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venerdì 22 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1946 entrò in vigore in Italia il Decreto presidenziale di amnistia e indulto legato al periodo dell’occupazione nazifascista.
La legge venne proposta dall’allora Ministro di Grazia e Giustizia del Governo De Gasperi, Palmiro Togliatti segretario del PCI.
L'amnistia Togliatti comprendeva il condono della pena per reati comuni e politici, dal collaborazionismo coi tedeschi fino al concorso in omicidio, commessi in Italia dopo l’8 settembre 1943.
Scopo del decreto legge era sia di giungere quanto prima ad una pacificazione nazionale sia di evitare che l’epurazione rallentasse ulteriormente la ripresa delle attività fondamentali alla ricostruzione materiale del paese: attività burocratiche, istituzionali, culturali, sanitarie ed economiche. Ovviamente la legge non mancò di suscitare tensioni soprattutto nel nord Italia, dove avevano combattuto molte formazioni partigiane e dove la popolazione aveva subito l’occupazione e le violenze naziste.
Le polemiche vennero soprattutto dall’associazionismo partigiano e dai perseguitati politici antifascisti, che non accettarono la scarcerazione dei loro nemici e aguzzini quando permanevano nelle carceri partigiani arrestati per azioni compiute sotto l’occupazione nazifascista.
La prima e maggiore reazione si ebbe nella provincia di Asti, dal 9 luglio al 28 agosto 1946, dove ex partigiani ‘tornarono in montagna’ e si arroccarono nel paese di Santa Libera, frazione di Santo Stefano Belbo (CN), protestando contro l’amnistia e avanzando richieste – che il governo promise di accogliere, giungendo così al volontario scioglimento del presidio -.
In poco tempo si erano radunati a Santa Libera, provenendo anche dalle regioni vicine, circa 400 partigiani.
Altre reazioni eclatanti si ebbero ad Aosta e a Casale Monferrato, ma non mancarono anche in Emilia Romagna e in Toscana.
Il 23 agosto ad Aosta circa 300 ex combattenti ed ex internati, insieme alla popolazione civile, assaltarono il carcere locale per liberare degli ex partigiani.
A Casale Monferrato invece la popolazione dichiarò lo sciopero generale, in protesta per la revisione della sentenza di condanna a morte di alcuni repubblichini. Intervennero polizia, carabinieri ed esercito. La situazione si calmò solo grazie all’intercessione del Segretario della CGIL, Giuseppe Di Vittorio.
L'amnistia Togliatti tuttavia fece il suo corso e fu anzi seguita da ulteriori indulti che ampliarono la casistica dei crimini condonabili. Nel 1948 poi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Giulio Andreotti, approvò un decreto con cui si estinguevano i giudizi ancora pendenti dopo l'amnistia del 1946.
Ancora nel ’53 e nel ’66 venne approvata un’amnistia per tutti i reati commessi entro il 18 giugno 1948, quindi comprendente anche quegli episodi di ‘regolamento di conti’ che caratterizzarono alcune zone italiane nel primo dopoguerra.
Legato a questi provvedimenti ed eventi è il mito della ‘Resistenza tradita’, nato dalle aspettative deluse di quanti speravano con la fine della guerra in un sostanziale cambio delle condizioni sociali della povera gente e in una rivalsa dopo un ventennio di dittatura.

giovedì 21 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno la religione cattolica celebra San Lazzaro.
Il nome Lazzaro ha all’origine l’ebraico Eleazaro e significa “colui che è assistito da Dio”. Il Lazzaro di cui parliamo è il personaggio della parabola, raccontata da Gesù, del ricco epulone e del povero mendicante lebbroso.
Questa parabola riportata solo nel Vangelo di san Luca (16, 19-31) è l’unica in cui un personaggio di fantasia abbia un nome: Lazzaro; ma come è avvenuto per vari personaggi minori, che compaiono nei racconti evangelici e che in seguito nella tradizione cristiana, hanno ricevuto un culto, un ricordo perenne, un titolo di santo, anche per Lazzaro pur essendo un personaggio protagonista di un racconto di fantasia, da non confondere con Lazzaro di Betania che fu resuscitato da Gesù, nel corso del tempo si è instaurata una devozione, come se fosse stato un personaggio realmente esistito.
È chiaro che la parabola di Gesù, contiene in sé un insegnamento universale e molto sentito, specie in quei tempi; essa è raccontata per mostrare ai farisei ed a tutti gli avari, dove portano le ricchezze usate per soddisfare il proprio egoismo.
“Vi era un uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso e ogni giorno faceva splendidi banchetti. Un mendicante di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco e nessuno gliene dava; perfino i cani venivano a leccargli le piaghe. Ora avvenne che il povero Lazzaro morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo.
Morì anche il ricco epulone e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del suo dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura”.
Ma Abramo rispose: “Figlio ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato, mentre tu sei tormentato e per di più fra noi e voi è stato fissato per sempre un grande abisso, di modo che quelli che volessero di qui passare e venire a voi non possono, né da lì si può attraversare fino a noi”.
Allora egli soggiunse: “Ti prego dunque, o padre, di mandarlo a casa del padre mio, perché ho cinque fratelli; li ammonisca perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”.
Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè ed i Profeti, ascoltino loro”, ma egli insisté: “No, padre Abramo, se però qualcuno dei morti andrà da loro, si ravvederanno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè ed i Profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti”.
La celebre parabola, riportata solo da Luca del ricco epulone e del misero Lazzaro, è un’antitesi che da sociale diventa anche religiosa, esaltando la povertà come modello di protezione divina. In essa si considera riguardo la figura di Lazzaro, che egli nel suo umiliante e penoso stato di mendicante ed ammalato, ha pazienza, anche davanti allo sprezzante trattamento che riceve dal ricco gaudente, pensando al Paradiso (seno di Abramo), che Gesù ha promesso ai poveri di spirito.
Perciò il Signore, che vede l’animo, lo fa trasportare appena morto, in trionfo dagli angeli, nella beatitudine eterna. Ora questo rivela come egli sopportava il suo stato, con rassegnazione unita alla speranza del Paradiso, fiducioso in Dio, Padre di tutti, che premia i buoni, anche se poveri e mendicanti.
S. Giovanni Crisostomo, parlando di Lazzaro esclama: “Chiunque voi siate, o ricchi o poveri, l’avete visto disprezzato nel vestibolo dell’epulone, miratelo ora radiante nel seno di Abramo; l’avete visto quando giaceva attorniato da cani che gli leccavano le piaghe, contemplatelo ora circondato da angeli; l’avete visto nella fame, contemplatelo nell’abbondanza di ogni bene, l’avete visto nella lotta, osservatelo vincitore incoronato, avete visto i suoi travagli, miratene il premio”.
La parabola ci dà lo spunto per tante altre riflessioni, che non possiamo qui, per motivo di spazio, approfondire: la sepoltura splendida del ricco, similitudine del seno di Abramo con il Paradiso cristiano, l’esistenza del tormento infernale, l’impossibilità di passare dai morti ai vivi, dalle anime elette alle anime in tormento, private perciò della visione e della beatitudine di Dio, l’incitamento a seguire gli insegnamenti, provenienti da persone incaricate da Dio, di trasmettere le Sue volontà e leggi, senza aspettare prove straordinarie per credere.
La figura di Lazzaro e la scena del banchetto ha sempre ispirato la fantasia degli artisti, che in tutti i secoli lo hanno raffigurato, contribuendo così ad innalzarlo ad un simbolo della povertà e della sofferenza, premiata da Dio, quando accettate con rassegnazione e speranza nella Sua Divina Misericordia.
Per questo Lazzaro venne considerato come un santo, anche se la sua figura era in realtà fantasiosa ma simbolica; il moderno ‘Martirologio Romano’ non ne fa più menzione.
Egli è stato considerato il patrono dei lebbrosi, quando la lebbra era una malattia molto più diffusa di oggi in tante parti del mondo; dal suo nome scaturì la denominazione del ‘lazzaretto’, sorta di ricovero e cura per i lebbrosi o malati infettivi da tenere in isolamento, infatti il primo di questi ‘lazzaretti’ sorse a Venezia nell’isola di S. Lazzaro.
Il nome è oggi poco usato e comunque chi lo porta, si riferisce certamente ad altro s. Lazzaro; in Spagna poi ha finito per assumere un significato peggiorativo come: ‘pezzente’, da cui derivò a Napoli il termine ‘lazzarone’ introdotto al tempo dell’occupazione spagnola e di Masaniello, sempre indicante uno straccione, popolano, mascalzone, pezzente.

mercoledì 20 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 235 a.C. nasce a Roma Publio Cornelio Scipione, detto l'africano.
Salvò Roma da Cartagine, portando la guerra prima in Spagna e poi in Africa, e dimostrando di aver digerito perfettamente la lezione militare impartita da Annibale all’esercito romano. Ma non fu soltanto l’uomo che difese con successo la nostra antica civiltà dalla più grave insidia alla sua indipendenza: fu anche un politico accorto e magnanimo, che aveva in testa un disegno di reale pacificazione fra i popoli sotto la supremazia romana. Molti storici oggi concordano nel ritenere che – in questo – fu più preveggente di Giulio Cesare e degli imperatori romani, che badarono a colonizzare il mondo più che a governarlo. Roma lo ricambiò con la devozione del popolo e le invidie dei potenti, che lo misero sotto processo, e lo costrinsero a morire in esilio, a Literno. Reagì, con una frase rimasta scolpita nella storia: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
Ci sarà pure una ragione se, nella prima strofa dell’Inno degli Italiani, Goffredo Mameli vedeva come simbolo del risveglio nazionale l’elmo di Scipio. Un percorso a ritroso di duemila anni per trovare il campione assoluto dell’indipendenza nazionale. «Per il fatto che egli fu l’uomo più illustre fra quasi tutti quelli che vissero prima di lui», scrisse di Scipione lo storico greco Polibio, suo contemporaneo, «tutti cercano di sapere chi egli fu e da quali particolari doti naturali egli mosse per compiere tali e tante imprese». Per lui fu coniato un detto che pochi altri uomini illustri hanno meritato nel corso della storia: «Tanto nomini nullum par elogium» (per un tale nome nessun elogio è pari alla grandezza).
Scipione, ha scritto uno storico moderno, Basil Liddel Hart, «parve riunire nella sua formazione gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità». I romani erano convinti che fosse di discendenza divina, e lui incoraggiava questa interpretazione. Gustav Faber, storico e biografo di Annibale, racconta che «quando Scipione presentava alle truppe un piano di guerra – e questo di solito avveniva solo poco prima della sua attuazione – non parlava del duro lavoro concettuale che l’aveva preceduto, bensì di ispirazione divina, ma è impossibile stabilire con certezza se vi credesse veramente oppure se utilizzasse l’accenno al trascendente come strumento di persuasione». Persino John Milton, nel Paradiso Perduto (Libro IX, 642-645), dedicò quattro versi alla “divinità” dell’Eroe: «Si tenne che l’Ammonio Giove / Ed il Capitolino un dì s’ascose, / Per Olimpiade l’un, l’altro per lei / Che in Scipio partorì di Roma il vanto». Le leggende antiche dicevano che Giove Ammonio si trasformò in serpente per unirsi ad Olimpia, madre di Alessandro il Grande; Giove Capitolino, sotto forma di serpente, concepì anche Scipione l’Africano, vanto di Roma. E Dante Alighieri, nel Paradiso (Canto XXVII, 61-62), evoca «l’alta provedenza che con Scipio / difese a Roma la gloria del mondo» .
Tito Livio (Storia di Roma) sostiene che «Scipione fu ammirevole non solo per reali doti, ma anche tratto fin dalla giovinezza a ostentarle con arte singolare, presentando la maggior parte delle sue azioni alla gente come ispirate da visioni notturne o suggerite da avvertimenti divini, o fosse egli stesso posseduto da superstizione, o volesse che i suoi comandi e i suoi consigli, quasi emanati dal responso di un oracolo, avessero immediata esecuzione». L’abate francese Seran de La Tour, autore nel XVIII secolo di una biografia su Scipione, scrisse nella dedica a Luigi XV: «Un re deve solo prendere a modello l’uomo più illustre della storia romana, Scipione Africano. Il Cielo stesso pare aver formato questo particolare eroe per indicare ai reggenti di questo mondo l’arte di governare con giustizia».
