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mercoledì 22 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1939 Germania e Italia firmano il "patto d'acciaio".
Con il termine Patto d’Acciaio si fa riferimento all’alleanza stretta tra Regno d’Italia e Germania nazista il 22 maggio del 1939 a Berlino. Tale accordo, con durata decennale, stabiliva un’alleanza politico-militare tra i due stati.
La politica estera italiana nei primi anni ’30 è caratterizzata dall’incertezza: da un lato vi è la volontà di mantenere il peso determinante acquisito grazie alla vittoria nella Prima guerra mondiale, che ha portato l’Italia a far parte del consesso di potenze che vigila sulla stabilità delle condizioni definite con il trattato di Versailles; dall’altro l’insoddisfazione riguardante alcuni punti del Trattato stesso e la volontà di espandersi spingono l’Italia a cercare nuovi spazi di intervento. Nel 1933 Hitler prende il potere in Germania e fin da subito caratterizza il suo agire con la forte volontà di modificare lo status quo e in generale cambiare gli equilibri generati dal trattato di Versailles, che aveva penalizzato molto la Germania sconfitta.
Mussolini, già favorevolmente attratto dal regime nazista per le affinità ideologiche che questo presenta con la sua linea politica, è interessato alla volontà tedesca di contestare l’assetto europeo post Versailles, in quanto vede in questo atteggiamento uno spazio di manovra per l’Italia stessa. D’altro canto però, Mussolini si preoccupa fin da subito per la possibile espansione nazista verso l’Europa balcanica e danubiana, zona nella quale l’Italia cerca di espandere la propria influenza. Il duce teme soprattutto la volontà hitleriana di unire tutte le popolazioni germaniche sotto il suo dominio e quindi, in primo luogo, di annettere l’Austria (questa operazione diverrà poi nota come Anschluss). Proprio la questione austriaca porta ad un raffreddamento nei rapporti tra le due potenze, in seguito al mancato colpo di stato nazista in Austria il 25 luglio del 1934.
Così, mentre Hitler prosegue nella sua contestazione dell’ordine europeo con l’uscita dalla Società delle Nazioni avvenuta nell’ottobre del 1933, Mussolini, dopo gli eventi riguardanti l’Austria, inizia un processo di riavvicinamento con la Francia. Tale processo sfocia negli accordi firmati a Roma tra Mussolini e il Ministro degli Esteri francese Pierre Laval il 7 gennaio del 1935. Ciò che interessa di tali accordi in questo contesto è l’assenso della Francia alla conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia, che aveva già iniziato le operazioni militari alla fine del 1934.
Il 1935 vede quindi un avvicinamento dell’Italia a Francia e Gran Bretagna, sancito anche dagli accordi di Stresa di aprile: il fronte di Stresa nasce a seguito dell’annuncio, nel marzo ‘35, del riarmo tedesco. In questo frangente possiamo vedere ancora una volta la doppiezza dell’atteggiamento italiano: da un lato condanna il superamento del trattato di Versailles compiuto dalla Germania con l’annuncio del riarmo, dall’altro viola essa stessa gli accordi con la già citata occupazione dell’Etiopia. Secondo la retorica fascista l’occupazione della colonia è però da considerarsi non un punto di rottura ma un giusto compenso per il ruolo di grande potenza mediatrice svolto dall’Italia in Europa.
Frattanto però la conquista italiana dell’Etiopia non si ferma, costringendo la Società delle Nazioni ad affrontare il tema. Gran Bretagna e Francia cercano un compromesso con Mussolini al fine di evitare un acuirsi delle tensioni: offrono quindi all’Italia porzioni sempre maggiori di territorio etiope, raggiungendo il punto massimo con il piano Hoare-Laval, che pone di fatto l’intera Etiopia in mani italiane. L’opinione pubblica inglese e francese però reagisce in modo fortemente contrario a tale risoluzione e i due governi sono spinti a fare marcia indietro e a votare sanzioni economiche contro l’Italia.
Alle sanzioni votate dalla Società delle Nazioni, si uniscono nello stesso periodo l’accordo tra Francia e URSS con fini antifascisti e gli accordi navali della Gran Bretagna con la Germania oltre alla sua esplicita volontà di mantenere un ruolo importante nel Mediterraneo. Tutte queste questioni portano ad una definitiva rottura del cosiddetto fronte di Stresa e all’avvicinamento dell’Italia, ormai politicamente isolata, alla Germania hitleriana.
Il 1936 si caratterizza per l’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista: seppure all’interno del Partito Fascista vi siano alcune perplessità sull’instaurare relazioni più strette con il nazismo, il legame con la Germania appare al momento l’unica possibilità. Per questo motivo, nel gennaio del 1936 Mussolini, in un incontro con l’ambasciatore tedesco Ulrich von Hassel a Roma, si dice a favore della possibilità di un’Austria formalmente indipendente ma satellite della Germania nelle decisioni di politica estera. D’altra parte la Germania riconosce la conquista italiana dell’Etiopia e la nascita dell’Impero. Con l’ammorbidirsi della posizione italiana sull’Anschluss si aprono quindi nuove strade di collaborazione tra i due paesi, favorite anche dalla nomina, nel giugno 1936, di Galeazzo Ciano a Ministro degli Esteri: Ciano è infatti notoriamente a favore di un accordo con la Germania.
Nell’estate del 1936 lo scoppio della guerra civile spagnola contribuisce ulteriormente a rinsaldare il legame tra Italia e Germania: nonostante la firma da parte delle grandi potenze di un patto di non intervento nel confronto che vede contrapporsi il Fronte popolare - al governo - e i ribelli guidati dal generale Francisco Franco, Mussolini e Hitler danno un grande aiuto al secondo, fornendogli sia uomini che mezzi.
In un discorso tenuto a Milano il 1 novembre del 1936 il Duce annuncia un nuovo passo in avanti nelle relazioni tra i due stati: la nascita dell’Asse Roma-Berlino. Firmato in ottobre a Berlino dai ministri degli esteri dei due paesi, l’Asse Roma-Berlino consiste in un protocollo segreto di collaborazione tra i due regimi in vari ambiti, dall’appoggio ai generali ribelli in Spagna alla lotta al bolscevismo. Secondo quanto annunciato da Mussolini, l’accordo avrebbe dovuto essere “un asse intorno al quale possono collaborare tutti gli stati europei animati da volontà di collaborazione e di pace”; il Duce infatti non desidera vincolarsi in un’alleanza esclusiva, ma cerca di utilizzare il legame con la Germania come mezzo di pressione sulle altre potenze occidentali. Tuttavia, la realtà dei fatti è diversa: da un lato l’impegno italiano in Spagna rende difficili i rapporti con Gran Bretagna e Francia, dall’altro il dinamismo e la spregiudicatezza tedesca finiscono per incatenare sempre più l’Italia all’alleanza con Adolf Hitler. Così nel novembre del 1937 l’Italia aderisce al Patto Anticomintern stipulato da Germania e Giappone l’anno precedente: se per i due primi firmatari il patto aveva fondamentalmente una funzione antisovietica, l’impegno espresso diventa ora quello di opporsi in senso più ampio all’Internazionale Comunista.
Fino al 1938 il rapporto tra Italia e Germania è caratterizzato dall’ interesse di Hitler nei confronti del regime di Mussolini e dai tentativi di instaurare un’alleanza con l’Italia. Il regime fascista, dal canto suo, preferisce mantenere legami con tutte le potenze occidentali, portando avanti relazioni ambigue e oscillanti e respingendo continuamente la richiesta tedesca di un’alleanza più vincolante tra i due stati. Il 1938 si caratterizza per il sempre maggiore attivismo hitleriano (con l’obiettivo di includere tutti i popoli germanici sotto il dominio tedesco) e per la politica dell’appeasement portata avanti dalle principali potenze europee nell’illusione di poter limitare e controllare l’espansionismo hitleriano.
Il 13 marzo, senza nessun avviso previo all’alleato fascista, la Germania realizza l’Anschluss, mentre in settembre ottiene i Sudeti cecoslovacchi a seguito della Conferenza di Monaco, tenutasi tra Germania, Francia, Inghilterra e Italia. In questa situazione Francia e Gran Bretagna portano avanti una politica che non contempla più l’appoggio italiano, visto anche il cambiamento diplomatico e governativo di Hitler e il legame ormai molto forte tra Italia e Germania, visibile anche nel sempre maggiore allineamento fascista alla politica nazista, in particolare con l’adozione delle leggi razziali. Questo atteggiamento delle potenze occidentali non fa altro, in realtà, che spingere l’Italia a mettere da parte le ultime remore e ad accettare di stringere una vera e propria alleanza con la Germania: nel gennaio del 1939 Ciano comunica a Ribbentrop, Ministro degli Esteri tedesco, la disponibilità italiana. Le trattative si prolungano fino a maggio perché inizialmente si cerca di giungere ad un’alleanza tripartita anche con il Giappone (questo patto che si concluderà solo il 27 settembre del 1940 con la firma del “Patto Tripartito”).
Il 22 maggio 1939 nella cancelleria del Reich i ministri Ribbentrop e Ciano firmano il cosiddetto Patto d’Acciaio, con il fine di unire le proprie forze “per la sicurezza del loro spazio vitale e per il mantenimento della pace”. I primi due articoli del trattato definiscono l’obbligo di entrambi i contraenti a mantenersi in contatto su tutte le questioni e ad assicurarsi appoggio politico e diplomatico. Il terzo articolo affronta la questione centrale, delineando un’alleanza militare sia difensiva che offensiva:
[...] se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un'altra o con altre Potenze, l'altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell'aria.
L’aspetto offensivo dell’alleanza è da considerarsi una novità rispetto a quelle precedenti, caratterizzate principalmente da accordi militari di tipo difensivo (come la Triplice Intesa o la Triplice Alleanza al tempo del primo conflitto mondiale). Gli articoli successivi si rifanno ai primi tre definendo la necessità di una maggiore collaborazione in campo militare e di economia di guerra, prevedendo l’obbligo di non concludere paci separate e impegnandosi a sviluppare relazioni comuni con potenze amiche. In ultimo la durata del trattato viene definita in dieci anni a decorrere dal momento della sua firma.
Tale accordo è molto impegnativo per l’Italia, che si trova in una situazione di maggiore debolezza militare. Anche Mussolini è consapevole dei limiti italiani, per questo fa consegnare a Hitler il cosiddetto “Memoriale Cavallero” nel quale indica i motivi che rendono impossibile per l’Italia la partecipazione ad una guerra prima di tre anni. Tra questi la necessità di portare a compimento il rinnovamento dell’artiglieria, l’ampliamento della flotta e il trasferimento delle industrie di guerra nel meridione. A questo si unisce la volontà di raggiungere una distensione nei rapporti tra Vaticano e nazismo, ma anche la necessità di fortificare l’impero appena conquistato. Hitler risponde al Memoriale in maniera evasiva dicendosi in linea di massima d’accordo. L’Italia, con il Patto d’Acciaio, si priva di una politica estera autonoma e diventa a tutti gli effetti dipendente dalla politica di Hitler che, anche a pochi mesi dal trattato, porta avanti i suoi piani di invasione della Polonia e conclude il patto di non aggressione con l’Urss, senza prendere in considerazione il parere dell’alleato italiano. Dal canto suo Mussolini è consapevole che l’alleanza con la Germania nazista è l’unica vera possibilità che ha per poter continuare una politica aggressiva (come nel 1939 con la conquista dell’Albania), forte dell’aiuto bellico tedesco, ritenuto invincibile.
Con l’invasione della Polonia, il 1 settembre del 1939, ha inizio la Seconda Guerra Mondiale. Mussolini, dopo un intenso scambio di lettere con Hitler, annuncia la non belligeranza italiana, che proseguirà fino all’intervento del luglio 1940 contro una Francia ormai prostrata e in una situazione militare che sembra preannunciare una grande vittoria tedesca.
Il Patto d’Acciaio resterà in vigore fino al luglio del 1943 quando, con la caduta del fascismo e la firma di un armistizio con gli alleati da parte del re, risulterà annullato, anche se l’alleanza con la Germania verrà portata aventi dalla Repubblica di Salò fino alla conclusione della guerra.

