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sabato 30 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 giugno.
Il 30 giugno 1995 va in onda l'ultima puntata del varietà "Non è la Rai".
Non è la Rai è stato un programma televisivo ideato e diretto da Gianni Boncompagni, diventato un fenomeno di costume negli anni Novanta. Composto da quattro edizioni, è stato trasmesso dal 9 settembre 1991 al 30 giugno 1995, dapprima su Canale 5 e poi su Italia 1.
La trasmissione andava in onda dallo studio 1 del Centro Palatino in Roma e, salvo rare eccezioni, era in diretta e si componeva principalmente di balletti, giochi telefonici e canzoni. Originariamente indirizzata ad un pubblico composto da casalinghe, ha mutato la sua formula nel corso delle quattro edizioni, indirizzandosi verso un pubblico più giovane composto da ragazzine che si immedesimavano nelle loro beniamine e ragazzini che invece sognavano di incontrarle. Sì, proprio loro, le ragazze di Non è Rai, un folto gruppo di ragazze che ballavano, cantavano (non sempre con la loro voce), presentavano giochi.
La prima edizione del programma fu condotta da Enrica Bonaccorti, la seconda da Paolo Bonolis e le ultime due da Ambra Angiolini. Si tratta di una delle prime trasmissioni televisive dell’allora Fininvest ad usare la diretta.
Come ogni fenomeno controverso, nel corso degli anni in cui è andato in onda ha riscosso molto successo, testimoniato dall'assortito merchandising composto da dischi, diari, album di figurine, quaderni e molto altro, ma anche numerose critiche.
Ha lanciato alcuni personaggi diventati importanti nel mondo del teatro, della musica, del cinema e della televisione, tra cui ricordiamo Claudia Gerini, Sabrina Impacciatore, Lucia Ocone, Ambra Angiolini, Romina Mondello, Nicole Grimaudo, Veronika Logan, Laura Freddi, Miriana Trevisan, Alessia Mancini, Antonella Mosetti.
“Ricordo solo che da Mediaset all’inizio mi ammollarono Bonolis che aveva già il contratto, ma io lo detestavo allora come lo detesto oggi. Non gli feci fare niente e dopo un anno misi Ambra al posto suo”. A parlare e raccontare i retroscena dello storico programma è il suo creatore Gianni Boncompagni dalle pagine de “Il fatto quotidiano”.
Complice la serie tv Sky 1992 dove compaiono diverse scene dello show cult di Mediaset che all’epoca rappresentò un vero caso nella storia della televisione, il quotidiano ha intervistato il Deus ex machina di Non è la Rai, il suo primo programma realizzato per il Biscione. E Boncompagni oltre a esprimere il suo parere nei confronti di Paolo Bonolis, che condusse la seconda edizione dello show dopo Enrica Bonaccorti, racconta di come nacque il programma: “Berlusconi voleva farmi fare a tutti i costi Pronto Raffaella? e io gli dicevo che era impossibile perché era un programma basato sulle telefonate e Mediaset non aveva ancora la diretta ma lui insisteva, da vero paraculo: "Ma che c'entra, lo facciamo uguale, con le telefonate finte”.
E su Ambra e il famoso auricolare rivela “Tutti credevano che io suggerissi le battute, invece le dicevo delle cose tremende, irriferibili, e lei doveva fare finta di nulla”.

venerdì 29 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 giugno.
Il 29 giugno 2013 si spegne a Trieste Margherita Hack.
Nata a Firenze il 12 giugno 1922, Margherita Hack è stata una delle menti più brillanti della comunità scientifica italiana. Il suo nome è legato a doppio filo alla scienza astrofisica mondiale. Prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, ha svolto un'importante attività di divulgazione e ha dato un considerevole contributo alla ricerca per lo studio e la classificazione spettrale di molte categorie di stelle.
Nasce in una famiglia in cui il padre, di religione protestante, lavora come contabile e la madre, cattolica, diplomata all'Accademia di belle arti, è miniaturista presso la prestigiosa Galleria d'arte degli Uffizi. I genitori, entrambi critici e non soddisfatti ognuno della propria appartenenza religiosa, aderiscono alle dottrine teosofiche instaurando rapporti con un ambiente che in futuro sarà loro di sostegno durante i momenti difficili.
Non simpatizzanti del regime fascista di Mussolini, sono vittime di discriminazioni. Sono inoltre vegetariani convinti e trasmetteranno questa filosofia alla figlia Margherita.
Frequenta il liceo classico e inizia a praticare pallacanestro e atletica, ottenendo discreti risultati a livello nazionale nel salto in alto. Nel 1943 all'Università di Firenze, dove frequenta la Facoltà di Fisica, dopo dieci anni ritrova l'amico di infanzia Aldo, che sposa l'anno successivo.
Nel 1945, a guerra finita, Margherita Hack si laurea con una tesi di astrofisica relativa a una ricerca sulle cefeidi, una classe di stelle variabili. Il lavoro viene condotto presso l'Osservatorio astronomico di Arcetri, luogo presso il quale inizia a occuparsi di spettroscopia stellare, che diventerà il suo principale campo di ricerca.
Inizia un periodo di precariato come assistente presso lo stesso Osservatorio e come insegnante presso l'Istituto di Ottica dell'Università di Firenze. Nel 1947 la Ducati, industria milanese che inizia a occuparsi di ottica, le offre il primo impiego. Margherita accetta, si trasferisce con la famiglia, ma dopo un solo anno sente l'esigenza di tornare al "suo" ambiente universitario, a Firenze.
Dal 1948 al 1951 insegna astronomia in qualità di assistente. Nel 1954 ottiene la libera docenza e, appoggiata e spinta del marito, inizia la sua attività di divulgatrice scientifica, collaborando con la carta stampata. Margherita chiede ed ottiene il trasferimento all'Osservatorio di Merate, vicino Lecco, una succursale dello storico Osservatorio di Brera.
Nello stesso periodo tiene corsi di astrofisica e di radioastronomia presso l'Istituto di Fisica dell'Università di Milano. Inizia a collaborare con università straniere in qualità di ricercatore in visita. Accompagnata dal marito, che la segue in ogni spostamento, collabora con l'Università di Berkeley (California), l'Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey), l'Institut d'Astrophysique di Parigi (Francia), gli Osservatori di Utrecht e Groningen (Olanda) e l'Università di Città del Messico.
E' il 1964 quando diviene professore ordinario, ottenendo la cattedra di astronomia presso l'Istituto di Fisica teorica dell'Università di Trieste. In qualità di professore ordinario assume l'incarico della direzione dell'Osservatorio astronomico. La sua gestione durerà per più di vent'anni, fino al 1987, e darà nuova linfa ad un'istituzione che in Italia era ultima sia per numero di dipendenti e ricercatori, che per qualità della strumentazione scientifica, arrivando a darle risonanza anche in campo internazionale.
L'enorme sviluppo delle attività didattiche e di ricerca che Margherita Hack ha promosso in università, ha fatto nascere nel 1980 un "Istituto di Astronomia" che è stato poi sostituito nel 1985 da un "Dipartimento di Astronomia", che la scienziata ha diretto fino al 1990.
Dal 1982 Margherita Hack ha inoltre curato una stretta collaborazione con la sezione astrofisica della 'Scuola internazionale superiore di studi avanzati' (Sissa).
Ha alternato la stesura di testi scientifici universitari, alla scrittura di testi a carattere divulgativo. Il trattato "Stellar Spettroscopy", scritto a Berkeley nel 1959 assieme a Otto Struve (1897-1963) è considerato ancora oggi un testo fondamentale.
Nel tempo ha collaborato con numerosi giornali e periodici specializzati, fondando nel 1978 la rivista "L'Astronomia" di cui sarà direttore per tutta la vita. Nel 1980 ha ricevuto il premio "Accademia dei Lincei" e nel 1987 il premio "Cultura della Presidenza del Consiglio".
Margherita Hack è stata membro dell'Accademia dei Lincei, dell'Unione Internazionale Astronomi e della Royal Astronomical Society.
Nel 1992 ha terminato la carriera di professore universitario per motivi di anzianità, continuando tuttavia l'attività di ricerca. Nel 1993 è stata eletta consigliere comunale a Trieste. In pensione dal 1997, ha comunque continuato a dirigere il "Centro Interuniversitario Regionale per l'Astrofisica e la Cosmologia" (CIRAC) di Trieste, dedicandosi a incontri e conferenze al fine di "diffondere la conoscenza dell'Astronomia e una mentalità scientifica e razionale".
Margherita Hack si è spenta a Trieste il 29 giugno 2013 all'età di 91 anni.

giovedì 28 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 giugno.
Il 28 giugno 1867 nasce ad Agrigento Luigi Pirandello.
Luigi Pirandello nasce il 28 giugno 1867 a Girgenti (odierna Agrigento) da Stefano e Caterina Ricci-Gramitto, entrambi di sentimenti liberali e antiborbonici (il padre aveva partecipato all'impresa dei Mille). Compie gli studi classici a Palermo, per poi trasferirsi a Roma e a Bonn dove si laurea in Filologia Romanza.
Nel 1889 aveva già pubblicato la raccolta di versi "Mal giocondo" e nel '91 il libro di liriche "Pasqua di Gea". Nel 1894 sposa a Girgenti Maria Antonietta Portulano dalla quale avrà tre figli; sono gli anni in cui la sua attività di scrittore comincia a farsi intensa: pubblica "Amori senza amore" (novelle), traduce le "Elegie romane" di Goethe e inizia a insegnare Letteratura Italiana all'Istituto Superiore di Magistero di Roma. Il merito che alcuni critici hanno attribuito a Pirandello è quello di aver saputo registrare, lungo l'arco di una vasta carriera letteraria, i passaggi fondamentali della storia e della società italiana dal Risorgimento fino alle crisi più diffuse interne alla cultura, al teatro e alla realtà sociale del mondo occidentale.
"Il fu Mattia Pascal" (romanzo del 1904) è il punto di avvio attraverso cui, oltre a scardinare i meccanismi narrativi veristi, Pirandello coglie in pieno il dramma dell'uomo novecentesco, così intensamente scandagliato anche dalla letteratura europea contemporanea e successiva.
Vasta e articolata è la produzione dello scrittore siciliano. I suoi scritti, novelle e romanzi, si ispirano prevalentemente all'ambiente borghese che sarà poi ulteriormente scandagliato e definito, in ogni suo dettaglio, nelle opere teatrali a cui Pirandello giunge relativamente tardi. I temi delle sue novelle costituiscono, di fatto, una sorta di efficace laboratorio che in larga parte verrà riproposto nelle opere teatrali (il passaggio dalle novelle al teatro avviene in modo naturale per la stringatezza dei dialoghi e per l'efficacia delle situazioni mentre la "poetica dell'umorismo" si trasformava in "drammaturgia dell'umorismo"); così nel giro di pochi anni, dal 1916 in poi, appaiono sulle scene "Pensaci Giacomino", "Liolà", "Così è (se vi pare)", "Ma non è una cosa seria", "Il Piacere dell'onestà", "Il gioco delle parti", "Tutto per bene", "L'uomo la bestia la virtù" per poi arrivare ai "Sei personaggi in cerca d'autore" del 1921 che consacrano Pirandello drammaturgo di fama mondiale (il dramma venne rappresentato nel 1922 a Londra e a New York e nel 1923 a Parigi).
Se il primo teatro pirandelliano rappresentava in vari casi una "teatralizzazione della vita", con i Sei personaggi (ma anche con Ciascuno a suo modo, Questa sera si recita a soggetto e con l'Enrico IV) l'oggetto del teatro diventa il teatro stesso; siamo di fronte a quello che i critici hanno definito il "metateatro": "messa in scena della finzione che denuncia l'esistenza di un codice e ne svela il carattere convenzionale" (Angelini).
Fra i molti altri drammi ricordiamo La vita che ti diedi, Come tu mi vuoi, Vestire gli ignudi, Non si sa come, e infine le opere in cui, all'abbandono della "poetica dell'umorismo", subentra la proposizione di contenuti ideologici e di analisi psicologiche ormai lontanissime da ogni tentazione naturalistica; stiamo parlando dei "tre miti": quello sociale (La nuova colonia), quello religioso (Lazzaro) e quello sull'arte (I giganti della montagna) scritti alla fine degli anni venti e all'inizio degli anni trenta.
Dal crollo delle consuetudini di verosimiglianza del teatro tradizionale alla crisi del dramma rappresentato nella sua impossibilità, fino al teatro dei nuovi miti, Pirandello ha segnato un percorso vasto e interessantissimo non del tutto alieno, come è stato più volte osservato, dalle alchimie della fisica moderna. Alcuni degli esiti teatrali più recenti, come il teatro dell'assurdo da Jonesco a Beckett, non possono essere valutati senza tenere conto delle esperienze pirandelliane.
Della sua attività bisogna ricordare che fu il fondatore nel 1925 di un Teatro dell'Arte a Roma che propose nuovi autori al pubblico italiano. Nel 1929 fu nominato Accademico d'Italia e nel 1934 organizzò un convegno internazionale a cui parteciparono i più importanti esponenti dei teatro come Copeau, Reinhardt, Tairov. Nello stesso anno otteneva il Nobel per la Letteratura e due anni dopo moriva per una congestione polmonare.
