentale ma centralissima Arena Civica.
Alla fine, in ottemperanza del mandato ricevuto dal Consiglio Comunale, la Giunta, con deliberazione del 17 aprile 1953, provvide all’acquisto del progetto Calzolari-Ronca, Società Anonima Fondiaria Imprese Edili, per la cifra complessiva di 750.000.000 di lire pagabili in rate bimestrali dilazionate nel periodo di otto anni ed in relazione allo stato di avanzamento dei lavori. A conseguenza di tutto ciò, nel 1954-1955 un secondo ampliamento operò una trasformazione radicale, con l’innalzamento di un secondo anello di tribune sovrastante le tribune originarie.
Il progetto di ampliamento – studiato appunto dall’architetto Armando Ronca e dall’ingegner Ferruccio Calzolari per conto della Società Anonima Fondiaria Imprese Edili – sfruttava le strutture preesistenti che sostenevano un sistema di gradinate a sbalzo e una serie di rampe di accesso esterno.
In pratica, intorno al corpo dello stadio preesistente fu aggiunta una struttura elicoidale portante esterna al vecchio impianto, su cui vennero costruite a sbalzo le nuove gradinate che andavano così ad essere sovrapposte alle tribune esistenti, che venivano parzialmente coperte dalla balconata della tribuna sovrastante.
La nuova balconata andò a costituire il settore “Popolari”, il cui accesso aveva un prezzo inferiore del sottostante settore “Distinti” e della “Tribuna centrale numerata” che, contrariamente agli altri due settori il cui tagliando dava diritto al solo accesso e non ad uno specifico posto, aveva comodi posti riservati e dava la possibilità agli spettatori disposti a spendere di più di arrivare anche all’ultimo momento senza essere relegati agli ultimi posti disponibili, normalmente quelli con la peggiore visibilità sul campo, corrispondenti alle curve.
Furono inoltre previste una Tribuna d’Onore ed una adeguata Tribuna Stampa.
Così facendo, la parte nuova dello stadio venne a costituire una sorta di scatola-sarcofago che racchiuse la parte più vecchia, che però mantenne per intero la propria autonoma struttura e funzionalità.
Le rampe elicoidali di accesso alle nuove tribune rinnovarono così totalmente l’immagine architettonica dell’impianto, la cui capienza salì di nuovo a 100.000 spettatori; successivi provvedimenti ridussero la capienza massima a 80.000 spettatori circa, ma tale dato comprende anche i posti in piedi: in realtà si può calcolare il numero dei posti a sedere in circa 60.000.
Nel frattempo furono curati maggiormente i collegamenti con i mezzi pubblici, vero collo di bottiglia dell’impianto in quanto servito da una sola linea tranviaria, cui si pose rimedio creando nell’area antistante, insieme ad un grande parcheggio per le auto, un’area per il concentramento e l’attesa delle vetture tranviarie che, al termine della partita, avrebbero consentito un rapido sgombero dei tifosi. Un ulteriore aiuto ai collegamenti con i mezzi pubblici venne poi dalla Metropolitana Milanese, inaugurata il 1 novembre 1964, che con la sua fermata di Piazzale Lotto (che serviva e serve più direttamente anche gli altri impianti sportivi del Lido e del Palalido), consentiva ai tifosi di accedere allo stadio percorrendo a piedi Viale Caprilli che, come d’altra parte tutta la zona, nelle giornate di gara veniva chiuso al traffico veicolare.
Il primo impianto d’illuminazione dello Stadio San Siro è datato 1957, e fu il primo di questo genere in Italia a consentire di giocare partite anche in ore serali e notturne.
Su tale argomento c’è da dire che, mentre l’Internazionale non mostrò un particolare interesse alla possibilità di godere di un impianto di illuminazione, fu il Milan che si assunse l’onere di finanziare la costruzione dell’impianto anticipando la spesa di complessive lire 33.217.550 presso la ditta Buini & Grandi di Bologna installatrice e realizzatrice dell’impianto; tale somma fu progressivamente rimborsata all’AC Milan per il tramite dell’esenzione del pagamento dei diritti dovuti al Comune per le partite notturne fino ad avvenuta compensazione, mentre all’Internazionale per le partite notturne fu richiesto un sovrapprezzo pari al 3% dell’incasso. L’impianto di illuminazione fu inaugurato il 28 agosto 1957 nell’amichevole di lusso tra Milan (Campione d’Italia in carica) e Fiorentina (Campione d’Italia l’anno precedente), finita 4-0 per i padroni di casa. Nel 1967 venne invece montato il primo tabellone elettronico per la segnalazione di tempi e punteggio.
Nel 1986 il primo anello è stato interamente numerato con seggiolini colorati: rossi in tribuna centrale, arancio sul rettilineo opposto, verdi sotto la curva nord, blu sotto quella abitualmente occupata dagli ultrà milanisti (lato sud). In occasione della Coppa del Mondo del 1990, tenutosi in Italia e che comportò una ventata di lavori di ammodernamento degli stadi italiani, il Comune di Milano decise di dare inizio ad un ulteriore profondo rinnovamento dello stadio “Meazza”, dopo aver accantonato l’idea della costruzione di un nuovo impianto per motivi di costi e dei tempi ristretti a disposizione.
Il primo pensiero si rivolse alla progettazione di una soluzione avveniristica e architettonicamente sbalorditiva: la costruzione del terzo anello e della copertura di tutti i posti a sedere. Il progetto firmato dall’Architetto Giancarlo Ragazzi, dall’Architetto Enrico Hoffer e dall’Ingegnere Leo Finzi prevedeva sostegni autonomi, su cui appoggiare il nuovo anello, disposti attorno allo stadio esistente. Vengono così realizzate allo scopo, undici torri cilindriche in cemento armato che danno accesso alle gradinate, quattro di queste fungono da sostegno anche alle travi reticolari di copertura.
Ancora una volta il nuovo stadio venne concepito come una scatola sovrapposta alla struttura precedente. Una sorta di matrioska contenente, l’uno dentro l’altro, i due stadi precedenti, caratteristica pressoché unica nel panorama degli impianti sportivi mondiali e curioso esempio di riuso dell’esistente. Attualmente si vede chiaramente la vecchia struttura portante il secondo anello sottostante alla struttura ad undici pilastri che sorregge il terzo anello. La struttura del primo stadio (quello realizzato nel 1938-39), altrettanto, è tuttora visibile guardando verso l’interno dalla struttura elicoidale di accesso al secondo anello.
Per garantire il massimo del comfort agli spettatori tutti i seggiolini che vengono installati sono ergonomici, numerati e suddivisi cromaticamente in quattro settori. Gli 85.700 posti a sedere che ne risultano sono tutti coperti da lastre in policarbonato che garantiscono un maggior comfort agli spettatori. Venne realizzato un nuovo impianto di illuminazione ed un sistema di riscaldamento del manto erboso per tenere controllata costantemente la temperatura del terreno impedendo la formazione di ghiaccio. Tuttavia la tenuta del manto erboso, minato da un microclima risultato assolutamente non adatto al corretto attecchimento ed alla crescita dell’erba, sarà uno dei punti deboli dell’impianto nella sua ultima versione in quanto il campo sarà soggetto a fenomeni di rapida usura, e quindi risulterà molto spesso sconnesso rendendo necessarie continue rizollature del terreno.
L’8 giugno 1990, lo Stadio Meazza ospitò la partita di apertura dei Campionati del Mondo con Argentina-Camerun. Da allora, la “Scala del calcio” milanese ha ospitato e ospita, ogni domenica, le passioni di migliaia di tifosi. Nell’estate 2008, in seguito ai lavori di riqualificazione dello stadio per l’adeguamento della struttura agli standard Uefa, la capienza dello stadio è passata a 80.065 posti.
Attualmente lo stadio è costituito da 3 anelli. Ogni anello è diviso in 4 zone di diverso colore (colore dei seggiolini): arancione e rosso per i rettilinei, verde e blu per le curve. Unica eccezione è il terzo anello (quello più alto) nel quale manca il rettilineo arancione. La capienza dei 3 anelli è la seguente: 1° anello 28.124 posti, 2° anello 32.412posti, 3° anello 19.529 posti per un totale di 80.065 posti.

mercoledì 18 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Il 18 settembre 1873 ebbe inizio il cosiddetto "Panico del 1873".
Il panico del 1873, noto anche come la Depressione del 1873, è stato un grande evento economico che ha colpito gli Stati Uniti e molti altri paesi in Europa, come la Germania, la Gran Bretagna e anche l’Austria. Questa crisi è durata per circa 6 anni (1873 – 1879). Ci sono diversi fattori che hanno portato a questo evento, primo dei quali la bancarotta dell'azienda "Jay Cooke and Company" .
Prima di andare sulle cause e il suo impatto in dettaglio, vediamo una sintesi in modo da avere un’idea di quello che è accaduto in realtà. Gli Stati Uniti si erano appena ripresi dalla guerra civile e il paese era ormai impegnato nella costruzione di grandi ferrovie. Negli anni tra il 1866 al 1873, erano stati posate circa 35.000 miglia di binari in tutto il continente. La situazione economica in USA era forte e nessuno si aspettava una crisi come questa. Queste  ferrovie furono costruite con denaro preso in prestito da diverse banche e industrie e tutti credevano che avrebbero realmente prosperato, visto che  questo era considerato come il settore non agricolo più importante finanziariamente. Ma i problemi sono sorti quando il mercato azionario di Vienna andò in crisi e una delle principali banche degli Stati Uniti, la Jay Cooke and Company di New York, fallì. I primi paesi ad essere colpiti da questa crisi sono stati l’Austria e gli Stati Uniti. L’attività delle ferrovie negli Stati Uniti, che era in piena espansione, ebbe un arresto, e metà delle attività di trasporto degli Stati Uniti venne colpita. Le persone erano senza lavoro, le aziende hanno iniziato a chiudere, l’istruzione ne soffrì e  il passaggio del governo dalle mani dei repubblicani a quelle dei democratici, sogno di riforma sociale degli afro-americani, divenne un'utopia.