martedì 21 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 maggio.
Il 21 maggio 1471 nasce Albrecht Dürer.
Nato a Norimberga nel 1471 da una famiglia agiata di artigiani, Dürer fu il terzo di diciotto figli. Il padre, Albrecht Dürer il Vecchio, di discendenza ungherese, proveniva da una famiglia di orafi e sposò Barbara Holper, figlia di un orafo. Insieme aprirono una bottega propria.
Le eccellenti doti artistiche di Albrecht furono immediatamente evidenti tanto che il padre decise di mandarlo nella bottega del pittore Michael Wolgemut, uno dei più importanti illustratori di Norimberga. Qui il ragazzo passò il periodo fra il 1486 e il 1490. Durante l’apprendistato da Wolgemut, Dürer imparò le più importanti tecniche di incisione che non avrebbe mai più abbandonato.
Finito l’apprendistato, il giovane pittore cominciò a viaggiare. Nördlingen, Ulm e Colmar le prime tappe del suo viaggio-studio. Nella città di Colmar venne ospitato dai figli del famoso pittore Martin Schongauer, morto da poco tempo. Poi si spostò a Basilea, sempre da un altro figlio del pittore scomparso. Al 1493 risale il famoso Autoritratto con il fiore, oggi conservato al Museo del Louvre di Parigi.
L’anno successivo, nel 1494, fece ritorno nella città natale dove, a ventitré anni, sposò Agnes Frey. Anche lei figlia di un orafo, Agnes sperava di condurre una vita tranquilla e agiata ma non aveva fatto i conti con il temperamento di Albrecht, sempre alla ricerca di nuove motivazioni e desideroso di viaggiare. Il matrimonio non fu tra i più felici. La coppia non ebbe nessun figlio.
In questi anni arrivò anche una commissione importante da parte di Federico di Sassonia, detto il Saggio, grande elettore di Wittenberg. Sotto la protezione di un mecenate così influente, la carriera professionale di Dürer non poté fare altro che subire un’inevitabile ascesa.
Nel 1495 il pittore fece il suo primo viaggio in Italia con l’obiettivo di conoscere da vicino i maestri che più influenzarono la pittura a livello mondiale, da Giotto a Raffaello, a Leonardo. Le tappe italiane furono Venezia, Mantova, Padova e Pavia. Durante i suoi viaggi, Dürer riusciva a mantenersi lavorando e proprio durante il soggiorno veneziano realizzò disegni, acquerelli e stampe.
A questo periodo risale la tavola della “Festa del Rosario”, commissionatagli dal mercante d’arte Christoph Fugger per la chiesa di S. Bartolomeo. L’opera raffigura la Madonna che incorona l’imperatore, mentre, a sua volta, è incoronata da due angeli. Il dipinto è oggi custodito nella Galleria Nazionale Narodni di Praga.
Acquerelli a soggetto paesaggistico furono fra i soggetti più dipinti durante il viaggio di ritorno dall’Italia. Opere come il “Castello di Trento”, il “Castello Alpino”, la “Veduta di Arco” e la “Veduta di Innsbruck” risalgono a questo primo viaggio nel Bel Paese. L’influenza dell’arte italiana nello stile di Dürer si fece più evidente dopo il secondo soggiorno nello Stivale del pittore tedesco, nel 1505. In quest’occasione ebbe anche l’opportunità di incontrare Leonardo da Vinci. Da quel momento in poi lo stile si fa più maturo, lo spessore psicologico nei personaggi ritratti è più attento.
Oltre alla vita artistica, Dürer non trascurò mai la carriera da orafo. Morto il padre, curò la bottega di famiglia insieme a uno dei fratelli. Oramai la sua fama e il suo successo erano così consolidati da permettergli una vita agiata e l’inserimento nei circoli dei potenti in città. Cominciò quindi a lavorare, realizzando ritratti, per le personalità di spicco della vita politica e sociale di Norimberga e non solo. Nel 1512, l’imperatore Massimiliano I gli commissiona importanti opere. Per questi incarichi gli sarà concessa una pensione.
Oltre alla pittura e all’oreficeria, Dürer non smise mai di dedicarsi alle illustrazioni di libri, avvalendosi delle tecniche imparate da ragazzo. Tra il 1496 e il 1505 realizza, con tecnica xilografica, le famose serie della Grande Passione, dell’Apocalisse e della Vita della Madonna. Fra i suoi ultimi viaggi ci sono i Paesi Bassi. Dürer arrivò ad Aversa nel 1520 e poi continuò a visitare l’Olanda e le Fiandre. La sua fama era consolidata e godeva, in questo periodo, di una posizione di prestigio. Dopo il viaggio in Olanda, Albrecht si ammalò.
Negli ultimi anni di vita, cominciò a scrivere importanti trattati sulla geometria, la prospettiva, l’antropometria e l’astronomia. Nel 1525 scrisse il “Trattato di geometria”, due anni più tardi porta la sua firma il Trattato sulle fortificazioni e sulle mura capaci di resistere alle armi da fuoco. Infine, il terzo trattato è del 1528. Pubblicato postumo in tedesco e in latino, il volume è dedicato allo studio della simmetria e alle proporzioni del corpo umano.
Il suo progetto ambizioso di scrivere un trattato sulla pittura rimase, purtroppo incompiuto. L’opera, che avrebbe avuto il titolo “Underricht der Malerei”, doveva rispondere all’ambizioso obiettivo di fornire ai giovani pittori tutte le nozioni che Dürer aveva acquisito grazie alla sua esperienza di ricerca. Ma il trattato non vide mai la luce perché Albrecht Dürer morì a Norimberga il 6 aprile del 1528 a 57 anni.
Una produzione di circa 700 opere, tra le quali quaranta acquerelli, oltre duecento incisioni su legno e un centinaio su rame, e un’ottantina di dipinti è l’eredita che Dürer lascia alle sue spalle. Intellettuale di grande spessore, perennemente interessato alla ricerca e allo studio su vari campi del sapere, il pittore tedesco seppe fondere egregiamente la lezione del Rinascimento italiano con la pittura e le tradizioni locali. Nella sua ricca produzione, troviamo una corposa quantità di ritratti, ma anche paesaggi e soggetti di carattere naturalistico.


lunedì 20 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 maggio.
Il 20 maggio 1795 viene eseguita la condanna a morte dell'avvocato Francesco Paolo Di Blasi.
Dopo che nell'ottobre 1794 avevano trovavano la morte a Napoli i primi martiri degli ideali della libertà, dell'uguaglianza e della democrazia repubblicana, i giovani studenti Vincenzo Vitaliani, Emanuele De Deo e Vincenzo Galiani, toccò in Sicilia ad altri patrioti repubblicani subire la condanna a morte nel 1795 per amore della Repubblica e dell'uguaglianza.
Tali patrioti siciliani erano guidati dall'avvocato Francesco Paolo Di Blasi. Del suo sogno di instaurare in Sicilia una Repubblica ce ne parla lo scrittore Leonardo Sciascia in uno dei più riusciti romanzi storici, Il Consiglio d'Egitto, da cui è stato tratto un lavoro cinematografico, riconosciuto come d'interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano, in base alla delibera ministeriale del 24 marzo 2000.
Avvocato palermitano, già dal 1779, il ventenne Di Blasi aveva elaborato una riforma tributaria che colpisse i latifondisti, prima di scrivere la sua opera più importante: Dissertazioni sopra l'egualità e la disuguaglianza degli uomini in riguardo alla loro felicità.
Un altro testo importante del Di Blasi è Saggio sopra la legislazione della Sicilia, in cui si mostrava seguace delle nuove dottrine di Beccaria, di Filangieri e Mario Pagano, elaborando un’interessante descrizione degli abusi e pericoli dei giudizi penali.
Pietro Colletta, forse il maggiore storico italiano dell’epoca, scrisse di come nei primi mesi del 1795 “ […] le genti affamate per iscarso raccolto[…], impoverite per nuovo tributi, scontente dell’arcivescovo Lopez, tumultuarono. Un avvocato Blasi, ed altri pochi si unirono in segreto per consultare se quella popolare disperazione bastasse ad aperto sconvolgimento”.
Ricordiamo che l’arcivescovo Filippo Lopez y Royo (Monteroni di Lecce, 26 maggio 1728 – Napoli, 1º maggio 1811) era in quegli anni di antico regime viceré di Sicilia.
Francesco Paolo De Blasi, quindi, progettava da tempo una rivolta nell’isola per liberarla, secondo un’espressione di Atto Vannucci, “dal giogo barbarico dei vescovi, dei baroni e del re”, ed era riuscito ad organizzare nel suo movimento popolani e soldati, basando realisticamente il disegno rivoluzionario sulla promozione degli ideali di libertà, uguaglianza, su necessarie riforme contro lo strapotere dei baroni e contando sul malcontento profondo e diffuso.
L’isola, in quel tempo, era una delle terre più dimenticate dallo Stato che l’amministrava e la sfruttava.
Come scrive Giuseppe Ferrari, in quel tempo di tirannia da antico regime “non distinguevasi da Napoli se non per una barbarie più profonda dei governanti”.
Il moto insurrezionale avrebbe dovuto scoppiare a Palermo il 3 aprile 1795 in occasione della processione del Venerdì Santo al grido di “Viva la Repubblica! Abbasso i privilegi!”.
I congiurati furono traditi e Di Blasi fu arrestato con tre suoi compagni del movimento insurrezionale: Giudo Tinagli, Benedetto La Villa e il sergente Bernardo Palumbo. A tradirli erano stati un tal Giuseppe Teriaca, argentiere, e un soldato svizzero del reggimento comandato da Carlo Jauch.
Leonardo Sciascia, ne Il Consiglio d’Egitto, scrive che “se l’occhio del mondo e l’età l’avessero consentito, monsignor Lopez y Royo, a sentire quelle rivelazioni, per la gioia si sarebbe arrampicato alle tende, ai panneggi, ai lampadari”.
In effetti Sciascia, a proposito del ruolo che Mons. Filippo Lopez y Royo ebbe nella condanna dell’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, fa di lui lo stereotipo dell’inquisitore spagnolo, le cui uniche preoccupazioni “erano quelle, interdipendenti, di tener d’occhio i giacobini e di restare a fare il viceré”.
Le pagine più toccanti di Sciascia sono quelle che descrivono la tortura subita dal Di Blasi, in cui, nello scontro dialettico tra la vittima ed i suoi carnefici, tratteggia un ritratto dell’umanità in cui i colori prevalenti sono costantemente quelli dell’avidità unita all’ignoranza e alla prepotenza, mentre verità e ragione sono sempre destinate a soccombere.
Uno dei dotti carnefici si rivolge all’avvocato Di Blasi con parole sarcastiche: “Hai scritto che la tortura è contro il diritto, contro la ragione, contro l’uomo: ma su quello che hai scritto resterebbe l’ombra della vergogna se tu ora non resistessi… Alla domanda quid est quaestio? Hai risposto in nome della ragione e della dignità: ora devi rispondere col tuo corpo, soffrirla nella carne, nelle ossa, nei nervi; e tacere… Quel che avevi da dire sulla questione lo hai detto…”
Con dignità Francesco Paolo Di Blasi subì la decapitazione il 20 maggio 1795, privilegio concesso in virtù del suo rango nobile, mentre i compagni Giulio Tinagli, Benedetto La Villa e Bernardo Palumbo furono impiccati.

domenica 19 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 maggio.
Il 19 maggio 1944 si ebbe la strage del Turchino.
La Strage del Turchino è il nome di un eccidio di prigionieri politici compiuto dalle SS, durante le prime ore del mattino del 19 maggio 1944 in località Fontanafredda, sulle pendici del Bric Busa, nelle vicinanze del passo del Turchino. Vi trovarono la morte 59 civili italiani.
La strage seguì di qualche giorno l’attentato al cinema Odeon di Genova, che era stato requisito per essere destinato ad uso esclusivo delle truppe tedesche. L’accesso ai civili italiani era rigorosamente vietato ed un presidio di militari controllava l’identità di chi entrava. Nell’attentato, compiuto alle ore 19 del 15 maggio da un gappista che si era travestito da tenente della Wehrmacht, morirono quattro marinai tedeschi ed altri sedici rimasero feriti, uno dei quali decedette nei giorni successivi.
Le modalità di esecuzione della rappresaglia furono particolarmente crudeli, andando tra l’altro oltre il rapporto di 10 a 1 previsto dal bando di Kesselring, già messo in opera nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Prelevate di notte dal carcere genovese di Marassi, le 59 vittime, molte non ancora ventenni, furono trasportate a bordo di camion al Passo del Turchino e di lì, dopo un percorso di un paio di chilometri, i prigionieri furono condotti fino ai prati del versante meridionale del Bric Busa. In questa località, a gruppi di sei, vennero fatti salire sopra delle tavole, disposte su una grande fossa che il giorno precedente un gruppo di ebrei era stato costretto a scavare, in modo che ognuno, prima di cadervi dentro dopo la scarica di mitra, potesse vedere i cadaveri dei suoi compagni.
Tra le 59 vittime, 17 erano scampate alla Strage della Benedicta compiuta solo un mese prima.
Per la Strage del Turchino e per quelle della Benedicta, di Portofino e di Cravasco, dove trovarono la morte complessivamente 246 persone, Friedrich Engel ex-capo delle SS a Genova, conosciuto anche come il «boia di Genova», è stato condannato all’ergastolo in Italia nel 1999, ma non ha mai scontato la pena in quanto la legge tedesca non ne permetteva l’estradizione. Nel 2002, ad ormai 93 anni, Engel è stato processato ad Amburgo e condannato a sette anni di reclusione per crimini di guerra che non ha scontato a causa dell’età ormai avanzata.
È morto nel 2006 a 97 anni senza aver mai fatto un solo giorno di carcere.
Nel luogo della strage, lungo la Strada Provinciale SP73 del passo del Faiallo, è stato costruito un monumento commemorativo conosciuto come “Sacrario dei Martiri del Turchino”.