Per sua volontà il corpo, senza alcuna cerimonia, fu cremato, per evitare postume consacrazioni cimiteriali e monumentali. Le sue ceneri furono prima deposte in un'urna cineraria e tumulate nel cimitero del Verano; successivamente, nel 1947, coerentemente con le ultime volontà (in caso non fosse stato possibile lo spargimento) furono poste in un antico vaso greco e portate nella villa di contrada "Caos" dove era nato. Lo stesso anno, in contrasto con la volontà dello scrittore, vennero traslate in una bara su richiesta del vescovo di Agrigento e, dopo una cerimonia religiosa, vennero messe a riposare nuovamente nella villa, in attesa della costruzione di un monumento. Solo dopo parecchi anni dalla morte, nel 1962, le ceneri, in una piccola urna metallica, furono infine incassate in una scultura monolitica costituita principalmente da una grossa pietra non lavorata, presso la villa, mentre la parte rimanente venne dispersa, rispettando il desiderio originario di Pirandello stesso

mercoledì 27 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 giugno.
Alle sei del mattino del 27 giugno 1950 Milada Horáková, all'età di 48 anni, fu impiccata nel cortile del carcere di Pankrác a Praga, unica donna fra le 234 vittime politiche giustiziate in Cecoslovacchia dal 1948 al 1960.
Passeggiando a Praga, sulla strada che unisce lo splendido Castello della Capitale Ceca alla zona di Holesovice, ci si accorge del nome dato a questa importante arteria cittadina: Milady Horàkové. Si tratta dell’omaggio a una donna, Milada Horàkovà, una figura di eccezionale carisma che si oppose fieramente ai due totalitarismi che dilaniarono l’Europa e il mondo nel Novecento, vale a dire Nazi-fascismo e Comunismo.
Nata il giorno di Natale del 1901, cresce in parallelo col Secolo più sanguinoso e turbolento della storia, in cui allo straordinario sviluppo tecnologico e al progresso in tutti i campi del sapere fanno da contraltare guerre e violenze terribili; lei mostra sin da giovanissima idee rivoluzionarie e moderne abbinate a una straordinaria forza di volontà, subisce l’espulsione dal Liceo perché colpevole di aver preso parte ad una manifestazione pacifista, e, grazie alle nuove leggi susseguenti all’indipendenza ottenuta dalla Cecoslovacchia, prima legata all’Austria-Ungheria, può frequentare l’Università.
Col tempo diventa uno dei principali punti di riferimento nell’opposizione all’invasione della Germania del 1939, ma, catturata dai nazisti, viene condannata a morte; tuttavia la pena le viene commutata in ergastolo, e la Horàkovà, che nel 1934 era diventata madre di una bambina, viene mandata al campo di concentramento di Terezin e poi in altre prigioni tedesche. La coraggiosa donna ottiene la libertà nel maggio del 1945, viene eletta Presidente del Consiglio Nazionale delle donne cecoslovacche, ma il suo sogno di contribuire alla libertà e al benessere del proprio popolo subisce un altro durissimo affronto: nel febbraio del 1948 un colpo di Stato comunista impone il modello sovietico nella sua terra. Assolutamente contraria ad ogni tipo di dittatura, rimane costantemente in contatto con i membri dell’opposizione al nuovo regime, pur sapendo di essere in grandissimo pericolo; più volte esortata ad andarsene, decide di rimanere a combattere per il bene della sua nazione contro un nemico pressoché invincibile. E il 27 settembre 1949 il suo tragico destino inizia a materializzarsi sotto forma di arresto per spionaggio, mentre il marito riesce a fuggire all’estero.
La Horàkovà viene sottoposta a durissime torture fisiche e psicologiche al fine di farle confessare i delitti a lei imputati, fino a quando inizia il processo-farsa in cui lei sceglie di difendersi con una dignità, una lucidità e un coraggio mai visti prima: si tratta di un continuo attacco alla sua persona, anche per via della propaganda che la dipinge come una nemica del popolo e che porta la gente a chiedere nei suoi confronti la massima severità. In realtà, come sa la stessa imputata, il verdetto è già scritto da tempo: la Horàkovà viene difatti condannata a morte. Le principali personalità dell’epoca, tra cui Churchill ed Einstein, si battono per evitare che la terribile sentenza venga davvero messa in atto; la macchina del terrore però si è ormai messa in moto, travolgendo la giustizia e il buon senso. La mattina del 27 giugno 1950 Milada Horàkovà viene giustiziata, prima donna condannata con tanta crudeltà nonostante fosse anche madre di un’adolescente di sedici anni.
La tanto agognata sentenza di non colpevolezza avviene a distanza di 18 anni, nel 1968, durante la Primavera di Praga, anche se solo nel 1990 lo Stato della Cecoslovacchia provvede a riabilitare completamente la memoria di questa donna, una delle vittime più coraggiose e sfortunate della lotta contro quella terribile piaga rappresentata dalle dittature del Novecento. La sua coscienza civile, il suo impegno, il suo coraggio e la sua fede nei principi di pace e di libertà, insieme alla sua lotta instancabile contro le dittature pagata con la propria vita, fanno di Milada Horàkovà un esempio per tutte le generazioni di qualunque credo politico.

martedì 26 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 giugno.
Il 26 giugno 1818 viene brevettata la bicicletta.
C’era una volta un genio, il sommo Leonardo da Vinci; senza dubbio un uomo avanti di un secolo rispetto ai suoi tempi. Leonardo ideò diverse macchine mosse dalla forza delle leve e da quella dell’uomo; risalendo al “Codice Da Vinci”, per la precisione al “Codice Atlantico” troviamo nel II Tomo al foglio 133 il primo disegno compiuto di un mezzo che possiamo definire una “bicicletta”, lo schizzo appare già completo di tutti gli elementi con i quali ci immaginiamo oggi una bici quindi pedali, catena, mozzi, correva l’anno 1490.
Per la costruzione “fisica” vera e propria di un mezzo dobbiamo attendere ancora 300 anni ed arrivare fino all’anno 1791. Grazie ad un francese questa volta, il Conte De Sivrac, egli costruì un mezzo che battezzò “Célérifère” o celerifero, una sorta di bici interamente in legno, priva di qualsiasi ingranaggio (catena o pedali) financo priva di sterzo e quindi immaginatevi un mezzo che consentiva di andare a passeggio stando seduti e spingendosi in avanti con i piedi a terra, non molto pratico ma era l’inizio di questa evoluzione che porterà alle nostre bici di oggi.
Dovranno passare altri 30 anni per avere un nuovo passo tecnico che a noi indubbiamente deve apparire semplicissimo, parlo dell’aggiunta dello sterzo alla ruota anteriore, ancora una volta un nobile, un Tedesco, il Barone Karl Von Drais nell’anno 1817 apporta questa modifica al congegno che verrà poi chiamata “Draisina” un telaio in legno, cerchioni in acciaio, sedile regolabile in altezza e circa 22 Kg di peso. Parliamo ancora di una sorta di monopattino con sterzo, non è ancora una vera e propria bici.
Facciamo ancora un salto di 20 anni per arrivare ad una nuova evoluzione significativa. Questa volta uno scozzese, un fabbro, Kirkpatrick Mac Millan riuscì ad applicare due manovelle all’asse della ruota anteriore che venivano azionate da due pedali “a leva”, si trattava indubbiamente di un progresso significativo ma non siamo ancora alla bici a pedale che conosciamo. Ritorniamo quindi in Francia, nell’anno 1861, dal costruttore di carrozze Pierre Michaux che, ricevuto l’incarico di riparare una “Draisina”, consultandosi con il figlio Ernest, pensò di applicare un mozzo con i pedali, nacque finalmente il “Velocipede” un mezzo meccanico quasi simile a come lo intuiamo oggi, con mozzi, pedali, freni e manubrio ma anche una bici dalla foggia particolare, con una ruota anteriore molto alta che diverrà poi nota con il nome di “cavallo di ferro”, che si diffuse abbastanza rapidamente in Europa e nelle Americhe.
Ma perché una bici così alta? Forse proprio dalla posizione del suo “cavaliere” e dall’idea di farne una cavalcatura alla stessa foggia del mezzo allora più diffuso (il cavallo) ma la bici era un mezzo ancora poco sicuro, tendente a rovesciarsi e che richiedeva una certa dose d’equilibrio. Attorno al fenomeno bicicletta nasce una curiosità popolare, arrivano le prime dimostrazioni di questo strano mezzo meccanico e, come sempre accade con le nuove invenzioni, una sorta di scetticismo ed ilarità accompagnano la nascita e la diffusione della bici.
Nascono così le prime squadre e le prime gare di velocità su questi strani aggeggi, arrivano le prime scommesse, i primi cronisti degli eventi ed anche le prime gare al femminile, siamo nell’anno 1869. Sull’aspetto dell’evoluzione e diffusione della bici, dobbiamo anche considerare un aspetto per nulla trascurabile, le strade! Infatti le vie di comunicazione in Europa, molte ancora di epoca Romana, erano ben lungi dall’essere quei nastri asfaltati che oggi conosciamo e decisamente la MTB era ancora lontana dall’essere concepita.
Strade piene di buche, dissestate o lastricate da pietre irregolari che non agevolavano lo scorrimento di un mezzo come la neonata bici, in queste condizioni il cavallo continuava a essere Re ed Imperatore delle strade ed unico mezzo di trasporto concepibile, la bici era considerata poco più che un trastullo per gente nobile e sfaccendata, ma intanto era iniziata una diffusione a macchia d’olio che presto avrebbe cambiato questo stato di cose.
Facciamo ancora un salto evolutivo, tocca all’Inghilterra ed all’idea imprenditoriale di due Inglesi Sutton e Starley che fondarono nell’anno 1877 una casa costruttrice di mezzi meccanici dal nome Rover (vi ricorda nulla ??) che poi immetterà sul mercato nell’anno 1880 un mezzo dal nome Rover Safety, in tutto molto simile alle bici di oggi, ulteriormente migliorata nell’anno 1885 con l’adozione della trasmissione a catena e dal ridimensionamento delle ruote; la Rover proseguirà poi la sua evoluzione nella costruzione di mezzi, passando ai tricicli fino ad abbandonare la bici e diventare una casa costruttrice di auto.
Ma rimaniamo nel nostro ambito e continuiamo con la storia della bici, siamo ormai arrivati vicini al termine di questo salto nel tempo, la nuova evoluzione si deve ancora alla passione imprenditoriale Inglese, siamo nell’anno 1888 e la ditta del Sig. Boyd Dunlop brevetta il primo pneumatico con camera d’aria gonfiata a pressione e con involucro di tela e strisce di gomma e questo brevetto, applicato alla Rover Safety, rende più agevole l’uso della bici sulle strade accidentate di allora. L’utilizzo della bici conosce un impulso ed una maggiore diffusione, grazie anche al calo dei prezzi, diviene più accessibile ed alla portata di tutti.
L’evoluzione della bici, quella da strada è quasi terminata, molte migliorie sono state apportate ma nella sua struttura fondamentale abbiamo definito tutto. Manca però una cosa, la mountain bike, ma da dove esce fuori questa bici ? Mentre la storia della bici, in senso stretto, avviene interamente in Europa, questa volta dobbiamo cambiare continente ed andare negli Stati Uniti, correva l’anno 1933 quando il Sig. Ignaz Schwinn iniziò a produrre una bicicletta adottata, per la sua indistruttibilità, dai fattorini che consegnavano i giornali a domicilio, era la Schwinn Excelsior.
Alla fine degli anni ’70, in California, gli statunitensi si inventarono le prime gare ciclistiche di discesa (Down Hill) e la bici del Sig. Schwinn si dimostrò l’unica bicicletta abbastanza robusta in grado di sopportare le sollecitazioni su quel tipo di terreno. Ma perché solo discesa ? perché non affrontare lo stesso terreno anche per risalire ?? Ancora una volta un americano, il Sig. Gary Fisher, uno dei primi discesisti, applicò alla sua Schwinn i cambi di velocità, migliorò i freni, aprendo così la strada alla moderna Mountain Bike.
Aggiungiamo ancora un tassello che occorre raccontare, e questa volta si racconta di una storia italiana, la nascita del rampichino. E’ il nome di un volatile di piccole dimensioni che si arrampica sugli alberi, e proprio per questa sua caratteristica di arrampicatore, il suo nome fu dato alla prima mountain bike interamente Italiana, siamo nell’anno 1985 e la ditta Cinelli propone al pubblico italiano, dalle pagine del mensile naturalistico “Airone”, una bici per gli amanti del contatto con la natura. Fino ad allora, in Italia, la bici fuoristrada era quasi sconosciuta.

lunedì 25 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 giugno.
