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mercoledì 31 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 maggio.
Il 31 maggio 1678 viene effettuata a Coventry la prima commemorazione della leggendaria cavalcata di Lady Godiva.
Lady Godiva nasce nell'anno 990. Nobildonna anglosassone, sposa il conte Leofrico di Coventry dopo essere rimasta vedova del primo marito. Entrambi sono generosi benefattori di case religiose ("Godiva" è la versione latinizzata di "Godgifu" o "Godgyfu", nome anglosassone che significa "regalo di Dio"): ella nel 1043 convince Leofrico a fondare un monastero benedettino a Coventry. Il suo nome è menzionato nel 1050 per una concessione di terra nei confronti nel monastero di Santa Maria di Worcester; tra gli altri monasteri che beneficiano dei loro regali, si ricordano quelli di Chester, Leominster, Evesham e Much Wenlock.
Leofrico muore nel 1057; Lady Godiva rimane nella contea fino alla conquista dei Normanni, e anzi risulta l'unica donna che, anche in seguito alla conquista, resta proprietaria terriera. Ella muore il 10 settembre del 1067. Misterioso è il luogo di sepoltura: secondo alcuni è la chiesa della Benedetta Trinità di Evesham, mentre secondo Octavia Randolph è la chiesa principale di Coventry.
La leggenda riguardante Lady Godiva ha a che fare con il suo desiderio di prendere le difese della popolazione di Coventry oppressa dalle tasse eccessive imposte da suo marito. Egli rifiutò sempre le richieste della moglie, che voleva eliminare parte delle tasse, fino a quando, stanco delle suppliche, le rispose che avrebbe accettato le sue volontà solo se lei avesse percorso le vie della città nuda a cavallo.
La donna non se lo fece ripetere due volte, e dopo aver pubblicato un proclama in cui imponeva a tutti i cittadini di chiudere finestre e porte percorse le strade cittadine a cavallo, coperta solo dai suoi capelli. Un certo Peeping Tom, un sarto, tuttavia non obbedì al proclama, realizzando un buco in una persiana per poter assistere al passaggio della donna (da allora tradizionalmente il termine Peeping Tom in inglese significa "guardone). Rimase, per punizione, cieco. Fu così che il marito di Godiva fu obbligato ad abolire le tasse.
La leggenda fu poi commemorata in diverse occasioni, alcune delle quali ancora esistenti: dalla processione di Godiva, nata il 31 maggio del 1678 all'interno della fiera di Coventry, all'effigie di Peeping Tom in legno, situata in città a Hetford Street, passando per "The Godiva Sisters", rievocazione storica dell'evento che si tiene a settembre, in occasione dell'anniversario della nascita della donna leggendaria, su iniziativa di un cittadino di Coventry, Pru Porretta.
Anche la cultura contemporanea ha spesso rievocato Lady Godiva: lo fanno i Velvet Underground nel 33 giri intitolato "White light white heat", che contiene il brano "Lady Godiva's Operation", ma anche i Queen che, nella canzone "Don't stop me now", intonano il verso "I'm a racing car passing by like lady Godiva". Da segnalare, inoltre, la canzone "Lady Godiva & Me" dei Grant Lee Buffalo, la bambola gonfiabile Lady Godiva presente nel romanzo di Oriana Fallaci "Insciallah" e la Lady Godiva che appare in un episodio della settima stagione della serie televisiva "Streghe".

martedì 30 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1994 l'ex giocatore Agostino Di Bartolomei si suicida sparandosi al petto.
Agostino Di Bartolomei, nasce a Roma l'8 aprile del 1955.
Cresce calcisticamente vicino al suo quartiere Tor Marancia. Dall'oratorio 'San Filippo Neri' alla Garbatella all'OMI, realtà del calcio romano, sino alle giovanili della Roma dove Agostino diventa subito leader indiscusso e capitano.
Con i giovani vince il titolo ed il passo in prima squadra avviene nella stagione 72/73. L'esordio avviene il 22 aprile, pochi giorni dopo il suo diciassettesimo compleanno, contro l'Inter a Milano (0-0). Il suo primo tecnico sarà Scopigno che calcisticamente lo adora. Nella stagione 73/74, alla prima giornata contro il Bologna (2-1), arriva il primo gol con la maglia giallorossa ed è subito un gol vittoria.
23 presenze nelle prime tre stagioni con i grandi per Agostino, poi un anno a Vicenza per maturare definitivamente. Al ritorno "Diba" diventa un punto fermo dei giallorossi. Dal 1976/77 al 1983/84 salta pochissime gare e a fine anni 70 diventa il capitano della Roma.
Il campionato 77/78 è per lui il più prolifico: 10 reti. L'anno dello scudetto invece realizza 7 reti.
Centrocampista dalla classe indiscussa, visione di gioco sopraffina, lanci da architetto ed una potenza nel tiro micidiale. L'unico difetto calcistico di Agostino era la scarsa velocità ma l'allenatore Nils Liedholm seppe benissimo sopperire a questa carenza. Gli studiò una posizione in campo adeguata sistemandolo davanti alla difesa dove, con la sua grinta e il suo carattere, guidava tutta la squadra. Era un capitano vero Di Bartolomei, lo vedevi tirare con la potenza di chi ha carattere, lo vedevi arrabbiarsi con gli avversari, lì al centro del terreno di gioco.