sabato 18 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio 1810 nasce a Murano Francesco Maria Piave.
Librettista, destinato dal padre alla carriera ecclesiastica, abbandonata nel 1827, si trasferì a Roma, dove venne nominato socio dell’Accademia Tiberina, al cui interno ebbe modo di conoscere Giuseppe Gioachino Belli, che gli dedicò il sonetto Al Signor Francesco Maria Piave. Tornato a Venezia nel 1838, quattro anni più tardi venne assunto come poeta del Teatro La Fenice. Il 10 agosto 1843, scrivendo all’amico Jacopo Ferretti – conosciuto ai tempi del soggiorno romano – Piave parla della sua prima collaborazione con Verdi (Ernani, andato in scena alla Fenice il 9 marzo 1844), che permise al librettista di entrare a pieno diritto nella stretta cerchia dei verseggiatori d’opera più ricercati dell’epoca, scrivendo testi – solo per citarne alcuni – per Mercadante, Pacini e Braga. Piave fu il più prolifico librettista verdiano, componendo nell’arco di diciotto anni ben dieci titoli per il Maestro: oltre al già citato Ernani, verseggiò I due Foscari (3 novembre 1844), Macbeth (14 marzo 1847), di cui curò anche la seconda versione (21 aprile 1865), Il corsaro (25 ottobre 1848), Stiffelio (16 novembre 1850), Rigoletto (11 marzo 1851), La traviata (6 marzo 1853), Simon Boccanegra (12 marzo 1857), Aroldo (16 agosto 1857), rifacimento di Stiffelio, e La forza del destino (10 novembre 1862). Le ragioni del duraturo sodalizio tra Verdi e Piave sono da ricercare principalmente nella capacità del librettista di adattarsi con estrema flessibilità alle esigenze musicali imposte dal Maestro, accettando persino – su iniziativa di Verdi – le umilianti revisioni di Macbeth e di Simon Boccanegra rispettivamente ad opera di Andrea Maffei e Giuseppe Montanelli. In segno di profonda riconoscenza, nel 1867 Verdi fornì un consistente aiuto economico alla famiglia di Piave, il quale non poté più provvedere al sostentamento di moglie e figlia a causa di un invalidante attacco apoplettico.
Piave morì qualche anno dopo, il 5 marzo 1876 a Milano. Verdi provvedette perfino alle spese di funerale e sepoltura al Cimitero Monumentale della città. In seguito i suoi resti sono stati trasferiti in un’ampia celletta nella Cripta del Famedio dello stesso Monumentale.

venerdì 17 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1941 un giovane ragazzo albanese attenta alla vita di Re Vittorio Emanuele III.
L'occupazione italiana del Regno di Albania ebbe luogo tra il 1939 e il 1943, quando la corona del Regno Albanese fu assunta da Vittorio Emanuele III d'Italia, a seguito della guerra promossa dal regime fascista e dell'instaurazione del Protettorato Italiano del Regno d'Albania.
Vittorio Emanuele III decise di visitare l'Albania il 12 aprile 1941 ,ma arrivò nel paese un mese più tardi, dopo essere stato rassicurato dalla polizia fascista italiana di Tirana che fossero state adottate tutte le misure di sicurezza. Vasil Laçi, un ragazzo di 19 anni, seppe della visita di Vittorio Emanuele in Albania quindici giorni prima del suo arrivo, il 2 maggio 1941. Successivamente riuscì a trovare un lavoro presso l'Hotel International, dove Vittorio Emanuele sarebbe rimasto. Il ragazzo che tanto odiava gli invasori prese in prestito una pistola Beretta M1915 da  un altro albanese. Il 17 maggio 1941, Vasil Laci,  indossando il costume tradizionale albanese, prese di mira la macchina in cui Vittorio Emanuele e Shefqet Bej Verlaci, primo ministro albanese, viaggiavano accompagnati dai ministri del governo. Sparò quattro colpi verso di loro gridando "Viva l'Albania! Abbasso il fascismo", ma non riuscì ad uccidere nessuno.
Laçi venne arrestato immediatamente e giustiziato per impiccagione dieci giorni dopo. fu uno dei primi ad essere dichiarato "Eroe popolare d'Albania". Il suo tentativo di assassinare il re d'Italia è stato drammatizzato in primo luogo in un libro e poi in un film nel 1980 intitolato "pallottole per l'imperatore" (in albanese: Plumba Perandorit ). Un monumento a Tirana è stato eretto per onorare le sue azioni.

giovedì 16 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 maggio.
Il 16 maggio 1905 nasce Henry Fonda.
Henry Jaynes Fonda nasce il 16 maggio 1905 a Grand Island, nel Nebraska. I suoi antenati erano coloni olandesi fondatori della città di Fonda nello stato di New York.
Dopo essersi iscritto alla facoltà di giornalismo nell'università del Minnesota, abbandona gli studi per dedicarsi alla recitazione, prima alla Cape Cod University Players e poi a Broadway, dove si esibisce dal 1926 al 1934. Qui conosce James Stewart, che diverrà suo grande amico, e incontra l'attrice Margaret Sullavan, che sarà la prima delle sue cinque mogli (seguiranno Frances Seymour Brokaw, Susan Blanchard, Afdera Franchetti e Shirley Adams).
L'esordio cinematografico arriva nel 1935 con la versione cinematografica di The Farmer Takes a Wife, famosa commedia di Broadway interpretata a teatro dallo stesso Fonda.
L'anno successivo con Il sentiero del pino solitario di Henry Hataway ottiene il grande successo a Hollywood, diventando uno dei divi più popolari di sempre, e rimanendo legato al personaggio dell'eroe dotato di una forte integrità morale. Seguono rapidamente altri titoli di vario genere, come lo storico La figlia del vento di William Wyler, insieme a Bette Davis, l'oscuro dramma Sono innocente di Fritz Lang, la commedia Nel mondo della luna, l'avventuroso Il falco del nord.
Dal 1939 inizia una preziosa collaborazione con il maestro John Ford: sotto la sua direzione Fonda interpreterà numerosi personaggi indimenticabili in film storici come Alba di gloria del 1939, nel quale incarna un memorabile Abraham Lincoln; La più grande avventura, ambientato durante la Guerra d'indipendenza americana; l'intenso dramma sociale Furore del 1940, che gli vale la candidatura all'Oscar; il capolavoro Sfida infernale del 1946, dove è il mitico Wyatt Earp; La croce di fuoco del 1947, nel quale veste gli abiti talari di un missionario in fuga; il Massacro di Fort Apache del 1948, e infine il bellico Mister Roberts del 1955, in coppia con un giovane Jack Lemmon.
Parallelamente, non mancano le collaborazioni con altri registi, per pellicole di svariato genere: veste i panni di Jesse James in Jess il bandito e del fratello di James in Il vendicatore di Jess il bandito di Lang, ma si cimenta anche con un registro da commedia in Lady Eva di Preston Sturges, ne Il magnifico fannullone, dove è un simpatico buono a nulla, e in La strada della felicità di King Vidor. Notevole anche in ruoli romantici, come quelli in L'uomo questo dominatore, in Ragazze che sognano e ne L'amante immortale di Otto Preminger.
Dopo una breve pausa sfruttata per riprendere il lavoro teatrale, Fonda torna nel mondo del cinema nel 1956 nella trasposizione di Guerra e Pace di King Vidor e nel Ladro di Alfred Hitchcock, cui segue una delle sue performance più memorabili, quella nel capolavoro di impegno civile La parola ai giurati di Sidney Lumet, che in seguito lo vorrà anche nella commedia Fascino del palcoscenico e in A prova di errore, sulla tragedia della Guerra fredda.
Per Otto Preminger, invece, recita nell'intenso dramma politico Tempesta su Washington e nel bellico Prima vittoria. Non rinuncia però a praticare uno dei generi che lo ha reso famoso, il western, prendendo parte ad altri titoli degni di nota, come Ultima notte a Warlock di Edward Dmytryk, e l'affresco collettivo La conquista del West (tra i registi anche Ford). Presente nel film bellico corale Il giorno più lungo, cui seguono anche La battaglia dei giganti e La guerra segreta, non si fa mancare nemmeno i sentimentali L'uomo che capiva le donne e Donne, v'insegno come si seduce un uomo.
Henry Fonda ha accompagnato il western anche nella sua fase più crepuscolare e malinconica, dove a dominare sono soprattutto antieroi cinici e spietati (significativo è il titolo di un film bellico cui partecipa in questo periodo, Non è più tempo d'eroi di Robert Aldrich). Dopo alcuni western classici, ormai fuori tempo massimo, come Posta grossa a Dodge City, Gli indomabili dell'Arizona, Tempo di terrore e L'ora della furia, lo troviamo, infatti, nel lirico e nostalgico C'era una volta il West di Sergio Leone, insieme a Claudia Cardinale, nel polveroso Uomini e cobra di Joseph L. Mankiewicz con Kirk Douglas, ma anche nella commedia di Gene Kelly Non stuzzicate i cowboys che dormono e persino la parodia spaghetti-western Il mio nome è Nessuno di Tonino Valerii. Conclusasi l'era del western, Fonda si converte al genere poliziesco, anch'esso divenuto violento e spietato, partecipando a film come Squadra omicidi sparate a vista del maestro Don Siegel e Lo strangolatore di Boston di Richard Fleischer.
Negli anni seguenti Fonda passa dallo storico Mussolini: Ultimo atto di Carlo Lizzani, al film testamento di Billy Wilder Fedora, finendo anche in produzioni di serie B, come Tentacoli, Swarm e Meteor. La sua carriera raggiunge il culmine con la vittoria del premio Oscar come migliore attore protagonista nel 1982 per l'interpretazione nel commovente Sul lago dorato di Mark Rydell, accanto alla figlia Jane Fonda e alla veterana Katharine Hepburn (ma l'attore aveva già ricevuto un Oscar alla carriera l'anno prima).
Si spegne il 12 agosto 1982 a Los Angeles, in California.

