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giovedì 19 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1971 Charles Manson viene condannato all'ergastolo per l'omicidio di Sharon Tate.
Nelle prime ore del 9 agosto 1969, a Los Angeles, una promettente attrice statunitense fu uccisa insieme ad altre quattro persone nella sua abitazione, una villa nel nord di Beverly Hills, da uomini armati che erano riusciti a entrare in casa sua. Per la violenza, imprevedibilità e atrocità di quel massacro, e a causa della popolarità delle persone coinvolte nella vicenda, quello che accadde quella notte divenne in poche ore – negli Stati Uniti e nel mondo – una delle storie più brutte e note degli ultimi cinquant’anni. L’attrice uccisa era Sharon Tate, aveva 26 anni ed era all’ottavo mese di gravidanza. Suo marito era il noto regista polacco Roman Polanski. Gli assassini erano i seguaci di una setta guidata da Charles Manson, mandante degli omicidi, e il cui gruppo ottenne la sua massima notorietà proprio in seguito ai tragici fatti di quella notte.
Sharon Tate aveva interpretato alcuni ruoli in diverse serie televisive, e aveva recitato in alcuni film: quelli relativamente più famosi erano stati fino a quel momento Cerimonia per un delitto, nel 1966, e Per favore non mordermi sul collo e La valle della bambole, l’anno successivo. Di lei i media avevano preso a occuparsi sempre più spesso in seguito al suo matrimonio del 1967 con il regista Roman Polanski, che aveva conosciuto proprio durante le riprese di Per favore non mordermi sul collo, di cui Polanski era regista e attore.
Il 9 agosto Sharon Tate si trovava in casa con Jay Sebring, un suo amico e noto parrucchiere di Hollywood, e due amici di Polanski, Wojciech Frykowski e Abigail Folger (lui un aspirante scrittore, lei la sua fidanzata). Polanski era per motivi di lavoro a Londra.
Charles Manson era un 32enne originario di Cincinnati, nell’Ohio, che aveva già trascorso alcuni anni in carcere per reati come furto d’auto e sfruttamento della prostituzione. Da un paio di anni si era trasferito in California, dove aveva attirato intorno a sé alcuni giovani ragazzi e ragazze affascinati dal suo carisma, dalle sue canzoni – suonava la chitarra – e dalle sue conoscenze in materia di esoterismo. Ne era nato un gruppo chiamato la “Famiglia”, che aveva già compiuto furti e altri reati minori Quel gruppo sotto l’influenza di Manson progettò nella prima settimana di agosto del 1969 una serie di omicidi a Los Angeles.
Manson ordinò a quattro membri del gruppo – Charles “Tex” Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian – di compiere i primi omicidi in una villa che si trovava a 10050 Cielo Drive, nella zona nord di Beverly Hills. La villa apparteneva a Terry Melcher, un produttore discografico che Manson aveva conosciuto alcuni mesi prima, e che aveva rifiutato di aiutarlo a ottenere un contratto. In seguito si disse che Manson ordinò ai quattro membri del gruppo di uccidere “il più cruentemente possibile” chiunque avessero trovato in casa.
Watson, Atkins, Krenwinkel e Kasabian – armati di coltelli e di una pistola revolver calibro 22 – arrivarono alla villa intorno alla mezzanotte tra l’8 e il 9 agosto. Watson tagliò i cavi della rete telefonica all’esterno della proprietà e poi scavalcò la recinzione del parco intorno alla villa insieme ad altri due membri del gruppo. Intanto una terza persona – Linda Kasabian – era rimasta fuori di guardia. Il primo a essere ucciso fu un ragazzo di 18 anni, Steven Parent, un venditore porta a porta che stava percorrendo il vialetto dopo aver mostrato alcuni prodotti al custode della villa e suo amico, William Garretson. Watson sparò quattro colpi di pistola contro Parent, uccidendolo.
Stando alle ricostruzioni e alle confessioni fatte nel corso del processo per gli omicidi, i residenti della villa stavano dormendo nel momento dell’irruzione dei membri del gruppo. Dopo aver rimosso il vetro di una finestra, Watson fece entrare gli altri due. Tutte le quattro persone che si trovavano in casa furono portate in soggiorno: Tate e Sebring furono legati insieme per il collo, e Sebring fu il primo a essere ucciso: Watson gli sparò e poi lo accoltellò diverse volte.
Frykowski era stato legato per i polsi, e Susan Atkins era stata incaricata di sorvegliarlo. Tra i due ci fu uno scontro, prima che Watson intervenisse sparando a Frykowski e uccidendo anche lui. Folger, fidanzata di Frykowski, fu uccisa con diverse coltellate inferte anche da Patricia Krenwinkel. L’ultima a essere uccisa fu Tate, accoltellata 16 volte. Prima di andarsene, Atkins scrisse sulla porta di ingresso la parola “pig” (maiale) con un asciugamano sporco di sangue. Gli abiti degli assassini e le armi furono ritrovate poco lontano dalla zona.
I corpi di Tate e gli altri furono ritrovati dalla governante della villa intorno alle 8 del mattino del 9 agosto. La notte seguente, il gruppo di Manson, accompagnato dallo stesso Manson, uccise altre due persone – Leno LaBianca e sua moglie Rosemary – in una casa nel quartiere di Los Feliz, a Los Angeles. Stavolta scrissero sul frigorifero di casa dei LaBianca la scritta “Healter Skelter”, un riferimento a una canzone dei Beatles su cui Manson si era fissato da tempo, dicendo ai suoi che conteneva un messaggio in codice rivolto al gruppo.
Inizialmente i due delitti non furono collegati dalla polizia di Los Angeles, ma proprio i messaggi con il sangue lasciati dal gruppo Manson nelle abitazioni servirono a indirizzare le indagini. Intanto, a ottobre, Manson e altri due membri del gruppo erano stati arrestati per alcuni furti d’auto, e proprio in quel periodo le indagini presero una svolta decisiva grazie alle rivelazioni ai suoi compagni di cella di uno dei membri arrestati, Susan Atkins.
L’1 dicembre la polizia di Los Angeles annunciò l’arresto di Tex Watson, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian in relazione agli omicidi in casa di Sharon Tate, e sette giorni più tardi anche Manson – già in carcere per altri reati – fu accusato insieme al suo gruppo di omicidio di primo grado per il caso Tate-LaBianca, e poi per altri omicidi avvenuti in quel mese di agosto. Tutti i membri del gruppo accusati di omicidio per il caso Tate-LaBianca furono condannati a morte nel marzo 1971, ma la pena fu commutata in ergastolo dopo che nel 1972 la Corte Suprema dello stato della California abolì la legge sulla pena di morte.
Il 25 maggio 2007, presso il carcere di Corcoran, l'undicesima udienza richiesta da Manson per ottenere la libertà vigilata è stata respinta. L'uomo, 72 anni a quel tempo (di cui quarantadue trascorsi in carcere), non era presente all'udienza, ma dichiarò alla stampa per il tramite del proprio avvocato che nel 2012 avrebbe presentato puntualmente la sua dodicesima domanda di rilascio. Anche quest'ultima richiesta di scarcerazione anticipata è stata rifiutata nell'aprile 2012 dalle autorità della California. E' deceduto in carcere il 19 novembre 2017.
Susan Atkins, affetta da cancro al cervello, nel settembre 2009 ha chiesto la grazia al dipartimento di correzione e riabilitazione della California, ma le è stata rifiutata. La Atkins è deceduta il 24 settembre 2009 all'età di 61 anni (di cui 40 trascorsi in carcere) nel penitenziario di Chowchilla.
Charles Watson sta scontando il suo ergastolo nel Mule Creek State Prison in Ione, California. La libertà vigilata gli è stata rifiutata 15 volte. Potrà chiederla nuovamente nel novembre 2018.
Patricia Krenwinkel sta scontando la sua pena al California Institution for Women in Chino, California. La sua richiesta di libertà vigilata le è stata rifiutata 13 volte, potrà chiederla nuovamente nel 2018. Attualmente è la detenuta con più anni passati in carcere della California.
Linda Kasabian, la cui testimonianza al processo rappresentò la chiave per la condanna degli altri, ottenne l'immunità.

mercoledì 18 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1480 nasce, con ogni probabilità, Lucrezia Borgia.
Fu davvero così bella Lucrezia Borgia, come asseriva Pietro Bembo tanto da conservare un suo ricciolo d'oro tra le proprie carte?
Non si hanno dati precisi sulla sua nascita, il più attendibile la farebbe risalire al 18 aprile 1480 a Subiaco (in provincia di Roma), terzogenita di Rodrigo Borgia e Vannozza Cattanei, ebbe tre fratelli: Juan, Cesare e Jofrè.
Lucrezia viene educata nel convento di San Sisto e in seguito affidata alla cure della cugina del Papa, Adriana Mila.
A dodici anni viene fatta fidanzare, per procura, con Don Gaspare da Procida, un nobile spagnolo. Vincolo che sarà poi sciolto dal padre che la diede in moglie a Giovanni Sforza.
Il matrimonio, avvenuto nel 1493, non nasce sotto i migliori auspici. Nella primavera del 1494 la coppia, che vive a Roma, si trasferisce a Pesaro, non si sa se a causa di un'epidemia di peste o per paura dei francesi. Il Papa impone che la sua amante Giulia con la suocera si unisca alla coppia.
Tuttavia Giulia contravvenendo agli ordini papali raggiunge il marito Orsino e nonostante Alessandro VI la rimproveri aspramente, non riesce a convincerla a tornare da lui.
Successivamente, dopo la pace tra i due amanti, saranno proprio i francesi a catturare le donne mentre rientrano a Roma e solo grazie alla mediazione degli Sforza e ad un cospicuo riscatto, Alessandro VI potrà riavere le sue donne.
Al Papa le nozze della figlia non sono più tanto convenienti, questo lo intuisce anche Giovanni che torna a Roma per reclamare la moglie. Tutto inutile. E capisce che non gli conviene mettersi contro i Borgia che potrebbero toglierlo di mezzo molto in fretta.
Cerca allora appoggio dallo zio Ludovico il Moro, a Milano, ma è tutto inutile ed iniziano gli scontri e le ingiurie. I Borgia accusano Giovanni di essere un marito solo di nome, quest'ultimo accusa Lucrezia di essere l'amante del padre e del fratello.
I Borgia vogliono annullare il matrimonio, perché non consumato, Giovanni non cede. A Roma, intanto, si decide di far visitare Lucrezia che viene dichiarata virgo intacta. Il matrimonio viene annullato il 20 dicembre 1497, Lucrezia aveva 17 anni. Che motivo aveva il Papa per annullare il matrimonio, suscitando tanto clamore ed esponendo la figlia ai pettegolezzi ed al ludibrio della folla? Comunque Lucrezia per riprendersi, si rifugia in convento, ma voci insistenti dicono che è un'altra la ragione.
Lucrezia deve partorire. Ma se il matrimonio non è stato consumato, se lei è stata dichiarata "virgo intacta" com'è possibile tutto ciò?
Si vocifera che il bambino sia di suo padre o di suo fratello Cesare Borgia, altri fanno svariati nomi. Non si ha nemmeno la prova che Lucrezia sia la vera madre, ma che il bambino sia figlio del Papa e della sua amante Giulia Farnese.
Il piccolo, battezzato Giovanni, passerà alla storia come "l'infante romano".
Il 15 giugno 1497 il duca di Gandia, Juan, fratello di Lucrezia, viene ripescato cadavere nel Tevere; subito i sospetti si addensano su Cesare Borgia che ha sempre ambito al posto di capitano delle truppe pontificie occupato da Juan. Alcuni invece affermano che Cesare abbia ucciso Juan, perché quest'ultimo era l'amante di Lucrezia e padre dell'infante romano.
Il 21 luglio 1498 Lucrezia si sposa nuovamente. Anche le nozze celebrate in Vaticano con Alfonso d'Aragona, duca di Risceglie, finiscono tragicamente.
Cesare Borgia, che era stato rifiutato da Carlotta d'Aragona, sposa Carlotta d'Albert di Navarra, re Luigi lo nomina duca di Valentinois in cambio dell'aiuto di Cesare a riconquistare il regno di Napoli.