La discendenza divina era, in quell’epoca, un attributo dell’eroismo. Chi salvava la patria era ritenuto figlio degli dei. Scipione scese in campo quando a Roma si ripeteva «Annibale è alle porte». E la salvò.
Publio Cornelio Scipione nacque a Roma nel 235 avanti Cristo. La sua non era una famiglia qualunque: la gens Cornelia vantava una grande influenza. Suo padre era il console Publio. Del suo aspetto fisico sappiamo poco. A prender per buono il busto in bronzo del Museo Archeologico di Napoli aveva lineamenti severi, fronte nobile, testa quasi completamente calva, sguardo fermo e risoluto, naso aquilino, labbra sottili. Osserva Faber: «È un volto romano dai tratti marcati, tanto diversi dai lineamenti dei busti greci; è il volto di un uomo staccato, razionale, capace di un asciutto umorismo, eppure in fondo gioviale. Al confronto, il ritratto di Annibale rivela una morbidezza ellenica, ha qualcosa di tragico, pare cedere ai sogni e alle emozioni».
Scipione era un uomo di grande cultura, padrone della lingua greca quanto di quella latina. «Parve riunire nella sua formazione», scrive Liddel Hart, «gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità».
Della sua vita privata si sa ben poco, anche perché Scipione non ebbe molto tempo da dedicarle, occupato come fu sui campi di battaglia. Era sposato a Emilia, la figlia di Paolo Emilio, il console caduto nella battaglia di Canne. Fu un matrimonio sereno. Si disse che «trattava la moglie meglio dei suoi schiavi»: e il fatto che un comportamento del genere fosse degno di nota dimostra quanto, a quei tempi, fosse dura la condizione femminile.
A soli 17 anni il giovane Scipione si distinse per coraggio nella battaglia del Ticino, la prima che vide i romani (al comando del padre di Scipione) scontrarsi sul suolo italiano con i cartaginesi. «Usciva in campo per la prima volta», racconta Polibio, «dopo aver ricevuto dal padre, per sicurezza, una squadra di sedici cavalieri. Allorché vide nella battaglia il padre, con due o tre cavalieri, circondato dai nemici e gravemente ferito, esortò i suoi a portargli soccorso e poiché questi esitarono, dato il numero dei nemici, si lanciò arditamente nella lotta e, con l’aiuto dei compagni, che incitati dal suo esempio lo avevano seguito, mise in fuga gli avversari, salvando così il padre Publio che fu il primo a salutare, in presenza di tutti, il figlio come suo salvatore». Il console decise di decorarlo, ma il giovane «rifiutò dicendo che “quell’atto si ricompensava da sé”».
L’anno successivo Scipione era uno dei tribuni militari al comando di una legione. È controverso se abbia partecipato alla battaglia di Canne che segnò la più pesante sconfitta romana della Seconda guerra punica. Nel 213, quando aveva soltanto 22 anni, fu protagonista di un episodio che testimonia la popolarità di cui già godeva fra i romani. Si candidò alla carica di Edile curiale, soprattutto per agevolare la vittoria del fratello maggiore Lucio (che aveva minori probabilità di farcela): i tribuni della plebe si opposero alla sua candidatura, sostenendo che non aveva l’età per aspirare alla carica. Lui ribatté: «Se tutti i Quiriti mi vogliono Edile, ho l’età che basta». Fu eletto.
Nell’anno 210 avanti Cristo, mentre Roma era minacciata dalle truppe di Annibale, il giovane condottiero fu spedito in Spagna per contrastare i rifornimenti del nemico. Dopo la fine della Prima guerra punica (241 a.C.) Amilcare Barca – padre di Annibale e Asdrubale – era riuscito a conquistare una posizione di forza sullo scacchiere mediterraneo: da questa favorevole condizione egli pensava che i figli potessero dare la spallata decisiva al rivale di sempre. La Spagna era la base per il rifornimento delle truppe cartaginesi, e la Spagna era stata la base di partenza della spedizione che – attraverso le Alpi – aveva portato Annibale in Italia.
Sorprendendo i cartaginesi, al comando di Magone e Asdrubale, Scipione attaccò Cartagena, marciando a tappe forzate con le sue legioni verso la fortezza, mentre la flotta romana la raggiungeva via mare. Una volta sotto le mura, venne eretto un bastione di difesa dalla parte di terra, mentre le navi, dal mare, cominciarono a bombardare la città con proiettili. L’attacco alle fortificazioni e alle mura fu condotto dallo stesso Scipione, mentre alcuni soldati lo proteggevano con gli scudi: questo per infondere coraggio ai suoi soldati. Cartagena cadde, ma Scipione impedì un massacro vero e proprio. La vittoria doveva servire, politicamente e diplomaticamente. Scipione salvò diecimila cittadini maschi dall’uccisione e permise loro di tornare al lavoro, alcuni prigionieri furono trasformati in marinai per le proprie navi, con promessa di libertà finale dopo la sconfitta di Cartagine.
Con la conquista di Cartagena, Scipione dimostrò tutte le caratteristiche del grande stratega: conoscenza del fattore tempo, astuzia, sicurezza e sorpresa. Infine, magnanimità dopo aver vinto. Molti capi iberici passarono dalla parte di Roma. Asdrubale Barca, sentendosi isolato, cercò la prova di forza nella battaglia di Becula (cittadina sulle rive nord del fiume Baetis, più o meno dove sorge oggi Guadalquivir), rimediando una sonora sconfitta, che lo spinse alla fuga.
Acclamato re dagli alleati spagnoli, Scipione rifiutò con discrezione, ben sapendo come questo titolo fosse inviso a Roma. Due anni più tardi, i cartaginesi cercarono per l’ultima volta di scalzare Scipione dalla Spagna, nella battaglia di Ilipa. Asdrubale si mosse con un esercito di settemila fanti, quattromila cavalieri, trentadue elefanti e cercò lo scontro nei pressi di quella che oggi è la città di Siviglia. Per diverso tempo gli eserciti avversari si studiarono a debita distanza: ogni giorno Scipione pose, ben visibili al centro dello schieramento, i propri legionari, e ai lati gli alleati spagnoli. Al momento dello scontro, deciso da Scipione, lo schieramento fu ribaltato: al centro gli spagnoli, sulle ali i romani. Questo disorientò il nemico: i romani distrussero i fianchi dei cartaginesi, mentre le ore passavano e le truppe al centro divenivano esauste per fame e stanchezza. L’esito fu una fuga sparpagliata verso il proprio accampamento. Asdrubale e Magone, i capi avversari, fuggirono nella notte abbandonando le truppe superstiti, e imbarcandosi per Cadice. «La storia militare», scrive Liddel Hart, «non offre in tema di conduzione tattica un esempio più classico di quello offerto dalla battaglia di Ilipa. Raramente una vittoria così schiacciante è stata ottenuta da forze numericamente inferiori». Scipione aveva concentrato le truppe migliori nei punti più deboli del nemico (le ali), mentre il centro restava immobilizzato.
Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione faticò (più di quanto si sarebbe aspettato) a convincere il Senato sull’opportunità di portare la guerra in Africa. Combatteva contro i poteri forti, contro le invidie di quanti giudicavano pericolosa la sua popolarità. Alla fine la spuntò, ma gli concessero solo settemila uomini e il governo della Sicilia da dove sarebbe potuto salpare per l’Africa. Scipione profuse ogni energia per l’allestimento di trenta navi da guerra e nella preparazione di un esercito piccolo ma compatto. Oltre alla forza tradizionale di Roma, la fanteria legionaria, Scipione comprese l’importanza di preparare una cavalleria efficace, da affiancare a quella di un alleato di cui sapeva di non poter fare a meno: Massinissa.
Sconfisse di nuovo Asdrubale ai Campi Magni. Presi dal panico, i cartaginesi richiamarono in Africa Annibale, unico possibile salvatore della Patria. Ma, nello scontro finale, a Zama, Scipione dimostrò di aver imparato le lezioni di strategia che lui aveva in precedenza impartito ai romani. Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione rifiutò quel che il popolo gli offriva: il titolo di console a vita o di dittatore perpetuo. Si oppose anche all’ipotesi che fossero erette statue in suo onore davanti al Campidoglio o nei Templi Sacri.
Negli ultimi anni della sua vita fu costretto addirittura a difendersi da accuse infamanti. Si ritirò in esilio, a Literno, dove morì. Valerio Massimo gli attribuì una frase divenuta proverbiale: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
«Quando Scipione comparve alla ribalta della storia», ha scritto Basil Liddel Hart, «il potere di Roma non si estendeva nemmeno sulla totalità dell’Italia peninsulare e della Sicilia, e questa esigua fascia territoriale era gravemente minacciata dall’invasione, o per meglio dire dalla consolidata presenza, di Annibale. Alla morte di Scipione, Roma era l’incontrastata padrona del mondo mediterraneo, senza alcun possibile rivale che si profilasse all’orizzonte. In tale periodo si assiste alla massima spinta espansionistica della storia romana, dovuta direttamente all’azione di Scipione, o resa da lui possibile. Ma se sotto il profilo territoriale egli appare come il fondatore dell’impero romano, da un punto di vista politico la sua meta non era l’assorbimento delle altre razze mediterranee, bensì il loro controllo. Il suo scopo non fu di edificare un impero dispotico e centralizzato, ma una confederazione sotto il controllo di uno Stato-guida, in cui Roma avesse l’egemonia politica e commerciale e il supremo potere decisionale». Lo storico inglese non ha dubbi: se Roma avesse seguito la “dottrina Scipione” (e non quella di Cesare, che puntava al dominio assoluto, e che recava in sé il germe del successivo declino), l’impero romano avrebbe potuto anticipare il carattere del moderno Commonwealth britannico, «con la creazione di una cintura di Stati cuscinetto prosperi e semi-indipendenti». Detto da un inglese è un elogio smisurato, al quale Liddel Hart aggiunge una valutazione: se Roma avesse seguito la via tracciata da Scipione, «le invasioni barbariche avrebbero potuto essere scongiurate, il corso della storia sarebbe stato diverso, e il progresso della civiltà avrebbe forse evitato mille anni di coma e quasi altrettanti di convalescenza».
Se è valida questa teoria (e il rapido tramonto degli imperi fondati sul dominio, come quello napoleonico o – più recentemente – quello sovietico, sembrerebbe avallarla), Scipione meriterebbe un posto nella storia – e nella coscienza italiana – molto superiore a quello che gli viene riconosciuto. L’“elmo di Scipio” non è soltanto il simbolo del riscatto romano di fronte allo straniero invasore: è il progetto – come si direbbe oggi – di un “nuovo equilibrio internazionale”, fondato sulla «supremazia politica» finalizzata «al buon governo».
Scipione fu un grande soldato, come dimostrò in Spagna e a Zama. Ma fu anche un grande politico, come dimostrò con le condizioni di pace dettate a Cartagine, che documentano la sua totale mancanza di spirito vendicativo, la capacità di consolidare la sicurezza militare di Roma senza ricorrere a una durezza eccessiva nei confronti dei vinti, e lo scrupolo con cui evitò l’annessione degli Stati civilizzati. «Questo atteggiamento», sottolinea ancora Liddel Hart, «scongiurò l’insorgere nei vinti, di sentimenti di frustrazione e di velleità di rivincita, e preparò la strada alla trasformazione dei nemici in veri alleati, efficaci puntelli della potenza romana».
In latino, Scipio significa “bastone di sostegno”. Ed è un nome appropriato al personaggio. Scipione si preoccupava della grandezza di Roma, e badava al futuro. Qualcuno scrisse: «Zama consegnò il mondo a Roma, Farsalo lo consegnò a Cesare». E forse anche per questa ragione Scipione è meno popolare di Cesare, perché l’ambizione personale paga sempre di più, in termini di popolarità. Scipione evitava le luci del palcoscenico, che Cesare (come Napoleone, come Carlo Magno) amava moltissimo.
Scipione seppe persino guardare al di là della gloria di Roma, valutando piuttosto la grandezza dei servigi che Roma avrebbe potuto prestare all’umanità.