Ci sono diversi fattori che hanno portato a questo disastro. Alcuni di questi fattori sono già stati discussi in precedenza in breve. Vediamo ora ciascuno di loro in dettaglio.
Nel mese di settembre 1873, la Jay Cooke & Company, che era un componente importante dell'establishment bancario in America, si trovò con milioni di dollari in titoli Northern Pacific Railway col valore azzerato a causa del suo fallimento, e questo a sua volta ha portato a una serie di questioni economiche. Il New York Stock Exchange (NYSE, la Borsa di New York) rimase chiusa per quasi 10 giorni. Diverse fabbriche chiusero a loro volta e la disoccupazione divenne un grosso problema. Infine il 18 settembre, la Jay Cooke stessa venne dichiarata fallita.
Un’altra causa è stata la legge sulla coniatura. L’impero tedesco, nel 1871, decise di cessare il conio dei Talleri, monete d’argento. Questo a sua volta ha portato ad una diminuzione della domanda di monete d’argento e a una conseguente pressione sul  valore di questo elemento prezioso. Una grande quantità di argento veniva estratta in USA e un calo della domanda di argento ovviamente influenzò la situazione economica. Da ciò venne introdotta  la legge sulla coniatura e questo atto ha cambiato la politica del paese verso l’argento.
Prima di introdurre questa legge, l’America coniava sia monete d'oro che d'argento, ma l’approvazione della legge ha fatto sì che l’America potesse solo coniare monete d’oro. Di conseguenza, il prezzo dell'argento scese a spirale verso il basso influenzando gli interessi dei minatori occidentali. Essi etichettarono la legge come Il crimine del 73. Venne ridotta l’offerta di moneta, che a sua volta colpì i contadini e tutti coloro che erano in debito, e alcuni investitori iniziarono a fuggire dalle obbligazioni a lungo termine.
Oltre agli Stati Uniti, ci furono altri paesi europei profondamente colpiti dalla crisi. Prima che la società Jay Cooke fallisse, nel mese di giugno 1873, il mercato azionario di Vienna si bloccò e questo portò ad una serie di ricadute nei mercati di Germania, Gran Bretagna e nel resto d’Europa. Negli Stati Uniti, oltre alla Jay Cooke, diverse altre banche e fabbriche cominciarono a chiudere. I salari si ridussero, i lavoratori vennero licenziati dai loro posti di lavoro, molte persone divennero disoccupate, un gran numero di compagnie ferroviarie andarono in bancarotta e si ebbe persino un calo del mercato  immobiliare. I sindacati delle ferrovie americane entrarono in sciopero nel 1877 (il grande sciopero delle Ferrovie) e i treni si fermarono ovunque.
La crisi economica portò la gente a rivoltarsi contro il governo repubblicano, che a quel tempo era guidato dal presidente Ulysses S. Grant. Si rivolsero ai democratici per chiedere aiuto. I neri del Sud furono quelli che hanno sofferto di più. I nordisti, preoccupati della propria condizione economica, ebbero meno a cuore i diritti degli afro americani. Le organizzazioni soppresse come il Ku Klux Klan, ripresero le loro campagne di terrore contro gli  afro-americani. A causa della crisi, i bianchi del Sud stavano già riprendendo il controllo.
La crisi ha prevalso per circa 6 anni, fino al 1879. Poi, con grande difficoltà il popolo d’America e quello europeo vennero fuori da questa depressione.

martedì 17 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 settembre.
Il 17 settembre 1920 viene fondata la National Football League, o NFL.
Il football americano, la versione del rugby a stelle e strisce, nasce nel New Jersey, ufficialmente, il 6 novembre 1869, nella città di New Brunswick, quando ha luogo il primo match ufficiale di football. Le squadre sono due rappresentative universitarie: Rutgers e Princeton, e ad applaudirli, secondo le cronache dell’epoca, ci sono appena cento spettatori, unici testimoni oculari di un evento sportivo che assumerà una rilevanza storica.
Si tratta, in pratica, del primo di una serie di tre incontri tra le due squadre universitarie, che però non fu mai portato a termine. La prima partita venne vinta da Rutgers per 6-4, la seconda venne vinta da Princeton la quale poi, per il rifiuto degli avversari di disputare la cosiddetta “bella”, ossia la terza gara, si aggiudicò anche la vittoria della serie e, dunque, del minitorneo.
Ciò che gli americani ereditarono dalla London Football Association, sfruttandone alcune regole e facendo da sé per molte altre, fu solo un lontano parente del football americano moderno. Vero è che, dopo quelle due partite, questa nuova disciplina sportiva, seppur in modo disorganico, si diffuse ampiamente, sempre esclusivamente nei college statunitensi, soprattutto del circondario di Boston. Le prime vere riunioni tra allenatori, giocatori e dirigenti avvennero intorno al 1873, con il fine di studiare un testo unico che avesse un regolamento dettagliato e preciso.
Con tutta probabilità, sebbene il rugby o, quanto meno, una versione ancora primitiva di questo sport si praticasse già a livello dilettantistico in molti college americani, sin dagli anni ’20 e ’30 dell’Ottocento, va a Princeton il merito di aver posto le basi del futuro football americano. Fu un gruppo di studenti di questa università infatti, a far diffondere di campus in campus un gioco semplice ed efficace, consistente nel fare avanzare la palla oltre gli avversari, tanto con le mani che con i piedi, con tanto di corpo a corpo, in uno scontro di forza basato essenzialmente sul gioco di squadra. Le regole, in breve, erano sostanzialmente queste.
La palla, il primo esemplare moderno, per così dire, realizzato sulla forma di un grosso uovo, compare e si diffonde grazie agli studenti di Harvard e al lancio di quella che diventerà una vera e propria tradizione: ogni primo lunedì di ogni anno accademico, le matricole e i veterani dell’università si scontrano in una partita quasi all’ultimo sangue, tanto che l’evento è diventato una sorta di macabro appuntamento fisso, fino da farsi conoscere anche fuori dai confini accademici con l’irriguardosa espressione del “Lunedì di sangue”. Anche a Boston, questa pratica cominciò a diffondersi, prendendo piede a partire dal 1860.
Finita la Guerra Civile americana, dal 1865 in poi, molti college hanno preso ad organizzare partite interne di football, favorendone la diffusione. Princeton, ancora una volta, ha aperto la strada, fissando le prime, basilari, regole di gioco.
La prima storica partita, come detto tra Princeton e Rutgers, si tenne in un campo di gioco nettamente differente, per dimensioni, da quelli sanciti successivamente dai regolamenti federali, e fissati sulle 100 yards di lunghezza e 53,5 di larghezza. Il match si giocò su un campo lungo 120 yards e largo 75, dunque ben più grande. D’altronde, i giocatori in campo all’inizio erano 50, ben 25 contro 25. Ogni segnatura dava un punto di punteggio e ogni volta che si faceva meta, bisognava invertire il campo. Si vinceva al meglio dei 10 punti (chiamati “game”) e, cosa che dimostra ancor di più quanto fosse rudimentale all’inizio il football, la stessa palla poteva essere colpita con piedi, mani o testa.
I giocatori poi, non conoscevano falli e placcaggi regolari o meno: tutto, nella pratica, era possibile. Si trattava, in un certo senso, di una sorta di sintesi primitiva del rugby e del calcio europei, in una versione tutta americana, privilegiando soprattutto l’aspetto aggressivo, fisico, corporale.
Per quasi dieci anni questa riduzione, per così dire, continuò ad essere praticata, finché gli americani, e i loro college, non scelsero definitivamente di accostarsi al rugby, di fatto facendo fuori il calcio. Anche le regole, da quel momento, divennero più chiare e meglio assimilate a quelle dell’altro antico sport nato in Inghilterra, anch’esso praticato con la cosiddetta palla ovale.
Il 1873 è un altro anno cardine nella storia di questo sport tanto amato dagli americani, il quale verso la fine del XX secolo diventerà il primo sport degli States, quello più seguito e spettacolarizzato tramite i mezzi di informazione, in grado di mobilitare stelle dello spettacolo e di incollare davanti gli schermi televisivi, per una finale, milioni e milioni di persone in tutto il mondo.
Ad ogni modo, accade che quell’anno i rappresentanti di Columbia, Rutgers, Princeton e Yale decidano di incontrarsi a New York City, con il fine di mettere definitivamente nero su bianco una serie di regole ben codificate, oltre che per stabilire un vero e proprio campionato intercollegiale di football. Queste quattro squadre pertanto, hanno finito per istituire un’associazione, la “Intercollegiate Football”, fissando a 15 giocatori, come nel rugby europeo, il numero massimo di elementi ammessi per team durante una partita.
A dare una svolta importantissima, facendo in modo che il football americano si distaccasse definitivamente dal rugby europeo, fu Walter Camp, un allenatore di stanza a Yale, il quale dal 1880 introdusse la regola dello schieramento, detto “scrimmage”, fondamentale per iniziare ogni azione di gioco. Tre anni dopo, il distacco fu completo, con la riduzione del numero di 11 giocatori per ogni squadra.
