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sabato 15 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 dicembre.
Il 15 dicembre 1832 nasce Gustave Eiffel.
A lui si deve la concezione di una delle meraviglie assolute del mondo e l'appoggio determinante per la costruzione di uno dei simboli imperituri della democrazia e della libertà. Stiamo parlando rispettivamente della torre Eiffel e della Statua della Libertà, entrambi scaturiti e realizzati dall'unica, geniale mente dell'ingegnere francese che porta il nome di Alexandre-Gustave Eiffel. Nato a Digione il 15 dicembre 1832 iniziò la sua attività lavorando dapprima con diverse imprese di costruzione e in un secondo tempo in proprio, come ingegnere consulente.
Verso la metà del secolo cominciò a occuparsi di costruzioni in ferro, in relazione ai problemi suscitati dalla costruzione delle nuove ferrovie. Dal 1858 diresse i cantieri della compagnia di Bordeaux e costruì il viadotto sulla Garonna a Levallois-Perret. Nel 1867 costruì una propria azienda per la costruzione di laminati in acciaio diventando presto un tecnico di fama internazionale nell'impiego di questo materiale.
Circondatosi di abili collaboratori, iniziò un lavoro di sperimentazione sull'uso delle "travi reticolari", partecipando alla realizzazione, come tecnico collaboratore, della galleria circolare per l'Esposizione parigina del 1867.
Nel 1876 assieme a Boileau costruì a Parigi il primo edificio in ferro e vetro, il "Magazin au Bon Marché", situato in rue de Sèvres, e l'anno successivo il primo dei suoi grandi ponti in ferro: il ponte Maria Pia sul Duero a Oporto.
Per l'Esposizione del 1878, eseguì i vestiboli e l'entrata sul lato della Senna dell'edificio principale.
Nel periodo 1880-1884 progettò e realizzò il viadotto di "Garabit sulla Truier", opera di straordinaria concezione che già metteva in luce tutte le sue visionarie potenzialità. Ed è all'Esposizione del 1889 che Eiffel diede fondo alla sua visionarietà costruendo la famosa torre parigina che ancora oggi porta il suo nome, espressione completa di un'impostazione tecnica tesa a ottenere contemporaneamente alte qualità di flessibilità e resistenza con un minimo peso.
Le notevoli dimensioni della torre, oltre alle qualità strutturali e al suo inserimento nel paesaggio urbano, suscitarono immediati e contrastanti giudizi da parte della cultura architettonica del periodo, influenzando però senza dubbio molte successive tecniche di progettazione.
Le sue dimensioni sono colossali e rappresentano davvero una delle sfide ingegneristiche più ardue mai realizzate.
Alta 307 metri (ma contando l'antenna, supera i 320), pesa oggi, dopo un restauro consolidativo, 11.000 tonnellate (in origine erano 7.500); è stata realizzata utilizzando 16.000 travi d'acciaio e poggia su quattro enormi piloni di sostegno. Nonostante la sua imponente mole, la torre esercita sul terreno una pressione di soli 4 kg per cmq, inferiore a quella di un uomo seduto su una sedia.
Dal 1985, la Tour Eiffel è stata poi dotata di una meravigliosa illuminazione, realizzata con lampade al sodio, che contribuisce a rendere quello scorcio di Parigi un paesaggio di rara suggestione.
La realizzazione della Statua della Libertà ebbe invece una gestazione più complessa e stratificata in diversi rivoli, a partire dalle responsabilità per la progettazione. L'idea per una statua celebrativa prese piede nel 1865, come monumento simbolo dell'amicizia Franco-Americana.
Del disegno si occupò lo scultore francese Frederic August Bartholdi mentre per progettare il supporto interno e le intelaiature venne chiamato proprio Gustave Eiffel.
Dopo i travagli dovuti alla non facile costruzione il 4 luglio 1884 l'Unione Franco-Americana tenne una cerimonia per la presentazione del monumento, poi la statua venne smontata, i pezzi imballati e inviati via mare agli Stati Uniti, dove giunse all'Isola della Libertà il 19 giugno 1885.
Dopo il 1900 Eiffel si occupò di aerodinamica portando a compimento le sue ricerche con la costruzione della prima "galleria a vento".
Gustave Eiffel morì nella sua amata Parigi il 28 dicembre 1923; venne sepolto presso il cimitero di Levallois-Perret, comune appena fuori Parigi.
Sulla Torre parigina che porta il suo nome, nello spazio che usava come studio, è stata posta una statua di cera che lo rappresenta.

venerdì 14 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.
Il 14 dicembre 1546 nasce in Danimarca Tycho Brahe.
Come Copernico era stato il primo europeo dal tempo dei greci ad innalzarsi all'altezza di Aristarco e di Tolomeo nel campo teorico, così Tycho Brahe fu il primo ad innalzarsi all'altezza di Ipparco nel campo dell'osservazione astronomica. 
Sinceramente contrario alla teoria copernicana, il suo sistema era ancora geocentrico anche se diverso dal sistema Tolemaico. Egli infatti immaginava che la Terra fosse immobile al centro dell'universo, che il Sole e la Luna ruotassero attorno alla Terra  e che tutti i pianeti ruotassero attorno al Sole. 
 Fino alla fine della sua vita egli non fu capace di accorgersi che questa cosiddetta nuova teoria era esattamente uguale a quella di Copernico. Infatti dal punto di vista matematico, la trasformazione da un sistema all'altro è insignificante. 
Pur essendo ingenuo in campo teorico, il suo lavoro di osservazione fu preziosissimo per lo sviluppo successivo dell'astronomia. 
Nato in Danimarca, a Knudstrup, Tycho era figlio del governatore del castello di Helsingborg. 
Dopo aver compiuto gli studi a Copenaghen e in Germania, si interessò presto di astronomia e di astrologia. Possiamo già farci un'idea della sua particolare personalità da un fatto curioso: arrivò a sfidare a duello un compagno di studi che aveva osato mettere in dubbio le sue capacità matematiche. Ci rimise il naso che si fece poi ricostruire con una protesi in oro.
Osservando nel 1563 una congiunzione di Giove e Saturno si rese conto che anche le più recenti e aggiornate tavole astronomiche (le Tabulae Prutenicae di Erasmo Rehinold) erano in errore di parecchi giorni. 
 Cominciò a progettare e  collezionare strumenti di osservazione sempre più imponenti fra cui un grande quadrante per osservazioni stellari e un globo celeste sul quale andava segnando le posizioni delle stelle confermando ancora  l'imprecisione e la lacunosità delle misurazioni astronomiche fino ad allora eseguite. 
Il grande contributo di Tycho Brahe all'astronomia fu infatti soprattutto quello di imporre l'esigenza di misurazioni e osservazioni continue e sempre più precise, a differenza dei precedenti astronomi che, influenzati dalla concezione aristotelica, davano molta più importanza agli aspetti qualitativi che a quelli quantitativi. 
Nel novembre del 1572 compariva una stella molto luminosa nella costellazione di Cassiopea. Si trattava di una supernova. Tycho la osservò accuratamente nelle sue fasi di luce, notando che doveva essere molto più lontana della Luna. Infatti non presentava nessuna parallasse sensibile e quindi doveva appartenere al cielo delle stelle fisse. La cosa dovette suscitare un certo scalpore negli ambienti accademici, visto che si riteneva che tutti i corpi celesti appartenenti al cielo delle stelle fisse non avrebbero dovuto essere soggetti a mutazioni e corruzioni. 
Viaggiò parecchio in Germania e in Italia, pensando poi di andare a stabilirsi a Basilea con la famiglia. Il re Federico II, che era un protettore delle arti e delle scienze, per timore di perderlo gli fece un dono favoloso: gli conferì l'isola danese di Hveen con tutte le rendite che produceva e si impegnò a costruirgli un osservatorio a spese dello stato. 
Nacque così un grande edificio chiamato Uranjborg (castello del cielo), una singolare costruzione situata nel mezzo di un giardino quadrato circondato da mura come una fortezza e orientato con i vertici verso i quattro punti cardinali. Il castello possedeva torri di osservazione con tetti mobili, una biblioteca, un laboratorio di alchimia e altri locali di lavoro e di abitazione. Vi installò molti strumenti astronomici (sestanti, armille equatoriali, strumenti parallattici, orologi ecc.). Un secondo edificio, costruito da Tycho in seguito, fu chiamato Stjerneborg (castello delle stelle). Aveva la particolarità di essere in gran parte sotterraneo, probabilmente per porvi gli strumenti in posizioni più stabili che non sulle terrazze. I tetti di questi vani sotterranei erano a forma di cupola e le osservazioni potevano essere eseguite attraverso delle aperture praticate sulle cupole stesse. 
Visse a Uranjborg per vent'anni, durante i quali raccolse un'ampia collezione di dati che gli sarebbe servita in seguito per costruire il suo nuovo sistema cosmologico. 
La megalomania di cui soffriva lo portò presto a tiranneggiare i poveri abitanti dell'isola di Hveen con balzelli non dovuti e condanne per insolvenze. Si circondò persino di una incredibile "corte" con tanto di "nano-buffone" che pranzava sotto la tavola.
Proprio per porre un freno a questa situazione, il successore di Federico II cominciò a limitarne gli appannaggi di cui godeva e  Tycho, offeso, abbandonò l'isola e  riprese le sue peregrinazioni per l'Europa portandosi dietro la famiglia e i suoi numerosi strumenti. Finì alla corte di re Rodolfo II (personaggio altrettanto eccentrico) con l'incarico di Mathematicus imperialis. Nel 1600 incontrò Keplero nel quale Tycho sperava di trovare un fedele discepolo della sua teoria, ma il rapporto tra i due astronomi fu breve e insofferente. Tycho infatti morì nel 1601 misteriosamente senza riuscire a convincere Keplero sul suo sistema geocentrico.  
L’enigma della morte di Tycho Brahe è stato definitivamente svelato. Il Dipartimento della Cultura di Praga ha accordato ad alcuni ricercatori il permesso di aprire la tomba dell’astronomo, che si trova nella cattedrale di Tyn, nella stessa città di Praga. Un gruppo di esperti danesi e cechi è stato in grado di compiere un’analisi dettagliata sulle ossa dell’astronomo, sui capelli e sull’abbigliamento rimasto, nel tentativo di trovare la risposta a un mistero vecchio di secoli, e cioè se sia stato assassinato o no. Anche se gli storici hanno generalmente attribuito la sua morte a problemi alla vescica o a calcoli renali, alcuni credono che egli possa essere stato avvelenato. Molti ricercatori credono che possa essere morto, accidentalmente o intenzionalmente, per avvelenamento da mercurio. La questione è stata ripresa negli ultimi anni, dopo che un professore svedese ha scoperto un diario in cui un lontano parente di Tycho Brahe, Erik Brahe, sosteneva che l’astronomo era stato avvelenato.
Occorre però ricordare che questi uomini che fecero la storia dell’astronomia e cambiarono definitivamente le conoscenze erano e rimanevano uomini, dotati di virtù che li hanno resi grandi, ma anche di vizi che li accomunano a noi “comuni mortali”. Tycho Brahe non fece eccezione: vita sessuale movimentata, duelli, interesse nell’alchimia e una morte ancora velata da un alone di mistero. Si pensi, per esempio, al già citato duello in cui Tycho Brahe perse parte del naso durante la sua permanenza all’ Università di Rostock; questa menomazione lo costrinse ad indossare una protesi metallica per il resto della sua vita.
L’episodio, prima di giungere alla questione della sua morte, merita un piccolo approfondimento: la discussione con Manderup Parsbjerg, membro della nobiltà danese, sfociò in un duello al buio che gli costò il setto nasale, costringendolo a portare una piastra di rame per coprire la cavità nasale esposta. La ragione dello scontro non fu una donna, non furono i soldi, ma una diatriba matematica a noi sconosciuta.
Questa mutilazione, contrariamente a quanto si possa pensare, non fece altro che contribuire a rendere Brahe l’uomo di scienza che diventò nel futuro: da quel momento, infatti, Brahe si interessò anche di medicina e di alchimia, oltre a divenire uno degli uomini più facoltosi di Danimarca.