mercoledì 15 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 maggio.
Il 15 maggio 1610 Maria de' Medici viene incoronata regina di Francia.
Maria de' Medici nasce il 26 aprile del 1573 a Firenze: il padre è Francesco I de' Medici, figlio di Cosimo I de' Medici e discendente di Giovanni dalle Bande Nere e di Giovanni il Popolano; la madre è Giovanna d'Austria, figlia di Ferdinando I d'Asburgo e Anna Jagellone e discendente di Filippo I di Castiglia e Ladislao II di Boemia.
Il 17 dicembre del 1600 Maria de' Medici sposa Enrico IV re di Francia (per lui si tratta del secondo matrimonio, mentre la prima moglie Margherita di Valois è ancora viva), e in questo modo diventa regina consorte di Francia e Navarra. Il suo arrivo in Francia, a Marsiglia, è dipinto in un celebre quadro di Rubens.
Benché il loro matrimonio sia tutt'altro che felice, Maria dà alla luce sei figli: il 27 settembre del 1601 nasce Luigi (che diventerà re con il nome di Luigi XIII, sposerà Anna d'Austria, figlia di Filippo III di Spagna, e morirà nel 1643); il 22 novembre del 1602 nasce Elisabetta (che sposerà a soli tredici anni Filippo IV di Spagna e morirà nel 1644); il 10 febbraio del 1606 nasce Maria Cristina (che a sua volta a soli tredici anni sposerà Vittorio Amedeo I di Savoia, e morirà nel 1663); il 16 aprile del 1607 nasce Nicola Enrico, duca d'Orléans (che morirà nel 1611, a quattro anni e mezzo); il 25 aprile del 1608 nasce Gastone d'Orléans (che sposerà in prime nozze Maria di Borbone e in seconde nozze Margherita di Lorena, e morirà nel 1660); il 25 novembre del 1609 nasce Enrichetta Maria (che a sedici anni sposerà Carlo I d'Inghilterra e che morirà nel 1669).
Il 15 maggio del 1610, dopo l'uccisione del marito, Maria de' Medici viene nominata reggente per conto del suo figlio maggiore, Luigi, che all'epoca non ha ancora compiuto nove anni.
La donna intraprende, quindi, una politica estera che risulta condizionata in maniera evidente dai suoi consiglieri italiani, e che - in contrasto con le decisioni prese dal defunto marito - la porta a stringere una solida alleanza con la monarchia di Spagna, divenendo di conseguenza più orientata al cattolicesimo rispetto al protestantesimo (a differenza del volere di Enrico IV).
Proprio in virtù di tale politica, Maria de' Medici predispone il matrimonio del figlio Luigi, all'epoca quattordicenne, con l'infanta Anna: matrimonio che si celebra il 28 novembre del 1615.
Allo stesso periodo risale il matrimonio della figlia Elisabetta con l'infante Filippo (che poi diventerà Filippo IV di Spagna), in totale contrasto con i patti che, in occasione del Trattato di Bruzolo risalente al 25 aprile del 1610, Enrico IV aveva stipulato poco prima di essere ucciso con il Duca Carlo Emanuele I di Savoia.
Sul fronte della politica interna, la reggenza di Maria de' Medici si rivela molto più complicata: ella, infatti, è costretta ad assistere - senza potere intervenire in maniera efficace - alle numerose rivolte messe in atto dai principi protestanti.
In particolare, l'alta nobiltà francese (ma anche il popolo) non le perdona i favori concessi a Concino Concini (figlio di un notaio divenuto governatore della Piccardia e della Normandia) e a sua moglie Eleonora Galigai: nel 1614 (anno di forti contrasti con gli Stati Generali) e nel 1616 vanno in scena due rivolte dei principi, mentre l'anno successivo, dopo forti dissidi tra Maria e il Parlamento, Concini viene fatto assassinare su intervento diretto di Luigi.
Anche per questa ragione, nella primavera del 1617 Maria - dopo avere cercato di contrastare il duca Charles De Luynes, favorito del figlio, senza risultati - viene esautorata da Luigi e si vede costretta ad abbandonare Parigi e a ritirarsi a Blois, nel castello di famiglia.
Pochi anni dopo, in ogni caso, viene riammessa nel Consiglio di Stato: è il 1622. Grazie al nuovo ruolo acquisito e ai privilegi riottenuti, Maria tenta di riottenere anche la corona, e per questo cerca di sostenere il più possibile l'ascesa del duca di Richelieu, che proprio nel 1622 viene nominato cardinale, e che due anni più tardi entrerà a far parte del Consiglio reale.
Tuttavia, Richelieu da subito si mostra decisamente ostile alla politica estera progettata e attuata da Maria, decidendo di ribaltare tutte le alleanze strette con la Spagna fino a quel momento. L'ex regina, di conseguenza, tenta di opporsi in qualsiasi maniera alla politica attuata da Richelieu, organizzando anche un complotto ai suoi danni con la collaborazione del figlio Gastone e di una parte della nobiltà (quello che viene definito "Partito devoto", il "Parti dévot").
Il progetto prevede di indurre il re a non approvare il piano - progettato da Richelieu - di alleanze contro gli Asburgo con i Paesi protestanti, allo scopo di fare crollare la reputazione dello stesso Richelieu. La congiura, tuttavia, non ha esito positivo, perché Richelieu viene a conoscenza dei dettagli del piano, e nel corso di un colloquio con Luigi XIII lo induce a punire i congiurati e a ritornare sulle proprie decisioni.
L'11 novembre del 1630 (quello che passerà alla storia come "Journée des Dupes", la "giornata degli ingannati"), quindi, Richelieu viene confermato nel suo ruolo di primo ministro: i suoi nemici vengono definitivamente rovesciati, e anche Maria de' Medici è costretta all'esilio.
Dopo aver perso qualunque autorità, la regina madre all'inizio del 1631 viene obbligata a vivere a Compiègne agli arresti domiciliari; poco dopo, viene spedita a Bruxelles in esilio.
Dopo avere vissuto per alcuni anni nella casa del pittore Rubens, Maria de' Medici morirà in circostanze poco chiare il 3 luglio del 1642 a Colonia, probabilmente sola e abbandonata dai familiari e dagli amici.

martedì 14 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 maggio.
Il 14 maggio 2018, a Gerusalemme, viene inaugurata la nuova ambasciata americana in Israele.
Si avvicinano alla frontiera e lanciano pietre in direzione dei soldati che rispondono sparando. Il ministero della Sanità di Gaza riferisce di 58 morti, otto hanno meno di 16 anni, c'è anche una donna, e di oltre 2.700 feriti, troppi per gli ospedali palestinesi. Tra le vittime anche un bambino ucciso dai gas lacrimogeni. Una strage, nel giorno dell'inaugurazione della nuova ambasciata statunitense a Gerusalemme, che coincide con il settantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele, la "catastrofe" per i palestinesi.
Il presidente palestinese Abu Mazen proclama uno sciopero per il giorno dopo, tre giorni di lutto per il "massacro" del settimo e si dice pronto a rifiutare qualsiasi mediazione di pace che arrivi dagli americani. La condanna è globale: arriva dall'Onu, dall'Unione Europea, dalla Francia, dal Regno Unito, dal Libano, dal Qatar, dalla Russia.
"La responsabilità di quanto sta accadendo è chiaramente di Hamas che sta intenzionalmente provocando la risposta di Israele", fa sapere un portavoce della Casa Bianca. L'amministrazione Trump difende la scelta di trasferire l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, confermandone il riconoscimento come capitale d'Israele. Benzina sul fuoco. Da quando è stato annunciato lo spostamento, cinque mesi prima, la tensione è aumentata sempre di più e i venerdì della collera palestinese hanno visto morire decine e decine di persone. Inoltre, secondo fonti diplomatiche gli Stati Uniti avrebbero bloccato all'Onu una richiesta di inchiesta indipendente su ciò che è accaduto al confine tra Israele e Gaza.
La situazione è quella riassunta in pochi caratteri dal tweet del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, che accusa durissimo: "Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo durante una protesta nella più grande prigione a cielo aperto. Nel frattempo, Trump celebra il trasferimento illegale dell'ambasciata Usa ed i suoi collaboratori arabi cercano di distogliere l'attenzione".
Alla cerimonia nella sede Usa di Gerusalemme, Donald Trump non c'è. Ci sono la figlia Ivanka, il marito Jared Kushner, il segretario al Tesoro David Mnuchin e una delegazione e un messaggio video del presidente: "La nostra più grande speranza è per la pace". Gli Stati Uniti, aggiunge il capo della Casa Bianca, "mantengono il loro impegno per facilitare un accordo di pace duraturo". E mentre il numero dei morti a Gaza aumenta di ora in ora, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, twitta: "Che giorno fantastico! Grazie @Potus Trump".
Ivanka e Mnuchin, scoprono la targa e danno il benvenuto "ufficialmente e per la prima volta alla missione diplomatica americana a Gerusalemme, capitale di Israele". Israele "ha il diritto di scegliere la sua capitale - ribadisce nel suo discorso il genero-consigliere Kushner che raramente prende la parola in pubblico - quando Trump fa una promessa, la mantiene. Abbiamo mostrato al mondo, ancora una volta, che degli Usa ci si può fidare".
Gli fa eco Netanyahu: "Grazie presidente Trump per avere avuto il coraggio di rispettare la sua promessa!". "È una giornata magnifica" continua il primo ministro israeliano, "riconoscendo che Gerusalemme è la capitale di Israele, Trump ha fatto la storia".
Fuori dalla sede diplomatica e in altre strade di Gerusalemme, va in scena la protesta. In piazza ci sono centinaia di persone, tra le quali profughi palestinesi, residenti nel campo profughi di Ain el Helweh, a Sidone, a sud di Beirut. "Il trasferimento dell'ambasciata statunitense è una dichiarazione di guerra contro il popolo palestinese", dice di fronte ai manifestanti Star Fouad Othman, rappresentante palestinese del Fronte Democratico. "A scuola, ci hanno insegnato che la Palestina è nostra, e che ci ritorneremo", afferma un bambino palestinese ai microfoni del Daily star. Piccole manifestazioni anche nei campi di Chatila e di Burj el Barajneh, a Beirut. "Un insulto al mondo e ai palestinesi", commenta Abu Mazen.
Dopo gli Stati Uniti, altri Paesi hanno in programma di trasferire la loro ambasciata a Gerusalemme. Mercoledì sarà la volta del Guatemala, che inaugurerà la nuova sede alla presenza del presidente Jimmy Morales. Anche il Paraguay ha annunciato che farà lo stesso prima della fine del mese. Stanno inoltre prendendo in considerazione questa opzione la Romania e la Repubblica Ceca. Mentre l'Honduras, che si è allineato con gli Stati Uniti e Israele il 21 dicembre durante il voto sulla risoluzione delle Nazioni Unite che condanna la decisione dell'amministrazione Trump, da allora non si è più pronunciato sulla sede dell'ambasciata, anche se il Parlamento ha approvato una risoluzione per il trasferimento.
Dalla fine di marzo, le manifestazioni da parte palestinese avevano già provocato più di 40 vittime, tutte palestinesi. Per sette venerdì consecutivi i giovani di Gaza hanno in massa partecipato alle manifestazioni che prendono il nome di "marcia del ritorno", fino a oggi, anniversario della Nakba, la "catastrofe", come i palestinesi chiamano la nascita dello Stato d'Israele nel 1948, quando la protesta è sfociata in un massacro. In giornata ci sono stati anche raid dell'aviazione israeliana contro cinque obiettivi in una struttura militare d'addestramento "dell'organizzazione terrorista Hamas nel nord della Striscia di Gaza". E Israele non ha intenzione di fermarsi: il ministro della Difesa Avigdor Lieberman "ha dato istruzioni di continuare ad agire con determinazione per prevenire qualsiasi attacco alla sovranità di Israele e ai cittadini israeliani", recita una nota diffusa dall'ufficio del ministro. Per Netanyahu, è solo "legittima difesa".
Tutto avviene nonostante la forte opposizione del mondo arabo, dei palestinesi, dell'Onu e di gran parte della comunità internazionale, Ue compresa, preoccupati che questo passaggio segni il definitivo naufragio di ogni possibilità di negoziare la pace. Il segretario generale aggiunto della Lega araba con delega per la questione palestinese e i territori occupati, Said Abou Ali, "ha fatto appello a un intervento internazionale urgente per fermare l'orribile massacro perpetrato dalle forze di occupazione israeliane contro i palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza". Un appello arriva anche dall'Alta rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, Federica Mogherini: "Ci aspettiamo che tutti agiscano con la massima moderazione per evitare ulteriori perdite di vite".
"Ci appelliamo a tutte le parti coinvolte - afferma l'allora ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano - affinché profondano ogni sforzo per evitare ulteriori spargimenti di sangue e auspichiamo una ripresa delle iniziative politico-diplomatiche tese a rilanciare la prospettiva di una soluzione politica, affinché i due popoli possano vivere fianco a fianco, in pace e sicurezza". Da diverse capitali europee arrivano appelli dello stesso tenore e si ribadisce la presa di distanza dalla scelta di Trump.
"Non permetteremo che oggi sia il giorno in cui il mondo musulmano ha perso Gerusalemme. Continueremo a restare con determinazione a fianco del popolo palestinese", dice il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, accusando "sia Israele sia gli Stati Uniti" per "questa tragedia umanitaria". Il suo ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, parla di "massacro" e "terrorismo di Stato" e richiama per consultazioni gli ambasciatori in Usa e Israele.
Anche Mosca è "preoccupata" e con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov riafferma il proprio "parere negativo per quanto riguarda poi il trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme". Il primo ministro libanese, Saad Hariri, paragona l'inaugurazione della sede diplomatica alla 'catastrofe' del 1948, la fuga di 700 mila profughi durante la guerra seguita alla proclamazione dello Stato di Israele. Contro le violenze anche il Qatar, il Kuwait, il Sudafrica che ha anche richiamato in patria il proprio ambasciatore in Israele.
In un tweet Amnesty International denuncia una "ripugnante violazione delle norme internazionali e dei diritti umani". Tra i quasi "2000 feriti, molti sono stati colpiti alla testa e al petto. Oltre 500 sono stati feriti da pallottole. Bisogna porre fine adesso a tutto ciò", afferma l'Ong.