Intanto, già dall’anno prima, molte squadre di molti stati americani avevano dato vita alle prime società professionistiche di football, data la popolarità che il nuovo sport andava acquisendo tra la gente. In questo stesso periodo, si ebbe anche il primo, vero campione di football: Jim Thorpe, il quale era noto al grande pubblico sportivo anche per essere stato un pluricampione olimpico di atletica e un grande giocatore di baseball.
Sarà proprio lui, il 17 settembre 1920, a fondare la moderna National Football League (N.F.L.), fissando le ultime regole di gioco (come la possibilità di lanciare la palla in avanti, una delle regole maggiormente vietate nel rugby e che segnano la grande differenza tra questi due sport), con il fine di ridurre gli aspetti violenti di questa nuova disciplina sportiva, la quale solo nel 1905 portò alla morte di ben 18 atleti e al ferimento di altri 150, con tanto di denuncia da parte del Congresso del Governo americano, il quale chiamò in causa direttamente il Presidente Roosevelt.
A partire dal 1903 infine, si ebbero i primi veri stadi, con la costruzione dell’impianto di Harvard, ancora oggi tra i più grandi d’America e uno dei primi ad essere eretto per poter ospitare migliaia di tifosi. La capienza di molti altri stadi, sulla scia di Harvard, da quel momento cominciò ad aggirarsi stabilmente sui cento mila posti.

lunedì 16 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 settembre.
Il 16 settembre 1599 viene bruciato sul rogo, a Roma in Campo de' Fiori, Fra Celestino.
Figlio di Lattanzio Arrigoni da Verona, il suo vero nome era Giovanni Antonio. Non conosciamo né la data di nascita né quella del suo ingresso nell'Ordine francescano dei frati minori cappuccini. Sappiamo soltanto che fu chierico professo e suddiacono; cioè non raggiunse che gli ordini minori.
Nel 1587 subì il primo processo per causa di eresia davanti al tribunale dell'Inquisizione romana e abiurò "de vehementi" (il 17 febbraio) le opinioni che aveva professato e di cui era stato accusato: opinioni intorno alle quali non abbiamo però alcuna notizia. Qualche anno dopo, per una "pretensa reincidentia in haereses", fu arrestato e incarcerato, probabilmente a Verona; quindi venne sottoposto a un nuovo procedimento da parte del S. Uffizio di Venezia. Nella prigione di S. Domenico di Castello, dove restò incarcerato a disposizione dell'inquisitore all'incirca dal settembre del 1592 fino al successivo mese di settembre del 1593, incontrò Giordano Bruno ed ebbe modo di conversare con lui in materia di religione.
Dopo che la Congregazione romana del S. Uffizio, visti gli atti definitivi del processo veneziano cui era stato sottoposto, gli decretò il soggiorno obbligato in un convento del suo Ordine posto nel territorio dello Stato della Chiesa, Celestino presentò una particolareggiata denuncia delle opinioni religiose espresse dal Bruno durante la comune detenzione veneziana.
Sembra che sospettasse (o accusasse) il suo compagno di prigionia di una delazione calunniosa e volle perciò mettere per iscritto il proprio resoconto del punto di vista del Bruno sulle dottrine cattoliche. Ma è evidentemente del tutto improbabile che il Bruno abbia denunciato Celestino. Nell'andamento della vicenda si riconosce infatti piuttosto chiaramente l'uso di uno dei principali stratagemmi inquisitoriali al fine di estorcere delle notizie più dettagliate su di un imputato il quale non "collaborava" con i giudici nella ricerca della "verità". Il frate citò anche, come testimoni oculari, tre persone che erano state presenti alle loro conversazioni perché detenute contemporaneamente insieme a lui e al Bruno a Venezia. Su questa nuova base offertagli dal frate l'inquisitore veneziano - che si trovava ormai di fronte a una fase di stallo del processo bruniano, non avendo trovato elementi concreti per farlo proseguire malgrado la espressa necessità "romana" di doverlo continuare - fu costretto a procedere agli interrogatori dei testimoni citati e a verificare la fondatezza delle rivelazioni di frate Celestino, che fece aprire così un'altra fase dell'inchiesta giudiziaria a carico del Bruno. Da notare che il memoriale presentato al S. Uffizio, pur facendo esclusivo riferimento a delle conversazioni in materia di fede tra due interlocutori, non riporta mai l'opinione religiosa o la posizione dottrinale tenuta da Celestino. Non abbiamo quindi alcuna possibilità di ricostruire i termini reali dell'eterodossia del frate cappuccino, che sembra aver steso il documento come se non vi fosse stato coinvolto.
Nell'anno 1599 Celestino risulta essere a San Severino Marche, cioè ancora presente nel territorio ecclesiastico. Di qui inviò, il 6 maggio, una autodenuncia alla Congregazione del S. Ufficio e chiese di poter essere convocato dal tribunale romano.
Si tratta di un'azione clamorosa (di cui però non si riesce a decifrare le determinazioni e a ricostruire i contorni) che acquista un senso solo se letta insieme all'andamento del processo bruniano giunto alla sua fase conclusiva. La difficoltà di orientamento è poi ulteriormente accresciuta dal fatto che il contenuto di questo secondo memoriale ci è rimasto ignoto. Sappiamo soltanto che i cardinali preposti all'Inquisizione risposero, con una lettera datata il 3 di giugno, "quod veniat ad sanctum officium et deponat quae sibi occurrunt".
Nel frattempo l'inquisitore veneziano ricevette un'epistola anonima (scritta il 20 giugno) e ne trasmise una copia a Roma. Clemente VIII in persona, dubitando che sotto l'anonimato si potesse celare lo stesso Celestino, intervenne nella questione che si era aperta ordinando una perizia calligrafica sull'originale (comparatio scripturae) usando gli archivi dell'Ordine cappuccino e quelli dell'Inquisizione per appurare l'esattezza del sospetto.
Tra il 9 e l'11 luglio del 1599 Celestino, che si era recato a Roma su convocazione dell'Inquisizione, subì i primi due interrogatori. Il giorno 15 i costituti vennero letti per extensum ai membri della Congregazione del S. Uffizio romano, ai quali il pontefice ordinò il più rigoroso silenzio intorno a tutta la questione che coinvolgeva il frate. Il 5 agosto Clemente VIII comandò che venisse preparata la sentenza definitiva che venne conclusa il giorno 17 dello stesso mese. Il 19 Celestino presentò - così come prescriveva il formulario inquisitoriale - le proprie difese, che però non servirono a nulla (e non potevano servire a nulla) essendo egli "caduto" nell'eresia ormai due volte. Venne infatti condannato come "relapsus". Ma quello che importa maggiormente è il fatto che la sentenza aggiunge: "Impoenitens et pertinax haereticus". Il che significherebbe che egli non si era "piegato" all'abiura, ma aveva rivendicato come propria l'opinione della quale si era accusato.
La più assoluta mancanza di pubblicità, ordinata dal pontefice, fece perfino infrangere alcune tradizionali regole di comportamento relative al supplizio. Emanata infatti la sentenza ufficiale il 24 di agosto, essa non venne letta davanti a tutto il popolo radunato come di consueto, ma fu pronunciata in gran segreto all'interno della sede del tribunale. Il condannato poi non venne consegnato, infrangendo un'altra norma della tradizione, nelle mani del potere secolare, cioè al governatore della città, e nemmeno venne incarcerato in Tor di Nona. Fu lasciato invece nel palmo dell'Inquisizione, dove alcuni teologi esperti dell'arte di far abiurare (cappuccini, domenicani, gesuiti) compirono numerosi tentativi al fine di ottenere una riduzione in extremis alla fede cattolica.
Infine, portato direttamente "ad locum iustitiae", non essendosi concluso nulla di positivo nel tentativo di conversione del "relapsus", Celestino fu bruciato vivo, nella notte (o "a punto su l'alba") del 16 settembre 1599, "legato a un palo, ignudo", e restò "ostinatissimo" fino alla fine, secondo quanto recitano gli atti dei "confortatori" della Compagnia di S. Giovanni decollato.
L'unica informazione sull'eresia di frate Celestino trapelata all'esterno del tribunale proviene da una lettera dell'ambasciatore mediceo residente a Roma, Francesco Maria Vialardi, che scrisse al granduca di Toscana un breve resoconto dell'avvenimento con un messaggio del 27 settembre. Risulterebbe che questo "huomo scelleratissimo" sosteneva l'dea che Gesù Cristo "non ha redento il genere humano". Si tratta di una tesi radicale che era ampiamente circolata negli ambienti più eterodossi della diaspora ereticale italiana in Svizzera fin dai tempi di Bernardino Ochino ed era confluita - con diverse motivazioni dottrinali e diversi esiti pratici - sia nella teologia sociniana che in quella bruniana. Secondo lo Spini, che ha notato la vicinanza con questa ultima posizione, potrebbe trattarsi di dottrine di "sapore anticristiano" non del tutto dissimili da quelle imputate al Bruno. Dagli altri due "avvisi" diplomatici, che ci sono noti attraverso le ricerche archivistiche dell'Amabile, non si ricavano ulteriori informazioni sulla cristologia di Celestino. I dispacci ritrovati si limitano infatti a segnalare semplicemente che il suo "peccato" era quello di essere - "heretico formale ostinato" oppure a dire, ancor più genericamente, che egli era "perfido heretico". Insistono ambedue solo sul fatto (che non si sa bene come valutare) che Celestino non sarebbe stato veramente un religioso regolare ma un travestito: "Se bene non era religioso da sé si haveva preso il detto abito"; "Fingendosi religioso era perfido heretico". Interessante poi la notizia secondo la quale Celestino "fu abbruggiato così di notte perché l'ambasciatore francese non vuole che avanti al suo palazzo si faccino simili giustitie, non perché non voglia che si castigano gli heretici, come dicono suoi malevoli, ma per non sentir né veder quello horrore".