Molto diverso sarebbe stato l’atteggiamento dei Romani mezzo secolo più tardi quando – raccogliendo l’anatema più volte lanciato da Catone il Censore («Cartago delenda est», Cartagine deve essere distrutta) – al termine della Terza guerra punica rasero al suolo la città. Un’identica richiesta era stata formulata a Scipione immediatamente dopo la battaglia di Zama. «L’uomo generoso e avveduto», scrive Teodoro Mommsen nella sua Storia di Roma, «si sarà chiesto quale vantaggio poteva apportare alla patria la distruzione di Cartagine, di questa antichissima sede del commercio e dell’agricoltura, una delle colonne della civiltà di quel tempo, dopo che ne era stata ridotta al nulla la potenza politica. Non era ancora venuto il tempo in cui gli uomini distinti di Roma si prestavano all’ufficio di carnefici della civiltà dei vicini, e sconsideratamente credevano di lavare con una vana lacrima l’onta eterna della Nazione».
È singolare il fatto che sia Annibale che Scipione furono contestati per la pace che concluse la guerra (giudicata troppo onerosa dai governanti di Cartagine, e troppo generosa da quelli di Roma). Grandi condottieri, si rivelarono anche uomini di straordinario buonsenso. L’ingratitudine di Roma (della Roma ufficiale, dei senatori, degli intriganti del Palazzo, degli invidiosi) contribuisce, in qualche modo, a elevare ulteriormente la statura dell’uomo, del condottiero, del politico. Che dalle sue imprese ricavò soltanto quel soprannome – Africano – che gli fu concesso a furor di popolo, e non con un decreto. «Fu certamente il primo onorato con il nome del popolo da lui vinto», scrisse Tito Livio. E questo gli fu certamente di conforto negli anni dell’esilio.

martedì 19 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1988 Marco Donat Cattin muore a soli 35 anni, travolto da un'auto mentre tentava di segnalare un incidente sull'autostrada per Venezia.
C’è una figura grigia che attraversa in maniera quasi impercettibile gli anni settanta, passando prima per la contestazione giovanile, poi per l’anti-fascismo militante e la pratica violenta, approdando infine alla lotta armata. La storia del terrorismo nella Repubblica italiana è sempre stata caratterizzata da comportamenti e posizioni che hanno occupato rumorosamente le cronache e le aule di giustizia: pentiti e dissociati, militanti irriducibili, per finire a quanti hanno fatto della propria vita materiale per libri e film, cercando in ogni occasione visibilità e spazi. Marco Donat Cattin, al contrario,  sembra rimanere ai margini di quella stagione, personaggio quasi dimenticato; eppure fu indiscutibilmente un capo: insegnò ai ragazzi più giovani ad agire con decisione, diresse un’organizzazione eversiva di primo piano, sparò e uccise.
La storia di Marco è diversa da quella di tutti i suoi compagni: il papà è ministro del Lavoro quando lui parte per Roma a fare il militare presso la compagnia atleti dell’Aereonautica. Lontano da Torino non sta poi così bene e dopo qualche mese vi fa ritorno grazie ad un prezioso trasferimento, si iscrive a giurisprudenza, ma gli esami vanno a rilento e così arriva un poco impegnativo impiego da bibliotecario al liceo Galileo Ferraris. Il lavoro non è stressante, il tempo trascorre tra le assenze per malattia, le continue telefonate ricevute e le chiacchiere scambiate con uno studente, Roberto Sandalo, che fa parte del servizio d’ordine di Lotta Continua; è un violento “Roby il pazzo”, anche i suoi compagni faticano ad arginarne la carica distruttiva e ne disprezzano le scarse qualità politiche, ma con Marco si intrattiene per ore e ore, ascoltandolo  con attenzione e devozione. Insieme hanno sprangato dei fascisti, sono stati riconosciuti e poi segnalati, ma dopo i primi interrogatori in questura la memoria delle loro vittime si è improvvisamente annebbiata e la denuncia viene ritirata. La violenza di piazza inizia a star stretta a Marco, come il lavoro di bibliotecario che abbandona: si aggrega al gruppo che a Torino ruota intorno al foglio “Senza Tregua”, un’ottantina di giovani che combattono per “la costruzione del potere operaio”, e che, in una delle loro prime azioni, attaccano la sede di Forze Nuove, la corrente della Democrazia Cristiana fondata proprio dal papà di Marco. Presto la polizia identifica un po’ tutti, alcuni vengono arrestati, altri danno vita a Prima Linea; il figlio del ministro è tra questi ultimi, nell’organizzazione fa una brillante carriera, entra nel comando nazionale, produce strappi, detta i tempi per le azioni da effettuare di cui spesso scrive i comunicati.
L’inquietudine di Marco, raccontano la mamma e quelli che lo conoscono bene, nasce dal burrascoso rapporto con il padre, ingombrante figura di cui neanche durante la più radicale delle scelte il “Comandante Alberto” riesce a liberarsi. Mentre i suoi compagni vengono braccati, interrogati e arrestati nessuno sembra chiedere di lui; viene fotografato mentre entra nel covo di Corrado Alunni pochi giorni prima dell’arresto di quest’ultimo, rapina banche, uccide il giudice Alessandrini a Milano, ma può liberamente trascorrere le vacanze al mare in Calabria e fare un saluto alla mamma nella casa di montagna. Certo il papà un po’ si preoccupa, le voci si fanno sempre più insistenti e qualcosa inizia ad uscire sui giornali, ma è il ministro dell’Interno Rognoni a tranquillizzarlo che non c’è nulla di anomalo. Sono ragazzi come tanti altri, non esiste alcun addebito specifico. Passano gli anni ma il gioco non può durare ancora a lungo e mentre Marco, dopo aver trascorso una bellissima estate tra la Sardegna e la Valle d’Aosta, rompe con Prima Linea fuggendo con la cassa e le armi e teorizzando “una ritirata strategica finalizzata all’accumulo di mezzi ed esperienze ” (le solite rapine), Patrizio Peci finisce nelle mani del generale Dalla Chiesa. Parla molto l’“infame” e tra le altre cose racconta del figlio del ministro che è un terrorista: lo ha saputo da un piellino che voleva entrare nelle Brigate Rosse e che la polizia identifica in “Roby il pazzo”. Quando Sandalo viene arrestato nell’aprile del 1980 probabilmente non ricorda più le parole e i sogni condivisi con il suo amico bibliotecario del Galileo Ferraris: i rapporti intrattenuti con il comandante Alberto e con il papà Carlo prima del suo arresto sono la preziosa merce che offre ai magistrati in cambio di qualche anno in meno di carcere.                                              
La storia di Marco, il terrorista di cui nessuno voleva sapere, finisce qui: scappa in Francia e dietro di se lascia un padre costretto ad abbandonare la politica e un presidente del consiglio sospettato di favoreggiamento nei suoi confronti. Estradato in Italia diventerà prima dissociato e poi collaboratore di giustizia, scontando pochi anni di carcere. Solo la macchina che investendolo sull’autostrada Serenissima lo ucciderà non sapeva di travolgere il figlio del ministro, rendendolo finalmente uguale a tutti gli altri. A trentacinque anni, da morto.
Il 22 giugno 1988 si svolgono a Torino i funerali di Marco Donat-Cattin nei quali si ricordano i "forti rimorsi" di una persona che "viveva con il dolore del ricordo di quegli anni". Secondo le parole di Don Mazzi, raccolte da Repubblica, "era un ragazzo sregolato, nel bene come nel male", dice, scuotendo la testa. "Si buttava nelle cose a capofitto. Capisco la pazzia che ha fatto sull’autostrada, nel tentativo di salvare altre persone. Da noi, al centro di recupero dei tossicodipendenti, dava tutte le sue forze, con entusiasmo. E aveva quel carisma del capo, un po’ guascone, come suo padre peraltro, che lo aiutava molto nel lavoro. Dall’anno scorso era andato a Roma, ma si era tenuto in contatto con tre ragazzi. Anzi, proprio di recente li aveva invitati nella capitale per trascorrere insieme qualche giorno. Dei suoi trascorsi in Prima Linea, Marco Donat Cattin parlava malvolentieri: aveva forti rimorsi, viveva con dolore il ricordo di quegli anni. Una volta, mentre mi raccontava un episodio, è stato male fino a vomitare. Il suo più grande desiderio - continua il sacerdote - era di essere perdonato, o almeno incontrare la vedova di Emilio Alessandrini. Ma non è stato possibile. Purtroppo è morto prima che riuscissimo a trovare una strada di pace e conciliazione.".
È sepolto in una tomba di famiglia al Cimitero monumentale di Torino insieme al padre Carlo e alla madre Amelia, morta nel 1998 pure lei in un incidente stradale.

lunedì 18 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 giugno.
Il 18 giugno 1940 Charles De Gaulle, da Radio Londra pronunciava il famoso "discorso del 18 giugno".
“La Francia è rimasta vedova“: con queste parole, lapidarie, il nuovo Presidente della Repubblica Georges Pompidou, il 9 novembre 1970, annunciava in televisione la morte del generale Charles de Gaulle, l’uomo che aveva scritto la pagina più eroica del Novecento tricolore e che più di ogni altro si era adoperato per salvare l’orgoglio nazionale. La commozione fu enorme, se ne andava un mito, una leggenda.
Ad un altro discorso, trent’anni prima, il 18 giugno 1940, in piena Seconda Guerra Mondiale, è necessario risalire per spiegare cosa abbia rappresentato e rappresenti tutt’oggi per i nostri cugini transalpini il Generale Charles de Gaulle. Il 10 maggio di quell’anno le armate tedesche, in attuazione del piano tattico chiamato “blitzkrieg“, ovvero “guerra lampo“, invadono Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, aggirano la Linea Maginot ed entrano in Francia giungendo rapidamente a Parigi il 14 giugno. La capitale cede senza combattere e de Gaulle, generale di brigata nominato qualche giorno prima sottosegretario di Stato alla Guerra e alla Difesa nazionale dal Governo di Paul Reynaud, lascia la Francia volando a Londra. L’uomo è valoroso, ha uno spiccatissimo senso dell’onor patrio, rifiuta aprioristicamente il disfattismo ed è in totale disaccordo con i vertici del nuovo Governo provvisorio del maresciallo Pétain che il 17 giugno è subentrato a Reynaud chiedendo l’armistizio alla Germania. De Gaulle alloggia nell’appartamento di un amico al numero 6 di Seymour Place, davanti ad Hyde Park, e con il pieno appoggio di Churchill, che lo sostiene come più autorevole roccaforte dell’anti-nazismo e gli apre l’accesso alla BBC, decide di rivolgersi al popolo francese.
Sono le ore 20.15 del 18 giugno 1940 e dalle frequenze di Radio Londra il Generale lancia l’appello che incita i francesi a non arrendersi, a non considerare finita una guerra che non è limitata al territorio francese ma è una guerra mondiale, ed invita i connazionali che risiedono in Inghilterra a mettersi in contatto con lui. E’ di fatto il momento ufficiale in cui de Gaulle inizia a gettare le basi di quel movimento di resistenza che si chiamerà Francia Libera e salverà il suo paese dal giogo nazista ed è senza ombra di dubbio anche il momento in cui de Gaulle entra nel cuore di francesi per non uscirne più ed assurgere al rango di mito.
Il discorso del 18 giugno non venne registrato dalla BBC, come invece fu per il secondo messaggio diramato il 22 giugno, così come pochi furono coloro che l’ascoltarono in diretta. Tra loro il celebre scrittore Georges Bernanos, che si trovava a Belo Horizonte, in Brasile, mentre alcuni quotidiani il giorno dopo diffusero la notizia. Ma la portata storica dell’evento è assoluta, tanto che il manoscritto dell’appello, rinvenuto negli archivi dell’agenzia dei servizi segreti svizzeri, dal 2005 è iscritto nel Registre international Mémoire du monde dell’Unesco. Il 22 giugno il Governo di Vichy firma l’armistizio a Rethondes, nella foresta di Compiègne, de Gaulle è decaduto del titolo di generale di brigata e la sera stessa pronuncia alla BBC il secondo appello. La spaccatura tra de Gaulle e il governo provvisorio è consumata, l’ex-generale è messo in stato d’accusa per insubordinazione e diserzione e nel mese di agosto è condannato a morte in contumacia.