Il 25 giugno 1530 il religioso Filippo Melantone legge, davanti alla Dieta di Augusta e all'imperatore Carlo V, la Confessione Augustana, in latino Confessio Augustana, la dichiarazione dottrinaria delle tesi di Lutero. Per mezzo degli articoli chiarificatori della Confessione Augustana, i Riformatori tentarono, in origine, di riottenere la comunanza con la Chiesa cattolica. Quindi è, nello scopo, un documento ecumenico. Certo, in seguito divenne lo scritto confessionale centrale delle Chiese protestanti d’impronta luterana e non poté impedire la divisione della Chiesa.
Un gruppo di principi e di città imperiali evangelici firmò la “Confessio Augustana”. La dichiarazione finale pone l’accento, ancora una volta, sulla conformità con la Sacra Scrittura e con il credo della Chiesa antica. Nella sua forma attuale, la Confessione Augustana consta di 28 articoli, di cui i primi 21 illustrano l’insegnamento di Martin Lutero e in particolare la sua dottrina della giustificazione. I restanti articoli si occupano dell’abolizione di determinati usi ecclesiastici. Nell’Apologia della Confessione Augustana, Melantone fornì la base teologica della Confessione. Le formulazioni di Melantone miravano a un dialogo di riconciliazione con gli avversari. Perciò, evitarono consapevolmente alcuni argomenti controversi, come la fede nel purgatorio o la potestà papale.
Con la pace di Augusta nel 1555, che metteva fine alla guerra civile scoppiata negli anni precedenti, si arrivò a stabilire il principio di cuius regio, eius religio, per cui ciascun principe degli stati tedeschi poteva imporre come religione il cattolicesimo o il luteranesimo.
La Confessione Augustana ha conservato fino ad oggi la sua validità. Ma le sue condanne dottrinali traggono origine dai tempi e dal pensiero del XVI secolo e, oggi, in gran parte non colpiscono più le dottrine delle Chiese cui furono rivolte. Con il dialogo dottrinario tra le diverse Chiese, le condanne non rispecchiano più lo stato attuale dei rapporti che le Chiese hanno tra loro.

domenica 24 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 giugno.
Il 24 giugno 1859 la Savoia e la Francia sconfiggono l'esercito austriaco nella Battaglia di Solferino e San Martino, dando il via alla definitiva riunificazione dell'Italia.
Dopo la sanguinosa battaglia di Magenta (4 giugno) che aveva provocato la caduta di Milano nelle mani dei franco-piemontesi, il responsabile austriaco del fronte, il "lento" maresciallo Giulay, era stato sollevato dall'incarico ed il ventinovenne imperatore Francesco Giuseppe, coadiuvato dal Capo di Stato Maggiore Hess, aveva assunto personalmente la condotta della guerra in Lombardia, malgrado la nomina del conte Schilk di Bassano e Weisskirchen a comandante in capo del fronte lombardo. La notizia, dimostratasi poi falsa, di un imminente sbarco sulle coste adriatiche di 60.000 soldati francesi con il presunto obiettivo di attaccare alle spalle gli Austriaci da oriente, convinse Francesco Giuseppe a sospendere la ritirata e riattraversare il Mincio tra il 22 e 23 giugno, per battere le forze coalizzate nemiche prima di questo temuto sbarco.
L'esercito austriaco, dunque, attraversò il Mincio diviso in due Armate: a nord la 2° Armata, composta dall'VIII Corpo del Generale Benedek, dal V, dal I e dal VII Corpo; a sud la 1° Armata, composta dal IX, dal III e dall'XI Corpo, il cui obiettivo era Carpenedolo, sul fiume Chiese. Nei piani dello Stato Maggiore austriaco, la 2° Armata doveva tenere inchiodato il nemico, mentre la 1° aveva il compito di aggirarlo, avvantaggiata dalla manovra di avanzata su terreno pianeggiante. Frattanto, il 24 Giugno, i Piemontesi avevano raggiunto a nord il territorio di Pozzolengo; il I Corpo d'Armata francese (Baraguey e d'Hilliers), con la Guardia imperiale e Napoleone, erano in prossimità di Solferino, il II (MacMahon), il IV (Niel) ed il III Corpo d'Armata (Canrobert) gravitavano su Medole. Le cavallerie in ricognizione il giorno precedente avevano scorto un gran movimento di truppe nemiche sul Mincio, ma Napoleone aveva pensato che si trattasse soltanto di robuste retroguardie e sicuramente non di un movimento di avvicinamento in grande stile. D'altra parte neppure l'austriaco Hess riteneva di trovarsi di fronte l'intero esercito alleato, rimanendo convinto di dover affrontare soltanto truppe d'avanguardia.
A san Martino e Solferino, insomma, entrambi gli schieramenti erano in marcia e nessuno dei due si trovava disposto in ordine di battaglia, tanto che i sanguinosissimi scontri si sarebbero accesi all'improvviso, come sempre accade nelle battaglie d'incontro, senza, quindi, una preventiva pianificazione tattica. Al levar del sole, si verificò l'incontro tra il I Corpo francese e il V austriaco. Alle ore 6 i francesi ebbero l'amara sorpresa di trovare la collina di Solferino occupata dal nemico; così come, nello stesso momento, i Piemontesi trovavano inaspettatamente occupata dagli Austriaci San Martino, circa 6 chilometri più a nord. Lo sconcerto coglieva, naturalmente, anche gli Austriaci, convinti che l'esercito degli alleati fosse ancora sul fiume Chiese, almeno una dozzina di chilometri più a ovest. In una tale sorta di commedia degli equivoci, restava da vedere chi per primo si sarebbe ripreso dalla beffa che il destino aveva voluto giocare.
Sul campo si trovavano complessivamente 263.000 uomini con 773 cannoni: soltanto durante la Prima Guerra Mondiale sarebbero state superate in Italia cifre così cospicue di combattenti in un solo scontro. Nel loro settore gli Italiani impegnarono 34.000 uomini con 94 cannoni, mentre gli Austriaci disponevano di 32.000 soldati e 56 pezzi, con il vantaggio però di occupare forti posizioni sulle alture, che l'esercito piemontese avrebbe dovuto necessariamente espugnare, conquistandole palmo a palmo.
Sull'intero fronte i Francesi, invece, schieravano circa 100.000 uomini contro 95.000 Austriaci. Questi ultimi erano notevolmente superiori nell'artiglieria, poiché disponevano di circa 350 pezzi contro i 250 dei francesi, i quali però godevano di due notevoli vantaggi che si sarebbero rivelati poi, risolutivi. Anzitutto, Napoleone III era presente sul luogo dello scontro e avrebbe potuto dirigerlo personalmente dal monte Fienile, quasi sulla linea del fronte, mentre Francesco Giuseppe ed il generale Hess si trovavano in posizione molto più arretrata rispetto alla linea del fronte, nella località del Volta, e non sarebbero riusciti quindi, ad avere un quadro altrettanto chiaro della situazione tattica. In secondo luogo, aggregata al I Corpo francese si trovava in riserva la Guardia imperiale francese che, conservando la tradizione di Napoleone I, era costituita da truppe sceltissime, le migliori che si trovassero in Italia.
Al contrario, gli Austriaci, come avrebbe osservato il generale prussiano Moltke nel commentare Solferino, non disponevano di alcuna riserva da poter impiegare in battaglia al momento giusto. Dal suo osservatorio, dunque, Napoleone III intuì immediatamente la chiave della battaglia: la collina di Solferino era il perno dello schieramento nemico, e, sfondando in quel settore, egli avrebbe potuto mettere in crisi l'intero esercito austriaco. Per una curiosa coincidenza, la situazione sul terreno non era dissimile da quella affrontata dal suo illustre zio ad Austerlitz. In questo caso, però, il I Corpo francese non poteva ricevere rinforzi perché l'alleato piemontese, ubicato ala sua sinistra , si trovava già impegnato in combattimento contro l'VIII Corpo d'Armata austriaco a San Martino; inoltre, due delle cinque brigate del V Corpo francese erano impegnate alla Madonna della Scoperta e, infine, Napoleone III non poteva sperare neppure nel IV Corpo di Niel alla sua destra, che già si trovava in difficoltà con il III e il IX Corpo asburgico e, a sua volta, aveva bisogno del sostegno del II Corpo d'Armata di MacMahon e del III di Canrobert.
Il I Corpo, pertanto, avrebbe dovuto battersi da solo, in un attacco estremamente rischioso, contro il parere del generale Baraguey d'Hilliers. Napoleone III, perfettamente cosciente della responsabilità che si assumeva da solo e in prima persona, ma, del resto, lucidamente convinto che nessun'altra condotta gli si presentasse da scegliere, trepidante, diede l'ordine d'attacco.
Alle cinque divisioni "regolari" schierate dal Piemonte per la campagna del 1859, si aggiungeva la brigata dei cacciatori delle Alpi, composta da 3.200 uomini, esclusivamente volontari, organizzata in tre reggimenti di due battaglioni ciascuno, equipaggiata con uniforme piemontese e posta sotto il comando di Giuseppe Garibaldi. Questo contingente costituisce l'espressione concreta del segno di una rinnovata intesa, raggiunta grazie a Cavour, fra le fazioni irredentiste monarchiche e quelle degli estremisti repubblicani "mangiapreti".
I Cacciatori, durante la campagna del 1859, arrivarono a 10 km da Trento, procurando a Garibaldi una grande popolarità, ma dopo l'armistizio di Villafranca e la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, un certo raffreddamento dei rapporti tra Casa Savoia e il nizzardo Garibaldi fu ovviamente inevitabile.
Si materializzò così, anche in forza delle argomentazioni del siciliano Crispi, il progetto di spedizione in Sicilia che seppur mosso al motto di "Italia e Vittorio Emanuele", avrebbe potuto dar luogo a complicazioni gravi, procurando a Garibaldi una fama eccessiva. Cavour quindi, cercò, senza successo, di ostacolare l'impresa dei Mille, che però, in realtà, avrebbe senza dubbio propiziato, con un modesto spargimento di sangue, l'unificazione Italiana sotto la corona sabauda.
La collina di Solferino inizialmente era difesa da due brigate austriache e da quattro battaglioni di Kaiserjager ("Cacciatori dell'Imperatore"), arroccati su tre punti chiave: le case del paese, il cimitero e il vecchio castello. Per tutta la mattinata, sino a mezzogiorno, gli Asburgici respinsero a valle ben quattro attacchi alla baionetta delle "furie francesi" ed invocarono dal comando l'intervento di rinforzi per sferrare un contrattacco che avrebbe avuto buone probabilità di successo. Il comando supremo austriaco, nel frattempo trasferitosi da Volta a Cavriana, distante solamente pochi chilometri da Solferino, non poteva però rendersi conto in tempo reale delle fasi di battaglia.
A dire il vero, l'ottantenne maresciallo Nugent era l'unico, in tutto l'entourage di Francesco Giuseppe, che consigliasse di far affluire a Solferino massicce riserve, ma l'età giocava a suo sfavore, e le sue parole non vennero ascoltate. In conclusione, al V Corpo arroccato a Solferino non giunsero gli aiuti richiesti a Benedeck, tanto impegnato dai Piemontesi a San Martino che credeva di avere addirittura dieci brigate sarde, anziché quattro, contrapposte alle sue sei. Qualche rinforzo austriaco, concesso per di più con riluttanza, giunse solo dal I Corpo, dietro al V, ma questo contingente si rivelò comunque troppo debole.
Alle 12.00 Napoleone III prese la decisione di far intervenire nella battaglia la Guardia imperiale francese, rinforzata anche con due brigate della divisione Forey: quest'ordine costituiva quella che Napoleone I, cinquant'anni prima, avrebbe chiamato la "dannata decisione". 5.000 dei migliori soldati ancora freschi, si avventarono contro gli esausti difensori austriaci di Solferino. Solo a questo punto il Comando supremo austriaco si rese conto della grave lacuna di non aver disposto una riserva che potesse gettare nella mischia al momento opportuno: Benedeck non era in condizione di distogliere neppure un uomo da San Martino e, a sud, anche il III e IX Corpo si trovavano, adesso, energicamente impegnati da violenti attacchi lanciati da MacMahon, Niel e Canrobert.
Alle 14, seppur decimate dall'artiglieria, le truppe francesi conquistavano di slancio le posizioni difensive sulla collina. Le due brigate della divisione Forey avevano assaltato alla baionetta il cimitero, la Guardia aveva raggiunto il castello, e la pur provata divisione Bazaine era riuscita a ripulire il paese dagli Austriaci.
Alle 17 Solferino si trovava in mano dei francesi, insieme ad un totale di 1.500 prigionieri asburgici, 14 cannoni e 2 bandiere nemiche. A sud, intanto, MacMahon aveva preso San Cassiano, scacciandone il VII Corpo di Zobel, Canrobert avanzava da Medole e Niel occupava Guidizzolo, sloggiando il III Corpo di Schwarzenberg e l'XI Corpo di Veigl. Soltanto verso le 15, Francesco Giuseppe si risolse a lasciare Cavriana per rincuorare le truppe con la sua presenza e con la celebre frase "Avanti miei soldati! Anch'io ho moglie e figli!". Ma era ormai troppo tardi e il cedimento della 1° Armata sarebbe stato inevitabile.