lunedì 13 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1950 si corre il primo Gran Premio di Formula 1.
Quando un costruttore domina un campionato di Formula 1 si dice sempre che c'è qualcosa che non va. Eppure nella massima serie è sempre stato così, fin dagli inizi. Anzi, proprio dalla prima corsa della storia della Formula 1: era il 13 maggio 1950 e Alfa Romeo si aggiudicava il primo Gran Premio della storia della F.1 moderna, il "III RAC British Grand Prix" che si corse sul circuito di Silverstone, che quell'anno è anche titolato come "Gran Premio d'Europa".
 Alla bandiera a scacchi il dominio dell'Alfa Romeo fu evidente: si impose Giuseppe "Nino" Farina, che fu accompagnato sul podio da Luigi Fagioli e dall'astro nascente Juan Manuel Fangio. Farina a Silverstone è anche autore del primo "hat trick" della storia, aggiudicandosi anche la pole e il giro veloce. A consentire lo strabiliante successo fu anche la potente Alfa Romeo 158, detta “Alfetta”, che nonostante l'età risalente addirittura a prima della guerra (il progetto è del 1938) è molto competitiva.
 Il regolamento della neonata F.1 prevedeva che le vetture potessero essere equipaggiate con un motore da 1,5 litri sovralimentato, oppure da 4,5 litri con alimentazione atmosferica: la Alfetta 158 ha un 8 cilindri in linea da 1479 cc con compressore a due stadi che, partendo da una potenza di 195 CV nel '38, nelle sue evoluzioni successive arriverà a Silverstone nel 1950 con quasi 300 CV. Nel 1951 con la "159", evoluzione della stessa "158" con la quale Fangio si aggiudicherà ancora il Campionato del Mondo, il motore arriverà a una potenza massima di 425 CV (450 in prova), grazie a un compressore a doppio stadio e a tutta una serie di altre migliorie. Il regolamento inoltre non esprime un limite di peso per le vetture, né per la quantità di carburante imbarcato.
 Con la potente Alfetta la squadra del Biscione vince sei GP sui sette in calendario nel 1950 tra quelli scelti dalla FIA come validi per l'assegnazione del primo titolo piloti: il Campione del Mondo è il 44enne Nino Farina. L'anno successivo la squadra italiana si ripeterà con Fangio, che aveva perso il titolo 1950 contro il compagno proprio all'ultimo GP. Sulla 159 l'argentino vincerà il campionato 1951, che fu anche quello della prima vittoria in Formula 1 della Ferrari, che avverrà proprio a Silverstone il 14 luglio del 1951. La squadra Alfa Romeo, che allora era di proprietà dell'IRI, si ritirerà dalla Formula 1 nel 1952 per concentrarsi sulla produzione delle vetture di serie. Per rivedere il marchio Alfa Romeo in F.1 bisognerà attendere il 1961, quando fu avviata la fornitura di propulsori alle monoposto LDS, Cooper e De Tomaso. Alfa ritornerà invece in F.1 come costruttore nel 1979 con la 177.
Dal 2018, corre nuovamente con una vettura a nome suo.

domenica 12 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 maggio.
Il 12 maggio 1995 Mia Martini muore per un arresto cardiocircolatorio.
Voce italiana tra le più belle, scomparsa in circostanze mai del tutto chiarite, Domenica Berté, in arte Mia Martini, nasce a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, il 20 settembre 1947, secondogenita di quattro figlie. Tra queste, c'è anche Loredana Berté, anche lei cantante italiana molto apprezzata.
L'infanzia e la prima gioventù sono già all'insegna della musica. La piccola Domenica trascorre i suoi primi anni a Porto Recanati ma ci mette poco a convincere la mamma, Maria Salvina Dato, a portarla a Milano, in cerca di fortuna nel mondo della musica. Qui, nel 1962, incontra il discografico Carlo Alberto Rossi e diventa una "ragazza ye-ye", ossia una corista per brani twist e rock del periodo. Ma la cantante calabrese già a quell'età si ispira ad Aretha Franklin e il noto produttore la lancia con il suo primo 45 giri, nel 1963, con il nome d'arte di Mimì Berté. L'anno dopo, vince il Festival di Bellaria e si impone anche alla stampa come promettente interprete, grazie al brano "Il magone". Questa piccola ribalta però, dura poco. Nel 1969 la futura Mia Martini si trasferisce a Roma, insieme con la madre e le sorelle. Conosce Renato Fiacchini, anche lui aspirante cantante non ancora "diventato" Renato Zero, e con la sorella Loredana si guadagna da vivere in diversi modi, non rinunciando al sogno della musica. È un momento delicato della sua vita, uno dei tanti. A confermarlo, sempre nel 1969, l'arresto per possesso di droghe leggere e i conseguenti quattro mesi di carcere a Tempio Pausania.
L'incontro decisivo però, arriva nel 1970. Il fondatore dello storico locale Piper, Alberigo Crocetta, la proietta in un orizzonte internazionale, lanciandola al grande pubblico. Mimì Berté diventa Mia Martini e la giovane e ribelle cantante calabrese trova la sua dimensione, in un look e un bagaglio artistico più vicino alla sua identità. "Padre davvero" è il primo brano a nome Mia Martini ed esce già nel 1971, per la Rca Italiana. La Rai ci mette poco a censurarlo: l'argomento è quello di una figlia che si ribella al padre violento. Ciononostante, la canzone vince il Festival di Musica d'Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio. Sul retro di questo primo 45 giri c'è anche "Amore... amore... un corno", altro brano di rottura scritto da un giovane Claudio Baglioni.
Nel novembre sempre del 1971 esce l'album "Oltre la collina", uno dei migliori della cantante, il quale affronta temi come la disperazione e il suicidio. Anche in questo lavoro trova spazio il giovanissimo Baglioni, in un paio di brani, mentre Lucio Battisti, attratto dalla sorprendente vocalità della "zingaresca" cantante, la vuole in Tv nello speciale "Tutti insieme". Qui, Mia Martini canta "Padre davvero", senza alcuna censura. La consacrazione è dietro l'angolo.
Nel 1972 la secondogenita dei Berté segue Alberigo Crocetta alla Ricordi di Milano, dove incide "Piccolo uomo", che si rivela un grande successo. Il testo è di Bruno Lauzi e l'interpretazione è magistrale, tanto che vince il Festivalbar di quell'anno. Esce l'album "Nel Mondo", in cui figura anche il grande Vinicius De Moraes, e riceve il Premio dalla Critica come miglior LP del 1972.
Proprio la critica fino agli anni '80 è sempre dalla sua parte, riconoscendole un valore e una forza innovativa che non ha eguali in Italia. Lo conferma il Premio della Critica che vince proprio nel 1982 al Festival di Sanremo, il quale viene creato appositamente per quell'edizione con il fine di assegnarle un riconoscimento e che, dal 1996, si chiama "Premio Mia Martini".
Ma è il 1973 l'anno del capolavoro. "Minuetto", firmato Franco Califano e Dario Baldan Bembo, è in assoluto il suo 45 giri più venduto. Con il brano vince di nuovo il Festivalbar, a pari merito con Marcella Bella. Da questo momento, i suoi dischi e brani vengono tradotti anche all'estero, Germania, Spagna e Francia, soprattutto. Oltralpe, la paragonano alla leggendaria Edith Piaf. La critica europea nel 1974 la considera la cantante dell'anno e con "È proprio come vivere", Mia Martini vince il Disco d'oro: un milione di dischi venduti negli ultimi tre anni. L'anno dopo, nel 1975, la Rai le tributa il dovuto, con lo special "Mia", in cui figurano anche Lino Capolicchio e Gabriella Ferri.
Registra la cover "Donna con te", che spopola in classifica e il referendum "Vota la voce", indetto dal settimanale Tv Sorrisi e Canzoni, la proclama cantante donna dell'anno. Sono anni di grande successo commerciale, accompagnati però da interpretazioni che la cantante esegue soprattutto per oneri contrattuali. Il matrimonio con la Ricordi si rompe ma la casa milanese cita in tribunale Mia Martini, che avrebbe sciolto in anticipo il contratto, e ottiene il sequestro di beni e guadagni, oltre al pagamento di un'altissima penale.
Passa alla Rca, e incide "Che vuoi che sia… se t'ho aspettato tanto". L'album accoglie altri autori non ancora celebri, come Amedeo Minghi e Pino Mango, mentre gli arrangiamenti sono di Luis Enriquez Bacalov. In Francia, il famoso cantautore e attore francese Charles Aznavour la nota e la vuole con sé in un grande recital all'Olympia di Parigi, tempio sacro della musica in Francia. Lo spettacolo viene bissato al Sistina di Roma e nel 1977 Mia Martini viene scelta per rappresentare l'Italia all'Eurofestival con la canzone "Libera". Si piazza tredicesima in classifica, ma il singolo viene tradotto quasi in tutto il mondo.
Sono gli anni della relazione con il cantante Ivano Fossati, di cui si innamora durante la registrazione del disco "Per amarti", in cui è presente il brano "Ritratto di donna", che vince il premio della critica al World Popular Song Festival Yamaha di Tokyo. Con Fossati, Mia Martini passa all'etichetta Warner e pubblica i dischi "Vola" e l'ottimo "Danza", del 1979, che contiene i successi firmati dal cantautore "Canto alla luna" e "La costruzione di un amore".
Nel 1981 si opera alla corde vocali, vedendo modificato il suo timbro verso un tono più roco. È una cantautrice adesso e l'album "Mimì", arrangiato dall'ex Blood Sweet and Tears, Dick Halligan, propone dieci brani quasi interamente autografi. Nel 1982 partecipa per la prima volta a Sanremo con il brano scritto da Ivano Fossati "E non finisce mica il cielo", che inaugura il Premio della Critica. Sempre nello stesso anno, realizza "Quante volte", arrangiato da Shel Shapiro, che ottiene un grande successo anche all'estero.
Il 1983 è l'anno del suo ritiro dalla scene, causato da una diceria che legherebbe alla sua presenza eventi negativi e che da alcuni anni si porta dietro. Il silenzio dura fino al 1989, quando l'amico Renato Zero convince il direttore artistico del Festival di Sanremo, Adriano Aragozzini, a farla partecipare al famoso concorso canoro. Il brano "Almeno tu, nell'universo" è un successo e vince nuovamente il Premio della Critica. Sull'onda dell'entusiasmo, Mia Martini incide l'album "Martini Mia", per la casa Fonit Cetra. Il brano "Donna", firmato dal musicista Enzo Gragnaniello, va al Festivalbar e il disco si aggiudica il Disco d'oro, per le oltre 100.000 copie vendute. L'anno dopo, a Sanremo, il brano scritto da Franco Califano, "La nevicata del '56", vince il terzo Premio della critica.
Nel 1992 torna sul palco dell'Ariston con un altro successo, "Gli uomini non cambiano". Arriva seconda, dopo Luca Barbarossa. Nello stesso anno incide "Lacrime", che le dà l'ultimo Disco d'oro e viene scelta per rappresentare l'Italia all'Eurofestival, in Svezia, dove viene molto applaudita.
Sono gli anni in cui si riavvicina alla sorella Loredana Berté, dopo molti anni in cui i rapporti erano rimasti freddi e con lei, nel 1993, accetta di duettare a Sanremo. Il brano "Stiamo come stiamo" però, non sfonda. L'anno dopo, nel 1994, Mia Martini incide per la casa RTI Music "La musica che mi gira intorno", in cui canta cover scelte tra i repertori di cantanti come De André, De Gregori e Lucio Dalla. È, questo, solo uno dei suoi progetti dichiarati di reinterpretare canzoni di altri artisti, come Mina e Tom Waits. Il proposito però, non riesce ad avere un seguito.
Il 14 maggio 1995, a seguito di alcuni giorni di irreperibilità, il suo manager richiese l'intervento delle forze dell'ordine: i vigili del fuoco irruppero quindi nell'appartamento al civico 2 di via Liguria a Cardano al Campo, in provincia di Varese (dove Mia Martini risiedeva da un mese per essere più vicina al padre, con il quale si era riconciliata da diversi anni): il corpo senza vita della cantante venne ritrovato riverso sul letto, in pigiama, con le cuffie del mangianastri nelle orecchie e con il braccio proteso verso un vicino apparecchio telefonico.
La Procura di Busto Arsizio aprì un'inchiesta e dispose l'autopsia, il cui referto indicò come causa della morte dell'artista un arresto cardiaco da overdose di stupefacenti, segnatamente cocaina.
Le ipotesi di suicidio succedutesi nei giorni seguenti il ritrovamento del cadavere sono state più volte smentite dalle sorelle. Alcuni anni dopo Olivia (la minore delle Berté) definì addirittura "stupendo" l'ultimo periodo di vita della cantante, sia dal punto di vista degli impegni professionali che per quanto riguarda l'ambito familiare.
Ai suoi funerali, svoltisi alle 16.30 del 15 maggio nella chiesa di San Giuseppe presso viale Stelvio a Busto Arsizio, presero parte una grande folla (quantificata in quattromila persone dalla Questura di Varese) e un buon numero di persone dello spettacolo e colleghi. La sua bara era coperta da una bandiera del Napoli, la squadra di calcio per cui faceva il tifo. Dopo le esequie il corpo fu cremato; ottemperando alla volontà del padre, le sue ceneri vennero deposte nel cimitero di Cavaria con Premezzo, accanto alla sepoltura dei nonni. L'inchiesta sul decesso venne archiviata in tempi brevi.