Ma il prestigio dell’uomo che non ha ceduto ai tedeschi cresce giorno dopo giorno così come il numero dei volontari che si presentano al piccolo appartamento di Seymour Place numero 6 per arruolarsi nelle FFL, le Forze Francesi Libere di cui de Gaulle è l’unico, legittimo rappresentante. Churchill stesso lo riconosce ufficialmente come “il capo di tutti i francesi liberi“, e il 3 agosto gli viene concesso di affiggere sui muri di tutto il Regno Unito la famosa “Affiche“, inquadrata dalla cornice bleu-blanc-rouge, che si apre con la frase “la Francia ha perso una battaglia ma la Francia non ha perso la guerra…“.
Fu dunque quello di de Gaulle un atto di rifiuto solitario, a tanti apparso all’inizio così poco realistico, che porterà di fatto all’organizzazione e alla crescita della Resistenza, alla partecipazione e alla vittoria finale della Francia come potenza alleata contro la Germania. Un atto che ha significato nel tempo la salvezza della dignità, dell’onore e della libertà della Francia e che, al di là di tutte le controversie e di tutti i dissensi che la successiva carriera politica di de Gaulle ha potuto suscitare, lo hanno elevato a simbolo. L’immensa gratitudine e riconoscenza dei francesi verso l’uomo che ha saputo opporsi e dire no all’orrore e all’ingiustizia sono all’origine di quello che è e per sempre sarà il mito de “le General de Gaulle“.


domenica 17 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1462 Vlad di Valacchia tenta l'assassinio del sultano Maometto II, senza successo.
 La moderna Romania comprende tre province: la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia. I legami tra queste tre regioni (così come il nome ‘Romania’) risalgono ai tempi dell’Impero Romano. Nel Medioevo questi tre stati esistevano come principati semi-indipendenti, essendo schiacciati tra il Sacro Romano Impero a ovest e i turchi a sud. La fede ortodossa dei rumeni era quindi minacciata sia dal cattolicesimo che dall’islamismo.
Vlad III nacque nel 1431 nella città transilvana di Sighisoara.  In quello stesso anno suo padre, Vlad II, appartenente alla nobile famiglia dei Basarab, venne investito dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo dell’Ordine del Drago. Quest’Ordine,  fondato il 12 dicembre 1418 da re Sigismondo, dalla sua seconda moglie Barbara von Eili e da alcuni nobili ungheresi, aveva lo scopo di rafforzare la difesa della comunità cattolica da possibili attacchi dei turchi e comportava alcuni obblighi, incluso quello di vestire di nero in segno di penitenza ogni venerdì e di portare sempre l’insegna del Drago. L’insegna rappresentava un dragone prostrato con le ali distese, che pendeva da una croce verde contenente il motto “O quam misericors est Deus, justus et pius”. Il simbolismo era destinato a ricordare che Cristo aveva conquistato il principe delle tenebre con la Sua morte e resurrezione.
Secondo Florescu e McNally, l’appartenenza di Vlad II a quest’Ordine sembra la spiegazione più probabile per l’origine del suo epiteto ‘Dracul’.  Il simbolo così strano del drago (parola derivante dal latino ‘draco’) deve aver affascinato sia i nobili valacchi che i contadini, al punto da creare il soprannome ‘Vlad Dracul’. Non vi era certamente nessun riferimento diabolico: in fondo, difficilmente un crociato potrebbe essere associato con Satana. Il nome ‘Dracula’, invece apparterrebbe alla categoria dei nomi romeni con suffisso in -ulea, per cui ‘Dracula’, o più correttamente ‘Draculea’, significherebbe semplicemente ‘figlio di Dracul’.
Secondo altre teorie (che oggi però paiono ottenere meno credito), il nome deriverebbe da ‘drac’, cioè diavolo, più il suffisso ‘ul’ che funge da articolo determinativo: il diavolo, infatti, era spesso rappresentato come un drago. Inevitabilmente ci si chiede perché un principe noto per avere edificato chiese e monasteri venisse associato col diavolo. Una possibile risposta è che il nome fosse stato coniato dai suoi nemici.
I cronisti rumeni usarono l’epiteto ‘Dracul’ per descrivere il padre, ma non usarono il nome ‘Dracula’ riferendosi al figlio. Preferirono invece l’epiteto di ‘Impalatore’ (o ‘Tepes’, che in romeno significa ‘palo’), alludendo al metodo preferito da Dracula per uccidere e torturare i suoi nemici. Sembra però che Dracula stesso preferisse il soprannome ‘Draculea’: così egli si firmò in almeno tre   documenti dell’ultimo periodo della sua vita.
Nell’inverno 1436/37, Vlad Dracul divenne principe di Valacchia, per cui, insieme alla moglie e ai figli Vlad, Radu e Mircea, si trasferì a Tirgoviste. A dispetto degli impegni presi, Vlad Dracul si dimostrò molto rispettoso verso i turchi, ma questi, non fidandosi della sua lealtà, riuscirono a catturarlo, insieme ai suoi figli, nel 1442. L’anno seguente venne ristabilito sul trono, ma ad alcune condizioni: Dracul promise che non avrebbe partecipato ad alcuna azione di guerra contro il sovrano turco e, come pegno della sua fedeltà, fu costretto a lasciare presso i turchi i figli Vlad, di circa dodici anni, e Radu, di nove. Mentre Radu, divenuto il protetto di Mohammed e il candidato ufficiale al trono di Valacchia, venne liberato nel 1447, suo fratello rimase ‘ospite’ dei turchi fino all’anno successivo.
Non vi è dubbio che questo periodo di prigionia, in un’età in cui l’animo è impressionabile e il carattere si va formando, sia molto importante nel determinare la psicologia di Vlad Dracula. La continua consapevolezza del pericolo di essere assassinato, e quindi della scarsa importanza della vita, lo rese cinico. Riuscì a penetrare la mentalità dei turchi, da cui imparò l’uso del terrore, metodo del quale dovette servirsi con grande vantaggio nella sua futura carriera.
Nel frattempo suo padre, insieme al figlio Mircea e a Giovanni Hunyadi (forma italianizzata di Iancu de Hunedoara), voivoda di Transilvania e governatore di Ungheria, intraprese una campagna militare contro i turchi, ma venne sconfitto da Murad II il 10 novembre 1444 a Varna. Le accuse rivolte da Vlad Dracul, ma soprattutto dal figlio Mircea, all’indomani del conflitto, nei confronti di Giovanni Hunyadi, come responsabile del disastro, costarono la vita a entrambi. All’inizio del 1448, dunque, Hunyadi era padrone del destino politico della Valacchia e si sentiva abbastanza forte da tentare una nuova offensiva contro i turchi. Nella prima metà di ottobre, l’esercito cristiano aveva raggiunto l’altopiano conosciuto con il nome di Kosovo Polje o ‘piana dei merli’, dove i serbi avevano subito la storica sconfitta ad opera del sultano Baiazid nel 1339. Mentre Hunyadi stava preparandosi a riprendere l’avanzata, l’esercito turco sorprese quello cristiano e nei giorni 17, 18 e 19 ottobre 1448 ebbe luogo una seconda battaglia di Kosovo, che si risolse in una grave sconfitta per l’esercito ungherese.
Nel frattempo, il giovane Vlad non era rimasto in ozio. Approfittando dell’assenza di Hunyadi, invase la Valacchia alla testa di un esercito turco e andò semplicemente ad occupare il trono di Tirgoviste. Tuttavia l’altro pretendente al trono, Vladislav II, appartenente alla famiglia dei Danesti (tra l’altro parenti dello stesso Vlad), riuscì a cacciarlo. Dracula si rifugiò quindi in Moldavia, dove regnava il cognato e amico del padre Bogdan II. Suo figlio Stefano (il futuro Stefano il Grande), legò una salda amicizia con il cugino, che rimase in Moldavia fino all’assassinio di Bogdan, nel 1451.
Nel 1453, Costantinopoli cadde in mano ai turchi, e l’Impero d’oriente si sgretolò; le rimanenti nazioni cristiane tremavano al pensiero di una potenza infedele che si estendeva così vicino a loro. La Valacchia, che aveva nei confronti dei turchi l’obbligo di pagare un tributo, si trovava ora in prima linea.
Nel frattempo, Vlad si era rifugiato in Transilvania, presso Hunyadi, i cui rapporti col suo protetto Vladislav si erano intanto raffreddati. Nel 1456, Hunyadi muore di peste e Vladislav viene ucciso in una battaglia, forse proprio a opera di Vlad, il quale, nell’autunno di quello stesso anno, può finalmente salire al trono della Valacchia.  
I suoi nemici principali si trovavano ora all’interno del suo stesso regno. Si trattava di due classi molto privilegiate: i nobili boiardi (possidenti terrieri) e i mercanti. I boiardi erano abituati a sottovalutare il loro principe, non ascoltavano le sue richieste ed erano pronti ad appoggiare qualsiasi aspirante al trono che difendesse i loro privilegi. Il monito di Vlad fu terribile: dopo un banchetto in loro onore ne fece impalare una buona parte, sotto lo sguardo atterrito dei superstiti. Egli, inoltre, sapeva che tra i boiardi uccisi si trovavano anche i responsabili dell’assassinio di suo padre e di suo fratello.
L’economia della regione era controllata da mercanti e commercianti di discendenza sassone, i cui privilegi monopolistici risalivano alle colonizzazioni germaniche del XII e XIII secolo. Vlad confiscò i loro diritti commerciali e istituì misure protezionistiche per tutelare il commercio valacco.  
Nel 1459, si sentiva ormai così sicuro da sospendere il pagamento del tributo a turchi, guadagnandosi così le simpatie dei cristiani. Due anni dopo, si imbarcò in una crociata,  grazie alla quale riuscì a liberare tutti quei territori a sud del Danubio recentemente occupati dagli infedeli. Vlad, infatti, più che dichiarare la sua devozione a Cristo, voleva  rendere più sicuri i confini di quei terre al di là del fiume. Nel frattempo, però, i rinforzi chiesti alle altre potenze cristiane tardavano ad arrivare: Mattia Corvino, re d’Ungheria, non rispose, forse temendo la crescente autonomia del suo vicino, mentre Stefano il Grande, venendo meno a un vecchio patto di amicizia, addirittura lo attacca, sperando di impossessarsi prima dei turchi della città di Chilia (Licostomo), sul Basso Danubio.
Riuscito a sfuggire ai turchi, Vlad spera di trovare rifugio presso Mattia Corvino, il quale invece lo fece arrestare senza un’apparente ragione e lo tenne prigioniero dal 1462 al 1474. All’inizio fu rinchiuso nella fortezza reale di Buda, ma in seguito i rapporti tra i due si fanno più pacati e il carcere si trasforma in una sorta di residenza obbligata. Tuttavia, il prezzo che Vlad dovette pagare per il suo rilascio fu la rinuncia alla fede ortodossa e la conversione al Cattolicesimo. Nel novembre del 1476 riesce a reinsediarsi sul trono della Valacchia, ma trova la morte in una imprecisata località nei pressi di Bucarest nel dicembre di quello stesso anno, forse ucciso per sbaglio da uno dei suoi stessi soldati in un combattimento contro i turchi, o da un gruppo di boiardi suoi nemici.
La sua tomba, attualmente vuota, si trova in un isolotto del piccolo lago di Snagov, a 18 km da Bucarest, all’interno di un convento fondato da Vlad stesso. Circa la scomparsa del suo cadavere (privato, a quanto pare della testa, in quanto i turchi se ne impossessarono e la portarono al sultano come prova della sua morte), si sono fatte diverse ipotesi: la più probabile è che sia stato trafugato durante i lunghi periodi di incuria, in cui il monastero andò soggetto a saccheggi.