Tycho Brahe, nel corso della sua vita, ebbe modo di entrare quotidianamente a contatto con il mercurio, sia per le sue attività di alchimista, dove il metallo era ampiamente utilizzato, sia per gli unguenti e le polveri medicinali che egli stesso si preparava ed assumeva. È noto che lo stesso imperatore Rodolfo si fece più volte curare da Tycho con preparati di cui non si conosce l’esatta composizione, e sarebbe interessante verificare se anche i baffi dell’imperatore conservino tracce di mercurio (fra l’altro, intorno al 1610, lo stesso imperatore fu vittima di strani attacchi di pazzia che potrebbero essere stati prodotti dal mercurialismo, un avvelenamento del sangue dovuto all’ingestione o all’inalazione di mercurio).
Ricordiamo che Tycho fece uso per decenni di una pomata con la quale si ungeva il moncherino che aveva al posto del naso, triste ricordo del duello giovanile, moncherino che poi ricopriva con la protesi in lega d’oro e d’argento. E non è da escludere che in tale impiastro ci fosse del cinabro (solfuro rosso di mercurio) o l’acqua fagedenica (bicloruro di mercurio sciolto in acqua di calce), con proprietà cicatrizzanti e disinfettanti, che nel corso del tempo possono aver prodotto il mercurialismo riscontrato nei baffi analizzati all’università di Copenaghen.
Nel 1901, a circa trecento anni dalla morte di Tycho Brahe, il suo corpo venne riesumato e mostrò livelli alti di mercurio, cosa che portò a pensare che la vescica potesse non essere stata la causa della sua morte. La leggenda infatti vuole che la vescica di Brahe esplose durante un banchetto reale a causa di una grave infezione contratta undici giorni prima. A seguito di un tentativo estremo di contenersi educatamente durante questo banchetto importante, Tycho morì per il cedimento della propria vescica. A quell’epoca, infatti, alzarsi da tavola prima di chi aveva un rango più nobile era considerato estremamente maleducato e inopportuno.
Jens Vellev della Aarthus University ha guidato un team di scienziati nella riapertura della tomba dell’astronomo, allo scopo di ottenere campioni migliori di quelli prelevati oltre un secolo fa. Le analisi di Vellev sembrano sorprendentemente escludere l’ipotesi dell’avvelenamento da mercurio. “Tutti i test hanno dato lo stesso risultato: quelle concentrazioni di mercurio non erano sufficienti per ucciderlo”.
Brahe non avrebbe subito alcun avvelenamento da mercurio. Al contrario, sembra che non sia stato mai esposto a questo metallo negli ultimi 5-10 anni della sua vita, e la descrizione della sua morte fatta da Keplero sarebbe coerente con il decesso per una grave infezione alla vescica.

giovedì 13 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 dicembre.
Il 13 dicembre la religione cristiana festeggia Santa Lucia.
Antecedentemente all'introduzione del calendario gregoriano (1582), la festa cadeva in prossimità del solstizio d'inverno (da cui il detto "santa Lucia il giorno più corto che ci sia"), ma non coincise più con l'adozione del nuovo calendario (differenza di 10 giorni).
Gli atti del martirio di Lucia di Siracusa sono stati rinvenuti in due antiche e diverse redazioni: l’una in lingua greca il cui testo più antico risale al sec. V (allo stato attuale delle ricerche); l’altra, in quella latina, riconducibile alla fine del sec. V o agli inizi del sec. VI ma comunque anteriore al sec. VII e che di quella greca pare essere una traduzione.
La più antica redazione greca del martirio contiene una leggenda agiografica edificante, rielaborata da un anonimo agiografo due secoli dopo il martirio sulla tradizione orale e dalla quale è ardua impresa sceverare dati storici. Infatti, il documento letterario vetustiore che ne tramanda la memoria è proprio un racconto del quale alcuni hanno messo addirittura in discussione la sua attendibilità. Si è giunti così, a due opposti risultati: l’uno è quello di chi l’ha strenuamente difesa, rivalutando sia la storicità del martirio sia la legittimità del culto; l’altro è quello di chi l’ha del tutto biasimata, reputando la narrazione una pura escogitazione fantasiosa dell’agiografo ma non per questo mettendo in discussione la stessa esistenza storica della v. e m., come sembrano comprovare le numerose attestazioni devozionali, cultuali e culturali in suo onore.
Sia la redazione in greco sia quella in latino degli atti del martirio hanno avuto da sempre ampia e ben articolata diffusione, inoltre entrambe si possono considerare degli archetipi di due differenti ‘rami’ della tradizione: infatti, dal testo in greco sembrano derivare numerose rielaborazioni in lingua greca, quali le Passiones più tardive, gli Inni, i Menei, ecc.; da quello in latino sembrano, invece, mutuare le Passiones metriche, i Resumé contenuti nei Martirologi storici, gli Antifonari, le Epitomi comprese in più vaste opere, come ad es. nello Speculum historiale di Vincenzo da Beauvais o nella Legenda aurea di Iacopo da Varazze.
I documenti rinvenuti sulla Vita e sul martirio sono vicini al genere delle passioni epiche in quanto i dati attendibili sono costituiti solo dal luogo e dal dies natalis. Infatti, negli atti greci del martirio si riscontrano elementi che appartengono a tutta una serie di composizioni agiografiche martiriali, come ad esempio l’esaltazione delle qualità sovrumane della martire e l’assenza di ogni cura per l’esattezza storica. Tuttavia, tali difetti, tipici delle passioni agiografiche, nel testo greco di Lucia sono temperate e non spinte all’eccesso né degenerate nell’abuso. Proprio questi particolari accostano gli atti greci del martirio al genere delle passioni epiche.
Sul piano espositivo l’andamento è suggestivo ed avvincente, non  mancando di trasmettere al lettore emozioni e resoconti agiografici inconsueti attraverso un racconto che si snoda su un tessuto narrativo piuttosto ricco di temi e motivi di particolare rilievo: il pellegrinaggio alla tomba di Agata (con il conseguente accostamento Agata/Lucia e Catania/Siracusa); il sogno, la visione, la profezia e il miracolo; il motivo storico; l’integrità del patrimonio familiare; la lettura del Vangelo sull’emorroissa; la vendita dei beni materiali, il Carnale mercimonium e la condanna alla prostituzione. Infatti è stretta la connessione tra la dissipazione del patrimonio familiare e la prostituzione per cui la condanna al postribolo rappresenta una legge di contrappasso sicché la giovane donna che ha dilapidato il patrimonio familiare è ora condannata a disperdere pure l’altro patrimonio materiale, rappresentato dal proprio corpo attraverso un’infamante condanna, direttamente commisurata alla colpa commessa; infine, la morte.
Il martirio incomincia con la visita di Lucia assieme alla madre Eutichia, al sepolcro di Agata a Catania, per impetrare la guarigione dalla malattia da cui era affetta la madre: un inarrestabile flusso di sangue dal quale non era riuscita a guarire neppure con le dispendiose cure mediche, alle quali si era sottoposta. Lucia ed Eutichia partecipano alla celebrazione eucaristica durante la quale ascoltano proprio la lettura evangelica sulla guarigione di un’emorroissa. Lucia, quindi, incita la madre ad avvicinarsi al sepolcro di Agata e a toccarlo con assoluta fede e cieca fiducia nella guarigione miracolosa per intercessione della potente forza dispensatrice della vergine martire. Lucia, a questo punto, è presa da un profondo sonno che la conduce ad una visione onirica nel corso della quale le appare Agata che, mentre la informa dell’avvenuta guarigione della madre le predice pure il suo futuro martirio, che sarà la gloria di Siracusa così come quello di Agata era stato la gloria di Catania. Al ritorno dal pellegrinaggio, proprio sulla via che le riconduce a Siracusa, Lucia comunica alla madre la sua decisione vocazionale: consacrarsi a Cristo! A tale fine le chiede pure di potere disporre del proprio patrimonio per devolverlo in beneficenza. Eutichia, però, non vuole concederle i beni paterni ereditati alla morte del marito, avendo avuto cura non solo di conservarli orgogliosamente intatti e integri ma di accrescerli pure in modo considerevole. Le risponde, quindi, che li avrebbe ereditati alla sua morte e che solo allora avrebbe potuto disporne a suo piacimento. Tuttavia, proprio durante tale viaggio di ritorno, Lucia riesce, con le sue insistenze, a convincere la madre, la quale finalmente le da il consenso di devolvere il patrimonio paterno in beneficenza, cosa che la vergine avvia appena arrivata a Siracusa. Però, la notizia dell’alienazione dei beni paterni arriva subito a conoscenza del promesso sposo della vergine, che se ne accerta proprio con Eutichia alla quale chiede anche i motivi di tale imprevista quanto improvvisa vendita patrimoniale. La donna gli fa credere che la decisione era legata ad un investimento alquanto redditizio, essendo la vergine in procinto di acquistare un vasto possedimento destinato ad assumere un alto valore rispetto a quello attuale al momento dell’acquisto e tale da spingerlo a collaborare alla vendita patrimoniale di Lucia. In seguito il fidanzato di Lucia, forse esacerbato dai continui rinvii del matrimonio, decide di denunciare al governatore Pascasio la scelta cristiana della promessa sposa, la quale, condotta al suo cospetto è sottoposta al processo e al conseguente interrogatorio. Durante l’agone della santa e vittoriosa martire di Cristo Lucia, emerge la sua dichiarata e orgogliosa professione di fede nonché il disprezzo della morte, che hanno la caratteristica di essere arricchiti sia di riflessioni dottrinarie sia di particolari sempre più cruenti, man mano che si accrescono i supplizi inflitti al fine di esorcizzare la v. e m. dalla possessione dello Spirito santo. Dopo un interrogatorio assai fitto di scambi di battute che la vergine riesce a controbattere con la forza e la sicurezza di chi è ispirato da Cristo, il governatore Pascasio le infligge la pena del postribolo proprio al fine di operare in Lucia una sorta di esorcismo inverso allontanandone lo Spirito santo. Mossa dalla forza di Cristo, la vergine Lucia reagisce con risposte provocatorie, che incitano Pascasio ad attuare subito il suo tristo proponimento. La vergine, infatti, energicamente gli  dice che, dal momento che la sua mente non cederà alla concupiscenza della carne, quale che sia la violenza che potrà subire il suo corpo contro la sua volontà, ella resterà comunque casta, pura e incontaminata nello spirito e nella mente. A questo punto si assiste ad un prodigioso evento: la vergine diventa inamovibile e salda  sicché, nessun tentativo riesce a trasportarla al lupanare, nemmeno i maghi appositamente convocati dallo spietato Pascasio. Esasperato da tale straordinario evento, il cruento governatore ordina che sia bruciata, eppure neanche il fuoco riesce a scalfirla e Lucia perisce per spada! Sicché, piegate le ginocchia, la vergine attende il colpo di grazia e, dopo avere profetizzato la caduta di Diocleziano e Massimiano, è decapitata.
Pare che Lucia abbia patito il martirio nel 304 sotto Diocleziano ma vi sono studiosi che propendono per altre datazioni: 303, 307 e 310. Esse sono motivate dal fatto che la profezia di Lucia contiene elementi cronologici divergenti che spesso non collimano fra loro: per la pace della chiesa tale profezia si dovrebbe riferire al primo editto di tolleranza nei riguardi del cristianesimo e quindi sarebbe da ascrivere al 311, collegabile, cioè, all’editto di Costantino del 313; l’abdicazione di Diocleziano avvenne intorno al 305; la morte di Massimiano avvenne nel 310. È, invece, accettata dalla maggioranza delle fonti la data relativa al suo dies natalis: 13 dicembre. Eppure, il Martirologio Geronimiano ricorda Lucia di Siracusa in due date differenti: il 6 febbraio e il 13 dicembre.  L’ultima data ricorre in tutti i successivi testi liturgici bizantini e occidentali, tranne nel calendario mozarabico, che la celebra, invece, il 12 dicembre. Nel misterioso calendario latino del Sinai il dies natalis di Lucia cade l’8 febbraio: esso fu redatto nell’Africa settentrionale e vi è presente un antico documento della liturgia locale nel complesso autonoma sia dalla Chiesa di Costantinopoli che da quella di Roma, pur rivelando fonti comuni al calendario geronimiano.