sabato 11 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 maggio.
L'11 maggio 1994 la Guardia di Finanza compie i primi sequestri di quella che fu battezzata "Italian Crackdown".
L’11 Maggio del 1994 prendeva drammaticamente corpo l’operazione Hardware1, più tristemente nota come Italian Crackdown o Fidobust. All’alba di quel mercoledì, uno spiegamento di forze senza precedenti perquisiva contemporaneamente le sedi di 173 BBS pubblici, sequestrando indiscriminatamente tutto ciò che, nella perquisizione, avesse anche lontana attinenza con l’informatica.
Nonostante all’epoca internet fosse una entità ancora da venire, la telematica personale era nel nostro paese una realtà consolidata, in larga parte grazie alla presenza diffusa di Fidonet, una rete internazionale di sistemi telematici aperti, gratuiti e connessi in rete fra di loro, che offrivano servizi di messaggistica e distribuzione di quello che oggi definiremo software aperto. Dal 1985 la rete Fidonet – composta esclusivamente da entusiasti innovatori che investivano tempo e risorse nell’interesse della collettività – si era profondamente evoluta ed era arrivata ad interconnettere alcune centinaia di sistemi locali, che assommavano svariate migliaia di utenti.
Erano gli anni pionieristici della prima diffusione dei personal computer, ma in Fidonet vi era già grande attenzione alle problematiche legate alle licenze ed al copyright: il regolamento (la policy) imponeva infatti che “(il gestore del nodo) non promuove o partecipa alla distribuzione di software piratato e non ha altri tipi di comportamento illegale via FidoNet”, norma sempre rispettata senza grandi problemi.
Fidonet anticipava di gran lunga una direttiva CEE, che nel 1992 invitava gli stati membri ad emanare regolamentazioni nazionali atte a tutelare il diritto di autore in materia di software, che, in mancanza di legislazione specifica, era interpretato in maniera del tutto disomogenea.
L’Italia scelse di andare ben oltre le richieste CEE, ed associò alla detenzione di software non originale non solo conseguenze civilistiche, ma anche pesantissime sanzioni penali. Nonostante la legge le limitasse ai soli casi in cui vi fosse finalità di lucro, l’interpretazione che ne veniva data in quei tempi era che il lucro fosse costituito dal mancato esborso di denaro, senza sostanziale differenza se a duplicare abusivamente software fosse un ragazzino collezionista o un negoziante che lo vendesse illecitamente.
Sta di fatto che l’indagine prese il via proprio da due ragazzini del pesarese che scambiavano software. Nei loro computer fu trovato un elenco di BBS ai quali, come altre migliaia di appassionati, si collegavano frequentemente. Furono proprio quei numeri memorizzati ad essere considerate le prove principe dell’esistenza di una estesa organizzazione dedita allo spaccio di software. Cosa che aggiunta all’assioma che il possesso di una apparecchiatura atta alla duplicazione (leggi, un computer) giustificasse le perquisizioni, diede il la all’operazione, sostenuta da accuse pesantissime (associazione a delinquere, duplicazione fraudolenta di software, violazione di sistemi informatici terzi, persino contrabbando), e senza alcuna indagine preliminare.
E’ inutile sottolineare che la vicenda sconvolse la vita di tantissime persone, animate solo da interesse verso la tecnologia e volontà di offrire un servizio alla collettività. La loro unica colpa fu di avere il numero del proprio BBS registrato nella rubrica telefonica delle persone sbagliate, pagando così lo scotto dell’incompetenza altrui nei confronti di una materia nuova e ostica.
Con il tempo fu evidente come la realtà fosse totalmente diversa da quella ipotizzata dagli inquirenti, e che i sysop della rete Fidonet erano completamente estranei al mondo della pirateria del software. Ma la vicenda fu estremamente dolorosa ed ebbe come conseguenza la decimazione della rete. Oltre ai tanti nodi chiusi perché sottoposti a sequestro, e che non riaprirono più, furono in molti a ritenere che il rischio derivante dal gestire un BBS fosse assolutamente ingiustificato ed a chiudere le attività.

venerdì 10 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 maggio.
Il 10 maggio 1941 Rudolf Hess si paracaduta in Scozia sostenendo di essere in missione di pace.
Walter Richard Rudolf Hess è stato un politico tedesco.
La sua carriera lo ha portato a diventare un uomo tra i più influenti del Terzo Reich e del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori.
Nacque in Egitto, ad Alessandria, da una famiglia benestante che si trovava in Africa per motivi di lavoro. Il padre Fritz, bavarese, luterano praticante, era un ricco esportatore di vini, mentre la madre era discendente della nota famiglia greca Georgiadis di Alessandria. Tornò in Germania con la famiglia nel 1908, a 14 anni. Espresse interesse per l’astronomia, ma il padre lo convinse a seguire studi economici ad Amburgo e in Svizzera.
Partecipò da volontario alla prima guerra mondiale: si arruolò inizialmente nel reggimento List, tra i più aggressivi e tenaci dell’intero conflitto, in cui combatteva anche il caporale di origine austriaca Adolf Hitler, partecipò alla Prima battaglia di Ypres e alla Battaglia di Verdun. Poi – fino alla fine della guerra – prestò servizio nell’Aviazione, come pilota da caccia nella Squadriglia Bavarese 34, dove fu promosso al grado di Tenente.
Nell’autunno del 1919 Hess si iscrisse all’università di Monaco, dove studiò storia ed economia. Il suo professore di geopolitica fu Karl Haushofer, un teorico del concetto di Lebensraum (“spazio vitale”). Fu Hess a presentare Haushofer a Hitler, il quale fece del Lebensraum una colonna portante del pensiero nazionalsocialista.
Adolf Hitler convinse Hess a entrare in politica, nel 1920, anno in cui abbandonò l’Università di Monaco, dove stava per laurearsi in filosofia. Il 20 dicembre 1927 Hess sposò la ventisettenne Ilse Pröhl (22 giugno 1900 – 7 settembre 1995) di Hannover. Insieme ebbero un figlio, Wolf Rüdiger Hess (18 novembre 1937 – 24 ottobre 2001).
Hess partecipò al Putsch di Monaco nel 1923. La rivolta fallì ed egli fuggì in Austria, salvo poi ritornare in patria alla notizia che Hitler era stato arrestato. Fu condannato a diciotto mesi di detenzione. In carcere, Hess aiutò il futuro Führer a scrivere il Mein Kampf (La mia battaglia), opera che diventò il testo sacro del nazismo. Da quel momento egli divenne uno dei più stretti collaboratori di Hitler, tanto da esserne considerato il successore alla guida del partito.
Nel 1933 Hitler lo nominò suo vice, Reichsleiter, dandogli ampi poteri sia all’interno del partito sia nel governo da poco costituito. Sei anni dopo, Rudolf Hess fu nominato ufficialmente numero tre del partito, dopo Hitler e Göring. Tuttavia Hess non fu mai uomo d’apparato: relegato sempre a occasioni di pura facciata, per la sua posizione di “moderato” venne escluso dalle riunioni di partito in cui venivano deliberate decisioni importanti e spietate (come lo sterminio delle SA nella Notte dei lunghi coltelli, le persecuzioni antisemite nella Notte dei cristalli e l’entrata in guerra della Germania), alle quali invece non mancò mai il suo segretario particolare, l’ambizioso Martin Bormann. Non si oppose all’invasione della Polonia, che fu poi la causa dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Il 10 maggio del 1941 Hess decollò da Augsburg a bordo di un Messerschmitt Bf 110 modificato con due serbatoi di carburante aggiuntivi, diretto in Scozia, per raggiungere il castello del duca di Hamilton (considerato un fautore del dialogo con il Terzo Reich) nel Lanarkshire. Qui si paracadutò. Fu consegnato all’esercito inglese, che provvide al suo internamento. La versione ufficiale britannica vide in Hess un uomo in crisi, con disturbi mentali, sconvolto dagli orrori della guerra, messo da parte dal regime, intenzionato, all’insaputa del dittatore, a proporre, tramite il duca, un utopistico piano di pace all’Inghilterra – il cui popolo era considerato fratello d’origine – basato sulla spartizione del potere a livello mondiale.
Hitler, parlando alla radio subito dopo il viaggio di Hess, lo definì “un pazzo”: esattamente quanto Hess gli aveva chiesto di dire, in caso di fallimento della missione, nella sua ultima lettera. I motivi di quel viaggio non sono mai stati chiariti e la misteriosa vicenda della missione di Hess nel Regno Unito è stata interpretata in vario modo. Una prima interpretazione, suffragata da documentazione ufficiale sia britannica, sia tedesca e dalla stessa deposizione del protagonista, vede la missione come un’iniziativa individuale di Hess, che nell’ottica del dittatore nazista si configurava come un atto di grave insubordinazione se non di alto tradimento.
La seconda interpretazione, che si colloca nel filone del revisionismo storico, vede questa missione avvenuta con il consenso (se non con l’ordine) di Hitler. Le proposte di Hitler sarebbero state giudicate inaccettabili o l’interlocutore inaffidabile (dopo Monaco) dal governo di Londra e, a questo punto, vi sarebbe stata una coincidenza di interessi tra gli opposti belligeranti per far apparire il volo di Hess come un’iniziativa individuale. Lo stesso Hess, al termine della guerra, avrebbe avuto interesse a presentare il suo volo come un’iniziativa individuale, al fine di alleggerire la propria posizione processuale presentandosi come un insubordinato invece che come un emissario di Hitler.
Nessun documento ufficiale avvalora questa tesi, ma rimane la constatazione della severità della condanna inflittagli a Norimberga e della durezza del regime di detenzione, non tanto con riferimento alle sue colpe, indubbiamente non veniali, ma confrontando il suo trattamento con quello riservato ad altri esponenti politici e militari nazisti autori di crimini.
Nel 1987 Hess si suicidò in carcere all'età di 93 anni, strangolandosi con un cavo elettrico, portando nella tomba il suo segreto.

giovedì 9 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 maggio.
Il 9 maggio 1938 Hitler e Mussolini si incontrano a Firenze.
Il treno di Hitler giunse a Firenze nel primo pomeriggio del nove maggio 1938 proveniente da Roma. Al binario sedici,  addobbato con fiori, bandiere, grandi stemmi sabaudi e fasci littori dorati, c’erano ad attenderlo Benito Mussolini, i ministri Ciano, Starace e Bottai, nonché tutte le maggiori autorità cittadine, i gerarchi del regime e una guida ‘turistica’ d’eccezione: Ranuccio Bianchi Bandinelli.
 Al momento dell’arrivo, mentre la banda cittadina intonava il Deutschland über alles, la Marcia Reale e Giovinezza, il cielo fu attraversato da una rombante squadriglia di caccia. Fuori da Santa  Maria Novella, lungo le vie che sarebbero state percorse dall’automobile scoperta dei due capi di Stato, erano in trepidante attesa trecentocinquantamila persone provenienti da tutte le province della Toscana. La giornata era stata dichiarata festiva in tutta la regione, il tempo era bello, l’organizzazione risultava minuziosa. Sotto l’alto controllo esercitato, da Roma, da Alessandro Pavolini, e a Firenze dal podestà Venerosi Pesciolini, era stata messa in piedi una poderosa macchina propagandistica per realizzare l’evento,  predisporre gli allestimenti ed abbellire la città. In Comune era stato creato un apposito ufficio festeggiamenti, mentre decine tra architetti, fotografi e giovani artisti – quasi tutti provenienti dall’Istituto d’Arte – avevano lavorato freneticamente alle scenografie sotto la guida di Giorgio Venturini, allora direttore del Teatro Sperimentale dei Guf di Via Laura. Così, per alcuni mesi la città era stata trasformata in un grande cantiere per via dei rifacimenti di facciate, strade, marciapiedi, spallette dei ponti; l’illuminazione delle strade era stata rinnovata, le vetrine dei negozi tirate a lucido. Al termine il bilancio delle spese fu assai cospicuo e dai 13-15 milioni di lire inizialmente previsti, ne furono sborsati almeno 19, fatto questo che creò al Comune, nei mesi che seguirono, una pesante condizione debitoria. Il centro della città tuttavia risultò profondamente trasformato, gli apparati effimeri avevano creato situazioni scenografiche inusitate con un continuo alternarsi di prospettive nuove, di emergenze monumentali – vere o ricreate in cartapesta – di geometrie alterate, di studiate sonorità e giochi di luci.
Proprio all’uscita della Palazzina Reale era stata realizzata, per esempio, una tribuna a gradoni lunga trecento metri e sormontata da un’alta spalliera verde. Da lì doveva infatti partire il corteo che avrebbe dovuto attraversare tutto il centro cittadino per recarsi a Palazzo Pitti, a Santa Croce, Boboli, Palazzo Vecchio, Palazzo Medici Riccardi e, infine, al Teatro Comunale. Via Panzani era stata decorata secondo il modello della galleria con gli striscioni bianchi con il giglio rosso di Firenze, il simbolo del saluto della città all’ospite. Poi, a seguire, in via dei Cerretani erano stati disposti i simboli della grande Germania hitleriana, mentre quelli delle antiche corporazioni della Repubblica facevano mostra di sé in via Calzaioli, più in là, dalle finestre dei palazzi di via Strozzi erano stati fatti pendere arazzi pregiati e insegne gentilizie. Lungo tutto l’itinerario era un susseguirsi di bandiere, labari, angoli infiorati, fino a giungere a Pitti dove Hitler si fermò per una breve riposo e dal quale ripartì alle 15.30 per dirigersi al sacrario dei martiri di Santa Croce. Da lì le auto del corteo, dopo  aver attraversato Ponte alle Grazie, salirono al Piazzale Michelangelo, per entrare poi a Boboli da Porta Romana dove attendevano centinaia di figuranti per la messinscena degli antichi ludi toscani: dal pisano gioco del ponte alla aretina giostra del Saracino, dall’antico gioco del calcio fiorentino, al palio senese. Subito dopo prese avvio un rapido giro nelle gallerie di Palazzo Pitti e, passando attraverso il corridoio vasariano, degli Uffizi. Infine in Palazzo Vecchio si tenne un breve incontro con varie personalità politiche, della cultura e dello spettacolo. Firenze, che era l’ultima tappa di un viaggio che aveva prima toccato Roma (capitale del neoproclamato impero) poi Napoli (proiezione militare italiana nel Mediterraneo), doveva mettere in scena e sottolineare il nesso spirituale e culturale tra Italia e Germania e tra i rispettivi loro regimi. Per questo, in una sala degli Uffizi, erano state poste opere d’arte fatte giungere appositamente dalla Germania assieme ad altre di artisti tedeschi già facenti parte delle collezioni cittadine.
Ma fu soprattutto la visita al sacrario dei martiri di Santa Croce ad essere, da questo punto di vista, il  momento più carico di significati. La celebrazione dei martiri della guerra e del fascismo, l’onore tributato qui al sacello di Giovanni Berta, voleva significare che entrambi i movimenti, quello fascista e quello nazista, avevano posto radici grazie al sacrificio e all’eroismo dei primi loro accoliti e militanti. La tappa a Santa Croce fu però indirettamente significativa anche per un’altra ragione: essa fu l’unico momento in cui i due capi di Stato poterono – per così dire – varcare le soglie di una chiesa, seppure nella sua parte sottostante e non dal portone principale. Il Cardinale Elia dalla Costa, infatti, seguendo in modo convinto le disposizioni di Pio XI che, a Roma, aveva fatto chiudere tutti i luoghi di culto e i musei vaticani ritirandosi a Castel Gandolfo – aveva sbarrato anch’egli tutte le chiese fiorentine e chiuso il suo palazzo vescovile. Privati della scenografia forse più ambita di Santa Maria del Fiore, la vera epifania pubblica dei due capi di Stato – a parte i veloci passaggi in auto –  si ebbe solo in piazza Signoria quando era ormai giunta l’ora del tramonto. Qui i due dittatori si mostrarono al pubblico, che si assiepava numeroso, salutando dal balcone di Palazzo Vecchio. Dopo poco ripresero le auto e si diressero a Palazzo Medici Riccardi per la cena di gala, infine, alle nove di sera, si recarono a teatro dove si tenne un concerto in loro onore (musiche del Simon Boccanegra di Verdi eseguite dall’Orchestra Stabile fiorentina diretta da Vittorio Gui) dopo di che la visita volse al termine. Era ormai notte e, nel breve tragitto tra il teatro e la stazione ferroviaria, al margine esterno del parco delle Cascine, furono lanciati fuochi artificiali di saluto. Prima di giungere di nuovo alla stazione le auto passarono un’ultima volta sotto un arco di trionfo disegnato da potenti fasci di luce. Mezzanotte era scoccata da qualche minuto quando il treno di Hitler si mosse alla volta di Berlino. Cinque minuti dopo anche Mussolini salì in vettura per essere ricondotto a Roma.