Quando capitavano punizioni nei pressi della porta, la Curva cominciava ad intonare il suo nome: "OOOOO Agostino! Ago, Ago, Ago, Agostino gò...". L'anno dopo la Coppa dei Campioni, Agostino seguì Liedholm al Milan con un pò di rancore nei confronti della sua amata Roma che non fece troppo per trattenerlo. Ci segnò anche un gol, ed esultò in una maniera che la diceva lunga. Questo lo portò anche a litigare sul campo con alcuni suoi ex compagni di squadra. Agostino amava la Roma ma purtoppo non ebbe mai modo di riappacificarcisi, non gli fu data mai un incarico ufficiale, non venne più contattato. Probabilmente poca riconoscenza verso il capitano dello scudetto. A soli 39 anni, il 30 maggio 1994, a 10 anni esatti di distanza dalla finale di Coppa dei Campioni persa contro il Liverpool, Agostino si suicida sparandosi un colpo al cuore. L'ambiente giallorosso forse solo allora si rende conto di aver abbandonato il suo capitano, un capitano con la C maiuscola.
I motivi del suicidio (si parlò di alcuni investimenti andati male e di un prestito che gli era stato appena rifiutato) divennero abbastanza chiari quando fu trovato un biglietto in cui il calciatore spiegava il suo gesto, da ricollegarsi probabilmente alle porte chiuse che il calcio serrava di fronte a lui: «mi sento chiuso in un buco», scrisse.
La canzone La Leva calcistica del '68 di Francesco De Gregori non è dedicata a Bruno Conti, come alcuni sostengono erroneamente, ma ad Agostino Di Bartolomei.

lunedì 29 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio 1848 ebbe luogo la battaglia di Curtatone e Montanara.
La battaglia a Curtatone e Montanara deve inquadrarsi negli avvenimenti generali dell’assedio di Peschiera e la successiva battaglia di Goito. Riveste massima importanza, poiché il sacrificio dei volontari toscani permise la vittoria importantissima delle truppe Sabaude a Goito il giorno seguente, che apriva le più ampie possibilità sull’economia della guerra.
Nel pomeriggio del 27 maggio 1848, Radetzky uscì da Verona e per Isola della Scala giunse la sera del 28 presso Mantova dove si accampò a San Giorgio. La sua idea era di effettuare un’ampia manovra verso sud – sud ovest per aggirare le posizioni “italiane” (sabaude e volontarie) e di piombare sulla chiave di volta del settore: Goito. Battere i Piemontesi a Goito, voleva dire liberare Peschiera dall’assedio e tagliare la ritirata al resto dell’Esercito Sardo in Veneto. In questo panorama, i volontari toscani ricoprivano una posizione strategica, perché schierati su una linea difensiva posta a metà strada tra Goito ed il lago di Mantova, appunto i borghi di Curtatone e Montanara. Comandati dal Generale Laugier, che il 26 maggio aveva sostituito il duo Arco-Ferrari, e avevano valorosamente combattuto gli Austriaci il 4, il 10 e il 13 maggio, avevano il loro quartiere generale alle Grazie. Laugier ricevette il giorno 28 dal Generale Bava due avvisi: nel primo gli si diceva di stare in guardia, e con il secondo lo si invitava ad impedire al nemico il passaggio del Mincio se fossero venuto in contatto. Se ciò era impossibile, avrebbe dovuto ritirarsi su Gazzoldo e di là a proseguire per Volta.
Il mattino presto del 29 maggio, Laurgier ricevette un terzo avviso, con l’istruzione di arretrare subito lo schieramento della sua divisione, per mettersi in grado, nel caso non avesse potuto fermare il nemico, di giungere subito a Volta, dove avrebbe incontrato il grosso del Corpo d’Armata dello stesso Bava.
Quest'ultimo avviso però giunse al Laurgier contemporaneamente al contatto con le avanguardie nemiche. Iniziato lo scontro quindi, Laurgier non fu più in grado di eseguire le ultime istruzioni, perché a sua volta aveva impartito i suoi ordini durante la notte e per avvisare tutti i comandi di battaglione e compagnie ci sarebbero volute ore. Intorno alle ore 08.00 quindi, quando gli austriaci fecero capolino, lo schieramento del Laurgier era si pronto a scontrarsi con il nemico a più fermo, ma sapeva anche bene che non avrebbe avuto nessun aiuto dalle retrovie, perché queste si aspettavano il suo ordinato ripiegamento.
A tal proposito è bene ricordare, che al tempo non esistevano comunicazioni dirette ed in tempo reale fra i reparti, e che gli ordini emanati per mezzo di staffette e dispacci, giungevano con  giornate intere di ritardo sulla condizione che li avevano generati. Ciò poteva chiaramente amplificare gli eventuali errori di valutazione commessi. I comandanti tutti, ma soprattutto coloro che avevano la responsabilità strategica dei movimenti di insieme, traevano le loro informazioni da esploratori a cavallo, che con tempi variabili aggiornavano una situazione che poteva cambiare sensibilmente di ora in ora, e sulla base di queste informazione venivano stimati movimenti e possibilità tattiche, che perdevano di efficacia tanto più quanto lento era il ciclo: raccolta informazioni – elaborazione di un piano – ordini e disposizioni alle truppe sul campo per l’esecuzione.
Il Generale Laurgier poteva contare verso Goito il 1° battaglione del 1° reggimento napoletano; a Sacca, Rivolta e Castellucchio due compagnie di Lucchesi e un battaglione di volontari fiorentini; a Curtatone, sotto il comando del Colonnello Campione, duemilacinquecento uomini, fra cui un battaglione di volontari napoletani; a Montanara, comandati dal Colonnello Giovannetti, altri duemilacinquecento soldati fra cui il secondo battaglione del 1° Reggimento napoletano. Di fronte in quella mattina del 29 maggio 1848 si trovano circa sedicimila fanti austriaci, duemila cavalli ed otto batterie di artiglieria da campagna, che muovevano su tre colonne, la prima comandata da Felice Schwartzenberg, la seconda da Carlo Schwartzenberg, la terza dal Principe Liechtenstein. Le prime due puntarono su Curtatone e Montanara, mentre l'ultima, prendendo la via di Buscoldo, tentava un ulteriore manovra aggirante su Montanara per impadronirsi del passo dell'Osone alle spalle del Laurgier.