Assai diffusa è a tutt’oggi la celebrazione del culto di Lucia quale santa patrona degli occhi. Ciò sembra suffragato anche dalla vasta rappresentazione iconografica, che, tuttavia, è assai variegata, in quanto nel corso dei secoli e nei vari luoghi si è arricchita di nuovi simboli e di varie valenze. Ma è stato sempre così? Quando nasce in effetti questo patronato e perché?  Dal Medioevo si va sempre più consolidando la taumaturgia di Lucia quale santa patrona della vista e dai secc. XIV-XV si fa largo spazio un’innovazione nell’iconografia: la raffigurazione con in mano un piattino (o una coppa) dove sono riposti i suoi stessi occhi. Come si spiega questo tema? È, forse, passato dal testo orale all’iconografia? Oppure dall’iconografia all’elaborazione orale? Quale l’origine di un tale patronato? Esso è probabilmente da ricercare nella connessione etimologica e/o paretimologica di Lucia a lux, molto diffusa soprattutto in testi agiografici bizantini e del Medioevo Occidentale. Ma, quali i limiti della documentazione e quali le cause del proliferare della tradizione relativa all’iconografia di Lucia, protettrice della vista? Si può parlare di dilatazione dell’atto di lettura nell’immaginario iconografico, così come in quello letterario? E tale dilatazione nei fenomeni religiosi è un atto di devozione e fede? È pure vero che la semantica esoterica data al nome della v. e m. di Siracusa è la caratteristica che riveste, accendendola di intensa poesia, la figura e il culto di Lucia, la quale diventa, nel corso dei secoli e nei vari luoghi una promessa di luce, sia materiale che spirituale. E proprio a tale fine l’iconografia, già a partire dal sec. XIV, si fa interprete e divulgatrice di questa leggenda, raffigurando la santa con simboli specifici e al tempo stesso connotativi: gli occhi, che Lucia tiene in mano (o su un piatto o su un vassoio), che si accompagnano sovente alla palma, alla lampada (che è anche uno dei simboli evangelici più diffuso e più bello, forse derivato dall’arte sepolcrale) e, meno frequenti, anche ad altri elementi del suo martirio, come ad es. il libro, il calice, la spada, il pugnale e le fiamme. È anche vero che le immagini religiose possono essere intese sia come ritratti che come imitazione ma non bisogna dimenticare che prima dell’età moderna sono mancati riferimenti ai suoi dati fisiognomici, per cui gli artisti erano soliti ricorrere alla letteratura agiografica il cui esempio per eccellenza è proprio la Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, che rappresenta il testo di riferimento e la fonte di gran parte dell’iconografia religiosa. In tale opera il dossier agiografico di Lucia -che si presenta  come un testo di circa tre pagine di lunghezza- è preceduto da un preambolo sulle varie valenze etimologiche e semantiche relative all’accostamento Lucia/luce: Lucia è un derivato di luce esteso anche al valore simbolico via Lucis, cioè cammino di luce.
I genitori di Lucia, essendo cristiani, avrebbero scelto per la figlia un nome evocatore della luce, ispirandosi ai molti passi neotestamentari sulla luce. Tuttavia, il nome Lucia in sé non è prerogativa cristiana, ma è anche il femminile di un nome latino comune e ricorrente tra i pagani. Se poi Lucia significhi solo «luce» oppure più precisamente riguarda i «nati al sorger della luce (cioè all'alba)», rivelando nel contempo anche un dettaglio sull'ora di nascita della santa, è a tutt’oggi, un problema aperto. Forse la questione è destinata a restare insoluta? Il problema si complica se poi si lega il nome di Lucia non al giorno della nascita ma a quello della morte (=dies natalis): il 13 dicembre era, effettivamente, la giornata dell'anno percentualmente più buia. Per di più, intorno a quella data, il paganesimo romano festeggiava già una dea di nome Lucina. Queste situazioni hanno contribuito ad alimentare varie ipotesi riconducibili, tuttavia, a due filoni: da un lato quello dei sostenitori della teoria, secondo la quale tutte le festività cristiane sarebbero state istituite in luogo di preesistenti culti pagani, vorrebbero architettata in tale modo anche la festa di Lucia (come già quella di Agata). Per i non credenti tale discorso può anche essere suggestivo e accattivante, trovando terreno fertile. Da qui a trasformare la persona stessa di Lucia in personaggio immaginifico, mitologico, leggendario e non realmente esistito, inventato dalla Chiesa come calco cristiano di una preesistente divinità pagana, il passo è breve (persino più breve delle stesse già brevi e pallide ore di luce di dicembre!). Dall’altro lato quello dei credenti,secondo i quali, invece, antichi e accertati sono sia l’esistenza sia il culto di Lucia di Siracusa, che rappresenta così una persona storicamente esistita, morta nel giorno più corto dell'anno e che riflette altresì il modello femminile di una giovane donna cristiana, chiamata da Dio alla verginità, alla povertà e al martirio, che tenacemente affronta tra efferati supplizi.
Nel Breviario Romano Tridentino, riformato da papa Pio X (ed. 1914), che prima di salire al soglio pontificio era patriarca di Venezia, è menzionata la traslazione delle reliquie di Lucia alla fine della lettura agiografica, così come ha evidenziato Andreas Heinz nel suo recente contributo.
A Siracusa un’inveterata tradizione popolare vuole che, dopo avere esalato l’ultimo respiro, il corpo di Lucia sia stato devotamente tumulato nello stesso luogo del martirio. Infatti, secondo la pia devozione dei suoi concittadini, il  corpo della santa fu riposto in un arcosolio, cioè in una nicchia ad arco scavata nel tufo delle catacombe e usata come sepolcro. Fu così che le catacombe di Siracusa, che ricevettero le sacre spoglie della v. e m., presero da lei anche il nome e ben presto attorno al suo sepolcro si sviluppò una serie numerosa di altre tombe, perché tutti i cristiani volevano essere tumulati accanto all’amatissima Lucia. Ma, nell'878 Siracusa fu invasa dai Saraceni per cui i cittadini tolsero  il suo corpo da lì e lo nascosero in un luogo segreto per sottrarlo alla furia degli invasori. Ma, fino a quando le reliquie di Lucia rimasero a Siracusa prima di essere doppiamente traslate (da Siracusa a Costantinopoli e da Costantinopoli a Venezia)? Fino al 718 o fino al 1039? È certo che a Venezia il suo culto era già attestato dal Kalendarium Venetum del sec. XI, nei Messali locali del sec. XV, nel Memoriale Franco e Barbaresco dell’inizio del 1500, dove era considerata festa di palazzo, cioè festività civile. Durante la crociata del 1204 i Veneziani lo trasportarono nel monastero di San Giorgio a Venezia ed elessero santa Lucia compatrona della città. In seguito le dedicarono pure una grande chiesa, dove il corpo fu conservato fino al 1863, quando questa fu demolita per la costruzione della stazione ferroviaria (che per questo si chiama Santa Lucia); il corpo fu trasferito nella chiesa dei SS. Geremia e Lucia, dove è conservato tutt’oggi.

mercoledì 12 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 dicembre.
Il 12 dicembre del 2000 la Corte Suprema degli Stati Uniti decide di non concedere il riconteggio dei voti in Florida, consentendo di fatto a Bush Junior di vincere la competizione alla Casa Bianca contro il democratico Al Gore, nelle più controverse elezioni di questo millennio.
George W. Bush è diventato il 43mo presidente degli Stati Uniti grazie ai 537 voti in più rispetto ad Al Gore ottenuti in Florida nelle elezioni del 2000 (con il candidato dei Verdi, Ralph Nader, che raccolse oltre 97 mila preferenze). Ciò consentì a Bush di guadagnare i 25 grandi elettori che allora assegnava lo Stato. Ma passarono 36 giorni di ricorsi e controricorsi legali prima che la Corte suprema degli Stati Uniti, con il risicato margine di 5 voti a favore e 4 contro, ordinò di bloccare il riconteggio manuale in tutte le contee della Florida assegnando così la Casa Bianca al candidato repubblicano.
La decisione di Gore, che non trovò sostegno in tutto il Partito democratico, di non proseguire la lotta legale, permise a Bush di aggiudicarsi la Florida con un vantaggio dello 0,00009% e diventare il quarto in tutta la storia degli Stati Uniti a essere proclamato presidente avendo ricevuto in assoluto meno voti dell’avversario. Gore globalmente ebbe infatti 539.947 voti in più di Bush, ma il meccanismo dei grandi elettori assegnò a Bush 271 voti e a Gore 267 (poi una sua grande elettrice del Distretto di Columbia, al momento dell’elezione effettiva del presidente, votò scheda bianca per protestare contro il fatto che la città di Washington non è ancora diventata il 51mo Stato degli Usa).
In alcune contee della Florida il voto fu molto contestato a causa della cattiva qualità delle schede elettorali. Per assegnare una preferenza si doveva bucare un pezzetto di carta grande la metà di un coriandolo accanto al nome del candidato prescelto. In molti casi il pezzetto di carta non si staccava del tutto dalla scheda, comportando la sua classificazione come «scheda bianca». Oppure molti elettori non capirono cosa dovevano fare e segnarono una croce con una penna accanto al candidato, comportando l’annullamento della scheda. Non solo, ma i punti che dovevano essere perforati erano disposti in modo tale da generare confusione tra i candidati. Molti voti andarono persi, specie quelli ricevuti per posta dall’estero. Quasi 180 mila voti non vennero accettati per errori formali. Inoltre migliaia di persone, in buona parte neri-americani di tendenza democratica, non poterono votare perché iscritti erroneamente nelle liste delle persone che avevano perso il diritto al voto. Il governatore della Florida, Jeb Bush, fratello del presidente e il segretario di Stato della Florida, Katherine Harris (che nel 2000 è anche il capo della campagna elettorale di George W. Bush in Florida) fecero di tutto per impedire il riconteggio.
Molti elettori (stimati poi in 15 mila) non si recarono alle urne perché gli organi d’informazione annunciarono alle 20,48 (orario della costa est) la vittoria di Gore in Florida. Non solo, ma dissero che erano stati chiusi i seggi in tutto lo Stato. In realtà alcune contee della parte più occidentale della Florida ricadono sotto il fuso orario degli Stati Uniti centrali: quindi i seggi erano in quel momento ancora aperti. La maggior parte di quegli elettori vota tradizionalmente per il candidato repubblicano: si stima che l’annuncio della vittoria di Gore e la chiusura (falsa) dei seggi costò a Bush un margine di almeno 5 mila voti in più.

martedì 11 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 dicembre.
L'11 dicembre 2008 viene arrestato per frode Bernard Madoff.
Bernard Lawrence Madoff, meglio noto solo come Bernard Madoff, nasce a New York, il 29 aprile del 1938. Tecnicamente il suo lavoro sarebbe, o meglio sarebbe stato, quello di agente di cambio, oltre che investitore e finanziere, ma il suo nome è legato alla più grande truffa della storia mondiale. È infatti accusato di una delle più grandi frodi finanziarie di sempre, arrestato l'11 dicembre del 2008 dagli agenti federali statunitensi con l'accusa di aver truffato i suoi clienti per un totale di circa 50 miliardi di dollari.
Di chiare origini ebraiche, Bernard Madoff cresce in una modesta famiglia di New York. Suo padre, Ralph, è a sua volta figlio di immigrati polacchi, e di mestiere fa l'idraulico. Mentre mamma Sylvia, casalinga, proviene da una famiglia di immigrati rumeni e austriaci. I genitori si sposano nel 1932, praticamente quando la Grande Depressione è al culmine. Ad ogni modo, sono gli stessi genitori ad interessarsi di alta finanza e dopo il secondo conflitto bellico, nei primi anni '50, si avvicinano a questo mondo, influenzando, per quanto trasversalmente, anche il giovane figlio Bernard. Tuttavia, stando alle fonti americane in materia di credito, gli investimenti per la famiglia Madoff non si rivelano buoni. La società di Ralph e Sylvia, denominata Securities Gibilterra, il cui indirizzo è lo stesso della casa dei Madoff nel Queens, deve chiudere a causa di alcune mancanze nell'ottemperamento del pagamento delle imposte.