Alfonso allarmato si rifugia dai suoi parenti, abbandonando Lucrezia che aspetta un bambino.
Sconvolgendo gli alti prelati, il Papa per risollevare il morale di Lucrezia, la nomina governatrice di Spoleto, dove svolgerà diligentemente il suo incarico.
Il 19 settembre 1489 Alfonso, dietro pressione del padre, raggiunge Lucrezia ed insieme tornano a Roma, dove nel mese di Novembre Lucrezia dà alla luce un maschietto che viene chiamato Rodrigo.
Il 15 luglio 1500 Alfonso viene ferito gravemente. Il colpevole è Cesare, motivo la gelosia nei confronti della sorella.
Assistito dai migliori medici del Papa, nonostante le gravi ferite, con grande gioia di Lucrezia, Alfonso riuscirà a guarire.
Durante la degenza Lucrezia non ha mai abbandonato il suo sposo, tuttavia il 18 agosto dopo averla fatta allontanare con un pretesto, Michelotto da Corella, sicario di Cesare Borgia, uccide Alfonso proprio nelle stanze di Lucrezia. Interviene nuovamente il Papa a consolare la vedova nominandola governatrice di Nepi.
Intanto, mentre Lucrezia è lontana, il Papa pensa ad un nuovo matrimonio per lei in cerca di nuove alleanze e incarica Cesare di raggiungerla a Nepi per comunicarglielo. Il candidato è Alfonso d'Este di Ferrara. Forse per Lucrezia, a 21 anni, si può aprire una nuova vita lontana dalla sua famiglia.
Tuttavia gli Este non la pensano così: troppe sono le maldicenze su Lucrezia. Ma nonostante tutte le contrarietà il 30 dicembre 1501 la nozze vengono celebrate: Lucrezia riuscirà, se non proprio a farsi amare dal marito, almeno a farsi rispettare, anche se verrà tradita ripetutamente.
Gli darà sette figli, tre dei quali moriranno subito dopo la nascita.
A Ferrara Lucrezia è finalmente serena, per quanto le sarà possibile continuerà a proteggere il fratello Cesare.
Lucrezia Borgia muore di setticemia a Ferrara, in seguito ad un parto, il 24 giugno 1519 a soli 39 anni. Venne sepolta nel monastero del Corpus Domini, con indosso l'abito da terziaria francescana.
Da sempre dipinta come donna affascinante e astuta, complice degli intrighi della corte papale rinascimentale, ammirata e temuta allo stesso tempo, abile politica e accorta diplomatica, pericolosa e avvelenatrice di amanti, depravata e corrotta, dedita a frequentare orge nei palazzi del Vaticano, Lucrezia Borgia -in realtà- è stata più vittima o carnefice? Vittima della corruzione delle corti del ‘500 e delle mire ambiziose dei suoi familiari? Strumento di crudeltà e inganno per ottenere potere e nuove ricchezze?
In verità non si hanno conoscenze a sufficienza che testimonino quello che fu la vera Lucrezia. Le storie del suo coinvolgimento nei crimini del padre e del fratello sono vere? Lucrezia è stata un mostro di crudeltà e inganno? O semplicemente la vittima di una stampa sfavorevole? Viene dipinta con questo ruolo, recitato inoltre in molte opere d’arte, romanzi e film. Di questa misteriosa donna non si conosce alcun ritratto autentico. Si dice che molti dipinti la ritraggano. Altri dicono che queste immagini fanno semplicemente parte del mito di Lucrezia Borgia. Ancora una volta le differenti percezioni della storia risultano essere estremamente affascinanti.

martedì 17 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1961, finanziati dalla Cia allo scopo di tentare di rovesciare Castro per poi creare un governo provvisorio, circa 1.500 esuli cubani sbarcarono nella Bahia de Cochinos, la Baia dei Porci, a sud dell'Avana. Ma l'operazione della cosiddetta Brigata 2056 si rivela un fiasco, perché i barbudos esperti di guerriglia li stavano aspettando in questa baia isolata in mezzo alle paludi, non lontana dal piccolo villaggio di Playa Giron.
Il bilancio dell'operazione fu di quasi un centinaio di morti tra gli anti-castristi, ma le conseguenze diplomatiche furono forse ancora più catastrofiche per gli Usa, spingendo Castro tra le braccia dell'Unione Sovietica, ed offrendo all'Urss un alleato (e basi militari) a poche decine di chilometri da una metropoli come Miami, nel Sud della Florida.
Un anno dopo la crisi della Baia dei Porci, si giunse addirittura ad un passo dalla terza guerra mondiale, con la crisi dei missili installati segretamente dai sovietici a Cuba, secondo alcuni storici come risposta ai missili Usa puntati contro Mosca in Turchia.
Sul sito della biblioteca presidenziale di Kennedy , la spedizione della Baia dei Porci, un piano della Cia messo a punto sotto il presidente Dwight Eisenhower, viene ricostruita in maniera abbastanza dettagliata. Le cose vanno male sin dall'inizio, quando il 15 aprile uno dei due previsti raid aerei di appoggio (con otto obsoleti bombardieri B-26 della Seconda Guerra Mondiale dipinti con i colori cubani) manca quasi tutti gli obiettivi. Non solo, il trucco viene scoperto e Kennedy deve rinunciare al secondo raid.
Due giorni dopo, lo sbarco della Baia è un fallimento totale, anche a causa del maltempo: gli aerei cubani affondano due navi Usa e distruggono circa la metà delle strutture di appoggio aeree. Nelle 24 ore successive sbarcano circa 20mila militari cubani, mentre l'ombrello aereo autorizzato da Kennedy è una nuova catastrofe: i sei anonimi velivoli inviati in appoggio arrivano con un'ora di ritardo (probabilmente ignari del fatto che tra Cuba e Nicaragua, da dove sono decollati, c'è un'ora di fuso), e vengono abbattuti.
In seno alla Brigata 2056 i morti sono oltre un centinaio, i prigionieri circa 1.200. Per ottenerne la liberazione, 20 mesi dopo, gli Usa accettano di fornire a Cuba l'equivalente di 53 milioni di dollari in alimenti per bambini e medicinali.
L'operazione decisa da Eisenhower prevedeva un costo totale di circa 4 milioni di dollari. Nella realtà questo fallimento completo costò 46 milioni, più i 53 di risarcimento.

lunedì 16 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 1943 viene ufficializzata la scoperta dell'LSD.
L’LSD è una sostanza chimica le cui proprietà possono alterare la percezione della realtà attraverso distorsioni e allucinazioni. Fu scoperta nel 1938 da Albert Hoffmann, che all’epoca lavorava per l’azienda chimica Sandoz ubicata a Basilea. In realtà la data ufficiale della scoperta fu il 16 aprile 1943, quando Hoffmann scoprì le proprietà allucinogene dell’LSD a causa di una goccia di questo composto che gli cadde su una mano e gli provocò, una volta respirata, intense allucinazioni visive.
Lsd proviene da un fungo parassita, l’ergot, che cresce nella segale. L’ergot appare come un’escrescenza, che ricorda una sorta di corno e per questo la segale è chiamata segale cornuta.
Questo fungo, se ingerito, causa fortissime allucinazioni e uno stato visivo alterato, che può portare a conseguenze devastanti nel breve e nel lungo periodo per chi ne fa uso.
La Sandoz, dopo la scoperta di Hoffmann, che fu accidentale, perché lo scienziato stava conducendo studi sugli alcaloidi che si trovano sulla scilla marina e sul parassita della segale, decise di dare avvio alla produzione dell’Lsd per scopi scientifici. Lo scopo di Hoffmann era quello di trovare sostanze chimiche utilizzabili nel campo bio-medicale. Hoffmann in seguito testò l’Lsd su se stesso, scoprendone ed esplorandone gli aspetti e le sfumature allucinogene.
La Sandoz distribuì Lsd, che si basa sull’acido lisergico il quale proviene, come si è detto dal fungo parassita chiamato ergot, gratuitamente per sperimentazioni di varia natura e la sua diffusione, in breve, si ampliò in vari settori. Lsd, infatti, fu sperimentata per curare anomalie psicologiche, quali la schizofrenia, la depressione o l’autismo ed ebbe applicazione di vario genere, grazie all’utilizzo che ne fecero psichiatri e psicologi.
L’LSD (dietilamide-25 dell’acido lisergico) è una fra le più potenti sostanze psichedeliche conosciute. Il nome è un’abbreviazione proveniente dal tedesco: Lysergesäurediethylamid.
Verso la metà degli anni ’50, il suo uso divenne comune al di fuori delle cure mediche, con conseguenze sociali rilevanti, tanto da indurre le autorità a ritenere l’LSD una droga pericolosa per la salute. Prima di ciò ci fu una sorta di confronto dialettico fra alcuni studiosi, che ritenevano LSD un mezzo potente per esplorare le potenzialità della mente e raggiungere stati di consapevolezza, anche spirituale, superiori o diversi da quelli, possiamo dire per semplificare, normali.
La comunità scientifica quasi subito rifiutò questa posizione, ma solo dal 1967 cominciò a propagarsi il divieto all’uso dell’LSD sia per scopi ricreativi che scientifici.
Nella prima metà degli anni settanta, per effetto della proibizione, sparisce l'acido in gocce e in zuccherini ed appaiono le forme "commerciali" contemporanee di acido lisergico illegali, ovvero francobolli (blotter) e gelatine (windowpane).
Nel 1979 Albert Hofmann pubblica il celebre libro LSD: il mio bambino difficile.
Nel 2006 a Basilea, in occasione del centesimo compleanno di Hofmann, si tiene il primo congresso multidisciplinare sull'LSD. Nel convegno Hoffmann affermò: "Come sospeso in un sogno, con gli occhi chiusi perché trovavo la luce del sole troppo abbagliante, ho sperimentato un flusso ininterrotto di immagini fantastiche, forme meravigliose con giochi caleidoscopici di colori straordinariamente intensi". Hoffmann sperimentò l'LSD con finalità curative, sostenendo che potesse aiutare a comprendere i percorsi e i processi associativi della mente umana, così come la struttura e le origini dell'immaginazione. Il convegno si è ripetuto nel 2008, sempre a Basilea, pochi mesi prima della morte di Hofmann, a 102 anni.
Nel gennaio 2009, in Svizzera, viene avviata una sperimentazione dell'LSD su persone gravemente malate di cancro. "Contro il panico e l'angoscia del confronto con la morte", spiega Rosanna Cerbo, neurologa e terapista del dolore dell'università "La Sapienza" di Roma. Uno studio dell'Università dell'Alabama pubblicato nel 2015 sul Journal of psychopharmacology ha mostrato come gli utilizzatori di LSD e altri psichedelici sarebbero meno propensi alla depressione e al suicidio.

domenica 15 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 1877, all'esposizione universale di Amsterdam, Francesco Cirio viene premiato per la qualità delle sue conserve.
Il pomodoro è emblema della rivoluzione agricola operata tra Napoli, Caserta e l’agro nocerino sarnese a cavallo fra Settecento e Ottocento. Ancora oggi la zona è famosa in tutto il mondo per la raccolta del frutto-bacca che trova il suo apice nella particolarità D.O.P. “San Marzano“.
C’è un nome che più di altri si è legato al prodotto; dici Cirio e pensi al pomodoro, dici pomodoro e pensi a Cirio, quel Francesco Cirio che creò un impero dell’industria conserviera sfruttando le condizioni sociali che si crearono con l’Unità d’Italia.
Molti pensano che l’azienda sia di origine napoletana ma in realtà Francesco Ciro era un astigiano analfabeta di Nizza Monferrato che si trasferì giovanissimo a Torino per rivendere in periferia la verdura che comprava a prezzo di realizzo al mercato durante l’ora di chiusura. Nel 1856 sperimentò la conservazione dei piselli da cui avviò una produzione industriale di alimenti in scatola con il primo stabilimento Cirio a Torino allargato a frutta e verdura.