Dopo la sua morte,  resoconti delle sue atrocità (vere o esagerate) ispirate dai boiardi con l’intento di screditarlo, vennero diffusi in tutta Europa. I sassoni, gli ungheresi, i turchi e i russi avevano tutte le ragioni per dipingerlo come il più grande psicopatico della storia. Re Mattia Corvino, ad esempio, cercando un pretesto che giustificasse il suo non-intervento nella crociata, aveva buoni motivi per infangare la reputazione di Vlad, in modo da poter anche giustificare il suo imprigionamento. Grazie all’invenzione della stampa, vennero stampati molti libelli diffamatori (soprattutto in Germania), i quali, pare, si vendevano più della Bibbia. Nel 1558, con la traduzione inglese della Cosmographica di Sebastian Munster, l’eco delle gesta di Vlad Tepes raggiunse anche la Gran Bretagna. Sfortunatamente, l’immagine del voivoda non poteva essere difesa dalla sua stessa gente, in quanto la stampa valacca era molto indietro rispetto a quella europea. Dopo un lungo periodo di oblio, il suo nome tornò di nuovo agli onori della cronaca prima grazie al romanzo di Bram Stoker, poi in concomitanza con la nascita della Repubblica Socialista Rumena, la quale era alla ricerca di eroi nazionali che potessero legare la nazione al suo passato. Egli è oggi considerato una sorta di Robin Hood, che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, combatteva per la libertà e aveva eliminato quasi ogni forma di crimine. E’ visto come un padre fondatore della patria e i suoi eccessi vengono ridimensionati, considerando anche la crudeltà del periodo in cui si trovò a vivere. Per lungo tempo, in Romania l’accostamento di Vlad Tepes con il Dracula letterario è stato ignorato e tutt’oggi è mal sopportato.

sabato 16 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1944 George Stinney Jr., 14 anni, fu giustiziato per avere ucciso due bambine nella Carolina del Sud, dove erano in vigore norme sulla segregazione razziale.
Appena lo hanno sollevato per legarlo alla sedia elettrica i boia si sono accorti che era così piccolo e magro che non riuscivano neanche a stringere i lacci di cuoio sulle braccia e  a sistemare gli elettrodi lungo il corpo. Pesava 40 chili ed era alto poco più di un metro e mezzo. Così hanno dovuto mettergli alcune copie della Bibbia sotto il sedere finché non hanno trovato la posizione giusta per farlo morire come si deve.
Anche la maschera che abitualmente copre il volto dei condannati era troppo grande e larga, durante l’esecuzione è caduta giù più volte, mostrando ai 40 testimoni che assistevano al supplizio, tra cui i parenti delle vittime, le orribili smorfie di chi sta morendo tra atroci sofferenze sotto delle scariche elettriche a oltre 2500 volt. Quando è stato giustiziato dallo Stato del South Carolina, George Julius Stinney aveva appena 14 anni: è il più giovane condannato a morte nella storia recente degli Stati Uniti. Le poche immagini che circolano oggi in rete mostrano il viso di un bambino afroamericano dallo sguardo triste e rassegnato, diventato il simbolo della feroce persecuzione giudiziaria subita dai neri d’America.
Erano le 19 e 30 del 16 giugno 1944 quando il medico del penitenziario di Columbia registra il decesso del condannato per arresto cardiaco. Dopo settanta anni la giustizia Usa recita finalmente il mea culpa: il giudice Carmen Mullen infatti il 17 dicembre 2014 ha annullato la condanna, ritenendo il processo una farsa crudele in cui sono stati violati i diritti elementari dell’imputato sanciti dalla Costituzione: «L’esecuzione di George Stinney è la più grande ingiustizia che io abbia mai visto nella vita», ha commentato Mullen con i media. Il processo avvenne mentre il paese viveva in un odioso clima di segregazione razziale in uno Stato tra i più intolleranti e giustizialisti nei confronti della comunità nera vittima di pregiudizi e discriminazioni quotidiane. Stinney fu accusato dell’omicidio di due bambine bianche di 7 e 11 anni, Mary Emma Thames e Betty June Binniker, trovate in un fossato non distante dalla sua abitazione con segni di violente percosse alla testa con fratture profonde, a poche centinaia di metri fu rinvenuta una sbarra di ferro, con ogni probabilità l’arma del delitto.
Com’è possibile che un ragazzo così esile abbia potuto commettere un crimine talmente brutale? Ma George è stata l’ultima persona a vederle vive il giorno prima dell’omicidio. Abitavano a Alcolu, un sobborgo operaio nella contea di Claredon dove i quartieri dei bianchi e dei neri erano separati dai binari della ferrovia. Le due bambine erano uscite di casa per raccogliere dei fiori e avevano attraversato il giardino degli Stinney con la bicicletta scambiando due parole con George. Questa è la ”prova” nelle mani degli investigatori e rimarrà l’unica fino al giorno della condanna. Dopo una sbrigativa indagine la polizia non perde tempo convinta di aver trovato il colpevole perfetto, si precipita nell’abitazione del ragazzino e lo arresta davanti gli occhi increduli dei genitori. La notizia occupa le prime pagine dei giornali locali con titoli da Ku Klux Klan, il padre viene licenziato su due piedi dalla segheria dove lavorava mentre tutta la famiglia è costretta a lasciare la città per paura di linciaggi e rappresaglie lasciando George completamente abbandonato a se stesso nei suoi 80 giorni di prigionia.
Il giudice che si occupò dell’affare negò ai familiari persino la possibilità di testimoniare in suo favore: «La corte reputò una cosa normale separare un bambino dai propri genitori e approfittare della sua giovane età per ottenere una sentenza di condanna a tutti i costi» spiega Mullen, sottolineando come gli avvocati che gli furono assegnati d’ufficio non fecero praticamente nulla per smontare un impianto accusatorio del tutto inconsistente e non chiamando nessun testimone. In carcere George viene costretto a confessare l’omicidio di Mary e June, ma di quella confessione non è mai stata trovata traccia in un nessun verbale scritto, lo stesso imputato ha poi negato di essersi mai accusato del delitto. Come durante l’autopsia non è stata trovata traccia di violenze sessuali sui corpi delle bambine, violenze in un primo momento evocate nel rapporto delle forze dell’ordine.
Il processo fu naturalmente una farsa, durò due ore e mezza, la giuria composta da soli bianchi ci mise meno di dieci minuti per spedire il 14enne diritto verso la sedia elettrica: «Che Dio abbia pietà della sua anima», le lapidarie parole pronunciate dal giudice Phillip Henry Stoll. Alcune organizzazioni umanitarie protestarono con il governatore del South Carolina Olin Dewitt Talmudge che rifiutò di accordare la grazia a Stinney. «Avrei voluto che mia madre e mio padre fossero ancora qui per poter vivere questa giornata in cui è stata ristabilita la giustizia, mio fratello è stato ucciso senza alcuna ragione, era troppo giovane e non gli hanno dato alcuna chance», dice visibilmente commossa la sorella Amie Ruffner contattata telefonicamente dal sito di informazione Wtlx.com. La vicenda di George Julius Stinney è stata raccontata in Carolina Skeletons dallo scrittore David Stout che nel 1988 ha ricevuto il premio Edgard Allan Poe come migliore primo romanzo e nel film ”Un colpevole ideale” realizzato dal regista John Erman nel 1991.

venerdì 15 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1479 nasce a Firenze Lisa Gherardini, la dama ritratta da Leonardo nel celebre dipinto del Louvre.
Lisa Gherardini, conosciuta anche come Lisa del Giocondo o Monna Lisa, è nata a Firenze il 15 giugno 1479 ed è morta nel capoluogo toscano il 15 luglio 1542, all'età di 63 anni. La donna apparteneva a una nobile e antica famiglia, sin dall'anno Mille si trovano tracce dei Gherardini, aristocratici fiorentini esiliati nel veronese nel periodo delle lotte tra guelfi bianchi e guelfi neri nei primi anni del XIV secolo. Nonostante l'allontanamento dei Gherardini dalla Toscana, un ramo della famiglia rimase sempre a Firenze e quando nacque Lisa, nel 1479, la casata aveva perso gran parte dell'importanza che l'aveva caratterizzata nei secoli precedenti, restando comunque facoltosa. Lo stemma nobiliare dei Gherardini è molto antico, e nella sua forma originaria è 'di rosso, a tre fasce di vaio', anche se numerose rappresentazioni dell'arma, su carta o pietra, presentano sottili varianti.
Il padre di Lisa, Antonmaria Gherardini, era un ricco mercante che in terze nozze sposò Lucrezia del Caccia, la madre di Lisa. La famiglia possedeva molte proprietà nelle campagne toscane, oltre ad una casa in città, in via Sguazza, una traversa di via Maggio, dove sembra che avvenne il parto. Primogenita di sette bambini, Lisa aveva tre sorelle e tre fratelli; quando era ancora piccola la famiglia si trasferì nell'attuale via dei Pepi, nei pressi della Basilica di Santa Croce, a pochi passi dalla casa di Piero da Vinci, padre di Leonardo. Alla morte del padre Lisa andò a vivere dal nonno materno, Mariotto Rucellai, che aveva buoni rapporti con la potente famiglia Medici. Alcuni studiosi credono che Giuliano de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, avesse avuto una relazione amorosa con Lisa Gherardini, ma non è provato.
Il 5 marzo 1495 la quindicenne sposò, su decisione del nonno, il trentenne Francesco di Bartolomeo di Zanobi del Giocondo, un facoltoso mercante di seta, divenendo così la sua terza moglie. La dote della ragazza era composta da poco meno di duecento fiorini e da un'azienda agricola vicino alla casa di campagna di famiglia. Francesco e Lisa ebbero cinque figli, Piero, Camilla, Andrea, Giocondo e Marietta, delle due figlie femmine si sa che divennero suore cattoliche: Camilla prese il nome di suor Beatrice ed entrò nel convento di San Domenico di Cafaggio (oggi San Domenico del Maglio), e Marietta prese il nome di suor Ludovica presso il convento francescano di Sant'Orsola. Rimasta vedova ed essendo malata (il marito Francesco muore di peste nel 1538), Lisa trascorrerà l'ultima parte della propria vita nel convento, assistita dalla figlia suor Ludovica fino alla morte, che avverrà all'età di 63 anni, nel 1542.
A riprova di ciò, vi è un documento di morte e sepoltura rinvenuto dallo storico Giuseppe Pallanti nel registro dei decessi della Basilica di San Lorenzo (che faceva capo al convento femminile di Sant'Orsola), in cui si legge: "Donna fu di Francesco del Giocondo morì addì 15 di luglio 1542 sotterrossi in Sant'Orsola tolse tutto il capitolo". Oltre a ciò sono state ritrovate diverse carte dell'epoca riguardanti il padre Antonmaria e il marito Francesco. Il ramo toscano dei Gherardini si estinse nel 1743 con la morte di Fabio Gherardini, ultimo gentiluomo della famiglia in Toscana. Un anno prima di morire, nel 1537, il marito di Lisa aveva fatto testamento (siglato tra l'altro da Piero da Vinci, il papà di Leonardo) e aveva stabilito che, alla sua scomparsa, venisse restituita a Lisa la dote, il suo abbigliamento personale e i suoi gioielli. Riguardo alle cure riservate alla moglie, scrisse delle precise disposizioni alla figlia Ludovica e al figlio Bartolomeo: "Dato l'affetto e l'amore del testatore nei confronti di Mona Lisa, la sua amata moglie; in considerazione del fatto che Lisa ha sempre agito con uno spirito nobile e come una moglie fedele; sperando che a lei venga dato tutto ciò di cui ha bisogno."