mercoledì 8 maggio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 maggio.
L'8 maggio 1902 in Martinica il monte Pelee erutta distruggendo completamente la città di Saint Pierre.
 Il vulcano La Pelée si trova nella parte settentrionale dell'isola della Martinica e, alle sue pendici di sud ovest si stendeva in riva al mare la vivace cittadina di Saint-Pierre. Aveva case dalle mura molto spesse, da 60 a 90 cm., costruite così per proteggere dalle temperature torride i suoi abitanti. Oltre la cattedrale, tra i grandi edifici che si potevano osservare a Saint-Pierre c'era un teatro, dove attori venuti dalla Francia recitavano, ogni anno, nel periodo invernale; diverse industrie, fra cui quella per la produzione del rhum e quella della canna da zucchero, un collegio, l'ospedale militare. Gli abitanti erano in gran parte meticci, individui alti e dal portamento elegante. Dominavano l'economia della città i creoli, che sono i bianchi nati in America da genitori europei. La lingua usata era il francese.
   La Pelée non aveva dato, fino ad allora, gravi preoccupazioni. Nel 1792 e nel 1851 c'erano state delle forti emissioni di fumo e cenere, ma nessun danno grave nè feriti. E comunque il tempo aveva, come sempre, cancellato questi vaghi ricordi. Nulla poteva far pensare ai pierrotini che un pericolo immane li minacciava tutti, e che sarebbe partito proprio da quella montagna "pelata", apparentemente innocua, che si ergeva a sei chilometri dall'abitato.
   Il monte La Pelée, alto 1397 metri, aveva sulla sommità un laghetto dalle chiare acque, il Lac des Palmistes, ovverossia il Lago delle Palme. Un ex lago, l'Étang Sec (lo Stagno Secco) si trovava in un cratere più piccolo e più in basso, che aveva una specie di fenditura fra le pareti che lo circondavano. Questa fenditura, a forma di V, era diretta proprio a sud ovest, verso la città.
   Se si guarda una cartina della zona delle Piccole Antille, si puo' facilmente notare che queste isole, non grandi, sono disposte a semicerchio, e puntano verso le coste settentrionali dell'America del Sud.
   Tutte vulcaniche, ospitano ben dieci vulcani attivi: quattro di essi sono entrati in eruzione nel secolo scorso. Uno, il vulcano La Soufrière nell'isola di Montserrat, ha dato spettacolo proprio recentemente, negli anni che vanno dal 1995 al 2000, provocando gravi danni, l'esodo di parte della popolazione e tante difficoltà di vario.
   Un geologo statunitense che aveva visitato la zona dopo il cataclisma dell'8 maggio 1902 così scrisse: "Lungo l'entrata dei Caraibi si estende una catena di isole che sono delle vere e proprie fornaci a combustione lenta, con il fuoco ben attizzato, sempre pronte ad esplodere nel momento meno opportuno e previsto".
   L'isola di Martinica è ampia 1128 chilometri quadrati (cinque volte la superficie dell'isola d'Elba) e oggi è abitata da 388.000 persone. E', dal primo gennaio 1947 (assieme all'isola della Guadalupa) un Dipartimento d'Oltremare della Repubblica francese (una curiosità: anche laggiù la moneta corrente è l'euro).
   Per secoli era stata una colonia della Francia, ma già da un centinaio di anni prima dell'elevazione a Dipartimento i cittadini erano considerati cittadini francesi. Il 13 giugno 2002 è caduto il 500° anniversario dell'arrivo di Cristoforo Colombo sull'isola, che il navigatore genovese scoprì nel 1502 durante il suo quarto viaggio.
   Già il 23 aprile di quell'anno si erano verificate delle scosse di terremoto: i piatti caddero dalle mensole nelle case, mentre una coltre di cenere ricoprì i tetti e le strade della cittadina. Il 25 e il 26 vi fu un'esplosione di fumo e lapilli, che vennero scagliati molto in alto, mentre un'altra imponente pioggia di cenere cadeva su Saint-Pierre. Dei coraggiosi salirono fin presso la vetta, e notarono che lo Stagno Secco si era adesso riempito di acqua calda che emetteva vapori e cupi brontolii e gorgoglii.
   Un forte odore di zolfo si diffuse fra le case, e molti camminavano per strada tenendo fazzoletti bagnati davanti al naso.
   Il quotidiano di Saint-Pierre, Les Colonies, su ordine del direttore, un politico conservatore e poco lungimirante, diede scarsa rilevanza ai fenomeni quotidiani che impensierivano la popolazione: l'11 maggio c'erano le elezioni amministrative, e non si voleva che, a causa del panico, gli elettori lasciassero la città, togliendo voti a qualche partito.
   Il 2 e il 3 maggio spaventevoli boati svuotarono le case: gli abitanti si precipitarono a guardare verso la cima minacciosa, che eruttava un'enorme nuvola scura, percorsa da saette. La coltre di cenere, che cadeva continuamente, cominciò a far morire gli uccelli dei boschi. Il rumore delle ruote delle carrozze che transitavano per le strade era quasi del tutto smorzato dalla cenere. Forti piogge fecero calare dalle pendici del vulcano torrenti di fango, che trascinavano alberi spezzati, carogne di animali, massi ciclopici. Con il passare dei giorni Les Colonies, divenendo meno reticente, cominciava a dire che la città era depressa e i cittadini di Saint-Pierre erano molto agitati.
   Circa duemila persone lasciarono la città, dirette al capoluogo Fort-de-France, più a sud, in una zona al riparo da eventuali disastri.
   Nella lettera di una donna della città, diretta a parenti francesi, e datata 4 maggio, si puo' leggere: "Sto aspettando con calma l'evolversi degli eventi. Siamo tutti calmi. Se è giunta la nostra ultima ora, abbandoneremo questo mondo in numerosa compagnia...".
   Una rassegnazione che sembra davvero incredibile!
   Mentre nelle campagne poste alle pendici della montagna gli animali si agitavano grandemente, nella Usine Guérin, uno zuccherificio a nord di Saint-Pierre, vi fu una spaventosa invasione di migliaia di formiche e giganteschi chilopodi, le pericolose scolopendre.
   Questi insetti velenosi, lunghi quasi trenta centimetri, assalirono i cavalli, difesi con getti di acqua dagli operai della ditta. Nei capannoni, una lotta senza quartiere si instaurò fra i centopiedi e gli uomini dello zuccherificio. Essi cercavano di schiacciare le repellenti scolopendre con sacchi pieni di merce, bastoni, attrezzi vari. Tutto era imbrattato dal sangue di queste bestiacce, e anche le formiche, giallastre e maculate, impegnarono con la loro invadenza gli sfortunati operai.
   Ma avvenne di peggio. Un'invasione di serpenti, che erano stati messi anch'essi in fuga dalle scosse e dalla cenere calda che martoriava le pendici del La Pelée, si verificò in un quartiere della città. Si trovavano fra gli altri rettili anche delle vipere, dal morso letale: queste attaccarono maiali, polli, cani e cavalli, e provocarono un fuggi fuggi disperato degli abitanti. Molti bambini vennero morsicati e uccisi dai serpenti, e il sindaco dovette inviare i soldati per sterminare i pericolosi animali.
   Tale era l'angoscia della popolazione, per tutti questi segni premonitori, uno più sconvolgente dell'altro, quando arrivò la notizia che un torrente di fango, precipitato dall'Etang Sec, aveva sepolto in pochi minuti lo zuccherificio, già sede della lotta contro gli insetti invasori. Morirono tutti gli operai che non erano ancora scappati, circa una trentina. Ogni cosa venne sommersa dalla calda coltre di fango.
   Era il 5 maggio. Il governatore Mouttet ricevette da un'apposita commissione di scienziati un parere secondo il quale questi segni non facevano temere un pericolo imminente per la città posta sotto il vulcano. Anzi, Mouttet si preparò a trasferirsi con la sua famiglia dal capoluogo, dove risiedeva abitualmente, a Saint-Pierre, per sottolineare con questo gesto la sua convinzione che non esisteva un imminente pericolo.
   Forse, ma è una supposizione, si prevedeva come possibile solo un'eruzione di lava. Il magma, essendo spesso piuttosto lento nello scendere a valle (fra l'altro le pendici del monte non erano ripidissime) avrebbe dato il tempo ai pierrotini di scappare verso sud. Nessuno immaginava la velocissima e micidiale nube ardente, che poi in effetti fu quella che distrusse la città.
   Dopo aver consentito le prime fughe, le autorità arrivarono addirittura a fermare e far rientrare in città alcuni cittadini che, impauriti, si stavano allontanando dal luogo dell'eruzione.
 Il 6 maggio la coltre formata dalla cenere che "pioveva" lentamente ma continuamente, aveva raggiunto uno spessore di venti-trenta centimetri. Le piante secche ed avvizzite, da cui le foglie, divenute giallastre, erano cadute da un pezzo, creavano uno spettacolo di desolazione e di angoscia, nelle campagne attorno a Saint-Pierre. Erano solo un ricordo le ricche piantagioni di canna da zucchero.
   Il giorno 7 iniziò con un terribile boato, in piena notte. Gli abitanti, ancora una volta riversatisi nelle strade in preda alla paura, videro sulla cima del vicino vulcano bocche ardenti, fiammate e lampi, e nuvoloni neri che si elevavano rapidamente verso l'alto, nascondendo il limpido cielo stellato tropicale.
   Alle prime luci dell'alba, il mare attorno alla cittadina apparve tutto ricoperto da uno strato galleggiante di pomice, tronchi di alberi, uccelli morti e relitti vari: l'acqua non era più visibile.
   Nel pomeriggio si sparse la voce che il vulcano La Soufrière, situato a centocinquanta chilometri a sud, nell'isola Saint Vincent, (da non confondere con l'omonimo, situato su Montserrat) aveva avuto una violenta eruzione. I morti erano già ben duemila ma i poveri isolani, che vivevano l'ultima giornata della loro vita alle pendici del minaccioso vulcano, questa notizia non la seppero mai.
   A quel tempo i particolari delle notizie arrivavano con grande ritardo, e unicamente con il telegrafo a fili. Ma la notizia dell'eruzione del vicino vulcano risollevò un po' gli animi: molti sembravano considerare quest'evento sotto un'altra luce: come una valvola di sfogo per le immani forze che premevano nel sottosuolo.
   Nella rada, soltanto la nave Orsolina si allontanò, dirigendosi al largo, poiché il suo capitano intuì l'imminente tragedia; le altre diciotto navi rimasero in quello scenario apocalittico, con il mare ricoperto da pezzi di pomice e i tetti delle case di Saint-Pierre bianchi di cenere.
   L'ostentata tranquillità del quotidiano dell'isola e delle autorità di Port-de-France, che ancora non si decidevano a dare l'allarme, e ad informare la popolazione del gravissimo stato di pericolo in cui si trovava, indusse il console statunitense Prentiss, che abitava proprio a Saint-Pierre, a scrivere un'urgente lettera niente di meno che al Presidente americano Theodore Roosevelt. "Sembra di vivere in un incubo, in cui nessuno pare capace o disposto a guardare in faccia la realtà".
   Le elezioni erano imminenti, e tutto quel che poteva turbarle era messo in secondo piano. Tanto può la cecità umana.