Nel 1861, l’Italia nata dalla piemontesizzazione del Sud gli aprì la strada della fortuna. Fu infatti nelle zone agricole attorno Napoli che fiutò l’oro rosso, il pomodoro, di cui i contadini ormai non potevano più beneficiare. Lo sradicamento dell’apparato industriale e imprenditoriale del Sud impedì qualsiasi iniziativa di sfruttamento del patrimonio agricolo da parte della popolazione locale che cominciò ad emigrare. Quella ricchezza era dunque a disposizione del piemontese Francesco Cirio che aveva appena aperto la strada della conservazione degli alimenti e che non perse l’occasione per aprire al Sud alcuni stabilimenti, impegnandosi personalmente nel recupero di vaste aree agricole abbandonate. Nacque così il mito dei “pelati Cirio“.
Fabbriche a Castellammare di Stabia, San Giovanni a Teduccio, nel Casertano e nel Salernitano, ma anche in altre parti del meridione con altre tipologie di prodotto; un’espansione indisturbata nel Sud ricco di prodotti della terra che gli fruttò numerosi premi e onorificenze internazionali.
Però Francesco Cirio era certamente un uomo incline agli affari ma praticamente analfabeta e incapace di consolidare la sua ascesa, inarrestabile perché partito in anticipo e ritrovatosi pionieristicamente avvantaggiato nel settore conserviero, ma determinata soprattutto dalla spinta del nuovo governo di Torino molto sensibile a far crescere l’imprenditoria settentrionale. Nel 1885 infatti, il Primo Ministro Agostino Depretis favorì la “legge Cirio“, in sostanza un contratto agevolato con la Società Ferrovie Alta Italia per la spedizione di migliaia di vagoni di alimenti all’estero. Suo generoso finanziatore fu inoltre il Credito Mobiliare di Torino, un istituto socio della Banca d’Italia che aveva appena rastrellato dal mercato le monete d’oro del Banco delle Due Sicilie (di Napoli e di Sicilia). Insieme al Banco di Sconto e Sete di Torino, la Cassa di Sconto di Torino e la Cassa Generale di Genova, il Credito Mobiliare di Torino costituiva quella cordata di banche di finanziamento e costituzione di imprese al Nord coordinate dalla regia di Carlo Bombrini, amico personale di Cavour, che, oltre a trasferire tutte le commesse dell’imprenditoria meridionale al Nord, riuscì ad ottenere ben tredici concessioni per lo sviluppo delle reti ferroviarie settentrionali. Le gestiva Pietro Bastogi, un altro amico del conte, ma la proprietà era dei banchieri Rothschild.
Per l’imprenditore conserviero il trattamento fu davvero di favore, a tal punto che le gelosie e le ostilità degli stessi concorrenti settentrionali montarono ben presto e il caso Cirio fu discusso ripetutamente in varie sedute della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’esercizio delle ferrovie; sedute che si tennero esclusivamente nelle maggiori città del settentrione. Il commerciante veronese De Cecco arrivò addirittura a dire: “se non si pone rimedio al monopolio del Cirio, diventerà padrone d’Italia”. Gli si imputava frode e concorrenza sleale, ma fu sempre coperto dai massimi dirigenti della Società Ferrovie Alta Italia.
All’apice dell’ascesa cominciò l’inevitabile discesa. Il Sud non era il suo territorio e, da persona incolta, vi si avventurò poggiandosi sul solo istinto imprenditoriale. Su ogni terreno vi si gettò con avidità e fra la bonifica di un terreno e l’altro, Francesco Cirio consumò in breve tempo i capitali accumulati in trent’anni di successi, fallendo nel 1891 e  trascinando con se il Credito Mobiliare di Torino che nel 1893 entrò in una crisi irreversibile. Ma il pallino delle bonifiche non lo abbandonò fino alla morte che avvenne nel 1900. Subito dopo i fratelli Pietro e Clemente riavviarono l’attività con sede a San Giovanni a Teduccio in Napoli. Ma l’azienda, sviluppatasi sulle dinamiche losche della nuova Italia, portò con sé la maledizione dei conti e delle polemiche, degli intrecci di imprenditoria e potere. Da Francesco Cirio a Sergio Cragnotti il passo è lungo ma identico.
L’imprenditore romano, ex-presidente della Lazio, rileva l’azienda negli anni Novanta avviando una storia simile a quella del suo predecessore-fondatore. Prima l’ascesa vertiginosa e poi la caduta culminata con lo scandalo dei bond Cirio e la bancarotta.
Oggi la Cirio ha sede in Roma e fa parte del Gruppo cooperativo Conserve Italia che raggruppa vari marchi alimentari e resta il marchio principe della conservazione del pomodoro… come natura crea. O quasi.

sabato 14 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
La sera del 14 aprile 1865, il venerdì santo, Abramo Lincoln, il 16° presidente degli Stati Uniti d'America, venne assassinato.
Quella sera si era recato al Ford's Theatre, Washington, con la moglie per assistere alla rappresentazione dell'opera "Our American Cousin"; la guardia del corpo non era con la coppia presidenziale proprio per volontà del presidente Lincoln.
L'assassino del presidente si chiamava John Wilkes Booth, era un attore e aveva partecipato a numerose rappresentazioni nel Ford's Theatre, conosceva perciò a memoria i copioni delle varie opere e in un momento in cui il pubblico scoppiò a ridere per una battuta, Booth entrò nel palco sopraelevato dove era seduto Abramo Lincoln e lo uccise con un colpo dalla sua pistola calibro 44.
Ucciso il presidente, Booth si lanciò dalla galleria sul palco del teatro e urlò al pubblico presente le celebri parole: "Sic semper tyrannis" (Così sempre per i tiranni), le stesse parole che secondo la tradizione pronunciò Bruto nel momento dell'assassinio di Giulio Cesare.
John Booth a quel punto scappò a cavallo nel Maryland, accompagnato dal complice David Herold, e il giorno successivo all'attentato (il 15 aprile) si fermò nella casa del dottore Samuel Mudd per farsi curare la gamba ferita durante l'assassinio.
Secondo la versione ufficiale John Booth, l'assassino di Lincoln, venne ucciso il 26 aprile da alcuni soldati nordisti nei pressi del fienile di proprietà di Richard Garrett. Ma ci sono altre teorie che affermano che in realtà il corpo dell'uomo ucciso quel giorno non appartenga a Booth ma a un suo complice e che i soldati non abbiano identificato correttamente il corpo bramosi della ricca taglia che vigeva sulla sua testa. 
Il corpo di Lincoln fu riportato in Illinois in treno, con un grandioso corteo funebre che attraversò diversi stati. L'intera nazione pianse l'uomo che molti consideravano il salvatore degli Stati Uniti, nonché protettore e difensore di ciò che Lincoln stesso chiamava "il governo della gente, dalla gente e per la gente". Alcuni critici sostengono che in realtà erano i Confederati a difendere il loro diritto all'auto-governo, diritto che Lincoln aveva soppresso, e che l'unità degli Stati era stata preservata a discapito della sua natura volontaria.
Lincoln venne seppellito all'"Oak Ridge Cemetery" di Springfield, dove nel 1874 fu terminata la costruzione di una tomba in granito alta 54 metri, sormontata da diverse statue di bronzo. Vi sono sepolti anche sua moglie e tre dei suoi quattro figli (Robert è sepolto nel Cimitero nazionale di Arlington). Negli anni successivi alla sua morte vennero compiuti dei tentativi di rubare la salma di Lincoln allo scopo di ottenere un riscatto. Attorno al 1900 Robert Todd Lincoln decise che per prevenire il furto del corpo era necessario costruire una cripta permanente per il padre. La bara di Lincoln fu racchiusa da spesse pareti di cemento, circondate da una gabbia, e sepolta sotto una lastra di pietra. Il 26 settembre 1901 il corpo di Lincoln venne riesumato così da poter essere nuovamente sepolto nella nuova cripta, presso il Lincoln Memorial a Washington, dove riposa a tutt'oggi. I presenti (23 persone compreso Robert Lincoln) - temendo che il corpo potesse essere stato trafugato negli anni intercorsi - decisero comunque di aprire la bara per controllare: quando l'aprirono, furono meravigliati dallo stato di conservazione del corpo, che era stato imbalsamato. Era infatti perfettamente riconoscibile, a più di trent'anni dalla morte.
Sul suo petto vennero rinvenuti i resti della bandiera americana (piccoli brandelli rossi, bianchi e blu) con la quale era stato seppellito, e che si era ormai sgretolata. Tutte e 23 le persone che videro i resti di Lincoln sono scomparse da tempo: l'ultima di queste fu Fleetwood Lindley, che morì il 1º febbraio 1963. Tre giorni prima di morire, Lindley venne intervistato. Disse: «Sì, la sua faccia era bianca come il gesso. I suoi vestiti umidi. Mi venne permesso di reggere una delle strisce di pelle quando calammo il feretro per versare il cemento. Non fui spaventato al momento, ma dormii con Lincoln per i sei mesi successivi».

venerdì 13 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1906 nasce Samuel Beckett.
Samuel Beckett nasce il 13 aprile 1906 in Irlanda, a Foxrock, un piccolo centro vicino a Dublino, dove trascorre un'infanzia tranquilla, non segnata da eventi particolari. Come tutti i ragazzi della sua età frequenta le scuole superiori ma ha la fortuna di accedere al Port Royal School, lo stesso istituto che ospitò qualche decennio addietro nientemeno che Oscar Wilde.
Il carattere di Samuel, però, si discosta nettamente da quello della media dei coetanei. Fin da adolescente, infatti, mostra i segni di un'interiorità esasperata, segnata da una ricerca ossessiva della solitudine, poi evidenziata così bene nel primo romanzo-capolavoro dello scrittore, l'allucinato "Murphy". Non è da credere, ad ogni modo, che Beckett sia stato un pessimo studente: tutt'altro. Inoltre, contrariamente a quanto si possa pensare di un intellettuale (sebbene in erba), è molto portato per gli sport in genere, nei quali eccelle. Si dedica quindi intensivamente alla pratica sportiva, almeno negli anni del college ma, contemporaneamente, non trascura lo studio di Dante, che approfondisce ossessivamente fino a diventarne un vero esperto (cosa assai rara in area anglosassone).
Ma il profondo malessere interiore lo scava inesorabilmente e senza pietà. E' ipersensibile e ipercritico, non solo verso gli altri, ma anche e soprattutto verso se stesso. Sono i segni riconoscibili di un disagio che lo accompagnerà per tutta la vita. Comincia ad isolarsi sempre di più, fino a condurre una vita da vero eremita, per quanto è possibile in una società moderna. Non esce, si chiude in casa e "snobba" completamente chi lo circonda. Probabilmente, si tratta di una sindrome che oggi chiameremmo, con linguaggio smaliziato e forgiato dalla psicoanalisi "depressione". Questo male corrosivo lo costringe a letto giornate intere: spesso, infatti, non riesce ad alzarsi fino a pomeriggio inoltrato, tanto si sente minacciato e vulnerabile rispetto alla realtà esterna. Durante questo aspro periodo, il suo amore per la letteratura e per la poesia cresce sempre di più.
La prima svolta importante avviene nel 1928, quando decide di spostarsi a Parigi in seguito all'assegnazione di una borsa di studio da parte del Trinity College, dove studia francese e italiano. Il trasferimento ha subito effetti positivi: non passa molto tempo perché il ragazzo veda nella nuova città una sorta di sua seconda patria. Inoltre, comincia a interessarsi attivamente alla letteratura: frequenta i circoli letterari parigini dove conosce James Joyce, che gli fa da maestro.
Un altro approdo importante è la scoperta che, in qualche modo, l'esercizio della scrittura ha un effetto benefico sul suo stato, riuscendo a distrarlo dai pensieri ossessivi e fornendo un canale creativo in cui sfogare la sua sensibilità accesa, nonché la fervida immaginazione. In pochi anni, grazie ai ritmi intensi di lavoro a cui si sottopone, e soprattutto all'intuito sorvegliatissimo con cui tratta i testi, si afferma come importante scrittore emergente. Vince un premio letterario per un poema intitolato "Whoroscope", incentrato sul tema della transitorietà della vita. Comincia contemporaneamente uno studio su Proust, autore amatissimo. La riflessione sullo scrittore francese (sfociato poi in un celebre saggio), lo illuminano circa la realtà della vita e dell'esistenza, giungendo alla conclusione che la routine e l'abitudine, "non sono che il cancro del tempo". Un'improvvisa consapevolezza che gli permetterà di imprimere una svolta decisiva alla sua vita.