La battaglia cominciò con l'assalto di Curtatone. Due volte la brigata Benedek assalì e due volte fu respinta, mentre i due soli pezzi (cannoni) del Capitano Niccolini tenevano testa alle numerose artiglierie nemiche. In questa opera si distinse il cannoniere Gasperi, che, quasi nudo dopo che i suoi vestiti erano stati quasi interamente bruciati da un razzo incendiario, “rimaneva impassibile, accanto al suo pezzo fra il fulminare dei cannoni austriaci”.
Al terzo assalto della brigata Benedek, spalleggiata dalla brigata Wolgemuhl, la resistenza venne meno, e i superstiti cominciarono il ripiegamento verso Goito, manovra peraltro eseguita con un discreto ordine. Fra gli altri, a Curtatone, si distinse in particolar modo il battaglione degli studenti delle Università di Pisa e di Siena; il Prof. Leopoldo Pilla, famoso geologo, venuto a combattere con i suoi discepoli per l'indipendenza d'Italia, cadde ucciso in questa mirabile resistenza. Fu ferito e fatto prigioniero Giuseppe Manganelli, così come fu ferito anche il Colonnello Campia.
Anche a Montanara i volontari toscani di Giovanetti respinsero due audaci assalti del nemico e con loro gareggiarono in valore i fanti del 2° battaglione del 1° reggimento napoletano. Alla fine però, dopo sei ore di accanitissimo e sanguinoso combattimento, ormai decimati furono costretti a ripiegare su Gazzoldo.
Nella battaglia di Curtatone e Montanara, i poco considerati - fino ad allora - volontari toscani si coprirono di gloria resistendo a forze nemiche doppie e oltre, mandando a vuoto di fatto il disegno strategico del Feldmaresciallo Radetzky che intendeva chiudere fra il Mincio e l'Adige l'esercito piemontese. La Divisione “italiana” del Generale Laurgier ebbe centosessantasei morti, cinquecentodieci feriti e millecentottantasei prigionieri su circa 6000 uomini combattenti. Da parte loro gli austriaci pagarono caro l’azzardo, con circa 1000 uomini fuori combattimento nonostante l’evidente supremazia numerica.
Lo stesso giorno 29, mentre infuriava la battaglia a Curtatone e Montanara, seimila Austriaci scendevano da Rivoli accompagnando un convoglio che doveva rinforzare e rifornire di viveri la fortezza assediata di Peschiera. Anche in questo caso il nemico non riuscì a portare a termine il suo incarico, in quanto a Colmasino, gli “italiani” volontari che difendevano quella posizione resistettero fin quando gli austriaci dovettero ritirarsi oltre Cavaglione, per il sopraggiungere delle forze del Generale Bes, giunto a loro soccorso.
In conseguenza di questa rotta dei soccorsi, la già debole guarnigione austriaca di Peschiera, mancante di viveri dal giorno 26, si arrese l’indomani 30 maggio. Il presidio contava millesettecento uomini; furono trovate centocinquanta bocche da fuoco e una gran quantità di polvere e di proiettili.
Il Radetzky, avuta ragione degli “italiani” a Curtatone e Montanara, avrebbe dovuto marciare su Goito, ma l'improvvisa resistenza trovata lo consigliò di rimandare il giorno dopo il proseguimento dell'azione, il che permise a Carlo Alberto di concentrare su Goito ventiduemila uomini e di vincere ancora il nemico.  

domenica 28 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 maggio.
Il 28 maggio 1937 viene inaugurato il Golden Gate Bridge a San Francisco.
L’idea di un ponte che unisse le due sponde del Golden Gate, circolava già da tempo a San Francisco, e grazie alla tenacia di un ingegnere di origine tedesca, Joseph Strauss, era stato costituito un comitato promotore per l’opera, ed erano già stati prodotti alcuni disegni e studi, per la realizzazione del più grande ponte sospeso del mondo, il Golden Gate Bridge appunto. Solo che il ponte costava parecchio, intorno a 30 milioni di dollari, e l’America era in piena recessione; il 1929 era stato l’anno della Grande Depressione. Le possibilità di trovare i soldi, i dollari necessari per l’opera erano veramente poche.
E qui la Storia si diverte a mischiare le carte, perché se l’idea, il progetto del ponte più fotografato del mondo (secondo molti il più bello del mondo), si deve ad un tedesco (americano figlio di immigrati tedeschi), il design ad un americano formatosi a Parigi in Francia, il suo finanziamento (i soldi) si deve ad un italiano (americano figlio di immigrati italiani), Amadeo Pietro Giannini, il fondatore della Bank of Italy, co-fondatore della Bank of America, secondo alcuni l’inventore della banca moderna.
Gennaio 1870, la capitale del Regno d’Italia era Firenze, ma i patrioti pensavano a Roma, dove ancora regnava il Papa Re. All’unità d’Italia non pensavano di certo i genitori di Amadeo, contadini di Favale di Malvaro, vicino Genova, che per campare decisero di prendere la nave per l’America. Forse la mamma era già incinta quanto salì sulla nave, preparandosi a lasciare il paese dei suoi genitori; e a quel tempo, partire per l’America, era partire per sempre.
Amadeo nasce in America, a San Jose in California, nel maggio di quell’anno, tre mesi prima della Breccia di Porta Pia. Per lui e per la sua famiglia la vita in America non è facile, come non lo è per tutti gli immigrati italiani. Non è facile, ma può diventare ancora peggiore se tuo padre muore, per una lite per un dollaro, lasciandoti a 7 anni, solo con la mamma. Lasciare la scuola a 14 anni, e iniziare a lavorare è la scelta più normale per il figlio di una italiana.
