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mercoledì 12 settembre 2018

#Almanacco quotidiano,a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 settembre.
Il 12 settembre, grazie a un blitz tedesco, Benito Mussolini fugge dalla cella nella quale era rinchiuso al Gran Sasso.
 Nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943 si svolse l’ultima, drammatica seduta del Gran Consiglio del fascismo: dieci lunghe ore di arringhe e di confronti tra i componenti dell’organo fascista sull’esame dell’andamento del conflitto mondiale terminarono con la presentazione da parte di Dino Grandi, uno dei gerarchi più influenti del regime, della mozione con la quale si chiedeva “l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali” e la conseguente esautorazione dei poteri assoluti del Duce, assunti con le leggi fascistissime del 1925.
Con l’approvazione dell’ordine del giorno Grandi, con 19 voti favorevoli contro 8 contrari e 1 astenuto, il Re Vittorio Emanuele III ebbe a disposizione lo strumento politico più idoneo per destituire da ogni carica il Duce e affidare il governo al Maresciallo d’Italia, filo monarchico, Pietro Badoglio.
A rendere ancora più mesta l’uscita dalla scena politica di un uomo ormai irriconoscibile che non rappresentava nemmeno l’ombra dell’uomo della provvidenza che per un ventennio aveva governato in modo assolutista e incontrastato l’Italia, fu l’ordine di arresto impartito dal Re nei confronti dello stesso Mussolini appena uscito da Villa Savoia, l’attuale Villa Ada in Roma.
Dal giorno dell’arresto Mussolini fu trasferito prima sull’isola di Ponza poi dal 7 agosto sull’isola di La Maddalena e infine sul Gran Sasso a Campo Imperatore. I repentini cambi dei luoghi di prigionia erano dovuti al fatto che Hitler aveva manifestato anche pubblicamente la ferma intenzione di liberare l’amico Mussolini: già il 26 luglio in una riunione presso la Wolfsschanze, la cosiddetta Tana del Lupo in cui si rifugiava Hitler, lo stesso Furher ordinò al generale dell’aviazione tedesca Student di partire per Roma e di coordinare le attività operative e di intelligence finalizzate alla scoperta del luogo di detenzione del Duce e provvedere alla sua liberazione per trasferirlo in Germania.
Al generale Student furono affiancati, oltre ai reparti paracadutisti al comando del maggiore Harold Mors che avrebbero svolto l’attività operativa della missione, il responsabile del Servizio di Sicurezza tedesco a Roma Herbert Kappler e un reparto dello stesso Servizio di Sicurezza comandato dal capitano delle SS Otto Skorzeny, inviato direttamente da Berlino.
Ad agosto i tedeschi scoprirono rapidamente il secondo luogo di detenzione del Duce, Villa Weber sull’isola di La Maddalena. Grazie all’attività spionistica di Skorzeny e al cospicuo fondo riservato all’operazione Quercia di 50.000 sterline false stampate da falsari ebrei internati presso il lager di Sachsenhausen con il quale vennero comprate importanti informazioni, i tedeschi individuarono la prigione di Mussolini.
Probabilmente Badoglio apprese la notizia di un imminente attacco tedesco a Villa Weber, pertanto decise di ordinare il trasferimento dello scomodo detenuto, che sarebbe avvenuto il 26 agosto, presso l’albergo di Campo Imperatore sul Gran Sasso d’Abruzzo. I tedeschi si accorsero solo il 29 agosto, un attimo prima di attuare il piano d’assalto alla Villa sarda, che Mussolini era stato trasferito, impiegando una settimana circa a individuare la nuova prigione, grazie tra l’altro all’intercettazione e codificazione di un messaggio cifrato dell’ispettore Gueli, responsabile della custodia del Duce, inviato al capo della polizia Senise, nel quale si assicurava l’ultimazione del dispiegamento di un sistema di sicurezza e protezione intorno al Gran Sasso.