Il giovane Bernard, almeno da principio, si tiene fuori dalle attività della sua famiglia, rivelando poco interesse per questo settore. Nel 1952 incontra Ruth Alpern, compagna di scuola, la quale è destinata a diventare la futura moglie. Contemporaneamente, il giovane Bernard si interessa di sport, e fa parte della squadra di nuoto della sua scuola. La sua coach, Bernie, pertanto, avendo intuito le sue capacità natatorie, assume Bernard Madoff come bagnino presso il Punto di Silver Beach Club di Atlantic Beach, nel Long Island. Ed è da questo momento, grazie a questo primo vero lavoro, che Madoff inizia a risparmiare i soldi che più tardi avrebbe investito nella finanza.
Nel 1956, intanto, si diploma. Decide allora di iscriversi all'Università dell'Alabama, ma vi rimane solo per un anno, prima di trasferirsi alla Hofstra University. Nel 1959 sposa la sua storica fidanzata, Ruth, la quale nel frattempo frequenta il Queens College, interessandosi anche lei di finanza. Nel 1960 consegue la laurea in scienze politiche presso la Hofstra. La moglie Ruth si laurea anche lei, e ottiene un lavoro nel mercato azionario di Manhattan. A questo punto, puntando ad una ulteriore specializzazione, Bernard inizia a studiare legge a Brooklyn, presso la Law School, ma deve abbandonare ben presto, preso com'è dalla propria attività di investitore, la quale proprio in questo periodo della sua vita comincia a prendere piede. Madoff parte dai suoi 5.000 dollari, perlopiù guadagnati e risparmiati durante la sua attività di bagnino. Da questo fondo, crea con sua moglie Ruth la "Bernard L. Madoff Investment Securities". È, in pratica, l'inizio della sua ascesa finanziaria.
Mette nella sua attività tutte le sue risorse e comincia ad avere tra i suoi clienti società via via sempre più grandi, le quali gli accordano la fiducia, forti della crescita annua costante che la società di Madoff dimostra di avere, pari ad un costante 10 %. Nel 1970, entra nella società anche suo fratello, Peter Madoff, in qualità di "Chief Compliance Officer" dell'azienda. Più tardi, vengono coinvolti nella società anche i figli Andrew e Mark, oltre che la nipote Shana, figlia di Peter e avvocato della società, e l'ultimo arrivato Roger, entrato solo nel 2006, fratello di Shana.
Ad accrescere la reputazione della società di Bernard Madoff ci pensano le comunità ebraiche statunitensi, le quali si affidano sempre di più, nel corso degli anni, al loro esperto dell'alta finanza. Madoff stesso viene soprannominato "Jewish Bond" (Obbligazione ebraica), per la sua sicurezza e stabilità. Secondo le fonti federali, tra gli investitori figurerebbero personalità importanti, come il regista Steven Spielberg e l'attore John Malkovich.
L'11 dicembre del 2008 però, Bernard Madoff viene messo agli arresti dagli agenti federali. L'accusa è di truffa per un ammanco di circa 50 miliardi di dollari. La sua società si rivela, secondo gli esperti, un enorme e perverso "schema di Ponzi", un sistema inventato da un italiano immigrato negli USA che, intorno ai primi del '900, mise in atto una truffa basata sugli investimenti. In pratica, prometteva agli investitori truffati alti guadagni pagando gli interessi maturati dai vecchi investitori con i soldi dei nuovi investitori. Un circolo vizioso che avrebbe utilizzato, benché in maniera ben più grande e con cifre da capogiro, lo stesso Madoff, attestando e vantando profitti che si aggiravano sul 10% annuo, restando costanti a prescindere dall'andamento dei mercati.
Il sistema salta nel momento in cui i rimborsi superano i nuovi investimenti, proprio come è accaduto a Madoff stesso, le cui richieste di disinvestimento da parte dell'ex magnate dell'alta finanza raggiungono ad un certo punto una cifra pari a 7 miliardi di dollari. Secondo gli analisti, la truffa di Madoff supera di tre volte quella già di per sé gravissima che riguarda il crac dell'italiana Parmalat di Calisto Tanzi.
Il 29 giugno del 2009, Bernard Madoff viene condannato a 150 anni di carcere per i reati commessi. Soltanto un mese dopo però, il giornale New York Post rivela che Madoff avrebbe un cancro. È però lo stesso Bureau of Federal Prison a smentire la notizia, secondo una nota pubblicata dal Wall Street Journal qualche tempo dopo. Il 24 dicembre del 2009 Madoff viene ricoverato nell'ospedale della prigione, ufficialmente per vertigini e pressione alta. Un anno dopo, l'11 dicembre del 2010, suo figlio Mark muore a Manhattan, probabilmente suicida.  Il 3 settembre 2014 muore anche l'altro figlio Andrew, affetto da linfoma mantellare.

lunedì 10 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 dicembre.
Il 10 dicembre 1926 Grazia Deledda riceve il premio Nobel per la letteratura.
Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871 da Giovanni Antonio e Francesca Cambosu, quinta di sette figli. La famiglia appartiene alla borghesia agiata: il padre che ha conseguito il diploma di procuratore legale, si dedica al commercio del carbone ed è un cattolico intransigente.
Diciasettenne, invia alla rivista "Ultima moda" di Roma il primo scritto, chiedendone la pubblicazione: è "Sangue sardo", un racconto nel quale la protagonista uccide l'uomo di cui è innamorata e che non la corrisponde, ma aspira ad un matrimonio con la sorella di lei.
Il testo rientra nel genere della letteratura popolare e d'appendice sulle orme di Ponson du Terrail. Incerte sono le notizie di un lavoro ancora precedente, datato da alcuni critici al 1884. Tra il 1888 ed il 1890, collabora intensamente con riviste romane, sarde e milanesi, incerta tra prosa e poesia. L'opera che segna più propriamente l'inizio della carriera letteraria è "Fior di Sardegna" (1892), che ottiene qualche buona recensione.
Gli scritti risentono di un clima tardo romantico, esprimendo in termini convenzionali e privi di spessore psicologico un amore vissuto come fatalità ineluttabile. E' anche, per lei, un'epoca di sogni sentimentali, più che di effettive relazioni: uomini che condividono le sue stesse aspirazioni artistiche sembrano avvicinarla, ma per lo più un concreto progetto matrimoniale viene concepito da lei sola. Si tratta di Stanislo Manca, nobile sardo residente a Roma, di Giuseppe M. Lupini, musicista che le dedica una romanza, del giornalista triestino Giulio Cesari e del maestro elementare Giovanni Andrea Pirodda, "folclorista gallurese".
Sollecitata da Angelo De Gubernatis, si occupa di etnologia: della collaborazione alla "Rivista di Tradizioni Popolari Italiane", che va dal dicembre 1893 al maggio 1895, il miglior risultato sono le undici puntate delle "Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna".
Nel 1895 presso Cogliati a Milano, viene pubblicato "Anime oneste".
L'anno successivo esce "La via del male" che incontra il favore di Luigi Capuana.
Durante una permanenza a Cagliari, nel 1899, conosce Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze in missione. Contemporaneamente compare a puntate su "Nuova Antologia" il romanzo "Il vecchio della montagna".
L'11 gennaio dell'anno successivo, si sposa con Palmiro e in aprile si trasferiscono a Roma: si realizza in questo modo il suo sogno di evadere dalla provincia sarda. Sebbene conduca vita appartata, nella capitale verrà a contatto con alcuni dei maggiori interpreti della cultura italiana contemporanea.
Tra agosto e dicembre del 1900, sempre su "Nuova Antologia", esce "Elias Portolu".
Il 3 dicembre nasce il primogenito, Sardus; tenuto a battesimo dal De Gubernatis (avrà in seguito un altro figlio, Franz). La giornata di Grazia Deledda si divide fra la famiglia e la scrittura, a cui dedica alcune ore tutti i pomeriggi.
Nel 1904 viene pubblicato il volume "Cenere", da cui verrà tratto un film interpretato da Eleonora Duse (1916).
I due romanzi del 1910, considerati in genere frutto di una tenace volontà di scrivere piuttosto che di autentica ispirazione, sono notevoli tuttavia per essere, il primo, "Il nostro padrone", un testo a chiaro sfondo sociale e il secondo, "Sino al confine", per certi aspetti autobiografico.
Al ritmo sostenuto di quasi due testi all'anno compaiono i racconti di "Chiaroscuro" (1912), i romanzi "Colombi e sparvieri" (1912), "Canne al vento"(1913), "Le colpe altrui" (1914), "Marianna Sirca" (1915), la raccolta "Il fanciullo nascosto" (1916), "L'incendio nell'uliveto" (1917) e "La madre" (1919).
Si tratta della stagione più felice. I romanzi hanno tutti una prima pubblicazione su riviste (volta a volta "Nuova Antologia", "Illustrazione italiana", "La lettura" e "Il tempo"), quindi vengono stampati per i tipi di Treves.
Nel 1912 esce "Il segreto di un uomo solitario", vicenda di un eremita che scelto l'isolamento per nascondere il proprio passato. "Il Dio dei viventi", del 1922, è la storia di un'eredità da cui traspare una religiosità di carattere immanente.
Il 10 settembre 1926 Grazia Deledda riceve il Nobel per la Letteratura: è il secondo autore in Italia, preceduta solo da Carducci vent'anni prima; resta finora l'unica scrittrice italiana premiata.
In "Annalena Bilsini" si avverte una certa stanchezza, che colpisce la critica soprattutto a seguito dei recenti riconoscimenti. L'ultimo romanzo "La chiesa della solitudine" è del 1936. La protagonista è, come l'Autrice, ammalata di tumore.
Di li a poco Grazia Deledda si spegne, è il 15 agosto.
Le spoglie della Deledda sono custodite in un sarcofago di granito nero levigato nella chiesetta della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene di Nuoro.
Lasciò incompiuta la sua ultima opera Cosima, quasi Grazia, autobiografica, che apparirà in settembre di quello stesso anno sulla rivista Nuova Antologia, a cura di Antonio Baldini e poi verrà edita col titolo Cosima.
La sua casa natale, nel centro storico di Nuoro (Santu Predu), è adibita a museo.

domenica 9 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 dicembre.
Il 9 dicembre 1979 l'OMS annuncia la totale scomparsa del vaiolo sulla faccia della Terra.
Il vaiolo fu una malattia con segni clinici talmente evidenti e caratteristici e causò epidemie talmente drammatiche e disastrose da diventare a lungo il soggetto di miti e superstizioni e i medici e gli storici scrissero molto su di esso.
Le origini del vaiolo sono sconosciute e i più antichi rapporti attorno ad esso sono inattendibili. La più antica prova si trova nelle mummie egizie di persone morte circa 3000 anni fa.
E’ ragionevole pensare che il vaiolo venisse trasmesso dall’Egitto per via terrestre o marittima fino all’India, dove rimase come una malattia umana a carattere endemico per circa 2000 anni e forse ancor più.
Nel I secolo d.C. il vaiolo entrò in Cina da Sud-Ovest e diventò stabile nella popolazione. Nel VI sec. d.C. il vaiolo passò dalla Cina al Giappone.
In Occidente il vaiolo fece periodiche comparse in Europa senza diventarvi stabile, fino al momento in cui la popolazione non aumentò di numero e gli spostamenti delle persone non divennero più intensi durante il periodo delle Crociate.
Come la popolazione crebbe in India, in Cina e in Europa, il vaiolo divenne stabile nelle città e nelle aree maggiormente popolate come una malattia endemica che colpiva soprattutto i bambini con periodiche epidemie che provocavano la morte di circa il 30% dei soggetti colpiti.
La sua penetrazione si accrebbe progressivamente e attorno al XVI secolo il vaiolo fu un’importante causa di morbilità e mortalità in Europa come nel Sud-Est Asiatico, India e Cina.
La comparsa della malattia in Europa fu di speciale importanza perché l’Europa costituì il focolaio da cui il vaiolo si estese alle altre parti del mondo, come una coda delle successive ondate di esploratori e colonizzatori europei.
Tanto per citare alcuni dati significativi della mortalità provocata dal vaiolo nel solo continente europeo nel corso del XVIII secolo, prima che le misure di profilassi fossero attuate con il metodo della variolazione, pur imperfetto, nel 1753, a Parigi, morirono di vaiolo 20.000 persone, a Napoli nel 1768 in poche settimane morirono 60.000 persone, a Berlino, nel 1766, 1077 persone e ad Amsterdam, nel 1784, 2000 persone. Nel 1707 una nave infetta di vaiolo, approdata in Islanda, vi provocò in breve 20.000 morti. La Groenlandia nel 1733 perse i tre quarti della popolazione a causa del vaiolo.