Amadeo lavora duro con il patrigno (la madre si era risposata), e poi si sposa con Florinda Cuneo, anche lei di origini italiane, che però dispone di un notevole patrimonio finanziario. E così, con i soldi della vendita della sua compagnia (Amadeo era riuscito a diventare un padroncino con il suo lavoro), e con quelli di Florinda, Amadeo entra nel consiglio di amministrazione di una banca di San Francisco, per poi scoprire che quella banca proprio non gli piace.
Il fatto è che le banche occupavano edifici importanti, erano arredate con marmi e costosissimi mobili in legno, e avevano tra i propri clienti i ricchi e benestanti signori di San Francisco, non certo gli umili agricoltori ed operai che Amadeo aveva conosciuto lavorando, men che meno se immigrati italiani. Allora Amadeo decide di fare qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, che fino ad allora nessuno aveva ancora fatto; decide di fondare una banca per i più poveri, che prestasse denaro ai contadini e agli operai, ai figli degli immigrati italiani. Era il 1904 quando apre la Bank of Italy.
Ma Amadeo non si ferma qui, lui ha un’idea in testa, su cosa debba essere una banca, cosa debba fare, e lo dimostra due anni dopo, quando il Grande Terremoto del 1906 distrugge San Francisco. Con la città a terra, con i grandi proprietari preoccupati per il futuro, e per la loro sicurezza, Amadeo, che con coraggio era riuscito a salvare i depositi della sua banca, va al molo, prende due botti, ci mette sopra un tavolaccio, e riapre la sua banca, prestando denaro a tutti quanti, tutti quelli che volevano ricostruire la loro casa, la loro impresa, San Francisco.
E siamo nei primi anni ‘30, quando Strauss e il suo comitato cercano i soldi per il loro ponte, quando in America si soffre la fame per la Grande Depressione, quando la Bank of Italy non c’è più, perché diventata Bank of America. E allora, perché non provare a chiedere i soldi a Mr. Giannini, che tante volte ha dimostrato di avere il coraggio, dove gli altri non l’avevano? E nel 1932 la banca presieduta da Giannini decide di comprare da sola tutte le obbligazioni emesse per la costruzione del ponte; perché crede nel progetto, perché vuole aiutare la comunità dove è cresciuto, dove vive. 27 milioni di dollari dell’epoca.
Strauss ce l'ha fatta, ha trovato i soldi per il suo ponte, il più grande e bel ponte del mondo, è contentissimo, e non vede l’ora che i lavori inizino. I lavori iniziano il 5 gennaio del 1933 e terminano nell’aprile del 1937. il 28 maggio il ponte fu aperto con un’inaugurazione, e dei festeggiamenti che durarono una settimana.
Anche Amadeo aveva di che essere soddisfatto; il progetto era andato in porto, il ponte era stato aperto, e i pedaggi iniziavano ad produrre il denaro necessario a rimborsare il prestito e gli interessi delle obbligazioni, che la sua banca aveva comprato. Amadeo morì nel 1949, avendo creato, da figlio di poveri immigrati italiani, il modello di banca che oggi rimpiangiamo; la banca che fa la banca, raccoglie i risparmi e investe nell’economia di chi lavora. Nel 1971 l’ultima di quelle obbligazioni fu rimborsata.
Per commemorare la straordinaria figura dell'Ing. Joseph Strauss, una sua statua è stata posta vicino al ponte nel 1955, per ricordare a tutti quanto fu importante il suo lavoro nella costruzione del Golden Gate Bridge.
L'ampiezza della parte centrale del Golden Gate è stata la più lunga tra i ponti sospesi fino al 1964, quando il Ponte di Verrazzano (Verrazzano Narrows Bridge) fu eretto per unire Staten Island con Brooklyn, due quartieri di New York City. Al momento della sua costruzione il Golden Gate possedeva inoltre le torri di sospensione più alte del mondo e detenne questo record fino in tempi recenti. Nel 1957, il Michigan's Mackinac Bridge superò in lunghezza tra gli ancoraggi il ponte di San Francisco, divenendo il ponte sospeso con la maggiore lunghezza totale. Attualmente il ponte sospeso più lungo del mondo si trova in Giappone ed è il Ponte di Akashi-Kaikyo.

sabato 27 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 maggio.
Il 27 maggio 1923 termina la prima edizione della 24 ore di Le Mans.
Originariamente nota come 'Grand Prix of Endurance', la prima 24 Ore di Le Mans fu corsa il 26 e il 27 maggio del 1923 e su iniziativa di tre membri dell'Automobile Club dell'ovest: il presidente George Durand, l'ingegnere e giornalista Charles Faroux e l'industriale Emile Coquille.
L'idea nacque con lo scopo di creare una nuova concezione di 'Grand Prix' per gli amanti delle corse, appena un quarto di secolo dopo l'introduzione dei motori a scoppio. La scelta di un crono di 24 ore premetteva di testare e 'maltrattare' le vetture, per determinare resistenza e affidabilità; furono 33 i piloti a correre la prima endurance di 24 ore nel 1923. La città di La Sarthe si afferma capitale francese degli sport a motore, ospitando quello che diventerà uno dei più prestigiosi e datati eventi dell' automobilismo: come la 500 Miglia di Indianapolis e il Monaco Grand Prix.
La 24h di Le Mans è piena di storie straordinarie di uomini indomiti, di tragedie, di sudore, gloria e innovazione: uno dei simboli di questa competizione è stata la partenza. Dal 1925 venne introdotta “La partenza Le Mans”, che consisteva nelle  vetture allineate su un lato della pista mentre i piloti su quello opposto. Allo sventolare della bandiera francese che storicamente da il via alla gara, i piloti scattavano come fulmini dentro le loro macchine.