   Si arriva così al mattino del giorno della catastrofe, un giovedì, in cui cadeva la solenne festa dell'Ascensione.
   Alle 7:52 vi fu una spaventosa e assordante esplosione, e una nube nera e caldissima (1000 gradi) composta di vapori incandescenti, di polveri e ceneri, rotolò rapidamente lungo le falde della montagna adirata: la cosiddetta "nube piroclastica", più pesante dell'aria, e colpevole di tante ecatombi istantanee accanto a numerosi vulcani nel mondo.
   Su tutta la Martinica il cielo si oscurò, a causa di un'altra nube scurissima lanciata verso l'alto dal vulcano, e divenne ovunque impossibile guardare oltre uno o due metri di distanza.
   Nella cattedrale del capoluogo Fort-de-France i fedeli si stavano apprestando ad assistere alla Messa delle otto, quando l'oscurità piombò, improvvisa, sulla città. In un attimo la chiesa si svuotò, e le persone, in preda al terrore, e chiedendosi cosa mai stesse succedendo alla vicina Saint-Pierre, si inginocchiarono per la strada, nelle tenebre, pregando e piangendo.
   La grande fenditura a V che si trovava nei pressi dello Stagno Secco puntava, sventuratamente, proprio in direzione della città.
   In due minuti l'onda della morte, che rotolava a più di 150 chilometri all'ora, raggiunse Saint-Pierre, dove tutti gli abitanti, terrorizzati, erano intenti a scappare, ad allontanarsi quanto più possibile dall'inferno appena scatenatosi sulla loro città.
   Inutilmente. L'immensa forza con cui la nube piroclastica investì l'abitato provocò in due o tre minuti il crollo di moltissime abitazioni, l'incendio di tutto ciò che poteva bruciare (soprattutto le migliaia di barili di rhum che si trovavano nei magazzini, sui moli e sulle navi ormeggiate) frantumando e distruggendo tutto.
   Tutto, anche i corpi dei trentamila abitanti. Il telegrafista del capoluogo, che stava scambiandosi messaggi con il collega di Saint-Pierre, si accorse, alle 7:52, che la linea si era improvvisamente interrotta.
   Tutti gli esseri viventi che abitavano questa città delle Antille morirono in brevi istanti.
   Quasi tutti.
   La sorte è talvolta sorprendente. Solo due persone rimasero in vita. Uno si chiamava Léon Compère-Léandre, faceva il calzolaio ed era giovane e alquanto robusto di costituzione. La casa in cui abitava si trovava al margine della cittadina. Seduto davanti alla sua casa fu investito, raccontò poi, da un vento caldissimo ed estremamente violento, mentre un terremoto squassava la terra e il cielo diventava di colpo buio.
   Léon sentiva che la sua pelle bruciava, rientrò con estrema fatica in casa e si buttò, stremato, su di un tavolo. Una ragazzina di dieci anni che si trovava nella stanza morì in pochi minuti, mentre nella camera vicina giaceva su di un letto il cadavere di suo padre, con la pelle orribilmente bruciata.
   Il giovane svenne e rimase disteso per un'ora, quando lo risvegliò l'incendio del tetto. A questo punto, radunando tutte le sue forze, ustionato e sanguinante, il giovane si precipitò fuori e raggiunse la vicina località di Fonds-Saint-Denis. Questo miracolato visse poi per altri trentaquattro anni, ignorato, però, dalla stampa.
   La storia dell'unico altro sopravvissuto, che si chiamava Auguste Ciparis, è invece molto più avventurosa. Auguste era un carcerato, e si trovava nella prigione della città, in una cella isolata, dalle spessissime pareti, e con la porticina, che era sormontata da una piccola finestra, rivolta dalla parte opposta al vulcano.
   Ciparis raccontò poi, e la sua testimonianza fece il giro del mondo, che quella mattina, mentre aspettava che gli portassero la colazione, la sua cella cadde improvvisamente nella completa oscurità. Dalla finestrella posta sopra la porta arrivarono quasi subito ventate di aria rovente, mista a cenere: il carcerato trattenne istintivamente il fiato, e forse fu questo gesto a salvargli la vita. I suoi polmoni rimasero quasi indenni. Sotto i vestiti, che non presero fuoco, la pelle era gravemente ustionata. Bevve avidamente da una brocca dell'acqua ancora quasi fresca (l'acqua ha un alto "calore specifico", si scalda o si raffredda, com'è noto, con grande lentezza).
   Così scottato, con le ferite provocate dalle ustioni che sanguinavano, senza mangiare e paventando una fine terribile, Auguste Ciparis rimase per ben quattro giorni sotto le macerie che coprivano la robusta prigione, senza però rimanere ferito; alla fine i suoi lamenti richiamarono l'attenzione di alcune delle persone che erano giunte, a centinaia, presso le rovine della città, scoprendo che non potevano portare alcun soccorso, perché tutti erano morti.
   Ciparis ottenne la grazia, venne liberato, e fu assunto dal Circo Barnum, che lo portò in giro per il mondo come "sopravvissuto di Saint-Pierre". Davanti agli spettatori sbigottiti, Ciparis raccontava ogni volta le sue peripezie, e mostrava le cicatrici che deturpavano il suo corpo. Morì di morte naturale nel 1929.
   Strano destino, il suo, come anche quello di Léon: veramente storie degne di un fantasioso romanzo.
   Anche sulle navi che erano alla fonda in porto, e che non avevano salpato le ancore come l'Orsolina, vi furono centinaia di vittime: ben sedici navi su un totale di diciotto furono rovesciate e incendiate dalla nube ardente. Solo la Roraima e la Roddam resistettero, con gli alberi, il fumaiolo e le scialuppe asportate dalla furia della nube di fuoco.
   Sulla nave passeggeri Roraima si salvarono avventurosamente solo venti persone su sessantotto. Tutte le altre, compreso il capitano, morirono per le gravissime ustioni, o affogate.
Giova, a conclusione, citare una testimonianza di un certo Fernand Clerc, un ricco piantatore della Martinica, che si accorse, un'ora prima della tragedia, che il suo barometro sembrava impazzito: la lancetta continuava a vibrare, ad oscillare vistosamente. Preso da un presentimento, organizzò in pochi minuti le carrozze e con la sua famiglia si trasferì in una delle loro case di campagna, sulle colline attorno alla città, a cinque chilometri da Saint-Pierre. Il breve corteo passò anche davanti all'abitazione del console americano Prentiss: con notevole incoscienza, lui e la moglie erano affacciati al balcone, ignari del loro imminente tragico destino. Clerc li invitò a scendere, e ad unirsi a loro nella fuga, ma gli americani rifiutarono.
   Il viaggio, in preda all'angoscia, durò una quarantina di minuti, e Clerc e i suoi erano appena scesi dalle carrozze, quando il vulcano La Pelée esplose. Impietriti dal terrore essi videro l'enorme nube nera che si dirigeva a grande velocità verso la cittadina "come un grande torrente di nebbia scura, accompagnata da un boato continuo di colpi, distinti uno dall'altro..."
   In dieci minuti la coltre di nubi oscure avvolse la casa, e tenebre impenetrabili impedivano a ciascuno di poter vedere i suoi vicini, che potevano essere individuati solo a tentoni.
   La pioggia di cenere calda cadeva sulla tenuta, impedendo il respiro. Passati una ventina di minuti, racconta sempre Clerc, un forte vento, levatosi improvvisamente, spazzò via le ceneri e la soffocante nube.
   Apparve, tremendo, lo spettacolo di Saint-Pierre che bruciava. Clerc, con notevole coraggio, scese a piedi verso i primi sobborghi.
   "Le parole o la penna non potranno mai descrivere lo spettacolo che si aprì alla mia vista. Ovunque attorno a me c'erano parenti o amici che bruciavano. Capii che non potevo essere di alcun aiuto: erano tutti morti, nessuno era rimasto vivo. Mi affrettai a tornare alla fattoria in campagna e alla prima occasione mandai la mia famiglia alla Guadalupa".
   Certamente, altri si salvarono dall'ecatombe, perché ebbero la prontezza di scappare alquanto prima dell'esplosione. Ma di quelli che rimasero nella "Silent City of Death", come la ribattezzarono i giornali americani, si salvarono, su trentamila-quarantamila abitanti, solo Léon e Auguste.
   Il resto dell'isola rimase all'oscuro di quanto accaduto a Saint-Pierre per numerose ore. Solo verso mezzogiorno, vista l'impossibilità di raggiungere la città via terra, il governatore inviò una nave da guerra. Dal ponte gli ufficiali scrutarono, da lontano, con cannocchiali: nessuna persona si muoveva fra le rovine fumanti, nessun superstite implorava aiuto. Si resero ben presto conto del fatto che non c'era più nessuno da soccorrere.
   Arrivarono da tutto il mondo, anche dal re d'Italia, Vittorio Emanuele III, aiuti in denaro; Roosevelt inviò prontamente soldi e aiuti di ogni genere, che servirono solo per i sopravvissuti nelle immediate vicinanze della città distrutta. Grandi servizi giornalistici apparvero sui quotidiani in Europa e in America, inviati speciali e celebri geologi e vulcanologi si recarono in quella che fu subito battezzata "la Pompei d'America"; studiarono a lungo l'evento, anche per poter imparare a prevenire ulteriori simili tragedie in futuro, in ogni parte del mondo.
   I vulcanologi che studiarono l'accaduto, scoprirono che la terribile nube piroclastica non era precipitata sulla città solo per gravità, come si era pensato in un primo momento, ma anche spinta da violentissime pressioni laterali, come da un enorme cannone; queste pressioni provenivano dal cratere formatosi nello Stagno Secco, inclinato verso l'abitato.
   Infatti colpirono la sventurata città di Saint-Pierre non solo gas irrespirabili e cenere, ma anche massi grossi come case, enormi lapilli, scagliati con forza contro gli edifici dalle possenti mura.
   Altre esplosioni si verificarono sul vulcano maledetto in quell'anno 1902; soprattutto quella del 16 dicembre fu spettacolare, con la nube ardente - che non poteva più uccidere nessuno - che rotolava dalle pendici e poi si elevava, man mano, fino a 4000 metri.
   In effetti il disastro del La Pelée ricorda da vicino la tragedia di Pompei, soprattutto per le avvisaglie ignorate e poi per la subitaneità dell' "onda della morte". Solo che Pompei ed Ercolano furono sepolte, e lo rimasero per secoli, da un funereo manto di cenere.
   Nel caso del Vesuvio gli strati di questo materiale, che in molti casi superava i cinque metri di spessore ed era mescolato a pezzi di roccia e di pomice, si compattarono e vennero come saldati dalle piogge che caddero sulle pendici del vulcano.
   Oggi, nella Saint-Pierre risorta dal disastro di un secolo fa, si può visitare un museo che ospita fotografie e oggetti che testimoniano quel lontano cataclisma. Ma accanto alla città nuova si possono visitare, con commozione, le rovine del 1902.
   Il Secolo Ventesimo, appena iniziato, si presentava con questa tragedia della natura, che molto commosse e colpì gli uomini in tutto il mondo.
   Di lì a sei anni un altro disastro, ben più tragico e sconvolgente, distruggeva Messina e Reggio Calabria, causando la spaventosa cifra di centoventimila vittime.

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