Si intensificarono dunque le indagini conoscitive intorno al Gran Sasso da parte degli uomini della Luftwaffe di Student e degli uomini di Skorzeny: entrambi i reparti collaborarono tra loro con reciproca diffidenza, che si sarebbe palesata anche durante il prosieguo dell’operazione. L’astio tra Student e Skorzeny, ma soprattutto la rivalità di quest’ultimo con Kappler si acuirono dal momento in cui la missione di Skorzeny, scoprire il nuovo rifugio del detenuto Mussolini, sembrava ultimata.
Le informazioni assunte tramite l’intercettazione di Gueli da parte di Kappler fu ripresa da Skorzeny il quale, attraverso vari sopralluoghi e avendo constatato un inconsueto movimento di militari intorno a una zona isolata come era il Gran Sasso, confermò l’ubicazione della nuova prigione del Duce. Ma l’indagine spionistica non fu così efficace da individuare la composizione e l’armamento del gruppo di militari italiani impegnati sul Gran Sasso.
Mussolini intanto dopo le peripezie dei trasferimenti forzati terminò il suo primo mese di detenzione in quella che lui stesso definì la più alta prigione del mondo, il rifugio albergo di Campo Imperatore a 2200 metri d’altezza.
La vigilanza del sito e del sorvegliato speciale fu affidata a un numero di carabinieri e poliziotti piuttosto esiguo rispetto a quello necessario a fronteggiare un eventuale blitz tedesco: il nucleo alle dipendenze dell’ispettore generale di polizia Giuseppe Gueli e del tenente dei carabinieri Alberto Faiola era costituito da 43 carabinieri e 30 poliziotti.
Una volta accertato che Mussolini dal 6 settembre risiedeva nel campo rifugio abruzzese i tedeschi si concentrarono sulla pianificazione dell’operazione militare di liberazione. L’orografia del paesaggio impediva un’azione terrestre su larga scala, almeno in principio. Pertanto il maggiore dei paracadutisti Mors illustrò il piano studiato per l’occasione al generale Student: l’attacco a sorpresa ai carcerieri di Mussolini sarebbe partito dal cielo attraverso un gruppo di alianti al comando del tenente von Berlepsch, sostenuto da terra dal resto del battaglione al comando del maggiore Mors che avrebbe isolato l’area intorno al rifugio e impedito eventuali rinforzi italiani da L’Aquila. Il piano prevedeva l’impiego di circa 500 uomini su un territorio privo di collegamenti che per i tedeschi risultava particolarmente ostile in quanto ancora controllato dalle forze militari italiane. Inoltre i tedeschi non erano riusciti a quantificare le forze nemiche, ma si presumeva che il numero dei militari italiani fosse piuttosto esiguo.
Nonostante qualche titubanza scaturita dalla volontà di preparare al meglio l’operazione e manifestata da Mors il quale preferiva un attacco notturno piuttosto che l’azione diurna pianificata, si decise di intervenire al più presto per evitare una nuova repentina fuga del prigioniero verso altre località. A questo punto dell’operazione il compito di Otto Skorzeny sembrò esaurito, ma il capitano, avendo presagito nuovi momenti di gloria, non volle rinunciare all’ambizione di partecipare all’effettiva liberazione del Duce, e chiese al generale Student di poter partecipare all’operazione militare. Student accordando al capitano quanto da lui richiesto, commise un errore di valutazione che avrebbe permesso all’arrivista Skorzeny di assumersi nell’immediato futuro il merito del buon esito dell’operazione.
Comunque Skorzeny avrebbe partecipato, secondo gli intendimenti del maggiore Mors, come mero osservatore e consigliere politico insieme ad altre SS, nel frattempo il capitano avvisò Berlino che la liberazione di Mussolini sarebbe stata imminente.