Più o meno alla stessa ora, anche Vittorio Emanuele, a San Martino, rincuorava i propri soldati. Un'ora dopo, il Comando Supremo austriaco fu costretto a sgomberare da Cavriana e, alle ore 17.30, tutto il fronte meridionale austriaco si ritirava in perfetto ordine. Il fortunale estivo che si abbatté poco dopo, sull'intera zona e l'urgente necessità di riposo per l'esercito francese, avrebbero impedito a quest'ultimo l'inseguimento degli austriaci. A nord si sarebbe ancora combattuto ferocemente sulla collina di San Martino e alla Madonna della Scoperta fino alle otto di sera, ma per gli Austriaci la battaglia era ormai perduta.
San Martino è un'ampia altura nei pressi di Peschiera e del Lago di Garda, circondata da ovest e da nord da ripide scarpate, con parecchi casolari e fattorie adatti ad essere trasformati in centri di resistenza fortificata. I Piemontesi naturalmente ignoravano che durante la notte San Martino fosse stata occupata da consistenti forze nemiche: così alle 7 del mattino poco più di 1.000 uomini della 5° divisione Cucchiari, in avanscoperta agli ordini del Tenente Colonnello Cadorna, il futuro generale di Porta Pia, si apprestavano a risalire la china, quando furono attaccati da una divisione austriaca, che li ricacciò sino alla non distante ferrovia.
Intervenuta in loro appoggio la brigata Cuneo, con 3.500 uomini e 4 cannoni, sembrò, ad un tratto, che questa riuscisse a conquistare il colle, ma fu, invece, a sua volta rigettata da 7.000 imperiali appoggiati da 29 pezzi, e dovette riunirsi, scompaginata, ai reparti di Cadorna. Alle 11 giunse a San Martino la brigata Casale, che, nonostante si fosse gettata risolutamente all'attacco, venne sopraffatta da forze fresche nemiche. Queste ultime, a loro volta, vennero ricacciate dal reggimento Acqui, appena sopraggiunto, che lentamente ma inesorabilmente procedeva risalendo le pendici.
Il generale Benedeck, il quale sottovalutata la capacità di resistenza della fanteria sarda, fece intervenire allora due brigate, schierandole alle spalle dei Piemontesi impegnati sul crinale di San Martino per prenderli tra due fuochi. L'allarmante situazione venutasi a creare spinse il Capo di Stato Maggiore Enrico Morozzo della Rocca, d'accordo con il Re e Lamarmora, a richiamare la riserva costituita dalla brigata Aosta, alla quale si aggiungeva una certa porzione della divisione Fanti. La riserva si riunì alle forze della brigata Cuneo e di Cadorna. Sulla destra si schierò la cavalleria, sulla sinistra l'artiglieria, ed al centro si dispose la fanteria, forte di 15.000 uomini.
Nella calura afosa del primo pomeriggio intervenne lo stesso Vittorio Emanuele ad incoraggiare le truppe e impartì l'ordine, rimasto celebre, di liberarsi del peso degli zaini (circa 15 chilogrammi) prima di affrontare l'ardua salita, disposizione che contravveniva al ferreo regolamento d'allora. Si racconta che anche il Re si rivolgesse in dialetto ai suoi soldati dicendo loro «O prendiamo San Martino o facciamo San Martino!», alludendo all'usanza piemontese di traslocare in occasione della festività di quel santo. Tali parole suonarono come monito estremo agli uomini che si preparavano all'ultimo attacco possibile, in alternativa alla ritirata generale e all'onta della disfatta.
L'assalto, effettuato con estremo coraggio, fu però carente nell'organizzazione, per ammissione dello Stato Maggiore stesso, e privo di compattezza. La brigata Pinerolo aveva appena conquistato la cascina Controcania, quando si scatenò un nubifragio estivo che compromise seriamente la manovrabilità dell'intero schieramento italiano. Alle 19, si raccolsero tutte le forze per l'ultimo disperato tentativo: quattro reggimenti e due brigate, 12.000 uomini complessivamente, ripresero ad avanzare sotto il fuoco di 18.000 Austriaci. Alla fine, 18 pezzi di artiglieria del tenente colonnello Ricotti riuscirono a scompaginare il fianco nemico, sul quale, allora, si avventarono i cavalleggeri del capitano Avogadro, insieme a due brigate appena sopraggiunte. Alle 20, il colle era in mano ai Piemontesi; il generale Benedeck, sconvolto dalla notizia della contemporanea sconfitta austriaca a Solferino da parte dei francesi, decise di abbandonare anche le posizioni alla Madonna della Scoperta, ritirandosi oltre il Mincio con il resto delle sue truppe.
Il periodo tra l'estate del 1859 e quella del 1860 può a ragione essere definito l'annus mirabilis del Risorgimento italiano, malgrado il voltafaccia di Napoleone III con l'armistizio di Villafranca. Da San Martino e Solferino sarebbero scaturite la liberazione e l'annessione della Lombardia al Piemonte, nonché i plebisciti con cui le popolazioni sottomesse ai ducati dell'Italia settentrionale ed alle legazioni pontificie si sarebbero espressi per l'unificazione. Nel maggio del 1860 partì la spedizione dei Mille che, con un impresa militare al limite dell'impossibile, determinò la scomparsa del Regno delle due Sicilie.
Nel settembre del 1860 l'abilità diplomatica di Cavour permise di scorporare le Marche e l'Umbria dallo Stato della Chiesa. In seguito ai plebisciti e all'annessione delle regioni dell'Italia centro-meridionale, venne dichiarata all'Europa e al mondo intero la nascita del Regno d'Italia, dopo tredici secoli in cui la nazione era stata divisa e soggiogata dalle potenze straniere.
L'ultimo personaggio italiano a fregiarsi del titolo di Re d'Italia prima di Vittorio Emanuele II era stato Arduino d'Ivrea, deposto dall'imperatore Enrico II nel 1014.
Magenta, Solferino e San Martino furono battaglie particolarmente orribili per l'assenza di soccorso medico. A San Martino, ad esempio, gli Italiani lamentarono la perdita di 869 morti, 3982 feriti e 774 dispersi e, solamente grazie agli ottimi ospedali piemontesi ed ex-asburgici, i soldati deceduti in seguito alle ferite furono poco meno di 400.
Si dice che, dalla parte austriaca, Francesco Giuseppe alla vista del macello di Solferino esclamasse: «Meglio perdere una provincia intera e non rivedere mai più una carneficina del genere!». Un filantropo ginevrino, Henri Durant, che già a Magenta aveva tentato di organizzare il soccorso ai feriti, al sentimento di orrore seppe unire anche un proposito concreto: dopo soli quattro anni a Ginevra verrà sottoscritta dalle potenze europee una prima convenzione dalla quale sarebbe poi nata la Croce Rossa Internazionale.

sabato 23 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 giugno.
Il 23 giugno 1565 il Forte Sant'Elmo di Malta capitola sotto gli attacchi dell'Impero ottomano.
La storia di Malta è piuttosto complessa, e certamente molto lunga: le prime testimonianze della presenza dell’uomo sull’isola risalgono all’era neolitica, alcuni templi costruiti con blocchi megalitici di inestimabile valore per lo studio delle popolazioni preistoriche, della loro religiosità.
Ma la storia di Malta passa attraverso tutte le tappe più importanti della formazione della nostra civilizzazione, essendone spesso proprio Malta il teatro principale, come nel caso della cristianizzazione dell’Europa, sia in fase protocristiana che durante la lotta per il predominio sul Mediterraneo del credo cristiano o musulmano, e, in epoca contemporanea, il ruolo di protagonista dell’arcipelago come base militare e fronte principale dello scontro internazionale.
Malta è stata abitata fin dal 5200 a.C., quando i primi insediamenti umani giunsero sull’arcipelago dalla Sicilia. Intorno al 1200 a.C, i Fenici si insediarono sull’isola durante l'espansione di Cartagine sul Mediterraneo. Come si sa, i Fenici erano commercianti e marinai e utilizzarono Malta come importante base delle loro fervide attività per oltre 300 anni. Molti dei peculiari caratteri linguistici della lingua maltese hanno origine in questo periodo, e ai Fenici si deve anche l’introduzione della lavorazione del vetro e del raffinamento delle tecniche costruttive.
 Al termine della seconda guerra punica, cioè nel 218 a.C., Malta divenne parte dell’impero romano fino all’avvento dei Vandali nel 395 d.C.
Nel 60 d.C. l’imbarcazione sulla quale San Paolo da Damasco navigava in direzione di Roma naufragò a largo di Gozo, e qui si fermò. Questo evento segna l’inizio dell’evangelizzazione delle isole, che sopravvisse all’invasione araba dell’870 a.C..
 Nel 1194 Malta divenne di dominazione germanica sotto Federico II, il quale per primo espulse gli Arabi in seguito a una rivolta del 1224. Alla morte di Federico II, per impedire che Malta rimanesse sotto il meno illuminato impero germanico, e con l'intervento del Papa gli Angiò assunsero il potere sull'isola. L'impero angioino ebbe breve durata (1226-1283), ma segnò il definitivo inizio della storia di Malta nell’ambito della politica europea.
In seguito alle rivolte sulla tassazione operata dagli Angiò, culminate in Italia con i Vespri siciliani appoggiate dagli stessi Aragona per promuovere il loro rientro in Sicilia e Malta, Pietro d’Aragona divenne il nuovo Re. I maltesi si ribellarono nel 1426 anche allo sfruttamento del territorio e della popolazione operata dagli Aragona, e raccolsero i soldi per affrancarsi loro stessi, richiedendo però riforme radicali, incluse la non cedibilità delle isole.
Nel 1530 le isole maltesi furono concesse ai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, che da allora vennero conosciuti con il nome dei Cavalieri di Malta. I cavalieri arrivarono dall'Isola di Rodi a seguito degli assedi da parte dell'Impero Ottomano. Il compito dei Cavalieri era la difesa del cristianesimo su base militare. All'inizio del XVI secolo, il potere dell'impero turco sotto Solimano I il Magnifico arrivò a raggiungere tutto il sud est europeo. I turchi erano in realtà alle porte della città di Vienna e l'Imperatore Carlo V temeva avrebbero potuto raggiungere l'Italia dalla Sicilia attraverso Malta. Se Roma fosse stata raggiunta dai turchi, sarebbe stata la fine dell'Europa Cattolica. Fu questo il motivo per il quale i Cavalieri Ospitalieri vennero fatti arrivare a Malta. Il re offrì loro Malta, Gozo e la città di Tripoli nel Nord Africa, al prezzo simbolico di un falcone l'anno.
I cavalieri ritennero l'antica città di Mdina, l'allora capitale dell'isola situata nell'entroterra, non adeguata alle loro necessità, in quanto possedevano una flotta navale. Si stabilirono pertanto nella piccola città di Birgu, in uno dei porti naturali di Malta, l'attuale Porto Grande. Già dopo pochi anni anche questa città divenne troppo piccola, e nel 1554 costruirono Senglea, di fronte alla baia di Birgu.
Nel 1551 Tripoli cadde in mano turca e Gozo venne pesantemente saccheggiata. Seguirono gli assedi di Birgu e Senglea, nel 1565, registrati nella storia con il nome di Grande Assedio di Malta. L'isola per poco non venne occupata dagli Ottomani, ma i cavalieri, i cittadini, gli schiavi e gli aiuti arrivati dai paesi vicini, costrinsero i turchi alla ritirata. L'Europa era libera dalla minaccia turca e da quella islamica. Il Grande assedio portò a una delle più grandi vittorie della storia e i Cavalieri trasformarono l'isola in una fortezza adatta alla loro fama. Nello stesso anno gettarono le fondamenta per la città di La Valletta, che prese il nome dal capo dell'Ordine dei Cavalieri, Jean Parisot de la Valette, che aveva portato l'isola alla vittoria.
I Cavalieri persero popolarità nel corso del XVIII secolo. L'arrivo dei francesi nel 1798 fu salutato come l'arrivo dei liberatori. Le truppe di Napoleone catturarono Malta senza alcuna fatica, ma sconvolsero l'assetto sociale, militare ed amministrativo dell'isola.
Il governo francese su Malta durò però solamente due anni, perché i maltesi si ribellarono, con un assedio della città di Valletta che terminò con la liberazione dai francesi da parte degli inglesi. Gli inglesi avevano quindi la possibilità di rimanere sull’isola ma, per quanto non volessero che i francesi avessero questa base nel Mediterraneo, non sembrarono inizialmente molto interessati a rimanere a Malta. Dopo circa 15 anni di trattativa, i Maltesi preoccupati in particolare dal ritorno dei Cavalieri di Malta, offrirono agli inglesi il governo dell’isola, finalmente ratificato dal Congresso di Vienna del 1815.
