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sabato 26 maggio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 maggio.
Il 26 maggio 1940 ha luogo la battaglia di Dunkerkque.
Il 10 maggio 1940, nel mese delle rose e degli amori, si scatena a occidente la macchina da guerra tedesca. Hitler, dopo la "finta guerra" dell'inverno, fa sul serio. Il 14 capitola l'Olanda, il 17 cade Bruxelles. Le divisioni corazzate della Wehrmacht puntano verso il cuore della Francia, quella "douce France" che si credeva invulnerabile dietro la Maginot. Bella e ricca è la campagna francese e, dove crescono le ciliegie, domani ci sarà battaglia. «I tedeschi avanzano - annota Leo Longanesi con distaccata ironia nel suo diario - ma la Francia ha sempre André Gide».
L'esercito francese si sfalda, smentendo il maresciallo Badoglio che il 9 maggio aveva confermato la sua reputazione di "stratega" giurando che «un attacco alla Maginot sarebbe stato un sicuro insuccesso». I tedeschi avanzano a 50 chilometri al giorno. La Francia - milioni di profughi, uomini esausti, bambini spauriti, masserizie stipate nei carri bestiame, povere cose abbandonate - attraversa l'ora più amara della sua storia: non ritornerà più quella di un tempo. A Palazzo Venezia Mussolini si agita, vuole la sua parte di bottino. L'avanzata a rullo compressore dei panzer tedeschi dà l'illusione che il cavallo vincente sia quello nazista, che la potenza inglese sia un mito tramontato e che la guerra sia un gioco a basso tasso di rischio in cui la furbizia italiana possa cogliere senza fatica un frutto maturo. Un'illusione traditrice che, entrando in guerra il 10 giugno, Mussolini pagherà cara.
L'invasione tedesca è un coltello nel burro, il dio delle armi non è francese. L'Armée, considerato il più forte esercito d'Europa, si scioglie come neve al sole e il corpo di spedizione inglese, che si batte bene ma senza speranza, sogna un apparentemente impossibile reimbarco. Il 23 maggio i panzer tedeschi sono pronti a sferrare l'attacco contro la sacca di Dunkerque, dove convergono gli inglesi in ritirata e reparti francesi ormai battuti. Improvviso, arriva l'ordine di von Rundstedt, comandante del gruppo di armate: un giorno di riposo alle divisioni corazzate. Hitler, in visita al comando di Charleville, approva, anzi rincara: «Bisogna risparmiare i carri armati». Estendendo l'ordine di von Rundstedt, le disposizioni del Fuehrer non lasciano dubbi: «Dunkerque deve essere affidata all'aviazione». I generali, increduli, premono. Guderian, il «genio dei panzer» che ha sfondato a Sedan e che è a 16 chilometri da Dunkerque, vuole attaccare subito. Il comandante in capo della Wehrmacht, von Brauchitsch, si scontra con Hitler: vuole la massima pressione sulla sacca e la cattura del corpo di spedizione inglese, al cui soccorso Londra sta muovendo le prime navi.
Mentre i tedeschi litigano, gli inglesi danno il via all' "Operazione Dynamo". Guderian, che assiste impotente ai primi reimbarchi sulla costa, scalda i motori dei panzer. Brauchitsch acconsente all'attacco, Halder, il capo di stato maggiore, è con lui ma Hitler interviene ancora, bluffando: «Non voglio decidere io - dice - Mi rimetto al giudizio di Rundstedt». E, per nulla perplesso di fronte all'assurdità che il comandante di un fronte debba fungere da arbitro fra il suo comandante in capo e il Fuehrer, Rundstedt non esita e dà ragione a Hitler. «Le divisioni sono stremate e vanno riequipaggiate per continuare l'offensiva verso Parigi, per Dunkerque basta la fanteria».
Ma non sarà così. I fanti non basteranno e la Luftwaffe di Goering, che ha premuto su Hitler per avere l'onore di annientare gli inglesi dal cielo, deluderà. Sarà Rundstedt, anni dopo, a dire: «A Dunkerque abbiamo commesso un grosso errore, è stata una delle svolte del conflitto». Gli inglesi, ammassati sulla spiaggia, si imbarcano giorno dopo giorno: più di 17mila il 28 maggio, più di 47mila il 29, quasi 54mila il 30, 68mila il 31. La mobilitazione dei mezzi navali inglesi e francesi è generosa: al largo le navi da guerra e a fare la spola con la spiaggia pescherecci, yacht, rimorchiatori, chiatte, barche da diporto, quasi 700 unità in tutto, esposte alle bombe della Luftwaffe. Gli Stuka picchiano senza pietà e i cadaveri danzano sull'acqua, ma Hurricane e Spitfire della Raf, entrati in battaglia coperti dai radar, hanno la meglio sui bombardieri tedeschi, che perderanno tre aerei per ogni aereo inglese caduto. Il cielo tradisce i tedeschi, come il mare, vecchio amico dell'Inghilterra.
«Gli inglesi se la squagliano sotto il nostro naso», scrive sul suo diario Halder. «Ce li troveremo contro appena riarmati», dice scoraggiato un altro generale tedesco, costretto a fare da spettatore. Dunkerque brucia, il perimetro si è ristretto ma la nube di fumo che grava sulla città costituisce il miglior schermo antiaereo. Il primo giugno il 5° corpo inglese, abbandonato tutto il materiale, si è imbarcato e il 2° sta per partire. La fanteria tedesca avanza e il 3 è a due chilometri dalla città. Gli ultimi battelli, il 4, mollano gli ormeggi. L' "Operazione Dynamo" si è conclusa con un successo insperato: 340mila uomini, di cui 115mila francesi, sono usciti dalla sacca e formeranno l'ossatura della difesa della Gran Bretagna. Trentaquattromila non ce l'hanno fatta e sono rimasti a terra, in un doloroso abbandono. Il 4 i tedeschi entrano in una città demolita: intatta, fra le rovine, spicca orgogliosa la grande torre. Il 5 la Wehrmacht attacca a fondo sulla Somme, destinazione Parigi. Dunkerque, nel bene e nel male, appartiene già al passato.
Perché Dunkerque? Perché il caporale stratega ha fermato i panzer, commettendo il primo dei suoi gravi errori? La ragione è semplice: Hitler non è interessato a Dunkerque, la considera una diversione, è ossessionato dal desiderio di dare il colpo di grazia alla Francia e di prendere Parigi. L'impazienza, l'incapacità di valutare le risorse navali inglesi e la sopravvalutazione della Luftwaffe lo inducono a sbagliare. Si parlerà anche di ipotesi politica: pensando di trattare con Londra una pace di compromesso, Hitler avrebbe risparmiato agli inglesi l'umiliazione della cattura del loro esercito. Ipotesi suggestiva e plausibile ma non supportata da testimonianze sicure.
Il 14 giugno i tedeschi entrano a Parigi. Risuona accorata la voce del maresciallo Pétain, pallido come una maschera di gesso: «Con il cuore spezzato vi dico di deporre le armi». Il 25 la Francia, annientata, capitola. L'Europa è un comodo sofà su cui Hitler si stende senza togliersi gli stivali. Ma nel trionfo del "signore della guerra", espresso con una gioia vendicativa e sprezzante, resterà la macchia di Dunkerque.

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