La pratica divenne molto pericolosa, poiché le cinture di sicurezza richiedevano di essere allacciate grazie all’ausilio dei propri meccanici: di conseguenza i piloti erano impossibilitati ad allacciarsele sino alla prima sosta ai box.
Emblematica fu la la camminata del campione Jacky Ickx che, nel 1969, si avviò alla propria vettura senza correre, si allacciò correttamente le cinture e, nonostante il ritardo accumulato, riuscì a vincere la gara. Dopo questa dimostrazione, nel 1970, si adottò la partenza con i piloti già seduti nelle loro vetture, più avanti, anche la partenza a lato della pista venne cambiata per adottare quella lanciata, stile Indianapolis.
La Le Mans, purtroppo, come detto in precedenza, ha anche storie drammatiche da raccontare: è proprio durante questo evento che si è consumata una delle più grandi tragedie del motorsport. E’ il 1955, quando Pierre Lavegh all’inseguimento di Mike Hawthorn impatta contro la Austin-Healey guidata da Lance Macklin. L’impatto devastante fece decollare la Mercedes 300 SLR di Mike Hawthorn tra il pubblico. Il bilancio fu di 83 morti tra il pubblico, il pilota e 120 feriti.
La gara proseguì, secondo gli organizzatori, per questioni di ordine pubblico, per fare in modo che la gente non lasciasse il circuito intasando le strade adiacenti e impedendo l’arrivo delle ambulanze.
L’evento ebbe un forte impatto sull’opinione pubblica: in quell’anno vennero cancellati i GP di Germania e Svizzera. In quest’ultima, addirittura, le corse automobilistiche vennero bandite per legge. Un divieto che permane ancora oggi.
La Mercedes addirittura, terminato il campionato di Formula Uno, si ritirò dalla corse in segno di rispetto per le vittime. La scuderia tedesca fece il proprio ritorno alla corse soltanto nel 1987.

venerdì 26 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 maggio.
Il 26 maggio 1249 Re Enzo venne condotto prigioniero a Bologna a seguito della sconfitta nella battaglia di Fossalta, e incarcerato nel palazzo che ancora oggi porta il suo nome.
Il giorno precedente, nella piccola località di Fossalta presso le sponde del fiume Panaro, avvenne uno scontro storico tra gli schieramenti dei guelfi di Bologna e le forze dei ghibellini di Modena e Cremona e le truppe imperiali di Enzo di Svevia, figlio naturale dell'Imperatore Federico II Hohenstaufen. Nel pomeriggio il giovane re attaccò un gruppo di bolognesi intenti a costruire un ponte sul Panaro per farvi passare carri e macchine d'assedio essendo il Ponte di Sant'Ambrogio difeso dai templari modenesi. Il grosso delle truppe bolognesi vedendo il massacro delle avanguardie guadò il fiume cogliendo le truppe imperiali sui fianchi, a re Enzo non rimase altro da fare se non ordinare la ritirata del grosso delle truppe verso Modena; essendo il torrente Tiepido ingrossato, la cavalleria Ghibellina non riuscì a manovrare fuggendo disordinatamente verso la città. Il sovrano rimase con i suoi cavalieri a coprire la ritirata delle truppe. Dalla furibonda battaglia uscirono vincitori i bolognesi, che non si fecero scappare la succulenta occasione: catturarono Enzo e lo portarono in città, tenendolo come prigioniero (seppur di riguardo) in uno degli edifici che da lui tuttora ne conserva il nome, Palazzo Re Enzo. Sotto le insegne guelfe del comune di Bologna, parteciparono alla battaglia anche miles della Società d’Armi dei Lombardi, della società dei Toschi, della società della Stella e della società dei Beccai. Dopo la battaglia i guelfi modenesi tornarono in città e presero il potere, tra essi vi era il vescovo di Modena Alberto Boschetti. Nell'ottobre seguente i bolognesi posero l'assedio a Modena che venne difesa dal vescovo il quale riuscì tramite la mediazione del papa ad ottenere gli accordi di pace nel dicembre 1249.
Quella funesta battaglia a Fossalta ad Enzo costò molto caro: non riottenne più la libertà, nonostante le ripetute minacce del padre Federico II nei confronti dei bolognesi. Peraltro questi trattarono Enzo molto onorevolmente, consentendogli di ricevere visite, avere servitori e relazioni femminili, non gli concessero però mai di uscire dalle sue stanze.
Prima di morire, Enzo scrisse alla sua Puglia, l'amata terra che lo aveva visto bambino:
« Va', canzonetta mia, e saluta Messere, dilli lo mal ch'i'aggio, quelli che m'à'n balilìa, sì distretto mi tene, ch'eo viver non porraggio; salutami Toscana, quella ched è sovrana in cui regna tutta cortesia; e vanne in Puglia piana, la magna Capitana, là dov'è lo mio core nott'e dia. »
Alla sua morte gli furono dedicate solenni onoranze funebri e fu seppellito (tuttora esiste la sua tomba) nella Basilica di San Domenico della stessa città che l'aveva tenuto prigioniero per ventitré lunghi anni.
In centro via Fossalta ricorda la sede della vittoriosa battaglia bolognese.

giovedì 25 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 maggio.
Il 25 maggio 1973 Mike Oldfield pubblica "Tubolar Bells".
Una volta il rock’n’roll era capace anche di mandare in classifica, con vendite spropositate (10 milioni di copie), un album con dentro due composizioni lunghe circa 25 minuti. Negli anni in cui il progressive impazzava e conquistava territori spesso restii ad elevarsi dalla forma-canzone (vedi anche l’Italia) accadevano pure queste cose. E così accadde che un inquietante motivetto di pianoforte spopolò in tutto l’orbe terracqueo per via di un altrettanto inquietante film, “L’Esorcista”; naturalmente i pochi secondi del motivetto sono quelli di “Tubular Bells”, opera a firma dell’enfant prodige Mike Oldfield.