L'Amabile (1882) propose, con cautela, di identificare frate Celestino con quell'anonimo "fuggitivo hebraizante" che a Padova disputò "de fide" con Tommaso Campanella e venne poi incarcerato a Verona. Il Mercati ritenne di poter dare maggiore fondamento storico a questa ipotesi accogliendola nella sua ricerca. Ma il Firpo ha fatto definitivamente cadere la tesi proposta dall'Amabile e difesa dal Mercati con l'argomento che la disputa padovana del Campanella avvenne quando già frate Celestino era prigioniero dell'Inquisizione veneziana ed era quindi nella più assoluta impossibilità di parteciparvi.

domenica 15 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre 2008 la banca d'affari americana Lehman Brothers fallisce, dando inizio alla grande crisi economica che investì l'intero pianeta.
La mattina di lunedì 15 settembre 2008, il Wall Street Journal titolava a sei colonne in prima pagina: «Crisi a Wall Street, Lehman in bilico Merrill in vendita e AIG in cerca di soldi». Per sua sfortuna, il quotidiano era andato in stampa poco prima che Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari di New York, entrasse ufficialmente sotto tutela fallimentare, il che era avvenuto esattamente all’una e quarantacinque di notte. La mattina, quando gli operatori di borsa si resero conto con orrore che il Wall Streett Journal, e quasi tutti gli altri quotidiani finanziari, avevano mancato la notizia del decennio, il Dow Jones (il principale indice della borsa di New York) perse più di 504 punti, il crollo più alto dal 17 settembre 2001, il primo giorno di scambi dopo l’attentato alle Torri gemelle. Anche se il fallimento di Lehman Brothers non fu la causa principale della crisi, quel giorno fu il momento in cui divenne chiaro che, molto presto, la crisi avrebbe raggiunto proporzioni globali.
Lehman Brothers era stata fondata nel 1850 da Henry Lehman, un emigrato tedesco di origine ebraica, e i suoi discendenti mantennero il controllo della banca fino al 1969. Dopo più di un secolo di storia gloriosa, dal 1984 al 1994, la banca fu sotto il controllo di American Express. Quando riacquistò l’indipendenza, sotto la guida di Richard Fuld (l’amministratore delegato che l’avrebbe portata al fallimento) Lehman divenne in breve una delle più importanti e spregiudicate banche d’affari del paese. Per la precisione, divenne la quarta in ordine di grandezza: davanti a Bear Stearns e dietro, nell’ordine, a Goldman Sachs, Morgan Stanley e Merrill Lynch. A differenza delle banche commerciali, che raccolgono il risparmio dei privati e concedono prestiti, Lehman, come le altre banche d’affari, faceva soprattutto consulenza ad altre società, le aiutava nel collocamento di azioni o di obbligazioni in borsa e investiva il proprio denaro e il denaro altrui.
Nonostante avesse alle spalle una storia secolare, nell’ambiente di Wall Street Lehman aveva l’immagine di una banca giovane e spregiudicata e gli operatori di banche come JP Morgan, più antiche e prestigiose, guardavano a Lehman con la sufficienza riservata ai parvenu senza stile. Richard Fuld, per esempio, era soprannominato “il Gorilla”, mentre la sala operativa della banca era un caos di pile di carte, posaceneri pieni e nuvole di fumo. I trader e gli altri impiegati di Lehman facevano spesso una bandiera della loro trasandatezza e volgarità, in contrasto con le pose aristocratiche degli altri lavoratori nel settore. Oggi sappiamo che la crisi che portò al fallimento di Lehman fu causata da tre fattori legati insieme: le politiche monetarie della FED (la banca centrale americana), la deregolamentazione di Wall Street e le scelte di Fuld, per le quali conquistò il soprannome di “peggior amministratore delegato di sempre“.
Per spiegare il primo di questi fattori bisogna fare un piccolo passo indietro. Tutte le banche centrali del mondo hanno la missione fondamentale di mantenere sotto controllo l’inflazione. Questo obiettivo viene perseguito tramite le cosiddette politiche monetarie, la principale delle quali è la regolazione dei tassi di interesse con cui prestano soldi alle altre banche. Più questi tassi sono bassi, più le banche chiedono soldi a prestito e più denaro circola nel sistema. La difficoltà nel lavoro di banchiere centrale consiste nel trovare il tasso giusto per accompagnare la crescita economica, senza però causare troppa inflazione.
La FED, la banca centrale americana, si comportò in maniera piuttosto conservatrice, cioè tenendo i tassi bassi, dagli anni Ottanta fino ai primi anni duemila, quando scoppiò la bolla economica delle “dotcom”. Poco dopo si verificò l’attentato dell’11 settembre a New York. La risposta della FED a questi due eventi fu abbassare moltissimo i tassi di interesse, inondando il mercato di dollari. Quando i tassi di interesse fissati da una banca centrale sono bassi, significa che “gira” molto denaro: è più facile ottenere prestiti e anche i tassi di interessi praticati ai clienti delle banche si abbassano (per questo si dice anche che le banche centrali “abbassano il costo del denaro”). Per tutto il periodo dei bassi tassi di interesse le banche hanno fatto molta fatica ad ottenere guadagni interessanti, visto che erano costrette dal costo basso del denaro a concedere prestiti a pochi soldi. In quel periodo, scommettere in operazioni molto rischiose, ma che consentivano forti guadagni, fu particolarmente attraente per i banchieri.
Il secondo fattore che contribuì al fallimento di Lehman fu la deregolamentazione di Wall Street, avvenuta negli anni 2000 sotto la presidenza di Bush. Questa permise in sostanza alle banche di fare cose molto più rischiose e di indebitarsi molto più di quanto potessero fare prima. I tassi bassi e i magri ritorni economici che causavano le incentivarono ad essere sempre più spericolate. Da qui nasce la bolla dei mutui subprime, che in poche parole si può riassumere così: le banche avevano talmente tanti soldi fermi che non rendevano nulla (o che rendevano poco) che cominciarono a prestare denaro a chiunque, anche a chi non aveva le carte in regola per restituire il prestito.
Molti mutui erogati significava molte case comprate e molte case comprate significava aumento costante del valore delle case per via della legge della domanda e dell’offerta. Quando la FED decise finalmente di alzare di nuovo i tassi l’intero meccanismo si inceppò di colpo. Le rate dei mutui a tasso variabile (cioè legati all’andamento di un tasso di interesse, come per esempio il tasso di interesse praticato dalla FED) aumentarono e molti americani non furono in grado di ripagarli. Le banche e le altre società finanziarie si ripresero le case messe a garanzia dei prestiti e cercarono di venderle per rientrare del loro investimento, ma con migliaia di casa rimesse improvvisamente sul mercato, il loro valore crollò di colpo, lasciando enormi vuoti nei bilanci delle società finanziarie.
Per scelta di Richard Fuld e degli altri dirigenti di Lehman, la banca era stata molto attiva in tutto questo processo. Lehman, come le altre banche d’affari, non erogava mutui. Però acquistava regolarmente i mutui emessi dalle piccole società finanziarie e dalle banche di provincia. Le piccole finanziarie così si liberavano di un credito che pesava sul loro bilancio, ottenevano nuovi liquidi con cui fare nuovi prestiti, mentre Lehman e le altre banche d’affari usavano quei mutui come garanzie per costruire complicati titoli derivati che poi vendevano sul mercato (in fondo quei mutui erano garantiti da qualcosa di tangibile come una casa, un bene in teoria sicuro). Fino al 2007, la divisione titoli immobiliari di Lehman era la branca di Lehman che produceva più utile.
Nel corso del 2008, dopo che la FED ebbe cominciato ad alzare i tassi, la bolla immobiliare scoppiò. Il valore delle case precipitò e così fece il valore dei titoli derivati che erano garantiti dai mutui su quelle stesse abitazioni. Il crollo non riguardò l’intero mercato immobiliare e non tutti coloro che avevano ricevuto un mutuo si trovarono nell’impossibilità di ripagarlo. Il problema fu che era divenuto impossibile distinguere i titoli legati a mutui solidi da quelli legati a mutui divenuti spazzatura, i cosiddetti “titoli tossici”. Le varie banche d’affari aveva impacchettato, spezzettato e impacchettato di nuovo i mutui iniziali in titoli derivati (che non a caso venivano chiamati “salsicce”). Si trattava di titoli estremamente complicati di cui era quasi impossibile capire con facilità quale fosse la base che li garantiva all’origine. Questi titoli comparivano sui libri contabili delle banche con un certo valore, ma nessuno sapeva a che prezzo davvero sarebbero riusciti a venderli se avessero provato a metterli sul mercato. Tra le varie banche si diffuse il sospetto e ad ogni trattativa i banchieri non potevano fare a meno di domandarsi: «Quanta parte del bilancio della mia controparte è composta da questi titoli tossici?». La risposta spesso era impossibile da trovare: questo significa interrompere ogni trattativa con la controparte e iniziare a vivere in una sorta di “stato di quarantena”. Ma le moderne istituzioni finanziarie hanno bisogno di fidarsi l’una dell’altra continuamente, perché tra loro prestiti e scambi sono continui. La sfiducia nella moderna economia finanziaria significa la fine per i più deboli. La prima banca a crollare a causa di questo clima di paranoia fu la più piccola delle cinque grandi banche d’affari di Wall Street: Bear Stearns. Venne acquisita per due dollari ad azione da Morgan Stanley e il governo americano garantì i debiti della banca per facilitare l’acquisizione ed evitare un fallimento che avrebbe ulteriormente peggiorato il clima di sfiducia.