Alle 3 di notte del 12 settembre il maggiore Mors alla testa di circa trecento tedeschi del battaglione paracadutisti si diresse verso Assergi per occupare la funivia che sale a Campo Imperatore e che rappresentava una via di comunicazione strategica per giungere al rifugio. Durante l’occupazione tedesca dei posti di controllo italiani caddero le uniche due vittime di questa operazione, cadute nell’oblio dell’anonimato, delle quali vogliamo almeno ricordare i nomi: la guardia forestale Pasqualino Di Tocco e il carabiniere Giovanni Natale.
Nel frattempo i piloti dei dieci alianti impiegati per raggiungere dall’alto il rifugio raggiunsero l’obiettivo, ma non tutti atterrarono perfettamente, a causa anche della spregiudicatezza del capitano Skorzeny il quale, pur di giungere per primo al cospetto di Mussolini, ordinò al proprio pilota di atterrare in picchiata mettendo a repentaglio la sicurezza e la vita degli equipaggi di due dei dieci alianti. Nonostante gli ordini di Student e Mors, l’ambizioso Skorzeny non rimase un semplice spettatore, ma con la sua consueta spavalderia cominciò a dettare i tempi dell’operazione aerea, approfittando del fatto che Mors era a terra, attestato presso la funivia.
La reazione italiana al repentino atterraggio degli alianti fu sbigottita e lenta: i militari italiani non si sarebbero mai aspettati un’offensiva aerea, avendo ritenuto impossibile uno sbarco di paracadutisti.
Tra sgomento e incredulità gli italiani capirono subito che sarebbero stati facile obiettivo dei mitra tedeschi e non accennarono alla minima reazione, convinti anche dalla presenza di un generale italiano al seguito di Skorzeny: il generale delle guardie metropolitane Soleti, utilizzato più come ostaggio che come accompagnatore.
Tale arrendevole atteggiamento fu spiegato in seguito dallo stesso responsabile del dispositivo di sicurezza italiano Gueli, che dichiarò di aver appreso la notizia di un imminente azione tedesca per liberare Mussolini, avvalorata da un ambiguo telegramma del 12 settembre del capo della polizia Senise che invitava a comportarsi con la massima prudenza.
Pertanto l’ispettore Gueli diede degli ordini precisi, volti ad agevolare il più possibile il buon esito dell’operazione Quercia e neutralizzare le difese italiane prima ancora di qualsiasi cenno di reazione: fece accantonare le armi automatiche e le scorte di munizioni dentro una stanza chiusa a chiave; il giorno prima fece smontare le due mitragliatrici pesanti che erano poste sul tetto e che avrebbero potuto abbattere facilmente gli alianti; fece tenere i cani da guardia legati alla catena.
Nel dopoguerra questo atteggiamento unito all’insolito ottimismo mostrato prima della missione dal generale Student, che presagì, in modo quanto meno sospetto, che gli italiani non avrebbero sparato un colpo, lasceranno ipotizzare che la liberazione di Mussolini fosse stata barattata con la fuga del Re Vittorio Emanuele III da Roma; ma queste possono essere solo supposizioni.
In breve tempo i carcerieri italiani e i liberatori tedeschi si ritrovarono mischiati tra loro in attesa che uscissero dal rifugio gli ufficiali con Mussolini. Una volta messa fuori uso la radio in una stanza del rifugio, Skorzeny salì verso la stanza del Duce, la 201, dove incontrò 4 uomini di guardia che non opposero alcuna resistenza: fu questo il momento storico al quale l’ambizioso Skorzeny non avrebbe mai rinunciato e per il quale aveva rischiato incoscientemente la vita propria e degli altri collaboratori.
Rimane dunque alle cronache storiche il saluto militare al Duce da parte di Skorzeny, che nel nome di Hitler comunicò allo stesso Mussolini di essere sul Gran Sasso per liberarlo.