Quando Mike ebbe l’idea di registrare un poema strumentale, musicato da più di trenta strumenti e ottenuto mediante la sovraincisione di decine e decine di frammenti, aveva soltanto una ventina d’anni e ne aveva compiuti proprio venti da dieci giorni quando, il 25 maggio 1973, le Campane Tubolari entrarono nella Storia musicale. Oldfield era un chitarrista già talentuoso e aveva suonato con musicisti storici di quella che prese il nome di “Scena di Canterbury”; aveva mosso i primi passi importanti con Mister Kevin Ayers (storico membro dei Soft Machine) e, insomma, quando si mise a registrare “Tubular Bells” aveva dalla sua parte un talento mostruoso – sfruttato poi nel corso della carriera con esiti alterni e non sempre convincenti –, un furore musicale tipico degli adolescenti e, soprattutto, un’idea davvero storica per la musica rock.
“Tubular Bells” aveva già preso forma nella mente di Oldfield da un po’: aveva registrato i singoli passaggi della suite, aveva in mente la progressione dei vari movimenti; mancava soltanto qualcuno disposto a fargliela registrare. L’incontro con Richard Branson, fondatore del futuro colosso Virgin, fu fondamentale: “Tubular Bells” fu il primo album pubblicato dalla casa discografica di Branson e ancor oggi resta uno dei dischi più venduti dalla Virgin. Difficile spiegare il perché di questo successo, e ingiusto sarebbe rintracciarlo soltanto nel traino de “L’Esorcista”; “Tubular Bells” è un disco dall’impatto davvero rivoluzionario.
Per la prima volta un musicista riusciva a vendere al grande pubblico un’idea che commercialmente aveva funzionato poche volte in precedenza: utilizzare uno studio di registrazione come un vero e proprio strumento, manovrandolo per unire insieme un’ottantina di tracce separate che attingevano ai generi musicali più svariati. È lo studio di registrazione che crea il valore aggiunto dell’album, che naturalmente brilla anche per l’incredibile creatività che traspare da ogni singolo passaggio.
L’apertura è affidata al famoso tema del film di William Friedkin, che crea la tensione prima del diluvio: i 23 minuti della prima parte sono un incredibile coacervo di rock, musica classica, new-age, minimalismo, passaggi di folk pastorale e sferzate di hard-rock, passando anche per un sussultante chitarrismo alla Captain Beefheart, soltanto un po’ più erudito.
I passaggi si inseguono, si inseriscono l’uno nell’altro per mantenere sempre alto il livello di attenzione dell’ascoltatore. Già, l’ascoltatore: giustamente Piero Scaruffi ha scritto che “rispetto al rock progressivo da cui proveniva Oldfield fu anche attento ad evitare le sonorità più cervellotiche”. È proprio questo equilibrio tra la sperimentazione più folle e la fruibilità dell’opera a rendere unico questo disco.
La prima parte si conclude con un memorabile finale, nel quale su un tappeto di note ripetute all’infinito dalle chitarre (minimalismo) vengono presentati dalla voce del Maestro di Cerimonie Vivian Stanshall tutti gli strumenti che ripetono un bellissimo tema, che a seconda dello strumento sembra ora solenne, ora paradisiaco, ora quasi minaccioso. Fino a quando vengono presentate le Campane Tubolari, che insieme ad un coro di voci femminili chiudono la prima parte, in bilico tra l’austerità e l’estasi.
Basterebbe questo per consegnare alla Storia l’album, ma anche la seconda parte regge bene, anche se non ha la carica dirompente della prima. Poco meno della metà del tempo trascorre con un folk apparentemente sereno, mentre il quarto d’ora finale è caratterizzato soprattutto da due passaggi quasi demenziali: una parte cantata, anzi grugnita, dallo stesso Oldfield, e il finale, affidato alla sigla di Braccio di Ferro. Il cerchio si chiude con spensieratezza, laddove invece si era aperto sull’inquietudine horror del famosissimo giro di piano. Uno scherzetto niente male, che pochi mesi dopo aiuterà un suo amico a realizzare un disco straordinario. Già, perché Oldfield, manco ventunenne, non pago di aver realizzato un’opera rivoluzionaria che anticipa e codifica la new-age e sfrutta al meglio le cose più importanti del progressive, qualche mese dopo le Campane Tubolari volerà alla corte di Sua Maestà Robert Wyatt per suonare su “Rock Bottom”.


mercoledì 24 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 maggio.
Il 24 maggio 1943 il dottor Josef Mengele, ribattezzato l'angelo della morte, viene nominato medico capo del campo di concentramento di Auschwitz.
Josef Mengele fu il dottor-morte, o "l'angelo nero di Auschwitz", colui che sterminò migliaia di ebrei, utilizzandoli come cavie umane, in esperimenti indicibili, volti a ricercare il gene per la creazione di quella che, nel delirio nazista, doveva essere la pura razza ariana.
Nato a Gunzburg il 16 marzo 1911 da famiglia di solida tradizione cattolica e di orientamento politico nazionalista, il "dottor morte" iniziò nel 1930 a studiare medicina a Monaco e a Vienna, per laurearsi nel 1935 con una tesi antropologica sulla disparità delle razze, argomento trattato attraverso la comparazione di mascelle fra quattro gruppi razziali differenti. All'università di Francoforte conobbe il professore Otmar von Verschuer, un geniale genetista specializzato nello studio della biologia dei gemelli, che si rivelò anche uno fra i più crudeli servitori delle teorie naziste. Questo "luminare", questa figura autorevole ed esemplare (agli occhi di Mengele), condizionò notevolmente il futuro "angelo della morte" ed è uno dei responsabili indiretti degli esperimenti sui gemelli che quest'ultimo condusse nel campo di sterminio di Auschwitz. E' proprio da von Verschuer, infatti, che Mengele trasse la convinzione che la chiave per la creazione di una pura razza ariana fosse da ricercare nel sistema biologico dei gemelli.