Infatti, colmo di rinnovato entusiasmo, comincia a viaggiare senza meta per l'Europa, attirato da paesi come la Francia, l'Inghilterra e la Germania, senza trascurare un tour completo della sua terra, l'Irlanda. La vita, il risveglio dei sensi sembrano travolgerlo in pieno: beve, frequenta prostitute e conduce una vita di eccessi e dissolutezze. Si tratta per lui di materia che pulsa, incandescente, flusso energetico che gli permette di comporre poesie ma anche storie brevi. Dopo questo lungo peregrinare, nel 1937 decide di trasferirsi definitivamente a Parigi.
Qui conosce Suzanne Dechevaux-Dumesnil, una donna di diversi anni più vecchia che diventa la sua amante e solo svariati anni più tardi la moglie. Parallelamente agli sconvolgimenti più o meno transitori che contrassegnano la sua vita privata, non mancano quelli generati dalla macchina della Storia, che poco si cura degli individui. Scoppia dunque la seconda guerra mondiale e Beckett opta per l'interventismo, prendendo attivamente parte al conflitto e offrendosi come esperto traduttore per le frange della resistenza. Presto, però, è costretto ad allontanarsi per evitare il pericolo che incombe sulla città e si trasferisce in campagna con Suzanne. Qui lavora come agricoltore e per breve tempo in un ospedale, infine torna a Parigi nel '45, finita la guerra, dove trova ad attenderlo consistenti difficoltà economiche.
Nel periodo fra il '45 e il '50 compone varie opere, tra cui le novelle "Malloy", "Malone muore", "L'innominabile", "Mercier et Camier", e alcune opere teatrali, di fatto una novità nel suo catalogo. Sono le stesse, in pratica, che gli hanno donato fama imperitura e per cui è noto anche al grande pubblico. Vi compare, ad esempio, la celebre pièce "Aspettando Godot", da più parti acclamata come il suo capolavoro. E' l'inaugurazione, negli stessi anni in cui opera Ionesco (altro esponente di spicco di questo "genere"), del teatro cosiddetto dell'assurdo.
L'opera, infatti, vede i due protagonisti, Vladimir ed Estragon, in attesa di un fantomatico datore di lavoro, il signor Godot. Della vicenda non sappiamo nient'altro, né dove si trovino esattamente i due viandanti. Lo spettatore sa solamente che accanto a loro c'è un salice piangente, immagine simbolica che condensa in sé il tutto e il nulla. Da dove vengono i due personaggi e soprattutto da quanto aspettano? Il testo non lo dice ma soprattutto non lo sanno neanche loro stessi, i quali si trovano a rivivere le stesse situazioni, gli stessi dialoghi, gesti, all'infinito, senza poter dare risposte neppure alle domande più ovvie. Gli altri (pochi), personaggi della vicenda sono altrettanto enigmatici....
Al 1957 invece risale la prima rappresentazione di "Finale di partita", al Royal Court Theatre di Londra. Tutti i lavori di Beckett sono estremamente innovativi e si discostano profondamente dalla forma e dagli stereotipi del dramma tradizionale, sia per quello che riguarda lo stile, sia per i temi. Sono banditi intrecci, suspense, trama e insomma tutto quello che generalmente gratifica il pubblico per concentrarsi sulla tematica della solitudine dell'uomo moderno o sul tema della cosiddetta "incomunicabilità" che blinda le coscienze degli esseri umani in un esasperato quanto inevitabile individualismo, nel senso di un'impossibilità di portare la propria insondabile coscienza "di fronte" all'Altro.
A tutte queste ricchissime tematiche si intreccia anche il motivo della perdita di Dio, del suo annientamento nichilistico ad opera della ragione e della storia, presa di coscienza antropologica che getta l'uomo in uno stato di rassegnazione e di impotenza. Lo stile del grandissimo autore è qui caratterizzato da frasi secche, scarne, plasmate sull'andamento e sulle esigenze del dialogo, spesso acre e attraversato da una fendente ironia. Descrizioni di personaggi e ambienti sono ridotti all'essenziale.
Sono caratteristiche tecniche e poetiche che non mancheranno di risvegliare l'interesse anche di parte del mondo musicale, attratto dalle numerose consonanze con le ricerche sul suono svolte fino a quel momento. Su tutti, è da segnalare il lavoro svolto su e intorno la scrittura beckettina dell'americano Morton Feldman (stimato dallo stesso Beckett).
Nel 1969 la grandezza dello scrittore irlandese viene "istituzionalizzata" attraverso l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura. In seguito, ha continuato a scrivere fino alla sua morte, avvenuta il 22 dicembre del 1989.

giovedì 12 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1928 si Inaugura la IX Fiera di Milano, «rito annuale dell’industria e del lavoro», alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Un’edizione speciale, per festeggiare il decennale della vittoria della Grande guerra. Alle 9.45 il re giunge in treno alla Stazione centrale dove lo attendono il podestà Ernesto Belloni e altre autorità. Nello stesso istante in cui il corteo reale lascia la stazione, nei pressi dell’ingresso principale della Fiera, in piazzale Giulio Cesare, scoppia un ordigno a orologeria celato nel basamento in ghisa di un lampione.
La collocazione della bomba segnala l’intenzione di procurare il maggior numero di vittime possibile. «Il basamento di ghisa, di una circonferenza di un metro e mezzo, alto altrettanto, ha centuplicato la violenza dell’esplosione. Ogni scheggia divenne un proiettile». I morti sono sedici, decine i feriti, alcuni gravissimi.
«Malgrado il luttuoso episodio S.M. il Re ha inaugurato ufficialmente la Fiera percorrendone i viali e sostando ai padiglioni più importanti, come era stabilito nel programma. Tutte le altre manifestazioni della giornata, eccezion fatta della serata di gala alla Scala, avranno regolarmente luogo. La polizia sta indagando alacremente per individuare i responsabili».
Per tutto il giorno continuano gli arresti, 400 circa a fine giornata, e le perquisizioni. Intensificati i controlli alle frontiere. Si cercano i responsabili in ambienti comunisti e anarchici.
In serata si diffondono voci che imputano la responsabilità dell’attentato a uomini vicini al segretario federale Mario Giampaoli, capo indiscusso del fascismo milanese. Quella mattina nella caserma della Legione della Milizia Carroccio, in via Mario Pagano, «mentre un milite si allacciava il cinturone tenendo stretto fra le ginocchia il moschetto, partiva inavvertitamente un colpo, che prendeva d’infilata un gruppo di militi, uccidendone due e ferendone tre».
Da subito la dinamica dei fatti non è chiara e le versioni ufficiali sono contraddittorie, tanto da alimentare il sospetto che lo sparatore sia stato anche l’esecutore materiale dell’attentato alla Fiera. Lo stesso giorno la polizia perquisisce la sede della Oberdan, un’associazione fascista con tendenze dichiaratamente repubblicane, vicina a Giampaoli.
Tra gli arrestati vi sono numerosi studenti universitari, alcuni intellettuali e docenti che gravitano intorno alla rivista Pietre. Tra questi gli appartenenti a un’organizzazione segreta ispirata al modello mazziniano da cui riprende il nome “Giovane Italia”. Gli inquirenti scoprono presto che l’associazione non ha fini terroristici.
Nella notte, con un telegramma, Mussolini detta al podestà Belloni la strada che devono seguire le indagini: individuare al più presto i colpevoli, che debbono essere cercati tra gli oppositori antifascisti. Ancora Mussolini a Belloni: «Portate per me dei fiori sulle salme degli innocenti colpiti a morte dalle bestie della criminalità dell’antifascismo impotente e barbaro. Recate il mio saluto e il mio augurio a tutti i feriti. Sono sicuro che Milano fieramente fascista risponderà ai gesti della delinquenza superstite con un grido di più intensa fede nell’avvenire della Nazione e del Regime. I nemici non prevarranno».
In serata partono per Milano alcuni membri del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Istituito nel 1926, il Tribunale ha giurisdizione su ogni strage o attentato e non è subordinato alla Direzione generale di Pubblica Sicurezza.
Il giorno dopo le condizioni dei soldati ricoverati all’ospedale militare per le ferite riportate nell’attentato in piazzale Giulio Cesare non destano più preoccupazioni. Muore però un bambino di soli tre anni: Enrico Ravera è la diciassettesima vittima della bomba alla Fiera. La famiglia dei fratelli Antonio ed Ennio Ravera perde, con la morte di Enrico, il quarto caro (Ennio, oltre al bambino di tre anni ha perso la moglie Natalina, Antonio entrambi i figli, Gian Luigi e Rosina).
«Pietoso pellegrinaggio di cittadini dolenti» per tutto il giorno sul luogo della strage. Nel recinto improvvisato con paletti e fil di ferro che circonda il palo della luce, e dove ancora la sera prima si vedevano qualche brandello di carne e di vesti e macchie di sangue rappreso, sono stati sparsi come su un tumulo fiori e fronde. Anche alla camera ardente allestita al Cimitero Monumentale continua per tutto il giorno il corteo dei parenti, dei conoscenti, degli amici delle vittime. Nella sala un’immensa corona di orchidee donata da Benito Mussolini.
Esaminati i reperti trovati sul luogo dell’attentato, il ten. gen. Mario Grosso, della Sezione distaccata artiglieria, deposita la propria perizia. Schegge di ghisa sparse tutt’intorno in un raggio di 60 metri; esplosione violenta e istantanea avvenuta all’interno del basamento del lampione; tipo di esplosivo: dinamite o gelatina esplosiva; detonazione con un congegno a orologeria; «per ciò che si riferisce all’intervento della corrente elettrica, non solo non si rinvenne alcun conduttore, ma è probabile che se un conduttore fosse resistito, la detonazione sarebbe avvenuta nell’istante in cui il Corteo Reale sfilava di fronte al punto minato, anziché qualche minuto di anticipo».
Le indagini del Tribunale speciale si concentrano sui membri dell’organizzazione comunista clandestina di Milano. Arrestati, tra gli altri, Augusto Lodovichetti e Giuseppe Testa.
Nei pressi di Brunate, vicino a Como, la polizia arresta Romolo Tranquilli, fratello di Secondo, meglio noto con lo pseudonimo di Ignazio Silone. È accusato dell’attentato perché in possesso di una mappa che per gli inquirenti riprodurrebbe piazzale Giulio Cesare (in realtà è la piazza di Como, luogo dell’incontro tra Silone e Luigi Longo). A carico di Romolo vi è inoltre la testimonianza della domestica Adalgisa Valesi, che riconosce in lui l’attentatore, benché in precedenza avesse indicato un’altra persona, Augusto Lodovichetti. Le contraddizioni della testimone non fermano gli inquirenti che vedono in Romolo l’intellettuale di collegamento tra il gruppo comunista e l’ambiente internazionale degli esuli. L’intenzione della milizia è di chiudere l’inchiesta con un processo a rito direttissimo, a porte chiuse. Tranquilli nega di aver partecipato alla strage, ma sarà sottoposto a duri interrogatori e a torture che gli producono gravi lesioni ai polmoni, fino a causarne la morte il 27 ottobre 1932.
Va detto che la versione ufficiale sposta al giorno 13 l’incidente alla caserma della milizia avvenuto il giorno precedente, stesso giorno della strage.
Due giorni dopo la bomba alla Fiera, è il momento dei funerali. «Tutta Milano accompagna all’estremo riposo le vittime della strage in una indimenticabile manifestazione di cordoglio e di esecrazione». Di prima mattina le salme vengono portate in Duomo dalla camera ardente al Cimitero Monumentale. Bare allineate davanti all’altare maggiore: diciassette per le vittime della strage, due per i militi morti nell’incidente della caserma di via Pagano. Nelle tre più piccole, avvolte da un drappo candido, i corpi dei bambini.
Il Partito fascista ha organizzato un’imponente manifestazione. Alle 13 tutti i fascisti si concentrano nelle rispettive sedi rionali per raggiungere incolonnati piazza del Duomo.