Il panico però non si fermò. Caduta Bear Stearns, l’attenzione si spostò sulla seconda banca nella lista: Lehman Brothers. Tutti sapevano che Lehman aveva i libri contabili pieni di titoli tossici, ma dopo il “salvataggio” di Bear Sterns pensare di salvare anche Lehman era divenuto politicamente impraticabile. Per i Democratici salvarla avrebbe significato salvare gente ricchissima con i soldi dei contribuenti. Per i Repubblicani un altro salvataggio sarebbe stata una seconda e intollerabile intromissione dello stato nei meccanismi dell’economia («Mi sembra di essermi svegliato in Francia», disse un senatore repubblicano quando venne a sapere del salvataggio di Bear Stearns).
Ma senza una garanzia del governo, nessuna banca era disposta a comprarsi Lehman. Bank of America si fece avanti con un’offerta, ma alla fine, dopo qualche giorno di trattative, scelse invece di acquistare Merril Lynch («Allora sono io il coglione!» è la famosa frase pronunciata da Fuld quando lo venne a sapere). L’ultima speranza per Lehman era Barclays, una banca inglese, ma anche questa chiedeva che qualcuno garantisse i debiti di Lehman, come lo stato americano aveva fatto pochi giorni prima per Bear Stearns. Il 13 e il 14 settembre 2008, quando oramai era chiaro che Lehman avrebbe dovuto dichiarare bancarotta la settimana successiva, Hank Paulson, il segretario del tesoro (cioè il ministro dell’economia americano) riunì tutti i principali banchieri del paese. Disse che lui non poteva garantire i debiti di Lehman e che quindi dovevano farlo loro, i banchieri di Wall Street. In altre parole, Paulson stava chiedendo ai banchieri di salvare un loro concorrente. Inizialmente sembrava che nessuno fosse disposto a garantire i debiti di Lehman, ma dopo due giorni in cui i banchieri rimasero chiusi nel palazzo della FED, si arrivò a un accordo: ognuno di loro avrebbe garantito debiti per l’equivalente di un miliardo di euro.
Quando la cosa sembrava fatta, Paulson ricevette una telefonata dal Cancelliere dello scacchiere (il ministro del tesoro britannico). Il Cancelliere gli disse che il Regno Unito non voleva importare “il cancro di Lehman” e Barclays, quindi, non avrebbe ricevuto il permesso del governo britannico per l’acquisizione. Disperato, Paulson provò a chiamare Warren Buffett, il più grande finanziere del paese e secondo uomo più ricco del mondo, ma Buffet risultò irrintracciabile. Per Lehman non c’erano più speranze: l’unica soluzione era farla fallire nella maniera più ordinata possibile, e per fare questo c’era bisogno che dichiarasse la bancarotta prima dell’apertura della borsa di New York.
Il governo però non poteva decretare il fallimento di una banca: doveva deciderlo il consiglio di amministrazione della banca, che era in riunione proprio quella sera. La responsabilità di chiamare Lehman ricadeva sul capo della SEC, il regolatore della borsa americana. Secondo i testimoni, Paulson disse al capo della SEC, che non voleva fare quella telefonata dato che sarebbe stato un gesto molto irrituale: «Voi ragazzi sembrate gangster che non hanno il coraggio di sparare!». Alla fine, il capo della SEC accettò di chiamare.
La telefonata, arrivata durante il consiglio di amministrazione, fu registrata. Il capo della SEC consigliò balbettando che la bancarotta era l’opzione migliore e venne ascoltato in un gelido silenzio. Il consiglio votò sì all’unanimità, compreso Richard Fuld, che, raccontano i testimoni, aveva le lacrime agli occhi. Quella sera, sul tardi, Warren Buffett venne a sapere che Lehman era ormai arrivata al fallimento mentre era a cena con il cofondatore di Google, Sergey Brin, e sua moglie. «Se non avessi avuto paura di arrivare a cena in ritardo, avrei rischiato di comprarmi qualcosa questa sera», disse loro.

sabato 14 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 settembre.
Secondo la tradizione cristiana, Francesco d'Assisi il 4 settembre 1224 riceve le stimmate sul monte della Verna.
San Francesco D'Assisi nasce ad Assisi tra il dicembre 1181 e il settembre 1182. Alcuni indicano come probabile data di nascita il 26 settembre 1182. Il padre, Pietro Bernardone dei Moriconi, è un ricco mercante di stoffe e spezie, mentre la madre, Pica Bourlemont, è di estrazione nobile. La leggenda racconta che Francesco viene concepito durante un viaggio in Terra Santa della coppia, ormai in là con gli anni. Battezzato dalla madre Giovanni, vedrà mutato il suo nome in Francesco al ritorno del padre, assente per un viaggio di affari in Francia.
Studia il latino e il volgare, la musica e la poesia e il padre gli insegna anche il francese e il provenzale con l'intento di avviarlo al commercio. Ancora adolescente si ritrova a lavorare dietro il bancone della bottega del padre. A vent'anni partecipa alla guerra che vede contrapposte le città di Assisi e Perugia. L'esercito in cui combatte Francesco viene sconfitto e lui rimane prigioniero per un anno. La prigionia è lunga e difficile, e torna a casa gravemente ammalato. Una volta ripresosi grazie alle cure materne, parte nuovamente al seguito di Gualtiero da Brienne, diretto a sud. Ma durante il cammino ha la prima apparizione, che lo induce ad abbandonare la vita da soldato e a tornare indietro ad Assisi.
La sua conversione ha inizio nel 1205. Si raccontano vari episodi risalenti a questo periodo: da quello in cui, nel 1206, scambia i propri abiti con quelli di un mendicante romano e comincia a chiedere l'elemosina davanti alla Basilica di San Pietro, al famoso incontro con il lebbroso sulla piana di fronte ad Assisi. Gli amici che non riconoscono più in lui l'allegro compagno di scorribande di un tempo lo abbandonano, e il padre che comincia a capire quanto siano infondate le aspirazioni che nutre nei suoi confronti, entra in aperto contrasto con lui.
Francesco medita nelle campagne intorno ad Assisi ed un giorno, mentre è in preghiera nella Chiesetta di San Damiano, il crocifisso si anima per chiedergli di riparare la chiesa in rovina. Per ottemperare alla richiesta divina, carica un cavallo di stoffe prese nella bottega paterna e le vende. Poi rendendosi conto che il ricavato non è sufficiente, vende persino il cavallo. Dopo questo episodio lo scontro con il padre si fa sempre più duro, fino a quando Pietro decide di diseredarlo. Ma Francesco sulla pubblica piazza di Assisi rinuncia ai beni paterni: è il 12 aprile del 1207.
Da questo momento abbandona Assisi e si dirige a Gubbio, dove, proprio fuori le mura, affronta il terribile lupo che getta il terrore tra gli abitanti della città. Riesce ad ammansire il feroce animale, semplicemente parlandogli. Si attua così quello che viene considerato il suo primo miracolo.
Francesco si cuce da solo una camicia di tela grezza, legata in vita da una cordicella a tre nodi, indossa dei sandali e rimane nei territori di Gubbio fino alla fine del 1207. Porta sempre con sé una sacca piena di strumenti da muratore, con i quali restaura personalmente la chiesetta di San Damiano e la Porziuncola di Santa Maria degli Angeli, che diventa la sua abitazione. E' questo il periodo in cui concepisce i primi abbozzi di quella che poi diventerà la Regola Francescana. La lettura del Vangelo di Matteo, Capitolo X, lo ispira al punto da indurlo a prenderlo alla lettera. Il passo ispiratore dice: "Non vi procurate oro argento o denaro per le vostre tasche, non una borsa da viaggio, né due tuniche, né calzature e neppure un bastone; poiché l'operaio ha diritto al suo sostentamento!".
Il primo discepolo ufficiale di Francesco è Bernardo da Quintavalle, magistrato, seguito poi da Pietro Cattani, canonico e dottore in legge. A questi primi due discepoli si uniscono: Egidio, contadino, Sabatino, Morico, Filippo Longo, prete Silvestro, Giovanni della Cappella, Barbaro e Bernardo Vigilante e Angelo Tancredi. In tutto i seguaci di Francesco sono dodici, proprio come gli apostoli di Gesù. Eleggono a loro convento prima la Porziuncola e poi il Tugurio di Rivotorto.
L'ordine francescano nasce ufficialmente nel luglio del 1210, grazie a papa Innocenzo III. La regola principale dell'ordine francescano è l'assoluta povertà: i frati non possono possedere nulla. Tutto quello che serve loro, compreso il rifugio, deve essere frutto di donazione. A fornire ai francescani un tetto sulla testa ci pensano i benedettini che, in cambio di un cesto di pesci all'anno, concedono loro la Porziuncola in uso perpetuo.