Ma il tragitto che portò Mengele a diventare un efferato assassino non prende corpo di punto in bianco, ma è il frutto di una sua lunga adesione alle correnti più retrive della politica tedesca. Già nel '27, il giovane Josef aveva aderito alla Lega Pangermanica della Gioventù e, nel 1931, alle formazioni giovanili dello "Stalhelm" l'organizzazione revanscista tedesca. Oltretutto, ironia della sorte, quella stessa ideologia razzista per poco non si sarebbe scatenata anche su di lui. Dovendosi infatti sposare con Irene Schoenbein, nel 1939 chiese l'autorizzazione formale all'Ufficio Centrale per la razza e gli insediamenti umani. La licenza venne però concessa con una certa fatica. Mengele, allora già arruolato nelle SS, non può sul momento dimostrare di appartenere ad una famiglia ariana almeno sin dal 1750 e Irene ha qualche difficoltà, mancandole i documenti razziali del nonno americano Harry Lyons Dummer. Alla fine l'Ufficio dà comunque il suo benestare e la coppia è finalmente in grado di celebrare le nozze.
Mengele si presenta volontario allo scoppio della guerra e il 1 gennaio del 1942 viene spedito sul fronte orientale (per a precisione all'ufficio di Poznan per la razza e gli insediamenti umani) dove, ferito, è decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe. Tornato nella capitale, riallaccia i rapporti con il prof. Verschuer divenuto, nel frattempo, direttore del dipartimento di antropologia e genetica del prestigioso "Kaiser Wilhelm Institut"; i due proseguirono i loro studi sulla teoria dei gemelli, rendendosi ben presto conto che la guerra stava offrendo la possibilità di sfruttare direttamente, per le loro ricerche, cavie umane, attingendo alle decine di migliaia di ebrei, deportati nei campi di concentramento.
In sostanza, dunque, von Verschuer propone al suo allievo di unirsi a lui ad Auschwitz, il campo di sterminio divenuto l'emblema del coacervo di orrori che fu l'Olocausto. Il 30 maggio 1943, Josef Mengele viene finalmente inviato in Polonia, dove si trova appunto Auschwitz, dove sarebbe diventato tristemente noto come "l'angelo sterminatore". Mengele infatti si occupava dei prigionieri a 360 gradi, dalle selezioni dei nuovi arrivati, al loro stato di salute, con assoluto potere di vita o di morte su di loro.
Nel suo laboratorio, presso il blocco numero 10 del campo, si lasciò andare ad esperimenti indicibili, agghiaccianti, aventi ad oggetto, soprattutto, le coppie di gemelli rastrellate nel campo: operazioni effettuate senza anestesia e aventi per oggetto mutilazioni, iniezioni di virus come la lebbra o il tifo e altre pratiche orrende; Mengele, inoltre, per tentare di avvalorare le sue convinzioni praticò trasfusioni incrociate tra gemelli, tentò di creare in laboratorio dei fratelli siamesi, cucendoli insieme, iniettò liquido nei loro occhi al fine di mutarne il colore, procedette a castrazioni, sterilizzazioni, congelamenti ed ad altri orrori indicibili.
Con l'avvicinarsi della sconfitta delle Germania "l'angelo della morte" pianificò meticolosamente la sua fuga, che lo condusse in Sudamerica, ove, nonostante la spietata caccia mossagli dal servizio segreto israeliano, riuscì a farla franca e ad evitare la resa dei conti per i suoi spaventosi crimini.
Nel 1979 morì in Brasile, all'età di 67 anni, di attacco cardiaco mentre nuotava a pochi metri dalla riva dell'oceano Atlantico. Fu sepolto nel cimitero di Nostra Signora del Rosario, a Embu das Artes, sotto la falsa identità di Wolfgang Gerhard. Nel 1985 il suo corpo fu scoperto, nel 1992 la salma fu riesumata e il suo DNA fu confrontato con quello del fratello, che inizialmente si rifiutò di fornirlo, ma cambiò idea successivamente, su pressioni dello stesso governo tedesco. L'esame accertò, con una probabilità pari al 99,69%, che la persona lì sepolta fosse Josef Mengele.

martedì 23 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Come riporta una lapide murata fuori dall'abside maggiore, il 23 maggio 1099 è la data in cui viene fondato il Duomo di Modena.
Nel 1099 in tutta l'Europa stanno sorgendo cattedrali magnifiche, come altrettante colonne miliari della fede cristiana. Anche a Modena si avvertono gli effetti di quel fervore, artistico e religioso insieme. Il tempio, che custodisce da secoli la tomba del Santo Vescovo Geminiano, doveva essere ricostruito. I rappresentanti di tutte le classi sociali, riuniti in assemblea plenaria, decidono ad una voce di rinnovare, riedificare ed elevare il tempio del Santo Patrono. La devozione dei modenesi a S.Geminiano, il loro secondo Vescovo, vissuto dal 312 al 397, è quindi all'origine del Duomo, costruito come «domus clari Geminiani», casa dell'insigne Geminiano, e dedicato alla Madre di Dio Incoronata. Come è scritto in un prezioso codice dell'archivio capitolare, è trovato provvidenzialmente Lanfranco, artista mirabile e architetto straordinario. I lavori si iniziano sotto la sua direzione il 23 maggio 1099. Tutto il popolo è impegnato nella grande impresa. La prima pietra è posta il 9 giugno 1099. Insieme con Lanfranco lavora il grande lapicida Wiligelmo, che abbellisce con le sue sculture il tempio, in costruzione negli anni 1099-1106.