Uno stanco e avvilito Mussolini, rispose in modo quasi meccanico ringraziando del gesto che aveva compiuto nei suoi confronti l’amico Hitler, avendo cura di dire le stesse parole nel momento in cui si presentò a lui il comandante effettivo dell’operazione, il maggiore Mors, che nel frattempo giunse presso il rifugio attraverso la funivia. Ma il Duce, appena uscito dal rifugio per sottoporsi alle attenzioni dell’apparato della propaganda tedesca con fotografie e riprese, si lasciò sfuggire di fronte al suo custode, il maresciallo Antichi, la frase “avrei preferito essere liberato dagli italiani “, manifestando una mal celata preoccupazione.
L’ingombrante presenza del capitano Skorzeny si paleserà ancora una volta nel viaggio che avrebbe dovuto portare l’ex prigioniero a Pratica di Mare. Il piano prevedeva che un aereo biposto, il mitico modello Cicogna, avrebbe trasportato il Duce presso l’aeroporto di Pratica di Mare; a quel punto Skorzeny convinse l’ufficiale pilota a portarlo con sé vantando importanti amicizie negli ambienti militari berlinesi che avrebbero potuto agevolare la carriera del giovane pilota.
Nonostante le perplessità del maggiore Mors dovute alla stazza fisica di Skorzeny e alle ridotte dimensioni del biposto, l’aereo con Mussolini e Skorzeny decollò fortunosamente da una improvvisata pista alle ore 15,00 per fare rientro all’aeroporto di Pratica di Mare e ripartire successivamente per Vienna e infine verso la meta finale, Monaco di Baviera.
Terminata l’operazione militare cominciò la campagna di mistificazione dei fatti realmente accaduti: i cinegiornali e i giornali furono impegnati in una operazione mediatica di mitizzazione dell’operato delle SS durante la liberazione di Mussolini offuscando il reale merito militare di chi aveva pianificato l’azione, il maggiore Mors e i suoi paracadutisti.
L’esaltazione di un successo più politico che militare da attribuire, secondo l’attenta regia del capo delle SS Himmler, alla polizia nazista permise a Skorzeny di godere di vantaggi immediati come la promozione sul campo al grado di maggiore, i complimenti ricevuti direttamente dal Fuhrer, una decorazione militare al valore, ma soprattutto gli permise, attraverso i numerosi contatti internazionali di costruirsi una vita dorata in Spagna, protetto dal regime franchista.
Infatti giunse là dopo un breve periodo vissuto in un campo di denazificazione, dal quale scappò nel 1948, grazie a personaggi indiscutibilmente legati al nazismo come il milionario delle acciaierie Krupp, alla protezione di uomini del calibro di Otto Wolff von Amerongen, cofondatore del club Bilderberg, gruppo di ricchi potenti ultimamente salito alla ribalta delle cronache economiche mondiali.
Otto Skorzeny riuscì a sfuggire anche a Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti che lo inseguì fino a Madrid, giungendo al paradosso di proporsi come spia nel servizio segreto israeliano, il Mossad e nella CIA americana. Gli altri protagonisti della liberazione di Mussolini ebbero altri destini.
Il maggiore Mors nel gennaio del 1944 fu trasferito sul fronte russo con il sospetto che tale destinazione fosse la punizione per le proteste avanzate contro Skorzeny, volte a ristabilire la verità dei fatti accaduti sul Gran Sasso. L’ispettore Gueli, determinante nell’ordinare una anomala passività del reparto a custodia del Duce, riparò nel Nord Italia aderendo alla Repubblica Sociale Italiana per essere condannato dopo la liberazione a otto anni di detenzione per crimini di guerra. Conosciamo bene invece il destino del protagonista, suo malgrado, dell’operazione Quercia.
La liberazione di Mussolini e la conseguente costituzione della Repubblica Sociale Italiana nel Nord Italia, avrebbero gettato per quasi un biennio il Paese nell’angoscia della prosecuzione di una guerra ormai persa e nella drammaticità di una cruenta e sanguinosa guerra civile.
 

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