Nel 1213 Francesco d'Assisi parte per recarsi in missione prima in Palestina, poi in Egitto, dove incontra il sultano Melek el-Kamel, ed infine in Marocco. Uno dei suoi viaggi lo porta fino al santuario di San Giacomo di Compostela in Spagna, ma è costretto a ritornare indietro per l'aggravarsi del suo stato di salute.
Nel 1223 si dedica alla riscrittura della regola dell'ordine, impiegandovi tutto l'autunno. Purtroppo frate Leone e frate Bonifazio la perdono, ma Francesco si rimette di buon grado all'opera. Sarà papa Onorio III a riconoscere la regola francescana come Legge per la Santa Chiesa.
Nel dicembre del 1223 Francesco organizza anche la prima natività in una grotta, che è ormai considerata il primo presepio della storia. L'anno successivo compie il miracolo dell'acqua che sgorga da una roccia e riceve le stigmate.
Nonostante la stanchezza e la sofferenza fisica, compone anche il famoso "Cantico dei Cantici", che contribuisce a consacrarlo nell'immaginario collettivo come il frate che predica agli uccelli.
La salute intanto peggiora sempre di più: è addirittura quasi cieco. Francesco d'Assisi muore nella sua chiesetta della Porziuncola il 3 ottobre del 1226 a soli 44 anni.
Il 16 luglio del 1228 viene dichiarato Santo da Papa Gregorio IX.

venerdì 13 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 settembre.
Il 13 settembre 1867 viene inaugurata la Galleria Vittorio Emanuele II a Milano.
Una delle prime tappe di ogni viaggio a Milano è la Galleria Vittorio Emanuele II, considerato il salotto della città, un elegante punto d’incontro a due passi dal Duomo.
La storia di questo luogo comincia nel 1859, nel momento in cui le truppe franco-piemontesi liberarono Milano dal controllo austriaco.
La città conta 196.000 abitanti all’interno della cerchia dei Bastioni e 47.000 al di fuori.
I suoi ritmi di crescita si fanno ogni giorno più frenetici: aumentano i lavori e migliorano gli stili di vita.
Alla vigilia dell’Unità d’Italia, Milano stava risorgendo sia dal punto di vista economico che culturale.
Eppure, Piazza Duomo, uno dei simboli della città, non sembrava pronta a questa rinascita, con il suo impianto irregolare e lo spazio davanti alla cattedrale occupato da costruzioni medievali.
Il 5 dicembre 1859, il re, Vittorio Emanuele II, diede il via a una lotteria i cui ricavi avrebbero dovuto finanziare la modernizzazione della Piazza. I soldi raccolti non furono abbastanza, ma la lotteria attirò l’attenzione di stampa e cittadini: qualcosa, quindi, doveva cambiare.
Fallito il tentativo della lotteria, il municipio di Milano organizzò tre concorsi per raccogliere le idee e premiare la migliore.
Fu il progetto di Giuseppe Mengoni, lodato per concretezza ed eleganza, a spiccare fra gli altri e a vincere il terzo concorso nel 1863. Due anni dopo, il re posò la prima pietra al centro di quello che sarebbe diventato l’ottagono della Galleria: un masso di granito, chiuso da una lastra di marmo di Carrara, con, al suo interno, dei disegni della Galleria, l’atto della cerimonia e alcune monete d’oro.
Circa 1000 erano le persone coinvolte nel progetto, fra muratori, fabbri e vetrai, tutti supervisionati da Mengoni. I lavori durarono relativamente poco e, nel giro di due anni, la Galleria fu completata. Solo l’arco d’ingresso fu finito più avanti, nel dicembre del 1867. Il giorno prima dell’inaugurazione dell'arco, il 30 dicembre,  avevano già cominciato a circolare i primi commenti sulla Galleria: alcuni erano entusiasti, altri diffidenti.
Quel giorno, sulle impalcature, c’era ancora Mengoni, intento a finire gli ultimi ritocchi. Il suo corpo fu trovato ai piedi delle impalcature: c’è chi disse che era stato un malore e chi, invece, che non avesse retto le critiche.
Nella Galleria Vittorio Emanuele II, in breve tempo, cominciò a riecheggiare il ticchettio delle scarpe eleganti. In Galleria si esibivano le proprie pellicce, si girava, anche a rischio di cadere, tre volte sui testicoli del toro (raffigurato sul pavimento a mosaico; secondo una superstizione questo gesto porta fortuna), ci si fermava al Biffi a bere un caffè.
Nonostante il consolidamento, negli anni, di altre strade altrettanto eleganti, la Galleria rimase un punto nevralgico dell’alta borghesia milanese. Forse dovette il suo successo alla sua posizione centrale o forse al fatto che al Savini servivano il miglior risotto allo zafferano della città, applaudito anche da Grace Kelly.
Poco importa. I calici di spumante erano alzati verso i soffitti vetrati e smisero di brindare alla Madonnina solo in due occasioni: dopo i bombardamenti del ’43, durante la ricostruzione, e negli anni di Piombo.
Nel 1968, il ticchettio delle scarpe eleganti cessò definitivamente, sovrastato dal passo veloce e unito degli studenti milanesi. La Galleria di Mengoni si trasformò, da frivolo luogo d’incontro borghese, a luogo di scontro politico: perfetta passerella fra due Piazze, fu attraversata da manifestazioni, comizi, dibattiti.
Oggi si continua a passeggiare, a girare tre volte, cadendo, sui testicoli del toro e a prendere un caffè, allo Zucca, o un aperitivo, al Campari. È rimasta un luogo d’incontro per guide e turisti, e di scontro, fra selfie stick e piccioni.
A maggio 2015 è riuscita a rinnovarsi nuovamente: il 20 ha, infatti, aperto l’attesissima passeggiata sui suoi tetti.
Una nuova passerella di 250 metri, alla quale si accede da Via Pellico. Viene da chiedersi se Mengoni avrebbe apprezzato e se, su questa passerella sopraelevata, avranno la meglio tacchi o striscioni.

giovedì 12 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 settembre.
Il 12 settembre 1942 affonda il Transatlantico Laconia.
L’RMS Laconia era uno splendido transatlantico dalle linee sinuose, rapido a solcare gli oceani e a infrangere le onde. Di proprietà della società Cunard Line, venne varato nel 1921, ma con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, venne requisito dalla Royal Navy, la marina britannica, e trasformato in cargo incrociatore, armato con otto cannoni da 152,4 mm e due obici da 762 mm, e, successivamente ad altre modifiche, quale trasporto truppe e nave per prigionieri di guerra. Iniziò a effettuare le sue traversate dalla Gran Bretagna fino al continente africano, trasportando le truppe inglesi che combattevano in Nord Africa contro l’Afrika Korps di Rommel e, in seguito alle vittorie nel teatro africano, ebbe la delicata missione di trasferire circa 1800 prigionieri italiani nei campi di concentramento alleati negli Stati Uniti.
Salpato nel luglio 1942 dal porto di Suez, sul Laconia vennero imbarcati 463 uomini dell’equipaggio, 268 soldati britannici, ottanta passeggeri (per lo più donne e bambini, membri delle famiglie dei soldati britannici o dei membri dell’equipaggio) e 103 soldati polacchi destinati al servizio di guardia degli oltre 1800 prigionieri italiani. Nella notte del 12 settembre 1942, il Laconia, ormai lontano dalle coste dell’Africa, in pieno Oceano Atlantico, mentre faceva rotta verso gli Stati Uniti, venne avvistato dal periscopio del sommergibile tedesco U156, comandato dal Capitano di Vascello Werner Hartenstein: alle ore 20.10, al largo dell’Isola di Ascensione, il transatlantico venne raggiunto da un siluro del sommergibile, sul lato di dritta; pochi istanti dopo, la nave venne raggiunta da un secondo siluro e, alle 21.11, innalzando la sua prua al cielo stellato della notte atlantica, affondò di poppa.
Durante le fasi dell’affondamento, però, le guardie polacche chiusero tutti i boccaporti delle stive dove erano tenuti prigionieri gli Italiani: molti di loro morirono affogati nel ventre d’acciaio della nave. Alcuni dei sopravvissuti, inoltre, diranno che i Polacchi di guardia, pur di non fare fuggire i prigionieri, fecero uso delle loro armi in dotazione e aprirono il fuoco. Una volta che la nave affondò negli abissi, Werner Hartenstein ordinò di fare rotta sul luogo dell’affondamento, per recuperare gli eventuali naufraghi: la sorpresa dell’equipaggio del sommergibile tedesco fu enorme quando udirono grida di aiuto in italiano tra i rottami affioranti. Recuperati i naufraghi, l’U156 trasmise al comando degli U-Boot la notizia e l’Ammiraglio Karl Doentiz ordinò ad altri due sottomarini tedeschi di raggiungere Hartenstein e recuperare i naufraghi; fu, inoltre, inviato il Sommergibile Cappellini, della Regia Marina italiana, comandato dal Tenente di Vascello Marco Revedin in supporto ai Tedeschi.