Malta prosperò molto durante la dominazione inglese, in particolare divenendo parte della strategia difensiva britannica che portò a un rafforzamento delle fortificazioni militari, ma anche i porti commerciali vennero ingranditi. Durante la guerra  di Crimea, fu evidente quanto importante fosse la posizione e il potere di Malta, e con l’apertura del Canale di Suez, Malta si trovava in posizione strategica per la navigazione tra l’Europa e l’Est, e i porti commerciali di Malta divennero frenetici negli scambi e nelle attività economiche. La popolazione crebbe moltissimo e si formarono più agglomerati urbani, per risolvere un vero e proprio problema di affollamento della regione di La Valletta. La crescita continua si arrestò all’inizio del XX secolo, con la crisi dei commerci; fenomeni di spostamenti migratori si registrarono a Malta, particolarmente verso le coste dell’Africa del Nord.
Nel periodo precedente alle guerre mondiali, Malta conobbe un forte declino dovuto alla competizione di importanti porti europei e al mancato investimento nel Mediterraneo da parte dell’Inghilterra, anche durante il primo conflitto mondiale, che portarono a povertà diffusa e irritazione. Una situazione esplosiva che culminò con le rivolte del 1919.
Nel 1921 Malta ottenne un governo indipendente, con un’assemblea composta da 32 membri eletti e 16 membri di una camera superiore. La politica interna era in mano ai Maltesi con l’Inghilterra che manteneva il controllo della politica estera e la difesa.
Con l’inizio della seconda Guerra mondiale nel 1939 Malta si trovò proprio nel fulcro del conflitto e subì moltissimi attacchi aerei da parte delle forze armate tedesche e inglesi.
Nel processo di decolonizzazione inglese, anche Malta ne fu parte. Il governo indipendente venne istaurato nel 1947, ma l’abbandono dell’Inghilterra in realtà causò soprattutto inizialmente una grande disoccupazione, in un momento in cui tutto era distrutto. Ne derivò un grande esodo verso Stati Uniti, Canada, Australia.
Dopo alcuni anni di trattative con il governo inglese si arrivò alla dichiarazione di indipendenza all’interno del Commonwealth, che si sarebbe definitivamente ratificata dopo 10 anni di accordo finanziario e di difesa con l'Inghilterra. Nel 1974, Malta ebbe la sua Costituzione e venne dichiarata Repubblica con Anthony Mamo primo Presidente. Le ultime truppe britanniche lasciarono Malta nel 1979, realizzando un sogno durato secoli di questa arcipelago, la sua indipendenza politica e la possibilità di prendere decisioni senza interferenza di altri poteri sovrani.
Malta è oggi parte delle Nazioni Unite e ha un ruolo attivo negli affari europei.

venerdì 22 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1946 entrò in vigore in Italia il Decreto presidenziale di amnistia e indulto legato al periodo dell’occupazione nazifascista.
La legge venne proposta dall’allora Ministro di Grazia e Giustizia del Governo De Gasperi, Palmiro Togliatti segretario del PCI.
L'amnistia Togliatti comprendeva il condono della pena per reati comuni e politici, dal collaborazionismo coi tedeschi fino al concorso in omicidio, commessi in Italia dopo l’8 settembre 1943.
Scopo del decreto legge era sia di giungere quanto prima ad una pacificazione nazionale sia di evitare che l’epurazione rallentasse ulteriormente la ripresa delle attività fondamentali alla ricostruzione materiale del paese: attività burocratiche, istituzionali, culturali, sanitarie ed economiche. Ovviamente la legge non mancò di suscitare tensioni soprattutto nel nord Italia, dove avevano combattuto molte formazioni partigiane e dove la popolazione aveva subito l’occupazione e le violenze naziste.
Le polemiche vennero soprattutto dall’associazionismo partigiano e dai perseguitati politici antifascisti, che non accettarono la scarcerazione dei loro nemici e aguzzini quando permanevano nelle carceri partigiani arrestati per azioni compiute sotto l’occupazione nazifascista.
La prima e maggiore reazione si ebbe nella provincia di Asti, dal 9 luglio al 28 agosto 1946, dove ex partigiani ‘tornarono in montagna’ e si arroccarono nel paese di Santa Libera, frazione di Santo Stefano Belbo (CN), protestando contro l’amnistia e avanzando richieste – che il governo promise di accogliere, giungendo così al volontario scioglimento del presidio -.
In poco tempo si erano radunati a Santa Libera, provenendo anche dalle regioni vicine, circa 400 partigiani.
Altre reazioni eclatanti si ebbero ad Aosta e a Casale Monferrato, ma non mancarono anche in Emilia Romagna e in Toscana.
Il 23 agosto ad Aosta circa 300 ex combattenti ed ex internati, insieme alla popolazione civile, assaltarono il carcere locale per liberare degli ex partigiani.
A Casale Monferrato invece la popolazione dichiarò lo sciopero generale, in protesta per la revisione della sentenza di condanna a morte di alcuni repubblichini. Intervennero polizia, carabinieri ed esercito. La situazione si calmò solo grazie all’intercessione del Segretario della CGIL, Giuseppe Di Vittorio.
L'amnistia Togliatti tuttavia fece il suo corso e fu anzi seguita da ulteriori indulti che ampliarono la casistica dei crimini condonabili. Nel 1948 poi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Giulio Andreotti, approvò un decreto con cui si estinguevano i giudizi ancora pendenti dopo l'amnistia del 1946.
Ancora nel ’53 e nel ’66 venne approvata un’amnistia per tutti i reati commessi entro il 18 giugno 1948, quindi comprendente anche quegli episodi di ‘regolamento di conti’ che caratterizzarono alcune zone italiane nel primo dopoguerra.
Legato a questi provvedimenti ed eventi è il mito della ‘Resistenza tradita’, nato dalle aspettative deluse di quanti speravano con la fine della guerra in un sostanziale cambio delle condizioni sociali della povera gente e in una rivalsa dopo un ventennio di dittatura.

giovedì 21 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno la religione cattolica celebra San Lazzaro.
Il nome Lazzaro ha all’origine l’ebraico Eleazaro e significa “colui che è assistito da Dio”. Il Lazzaro di cui parliamo è il personaggio della parabola, raccontata da Gesù, del ricco epulone e del povero mendicante lebbroso.
Questa parabola riportata solo nel Vangelo di san Luca (16, 19-31) è l’unica in cui un personaggio di fantasia abbia un nome: Lazzaro; ma come è avvenuto per vari personaggi minori, che compaiono nei racconti evangelici e che in seguito nella tradizione cristiana, hanno ricevuto un culto, un ricordo perenne, un titolo di santo, anche per Lazzaro pur essendo un personaggio protagonista di un racconto di fantasia, da non confondere con Lazzaro di Betania che fu resuscitato da Gesù, nel corso del tempo si è instaurata una devozione, come se fosse stato un personaggio realmente esistito.
È chiaro che la parabola di Gesù, contiene in sé un insegnamento universale e molto sentito, specie in quei tempi; essa è raccontata per mostrare ai farisei ed a tutti gli avari, dove portano le ricchezze usate per soddisfare il proprio egoismo.
“Vi era un uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso e ogni giorno faceva splendidi banchetti. Un mendicante di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco e nessuno gliene dava; perfino i cani venivano a leccargli le piaghe. Ora avvenne che il povero Lazzaro morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo.
Morì anche il ricco epulone e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del suo dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura”.
Ma Abramo rispose: “Figlio ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato, mentre tu sei tormentato e per di più fra noi e voi è stato fissato per sempre un grande abisso, di modo che quelli che volessero di qui passare e venire a voi non possono, né da lì si può attraversare fino a noi”.
Allora egli soggiunse: “Ti prego dunque, o padre, di mandarlo a casa del padre mio, perché ho cinque fratelli; li ammonisca perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”.
Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè ed i Profeti, ascoltino loro”, ma egli insisté: “No, padre Abramo, se però qualcuno dei morti andrà da loro, si ravvederanno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè ed i Profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti”.
La celebre parabola, riportata solo da Luca del ricco epulone e del misero Lazzaro, è un’antitesi che da sociale diventa anche religiosa, esaltando la povertà come modello di protezione divina. In essa si considera riguardo la figura di Lazzaro, che egli nel suo umiliante e penoso stato di mendicante ed ammalato, ha pazienza, anche davanti allo sprezzante trattamento che riceve dal ricco gaudente, pensando al Paradiso (seno di Abramo), che Gesù ha promesso ai poveri di spirito.
Perciò il Signore, che vede l’animo, lo fa trasportare appena morto, in trionfo dagli angeli, nella beatitudine eterna. Ora questo rivela come egli sopportava il suo stato, con rassegnazione unita alla speranza del Paradiso, fiducioso in Dio, Padre di tutti, che premia i buoni, anche se poveri e mendicanti.
S. Giovanni Crisostomo, parlando di Lazzaro esclama: “Chiunque voi siate, o ricchi o poveri, l’avete visto disprezzato nel vestibolo dell’epulone, miratelo ora radiante nel seno di Abramo; l’avete visto quando giaceva attorniato da cani che gli leccavano le piaghe, contemplatelo ora circondato da angeli; l’avete visto nella fame, contemplatelo nell’abbondanza di ogni bene, l’avete visto nella lotta, osservatelo vincitore incoronato, avete visto i suoi travagli, miratene il premio”.
La parabola ci dà lo spunto per tante altre riflessioni, che non possiamo qui, per motivo di spazio, approfondire: la sepoltura splendida del ricco, similitudine del seno di Abramo con il Paradiso cristiano, l’esistenza del tormento infernale, l’impossibilità di passare dai morti ai vivi, dalle anime elette alle anime in tormento, private perciò della visione e della beatitudine di Dio, l’incitamento a seguire gli insegnamenti, provenienti da persone incaricate da Dio, di trasmettere le Sue volontà e leggi, senza aspettare prove straordinarie per credere.
La figura di Lazzaro e la scena del banchetto ha sempre ispirato la fantasia degli artisti, che in tutti i secoli lo hanno raffigurato, contribuendo così ad innalzarlo ad un simbolo della povertà e della sofferenza, premiata da Dio, quando accettate con rassegnazione e speranza nella Sua Divina Misericordia.
Per questo Lazzaro venne considerato come un santo, anche se la sua figura era in realtà fantasiosa ma simbolica; il moderno ‘Martirologio Romano’ non ne fa più menzione.
Egli è stato considerato il patrono dei lebbrosi, quando la lebbra era una malattia molto più diffusa di oggi in tante parti del mondo; dal suo nome scaturì la denominazione del ‘lazzaretto’, sorta di ricovero e cura per i lebbrosi o malati infettivi da tenere in isolamento, infatti il primo di questi ‘lazzaretti’ sorse a Venezia nell’isola di S. Lazzaro.
Il nome è oggi poco usato e comunque chi lo porta, si riferisce certamente ad altro s. Lazzaro; in Spagna poi ha finito per assumere un significato peggiorativo come: ‘pezzente’, da cui derivò a Napoli il termine ‘lazzarone’ introdotto al tempo dell’occupazione spagnola e di Masaniello, sempre indicante uno straccione, popolano, mascalzone, pezzente.

mercoledì 20 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 235 a.C. nasce a Roma Publio Cornelio Scipione, detto l'africano.
Salvò Roma da Cartagine, portando la guerra prima in Spagna e poi in Africa, e dimostrando di aver digerito perfettamente la lezione militare impartita da Annibale all’esercito romano. Ma non fu soltanto l’uomo che difese con successo la nostra antica civiltà dalla più grave insidia alla sua indipendenza: fu anche un politico accorto e magnanimo, che aveva in testa un disegno di reale pacificazione fra i popoli sotto la supremazia romana. Molti storici oggi concordano nel ritenere che – in questo – fu più preveggente di Giulio Cesare e degli imperatori romani, che badarono a colonizzare il mondo più che a governarlo. Roma lo ricambiò con la devozione del popolo e le invidie dei potenti, che lo misero sotto processo, e lo costrinsero a morire in esilio, a Literno. Reagì, con una frase rimasta scolpita nella storia: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
Ci sarà pure una ragione se, nella prima strofa dell’Inno degli Italiani, Goffredo Mameli vedeva come simbolo del risveglio nazionale l’elmo di Scipio. Un percorso a ritroso di duemila anni per trovare il campione assoluto dell’indipendenza nazionale. «Per il fatto che egli fu l’uomo più illustre fra quasi tutti quelli che vissero prima di lui», scrisse di Scipione lo storico greco Polibio, suo contemporaneo, «tutti cercano di sapere chi egli fu e da quali particolari doti naturali egli mosse per compiere tali e tante imprese». Per lui fu coniato un detto che pochi altri uomini illustri hanno meritato nel corso della storia: «Tanto nomini nullum par elogium» (per un tale nome nessun elogio è pari alla grandezza).