Attorno al 1501 o 1502 Francesco del Giocondo chiese a Leonardo da Vinci di ritrarre sua moglie Lisa, almeno secondo quanto riportato da Giorgio Vasari nelle 'Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri', una cinquantina d'anni più tardi: "Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatevi, lo lasciò imperfecto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableo". In cinque secoli di storia, inutile sottolinearlo, sulla Gioconda è stato detto di tutto, intere schiere di studiosi hanno tentato di analizzarlo da un punto di vista artistico e non solo. A tutt'oggi è uno di quadri più 'copiati', discussi e amati del mondo. La cosa migliore è affidarsi alle 'lettere antiche' del Vasari, ancora una volta, e lasciarsi accompagnare tra le pieghe del dipinto dalle sue parole appassionate: "Avvenga che gli occhi avevano que' lustri e quelle acquitrine, che di continuo si veggono nel vivo; et intorno a essi erano tutti que' rossigni lividi et i peli, che non senza grandissima sottigliezza si possono fare. Le ciglia per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove più folti e dove più radi, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere più naturali. Il naso, con tutte quelle belle aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo. La bocca, con quella sua sfenditura con le sue fini unite dal rosso della bocca con l'incarnazione del viso, che non colori, ma carne pareva veramente. Nella fontanella della gola, chi intentissimamente la guardava, vedeva battere i polsi: e nel vero si può dire che questa fussi dipinta d'una maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice e sia qual si vuole. Usovvi ancora questa arte, che essendo Monna Lisa bellissima, teneva mentre che la ritraeva, chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni che la facessino stare allegra, per levar via quel malinconico, che suol dar spesso la pittura a' ritratti che si fanno. Et in questo di Lionardo vi era un ghigno tanto piacevole che era cosa più divina che umana a vederlo, et era tenuta cosa maravigliosa, per non essere il vivo altrimenti".

giovedì 14 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 giugno.
Il 14 giugno negli Stati Uniti è il Flag Day, il giorno che celebra e commemora l’adozione della bandiera, quella a stelle e strisce, che avvenne con una risoluzione votata il 14 giugno del 1777 nel corso del Secondo congresso continentale, la riunione dei rappresentanti delle tredici colonie britanniche del nord America. Il Giorno della Bandiera fu istituto dal presidente Woodrow Wilson nel 1916 e nel 1949 il Congresso promulgò una legge stabilendo che il 14 giugno diventasse il National Flag Day.
Il Giorno della Bandiera non è, tuttavia, un giorno di vacanza negli Stati Uniti. La bandiera viene festeggiata con iniziative e commemorazioni, ma si lavora normalmente come negli altri giorni feriali, fatta eccezione per lo stato della Pennsylvania, che a partire dal 1937 ha deciso di fare vacanza in questo giorno.
Sulla bandiera degli Stati Uniti ci sono storie che a volte declinano verso la leggenda. Proviamo a sfatare qualche mito sulla bandiera più conosciuta e riprodotta nella storia, dalle magliette alle tazze passando per le spille e le opere d’arte.
1. Betsy Ross ha realizzato la prima bandiera americana
Non è esattamente una nozione che si trova sui libri di storia, ma resta la leggenda più diffusa sulla bandiera: Betsy Ross, una cucitrice di Philadelphia al servizio di George Washington, nel 1776 sarebbe stata incaricata dal presidente in persona di progettare e realizzare quello che sarebbe diventato il simbolo degli Stati Uniti (con tanto di piccolo litigio tra i due sul numero di punte delle stelle, lui avrebbe voluto imporle a sei punte ma lei lo persuase sulle cinque).
La storia fu diffusa dal nipote di Betsy Ross, William Canby, quasi cento anni dopo, e a trarne maggior profitto fu il pittore e imprenditore Charles H. Weisgerber, che realizzò l’iconica immagine della donna al lavoro sulla bandiera: ma non fu mai presentata alcuna prova a sostegno di quella che diventò a tutti gli effetti una leggenda, anche se tuttora molto popolare. L’unica certezza è che la sarta Betsy Ross, effettivamente, cuciva bandiere negli anni Settanta del 1700.
2. Il rosso, blu e bianco della bandiera simboleggiano il sacrificio americano
Nessun documento ufficiale dà motivazione ai colori scelti per la bandiera, o vi attribuisce un significato particolare. Il segretario del Congresso Continentale, Charles Thomson, scrisse sul suo rapporto in occasione dell’approvazione della bandiera: «Bianco significa purezza e innocenza. Rosso resistenza e valore e blu… Significa vigilanza, perseveranza e giustizia.»
    Ma questi colori non hanno, né hanno mai avuto, alcun significato ufficiale. Gli storici sono convinti che l’uso di rosso, bianco e blu nella Stelle e strisce abbia semplicemente a che fare col fatto che le bandiere dei primi coloni usavano quei colori. E non c’è alcun dubbio sulla provenienza dei colori delle prime bandiere coloniali: sono gli stessi della Union Jack, la bandiera del Regno Unito.
3. Il “Pledge of Allegiance”, il giuramento di fedeltà alla bandiera, è stato per lungo tempo declamato dal Congresso e altre istituzioni governative
Il giuramento fu scritto nel 1892 per una celebrazione nelle scuole pubbliche della nazione in occasione del quattrocentesimo anniversario dello sbarco di Colombo, e sei anni dopo lo stato di New York fu il primo a imporlo come testo da recitare all’inizio di ogni giornata scolastica nelle scuole pubbliche. Questa abitudine fu assunta anche in altri stati e rimase tale fino al 1988, quando diventò un elemento dello scontro elettorale tra il democratico Dukakis (che come governatore del Massachussets si era opposto a introdurlo con una legge nel suo stato ritenendo la cosa incostituzionale) e George H. W. Bush. Nel settembre dello stesso anno, quando si inasprì lo scontro tra i due, il giuramento fu recitato per la prima volta nella Camera, e fu determinato che da quel momento in poi dovesse sempre aprire i lavori. Il Senato cominciò a recitare quotidianamente il giuramento solo nel 1999. Ora viene recitato in buona parte degli  enti pubblici.
4. È illegale bruciare la bandiera americana
Era illegale fino al 1989, quando la Corte suprema decretò durante un processo che bruciare la bandiera è una forma simbolica di discorso, e pertanto protetta dal primo emendamento. La decisione invalidò una legge nazionale sulla profanazione della bandiera e molte leggi simili in quarantotto stati (a fare eccezione erano Wyoming e Alaska). Nonostante l’approvazione da parte del Congresso del Flag Protection Act, un atto ufficiale di protezione della bandiera, la Corte Suprema lo bocciò nel 1990 sempre sulla base del primo emendamento. Da allora i tentativi da parte di vari movimenti di far approvare una legge costituzionale per rendere illegale la profanazione della bandiera sono stati e continuano ad essere innumerevoli: tutti respinti.
5. Non ci sono problemi nell’indossare una maglietta a stelle e strisce
Lo United States Flag Code, la legge che comprende le regole per l’esposizione della bandiera, non sembra essere molto favorevole all’utilizzo della bandiera per scopi commerciali. Le norme vietano formalmente di utilizzarla sui prodotti allo scopo di fare pubblicità, richiamare l’attenzione o avere funzione decorativa.
    In altre parole, quando indossi una maglietta o un cappellino mentre sei steso su un asciugamano con la bandiera Americana vicino alla tua sedia da campeggio, stai violando il Flag Code. Il codice, che fu preparato nel corso della prima National Flag Conference di Washington nel 1923, fa parte delle leggi dello Stato. Tuttavia non è applicato, e non è applicabile. È solamente un insieme di linee guida, che consentono agli americani di sapere che cosa fare – e che cosa non fare – con l’emblema rosso, bianco e blu.


mercoledì 13 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno 1886 Re Ludovico II di Baviera viene trovato morto nelle acque del lago Starnberg.
Ludwig, un uomo dall’infelice destino. E pensare che sarebbe potuto essere la stella più brillante nel firmamento della corte bavarese. Era bello, intelligente, sensibile e, quel che più conta, era re. Eppure un mostro insaziabile gli divorava l’anima. La pazzia? Il fardello dell’omosessualità in quell’epoca di esasperato moralismo? La sua sensibilità fortemente eccentrica che lo portò a sperperare i beni dello Stato causando lo sconcerto dei ministri e la propria rovina?
 La vita di Ludwig e la sua morte restano entrambe un mistero. Nessuno è mai riuscito a decifrare pienamente l’universo mentale del Märchenkönig (re delle favole), come lo chiamano i Bavaresi. Fu davvero pazzo? Il suo medico lo disse paranoico, gli psichiatri odierni parlano di personalità schizoide. Ludwig appena ventenne guarda con occhi sognanti dal ritratto ufficiale che gli fece il pittore Ferdinand von Piloty. Il leggero sorriso un po’ melanconico, il gran ciuffo di folti capelli scuri spartiti sulla fronte e la figura alta, slanciata (il re misurava 1.93 di altezza). Non fissa l’osservatore, il giovane Ludwig. Il suo sguardo si perde chissà dove, in un punto indefinito e lontano.
 Era nato il 25 agosto 1845 poco dopo mezzanotte nel castello di Nymphenburg (oggi un quartiere di Monaco di Baviera), dall’unione di due sovrani di bell’aspetto: il principe Massimiliano II e la principessa Maria. Del resto anche suo nonno Ludovico I era stato un uomo di solare bellezza. Non per nulla questo donnaiolo, consapevole del proprio fascino, aveva collezionato avventure con numerose amanti. Tra le sue conquiste: la conturbante ballerina spagnola Lola Montez, una celebrità dell’epoca.
 E se il piccolo Ludwig era nato un 25 agosto come il nonno da cui ereditò il nome, la sua data di nascita coincise con un ulteriore episodio della storia europea: la morte di un altro celebre Ludovico, Louis IX re di Francia. Questi era stato santificato dalla Chiesa per la sua religiosità che rasentava il bigottismo ed è ricordato nella storia francese come il portatore di un secolo d’oro. Segni del destino? Sembrava che la sorte promettesse al bimbo Ludwig una vita speciale, che volesse fare di lui un sovrano unico, ineguagliabile. Forse per questo i genitori lo educarono in modo più che rigoroso.
 Di certo al piccolo Ludwig mancò il loro amore. Massimiliano e Maria furono sempre freddi e distanti nei suoi confronti. Così, passando da una bambinaia all’altra, da un precettore a un maestro di scherma, Ludwig crebbe insieme con il fratello minore Otto nel bel castello di Hohenschwangau e cercò le prime gioie altrove, tra i dipinti mitici e gli arazzi istoriati che narravano le saghe nordiche degli eroi. La letteratura lo affascinò sin da ragazzino, si sentiva a suo agio in un  mondo fantastico.
 Nel 1848, alla morte del nonno Ludovico I, suo padre il principe Massimiliano divenne re, e il bambino a sua volta principe della Corona. Poi, quando nel 1864 anche Massimiliano abbandonò questo mondo, il giovane Ludwig si trovò dalla notte al giorno sul trono della Baviera. Era divenuto re a soli 18 anni di età. Da quel momento iniziò l’epoca dell’arte, della glorificazione della musica, dei progetti architettonici più azzardati e dei perenni cantieri di costruzione ovunque, nonché dello sperpero del denaro di Stato.
 Innanzitutto Ludwig finanziò abbondantemente il compositore e amico Richard Wagner, il quale confezionava un’opera dopo l’altra in onore del re. Questo suo fanatismo per Wagner, che nel frattempo grazie alle elargizioni di corte conduceva una vita principesca, raggiunse un punto tale che Ludwig si vide costretto dal suo stesso entourage ad allontanare il compositore dalla Baviera. Si temevano le proteste sempre più serrate della popolazione non molto entusiasta delle spese esagerate a proprio danno. La decisione non fu però causa di rottura dei rapporti amichevoli tra i due. Anzi, possiamo dire che Wagner approfittò fino all’ultimo dei favori del monarca.
 Ma le maggiori spese erano causate dalla smania di costruzione di Ludwig che non riguardava edifici di uso pubblico, né migliorie apportate alla struttura cittadina sulle orme del nonno e del padre, bensì castelli a uso privato. Castelli da favola: questi edifici eretti nel cuore della natura sono oggi famosi e meta continua di turisti giunti da tutto il mondo: Linderhof, Herrenchiemsee e poi il grandioso Neuschwanstein, che rimase incompiuto.
 Alla politica, invece, Ludwig non sembrò interessarsi più di tanto. Di certo il re non fu amante della guerra e cercò sempre di mantenere una posizione pacifica e relativamente neutrale anche durante i conflitti fra Prussia e Austria. Alla fine, pressato dai suoi ministri, si schierò dalla parte dell’Austria, ma questo era tutto. Mentre i ministri si occupavano di trattative e strategia militare, lui se ne andava in Svizzera a incontrare l’amico Wagner. Intanto la Baviera uscì sconfitta dal conflitto armato e dovette pagare ai Prussiani un risarcimento di ben 30 milioni di fiorini d’oro.