Il 16 settembre 1942, l’U156, con le scialuppe dei naufraghi a rimorchio, venne avvistato da un velivolo alleato mentre navigava in superficie: nonostante l’invio di messaggi radio “in chiaro” sulle frequenze inglesi di non attaccare il sommergibile poiché impegnato in una missione di soccorso (tra i naufraghi, vi erano anche soldati e marinai inglesi, donne e bambini), l’aereo sganciò due bombe che, cadendo nelle vicinanze dell’U-boot, solo fortunosamente non causarono danni. Il giorno seguente, avvistati due cargo francesi, i naufraghi furono trasbordati sulle due navi mercantili, così da lasciare liberi i sommergibili tedeschi impegnati, fino ad allora, nella missione di salvataggio; il 18 settembre, infine, le navi francesi, a loro volta, trasferirono i sopravvissuti sul Sommergibile Cappellini, che era ormai sopraggiunto. Alla fine di tutto, si contarono tra le 1600 e le 1700 vittime, per la stragrande maggioranza prigionieri di guerra italiani. Per quanto riguarda il destino dell’eroico comandante Hartenstein, il 12 marzo 1943 venne affondato da un aereo statunitense, mentre si trovava in navigazione nell’Oceano Atlantico.

mercoledì 11 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 settembre.
L'11 settembre 831 Palermo viene conquistata dal mondo islamico.
Palermo non si chiamerebbe cosi se la città non fosse appartenuta al mondo arabo, come lo fu per due secoli.
Il nome, infatti "Panormus" (dal greco, "tutto porto") che la città portava sin da tempi antichi, dagli Arabi non fu inteso e perciò fu storpiato in "Balarmuh".
I Musulmani conquistarono la Sicilia sottraendola al dominio del loro grande rivale dell'epoca: l'impero di Bisanzio. Lontana dalla capitale Costantinopoli, l'isola mediterranea era una provincia sfruttata, come nei tempi romani, dal sistema latifondista e dalla monocoltura del grano.
Nel nono secolo la tendenza autonomista dell'ultimo governatore bizantino della Sicilia provocò e facilitò l'invasione musulmana. Le navi musulmane partirono da Suso (Tunisia) l'odierna Sousse per approdare a Mazara nell'827.
La conquista si protrae per molti anni prima che tutti i centri Siciliani fra cui la città capitale, Siracusa, e la roccaforte logistica nel centro dell'isola, Enna, passino in mano musulmana. La Sicilia viene quindi coinvolta dall'onda espansionistica dell'Islam che ad est ha già raggiunto l'Asia centrale e ad ovest la Spagna; politicamente farà parte di questo mondo fino a quando, nel 1061, vi giungono i cavalieri normanni alla ricerca di terre da conquistare.
I Musulmani, cioè "i fedeli in Dio", non si contraddistinguono per la unicità della razza oppure per una comune storia e cultura e tutto ciò che concorre a formare una nazionalità: sono bensì uniti da un unico concetto religioso - politico, l'Islam per l'appunto.
Sono quindi vari ceppi (Arabi, Berberi, Persiani) uniti dall'Islam che si sovrappongono alla popolazione siciliana già composita (i discendenti delle popolazioni più antiche quali Sicani, Siculi, Morgeti, mescolati con le popolazioni sopraggiunte in seguito quali Fenici, Greci, Elimi, Romani, Bizantini). Questi vivono sotto la dominazione musulmana che vede il susseguirsi di varie dinastie, le quali governano il territorio siciliano con diverse forme giuridiche di assoggettamento che vanno dall'autonomia alla schiavitù.
Alla popolazione pre-musulmana cristianizzata, almeno in larga misura, è concesso di conservare la propria fede, purché non venga manifestata in pubblico e soprattutto non davanti agli occhi dei Musulmani: tale tolleranza è frutto di una tassa che i cristiani devono versare nelle casse musulmane.
Mentre la Sicilia appartiene al mondo islamico, i Musulmani economicamente la risollevano dalla sua stasi tardo antica. Essi introducono un nuovo sistema di agricoltura, sostituendo la monocoltura del grano con la varietà delle coltivazioni da loro importate: riso, agrumi, cotone, canna da zucchero, palma dattilifera, grano duro, sorgo, carrubo, pistacchio, gelso, ortaggi (melanzane, spinaci, meloni), ecc.
Tecniche innovative contribuiscono al successo delle nuove colture. Maestri nello sfruttamento delle risorse idriche, gli Arabi sostengono le coltivazioni con efficientissimi sistemi di irrigazione.
La Sicilia, reinserita nella rete marittima di scambi commerciali, diviene il perno delle attività nel Mediterraneo e assurge ad un ruolo dominante che si protrae per gran parte del Medioevo. Come nell'antichità, l'agricoltura rimane la principale attività dei siciliani, certo con le nuove tecniche meglio supportata ed economicamente resa in maniera più redditizia grazie all'eccellente amministrazione ed a un nuovo tipo di fiscalismo.
Sostituendosi a Siracusa, la capitale siciliana bizantina, Palermo diventa la città principale del dominio musulmano nell'isola. A causa del carattere urbano della civiltà islamica Palermo precorre di vari secoli lo sviluppo urbanistico che in altre città europee avviene più tardi. La città islamica è il centro del potere ed ospita la corte dell'emiro e la casta militare e, oltre gli artigiani e i commercianti, vi svolgono un ruolo importante gli insegnanti, i religiosi, i letterati e i giuristi.
L'antica città, fondata nell' VIII secolo a.C. dai Fenici, era, al tempo della conquista musulmana, chiusa entro un perimetro di mura e torri. Nella parte più elevata della città, ad occidente, in prossimità delle mura i Musulmani costruiscono, probabilmente sul posto di precedenti fortificazioni, un palazzo poi chiamato "dei Normanni". Il palazzo diviene la prima sede governativa e tale rimane fino ai nostri giorni (attualmente è sede del Parlamento Regionale Siciliano). La città si arricchisce di nuove edificazioni e si espande al di là delle mura dell'antico nucleo.
Palermo raggiunge dimensioni davvero cospicue per un centro medievale. Si possono calcolare almeno 100.000 abitanti. Notevole è il numero delle istituzioni e delle infrastrutture: moschee (sia pubbliche che private), bagni (anch'essi pubblici e privati), il porto, l'arsenale, le mura e le porte, le fortificazioni, i mulini, i fondachi e i mercati. Verso il mare i Musulmani costruiscono, in alternativa al palazzo superiore, una seconda fortificazione allorquando, nel X secolo, per la travagliata successione dinastica, il governo fatimide si deve proteggere dalle ostilità della popolazione palermitana e da eventuali attacchi dal mare. La nuova cittadella, un vero centro militare e amministrativo, accoglieva il palazzo dell' emiro, il diwan (centro di amministrazione fiscale), l'arsenale, bagni e moschee.
Il carattere metropolitano che Palermo assume nel medioevo è esplicitato dall'organizzazione evoluta con cui viene gestita l'accresciuta dimensione della città nella quale, per esempio, i nuovi quartieri vengono affidati ai gruppi etnici, corporazioni o gruppi militari che vi abitano. L'amministrazione si occupava, oltre che delle istituzioni pubbliche (cui appartenevano anche gli edifici religiosi e politici), della ripartizione dei mestieri e dei commerci, del rifornimento idrico per i bagni (pubblici e privati), della pulizia delle strade.
L'immagine di Palermo nel periodo islamico splende nelle descrizioni fatte da viaggiatori che, in pellegrinaggio per la Mecca o in viaggio per motivi commerciali, in gran numero passavano per la capitale siciliana.
Oggi a Palermo non è rimasto alcun edificio islamico, un fatto molto sorprendente data l'importanza e la dimensione della città in quell'epoca. Chi abbia distrutto tutti i grandi o piccoli edifici e quando ciò sia avvenuto è difficile da chiarire. Certamente le prime distruzioni risalgono all' XI secolo, allorché i Normanni conquistarono la Sicilia. Ma poiché durante la reggenza normanna i Musulmani non furono repressi, anzi largamente coinvolti negli affari della monarchia cristiana, dall'artigiano all'amministratore di uffici pubblici, è difficile pensare che i Normanni abbiano sistematicamente distrutto ogni traccia della cultura architettonica dei loro concittadini; e lo è ancora di più considerando il fatto che proprio dal periodo normanno ci sono pervenute numerose testimonianze dell'abilita artistica dei Musulmani.
E' in seguito, nel periodo in cui la Sicilia fece parte del regno cattolico della Spagna, regno che fondava il proprio prestigio nella vittoria sui Musulmani della penisola iberica, che è possibile ipotizzare un clima iconoclasta che imponeva la distruzione di tutto ciò che rappresenta l'Islam e la sua gloria, prime fra tutto le moschee. Se, quindi, vogliamo andare alla ricerca della Palermo araba, dobbiamo munirci di spirito di esploratore e raccogliere tante piccole tessere per poi unirle in un quadro complessivo.

martedì 10 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 settembre.
Il 10 settembre la religione romana celebrava la nascita di Esculapio, Dio della Medicina.
Asclepio, che i Romani conobbero col nome di Esculapio, nell’antica Grecia era il dio della medicina. Figlio di Apollo e di Coronide, fu affidato dal padre al centauro Chirone che gli insegnò l’arte medica. Avendo poi osato richiamare in vita i morti, fu fulminato da Zeus.
Gli attributi di Asclepio erano il bastone, il rotolo di libro, il fascio di papaveri, ma soprattutto il serpente; secondo una leggenda un serpente gli avrebbe portato l’erba miracolosa che servì per risuscitare Ippolito, il figlio di Teseo, e dopo la sua morte Asclepio e il serpente furono posti in cielo, raffigurati nelle costellazione di Ofiuco o Serpentario e del Serpente. La moglie di Asclepio era Salute e la sua sacerdotessa era Panacea, “colei che tutto guarisce”.