Nel 1507 il vaiolo era stato introdotto nell’isola caraibica di Hispaniola (Haiti) e nel 1520 nel continente americano in territorio messicano. Esso colpì gli indigeni con grande durezza e fu un importante fattore nella conquista degli Aztechi e degli Incas da parte degli Spagnoli. Lo stesso avvenne in Brasile nel 1560. La colonizzazione della costa orientale del Nord America avvenne circa un secolo più tardi e fu anch’essa accompagnata da devastanti esplosioni di vaiolo tra gli Amerindi e successivamente tra i coloni nativi.
Il vaiolo fu introdotto tardi nel Centro Africa, probabilmente durante i primi anni del XIX secolo, mentre nell’Africa Settentrionale lo era da tempo immemorabile.
Dalla metà del XVIII secolo il vaiolo fu la maggiore malattia endemica del mondo, se si esclude l’Australia e diverse piccole isole. Esso fu introdotto in Australia nel 1789 e di nuovo nel 1829 e fece strage tra gli aborigeni, ma rapidamente si spense in ambedue le occasioni.
Il vaiolo imperversò in Europa nel XIX secolo con numerose epidemie (1824-1829; 1837-1840;1870-1874) e vi fu eradicato solo nel 1953. Nel Nord America gli ultimi casi di vaiolo si videro negli anni Quaranta.
Nel 1969 si contavano ancora 5000 casi di vaiolo in Brasile, ma nel 1971 il morbo fu considerato scomparso in tutta l’America Latina. Nel 1974 si ebbero 170.000 casi in India, ma l’ultimo caso si ebbe nel 1975. Tuttavia nel 1979, dopo l’ultimo caso segnalato in Somalia nel 1977, il vaiolo poté essere considerato scomparso dal pianeta e questo in virtù di una universale campagna di vaccinazione dell’OMS.
Il vaiolo era conosciuto nell’antica India e ne scrissero autori come Susruta in un periodo imprecisato a.C. e Vagbata attorno al VII secolo d.C. e in Giappone Ishinho nel 982.
Nel mondo occidentale il vaiolo fu sconosciuto come malattia a sé stante nell’Antico Egitto, anche se il corpo mummificato di Ramsete V (morto nel 1157 a.C.) ne porta evidenti segni.
A questo proposito è necessario fare una breve parentesi per cercare di dare una spiegazione a questo fatto.
Uno dei primi centri della civiltà umana fu nella valle del Nilo, esteso alla Palestina e alle pianure alluvionali del Tigri e dell’Eufrate. Scambi commerciali e guerre di conquista fecero di questa regione una singolare unità ecologica per quanto riguarda la trasmissione di molte malattie dell’uomo.
Comunque, a prescindere dai racconti di una “piaga” che gli Ittiti avevano riferito di avere ricevuto dagli Egizi nel XIV secolo a.C.(1346 a.C.), che, da quanto riferito, potrebbe essere stato vaiolo, le testimonianze scritte della civiltà egizia, che includono il Talmud e la Bibbia (Antico Testamento), non fanno alcun cenno a malattie con sintomi tali da far pensare al vaiolo.
La più numerosa e concentrata popolazione della regione si trovava nella valle del Nilo, dove nel III millennio a.C. poteva esserci circa un milione di individui e forse tre milioni nel I millennio a.C.
Come attestano le scritture della Bibbia e altri scritti, l’Egitto fu periodicamente flagellato da devastanti epidemie, ma nessuna di queste fu descritta in modo tale da far pensare ad una epidemia di vaiolo. Tuttavia, la pratica egizia della mummificazione consentì la conservazione della cute, dei muscoli e delle ossa di un gran numero di personaggi di alto rango. Questo permise ai paleopatologi di formulare diagnosi sulle cause di morte di diverse persone mummificate.
La letteratura scientifica cita tre mummie la cui pelle era coperta da lesioni simili a quelle del vaiolo. Dai primi due casi, scoperti nel 1911 e nel 1921, per l’insufficienza dei mezzi diagnostici dell’epoca, derivarono diagnosi di probabile infezione vaiolosa, mentre per il terzo caso, studiato nel 1983 da Hopkins, è stato possibile formulare una diagnosi di certezza. Si tratta della mummia di Ramses V che morì ancor giovane nel 1157 a.C. ed è una delle mummie meglio conservate del Museo del Cairo. Ci si aspetterebbe che una malattia epidemica come il vaiolo, che uccideva faraoni e nobili come la gente comune, dovesse essere stata descritta nella vasta letteratura di argomento medico prodotta dagli Egizi, o dai loro vicini dell' Asia Minore. Tuttavia, una simile descrizione non esiste, sebbene nel Papiro Ebers si trovi un passo dove viene descritta una malattia che colpisce la pelle che Regoly-Mérei (1966) suggerisce possa essersi trattato di vaiolo.
Fatta questa breve ma necessaria parentesi, resta da considerare che, al di là delle notizie scritte di parte egizia relative al vaiolo, oggi la paleopatologia ha dimostrato, attraverso l’analisi della mummia di Ramsete V, che già oltre tremila anni fa l’Egitto era colpito dal vaiolo e chissà da quanto tempo prima.
La malattia non è segnalata nel Corpus ippocraticum, né compare nella letteratura greco-romana.
Una prima fonte letteraria occidentale sul vaiolo l’abbiamo dall’Alessandrino Aronne (Ahrun/622 d.C./), che ne parla nel suo trattato di medicina. Tuttavia la prima autentica descrizione del vaiolo, insieme a quella del morbillo che da quello viene differenziato, fu fatta dal medico arabo Al Razi (Rhazes), (Bagdad, X secolo).
Egli concordava con gli autori cinesi sull’origine umorale delle due affezioni e suggeriva come terapia la sudorazione. Epidemie di vaiolo probabilmente imperversarono nel Medio-Evo, ma non ne abbiamo precisa notizia, perché si faceva molta confusione tra le diverse malattie esantematiche dell’infanzia, finché nel 1553 l’Italiano Ingrassia differenziò la scarlattina e la varicella dalle altre malattie esantematiche infantili. Girolamo Fracastoro (1546), che notevole impulso diede alle teorie sull’epidemiologia delle malattie infettive, riconobbe la contagiosità del vaiolo, allineandosi per la terapia con il metodo della sudorazione suggerito da Rhazes.
Oltre un secolo dopo, l’Ippocrate inglese, Sydenham (1685), descriveva nuovamente il vaiolo, che attribuiva ad una “infiammazione sanguigna”, distinguendola dal morbillo. Il suo particolare interesse nei riguardi del vaiolo era motivato dalle grandi epidemie di questa malattia che afflissero il territorio inglese nel 1667-1669 e nel 1674 e 1675. Egli, contrariamente a quanto suggeriva Rhazes, consigliava una terapia rinfrescante (aria fresca e bevande fredde) e l’uso dell’oppio.
Malgrado i progressi compiuti a partire dall’inizio del XVIII secolo nel campo della profilassi della malattia, prima col metodo della variolazione, poi col metodo jenneriano della vaccinazione, l’esatta sua eziologia venne scoperta solo nella seconda metà del XIX secolo grazie a progressi della microscopia.
Prima Keber (1868) poi Buist (1886-1887), esaminando al microscopio la linfa vaccinica vi distinsero alcuni corpuscoli corrispondenti ad ammassi di virus.
Nel 1892 l’italiano Guarnieri descrisse nelle lesioni vaiolose osservate al microscopio particolari inclusioni, che da lui presero il nome, considerate come stadi del ciclo di protozoi parassiti, che egli chiamò Cytoryctes variolae e Cytoryctes vaccinae.
Gli studi per identificare l’agente eziologico del vaiolo umano e vaccino proseguirono nella prima decade del XX secolo ad opera di Roux, Calmette e Guerin, Prowazek, Negri, Calkins.
A partire dal 1910 la scoperta delle tecniche di colture tissutali permise di coltivare in vitro i virus, in modo particolare quello del vaiolo vaccino (Noguchi, 1915; Parker,1925; Carrel e Rivers, 1928) e nel 1928 Maitland e Maitland ottennero la coltura in un mezzo liquido. La successiva tecnica dell’ultracentrifugazione permetterà di valutare le dimensioni delle particelle virali vacciniche (Mac Callum e Oppenheimer, 1922; Elford, 1938).
Il microscopio elettronico permetterà dal 1948 (Van Rooyen e Scott; Nagler e Rake) di visualizzare le particelle virali e ottenerne le prime microfotografie.
Il lungo cammino dell’identificazione della causa del morbo si era concluso.
I Cinesi furono i primi a mettere in pratica un metodo di prevenzione del vaiolo. Questo metodo fu menzionato per la prima volta nell’anno 1014 della nostra era da Wang Tan e consisteva nell’insufflare nelle narici polvere di croste vaiolose della fase terminale della malattia; una seconda tecnica, che sarà quella adottata dagli Europei nel XVIII secolo, era quella di inoculare sottocute la polvere delle croste vaiolose per mezzo di sottili aghi.
In India i bramini praticavano l’inoculazione introducendo sotto la pelle sottili fili impregnati di materia vaiolosa, oppure frizionavano la pelle escoriata con tessuto impregnato di pus vaioloso.
Il vaiolo fu l’unica malattia infettiva per cui si pensò ad una prevenzione attiva attraverso l’inoculazione, mentre per tutte le altre valse sempre il metodo della contumacia.
In Europa la pratica dell’inoculazione (o variolizzazione) fu introdotta nei primi decenni del XVIII secolo. Notizie sia pur vaghe erano giunte alla Royal Society di Londra da diversi paesi e soprattutto dalla Cina attraverso l’Asia Minore.
Da lungo tempo i popoli abitanti vicino al Mar Caspio, come i Circassi e i Georgiani, proteggevano la bellezza delle loro donne dalle deturpazioni provocate dal vaiolo mediante l’inoculazione ed era da questi paesi che i Turchi e i Persiani traevano le più belle schiave per i loro harem.
La stessa cosa valeva per il Bengala, l’Indostan e tutti i regni circostanti, mentre in Africa tale pratica era molto seguita nel Senegal. I primi a caldeggiare la variolizzazione in Europa furono due medici greco-italiani, Pylarino e Timoni, che esercitavano la medicina a Costantinopoli agli inizi del XVIII secolo.
Essi furono colpiti dai successi che tale pratica permetteva di conseguire e raccolsero informazioni da quelle vecchie che la esercitavano per trasmetterla successivamente con relazioni ben dettagliate agli studiosi europei.
Ma il frutto delle loro osservazioni sarebbe andato perduto se non fosse stato per l’interessamento di Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli che introdusse la pratica per la prima volta in Europa e, nella fattispecie, in Inghilterra, dopo avere osservato tale pratica in Turchia e aver fatto inoculare un figlio. Essa nel 1722 cercò di persuadere il Collegio dei medici di Londra ad eseguire una prova che avesse un certo valore dimostrativo.
Quello stesso anno il dottor Richard Mad, medico del re, inoculava sette condannati a morte del carcere di Newgate i quali sopravvissero e furono graziati. Ma la Montagu prese anche la personale iniziativa di far vaccinare di fronte alla corte inglese il suo secondo figlio, ispirando la fiducia della famiglia reale inglese che a sua volta si sottopose alla variolizzazione.
Tutte le persone variolizzate, dopo una lieve forma di vaiolo, guarirono. Uno dei carcerati inglesi sottoposti all’esperimento fu esposto al contagio del vaiolo superandolo indenne.
Nello stesso periodo a Boston, scoppiata l’epidemia, Mother e Boylston vaccinarono 242 persone con la mortalità del 2,5% degli inoculati contro il 15% di quelli che avevano contratto il vaiolo naturalmente. In Italia, convinto inoculatore, alieno da polemiche dottrinali, fu Angelo Gatti, che venne chiamato nel 1778 alla corte di Napoli per inoculare i membri della Real Casa.
In Francia le prime inoculazioni risalgono al 1754 e trovarono il favore e il sostegno di personaggi come Voltaire, Condamine, D’Alembert, specialmente dopo che re Luigi XV era rimasto vittima del crudele morbo. Praticata nelle corti la variolizzazione passò alla popolazione.