Alle 15 il corteo funebre si muove dal Duomo verso il cimitero. «I rintocchi del campanone riprendono e i pesanti battenti della porta scorrono e spalancano l’uscita dal Duomo. Uno squillo di tromba annuncia l’apparizione delle salme. Le autorità fanno ala». C’è anche il generale Umberto Nobile con gran parte dell’equipaggio del dirigibile Italia: il giorno dopo partiranno da Milano per il Polo Nord. Il corteo funebre si avvia quindi verso via Dante, dove «la pioggia dei fiori pare in certi momenti oscurare il cielo».
Il giorno 15 Luigi Mario Gea, di 11 anni, muore all’Ospedale Maggiore. Era stato il padre, un fattorino, a convincere la moglie perché portasse il piccolo al piazzale Giulio Cesare: «Prendi con te il bambino. C’è il Re, c’è l’inaugurazione della Fiera. Lo farai divertire».
Il capo della polizia Arturo Bocchini telegrafa al prefetto di Milano chiedendo costanti aggiornamenti sulle indagini portate avanti dal Tribunale speciale. Per Bocchini è improbabile che gli attentatori siano gli antifascisti in esilio e indica piuttosto di dirigere le indagini verso le associazioni nazionalistiche jugoslave e balcaniche.
Nel pomeriggio del 21 aprile muore all’Ospedale Maggiore la maestra Giuseppina Tognacci, 56 anni, e nella notte Achille Beretta, 20 anni, meccanico. Le vittime della bomba di piazzale Giulio Cesare raggiungono il numero definitivo di venti.
Il 26 aprile l’Agenzia Stefani comunica il bilancio delle indagini sull’attentato alla Fiera di Milano: 560 arresti (probabilmente un terzo di quelli realmente effettuati), 32 deferimenti al Tribunale speciale.
Il 3 maggio in Senato si tiene la commemorazione delle vittime dell’attentato. Nel suo discorso Mussolini chiede «palese ma severa giustizia» e in questo modo scarta la possibilità di celebrare il processo a porte chiuse. La campagna promossa dalla stampa europea a favore degli arrestati, come quella del “Comitato per la difesa delle vittime del fascismo”, ha influito in modo determinante nel cambiamento della strategia processuale da parte delle autorità fasciste.
Il 25 maggio il questore Giovanni Rizzo scrive al capo della polizia Bocchini che i responsabili dell’attentato del 12 aprile alla Fiera di Milano debbono essere cercati nel gruppo anarchico del professor Camillo Berneri, esule a Parigi. La pista anarchica verrà seguita e abbandonata più volte, senza una precisa determinazione del Duce nel perseguirla.
Il 23 gennaio dell'anno successivo i  comunisti arrestati il 13 aprile 1928 escono dall’inchiesta per la strage di Milano del giorno prima, sancendo l’estraneità della loro parte politica dai fatti di piazzale Giulio Cesare. Nel giugno 1931 Augusto Lodovichetti, Ettore Vacchieri, Giuseppe Testa, Sarti detto Maciste, Oreste Bruneri e Antimo Boccolari verranno tuttavia condannati a 12 anni di carcere per la ricostruzione del Partito comunista e incitamento all’odio di classe; la stessa pena toccherà a Romolo Tranquilli, che subisce anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni in regime di sorveglianza speciale.
Il 30 ottobre 1930 in diverse città italiane sono arrestati diversi componenti di Giustizia e Libertà. Tra questi Riccardo Bauer, Vincenzo Calace, Umberto Ceva, Ernesto Rossi. A loro carico l’accusa di aver pianificato una serie di attentati, poi non attuati, per la notte tra il 27 e il 28 ottobre (la ricorrenza della marcia su Roma). La polizia intende addossare all’organizzazione anche la responsabilità della strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 3 novembre 1930 il generale Alfredo Torretta firma la perizia sulle bombe preparate dai membri di Giustizia e Libertà. Il perito, seguendo le indicazioni dell’ispettore Nudi, ricollega la preparazione degli attentati del 27-28 ottobre passato a quello di piazzale Giulio Cesare del 1928. Il chimico Umberto Ceva è identificato quale fabbricatore dell’ordigno.
Il 12 dicembre 1930 una nuova perizia di Mario Grosso ha elevato evidenti contraddizioni alla perizia Torretta. Nel procedimento avviato dal Tribunale speciale nei confronti dei membri di Giustizia e Libertà non vi è alcun riferimento alla strage del 12 aprile 1928. Il “teorema Nudi” sembra destinato ad essere definitivamente archiviato.
Il 9 marzo 1932 Mario Grosso firma una nuova perizia. Nelle premesse afferma che non ci sono sufficienti prove per legare l’ordigno di piazzale Giulio Cesare, davanti alla Fiera, a quello trovato nell’Arcivescovado di Milano il 29 dicembre 1928. Contraddittoriamente, nelle conclusioni scrive: «1) gli ordigni del 9 aprile 1928 (bombe sulla linea Milano-Bologna) e quelli all’Arcivescovado sono stati in modo assolutamente certo preparati dagli stessi individui. 2) Con quasi certezza si può affermare che gli stessi individui hanno preparato anche l’ordigno del piazzale Giulio Cesare del 12 aprile 1928. 3) È probabile che gli individui medesimi non siano estranei alla confezione dell’ordigno scoppiato il 1° maggio 1927 al monumento di Napoleone III» .
Giobbe Giopp, in precedenza identificato quale responsabile della piccola esplosione dimostrativa sotto il monumento di Napoleone III a Milano è coinvolto nell’inchiesta sulla strage del 12 aprile 1928 (anche se in quella data era in carcere da una quindicina di giorni).
Il 25 febbraio 1935 Maria Carnielli rilascia a Guido Leto (della Direzione generale affari riservati della polizia) dichiarazioni contraddittorie. In un interrogatorio la donna accusa Dante Fornasari di aver collocato l’ordigno a piazzale Giulio Cesare, ma la debolezza della sua testimonianza non fa procedere per il momento in questa direzione le indagini.
Il 20 novembre 1940 muore il capo della polizia Arturo Bocchini. Al suo posto Mussolini nominerà Carmine Senise (vice di Bocchini dal 1932). Guido Leto, della Direzione generale affari riservati della polizia, sarà posto a capo dell’Ovra, la polizia politica. Il 14 aprile 1943 Sinise è rimosso dal suo incarico di capo della polizia. Gli succede il generale della Milizia Renzo Chierici.
Il 24 giugno 1943 il capo dell’Ovra Guido Leto e il commissario Ugo Magistrelli indagano di nuovo Giustizia e Libertà per l’eccidio del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano. Riprende campo il “teorema Nudi”.
Lunedì 26 luglio 1943 al vertice della polizia ritorna Carmine Senise, che era stato rimosso dall’incarico il 14 aprile e il giorno successivo il commissario capo Magistrelli interroga Gastone Canziani, vicino alla rivista Pietre e alla Giovane Italia. La polizia vuole anzitutto dimostrare un collegamento tra Canziani e Fornasari quali autori dell’attentato alla Casa degli Italiani di Aubagne (Francia) del 15 gennaio 1932, e di seguito legare tale associazione a delinquere alla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 28 luglio 1943, tramite un portaordini personale del capo della polizia Carmine Senise, il direttore del carcere di Regina Coeli riceve l’ordine perentorio di trattenere in carcere i presunti responsabili della strage del 1928 in piazzale Giulio Cesare a Milano (Rossi, Bauer, Canziani, Calace e Fornasari), anche in caso di un provvedimento di liberazione dei prigionieri politici. Le pressioni delle manifestazioni popolari e l’appoggio di personalità di spicco dell’antifascismo costringono Senise a rilasciare Rossi, Bauer e Calace il giorno 30.
Giovedì 19 agosto 1943, in un colloquio tra il capo dell’Ovra Guido Leto e il giudice Alfredo Cianciarini del Tribunale militare (sostituito al Tribunale speciale) emerge l’ipotesi di un processo indiziario a carico dei presunti colpevoli della strage del 12 aprile 1928 a Milano che deve concludersi con pene esemplari e la condanna a morte di Fornasari. Il fine politico è la condanna dell’antifascismo repubblicano. Leto riceve l’autorizzazione da Badoglio a proseguire le indagini in tal senso.
L'8 settembre 1943, dopo l’armistizio, le indagini sulla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano s’interrompono.
Il 12 aprile 1978, in occasione del cinquantenario della strage alla Fiera di Milano, Lelio Basso scrive sul Corriere della Sera: «A distanza di 50 anni nulla si sa degli autori dell’attentato […] ed è strano che nessuno, né uno storico né un parente delle vittime, abbia cercato di far luce su una strage, non meno grave nei suoi effetti di quelle tristemente famose del Diana o di piazza Fontana».
Perché non si è fatta luce sulla strage? «La risposta, probabilmente, è più semplice di quanto si possa pensare. È la paura della verità. La paura di scoprire che, dietro alla bomba di piazzale Giulio Cesare ci fosse una verità imbarazzante. Imbarazzante perché, al di là delle dichiarazioni, la parte politica che si ispirava all’antifascismo di Giustizia e Libertà temeva di scoprire un qualche suo coinvolgimento. Imbarazzante per Mussolini stesso, il quale non aveva alcuna intenzione di spingere i suoi sottoposti a concludere l’inchiesta, anche lui timoroso che la verità venisse a galla. E per il capo della polizia? Aveva realmente interesse a scoprire i responsabili? Oppure, come scrisse Guido Leto, questo fu il più grande cruccio di tutta la sua carriera? Troppo tempo è passato da allora, e le vittime della strage del 12 aprile 1928, uccise dalla bomba esplosa davanti al civico 18, dalle sevizie della Milizia o dagli intrighi di polizia senza scrupoli, sono destinate a rimanere senza giustizia».

mercoledì 11 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 2006 viene arrestato, dopo 43 anni di latitanza, il super boss mafioso Bernardo Provenzano.
Ritenuto uno dei capi di Cosa nostra (la mafia siciliana), succeduto a Totò Riina negli anni '90, Bernardo Provenzano nasce a Corleone il 31 gennaio 1933. Soprannominato Zu Binu, oppure Binnu u tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui stroncava le vite dei nemici), è stato arrestato il giorno 11 aprile 2006, dopo una latitanza record durata oltre quarant'anni (era ricercato dal 9 maggio 1963).
Inizialmente Provenzano apparteneva assieme a Riina alla cosca mafiosa del boss corleonese Luciano Liggio; negli anni '60 commette i suoi primi omicidi. Già da questo periodo la sua fama è quella di terribile killer sanguinario.
In questo periodo si è nel corso della prima guerra di mafia palermitana contro i Navarra. Giuseppe Ruffino, Calogero Bagarella, Giovanni e Bernardo Provenzano, sono quattro tra i sicari i più temuti: la mattina del 9 maggio tendono un agguato a tre esponenti del clan Navarra (Francesco Streva, Biagio Pomilla e Antonino Piraino), eliminandoli.
Dopo aver ricevuto una denuncia per la strage, Bernardo Provenzano fa perdere le sue tracce.
Per i quarant'anni che seguiranno di Provenzano rimarranno solo alcune brevi registrazioni vocali (poi scomparse misteriosamente dal tribunale di Agrigento) e una foto segnaletica risalente al 18 settembre 1959 che raffigurava il volto sbarbato di un uomo elegante, con i capelli ordinati e lucidi di brillantina.
Il suo nome torna prepotentemente nelle cronache il 10 dicembre del 1969 quando cinque uomini con la divisa da finanzieri entrano in una palazzina per eliminare Michele Cavataio, detto "Il Cobra". Provenzano è fra questi: uccide tutti sparando all'impazzata.
Approda ai vertici di Cosa nostra all'inizio degli anni '80. Non è d'accordo con Riina per gli omicidi di Falcone e Borsellino, ma lascia fare. Dopo la risposta dello Stato dell'eliminazione di Leoluca Bagarella (arrestato il 24 giugno 1995), diventa il nuovo capo di Cosanostra; in breve Provenzano cambierà radicalmente il modo d'agire tipico della mafia corleonese. Applica la mediazione, consentendo alla Mafia di rimanere quasi invisibile per oltre un decennio.