Asclepio in Grecia, Esculapio a Roma, dio patrono della medicina, non appartiene alla schiera degli dei prettamente olimpici. Non è chiaro se in origine fosse una divinità sotterranea (ossia demoniaca) della Tracia oppure, analogamente a quanto successo con Imhotep in Egitto, un uomo realmente vissuto che per le benemerenze acquisite nel guarire le malattie sia stato in seguito divinizzato.
Secondo Pindaro, Asclepio era stato generato da Apollo nel grembo di Coronide, figlia di Flegia, re dei Tessali, allorché Coronide, prima di aver partorito, s’innamorò di un comune mortale di nome Ischi. Apollo, furioso per il tradimento, fece trafiggere l’infedele da Artemide con una delle sue frecce infallibili. Quando però la salma di Coronide si stava già consumando nelle fiamme del rogo, Apollo le strappò dal grembo il frutto del loro amore, Asclepio.
Secondo Esiodo, invece, la madre sarebbe stata Arsinoe, una delle figlie di Leucippo.
Salvato il figlio, Apollo lo affida al centauro Chirone, che lo alleverà e lo istruirà nella medicina.
Si racconta che, a ricordo della sua nascita fra le fiamme, un alone di luce avrebbe circondato il corpo del ragazzo, suscitando lo sgomento dei rozzi pastori vaganti sul monte Pelio, regno di Chirone.
Fattosi adulto, Asclepio, a differenza di tanti altri eroi educati da Chirone, non sceglie il mestiere delle armi, ma mette a profitto le lezioni di Chirone per alleviare le sofferenze del genere umano.
La leggenda narra che Asclepio avrebbe guarito dalla pazzia le Pretidi, dalla cecità i Fineidi, dalle ferite Ercole.
Ma poi cresce la sua ambizione: vuole sconfiggere la morte che sovrasta la vita. Si mette a risuscitare i morti: Orione, Capaneo, Ippolito, Tindareo ed altri. Con ciò, però, sorpassa la misura imposta da Zeus ai mortali, crea uno squilibrio, e Zeus lo fulmina.
La fine del figlio suscitò però la collera di Apollo: in un impeto di rabbia uccise i Ciclopi, che avevano forgiato le folgori di Zeus, e poi abbandonò per molto tempo l’Olimpo.
Il primo luogo di culto di Asclepio era una grotta presso Tricca, dove sotto il simbolo del suo attributo principale, il serpente, dava oracoli.
Poi il culto si estese ad Epidauro, che ne doveva diventare il centro principale, a Coo, ad Atene e a tutto il mondo ellenico. A lui furono dedicate le feste Asclepiee o Asclepiadee; a lui fece risalire la propria origine la gente degli Asclepiadi, che esercitarono tutti l’arte medica, fra i quali lo stesso Ippocrate, il più famoso medico dell’antichità.
I santuari dedicati ad Asclepio, i cosiddetti Asclepiei, erano costituiti da una fonte o un pozzo, circondati da un bosco sacro, e dalla clinica, chiamata adyton. Sappiamo poco sulla prassi medica seguita in quei luoghi, anche a causa dei misteri che la circondavano. I malati passavano una notte nell’adyton; dopo un sogno, ottenuto probabilmente con mezzi artificiali, seguiva la guarigione. Essa però sicuramente non era effetto della potenza taumaturgica del luogo sacro o soltanto frutto della suggestione, ma anche di interventi chirurgici e di medicine propinate. Dalla moglie Lampezia – secondo altri, da Epiona – Asclepio avrebbe avuto quattro figlie (Igea, cui furono dedicati altari, quale personificazione della salute; Panacea, che guariva tutte le malattie; Iaso, la quale, invece, le provocava; Egle, che fu ritenuta madre delle Grazie) e due figli (Macaone, che fu ucciso da Euripilo all’assedio di Troia, e Podalirio che, per la sua singolare perizia medica, fu fatto signore del Chersoneso e ascritto nel novero degli dei).
All’inizio, Asclepio venne raffigurato giovane e imberbe, ma poi si passò a rappresentarlo come un uomo nel pieno vigore, il viso circondato da una folta barba e soffuso di un’espressione di mitezza e bontà. I suoi attributi sono lo scettro, la verga e il rotolo di libro. Gli erano sacri il serpente che lambisce le ferite e, per lo stesso motivo, il cane e le oche. Sacro gli era anche il gallo, simbolo del giorno e della vita che rinascono.
Con una sublime identificazione della morte con la guarigione dal male della vita, Socrate morente, come ci riferisce Platone nel Fedone, pregò gli amici che si sacrificasse un gallo ad Asclepio: “E già la parte inferiore del ventre veniva ormai raffreddandosi, quando si scoperse il volto che già era stato coperto e disse ancora queste parole (le ultime da lui pronunciate): 0 Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio; dateglielo, e cercate di non dimenticarvene”. In Roma il culto di Asclepio-Esculapio fu introdotto ufficialmente dopo la pestilenza del 293 a. C. Allora si consultarono i libri sibillini, i quali diedero come responso che la peste sarebbe scomparsa soltanto se fosse venuto Asclepio da Epidauro. Il Senato mandò dunque una legazione, ma quelli di Epidauro erano incerti sulla decisione da prendere. Nella notte, però, Asclepio apparve al capo della legazione romana, assicurandolo che il giorno dopo sarebbe partito con lui. E difatti, quando i legati si furono raccolti nel tempio del dio, un serpente uscì da un sotterraneo e li seguì fin sulla nave per venire in Italia. Quando, al termine del viaggio, la nave, risalendo il Tevere, giunse all’altezza dell’isola Tiberina, il serpente abbandonò la nave e si rifugiò su quell’isoletta. Interpretando il fenomeno come desiderio di Asclepio che colà dovesse sorgere il suo santuario romano, il Senato romano lo fece costruire nel punto dell’isola Tiberina dove oggi si trova la chiesa di S. Bartolomeo.
Affermatosi il culto di Asclepio anche a Roma (si sa, i medici stranieri sono sempre reputati migliori!!), furono trascurate le quattro divinità indigene che prima presiedevano alla salute: Strenua, Cardea, Febris e Salus; quest’ultima finiva per essere identificata con Igea, figlia di Asclepio.

lunedì 9 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 settembre.
Il 9 settembre 1804 nasce a Bologna Pietro Pietramellara.
Pietro Pietramellara nasce da Lorenzo e Carlotta Teodora Sampieri Scappi, famiglia patrizia di antiche origini transalpine. Il cognome Pietramellara deriva dalla località di Pietramelara, nel Casertano.
Terminati gli studi liceali nel collegio militare di Venezia, Pietramellara si laureò in Giurisprudenza all'Università di Bologna all'età di 23 anni. Tuttavia, le tradizioni famigliari lo avviarono verso la carriera militare e, grazie alla conoscenza della famiglia con casa Savoia, nel 1829 riuscì ad entrare nell'esercito di Carlo Alberto dove in poco tempo venne promosso come tenente. Questa carriera lo introdusse anche in quella politica; nel 1833 aderì al progetto mazziniano e contribuì all'azione di proselitismo della Giovine Italia, guidando i granatieri ad occupare il forte di Genova.
Dopo il fallimento di tale progetto, sfuggì alla pena capitale ma fu condannato nel carcere di Finestrelle e vi rimase per due anni.
Grazie all'intervento della madre, Pietramellara poté scontare la pena nella città natale dove nel 1835, precluso alla carriera militare, s'interessò all'esercizio dell'avvocatura. Nel 1843 Pietramellara, riavvicinatosi alla politica, entrò nel comitato bolognese, che aveva l'obiettivo di far scoppiare l'insurrezione e partecipò al tentativo di far sollevare Imola guidato da Ignazio Ribotti. Fuggito poi in Corsica, apprese di esser stato condannato a morte in contumacia così si stabilì a Châteauroux e successivamente a Parigi, dove prima insegnò italiano e poi lavorò come impiegato nelle ferrovie.
L'elezione di Pio IX (1846), conosciuto come papa liberale, permise a Pietramellara il ritorno in patria l'anno seguente. A Bologna contribuì all'organizzazione della guardia civica cittadina. In quegli anni rincontrò Giovanni Durando, conosciuto durante la sua esperienza nell'esercito sardo, il quale lo incaricò di formare un battaglione di fucilieri, arruolando giovani volontari disoccupati. Pietramellara, disobbedendo al Papa, partecipò con il suo battaglione alla prima Guerra d'Indipendenza e partecipò alla difesa di Vicenza, fino alla caduta della città il 10 giugno 1848. Il 16 agosto il battaglione rientrò a Bologna per poi dirigersi verso Cento, dove venne riorganizzato e rinominato VI battaglione bersaglieri.
Nel 1849, durante la difesa di Repubblica Romana, Pietramellara fu fatto prigioniero dai francesi del generale Oudinot stando a guardia di Civitavecchia, ma fu restituito alla sua patria successivamente al combattimento del 30 aprile, in cambio dei francesi fatti prigionieri sul campo di battaglia romano. Il 3 giugno, Oudinot attaccò Roma ma il suo esercito fu ostacolato dal battaglione di Pietramellara. Due giorni dopo, quest'ultimo venne colpito alla spalla presso Villa Savorelli e morì il 5 luglio quando le truppe francesi vinsero la resistenza e riuscirono ad occupare Roma. Il suo funerale fu interrotto dall'entrata dei francesi nella chiesa di San Vincenzo e Anastasio, e uno di questi tolse dalla salma la coccarda tricolore appuntatavi sul petto.
E' ricordato nella tomba di famiglia collocata nella Sala delle Tombe della Certosa di Bologna.

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