Scipione, ha scritto uno storico moderno, Basil Liddel Hart, «parve riunire nella sua formazione gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità». I romani erano convinti che fosse di discendenza divina, e lui incoraggiava questa interpretazione. Gustav Faber, storico e biografo di Annibale, racconta che «quando Scipione presentava alle truppe un piano di guerra – e questo di solito avveniva solo poco prima della sua attuazione – non parlava del duro lavoro concettuale che l’aveva preceduto, bensì di ispirazione divina, ma è impossibile stabilire con certezza se vi credesse veramente oppure se utilizzasse l’accenno al trascendente come strumento di persuasione». Persino John Milton, nel Paradiso Perduto (Libro IX, 642-645), dedicò quattro versi alla “divinità” dell’Eroe: «Si tenne che l’Ammonio Giove / Ed il Capitolino un dì s’ascose, / Per Olimpiade l’un, l’altro per lei / Che in Scipio partorì di Roma il vanto». Le leggende antiche dicevano che Giove Ammonio si trasformò in serpente per unirsi ad Olimpia, madre di Alessandro il Grande; Giove Capitolino, sotto forma di serpente, concepì anche Scipione l’Africano, vanto di Roma. E Dante Alighieri, nel Paradiso (Canto XXVII, 61-62), evoca «l’alta provedenza che con Scipio / difese a Roma la gloria del mondo» .
Tito Livio (Storia di Roma) sostiene che «Scipione fu ammirevole non solo per reali doti, ma anche tratto fin dalla giovinezza a ostentarle con arte singolare, presentando la maggior parte delle sue azioni alla gente come ispirate da visioni notturne o suggerite da avvertimenti divini, o fosse egli stesso posseduto da superstizione, o volesse che i suoi comandi e i suoi consigli, quasi emanati dal responso di un oracolo, avessero immediata esecuzione». L’abate francese Seran de La Tour, autore nel XVIII secolo di una biografia su Scipione, scrisse nella dedica a Luigi XV: «Un re deve solo prendere a modello l’uomo più illustre della storia romana, Scipione Africano. Il Cielo stesso pare aver formato questo particolare eroe per indicare ai reggenti di questo mondo l’arte di governare con giustizia».
La discendenza divina era, in quell’epoca, un attributo dell’eroismo. Chi salvava la patria era ritenuto figlio degli dei. Scipione scese in campo quando a Roma si ripeteva «Annibale è alle porte». E la salvò.
Publio Cornelio Scipione nacque a Roma nel 235 avanti Cristo. La sua non era una famiglia qualunque: la gens Cornelia vantava una grande influenza. Suo padre era il console Publio. Del suo aspetto fisico sappiamo poco. A prender per buono il busto in bronzo del Museo Archeologico di Napoli aveva lineamenti severi, fronte nobile, testa quasi completamente calva, sguardo fermo e risoluto, naso aquilino, labbra sottili. Osserva Faber: «È un volto romano dai tratti marcati, tanto diversi dai lineamenti dei busti greci; è il volto di un uomo staccato, razionale, capace di un asciutto umorismo, eppure in fondo gioviale. Al confronto, il ritratto di Annibale rivela una morbidezza ellenica, ha qualcosa di tragico, pare cedere ai sogni e alle emozioni».
Scipione era un uomo di grande cultura, padrone della lingua greca quanto di quella latina. «Parve riunire nella sua formazione», scrive Liddel Hart, «gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità».
Della sua vita privata si sa ben poco, anche perché Scipione non ebbe molto tempo da dedicarle, occupato come fu sui campi di battaglia. Era sposato a Emilia, la figlia di Paolo Emilio, il console caduto nella battaglia di Canne. Fu un matrimonio sereno. Si disse che «trattava la moglie meglio dei suoi schiavi»: e il fatto che un comportamento del genere fosse degno di nota dimostra quanto, a quei tempi, fosse dura la condizione femminile.
A soli 17 anni il giovane Scipione si distinse per coraggio nella battaglia del Ticino, la prima che vide i romani (al comando del padre di Scipione) scontrarsi sul suolo italiano con i cartaginesi. «Usciva in campo per la prima volta», racconta Polibio, «dopo aver ricevuto dal padre, per sicurezza, una squadra di sedici cavalieri. Allorché vide nella battaglia il padre, con due o tre cavalieri, circondato dai nemici e gravemente ferito, esortò i suoi a portargli soccorso e poiché questi esitarono, dato il numero dei nemici, si lanciò arditamente nella lotta e, con l’aiuto dei compagni, che incitati dal suo esempio lo avevano seguito, mise in fuga gli avversari, salvando così il padre Publio che fu il primo a salutare, in presenza di tutti, il figlio come suo salvatore». Il console decise di decorarlo, ma il giovane «rifiutò dicendo che “quell’atto si ricompensava da sé”».
L’anno successivo Scipione era uno dei tribuni militari al comando di una legione. È controverso se abbia partecipato alla battaglia di Canne che segnò la più pesante sconfitta romana della Seconda guerra punica. Nel 213, quando aveva soltanto 22 anni, fu protagonista di un episodio che testimonia la popolarità di cui già godeva fra i romani. Si candidò alla carica di Edile curiale, soprattutto per agevolare la vittoria del fratello maggiore Lucio (che aveva minori probabilità di farcela): i tribuni della plebe si opposero alla sua candidatura, sostenendo che non aveva l’età per aspirare alla carica. Lui ribatté: «Se tutti i Quiriti mi vogliono Edile, ho l’età che basta». Fu eletto.
Nell’anno 210 avanti Cristo, mentre Roma era minacciata dalle truppe di Annibale, il giovane condottiero fu spedito in Spagna per contrastare i rifornimenti del nemico. Dopo la fine della Prima guerra punica (241 a.C.) Amilcare Barca – padre di Annibale e Asdrubale – era riuscito a conquistare una posizione di forza sullo scacchiere mediterraneo: da questa favorevole condizione egli pensava che i figli potessero dare la spallata decisiva al rivale di sempre. La Spagna era la base per il rifornimento delle truppe cartaginesi, e la Spagna era stata la base di partenza della spedizione che – attraverso le Alpi – aveva portato Annibale in Italia.
Sorprendendo i cartaginesi, al comando di Magone e Asdrubale, Scipione attaccò Cartagena, marciando a tappe forzate con le sue legioni verso la fortezza, mentre la flotta romana la raggiungeva via mare. Una volta sotto le mura, venne eretto un bastione di difesa dalla parte di terra, mentre le navi, dal mare, cominciarono a bombardare la città con proiettili. L’attacco alle fortificazioni e alle mura fu condotto dallo stesso Scipione, mentre alcuni soldati lo proteggevano con gli scudi: questo per infondere coraggio ai suoi soldati. Cartagena cadde, ma Scipione impedì un massacro vero e proprio. La vittoria doveva servire, politicamente e diplomaticamente. Scipione salvò diecimila cittadini maschi dall’uccisione e permise loro di tornare al lavoro, alcuni prigionieri furono trasformati in marinai per le proprie navi, con promessa di libertà finale dopo la sconfitta di Cartagine.
Con la conquista di Cartagena, Scipione dimostrò tutte le caratteristiche del grande stratega: conoscenza del fattore tempo, astuzia, sicurezza e sorpresa. Infine, magnanimità dopo aver vinto. Molti capi iberici passarono dalla parte di Roma. Asdrubale Barca, sentendosi isolato, cercò la prova di forza nella battaglia di Becula (cittadina sulle rive nord del fiume Baetis, più o meno dove sorge oggi Guadalquivir), rimediando una sonora sconfitta, che lo spinse alla fuga.
Acclamato re dagli alleati spagnoli, Scipione rifiutò con discrezione, ben sapendo come questo titolo fosse inviso a Roma. Due anni più tardi, i cartaginesi cercarono per l’ultima volta di scalzare Scipione dalla Spagna, nella battaglia di Ilipa. Asdrubale si mosse con un esercito di settemila fanti, quattromila cavalieri, trentadue elefanti e cercò lo scontro nei pressi di quella che oggi è la città di Siviglia. Per diverso tempo gli eserciti avversari si studiarono a debita distanza: ogni giorno Scipione pose, ben visibili al centro dello schieramento, i propri legionari, e ai lati gli alleati spagnoli. Al momento dello scontro, deciso da Scipione, lo schieramento fu ribaltato: al centro gli spagnoli, sulle ali i romani. Questo disorientò il nemico: i romani distrussero i fianchi dei cartaginesi, mentre le ore passavano e le truppe al centro divenivano esauste per fame e stanchezza. L’esito fu una fuga sparpagliata verso il proprio accampamento. Asdrubale e Magone, i capi avversari, fuggirono nella notte abbandonando le truppe superstiti, e imbarcandosi per Cadice. «La storia militare», scrive Liddel Hart, «non offre in tema di conduzione tattica un esempio più classico di quello offerto dalla battaglia di Ilipa. Raramente una vittoria così schiacciante è stata ottenuta da forze numericamente inferiori». Scipione aveva concentrato le truppe migliori nei punti più deboli del nemico (le ali), mentre il centro restava immobilizzato.
Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione faticò (più di quanto si sarebbe aspettato) a convincere il Senato sull’opportunità di portare la guerra in Africa. Combatteva contro i poteri forti, contro le invidie di quanti giudicavano pericolosa la sua popolarità. Alla fine la spuntò, ma gli concessero solo settemila uomini e il governo della Sicilia da dove sarebbe potuto salpare per l’Africa. Scipione profuse ogni energia per l’allestimento di trenta navi da guerra e nella preparazione di un esercito piccolo ma compatto. Oltre alla forza tradizionale di Roma, la fanteria legionaria, Scipione comprese l’importanza di preparare una cavalleria efficace, da affiancare a quella di un alleato di cui sapeva di non poter fare a meno: Massinissa.
Sconfisse di nuovo Asdrubale ai Campi Magni. Presi dal panico, i cartaginesi richiamarono in Africa Annibale, unico possibile salvatore della Patria. Ma, nello scontro finale, a Zama, Scipione dimostrò di aver imparato le lezioni di strategia che lui aveva in precedenza impartito ai romani. Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione rifiutò quel che il popolo gli offriva: il titolo di console a vita o di dittatore perpetuo. Si oppose anche all’ipotesi che fossero erette statue in suo onore davanti al Campidoglio o nei Templi Sacri.
Negli ultimi anni della sua vita fu costretto addirittura a difendersi da accuse infamanti. Si ritirò in esilio, a Literno, dove morì. Valerio Massimo gli attribuì una frase divenuta proverbiale: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
«Quando Scipione comparve alla ribalta della storia», ha scritto Basil Liddel Hart, «il potere di Roma non si estendeva nemmeno sulla totalità dell’Italia peninsulare e della Sicilia, e questa esigua fascia territoriale era gravemente minacciata dall’invasione, o per meglio dire dalla consolidata presenza, di Annibale. Alla morte di Scipione, Roma era l’incontrastata padrona del mondo mediterraneo, senza alcun possibile rivale che si profilasse all’orizzonte. In tale periodo si assiste alla massima spinta espansionistica della storia romana, dovuta direttamente all’azione di Scipione, o resa da lui possibile. Ma se sotto il profilo territoriale egli appare come il fondatore dell’impero romano, da un punto di vista politico la sua meta non era l’assorbimento delle altre razze mediterranee, bensì il loro controllo. Il suo scopo non fu di edificare un impero dispotico e centralizzato, ma una confederazione sotto il controllo di uno Stato-guida, in cui Roma avesse l’egemonia politica e commerciale e il supremo potere decisionale». Lo storico inglese non ha dubbi: se Roma avesse seguito la “dottrina Scipione” (e non quella di Cesare, che puntava al dominio assoluto, e che recava in sé il germe del successivo declino), l’impero romano avrebbe potuto anticipare il carattere del moderno Commonwealth britannico, «con la creazione di una cintura di Stati cuscinetto prosperi e semi-indipendenti». Detto da un inglese è un elogio smisurato, al quale Liddel Hart aggiunge una valutazione: se Roma avesse seguito la via tracciata da Scipione, «le invasioni barbariche avrebbero potuto essere scongiurate, il corso della storia sarebbe stato diverso, e il progresso della civiltà avrebbe forse evitato mille anni di coma e quasi altrettanti di convalescenza».
Se è valida questa teoria (e il rapido tramonto degli imperi fondati sul dominio, come quello napoleonico o – più recentemente – quello sovietico, sembrerebbe avallarla), Scipione meriterebbe un posto nella storia – e nella coscienza italiana – molto superiore a quello che gli viene riconosciuto. L’“elmo di Scipio” non è soltanto il simbolo del riscatto romano di fronte allo straniero invasore: è il progetto – come si direbbe oggi – di un “nuovo equilibrio internazionale”, fondato sulla «supremazia politica» finalizzata «al buon governo».
Scipione fu un grande soldato, come dimostrò in Spagna e a Zama. Ma fu anche un grande politico, come dimostrò con le condizioni di pace dettate a Cartagine, che documentano la sua totale mancanza di spirito vendicativo, la capacità di consolidare la sicurezza militare di Roma senza ricorrere a una durezza eccessiva nei confronti dei vinti, e lo scrupolo con cui evitò l’annessione degli Stati civilizzati. «Questo atteggiamento», sottolinea ancora Liddel Hart, «scongiurò l’insorgere nei vinti, di sentimenti di frustrazione e di velleità di rivincita, e preparò la strada alla trasformazione dei nemici in veri alleati, efficaci puntelli della potenza romana».