 Per tutta la sua vita Ludwig fu tormentato dalle inclinazioni omosessuali che, soprattutto in quel secolo bigotto, non potevano che creargli dei problemi. Molto presto si rese conto di non provare nessuna attrazione per il sesso femminile e la successione al trono si presentò come il primo problema da affrontare una volta divenuto re. Era necessario avere un erede maschio. Ludwig accondiscese al matrimonio con la graziosa cugina Sophia, sorella dell’Elisabeth imperatrice d’Austria ormai più nota come la Sissi dell’omonimo film con Romy Schneider che come personaggio storico.
 Si annunciò quindi il fidanzamento fra i due, poi l’imminente matrimonio. Ma Ludwig non riuscì a compiere l’ultimo passo. Continuamente rimandava la data di nozze, finché non se ne fece più nulla. Sembra che la sua omosessualità non fosse l’unico scoglio. Secondo lo studio recente dello psichiatra e neurologo Heinz Häfner, si nascondeva qualcos’altro oltre la cortina di segreto di cui il giovane re amava circondarsi. Ludwig usò violenza a dei suoi soldati, costrinse giovani servitori a prestazioni sessuali per soddisfare le proprie voglie. A ciò si aggiunge la stima sospetta dello scrittore austriaco Leopold von Sacher-Masoch (dal cui nome deriva il termine masochismo) nei suoi confronti. Questi disse di considerare Ludwig un’anima gemella.
 Tra fallimenti politici, costruzioni da megalomane e l’idea folle di organizzare un complotto che portasse alla caduta dei suoi ministri in Baviera per poter poi fondare un regno nuovo nelle Isole Canarie (sic), la vita di questo re in bilico fra operetta e tragedia iniziò a perdersi nella solitudine. Ludwig era sempre più triste, sempre più grasso e sempre più sdentato. Appena quarantenne, il re era già distrutto da vizi e follia.
 Le sue relazioni fugaci con i giovani amanti finivano male, lo Stato sull’orlo della bancarotta protestava e i suoi debiti personali aumentavano a vista d’occhio, tanto che a un certo punto si vide costretto a interrompere i progetti di costruzione. Di pari passo con le stranezze di Ludwig, si palesava ormai con estrema chiarezza anche la malattia mentale di suo fratello Otto. Evidentemente gli strategici matrimoni fra consanguinei, che sembrano essere stati una prassi normale nella dinastia dei Wittelsbach, recavano i loro frutti amari.
 Nell’aprile 1886 la cassa privata del re era vuota. Ma Ludwig non intendeva ridimensionare la sua vita e si rivolse al rigoroso cancelliere di Stato Otto von Bismarck, affinché gli facesse pervenire l’ingente somma – 6 milioni di marchi – che i suoi ministri gli avevano negato. Forse fu questa la goccia che fece traboccare il vaso. I ministri ne avevano abbastanza di Ludwig. Si decise per l’interdizione. L’8 giugno 1886 i medici Bernhard von Gudden, Friedrich Wilhelm Hagen, Hubert von Grashey e Max Hubrich, tutti luminari dell’epoca, stilarono una perizia psichiatrica sulle condizioni mentali del re. Senza tentennamenti e con una velocità che rasentava l’impossibile, tutti i medici di comune accordo dichiararono che il sovrano era malato di mente e diagnosticarono un’inguaribile paranoia. Il 9 giugno Ludwig fu interdetto, sospeso dalla carica di governante del regno. E qui comincia il mistero.
 Lo storico Herrmann Rumschöttel afferma che Ludwig era negli ultimi anni  molto depresso e pensava al suicidio. Più che comprensibile, se si considera la situazione in cui viveva il re dopo l’interdizione. Si era visto chiudere definitivamente il rubinetto dei soldi e, come se non bastasse, imprigionare nel castello di Berg, sul lago di Starnberg, dove viveva in libertà vigilata, sempre scortato da medico e infermieri.
 Proprio il castello di Berg, con lo splendido paesaggio lacustre circondato dalle montagne, fu lo scenario della sua fine. Ludwig era giunto all’ultimo atto di quell’opera tragica e difficilmente comprensibile che fu la sua vita. La sera del 13 giugno 1886, alle 18.00 di sera, il re uscì a fare una passeggiata lungo il lago insieme con il suo medico, il dottor von Gudden. Una passeggiata da cui non avrebbe fatto più ritorno. La cosa strana è che proprio quella sera il medico disse al personale del castello di voler uscire da solo con il re, mentre di solito i due si allontanavano soltanto se accompagnati dagli infermieri.
 Il dottore e il suo paziente intendevano ritornare alle 20.00, per l’ora di cena. Ma nessuno li vide arrivare. Era piovuto, quella sera. Si pensò che i due, sorpresi dalla pioggia, avessero cercato rifugio da qualche parte, che fossero in ritardo per questo. E si attese ancora. Niente. Poi si decise di mandar fuori dei gendarmi e tutti gli uomini a disposizione nel castello, muniti di lanterne, per scandagliare le rive del lago. Verso le 22.00 uno dei cortigiani vide il mantello e un altro indumento del re galleggiare sulle acque scure. Mezz’ora dopo si scoprì il cadavere di Ludwig. Non solo il suo. A circa 25 passi dalla riva del lago galleggiava anche il corpo senza vita del dottor von Gudden. L’orologio da tasca del re, a causa dell’infiltrazione d’acqua, si era fermato alle 18,45. Quello di von Gudden segnava le 20,10.
 La versione ufficiale parlò di suicidio del re per annegamento con conseguente morte accidentale del medico, avvenuta nel tentativo di salvare a Ludwig la vita. Il 15 giugno la salma del re fu trasportata a Monaco, alla Residenza, dove ebbe luogo l’autopsia. Quella mattina, ben 13 medici esaminarono il corpo di Ludwig. I risultati non furono resi pubblici, perlomeno non in modo completo. Poi il re fu imbalsamato, un’operazione che durò fino alle otto di sera, deposto nella bara e portato nella cappella di palazzo dove rimase per tre giorni. Il 19 giugno ci fu a Monaco la grande cerimonia funebre con deposizione della bara nella cripta dei regnanti, situata nella chiesa monacense di San Michele. Il cuore di Ludwig invece, fu preventivamente rimosso e deposto il 16 agosto nella Gnadenkapelle di Altötting.
 Tuttavia l’enigma della morte del re e del suo medico rimane. Tanto più che in occasione di una mostra imperniata sulla vita e il lavoro di Bernhard von Gudden, corifeo della psichiatria tedesca ottocentesca, organizzata nel convento bavarese di Benediktbeuern, è stata esposta anche la sua maschera mortuaria. E questa evidenzia una grossa tumefazione sopra l’occhio destro, così come dei graffi sul naso. Elementi che potrebbero indicare una lotta del medico negli ultimi istanti prima della morte.
 Il mistero della morte di Ludwig affascinò per anni lo storico dell’arte Siegfried Wichmann e lo portò, nel 2007, a scrivere il libro Die Tötung des Königs Ludwig II von Bayern (L’assassinio di re Ludwig II di Baviera). Il suo interesse nacque nel 1967, quando gli fu mostrato uno schizzo di dipinto ottocentesco che rappresentava i volti di tre uomini. Due di essi riflettevano un’espressione di profonda disperazione, mentre il terzo volto nel mezzo – occhi chiusi e bocca spalancata – era quello di un morto: Ludwig. Wichmann fu stupito di vedere che il re perdeva sangue dalla bocca. Ma se era annegato?
 Si trattava davvero del ritratto di Ludwig? Sì, perché dietro la tela erano stati riportati i nomi dei tre personaggi: Schleiss von Löwenfeld, Hornig e Ludwig II. Inoltre  il quadro era stato realizzato dalla mano di Hermann Kaulbach, il pittore ufficiale del re. Esaminando attentamente la tela, lo storico tedesco giunse alla conclusione che Kaulbach, noto per essere sempre armato di pennello e colori ovunque andasse, doveva aver eseguito lo schizzo sul posto, vale a dire poco dopo l’accaduto. Il primo pensiero di Wichmann, alla luce delle sue esperienze di guerra, fu per la bocca piena di sangue del re. Tale elemento gli suggeriva che Ludwig fosse stato colpito da arma da fuoco nei polmoni.
 Analizzando minuziosamente l’accaduto di quella tragica sera, Wichmann immaginò la scena seguente: lo psichiatra von Gudden aveva condotto Ludwig al lago con la chiara intenzione di eliminarlo per conto dei ministri. Una volta giunti alla riva, lo sparo (o gli spari) del medico colpì il re ai polmoni, uccidendolo. Ma mentre tentava di eliminare le proprie tracce dal luogo del delitto, von Gudden fu sorpreso dagli amici di Ludwig e ci fu una lotta, in seguito alla quale il medico morì strangolato. Wichmann è convinto che i soccorritori di Ludwig fossero Hornig e Schleiss von Löwenfeld accompagnati dal pittore Kaulbach e che i tre intendessero aiutare il re a fuggire da Berg. Purtroppo erano arrivati troppo tardi.
 Ma Wichmann non è il solo a dubitare della versione ufficiale dei fatti. Il giornale Der Spiegel riportava nel 2007 la testimonianza del banchiere monacense Detlev Utermöhle. Questi affermò di aver visto insieme alla madre qualcosa di stupefacente. In un palazzo di Nymphenburg, dove abitava la contessa Josephine Wrbna-Kaunitz loro amica, i due ebbero modo di vedere di persona  il mantello di Ludwig. Il cimelio veniva gelosamente conservato dalla contessa in una cassapanca e sarebbe stato indossato dal re proprio la sera della sua morte. Presentava due fori prodotti da un’arma da fuoco. All’epoca Detlev era un ragazzino di 10 anni, ma la cosa lo colpì particolarmente, gli rimase impressa nella memoria. Inoltre il banchiere possiede un documento scritto dalla  madre che, altrettanto impressionata, decise di mettere nero su bianco l’importante episodio del mantello. Dunque lo storico Wichmann ha ragione? Purtroppo la contessa Wrba-Kaunitz morì nel 1973 vittima di un incendio e, nel trambusto dopo la sua morte, l’indumento andò perduto.
 A tutti questi elementi, senza dubbio interessanti, si contrappone il silenzio della famiglia Wittelsbach, che presenta ancora oggi la strana morte del celebre antenato come suicidio per annegamento. Rifiuta di mostrare documenti che forse potrebbero aiutare a far luce sull’enigma. Ai ricercatori che da anni si premurano di ricevere un permesso di esumazione della salma di Ludwig per poter far eseguire un nuovo esame patologico con l’aiuto della tomografia computerizzata, i Wittelsbach rispondono con un rifiuto.
 Bisogna accontentarsi dell’autopsia eseguita poco dopo la morte del  re il cui referto medico però, a detta del patologo berlinese Volkmar Schneider, è estremamente impreciso. In questo referto mancherebbe qualsiasi indicazione di morte per annegamento. Schneider osserva che non si parla mai di schiuma nella bocca o nel naso, e nemmeno di acqua del lago presente nei polmoni. Non c’è, ovviamente, neanche nessun accenno a delle ferite di arma da fuoco. Ma se vogliamo accettare la teoria del complotto e della morte programmata, è chiaro che i mandatari non avrebbero mai permesso ai medici di riportare su carta degli indizi così compromettenti. Forse preferirono semplicemente tacere, senza profondersi in dettagli falsi, inventati.
 Restano, tra le voci dei primi testimoni, quelle di alcuni pescatori del lago, che dissero di aver udito degli spari di arma da fuoco provenire dalla riva. Ma alla fine di quell’Ottocento fin troppo moralista e rispettoso della memoria dei re, nessuno ha voluto prendere in seria considerazione le loro parole di popolani. E poi, diciamolo pure: a un re triste che sempre si circondò di un’aura di romantico segreto, si adatta di più l’immagine di un suicidio nel lago. Ricordiamo Ludwig così, nella luce irreale di una sera piovosa di giugno, mentre s’immerge nell’acqua avvolto nell’ampio mantello. Lo vediamo di spalle, una sagoma alta e solitaria. Il suo medico rimane nell’ombra.

martedì 12 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 giugno.
Il 12 giugno 1983, a Bologna, muore assassinata Francesca Alinovi, 35 anni, ricercatrice del DAMS.