Tuttavia l’inoculazione fu avversata da certi settori della cultura francese saldamente ancorata alla tradizione dottrinaria di stampo ippocratico, secondo la quale la malattia era considerata come lo sfogo necessario attraverso la pelle di un principio nocivo che avrebbe reso l’organismo immune da quella malattia.
Ciò indusse il Parlamento di Parigi a chiedere alla facoltà di Teologia di esprimere il suo parere sull’inoculazione, e fu necessario attendere il 1764 perché la facoltà di Teologia si esprimesse a favore dell’inoculazione, perché nel 1763 aveva espresso parere contrario con la seguente motivazione: ”Basta che si tratti di una novità perché sia da considerare come condannabile."
Nel 1774 lo stesso re Luigi XVI fu inoculato (ma ciò non costituì un valido rimedio contro la ghigliottina).
In Italia Antonio Genovesi e Cesare Beccaria furono fra i primi fautori di questa pratica; Pietro Verri vi dedicò l’ultimo numero del “Caffè” e Giuseppe Parini una sua ode.
La prima regione in Italia ad eseguire la pratica dell’inoculazione (chiamata anche innesto, oltre che variolizzazione), fu la Toscana nel 1756, quando furono inoculati sei bambini dell’Ospedale di S. Maria degli Innocenti, seguita dalla Repubblica di Venezia nel 1767. Tuttavia in Italia la pratica ebbe un rilievo statisticamente rilevante solo in alcune città della Toscana e a Napoli.
In Italia le opposizioni all’inoculazione furono poche e neppure la Chiesa fu contraria. Se motivazioni di carattere religioso ci furono, esse furono per lo più d’oltrAlpe e di parte protestante.
L’obiezione più importante fatta alla pratica della variolizzazione era quella che il variolizzato potesse a sua volta essere fonte di contagio. Infatti non si può escludere che certe epidemie di vaiolo possano essere state innescate da pratiche di variolizzazione.
Si rese perciò necessario che l’inoculazione fosse praticata in ambienti maggiormente controllati e lontani dai grandi centri urbani, in condizioni di isolamento.
Per questo motivo l’Inghilterra fu la prima a fondare nel 1746 a Londra un ospedale per l’inoculazione del vaiolo e la contumacia dei variolizzati, oltre che per la cura del vaiolo stesso.
L’esempio fu presto seguito dai paesi del Nord Europa.
La pratica della variolizzazione trovò una concreta diffusione soltanto in Inghilterra, sia per l’intervento dello Stato che per le iniziative caritatevoli private.
La stessa cosa non si verificò in Francia dove il numero delle persone inoculate non superò le 60.000-70.000.
In realtà era chiaro a tutti che la pratica della variolazione trasmetteva il vero e proprio vaiolo e si erano avuti casi tragici di fallimenti, come quello riferito da Luigi Sacco, relativo ad una epidemia insorta a Modena nel 1778 in seguito ad un caso di variolazione.
La pratica della variolazione, che era stata iniziata a Londra nel 1722, sul finire del XVIII secolo, a causa degli insuccessi sopra riferiti, anche se i benefici di tale pratica erano stati superiori al male prodotto, iniziò gradualmente ad essere abbandonata.
Ma la vera causa del definitivo abbandono della variolizzazione fu la scoperta jenneriana.
Furono la casualità e la intelligenza di un medico condotto inglese a portare finalmente alla scoperta della definitiva risoluzione della profilassi del vaiolo.
Edoardo Jenner (1749-1823), membro della Royal Society di Londra, medico condotto a Berkeley, suo paese di origine, nel 1775 aveva ricevuto l’incarico dal governo inglese di praticare la variolizzazione nella contea di Gloucester, ma si accorse che in alcune persone, mai affette da vaiolo, l’innesto non attecchiva. Furono i contadini del luogo a riferirgli che coloro che erano stati colpiti dal Cow-pox erano immuni dall’infezione vaiolosa. Il Cow-pox era una specie di vaiolo che colpiva le vacche alle mammelle, infettate a loro volta dalle mani dei mungitori che si erano infettati da cavalli ammalati di una malattia chiamata “grease” nota anche come “acqua alle gambe”.
Alcuni chirurghi inglesi, Sutton e Fowster, già nel 1768 avevano inoculato vaccino umano a persone contagiate da vaiolo vaccino senza che la malattia si manifestasse, e nel 1774 un contadino del Glucestershire, Benjamin Jesty, aveva inoculato il vaiolo vaccino a sé stesso, alla moglie e ai figli; inoltre la pratica della vaccinazione era conosciuta anche in Francia e in Germania, nell’Holstein, tanto che i tedeschi ne rivendicarono la priorità.
Ma a questo proposito Luigi Sacco, nel suo Trattato di vaccinazione, pubblicato nel 1809, scriverà:” (…) il merito non consiste nel veder un fenomeno, ma nel cavarne costrutto, scoprendone le relazioni (…) Cadevano i gravi abbandonati a sé anche prima del secolo di Galileo, ma Galileo solo scoprì le leggi della loro caduta, per cui ne derivò tanto vantaggio alla fisica.(…). Ci vollero, perciò, l’impegno, la curiosità e la perspicacia di Edoardo Jenner perché questa realtà venisse a galla e da essa potesse nascere la prima grande rivoluzione della storia in fatto di profilassi immunitaria contro una malattia infettiva.
Solo dopo 21 anni di esperimenti egli giunse al convincimento di essere giunto in possesso di un metodo rivoluzionario di profilassi antivaiolosa. Il 14 maggio 1796 egli vaccinò con il suo metodo il bambino James Phipps con pus tolto dalla contadina Sara Nelms che era affetta da Cow-Pox.
Così egli scrive nel suo “Ricerca sulle cause e gli effetti del vaiolo vaccino” pubblicato nel 1798: ”Sarah Nelmes, mungitrice in una fattoria di questa zona, venne attaccata dal Cow-pox delle vacche del suo padrone nel maggio del 1796. Ricevette l’infezione in una parte della mano che era stata leggermente lesa in precedenza dal graffio di una spina. Una larga pustola ulcerosa e gli usuali sintomi accompagnarono come di solito la malattia.(…) Al fine di osservar con maggiore accuratezza il progresso del contagio, scelsi un ragazzino ben robusto, di otto anni circa, con l’intenzione di innestargli il Cow-pox: La materia venne presa dalla piaga sulla mano di una mungitrice ( Sarah Nelmes)(…). Tale materia venne inserita, il 14 maggio del 1796, nel braccio del ragazzo per mezzo di due superficiali incisioni che scalfirono appena le dita, della lunghezza di circa mezzo pollice ciascuna. Al settimo giorno il ragazzo lamentò dolori all’ascella e al nono soffrì di brividi di freddo ed ebbe un leggero mal di testa. Per tutto l’intero giorno egli fu visibilmente malato e passò una notte abbastanza inquieta, ma il giorno seguente stava perfettamente bene.”
Il bambino, che in seguito fu inoculato con pus del vaiolo umano (Small Pox), non si ammalò; ma soltanto due anni dopo, nel 1798, Jenner pubblicò a sue spese il libretto dal titolo  "Ricerche sulle cause e sugli effetti del vaiolo vaccino", attirando su di sé l’attenzione e l’interesse dei governi di tutta l’Europa e ben presto il metodo proposto da Jenner fu ufficialmente riconosciuto come valido.
“Un secolo dopo Jenner-scrive René Dubos-Pasteur capì che la vaccinazione antivaiolosa non era in realtà che l’applicazione particolare di una legge generale di natura, cioè che era probabile vaccinare contro molti tipi di malattie microbiche usando microrganismi della stessa specie, ma di virulenza attenuata. Questa affermazione portò allo sviluppo di tecniche generali per la produzione di vaccini e diede origine all’immunologia come scienza.(…) In altre parole, centocinquant’anni di scienza sperimentale sistematica trasformarono la conoscenza empirica della lattaia negli acuti ragionamenti dell’immunochimica professionale.”
 Il vaiolo delle vacche o Cow Pox, molto diffuso nella campagna inglese, era poco diffuso nel resto del mondo, perciò si presentò il problema del reperimento della linfa vaccinica, della sua conservazione e della sua diffusione in condizioni controllate, che fosse sicuro e senza perdita di efficacia. Inizialmente si cercò di ovviare al problema del difficile reperimento della linfa, vaccinando da braccio a braccio, inoltre la linfa vaccinica a secco si conservava per almeno due anni, il che consentiva di diffonderla anche in paesi lontani.
In breve tempo però ci si rese conto dell’insorgere di alcuni problemi:
    Il vaccino jenneriano riproduceva il Cow Pox, ma la sua crescita per passaggi successivi in una specie animale diversa (umana invece che bovina), riduceva il suo potere immunizzante.
    Il passaggio da braccio a braccio, inoltre, favoriva la trasmissione di altre malattie infettive come la sifilide. Ad ambedue questi problemi si ovviò dal 1864 utilizzando solamente vaccino preso dalle vacche, abolendo la vaccinazione da braccio a braccio, soluzione tardiva rispetto a quella già presa nella stessa direzione nel Regno di Napoli nel 1805 da Troja e nel 1810 da Galbiati, i quali avevano praticato la retrovaccinazione, passando la linfa dall’uomo all’animale, sia per garantirsi una fonte ricca di linfa, sia per avere una linfa che riducesse il rischio di altre malattie come la sifilide. Nel 1845, sempre a Napoli, Negri inizierà a produrre sistematicamente linfa vaccinica direttamente dalle vacche.
    Un terzo problema fu quello di far pervenire il vaccino nei luoghi più remoti, garantirne la fornitura e trovare le migliori modalità di conservazione. L’elemento decisivo fu la preparazione di un vaccino liofilizzato prodotto dai francesi Wurtz e Camus nel corso della I Guerra Mondiale, che permise alla Francia di inviare nelle proprie colonie (Costa d’Avorio, Guinea, Guiana Francese) milioni di dosi di vaccino. I vaccini essiccati contribuirono sostanzialmente alla campagna di eradicazione del vaiolo avviata dall’OMS nel 1966.
Per quanto riguarda l’Italia, il primo a praticare le prime vaccinazioni jenneriane in Liguria nel 1800 fu il dott. Onofrio Scassi, che era venuto a conoscenza dello scritto di Jenner attraverso il medico inglese dott. Batt. Gli fece seguito nel 1801 Luigi Marchelli, che pubblicò un’importante memoria dal titolo: Memoria sull’inoculazione della vaccina e il Granducato di Toscana che il 12 giugno 1801 stabiliva che ”l’inoculazione del vaccino si facesse nello Spedale degli Innocenti”. Ma si deve soprattutto al dott. Luigi Sacco, medico primario dell’Ospedale Maggiore di Milano, sostenuto dalle autorità francesi, il merito di avere propugnato la vaccinazione in Italia. Sacco seppe della vaccinazione jenneriana verso la fine del 1799 ed avendo avuto la fortuna di avere trovato due vacche affette da Cow-pox vicino a Varese, col pus raccolto da esse vaccinò i suoi primi cinque bambini della campagna varesina e sé stesso, controllando a distanza l’avvenuta immunità con l’innesto di vaiolo umano. Nel 1806 Luigi Sacco riferì di avere fatto vaccinare o vaccinato personalmente nei soli Dipartimenti del Mincio, dell’Adige, del Basso Po e del Panaro più di 130.000 persone. In breve volger di tempo i vaccinati del Regno d’Italia, sempre più esteso per le conquiste napoleoniche, giunsero a un milione e mezzo. Lo stesso entusiasmo invase anche il Regno delle due Sicilie.
Questi fatti avvenivano mentre era in atto la rivoluzione industriale con un forte inurbamento dalle campagne, il venire alla ribalta delle problematiche sociali, che si accompagnarono alla nascita dell’igiene pubblica, propugnata soprattutto dal tedesco P. Frank, che ne attribuiva la competenza e la responsabilità allo Stato. Ma sarà invece Napoleone a dare impulso alla pubblica igiene.