In latino, Scipio significa “bastone di sostegno”. Ed è un nome appropriato al personaggio. Scipione si preoccupava della grandezza di Roma, e badava al futuro. Qualcuno scrisse: «Zama consegnò il mondo a Roma, Farsalo lo consegnò a Cesare». E forse anche per questa ragione Scipione è meno popolare di Cesare, perché l’ambizione personale paga sempre di più, in termini di popolarità. Scipione evitava le luci del palcoscenico, che Cesare (come Napoleone, come Carlo Magno) amava moltissimo.
Scipione seppe persino guardare al di là della gloria di Roma, valutando piuttosto la grandezza dei servigi che Roma avrebbe potuto prestare all’umanità.
Molto diverso sarebbe stato l’atteggiamento dei Romani mezzo secolo più tardi quando – raccogliendo l’anatema più volte lanciato da Catone il Censore («Cartago delenda est», Cartagine deve essere distrutta) – al termine della Terza guerra punica rasero al suolo la città. Un’identica richiesta era stata formulata a Scipione immediatamente dopo la battaglia di Zama. «L’uomo generoso e avveduto», scrive Teodoro Mommsen nella sua Storia di Roma, «si sarà chiesto quale vantaggio poteva apportare alla patria la distruzione di Cartagine, di questa antichissima sede del commercio e dell’agricoltura, una delle colonne della civiltà di quel tempo, dopo che ne era stata ridotta al nulla la potenza politica. Non era ancora venuto il tempo in cui gli uomini distinti di Roma si prestavano all’ufficio di carnefici della civiltà dei vicini, e sconsideratamente credevano di lavare con una vana lacrima l’onta eterna della Nazione».
È singolare il fatto che sia Annibale che Scipione furono contestati per la pace che concluse la guerra (giudicata troppo onerosa dai governanti di Cartagine, e troppo generosa da quelli di Roma). Grandi condottieri, si rivelarono anche uomini di straordinario buonsenso. L’ingratitudine di Roma (della Roma ufficiale, dei senatori, degli intriganti del Palazzo, degli invidiosi) contribuisce, in qualche modo, a elevare ulteriormente la statura dell’uomo, del condottiero, del politico. Che dalle sue imprese ricavò soltanto quel soprannome – Africano – che gli fu concesso a furor di popolo, e non con un decreto. «Fu certamente il primo onorato con il nome del popolo da lui vinto», scrisse Tito Livio. E questo gli fu certamente di conforto negli anni dell’esilio.

martedì 19 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1988 Marco Donat Cattin muore a soli 35 anni, travolto da un'auto mentre tentava di segnalare un incidente sull'autostrada per Venezia.
C’è una figura grigia che attraversa in maniera quasi impercettibile gli anni settanta, passando prima per la contestazione giovanile, poi per l’anti-fascismo militante e la pratica violenta, approdando infine alla lotta armata. La storia del terrorismo nella Repubblica italiana è sempre stata caratterizzata da comportamenti e posizioni che hanno occupato rumorosamente le cronache e le aule di giustizia: pentiti e dissociati, militanti irriducibili, per finire a quanti hanno fatto della propria vita materiale per libri e film, cercando in ogni occasione visibilità e spazi. Marco Donat Cattin, al contrario,  sembra rimanere ai margini di quella stagione, personaggio quasi dimenticato; eppure fu indiscutibilmente un capo: insegnò ai ragazzi più giovani ad agire con decisione, diresse un’organizzazione eversiva di primo piano, sparò e uccise.
La storia di Marco è diversa da quella di tutti i suoi compagni: il papà è ministro del Lavoro quando lui parte per Roma a fare il militare presso la compagnia atleti dell’Aereonautica. Lontano da Torino non sta poi così bene e dopo qualche mese vi fa ritorno grazie ad un prezioso trasferimento, si iscrive a giurisprudenza, ma gli esami vanno a rilento e così arriva un poco impegnativo impiego da bibliotecario al liceo Galileo Ferraris. Il lavoro non è stressante, il tempo trascorre tra le assenze per malattia, le continue telefonate ricevute e le chiacchiere scambiate con uno studente, Roberto Sandalo, che fa parte del servizio d’ordine di Lotta Continua; è un violento “Roby il pazzo”, anche i suoi compagni faticano ad arginarne la carica distruttiva e ne disprezzano le scarse qualità politiche, ma con Marco si intrattiene per ore e ore, ascoltandolo  con attenzione e devozione. Insieme hanno sprangato dei fascisti, sono stati riconosciuti e poi segnalati, ma dopo i primi interrogatori in questura la memoria delle loro vittime si è improvvisamente annebbiata e la denuncia viene ritirata. La violenza di piazza inizia a star stretta a Marco, come il lavoro di bibliotecario che abbandona: si aggrega al gruppo che a Torino ruota intorno al foglio “Senza Tregua”, un’ottantina di giovani che combattono per “la costruzione del potere operaio”, e che, in una delle loro prime azioni, attaccano la sede di Forze Nuove, la corrente della Democrazia Cristiana fondata proprio dal papà di Marco. Presto la polizia identifica un po’ tutti, alcuni vengono arrestati, altri danno vita a Prima Linea; il figlio del ministro è tra questi ultimi, nell’organizzazione fa una brillante carriera, entra nel comando nazionale, produce strappi, detta i tempi per le azioni da effettuare di cui spesso scrive i comunicati.
L’inquietudine di Marco, raccontano la mamma e quelli che lo conoscono bene, nasce dal burrascoso rapporto con il padre, ingombrante figura di cui neanche durante la più radicale delle scelte il “Comandante Alberto” riesce a liberarsi. Mentre i suoi compagni vengono braccati, interrogati e arrestati nessuno sembra chiedere di lui; viene fotografato mentre entra nel covo di Corrado Alunni pochi giorni prima dell’arresto di quest’ultimo, rapina banche, uccide il giudice Alessandrini a Milano, ma può liberamente trascorrere le vacanze al mare in Calabria e fare un saluto alla mamma nella casa di montagna. Certo il papà un po’ si preoccupa, le voci si fanno sempre più insistenti e qualcosa inizia ad uscire sui giornali, ma è il ministro dell’Interno Rognoni a tranquillizzarlo che non c’è nulla di anomalo. Sono ragazzi come tanti altri, non esiste alcun addebito specifico. Passano gli anni ma il gioco non può durare ancora a lungo e mentre Marco, dopo aver trascorso una bellissima estate tra la Sardegna e la Valle d’Aosta, rompe con Prima Linea fuggendo con la cassa e le armi e teorizzando “una ritirata strategica finalizzata all’accumulo di mezzi ed esperienze ” (le solite rapine), Patrizio Peci finisce nelle mani del generale Dalla Chiesa. Parla molto l’“infame” e tra le altre cose racconta del figlio del ministro che è un terrorista: lo ha saputo da un piellino che voleva entrare nelle Brigate Rosse e che la polizia identifica in “Roby il pazzo”. Quando Sandalo viene arrestato nell’aprile del 1980 probabilmente non ricorda più le parole e i sogni condivisi con il suo amico bibliotecario del Galileo Ferraris: i rapporti intrattenuti con il comandante Alberto e con il papà Carlo prima del suo arresto sono la preziosa merce che offre ai magistrati in cambio di qualche anno in meno di carcere.                                              
La storia di Marco, il terrorista di cui nessuno voleva sapere, finisce qui: scappa in Francia e dietro di se lascia un padre costretto ad abbandonare la politica e un presidente del consiglio sospettato di favoreggiamento nei suoi confronti. Estradato in Italia diventerà prima dissociato e poi collaboratore di giustizia, scontando pochi anni di carcere. Solo la macchina che investendolo sull’autostrada Serenissima lo ucciderà non sapeva di travolgere il figlio del ministro, rendendolo finalmente uguale a tutti gli altri. A trentacinque anni, da morto.
Il 22 giugno 1988 si svolgono a Torino i funerali di Marco Donat-Cattin nei quali si ricordano i "forti rimorsi" di una persona che "viveva con il dolore del ricordo di quegli anni". Secondo le parole di Don Mazzi, raccolte da Repubblica, "era un ragazzo sregolato, nel bene come nel male", dice, scuotendo la testa. "Si buttava nelle cose a capofitto. Capisco la pazzia che ha fatto sull’autostrada, nel tentativo di salvare altre persone. Da noi, al centro di recupero dei tossicodipendenti, dava tutte le sue forze, con entusiasmo. E aveva quel carisma del capo, un po’ guascone, come suo padre peraltro, che lo aiutava molto nel lavoro. Dall’anno scorso era andato a Roma, ma si era tenuto in contatto con tre ragazzi. Anzi, proprio di recente li aveva invitati nella capitale per trascorrere insieme qualche giorno. Dei suoi trascorsi in Prima Linea, Marco Donat Cattin parlava malvolentieri: aveva forti rimorsi, viveva con dolore il ricordo di quegli anni. Una volta, mentre mi raccontava un episodio, è stato male fino a vomitare. Il suo più grande desiderio - continua il sacerdote - era di essere perdonato, o almeno incontrare la vedova di Emilio Alessandrini. Ma non è stato possibile. Purtroppo è morto prima che riuscissimo a trovare una strada di pace e conciliazione.".
È sepolto in una tomba di famiglia al Cimitero monumentale di Torino insieme al padre Carlo e alla madre Amelia, morta nel 1998 pure lei in un incidente stradale.

lunedì 18 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 giugno.
Il 18 giugno 1940 Charles De Gaulle, da Radio Londra pronunciava il famoso "discorso del 18 giugno".
“La Francia è rimasta vedova“: con queste parole, lapidarie, il nuovo Presidente della Repubblica Georges Pompidou, il 9 novembre 1970, annunciava in televisione la morte del generale Charles de Gaulle, l’uomo che aveva scritto la pagina più eroica del Novecento tricolore e che più di ogni altro si era adoperato per salvare l’orgoglio nazionale. La commozione fu enorme, se ne andava un mito, una leggenda.
Ad un altro discorso, trent’anni prima, il 18 giugno 1940, in piena Seconda Guerra Mondiale, è necessario risalire per spiegare cosa abbia rappresentato e rappresenti tutt’oggi per i nostri cugini transalpini il Generale Charles de Gaulle. Il 10 maggio di quell’anno le armate tedesche, in attuazione del piano tattico chiamato “blitzkrieg“, ovvero “guerra lampo“, invadono Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, aggirano la Linea Maginot ed entrano in Francia giungendo rapidamente a Parigi il 14 giugno. La capitale cede senza combattere e de Gaulle, generale di brigata nominato qualche giorno prima sottosegretario di Stato alla Guerra e alla Difesa nazionale dal Governo di Paul Reynaud, lascia la Francia volando a Londra. L’uomo è valoroso, ha uno spiccatissimo senso dell’onor patrio, rifiuta aprioristicamente il disfattismo ed è in totale disaccordo con i vertici del nuovo Governo provvisorio del maresciallo Pétain che il 17 giugno è subentrato a Reynaud chiedendo l’armistizio alla Germania. De Gaulle alloggia nell’appartamento di un amico al numero 6 di Seymour Place, davanti ad Hyde Park, e con il pieno appoggio di Churchill, che lo sostiene come più autorevole roccaforte dell’anti-nazismo e gli apre l’accesso alla BBC, decide di rivolgersi al popolo francese.
Sono le ore 20.15 del 18 giugno 1940 e dalle frequenze di Radio Londra il Generale lancia l’appello che incita i francesi a non arrendersi, a non considerare finita una guerra che non è limitata al territorio francese ma è una guerra mondiale, ed invita i connazionali che risiedono in Inghilterra a mettersi in contatto con lui. E’ di fatto il momento ufficiale in cui de Gaulle inizia a gettare le basi di quel movimento di resistenza che si chiamerà Francia Libera e salverà il suo paese dal giogo nazista ed è senza ombra di dubbio anche il momento in cui de Gaulle entra nel cuore di francesi per non uscirne più ed assurgere al rango di mito.
Il discorso del 18 giugno non venne registrato dalla BBC, come invece fu per il secondo messaggio diramato il 22 giugno, così come pochi furono coloro che l’ascoltarono in diretta. Tra loro il celebre scrittore Georges Bernanos, che si trovava a Belo Horizonte, in Brasile, mentre alcuni quotidiani il giorno dopo diffusero la notizia. Ma la portata storica dell’evento è assoluta, tanto che il manoscritto dell’appello, rinvenuto negli archivi dell’agenzia dei servizi segreti svizzeri, dal 2005 è iscritto nel Registre international Mémoire du monde dell’Unesco. Il 22 giugno il Governo di Vichy firma l’armistizio a Rethondes, nella foresta di Compiègne, de Gaulle è decaduto del titolo di generale di brigata e la sera stessa pronuncia alla BBC il secondo appello. La spaccatura tra de Gaulle e il governo provvisorio è consumata, l’ex-generale è messo in stato d’accusa per insubordinazione e diserzione e nel mese di agosto è condannato a morte in contumacia.
Ma il prestigio dell’uomo che non ha ceduto ai tedeschi cresce giorno dopo giorno così come il numero dei volontari che si presentano al piccolo appartamento di Seymour Place numero 6 per arruolarsi nelle FFL, le Forze Francesi Libere di cui de Gaulle è l’unico, legittimo rappresentante. Churchill stesso lo riconosce ufficialmente come “il capo di tutti i francesi liberi“, e il 3 agosto gli viene concesso di affiggere sui muri di tutto il Regno Unito la famosa “Affiche“, inquadrata dalla cornice bleu-blanc-rouge, che si apre con la frase “la Francia ha perso una battaglia ma la Francia non ha perso la guerra…“.