Provenzano si considera un ministro investito dall'alto, alla maniera dei vecchi padrini, e come loro si sente come un padre che cresce una famiglia: tipico è riscontrare questa sua tendenza nelle lettere che scrive. In questo sta una differenza fondamentale con il predecessore Riina.
Introduce anche un sistema amministrativo che redistribuisce i proventi alle cosche, organizzandole in organismi spezzati ma ampi, abolendo di fatto la gerarchia tipica della cupola. Suo mezzo di comunicazione sono i cosiddetti "pizzini" (da lui stesso così chiamati), termine siciliano per indicare bigliettini di carta con brevi appunti, nello specifico utilizzati dal boss per comunicare gli ordini.
Provenzano viene segnalato nel 2003 presso una clinica francese vicino Marsiglia, dove si era recato per sottoporsi ad un intervento chirurgico alla prostata. Probabilmente viene accompagnato da Attilio Manca, urologo italiano poi trovato misteriosamente morto a Viterbo per overdose.
E' la mattina dell'11 aprile 2006 quando Bernardo Provenzano viene catturato in località Contrada dei Cavalli, a Corleone, in un casolare di campagna. Solo due settimane prima del ritrovamento, il suo avvocato Salvatore Traina aveva sostenuto che Provenzano era morto da anni. A tradire il boss pare sia stato l'ultimo suo pizzino, inviato alla moglie la mattina stessa dell'arresto, tramite il quale gli investigatori sono risaliti all'abitazione nella quale il boss si rifugiava. Un'altra versione vorrebbe che siano stati seguiti i pacchi di biancheria partiti da casa della moglie verso il casolare.
In precedenza già condannato in contumacia a tre ergastoli (oltre ad altri procedimenti in corso) il giorno successivo all'arresto Provenzano è stato trasferito dal carcere palermitano dell'Ucciardone, al carcere di massima sicurezza di Vocabolo Sabbione (Terni), sottoposto al regime carcerario del 41bis.
Dopo un anno di carcere a Terni, viene trasferito al carcere di Novara a seguito di alcuni malumori degli agenti di Polizia Penitenziaria che si occupavano della sua detenzione.
Dal carcere di Novara, il boss ha più volte tentato di comunicare con l'esterno in codice. Il ministero della Giustizia ha deciso di aggravare il carcere duro per Provenzano, applicandogli il regime di 14 bis in aggiunta al 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che prevede l'isolamento in una cella in cui sono vietate la televisione e la radio portatile.
Il 19 marzo 2011 viene confermata la notizia di un cancro alla vescica.
Inoltre, sempre lo stesso giorno, è stato dichiarato che il boss di Cosa Nostra verrà trasferito dal Carcere di Novara al Carcere di Parma. Nel carcere di Parma il 9 maggio 2012 il boss tenta il suicidio infilando la testa in una busta di plastica con l'obiettivo di soffocarsi ma il tutto viene sventato da un poliziotto penitenziario. Il 23 maggio 2013 la trasmissione televisiva Servizio Pubblico manda in onda un video che ritrae Bernardo Provenzano nel carcere di Parma durante un incontro con la moglie e il figlio datato 15 dicembre 2012; l'ex boss appare fisicamente irriconoscibile, affaticato e mentalmente confuso, tanto da non riuscire a prendere in mano la cornetta del citofono per parlare con il figlio. Durante il colloquio Provenzano non riesce neanche a spiegare con chiarezza al figlio l'origine di una evidente ferita alla testa, prima dichiara di essere stato vittima di percosse, e successivamente di essere caduto accidentalmente. Il 26 luglio 2013 la procura di Palermo dà l'ok per la revoca del 41 Bis a Bernardo Provenzano per le sue condizioni mediche.
Ricoverato all'ospedale San Paolo di Milano, muore il 13 luglio 2016 all'età di 83 anni. I funerali furono vietati per motivi di ordine pubblico dal questore di Palermo. La salma venne quindi cremata nel crematorio del cimitero di Milano. Il 18 luglio le sue ceneri furono sepolte nella tomba di famiglia nel cimitero di Corleone.

martedì 10 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 aprile.
La sera del 10 aprile 1991, presso il porto di Livorno, una nave traghetto con a bordo decine di persone si scontra con una nave petroliera che trasporta ingenti quantità di carburante grezzo: è l’incidente marittimo più grave della storia italiana dal secondo dopoguerra. La nave traghetto in questione è la Moby Prince, a bordo ci sono oltre 140 persone, tra passeggeri e membri dell’equipaggio, che moriranno in seguito alla collisione e all’incendio sviluppatosi immediatamente dopo. Un giovane mozzo è l’unico sopravvissuto al disastro, ma nemmeno la sua testimonianza diretta riuscirà mai a chiarire le reali cause e responsabilità per l’accaduto.
La vicenda della Moby Prince si intreccia con altri misteri riguardanti il nostro recente passato, come il caso dell’assassinio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin , avvenuto in Somalia nel 1994, o come l’agguato di mafia in cui Mauro Rostagno rimase ucciso in Sicilia nel 1988. Ciò che accomuna queste vicende, apparentemente tra loro distanti sia dal punto di vista geografico che dal punto di vista temporale, sarebbe la “regia” che c’è dietro.
Quando la Moby Prince salpa da Livorno sono le 22:03 e la situazione nel porto sembra tranquilla, così come dovrebbe essere. Nulla lascia presagire ciò che sta per accadere, anche perché le condizioni climatiche sono ottimali, la visibilità è pertanto buona, eppure nel giro di 22 minuti dalla partenza la Moby Prince va a impattare una nave dell’Agip Abruzzo ferma in sosta, colpendola proprio nel punto in corrispondenza del quale vi è una cisterna contenente centinaia di tonnellate di petrolio non ancora scaricate. La susseguente fuoriuscita di materiale liquido altamente combustibile alimenta le fiamme, che investono la parte anteriore del traghetto, fino ad avvolgerlo: è l’inizio del disastro, sul quale non quadrano (e non quadreranno ancora fino ad oggi) troppe cose.
Innanzitutto appare decisamente assurdo e inspiegabile l’errore di valutazione della rotta da parte del comandante della Moby Prince e dei suoi collaboratori, soprattutto considerando che in questo specifico caso il personale a bordo è composto da professionisti esperti con anni di navigazione alle spalle e, in base ai pareri di alcuni loro colleghi, nemmeno dei principianti sarebbero incappati in una simile, fatale, distrazione. Altro fatto anomalo è che negli stessi istanti in cui si consuma la tragedia vengono registrate comunicazioni in lingua inglese tra due navi (evidentemente militari, è risaputo che in Toscana vi è un’importante base americana nei pressi di Pisa, la Camp Darby, avente attività anche nel porto di Livorno), che assistono al sinistro e che decidono di prendere il largo e sparire dalla scena, ebbene: queste navi statunitensi “ufficialmente” lì non ci dovrebbero essere (tra l’altro, non è affatto escluso che fossero più di due). Poi vi è un inconcepibile ritardo nei soccorsi (inconcepibile specie dopo che si è appurato che la causa di morte degli sfortunati passeggeri è da attribuire in primis all’esalazione del fumo tossico e non alle ustioni): la prima nave a essere raggiunta è quella dell’Agip Abruzzo, la quale si è intanto disincagliata dalla nave traghetto (accendendo i motori e operando una manovra evasiva) e sulla quale per tutta la notte si concentreranno praticamente quasi tutti gli sforzi per limitare i danni, mentre la Moby Prince (nel frattempo allontanatasi alla deriva) viene raggiunta addirittura dopo circa un’ora e mezza da una sola imbarcazione, che trarrà in salvo l’unico superstite, il mozzo Alessio Bertrand (italiano, originario di Napoli), il quale è rimasto tutto il tempo aggrappato al parapetto della poppa. Infine, vi è da far notare l’ingiustificata risolutezza e tempestività da parte del comandante del porto di Livorno (l’Ammiraglio Sergio Albanese) nell’attribuire da subito le cause dell’incidente all’errore umano, tirando fuori l’incongruenza della scarsa visibilità a causa della nebbia, ipotesi poi avallata dall’allora Ministro della Marina Mercantile, Carlo Vizzini. Ma il pretesto delle non buone condizioni atmosferiche è comunque smentito da testimonianze confermate e suffragate da più parti. Le stesse testimonianze parlano, inoltre, dell’avvistamento di un elicottero proprio in quei momenti sul luogo della sciagura, velivolo di cui “ufficialmente” non si saprà mai più nulla, ma che si presume fosse di supporto alle navi statunitensi.
Fin qui la ricostruzione degli eventi, fatta in base a riscontri oggettivi (che sembrerebbero più plausibili di quelli “ufficiali”), mentre dai risultati delle indagini della magistratura non sarà possibile arrivare a una verità certa. Infatti, la procura di Livorno apre subito un fascicolo di inchiesta per omissione di soccorso e omicidio colposo e nel 1997 il primo processo in merito si concluderà con la sentenza di assoluzione di tutti gli imputati <<perché il reato non sussiste>>, sentenza parzialmente riveduta in appello. In seguito, la terza sezione penale di Firenze dichiarerà di non poter procedere per intervenuta prescrizione di reato. Un altro filone d’inchiesta, aperto dalla procura di Livorno nel 2006, non porterà a nessuna conclusione utile.
Della tragedia del Moby Prince rimangono le 140 vittime (sarebbe questo l’esatto numero accertato) e l’inconsolabile dolore dei loro familiari, i quali continuano a combattere per la verità e la giustizia; ma rimangono anche altri inquietanti interrogativi, che continuano a gettare ombra sulla vicenda, come la confessione del nostromo Ciro Di Lauro rilasciata durante un’udienza, nella quale si autoaccusa di aver tentato invano di manomettere il timone della Moby Prince (senza appunto riuscirvi, a causa dell’integrità del meccanismo compromessa dall’incendio), probabilmente per cercare di corroborare la mai comprovata tesi dell’errore umano, oppure come la vicenda che vede protagonista Fabio Piselli, ex parà, militare esperto con molti anni di servizio in delicate operazioni di intelligence in giro per il mondo. Fabio Piselli è tra i primi soccorritori dopo la sciagura, nei giorni successivi all’incidente lavora sulla Moby Prince. Nel novembre 2007 subisce un’efferata aggressione, proprio prima di recarsi all’incontro con l’avvocato dei parenti delle vittime del disastro, al quale avrebbe potuto fornire verità scomode. Dopo essere stato neutralizzato con la forza, l’ex parà militare viene chiuso nella propria auto, la vettura viene data alle fiamme, Fabio Piselli riesce a tirarsi fuori dall’abitacolo e a salvarsi per miracolo. Racconterà alla stampa quanto occorsogli, naturalmente i tg nazionali danno grande risalto alla vicenda. In base alle sue teorie, sulla Moby Prince avrebbero agito dei dirottatori preparati e avvezzi a questo tipo di operazioni, con l’intento di creare un diversivo per distogliere l’attenzione da (o forse intralciare) qualcos’altro, ma gli stessi sabotatori non avrebbero previsto un simile epilogo, rimanendo a loro volta coinvolti nel disastro. Per questo motivo permarrebbero dubbi anche sul reale numero delle vittime.
Come già accennato, quella sera nel porto di Livorno c’era una grande attività di navi “non registrate”, pare che il tutto sia da collegare al traffico d’armi (in cambio di rifiuti tossici, tra l’Africa e l’Occidente) gestito “dall’alto”, quindi da ambienti legati alla massoneria, ai servizi segreti “deviati”, alla politica “corrotta”, alla mafia. Proprio questa ipotesi complottista (ma non per questo meno attendibile di altre comunque mai dimostrate) è ciò che accomuna le storie di Mauro Rostagno, Ilaria Alpi e la tragedia del Moby Prince. Recentemente i familiari delle vittime hanno chiesto l’intervento dell'allora presidente statunitense Barack Obama, ma gli USA hanno sempre negato l’accesso alle informazioni satellitari in loro possesso: eventuali importanti immagini della zona dell’incidente potrebbero essere state registrate in quella maledetta sera del 10 aprile 1991.

