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martedì 19 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1988 Marco Donat Cattin muore a soli 35 anni, travolto da un'auto mentre tentava di segnalare un incidente sull'autostrada per Venezia.
C’è una figura grigia che attraversa in maniera quasi impercettibile gli anni settanta, passando prima per la contestazione giovanile, poi per l’anti-fascismo militante e la pratica violenta, approdando infine alla lotta armata. La storia del terrorismo nella Repubblica italiana è sempre stata caratterizzata da comportamenti e posizioni che hanno occupato rumorosamente le cronache e le aule di giustizia: pentiti e dissociati, militanti irriducibili, per finire a quanti hanno fatto della propria vita materiale per libri e film, cercando in ogni occasione visibilità e spazi. Marco Donat Cattin, al contrario,  sembra rimanere ai margini di quella stagione, personaggio quasi dimenticato; eppure fu indiscutibilmente un capo: insegnò ai ragazzi più giovani ad agire con decisione, diresse un’organizzazione eversiva di primo piano, sparò e uccise.
La storia di Marco è diversa da quella di tutti i suoi compagni: il papà è ministro del Lavoro quando lui parte per Roma a fare il militare presso la compagnia atleti dell’Aereonautica. Lontano da Torino non sta poi così bene e dopo qualche mese vi fa ritorno grazie ad un prezioso trasferimento, si iscrive a giurisprudenza, ma gli esami vanno a rilento e così arriva un poco impegnativo impiego da bibliotecario al liceo Galileo Ferraris. Il lavoro non è stressante, il tempo trascorre tra le assenze per malattia, le continue telefonate ricevute e le chiacchiere scambiate con uno studente, Roberto Sandalo, che fa parte del servizio d’ordine di Lotta Continua; è un violento “Roby il pazzo”, anche i suoi compagni faticano ad arginarne la carica distruttiva e ne disprezzano le scarse qualità politiche, ma con Marco si intrattiene per ore e ore, ascoltandolo  con attenzione e devozione. Insieme hanno sprangato dei fascisti, sono stati riconosciuti e poi segnalati, ma dopo i primi interrogatori in questura la memoria delle loro vittime si è improvvisamente annebbiata e la denuncia viene ritirata. La violenza di piazza inizia a star stretta a Marco, come il lavoro di bibliotecario che abbandona: si aggrega al gruppo che a Torino ruota intorno al foglio “Senza Tregua”, un’ottantina di giovani che combattono per “la costruzione del potere operaio”, e che, in una delle loro prime azioni, attaccano la sede di Forze Nuove, la corrente della Democrazia Cristiana fondata proprio dal papà di Marco. Presto la polizia identifica un po’ tutti, alcuni vengono arrestati, altri danno vita a Prima Linea; il figlio del ministro è tra questi ultimi, nell’organizzazione fa una brillante carriera, entra nel comando nazionale, produce strappi, detta i tempi per le azioni da effettuare di cui spesso scrive i comunicati.
L’inquietudine di Marco, raccontano la mamma e quelli che lo conoscono bene, nasce dal burrascoso rapporto con il padre, ingombrante figura di cui neanche durante la più radicale delle scelte il “Comandante Alberto” riesce a liberarsi. Mentre i suoi compagni vengono braccati, interrogati e arrestati nessuno sembra chiedere di lui; viene fotografato mentre entra nel covo di Corrado Alunni pochi giorni prima dell’arresto di quest’ultimo, rapina banche, uccide il giudice Alessandrini a Milano, ma può liberamente trascorrere le vacanze al mare in Calabria e fare un saluto alla mamma nella casa di montagna. Certo il papà un po’ si preoccupa, le voci si fanno sempre più insistenti e qualcosa inizia ad uscire sui giornali, ma è il ministro dell’Interno Rognoni a tranquillizzarlo che non c’è nulla di anomalo. Sono ragazzi come tanti altri, non esiste alcun addebito specifico. Passano gli anni ma il gioco non può durare ancora a lungo e mentre Marco, dopo aver trascorso una bellissima estate tra la Sardegna e la Valle d’Aosta, rompe con Prima Linea fuggendo con la cassa e le armi e teorizzando “una ritirata strategica finalizzata all’accumulo di mezzi ed esperienze ” (le solite rapine), Patrizio Peci finisce nelle mani del generale Dalla Chiesa. Parla molto l’“infame” e tra le altre cose racconta del figlio del ministro che è un terrorista: lo ha saputo da un piellino che voleva entrare nelle Brigate Rosse e che la polizia identifica in “Roby il pazzo”. Quando Sandalo viene arrestato nell’aprile del 1980 probabilmente non ricorda più le parole e i sogni condivisi con il suo amico bibliotecario del Galileo Ferraris: i rapporti intrattenuti con il comandante Alberto e con il papà Carlo prima del suo arresto sono la preziosa merce che offre ai magistrati in cambio di qualche anno in meno di carcere.                                              
La storia di Marco, il terrorista di cui nessuno voleva sapere, finisce qui: scappa in Francia e dietro di se lascia un padre costretto ad abbandonare la politica e un presidente del consiglio sospettato di favoreggiamento nei suoi confronti. Estradato in Italia diventerà prima dissociato e poi collaboratore di giustizia, scontando pochi anni di carcere. Solo la macchina che investendolo sull’autostrada Serenissima lo ucciderà non sapeva di travolgere il figlio del ministro, rendendolo finalmente uguale a tutti gli altri. A trentacinque anni, da morto.
Il 22 giugno 1988 si svolgono a Torino i funerali di Marco Donat-Cattin nei quali si ricordano i "forti rimorsi" di una persona che "viveva con il dolore del ricordo di quegli anni". Secondo le parole di Don Mazzi, raccolte da Repubblica, "era un ragazzo sregolato, nel bene come nel male", dice, scuotendo la testa. "Si buttava nelle cose a capofitto. Capisco la pazzia che ha fatto sull’autostrada, nel tentativo di salvare altre persone. Da noi, al centro di recupero dei tossicodipendenti, dava tutte le sue forze, con entusiasmo. E aveva quel carisma del capo, un po’ guascone, come suo padre peraltro, che lo aiutava molto nel lavoro. Dall’anno scorso era andato a Roma, ma si era tenuto in contatto con tre ragazzi. Anzi, proprio di recente li aveva invitati nella capitale per trascorrere insieme qualche giorno. Dei suoi trascorsi in Prima Linea, Marco Donat Cattin parlava malvolentieri: aveva forti rimorsi, viveva con dolore il ricordo di quegli anni. Una volta, mentre mi raccontava un episodio, è stato male fino a vomitare. Il suo più grande desiderio - continua il sacerdote - era di essere perdonato, o almeno incontrare la vedova di Emilio Alessandrini. Ma non è stato possibile. Purtroppo è morto prima che riuscissimo a trovare una strada di pace e conciliazione.".
È sepolto in una tomba di famiglia al Cimitero monumentale di Torino insieme al padre Carlo e alla madre Amelia, morta nel 1998 pure lei in un incidente stradale.

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