Fu dunque quello di de Gaulle un atto di rifiuto solitario, a tanti apparso all’inizio così poco realistico, che porterà di fatto all’organizzazione e alla crescita della Resistenza, alla partecipazione e alla vittoria finale della Francia come potenza alleata contro la Germania. Un atto che ha significato nel tempo la salvezza della dignità, dell’onore e della libertà della Francia e che, al di là di tutte le controversie e di tutti i dissensi che la successiva carriera politica di de Gaulle ha potuto suscitare, lo hanno elevato a simbolo. L’immensa gratitudine e riconoscenza dei francesi verso l’uomo che ha saputo opporsi e dire no all’orrore e all’ingiustizia sono all’origine di quello che è e per sempre sarà il mito de “le General de Gaulle“.


domenica 17 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1462 Vlad di Valacchia tenta l'assassinio del sultano Maometto II, senza successo.
 La moderna Romania comprende tre province: la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia. I legami tra queste tre regioni (così come il nome ‘Romania’) risalgono ai tempi dell’Impero Romano. Nel Medioevo questi tre stati esistevano come principati semi-indipendenti, essendo schiacciati tra il Sacro Romano Impero a ovest e i turchi a sud. La fede ortodossa dei rumeni era quindi minacciata sia dal cattolicesimo che dall’islamismo.
Vlad III nacque nel 1431 nella città transilvana di Sighisoara.  In quello stesso anno suo padre, Vlad II, appartenente alla nobile famiglia dei Basarab, venne investito dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo dell’Ordine del Drago. Quest’Ordine,  fondato il 12 dicembre 1418 da re Sigismondo, dalla sua seconda moglie Barbara von Eili e da alcuni nobili ungheresi, aveva lo scopo di rafforzare la difesa della comunità cattolica da possibili attacchi dei turchi e comportava alcuni obblighi, incluso quello di vestire di nero in segno di penitenza ogni venerdì e di portare sempre l’insegna del Drago. L’insegna rappresentava un dragone prostrato con le ali distese, che pendeva da una croce verde contenente il motto “O quam misericors est Deus, justus et pius”. Il simbolismo era destinato a ricordare che Cristo aveva conquistato il principe delle tenebre con la Sua morte e resurrezione.
Secondo Florescu e McNally, l’appartenenza di Vlad II a quest’Ordine sembra la spiegazione più probabile per l’origine del suo epiteto ‘Dracul’.  Il simbolo così strano del drago (parola derivante dal latino ‘draco’) deve aver affascinato sia i nobili valacchi che i contadini, al punto da creare il soprannome ‘Vlad Dracul’. Non vi era certamente nessun riferimento diabolico: in fondo, difficilmente un crociato potrebbe essere associato con Satana. Il nome ‘Dracula’, invece apparterrebbe alla categoria dei nomi romeni con suffisso in -ulea, per cui ‘Dracula’, o più correttamente ‘Draculea’, significherebbe semplicemente ‘figlio di Dracul’.
Secondo altre teorie (che oggi però paiono ottenere meno credito), il nome deriverebbe da ‘drac’, cioè diavolo, più il suffisso ‘ul’ che funge da articolo determinativo: il diavolo, infatti, era spesso rappresentato come un drago. Inevitabilmente ci si chiede perché un principe noto per avere edificato chiese e monasteri venisse associato col diavolo. Una possibile risposta è che il nome fosse stato coniato dai suoi nemici.
I cronisti rumeni usarono l’epiteto ‘Dracul’ per descrivere il padre, ma non usarono il nome ‘Dracula’ riferendosi al figlio. Preferirono invece l’epiteto di ‘Impalatore’ (o ‘Tepes’, che in romeno significa ‘palo’), alludendo al metodo preferito da Dracula per uccidere e torturare i suoi nemici. Sembra però che Dracula stesso preferisse il soprannome ‘Draculea’: così egli si firmò in almeno tre   documenti dell’ultimo periodo della sua vita.
Nell’inverno 1436/37, Vlad Dracul divenne principe di Valacchia, per cui, insieme alla moglie e ai figli Vlad, Radu e Mircea, si trasferì a Tirgoviste. A dispetto degli impegni presi, Vlad Dracul si dimostrò molto rispettoso verso i turchi, ma questi, non fidandosi della sua lealtà, riuscirono a catturarlo, insieme ai suoi figli, nel 1442. L’anno seguente venne ristabilito sul trono, ma ad alcune condizioni: Dracul promise che non avrebbe partecipato ad alcuna azione di guerra contro il sovrano turco e, come pegno della sua fedeltà, fu costretto a lasciare presso i turchi i figli Vlad, di circa dodici anni, e Radu, di nove. Mentre Radu, divenuto il protetto di Mohammed e il candidato ufficiale al trono di Valacchia, venne liberato nel 1447, suo fratello rimase ‘ospite’ dei turchi fino all’anno successivo.
Non vi è dubbio che questo periodo di prigionia, in un’età in cui l’animo è impressionabile e il carattere si va formando, sia molto importante nel determinare la psicologia di Vlad Dracula. La continua consapevolezza del pericolo di essere assassinato, e quindi della scarsa importanza della vita, lo rese cinico. Riuscì a penetrare la mentalità dei turchi, da cui imparò l’uso del terrore, metodo del quale dovette servirsi con grande vantaggio nella sua futura carriera.
Nel frattempo suo padre, insieme al figlio Mircea e a Giovanni Hunyadi (forma italianizzata di Iancu de Hunedoara), voivoda di Transilvania e governatore di Ungheria, intraprese una campagna militare contro i turchi, ma venne sconfitto da Murad II il 10 novembre 1444 a Varna. Le accuse rivolte da Vlad Dracul, ma soprattutto dal figlio Mircea, all’indomani del conflitto, nei confronti di Giovanni Hunyadi, come responsabile del disastro, costarono la vita a entrambi. All’inizio del 1448, dunque, Hunyadi era padrone del destino politico della Valacchia e si sentiva abbastanza forte da tentare una nuova offensiva contro i turchi. Nella prima metà di ottobre, l’esercito cristiano aveva raggiunto l’altopiano conosciuto con il nome di Kosovo Polje o ‘piana dei merli’, dove i serbi avevano subito la storica sconfitta ad opera del sultano Baiazid nel 1339. Mentre Hunyadi stava preparandosi a riprendere l’avanzata, l’esercito turco sorprese quello cristiano e nei giorni 17, 18 e 19 ottobre 1448 ebbe luogo una seconda battaglia di Kosovo, che si risolse in una grave sconfitta per l’esercito ungherese.
Nel frattempo, il giovane Vlad non era rimasto in ozio. Approfittando dell’assenza di Hunyadi, invase la Valacchia alla testa di un esercito turco e andò semplicemente ad occupare il trono di Tirgoviste. Tuttavia l’altro pretendente al trono, Vladislav II, appartenente alla famiglia dei Danesti (tra l’altro parenti dello stesso Vlad), riuscì a cacciarlo. Dracula si rifugiò quindi in Moldavia, dove regnava il cognato e amico del padre Bogdan II. Suo figlio Stefano (il futuro Stefano il Grande), legò una salda amicizia con il cugino, che rimase in Moldavia fino all’assassinio di Bogdan, nel 1451.
Nel 1453, Costantinopoli cadde in mano ai turchi, e l’Impero d’oriente si sgretolò; le rimanenti nazioni cristiane tremavano al pensiero di una potenza infedele che si estendeva così vicino a loro. La Valacchia, che aveva nei confronti dei turchi l’obbligo di pagare un tributo, si trovava ora in prima linea.
Nel frattempo, Vlad si era rifugiato in Transilvania, presso Hunyadi, i cui rapporti col suo protetto Vladislav si erano intanto raffreddati. Nel 1456, Hunyadi muore di peste e Vladislav viene ucciso in una battaglia, forse proprio a opera di Vlad, il quale, nell’autunno di quello stesso anno, può finalmente salire al trono della Valacchia.  
I suoi nemici principali si trovavano ora all’interno del suo stesso regno. Si trattava di due classi molto privilegiate: i nobili boiardi (possidenti terrieri) e i mercanti. I boiardi erano abituati a sottovalutare il loro principe, non ascoltavano le sue richieste ed erano pronti ad appoggiare qualsiasi aspirante al trono che difendesse i loro privilegi. Il monito di Vlad fu terribile: dopo un banchetto in loro onore ne fece impalare una buona parte, sotto lo sguardo atterrito dei superstiti. Egli, inoltre, sapeva che tra i boiardi uccisi si trovavano anche i responsabili dell’assassinio di suo padre e di suo fratello.
L’economia della regione era controllata da mercanti e commercianti di discendenza sassone, i cui privilegi monopolistici risalivano alle colonizzazioni germaniche del XII e XIII secolo. Vlad confiscò i loro diritti commerciali e istituì misure protezionistiche per tutelare il commercio valacco.  
Nel 1459, si sentiva ormai così sicuro da sospendere il pagamento del tributo a turchi, guadagnandosi così le simpatie dei cristiani. Due anni dopo, si imbarcò in una crociata,  grazie alla quale riuscì a liberare tutti quei territori a sud del Danubio recentemente occupati dagli infedeli. Vlad, infatti, più che dichiarare la sua devozione a Cristo, voleva  rendere più sicuri i confini di quei terre al di là del fiume. Nel frattempo, però, i rinforzi chiesti alle altre potenze cristiane tardavano ad arrivare: Mattia Corvino, re d’Ungheria, non rispose, forse temendo la crescente autonomia del suo vicino, mentre Stefano il Grande, venendo meno a un vecchio patto di amicizia, addirittura lo attacca, sperando di impossessarsi prima dei turchi della città di Chilia (Licostomo), sul Basso Danubio.
Riuscito a sfuggire ai turchi, Vlad spera di trovare rifugio presso Mattia Corvino, il quale invece lo fece arrestare senza un’apparente ragione e lo tenne prigioniero dal 1462 al 1474. All’inizio fu rinchiuso nella fortezza reale di Buda, ma in seguito i rapporti tra i due si fanno più pacati e il carcere si trasforma in una sorta di residenza obbligata. Tuttavia, il prezzo che Vlad dovette pagare per il suo rilascio fu la rinuncia alla fede ortodossa e la conversione al Cattolicesimo. Nel novembre del 1476 riesce a reinsediarsi sul trono della Valacchia, ma trova la morte in una imprecisata località nei pressi di Bucarest nel dicembre di quello stesso anno, forse ucciso per sbaglio da uno dei suoi stessi soldati in un combattimento contro i turchi, o da un gruppo di boiardi suoi nemici.
La sua tomba, attualmente vuota, si trova in un isolotto del piccolo lago di Snagov, a 18 km da Bucarest, all’interno di un convento fondato da Vlad stesso. Circa la scomparsa del suo cadavere (privato, a quanto pare della testa, in quanto i turchi se ne impossessarono e la portarono al sultano come prova della sua morte), si sono fatte diverse ipotesi: la più probabile è che sia stato trafugato durante i lunghi periodi di incuria, in cui il monastero andò soggetto a saccheggi.
Dopo la sua morte,  resoconti delle sue atrocità (vere o esagerate) ispirate dai boiardi con l’intento di screditarlo, vennero diffusi in tutta Europa. I sassoni, gli ungheresi, i turchi e i russi avevano tutte le ragioni per dipingerlo come il più grande psicopatico della storia. Re Mattia Corvino, ad esempio, cercando un pretesto che giustificasse il suo non-intervento nella crociata, aveva buoni motivi per infangare la reputazione di Vlad, in modo da poter anche giustificare il suo imprigionamento. Grazie all’invenzione della stampa, vennero stampati molti libelli diffamatori (soprattutto in Germania), i quali, pare, si vendevano più della Bibbia. Nel 1558, con la traduzione inglese della Cosmographica di Sebastian Munster, l’eco delle gesta di Vlad Tepes raggiunse anche la Gran Bretagna. Sfortunatamente, l’immagine del voivoda non poteva essere difesa dalla sua stessa gente, in quanto la stampa valacca era molto indietro rispetto a quella europea. Dopo un lungo periodo di oblio, il suo nome tornò di nuovo agli onori della cronaca prima grazie al romanzo di Bram Stoker, poi in concomitanza con la nascita della Repubblica Socialista Rumena, la quale era alla ricerca di eroi nazionali che potessero legare la nazione al suo passato. Egli è oggi considerato una sorta di Robin Hood, che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, combatteva per la libertà e aveva eliminato quasi ogni forma di crimine. E’ visto come un padre fondatore della patria e i suoi eccessi vengono ridimensionati, considerando anche la crudeltà del periodo in cui si trovò a vivere. Per lungo tempo, in Romania l’accostamento di Vlad Tepes con il Dracula letterario è stato ignorato e tutt’oggi è mal sopportato.

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