lunedì 9 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 aprile.
Il 9 aprile 1867 viene ratificato il trattato per la vendita dell'Alaska dalla Russia agli Stati Uniti d'America.
Nel 19° Secolo, l’Alaska russa era un centro di commercio internazionale. Nella capitale Novoarkhangelesk (l’odierna Sitka) i mercanti commerciavano manufatti cinesi, the e ghiaccio, fortemente richiesto dal Sud degli USA prima dell’invenzione del congelatore. Si costruivano navi e fabbriche e si estraeva il carbone. Inoltre era già nota la presenza di giacimenti auriferi nell’area. Cedere questa terra sembrava una pazzia. I mercanti russi erano attratti dall’Alaska per l’avorio di tricheco (costoso quanto quello di elefante) e le costose pellicce di lontra marina, che potevano procurarsi contrattando con le popolazioni indigene dell’area. Il commercio era gestito dalla RAC (Russian-American Company), compagnia creata da avventurieri, esploratori e imprenditori. La compagnia controllava le miniere e i minerali dell’Alaska, stringeva accordi con stati stranieri e aveva perfino una sua moneta e una sua bandiera.
Questi privilegi erano garantiti alla compagnia dal governo imperiale. Il governo zarista non solo ricavava grandi ritorni fiscali dalla compagnia, ma ne era pure in parte proprietario. La famiglia imperiale era infatti tra gli azionisti della RAC.
Il più grande governatore degli insediamenti russi in America fu il talentuoso mercante Alexander Baranov.
Costruì scuole e fabbriche, insegnò ai nativi la coltivazione della rutabaga e della patata, costruì fortezze e cantieri navali ed espanse il commercio della lontra marina. Baranov si soprannominò “Il Pizarro Russo” e si legò all’Alaska non solo con la borsa, ma pure con il cuore sposando la figlia di un capo Aleuto.
Durante il governo di Baranov la RAC fece lucrosi guadagni. I profitti crebbero del 1.000%. Quando un ormai senescente Baranov si dimise, venne rimpiazzato dal luogotenente Hagemeister che portò con se nuovi impiegati ed azionisti dalle cerchie militari. Lo statuto venne modificato per permettere solo a ufficiali navali di poter prendere il comando della compagnia. I militari si appropriarono ben presto dei profitti della compagnia, ma con le loro azioni finirono poi per rovinarla.
I nuovi padroni stabilirono per loro stessi compensi astronomici. All’epoca un comune ufficiale militare guadagnava 1.500 rubli all’anno (paragonabile allo stipendio di ministri e senatori), mentre i capi della RAC guadagnavano 150.000 rubli l’anno. Compravano la pelliccia a metà prezzo dalla popolazione autoctona. Come conseguenza gli esquimesi e gli aleuti sterminarono le lontre marine, privando l’Alaska del suo commercio più prezioso. I nativi cominciarono a soffrire ristrettezze economiche e si ribellarono, le loro ribellioni vennero represse dai Russi con bombardamenti dei villaggi costieri.
Gli ufficiali cominciarono a cercare nuove fonti di reddito. In conseguenza cominciarono a commerciare the e ghiaccio, ma gli avidi uomini d’affari non furono in grado neppure di organizzare il tutto, e ovviamente abbassare i loro salari era impensabile. La RAC quindi ottenne un lauto sussidio pubblico di 200.000 rubli l’anno, ma nemmeno questo risollevò la compagnia.
E quindi venne la Guerra di Crimea, con Regno Unito, Francia e Impero Ottomano alleati contro la Russia. Fu chiaro fin dal principio che la Russia non era in grado di difendere e di rifornire l’Alaska, dato che le rotte marine erano controllate dagli avversari. Si affievolirono anche le speranze sullo sfruttamento dell’oro. Era forte il timore che i britannici potessero bloccare l’Alaska e lasciare la Russia a mani vuote.
Le tensioni tra Mosca e Londra crebbero, mentre le relazioni con gli Stati Uniti divennero invece molto migliori. Ambo le parti partorirono quasi simultaneamente l’idea della cessione. Il Barone Edward de Stoeckl, l’inviato russo a Washington, aprì i colloqui col ministro degli esteri americano William Sweard per conto dello zar.
Mentre i burocrati trattavano, l’opinione pubblica di ambo i paesi era decisamente contraria all’accordo. “Come possiamo dar via questa terra per cui abbiamo speso risorse e tempo nel suo sviluppo, terra dove è appena arrivato il telegrafo e dove sono state scoperte miniere d’oro” scrivevano i giornali russi. “Perché l’America avrebbe bisogno di una “scatola di ghiaccio” e di 50mila esquimesi che bevono olio di pesce la mattina?” si chiedeva indignata la stampa statunitense.
Non era indignata solo la stampa, anche il Congresso non approvava l’acquisto. Ma il 30 Marzo del 1867, a Washington D.C. le parti siglarono comunque l’accordo per la vendita di 1 milione e mezzo di ettari di terreno di proprietà russa in America per la cifra di 7.2 milioni di dollari, 2 centesimi per acro, una somma puramente simbolica. All’epoca un equivalente appezzamento di terra completamente improduttivo in Siberia sarebbe costato oltre 1.000 volte tanto sul mercato interno. Ma la situazione era critica e la Russia rischiava di non prendere nemmeno quello.
La consegna ufficiale della terra avvenne a Novoarkhangelsk. I soldati Russi e Statunitensi si allinearono vicino al pennone da cui la bandiera russa cominciò a scendere accompagnata dai saluti rituali. Però la bandiera rimase incagliata in cima al pennone. Il marinaio che si arrampicò per disincagliare la bandiera la gettò giù, dritta sulle baionette dei soldati Russi. Era un brutto presagio! Poco dopo gli Statunitensi cominciarono a requisire i palazzi della città che cambiò nome in Sitka. Centinaia di Russi che si rifiutarono di prendere la cittadinanza statunitense dovettero scappare su navi mercantili e non raggiunsero casa fino all’anno seguente.
Passo poco tempo e dalla “scatola di ghiaccio” cominciò a fluire l’oro. La corsa all’oro del Klondike cominciò in Alaska, portando agli Stati Uniti migliaia di milioni di dollari. Ovviamente tutto ciò era seccante. Ma è impossibile sapere come sarebbero evolute le relazioni tra le maggiori potenze mondiali se la Russia non fosse fuggita in tempo dalla problematica e infruttuosa regione. Regione che mercanti talentuosi e spavaldi avevano reso fruttuosa ma che avidi ufficiali della marina avevano distrutto.

domenica 8 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 aprile.
L'8 aprile 1877 un gruppo di 26 anarchici occupa il municipio di Letino (BN), per protesta contro l'iniqua tassa sul macinato.
Protagonista del tentativo insurrezionale fu la cosiddetta Banda del Matese che contava tra i suoi militanti Errico Malatesta, Carlo Cafiero, gli imolesi Giuseppe Bennati, Luigi Castellazzi, Ugo Conti, Sante Celoni, Francesco Ginnasi , Luigi e Domenico Poggi, Pietro Gagliardi; i bolognesi Ariodante Facchini e Uberto Lazzati; i ravennati Domenico Bezzi; i toscani Alamiro Bianchi, Guglielmo Sbigoli, Giuseppe Volponi, Gaetano Grassi, Leopoldo Ardinghi e Massimo Innocenti; i marchigiani Napoleone Papini, Sisto Buscarini; gli umbri Angelo Lazzari e Carlo Pallotta, entrambi di Terni e Florido Matteucci; e tanti altri.
Il Matese fu ritenuta zona adatta alla guerriglia. Da qui - nel cuore del Mezzogiorno - gli anarchici intendevano far scoccare la scintilla della rivoluzione. Non pensavano ad un'insurrezione generale, bensì ad un'azione di vera e propria guerriglia. Lo scopo era quello di occupare, con pochi uomini, una zona simbolicamente importante perché inespugnabile, e da lì incitare all'azione chi agognava alla libertà. L'operazione era prevista a marzo, ma la neve ancora presente nel Matese fece rallentare i piani degli anarchici (e permise al ministero degli Interni, debitamente informato, di studiare delle contromosse). Il luogo dell'incontro dei cospiratori doveva essere San Lupo, un piccolo paesello. Ma invece di cento - come preventivato - si presentarono solo ventisei compagni.  Si decise di continuare comunque e il piccolo gruppo di uomini cominciò a marciare, naturalmente ognuno con la sua bella sciarpa rossa in evidenza.
Le guide non si presentarono, i viveri non giunsero a destinazione. La leggenda dice che i rivoluzionari avessero deciso di passare agli espropri, ma quando - alla prima pecora sequestrata - il piccolo pastore, tale Purchia, cominciò a piangere, la restituirono. Dopo tre giorni di marcia, la mattina dell'8 aprile 1877 entrarono a Letino in armi. Dichiararono  decaduta la monarchia sabauda e distrussero i ritratti di Vittorio Emanuele, dando alle fiamme, tra il giubilo degli abitanti di Letino, sia i registri fiscali che tutte le carte dell'archivio comunale. Vennero distrutti i titoli di proprietà (catasto, ipoteche, gravami a favore della Santa Chiesa) e ufficialmente proclamata la rivoluzione sociale. Il popolo plaudente salutò il lancio dalle finestre del municipio di grossi fasci di cartaccia che alimentano un grande falò acceso sulla pubblica piazza. Vennero, infine, guastati, sui mulini, i contatori dell'iniqua tassa sul macinato.
La rivoluzione venne spiegata con pochi esempi pratici, e in dialetto. Carlo Cafiero saltò sul basamento di una grossa croce divelta, e sul quale sventolava la bandiera rossa e nera dell'Anarchia. Spiegò cosa fosse la rivoluzione sociale, i suoi fini e i suoi metodi. illustrando, sempre in dialetto stretto, il programma dell'Internazionale: non più soldati, non più prefetti, non più proprietari. E, secondo le testimonianze registrate dai carabinieri, il popolo di Letino, quello della santa religione, gridava: "Evviva l'Internazionale! Evviva la repubblica comunista di Letino!".
Lo stesso parroco del paese, don Raffaele Fortini (cognome diffusissimo a Letino e nel Matese), spiegò come Vangelo e socialismo fossero la stessa cosa e che gli anarchici erano i "veri apostoli mandati dal Signore per predicare le sue leggi divine". Il popolo applaudiva. né servi né padroni; la terra in comune, il potere a tutti. E a gran voce si chiedeva ai rivoluzionari di completare l'opera iniziata, confiscando le terre e ridistribuendole. Ma Cafiero, a nome della Banda, rifiutò decisamente sia perché il gruppo doveva andare in altri paesi a portare la scintilla della rivoluzione, sia soprattutto, perché i contadini dovevano imparare a far da soli, sfruttando le loro forze. "I fucili e le scuri ve li aviamo dati, i coltelli li avite - se vulite facite e si no, vi futtite".
Alla fine i rivoluzionari lasciarono il paese tra gli applausi dei contadini diretti verso Gallo. Qui furono ripetuti gli stessi atti compiuti a Letino tra un analogo entusiasmo da parte dei contadini e del parroco Vincenzo Tamburri. Intanto si stava organizzando la reazione del governo che, a detta di alcuni storici era già informato da tempo del progetto di rivoluzione sociale preparato dagli internazionalisti.
Pare infatti che la persona scelta come guida perché a conoscenza dei luoghi impervi del Matese, tal Farina di Maddaloni, avesse tradito rivelando tutto al ministro degli interni Nicotera, ex Mazziniano come lui. Dopo gli eventi di Letino e Gallo, la banda vagò per tre giorni sui monti del Matese, sorpresa dal freddo e dalla neve, senza guide né carte, né viveri, con i paesi resi ormai inaccessibili dall'arrivo dei soldati e con tutte le vie di fuga, sia verso Isernia che verso Piedimonte Matese e Benevento sbarrate dall'esercito (circa 12.000 uomini) che avevano ormai circondato tutto il territorio.