L’obbligatorietà della vaccinazione fu adottata nella popolazione generale per la prima volta nel principato di Piombino e Lucca nel 1806, nel 1807 in Baviera, nel 1810 in Norvegia, nel 1815 in Svezia, nel 1867 in Inghilterra, nel 1874 in Germania, nel 1874, dopo una terribile epidemia, in Giappone. Nell’Italia post-risorgimentale, conseguita l’unità della Nazione, la vaccinazione antivaiolosa fu resa obbligatoria nel 1888.
La vaccinazione era obbligatoria, inoltre, in quasi tutti gli eserciti.
Il risultato conseguito, dopo l’obbligatorietà della vaccinazione antivaiolosa, fu che, contro i 5000-7000 decessi da vaiolo per milione di abitanti, si scese ad alcune centinaia per milione di abitanti.
Nonostante ciò, ci si avvide che la copertura vaccinale era completa nei primi 5 anni, mentre dopo vent’anni era persa.
Infatti, dopo un periodo di vent’anni, durante il quale il vaiolo era sembrato in rapido declino nei paesi che avevano adottato la vaccinazione jenneriana, il morbo si ripresentò con diverse pandemie che interessarono l’Europa intera, ma con indici di mortalità decisamente più bassi rispetto al passato.
Si era spostata anche l’età di massima incidenza del morbo, che cominciava ad interessare un numero crescente di adulti; questa constatazione indusse i governi ad avviare una campagna di rivaccinazione che fu adottata per prima dalla regione tedesca del Wurttemberg nel 1829, mentre l’Austria, che introdusse la rivaccinazione obbligatoria tardivamente, ebbe livelli di mortalità da vaiolo centinaia di volte superiori a quelli della Germania.
Negli ultimi decenni del XIX secolo si ebbero decisivi successi nella lotta contro il vaiolo e le altre malattie infettive, e questo fu dovuto anche, oltre che alle migliorate condizioni igieniche delle popolazioni europee, anche se non dovunque, alla socializzazione della lotta alle malattie infettive.
Per quel che riguarda la lotta contro il vaiolo, numerosi paesi introdussero nel loro sistema giuridico l’obbligatorietà della vaccinazione e, dove non vigeva l’obbligatorietà, il controllo del vaiolo fu un problema di natura pubblica con precise regole sulla denuncia dei casi e il loro isolamento. Le leggi regolarono anche la produzione e la distribuzione del vaccino. Fu abolita la vaccinazione da braccio a braccio, per i motivi già detti e si ricorse alla sola linfa prelevata direttamente dalla vacca.
A questo punto è giusto dare adeguate risposte a legittime domande:
1) Perché l’eradicazione del vaiolo è stata possibile sul piano biologico?
    Perché il vaiolo colpisce solo l’uomo. Del virus non vi sono serbatoi animali o vettori che lo veicolino, come gli insetti; né il virus viene immagazzinato in piante o animali.
    Il vaiolo è contagioso solo quando è manifesto.
    Non esistono portatori asintomatici, come nel tifo, epatite B o AIDS, perciò ogni caso di infezione corrisponde a un caso di malattia. Ciò significa che per la diagnosi di vaiolo è sufficiente l’osservazione clinica.
    Il virus del vaiolo è geneticamente stabile senza ceppi mutanti.
2) Quando dichiarare una zone libera dal vaiolo?
    a) Quando per due anni consecutivi non si fossero più segnalati casi
Nel 1977 casi di vaiolo venivano segnalati solo in Somalia, territorio difficile da controllare per l’elevato numero di persone dedite al nomadismo. L’ultimo caso si ebbe in questa regione nell'ottobre 1977.
Dal momento che nei due anni successivi non si ebbero nuovi casi della malattia, nel maggio 1979 l’OMS decretò eradicato il vaiolo dalla Terra.
Allo stato attuale l’unica fonte di contagio possibile è costituita dai virus coltivati in laboratorio. Oggi nel mondo solo sette laboratori conservano ceppi del virus del vaiolo, e sono sotto stretto controllo.
Per salvaguardare l’Umanità da eventuali future epidemie di vaiolo, che potrebbero essere scatenate o da cause accidentali o da atti terroristici, l’OMS ha previsto di conservare ampie scorte di vaccino essiccato e congelato.

sabato 8 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
L' 8 dicembre 1980 veniva assassinato John Lennon.
Per molti baby-boomers cresciuti nei mitici anni sessanta, un mite lunedì ai primi di dicembre 1980 sarà sempre ricordato come il giorno in cui è morta la musica.
A New York, l'enigmatico, carismatico - e francamente spesso stravagante- ex- Beatle John Lennon, barcollò nella sala d'ingresso del Dakota, lussuoso palazzo nell’ Upper West Side in cui risiedeva da quasi otto anni.
Aveva appena finito di incidere una nuova canzone per i suoi 40 anni “Walking On Thin Ice’; crollò sanguinante sul pavimento - gli avevano sparato quatto colpi di pistola.
Era tardi, Lennon tornava a casa da lavoro assaporando già l’abbraccio di suo figlio Sean di cinque anni, prima di andare a letto.
Lui e Yoko Ono, sua moglie ma anche collaboratrice musicale, erano scesi dalla loro limousine bianca, facendosi lasciare sul marciapiede fuori dall'edificio piuttosto che farsi accompagnare al sicuro nel cortile del palazzo.
Yoko si affrettò avanti, annuendo con aria assente a uno sconosciuto nell'ombra - c'erano sempre fans e parassiti in agguato al di fuori del Dakota per un assaggio del loro eroe.
Suo marito arrancava dietro e aveva fatto tre o quattro passi quando una voce gridò: Mr Lennon?
La star rallentò poi si voltò a guardare. Immediatamente, realizzò che aveva visto quell’uomo un paio di volte ultimamente - e, prima di quel giorno, gli aveva anche autografato la copertina di un disco.
Ma ora lo sconosciuto aveva uno scopo diverso. Egli era in ginocchio in posizione di combattimento, e aveva un revolver calibro 38 stretto tra le mani.
Cinque spari e quattro proiettili dum-dum, particolarmente adatti per causare il massimo danno fisico, si conficcarono nella schiena di Lennon, fianco e spalla.
Il musicista riuscì ad arrivare all’ ingresso sospirando: 'Mi hanno colpito, mi hanno colpito!’.
Era morto all'arrivo in ospedale un quarto d'ora dopo.
Nel frattempo, il killer, tarchiato di 25 anni, Mark Chapman, se ne stava in silenzio davanti alla scena. Per terra giaceva la pistola fumante che si era lasciato cadere dalle mani, accanto agli occhiali macchiati di sangue di Lennon.
Appoggiato con nonchalance contro il muro del Dakota, Chapman ha cominciato a sfogliare una copia del libro “Il giovane Holden”, famoso romanzo di JD Salinger sull’ alienazione degli adolescenti, il cui personaggio centrale probabilmente gli ispirò quel gesto.
Quando i poliziotti arrivarono, non tentò di fuggire. Appena fu ammanettato e infilato in una macchina della polizia, disse: 'Ho agito da solo'. Nel quartier generale della zona, disse ai poliziotti: 'Lennon doveva morire'.
Per il mondo, sconvolto dalla morte violenta e inutile di Lennon, Chapman non era altro che un pazzo delirante. Prendeva farmaci ed era psicologicamente disturbato.
Aveva subito atti di bullismo a scuola, si era così rifugiato in un mondo immaginario dove esercitava potere su altre persone.
Un adulto senza radici che non aveva mai avuto un vero e proprio lavoro, aveva trovato conforto nella musica dei Beatles. Aveva identificato la sua solitudine con il lato solitario ed insicuro di Lennon, confondendo le personalità.
Ma la scoperta della ricchezza e del florido impero commerciale di Lennon, fu per lui un’enorme delusione.
Si sentiva tradito, offeso. Ha inseguito e sparato al suo ex eroe per un senso strano di retribuzione, accoppiato al desiderio di essere famoso per qualcosa.
Così è andata la storia.
Ma dopo oltre trent'anni dalla morte di Lennon, emerse una nuova teoria, che metteva in discussione questa spiegazione convenzionale sul movente dell’ omicidio.
Anche se apparentemente inverosimile, se fosse vera farebbe trasalire e atterrire i milioni di fan che ancora idolatrano Lennon.
Nel suo libro, l'autore Phil Strongman, sostiene che Chapman è stato solo un burattino. La vera assassina di Lennon è stata la Cia - per volere di fanatici di destra dell’ assetto politico americano.
Egli arriva a questa conclusione controversa contestando molti dei cosiddetti 'fatti' in merito al caso - tra cui l'ipotesi di base che Chapman fosse un fan dei Beatles e Lennon.
Strongman scrive che, fino alla settimana prima dell'uccisione: 'Chapman, "presunto ossessionato da Lennon e "fan dei fans", non possedeva nemmeno un singolo di Lennon, né un libro né un album. Non uno. Non era un fan né tantomeno un ossessionato". '
Dicono che Chapman avesse 14 ore di registrazioni di Lennon, nel suo zaino, il giorno della sparatoria. Ma di esse non si è mai trovata alcuna traccia.
Questa prova non è stata mai prodotta semplicemente perché non esiste.
Così Chapman non era solo né uno stalker delle celebrità andato troppo oltre, Né, dice Strongman, ha ucciso Lennon per 15 minuti di celebrità.
'Se il suo scopo era attirare attenzione su di se, allora perché si è dichiarato colpevole, lasciando che il suo processo non diventasse il processo del secolo, se il suo scopo era avere fama, allora perché si è lasciato scappare questa possibilità?
Strongman vede nella calma del killer dopo la sparatoria, la chiave di ciò che è accaduto realmente, fornisce prove alla sua teoria secondo cui l’assassinio di John Lennon fu un complotto di stato.
Se Chapman, dopo l’ uccisione, sembrava uno zombie, e attese impassibile la polizia come ci è stato raccontato, è solo perché quella era la reazione più appropriata alla sua persona .
Chapman, egli suggerisce, era stato reclutato dalla CIA e addestrato durante i suoi viaggi in tutto il mondo, è stato visto in posti improbabili, da un ragazzo della Georgia.
Che strano, per esempio, che Chapman sia stato a Beirut in un momento in cui la capitale libanese fu la fucina delle attività della CIA – si è detto che lì avesse sede uno dei campi di assassinio top-secret dell'agenzia.
Un altro campo, presumibilmente, si trovava alle Hawaii, dove Chapman ha vissuto per alcuni anni.
Chi ha finanziato il giro del mondo a Chapman? Come poteva, un giovane senza un soldo nel 1975, essere stato in Giappone, Regno Unito, India, Nepal, Corea, Vietnam e Cina?
Il denaro non è mai sembrato essere un problema per Chapman, ma nessuno ha mai spiegato da dove provenisse. L’ unica spiegazione plausibile rimane, secondo Strongman, che i servizi segreti fossero i suoi datori di lavoro.
Probabilmente la CIA plagiò la mente di Chapman, somministrandogli droghe apposite a ciò e con l'ipnosi. Tutte tecniche utilizzate dalla CIA per formare assassini in grado di uccidere fomentatori di disordini, e sui quali potesse poi ricadere la colpa.
Strongman afferma: 'Catcher In The Rye‘ (il titolo originale del Giovane Holden) faceva parte del programma d’ipnosi di Chapman, una parola d’ ordine che poteva arrivare a lui, attraverso un messaggio registrato su un nastro, un telex, un telegramma o una semplice telefonata.
"E’ anche vero che i teorici della cospirazione hanno a lungo sospettato che sia gli americani sia i loro nemici comunisti utilizzassero tali tecniche per attivare assassini dormienti '- come romanzato nel film The Manchurian Candidate.
L'autore si chiede se Chapman rientrava nella categoria dei killer inconsapevoli o complice inconsapevole.
Ma il suo profondo sospetto è che Chapman non agì da solo - non più, dice, di quanto abbia fatto Lee Harvey Oswald con l'assassinio di JFK a Dallas o di Sirhan Sirhan accusato della morte di Bobby Kennedy. Dubita persino che sia stato Chapman a sparare.
'I proiettili che colpirono Lennon, erano tutti così vicini e persino i medici ebbero difficoltà a precisarne i diversi punti d’ accesso. Se tutti questi colpi provenivano da Chapman, allora la sua fu un’ ‘’opera miracolosa’’.