Giugno 1983, c’è un clima strano in giro. I governi italiani sono sempre ballerini, e fin qui nessuna novità, il terrorismo non è ancora debellato e la mafia ha ucciso il generale Dalla Chiesa con moglie e guardia del corpo (una sola) l’anno prima.
Innanzitutto, cos’è il DAMS ? E’ il dipartimento di lettere relativo alla specializzazione musica, arti e spettacolo, fortemente voluto dal semiologo Umberto Eco, a Bologna, studiato sul modello della U.C.L.A di Los Angeles. All’inizio attira molti studenti, ma, obietterà per esempio Roberta Manfredi (figlia del celebre Nino), che aveva provato a frequentarlo, era un posto da cui “tenersi alla larga”. Perché?
Nulla di strano: il contesto, secondo molti, risente ancora degli anni settanta, l’impostazione è libertaria, girano tipi eccentrici, molta droga, poca disciplina, occupazioni facili, non sembra un sito adatto a chi voglia davvero studiare, ad acquisire una laurea “seria”. Tuttora, sul sito della facoltà viene dichiarato esplicitamente che lo sbocco professionale è praticamente equiparabile a quello delle lauree umanistiche, cioè vicino allo zero, e la frequentazione è desiderabile solo per motivi da pescare nell’amore infinito e disinteressato, tipicamente italiano, per la cultura.
Francesca Alinovi, nata a Piacenza nel 1948, era una critica d’arte, nonché una docente fuori dalle righe, almeno per i canoni tradizionali. Bella, di aspetto dark che poteva fare scena ma apparire anche inquietante (esiste una sua foto con Basquiat), frequentava la Grande Mela, dove appoggiava la corrente pittorica enfatista, che desiderava lanciare anche in Italia. Viveva nel centro storico di Bologna e frequentava ambienti disparati e poco allineati, personaggi rimasti misteriosi, come un certo “turco”, che qualcuno vorrebbe semplicemente essere stato il suo pusher preferito, mentre altri indicheranno come suo possibile assassino.
Siccome però il suo diario, e i suoi amici, parlavano di Francesco, quando la donna fu trovata assassinata a coltellate nel suo appartamento, il 15 di giugno 1983 appunto, gli inquirenti andranno subito a cercarlo. Cognome, Ciancabilla, originario dell’Abruzzo, era intimo della prof, suo pupillo come pittore di belle speranze.
Lei ne era invaghita, ma pare che non fosse mai riuscita a concretizzare un rapporto intimo con il giovane allievo. Molti riferirono che la donna non apriva a sconosciuti ed era solita affacciarsi alla finestra per vedere prima chi suonava al citofono, quindi il colpevole doveva essere stato qualcuno della sua cerchia. Apparve strano che non si fossero sentiti rumori o notati strani movimenti, poiché in via del Riccio, teatro del crimine, le abitazioni sono molto ravvicinate e le finestre erano aperte per il caldo, ma non si trovò nessuno che avesse un minimo contributo da offrire in veste di testimone oculare o almeno “auricolare”, vista l’efferatezza dell’atto, che non doveva essere durato poco. Sullo specchio di una finestra, si rinvenne una strana scritta “Your’ not alone, any way”, (la forma corretta è: “You’re not alone anyway”) che amici, ospiti giorni avanti della casa, sostennero non aver notato. In realtà era opera di un altro conoscente della vittima, il cui alibi lo fece uscire subito dall’indagine.
Non fu la sola morte violenta a Bologna, in quel periodo, e si parlò subito di un mostro, ipotesi nel tempo tramontata come le speranze di risolvere i casi, tranne questo. O meglio, la giustizia italiana credette di inchiodare Francesco Ciancabilla, per una serie di ragioni, a sentir le quali oggi coglie molta stanchezza. Anche se non esistevano RIS e analisi sofisticate del DNA, si ricorse per esempio all’orologio della Alinovi, bloccato su un orario preciso, ma poiché lo recuperarono dai parenti che se l’erano nel frattempo ripreso, pare che non fosse una gran prova per ricostruire il momento del delitto.
Restavano l’alibi traballante del giovane artista, l’ambiente un po’ lisergico dei due, e anche la modalità dell’omicidio: un solo colpo mortale, e gli altri, sulla parte destra del corpo, inferti quasi con mollezza, tanto che si pensò a un gioco erotico finito male tra due persone che, pur nella gaudente Bologna e in ambiente artistico, proprio stabili non sembravano, in base a criteri borghesi…
Ciancabilla venne assolto in primo grado, in appello invece condannato, ma tra l’uno e l’altro fece perdere le sue tracce (un déjà vu che disturba parecchie cronache del genere e solleva interrogativi regolarmente irrisolti). Vagò tra Brasile e Spagna e fu riconosciuto, dicono, da un turista italiano di passaggio mentre esponeva delle sue opere, verso la fine degli anni novanta, estradato e tradotto in carcere.
Giorni dopo il delitto, verrà arrestato Enzo Tortora e sparirà la ragazzina vaticana Emanuela Orlandi. Certamente si tratta di casualità, concomitanze imprevedibili…che però fecero subito calare l’interesse verso il caso bolognese, sigillato per sempre come evento tipico di un ambiente “off”, che nel nostro paese, perbenista e timoroso delle diversità, non trova espressione pubblicitaria adeguata, né visibilità mediatica.
Ciancabilla, tornato un uomo libero, ha fatto parlare nuovamente di sé all'inizio del 2015, quando allestì proprio a Bologna una mostra di sue opere, alcune delle quali ritraevano Francesca.

lunedì 11 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno 1456 nasce Anne Neville, futura regina d'Inghilterra.
Il padre di Anne, Richard Neville, conte di Warwick, detto "il creatore di Re", era un nipote della moglie del Duca di York, Cecily Neville. Divenne ricco e potente sposando Anne Beauchamp; non ebbero figli maschi, solo due femmine, di cui Anne era la minore. Queste figlie avrebbero ereditato una fortuna, perciò il loro matrimonio era particolarmente importante nel gioco dei matrimoni reali.
Nel 1460 il padre di Anne e suo zio, Edoardo, Duca di York, sconfissero Enrico VI a Northampton, segnando l'inizio della Guerra delle Due Rose. Nel 1461 Edoardo fu proclamato Re d'Inghilterra col nome di Edoardo IV. Sposò Elizabeth Woodwille nel 1464, cogliendo di sorpresa Warwick, che aveva in mente un matrimonio più vantaggioso per sé.
Nel 1469, Warwick si ribellò ad Edoardo e ai seguaci di York, unendosi alla causa dei Lancaster e battendosi per il ritorno di Enrico VI. La moglie di Enrico ed ex regina, Margherita d'Angiò, guidava i seguaci dei Lancaster dalla Francia. Warwick diede in sposa la sua figlia maggiore, Isabel, a George, Duca di Clarence, un fratello di Edoardo IV, cosicché questi lasciò la causa degli York per unirsi a quella dei Lancaster.
L'anno successivo Warwick, per convincere Margherita a fidarsi di lui (essendo stato a fianco di Edoardo IV per detronizzare Enrico VI), diede in sposa la figlia Anne al figlio ed erede di Enrico VI, Edoardo di Westminster, che era stato Principe di Galles quando suo padre era re; Margherita ed Edoardo di Westminster invasero l'Inghilterra, Edoardo IV scappò in Borgogna.
Clarence tornò sui suoi passi e si riunì ai fratelli di York, essendosi convinto che, col matrimonio di Anne ed Edoardo di Westminster, il conte di Warwick non aveva alcuna intenzione di adoperarsi perché lui diventasse re. Il 14 aprile si ebbe la battaglia di Barnet, nella quale ebbe la meglio la fazione di York, e in cui trovarono la morte sia il padre di Anna che un suo fratello, John Neville. Successivamente, il 4 maggio, gli Yorkisti ebbero la meglio anche nella decisiva battaglia di Tewkesbury sulle forze di Margherita; il giovane marito di Anne, Edoardo di Westminster, rimase ucciso nella battaglia o poco dopo. Morto il suo erede, gli Yorkisti uccisero Enrico VI pochi giorni dopo. Anne venne imprigionata da Edoardo IV, vittorioso e di nuovo sul trono.
Il conte di Warwick, quando ancora era nella fazione di York, aveva tentato di far sposare la sua giovane figlia Anne al più giovane fratello di Edoardo IV, Richard, Duca di Gloucester. L'altro fratello di Richard, George, Duca di Clarence, era già sposato con la sorella di Anne, Isabel Neville. Richard e Anne erano primi cugini, come lo erano George e Isabel, tutti discendenti da Ralph di Neville e Joan Beaufort (Joan era figlia di John di Gaunt, duca di Lancaster, e Katherine Swynford). Non avendo avuto figli maschi, tutti i preziosi titoli e le terre di Warwick sarebbero andati alla sua morte ai mariti delle figlie.
George di Clarence cercò di impedire il matrimonio della sorella di sua moglie con suo fratello. La probabile motivazione era l'intenzione di non dividere l'eredità della moglie col fratello. Anche Edoardo IV si oppose al matrimonio. Clarence tentò di prendere Anne al suo servizio, per controllarla. Ma in circostanze non chiare Anne scappò e sposò Richard, duca di Gloucester, nel giugno 1472, dopo solo un anno di vedovanza. A 16 anni era già orfana, vedova di un marito e sposa in seconde nozze.
Nel 1476 Isabel morì dando alla luce il suo quarto figlio, che non sopravvisse ugualmente; due anni più tardi Clarence fu mandato a morte per una nuova ribellione contro suo fratello Edoardo IV, ed Anne si fece carico dei due figli superstiti della sorella (una di essi, Margaret Pole, fu mandata a morte molto dopo, nel 1541, da Enrico VIII).
Quando Edoardo IV morì nel 1483, il suo figlio minore Edoardo divenne Edoardo V. Ma il giovane principe non venne mai incoronato: fu affidato alla protezione di suo zio, Riccardo di Gloucester, marito di Anne. Il principe Edoardo e il suo giovane fratello vennero portati alla Torre di Londra, dove scomparvero, probabilmente uccisi, sebbene non sia chiaro.
Per lungo tempo circolarono storie secondo le quali Riccardo III era responsabile della morte dei suoi nipoti, i "principi nella Torre", per eliminare rivali alla sua corona. Anche Enrico VII, il successore di Riccardo, aveva un movente per ucciderli, qualora fossero sopravvissuti al regno di Riccardo. Alcuni accusarono la stessa Anne Neville di aver ordinato la loro morte.
Comunque sia, Riccardo fece dichiarare invalido il matrimonio di suo fratello con Elizabeth Woodwille, e illegittimi i figli avuti da lei, pertanto si prese per sé la corona di Inghilterra come unico legittimo erede maschio. Anne fu incoronata Regina e suo figlio, Edoardo, divenne Principe di Galles. Ma Edoardo morì il 9 aprile 1484; Riccardo adottò il figlio di sua sorella, Edoardo, Conte di Warwick, come suo erede, probabilmente su richiesta di Anne.
Anne, che era sempre stata di salute cagionevole, si ammalò ai primi del 1485, e morì il 16 marzo 1485, non avendo ancora compiuto 29 anni. Fu sepolta a Westminster, in una tomba senza nome che fu ritrovata solo nel 1960. Riccardo subito nominò un nuovo erede al suo trono, il figlio adulto di sua sorella Elizabeth, conte di Lincoln.
Alla morte di Anne, si disse che Riccardo complottasse per sposare sua nipote, Elizabeth di York, per assicurarsi un maggiore potere nella successione. Circolarono presto storie secondo le quali Riccardo aveva avvelenato Anne per levarsela di torno. Se questo fu il piano, non ebbe successo: il regno di Riccardo terminò con la sconfitta per mano di Enrico Tudor, che fu incoronato come Enrico VII e sposò Elizabeth di York, mettendo fine così alla guerra delle due Rose.
Edoardo, conte di Warwick, figlio della sorella di Anne e del fratello di Riccardo che questi aveva adottato come suo erede, fu imprigionato nella Torre di Londra dal successore di Riccardo, Enrico VII, ed infine mandato a morte dopo il suo tentativo di fuga del 1499.

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