La mattina dell'11 aprile un contingente di bersaglieri, a quanto pare partiti proprio, ironia della sorte, da Pontelandolfo, localizzò la banda in una masseria alla contrada Rava della Noce quindi arrestò i rivoluzionari. Un sogno di riscatto, recita la lapide a San Lupo, rimasto senza compimento.

sabato 7 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 aprile.
Il 7 aprile 1916 l'asso dell'aviazione Francesco Baracca abbatte il suo primo nemico nei cieli della prima guerra mondiale.
Quando si sente parlare del "cavallino rampante" il pensiero vola istintivamente alla grande Ferrari ed alla sua lunga storia di successi in Formula 1. C'è stata un'altra epoca, però, in cui lo stesso cavallino, sia pure con qualche lieve differenza, ha goduto di popolarità e gloria ancora maggiori; ci riferiamo, cioè, ai tempi dell'asso dell'aviazione militare Francesco Baracca che sceglie il cavallino come proprio emblema traendo spunto da quello, colore argento su sfondo rosso, del "Piemonte Reale", suo reggimento di cavalleria. E' sua madre che, dopo la prematura morte di Francesco, decide di donare ad Enzo Ferrari l'ormai storico simbolo.
Francesco Baracca nasce a Lugo (Ravenna) il 9 maggio 1888 da Enrico, facoltoso proprietario terriero, e dalla contessa Paolina de Biancoli. La sua passione per la vita militare lo porta a frequentare l'Accademia di Modena e, all'età di 22 anni, col grado di sottotenente, ad entrare in aviazione, dove le sue doti di pilota cominciano a manifestarsi. Nel 1915 si cimenta nella sua prima vera missione di guerra, nel conflitto fra Italia ed Austria, ma è nell'aprile dell'anno successivo che consegue il suo primo successo con l'abbattimento di un aereo nemico e la cattura del suo equipaggio. E' questa la prima di una lunga serie di vittorie che gli valgono, dopo appena due mesi, la promozione a capitano e la celebrità: le sue imprese vengono narrate nel mondo assurgendo ad una statura epica. Egli è ormai un "asso": entra, cioè, a far parte della ristretta cerchia di aviatori che hanno abbattuto almeno cinque aerei nemici, e diviene il più importante pilota italiano della prima guerra mondiale.
Nel 1917 viene istituita la 91^ Squadriglia, una sorta di corpo speciale dell'aviazione, detta anche "Squadriglia degli Assi", ed a Baracca viene concesso di sceglierne personalmente gli uomini che opereranno al suo comando: piloti come Fulco Ruffo di Calabria, il fiorentino Nardini, il campano Gaetano Aliperta, Ferruccio Ranza, Franco Lucchini, Bortolo Costantini, il siciliano D'Urso, Guido Keller, Giovanni Sabelli, il tenente Enrico Perreri, per citarne alcuni, contribuiranno a rendere leggendarie le missioni della 91^ anche a prezzo della vita, come per Sabelli e Perreri.
Ma è nella "Battaglia del Solstizio", combattuta sul Piave nel giugno 1918, che la Squadriglia degli Assi si rivela determinante perché riesce a conquistare il dominio del cielo ed a riversare il suo micidiale potenziale di fuoco sulle prime linee nemiche fermandone l'avanzata.
Il 19 giugno del 1918, proprio nel corso di tali eventi bellici, Francesco Baracca precipita con il suo aereo in fiamme sul Montello, perdendo la vita a soli 30 anni.
Nella sua brevissima carriera, che tuttavia gli è valsa una Medaglia d'oro, tre d'argento ed una di bronzo al valor militare, oltre a vari riconoscimenti minori, ha preso parte a ben 63 combattimenti aerei, vincendo 34 duelli.
Ma l'"Asso degli Assi" viene ricordato soprattutto per il suo spirito cavalleresco: Baracca non infierisce mai sull'avversario sconfitto e disapprova la tendenza a rendere gli armamenti sempre più devastanti e spietati.
Suo sincero ammiratore è Gabriele D'Annunzio, che dell'Eroe di Lugo ha modo di esaltare le gesta, le qualità umane e militari, ricordandolo nostalgicamente anche dopo la morte.
L'odierno stadio comunale di calcio di Mestre, così come l'istituto tecnico aeronautico statale di Forlì e la squadra di calcio della sua città natale, il Baracca Lugo sono intitolati all'aviatore scomparso.
Il nome di Baracca campeggia su molte strade e piazze d'Italia, tra le altre: una via a Roma nel quartiere di Torpignattara, così come un'importante arteria di comunicazione fiorentina, mentre in piazzale Baracca, a Milano, è posto anche un monumento in suo onore. Anche la sua città natale, Lugo, gli ha dedicato un monumento. La realizzazione fu affidata allo scultore faentino Domenico Rambelli che ideò una gigantesca ala d'aereo. Ai piedi dell'ala, la statua dell'eroe vestito con la tuta da aviatore. Il basamento dell'opera reca incise, sul fronte, le date ed i luoghi delle sue vittorie aeree. Ai fianchi vi sono i simboli dei reparti a cui appartenne l'aviatore: l'ippogrifo (91ª Squadriglia) e il cavallino rampante. Il monumento fu inaugurato il 21 giugno 1936. Sempre a Lugo si trova un museo a lui dedicato. Sul Montello, alle porte di Treviso, esiste un monumento (vicino Nervesa della Battaglia), con una dedica di Gabriele D'Annunzio.

venerdì 6 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 aprile.
Alle 3.32 del 6 aprile 2009 una scossa di terremoto di magnitudo 5,9 della scala Richter colpisce L’Aquila e altri 56 comuni abruzzesi. Nel crollo degli edifici muoiono 309 persone. Vengono danneggiati circa 10mila edifici e i danni stimati ammontano a circa 10 miliardi di euro.
Secondo la protezione civile il 9 agosto 2009 le persone senza casa erano 48.818, di cui 19.973 sistemati in 137 tendopoli, 19.149 in alcuni alberghi e 9.696 in case private.
Ad aprile del 2014 sono rientrate nelle loro case 46mila persone. Le persone che vivono ancora all’interno degli appartamenti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) sono 11.670. Sono 2.461 quelle che vivono nei Map (Moduli abitativi provvisori, prefabbricati) e 189 negli appartamenti messi a disposizione dal comune.
Allo stato attuale ci sono più di 300 cantieri aperti nel centro storico e 1.500 nelle zone periferiche. Nei comuni limitrofi all’Aquila interessati dal terremoto sono 662 i cantieri aperti nelle periferie e 138 quelli nei centri storici. Per il restauro dei beni artistici e architettonici, i cantieri aperti sono 101.
In seguito al terremoto del 2009 sono stati aperti diversi processi e numerose inchieste.
    Il 22 ottobre 2012 il tribunale dell’Aquila ha condannato in primo grado per omicidio colposo plurimo e lesioni sette tecnici e scienziati, membri della Commissione grandi rischi: Franco Barberi, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Bernardo De Bernardinis, Giulio Selvaggi, Claudio Eva e Gianmichele Calvi. Tutti gli imputati sono stati condannati a 6 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Gli imputati sono accusati di aver minimizzato il rischio di un terremoto e di essere stati negligenti nel loro lavoro.
Il 10 novembre 2014 la Corte d'Appello dell'Aquila modifica radicalmente la sentenza. Per De Bernardinis viene confermata la condanna per omicidio colposo, riducendo però la pena da 6 a 2 anni, con i benefici della sospensione della pena e della non menzione. Gli altri imputati vengono invece assolti.
Il 13 marzo 2015 la Procura Generale dell'Aquila ha presentato il ricorso in Cassazione contro la sentenza di assoluzione ottenuta in Corte d'Appello.[230] Il 20 novembre 2015 la Cassazione ha confermato definitivamente la sentenza d'appello.
    Nel crollo della casa dello studente il 6 aprile morirono otto universitari: Luca Lunari, Marco Alviani, Luciana Capuano, Davide Centofanti, Angela Cruciano, Francesco Esposito, Hussein Hamade e Alessio Di Simone. Il 16 febbraio 2013 sono stati condannati a quattro anni di reclusione per omicidio plurimo e lesioni: Bernardino Pace, Pietro Centofanti e Tancredi Rossicone. Sono tecnici, autori dei lavori di restauro fatti nel 2000 che, secondo l’accusa, avrebbero ulteriormente indebolito il palazzo costruito negli anni sessanta. A due anni e sei mesi è stato condannato Pietro Sebastiani, tecnico dell’azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu).
    I quattro condannati sono stati anche interdetti dai pubblici uffici per 5 anni. Dovranno pagare un risarcimento ai parenti delle vittime. A ciascun genitore dovranno versare 100mila euro e 50mila euro a ogni fratello o sorella. Numerose le parti civili a cui è stato riconosciuto un risarcimento di cinquemila euro.
    Sono invece stati assolti: Luca D’Innocenzo, presidente Adsu, Luca Valente, nel 2009 direttore Adsu, Massimiliano Andreassi e Carlo Giovani, tecnici, autori di interventi minori. Il non luogo a procedere è stato disposto per Giorgio Gaudiano, un funzionario che negli anni ottanta ha acquistato la struttura da un privato per conto dell’università dell’Aquila, e Walter Navarra, che ha svolto lavori di piccola entità sulla struttura.
    Gli altri processi. Delle 189 inchieste aperte, soltanto 18 hanno portato all’apertura di un processo. Alcuni processi sono arrivati alla sentenza di primo grado. Il 10 marzo 2014 è stato condannato in primo grado a tre anni di reclusione il costruttore Filippo Impicciatore per il crollo di una palazzina in via D’Annunzio in cui sono morte 13 persone. Al costruttore è stato imputato di aver usato materiali scadenti. Nello stesso processo è stato condannato a tre anni e mezzo anche Fabrizio Cimino, l’ingegnere che si era occupato del restauro dell’edificio nel 2002.
Le inchieste sulla ricostuzione:
    Tangenti per la messa in sicurezza. L’8 gennaio 2014 la polizia dell’Aquila, con la collaborazione di quella di Teramo e di Perugia, ha disposto gli arresti domiciliari per quattro ex assessori e funzionari pubblici locali, indagati insieme ad altre quattro persone. I funzionari sono accusati di millantato credito, corruzione, falsità materiale e ideologica, appropriazione indebita negli appalti legati alla ricostruzione della città dopo il terremoto. Secondo la questura alcune aziende avrebbero pagato tangenti agli amministratori pubblici per 500mila euro per ottenere appalti pubblici sulla messa in sicurezza degli edifici dopo il sisma. È stata anche accertata l’appropriazione indebita di 1 milione e 268mila euro. Secondo l’inchiesta, aperta nel 2012, questi reati sarebbero stati commessi tra il settembre del 2009 e il luglio del 2011. Tra le persone coinvolte anche il vicesindaco Roberto Riga, che ha presentato le dimissioni.
    La procura dell’Aquila sta seguendo diversi filoni d’inchiesta sulla penetrazione della criminalità organizzata di stampo mafioso nei cantieri aperti per la ricostruzione. Sono state aperte circa dieci inchieste. Quattordici ditte sono state escluse dalla ricostruzione dopo dei blitz nei cantieri e la scoperta di legami con la criminalità organizzata.
Il 4 novembre del 2013 l’europarlamentare Søren Bo Søndergaard, membro della Commissione di controllo sul bilancio dell’Unione europea, ha presentato un rapporto in cui ha criticato duramente l’Italia per l’uso dei fondi europei per la ricostruzione dell’Aquila.
L’Unione europea ha stanziato 493,7 milioni di euro per la ricostruzione della città ma, secondo il rapporto, la maggior parte dei soldi è finita in mano alla criminalità organizzata attraverso appalti gonfiati e tangenti.
Søndergaard ha dichiarato che i fondi europei potrebbero essere finiti in mano a organizzazioni criminali “in maniera diretta o indiretta”.
L’Europa ha anche criticato la costruzione degli edifici del progetto Case e Map, per i quali sono stati usati materiali scadenti e potenzialmente pericolosi per la salute delle persone. È stato usato “materiale generalmente scarso, impianti elettrici difettosi, intonaco infiammabile e alcuni edifici sono stati evacuati per ordine della magistratura perché pericolosi e insalubri”, afferma il rapporto.

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