'In effetti, se ognuno di quei colpi veniva da Chapman l’opera fu miracolosa perché egli era in piedi sulla destra di Lennon e, secondo il referto dell'autopsia e il certificato di morte Lennon riportava solo ferite nella parte sinistra del corpo.'
Qualcun altro doveva essere coinvolto, Strongman insiste. Egli sostiene che forse una spia della CIA che lavorava al Dakota sia stato il vero assassino.
Ciò che fa crescere il suo sospetto è la natura sommaria delle indagini della polizia dopo l'arresto di Chapman.
La sua calma bizzarra post-uccisione non è stato mai messa in discussione, non è stata mai eseguito un test di droga, il suo stato "programmato" (termine usato da più di un ufficiale di polizia) non è stato mai studiato, né tantomeno si è investigato sui suoi movimenti precedenti l’omicidio ('In parole povere, le indagini per l'assassinio furono spaventosamente lente e lacunose. ')
Probabilmente, conclude, l'FBI cospirava con la CIA per nascondere la verità- e cioè che ombre istituzionali americane avevano ordinato l'assassinio di Lennon.
Ma perché Lennon era sulla loro lista ? Aveva, a quanto pare fatto tremare i piani d'America, la potente ala destra, prima con la sua opposizione alla guerra del Vietnam e poi con la sua campagna di pacifismo.
Ed è in questo periodo, che molti di noi che hanno creduto fosse un periodo di pausa necessario per riprendere fiato, che Lennon ha dato sfogo al suo genio, al suo essere un uomo di spettacolo e un esibizionista. Ma era un sognatore, non un attivista pericoloso.
Ha scritto canzoni, ha suonato la chitarra, aveva idee divertenti. Ci ha fatto ridere nonostante la sua irriverenza.
Non aveva intenzione di abbattere il capitalismo. Cercava solo di tenerlo fuori dalla sua vita.
Ancora, il fatto che alcuni dei dossier relativi alle indagini dei servizi segreti sulle attività di Lennon rimangano inaccessibili continuano ad alimentare i sospetti di un insabbiamento.
Strongman scrive: 'Io sono convinto, come qualsiasi essere umano può esserlo, che sia l’FBI sia la CIA abbiano insabbiato i fatti del dicembre 1980. E Sono entrambi profondamente coinvolti nell'uccisione stessa.'
Nel frattempo, Chapman - stalker pazzo o assassino robot - continua a vivere.
Stranamente, se la teoria Strongman è vera, è riuscito a sopravvivere tre decenni in una delle prigioni più violente d'America, nonostante sia a conoscenza di informazioni pericolose.
Chapman è rinchiuso nella prigione di Attica, da quasi 40 anni, per la sua condanna a vita, ben oltre il minimo di 20 anni decretati dal giudice che lo ha condannato.
Quando nel 2006 gli è stato chiesto il perché avesse ucciso Lennon, Chapman ha detto:
'Volevo essere famoso, Volevo attirare grande attenzione, che ho ricevuto.' Nel 2010 ha detto che nel 1980 aveva una lunga lista di potenziali obiettivi, tra cui Liz Taylor, il conduttore televisivo Johnnie Carson e Paul McCartney.
“Erano famosi”, ha detto, ‘uccidendoli avrei ottenuto tanta notorietà in pochissimo tempo’.
Ha colpito Lennon, ha spiegato, solo perché il Dakota è facilmente raggiungibile 'Sentivo che uccidendo lui sarei diventato qualcuno e, invece sono diventato un assassino, e gli assassini non sono qualcuno’. Invece di prendere la mia vita ho preso quella di qualcun altro, per sua sfortuna. '
Nel 2006, la sua quarta domanda per il rilascio - Yoko Ono come sempre si è opposta - è stata rifiutata; ogni due anni ripete la domanda, e ancora nell'agosto del 2018, per la decimavolta, la domanda è stata rifiutata, dopo 37 anni di carcere.

venerdì 7 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 7 dicembre.
Il 7 dicembre 1851 l'americano John Gorrie brevetta il frigorifero.
La refrigerazione è il processo di abbassamento e mantenimento della temperatura in un certo spazio allo scopo di raffreddare o mantenere un determinato prodotto. Tale refrigerazione controlla sia lo sviluppo batterico che le reazioni chimiche avverse che si presentano nell'atmosfera normale.
Durante gli ultimi 150 anni circa, i grandi progressi della refrigerazione ci hanno offerto la possibilità di conservare e raffreddare l'alimento, altre sostanze e noi stessi. La refrigerazione abbatte le barriere tra clima e stagione. Mentre ha aiutato alla crescita di tutti i processi industriali, la refrigerazione è diventata un'industria a sé.
Il coltivatore Thomas Moore del Maryland, per primo ha introdotto il termine "frigorifero" nel 1803.
L'uso di ghiaccio, naturale o prodotto, per la refrigerazione era molto diffuso fino poco prima della I° guerra mondiale, quando i frigoriferi meccanici o elettrici sono diventato disponibili.
Il ghiaccio deve la relativa efficacia come refrigerante al fatto che ha una temperatura costante di fusione di 0°C (32°F). Per fondersi, il ghiaccio deve assorbire il calore che ammonta a 333,1 kJ/kg (143,3 Btu/lb).
Il ghiaccio di fusione in presenza di un sale di dissoluzione abbassa il relativo punto di fusione di parecchi gradi, le derrate alimentari potevano essere così mantenute più a lungo.
L'Anidride carbonica solida, conosciuta come ghiaccio secco è usata anche come refrigerante. Non avendo fase liquida a pressione atmosferica normale, sublima direttamente dal solido al vapore ad una temperatura di -78.5°C (-109.3°F)
Nel 1840, vengono utilizzati i primi mezzi stradali e ferroviari principalmente utilizzati per trasportare il latte ed il burro. Nel 1860, il trasporto frigorifero viene esteso anche a pesce e latticini. Il carro ferroviario refrigerato è stato brevettato da J.b. Sutherland di Detroit, Michigan nel 1867.
Fu realizzato con pareti isolate e con contenitori per ghiaccio nelle estremità. L'aria entrando dalla parte superiore dei contenitori viene raffreddata uscendo dalla parte inferiore, circolando così per conduzione naturale. Si sono ridotte le perdite del ghiaccio per fusione dall'80% al 20% a beneficio dei prodotti trasportati.
Il processo di refrigerazione è iniziato nel 1850 con compressione del vapore usando l'aria e successivamente l'ammoniaca come refrigerante.
Con l'avvento dei nuovi impianti meccanici, malgrado i vantaggi apportati, la refrigerazione ha avuto numerosi problemi. I refrigeranti utilizzati come l'anidride solforosa ed il methylchloride provocavano la morte: l'uso per compressione dell'ammoniaca ha avuto un effetto tossico dato da perdite e fuoriuscite nell'impianto. 
Frigidaire nel 1928 ha scoperto un nuovo tipo e categoria di refrigeranti sintetici, denominati HALOCARBONS o CFC (clorofluorocarburi).  La  General Motors ha brevettato tutti i sistemi refrigeranti col CFC nel 1930.   Data la rilevante importanza a livello mondiale per la conservazione degli alimenti, alla GM non fu consentito di mantenere per sé il brevetto del sistema refrigerante con CFC.  All'intera industria è stata permesso di usare i brevetti e la tecnologia di refrigerazione, commutandoli a  nuovi agenti "sicuri" come il Freon (adesso vietato per il danno dello strato di ozono).  Senza la scoperta del CFC, "la refrigerazione non sarebbe stata diffusa così capillarmente".
Nella refrigerazione meccanica, il raffreddamento costante è realizzato dalla circolazione di un refrigerante in un sistema chiuso, in cui si volatilizza un gas, poi si condensa, così in ciclo continuo. Se non avviene nessuna perdita nell’impianto, il refrigerante dura indefinitamente durante l'intera durata del sistema. 
 I due tipi principali di sistemi di refrigerazione meccanici usati sono: il sistema di compressione, usato nelle unità domestiche e per le grandi applicazioni di conservazione in celle frigorifere e di trasporto e per la maggior parte dell’aria condizionata;  ed il sistema di assorbimento, ora impiegato in gran parte per le unità di aria condizionata ma precedentemente anche usato per le unità domestiche.
Quasi tutti i primi refrigeranti erano infiammabili, tossici o entrambi ed alcuni inoltre erano altamente reattivi.  Gli incidenti erano comuni.
L'operazione di individuazione del refrigerante non infiammabile con buona stabilità è stata data a Thomas Midgley nel 1926.   Con i suoi soci Henne e McNary, Midgley ha osservato che i refrigeranti in uso avevano un contenuto relativamente basso di elementi chimici, questi raggruppati in una fila ed in una colonna d'intersezione della tabella periodica degli elementi.    L'elemento all'intersezione era fluoro, conosciuto per essere tossico da sé. Tuttavia, Midgley ed i suoi collaboratori hanno ritenuto che i residui che lo contengono dovevano essere non tossici e non infiammabili.
La loro attenzione è passata ai fluoruri organici, circa il punto di ebollizione per tetrafluoromethane (tetrafluoride del carbonio) da confrontare a quelli per altri residui fluorati.  La temperatura d'ebollizione corretta, successivamente trovata, era molto più bassa.  Tuttavia, il valore errato era nella gamma cercata e condotto alla valutazione dei fluoruri organici come candidati.
La tesi di Shorthand più successivamente introdotta per facilitare l'identificazione dei fluoruri organici, per una ricerca sistematica, è usata oggi come il sistema di numerazione per i refrigeranti.  Le indicazioni di numero senza ambiguità indicano le composizioni chimiche e strutture.  Nei giorni successivi, Midgley ed i suoi collaboratori avevano identificato il diclorodifluorometano sintetizzato (CC12F2), ora conosciuto come R12.
La prima prova di tossicità è stata effettuata esponendo una cavia al nuovo residuo.  Sorprendentemente, l'animale non fu intossicato, ma morì quando la prova venne ripetuta con un altro campione.
L'esame successivo del trifluoruro dell'antimonio (usato per preparare il diclorodifluorometano da tetracloruro di carbonio) ha indicato un agente inquinante.  Questo agente, durante la reazione del trifluoruro dell'antimonio con tetracloruro di carbonio, forma il fosgene (CC120) un gas altamente tossico per inalazione, corrosivo per gli occhi e per la pelle.  Per dimostrare poi nella nuova formula la sicurezza di questo gas, ad una riunione della società chimica americana, Midgley ha inalato R-12, dando sicurezza nella maneggiabilità della miscela.
Nel 1928, Frigidaire scopre un nuovo tipo e categoria di refrigeranti sintetici, denominati HALOCARBONS o CFC (clorofluorocarburi).
La refrigerazione, partendo dal ghiaccio, ha dato benefici importanti alle industrie della metallurgia: per esempio, il freddo meccanicamente prodotto è stato usato per contribuire a temperare il cutlery e gli attrezzi. La produzione del ferro ha ottenuto una spinta, poiché la refrigerazione ha rimosso l'umidità dall'aria trasportata ai forni, aumentandone la produzione. I laminatoi della industria tessile hanno usato la refrigerazione nella mercerizzazione, nell'imbianchimento e nella tintura. La pelliccia e l'immagazzinaggio di merci di lana in aree refrigerate hanno permesso di eliminare i lepidotteri. La refrigerazione inoltre ha aiutato le fiorerie, soddisfacendo particolarmente le esigenze stagionali poiché i fiori da taglio durano così più a lungo. Un'applicazione sanitaria, la conservazione di corpi umani dopo la morte. Laminatoi di zucchero, confetterie, fabbriche di cioccolato, forni, fornitori del lievito, aziende del tè, tutti hanno trovato nella refrigerazione il loro sviluppo e commercio. Gli hotels, i ristoranti, saloni, sono divenuti utilizzatori della refrigerazione. La refrigerazione nelle fabbriche di munizioni ha fornito un controllo rigoroso richiesto da temperature e dell'umidità.
Beneficiari in primis della refrigerazione sono state le aziende di lavorazione della carne, ai formaggi e prodotti ittici, al resto dei prodotti deperibili, portando ad oggi nei trasporti frigoriferi a temperatura controllata tecnologia e qualità, a puro vantaggio per il loro commercio e mantenimento, ma cosa essenziale la qualità della nostra alimentazione.
La refrigerazione è parte integrante della nostra vita, oggi più che mai.

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