L'atto di fondazione del Duomo è scolpito da Wiligelmo stesso in una celebre epigrafe tra il Patriarca antidiluviano Enoch e il Profeta Elia, posta sulla facciata. In fondo alla medesima lapide è aggiunta in seguito l'elogia di Wiligelmo. In un'altra iscrizione, situata all'esterno dell'abside centrale, i Modenesi si professano debitori a Lanfranco del loro duomo. Il 30 aprile 1106, a lavori molto progrediti, avviene la traslazione solenne del corpo di S.Geminiano nella cripta della nuova Cattedrale. Il 7 e l'8 ottobre del medesimo anno, alla presenza della Contessa Matilde di Canossa, di Cardinali, Vescovi, ecclesiastici e di una grande folla esultante, il Papa Pasquale II compie la ricognizione dei resti di S.Geminiano e consacra l'altare. Ottantacinque anni dopo la posa della prima pietra, la costruzione del Duomo può dirsi terminata. Il Papa Lucio III lo consacra il 12 luglio 1184, dinanzi a dieci Cardinali e cinque Vescovi. Anche di quella data e di quell'evento storico è fatta memoria in una lunga iscrizione, scolpita sui blocchi di pietra del fianco meridionale del Duomo.
Dal XIV al XVII secolo l'interno subisce cambiamenti, secondo i gusti del tempo. Nel 1852 cominciano i lavori sistematici di restauro; dal 1914 al 1921 l'edificio è ricondotto alle linee presumibili del XIII secolo.
Nel 1955, ricorrendo l'850° anniversario della traslazione del corpo di S.Geminiano, è restaurata la cripta ed eseguita la terza ricognizione dei resti del Patrono, la cui tomba è riportata allo stato primitivo. Il restauro della facciata e delle sculture di Wiligelmo occupa gli anni dal 1973 al 1984.
In occasione dell'VIII centenario della Dedicazione del Duomo (1184-1984), la stupenda facciata mostra finalmente l'arte di Lanfranco, di Wiligelmo, dei Maestri Campionesi in tutto il suo splendore.
Da ultimo, negli anni 1986-1988 sono restaurate le sculture campionesi sul pontile, all'interno.


lunedì 22 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1980 esce per mano della Namco il videogioco Pac-man.
Ha spopolato durante gli anni Ottanta. Ha avuto innumerevoli tentativi di imitazione. E' diventato un'icona, rappresentante dell'intero settore dell'industria dei videogiochi. Partorito dalla mente del programmatore giapponese recentemente scomparso Tohru Iwatani, allora dipendente della Namco, Pac-Man è un videogioco che ha fatto la storia.
L'origine di Pac-Man è molto curiosa, Tohru Iwatani ebbe infatti l'ispirazione durante una cena con degli amici guardando una pizza a cui era stata tolta una fetta. Dopo poco più di un anno da quella pizza, un team di sviluppo di otto persone tra sviluppatori e tenici hardware diede alla luce il primo Pac-Man.
Pac-Man compare nelle sale sotto forma di gioco arcade nel 1980. La diffusione e insieme la popolarità in pochi anni raggiungono livelli altissimi; Namco si dedica alla produzione del software in varie versioni, per la quasi totalità delle console e dei computer. Dal 1980 al 1987 l'azienda Namco realizza più di 300 mila macchine, vendendo nel contempo un numero imprecisato di milioni di pupazzi e gadget vari.
Con il successo del videogioco anche la sua storia software si è evoluta. Le prime versioni infatti peccavano di prevedibilità: i fantasmini, acerrimi nemici di Pac-Man, seguivano uno schema fisso di movimenti, tanto che per il giocatore risultava eccessivamente facile risolvere la partita. Con le versioni successive allora i programmatori hanno inserito degli schemi aleatori per i movimenti dei quattro fantasmi, creando inoltre una personalità per ognuno di loro.
La misura del successo di Pac-Man si nota anche in campo televisivo, dove gli storici produttori statunitensi Hanna & Barbera danno vita a una serie di cartoni animati con Pac-Man come protagonista.
La diffusione del gioco nelle case private parte nel marzo del 1982 quando Atari inizia la conversione di Pac-Man per la sua console. L'operazione si rivela un insuccesso per Atari, che investe molti soldi per i diritti senza riuscire a recuperarli. Le cause sono molteplici, la principale è il notevole abbassamento della qualità del gioco causato dall'adattamento del software. Ciò non ferma la popolarità di Pac-Man che verrà riproposto per ogni tipo di console o dispositivo anche nei decenni successivi.
Si contano a centinaia i giochi che hanno riproposto Pac-Man come protagonista o come semplice comparsa al loro interno, così come i cloni realizzati soltanto per sfruttare i vantaggi commerciali derivati dall'immagine del già famoso Pac-Man.
Conosciuto in Giappone come Puckman, termine che significa "chiudere e aprire la bocca", il nome è stato cambiato in Pac-Man per la commercializzazione negli USA. In Brasile il gioco viene chiamato dai ragazzi Come-Come, che significa "mangia-mangia". In Spagna si chiama Comecocos, "mangia fantasmi".

domenica 21 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 maggio.
Il 21 maggio 1937 l'Italia si macchia di un delitto orribile quanto dimenticato: il massacro in Etiopia dei religiosi del monastero di Debre Libanos.
Il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, il generale Graziani organizzò una grande festa per onorare la nascita dell’erede al trono di casa Savoia.
Invitò un certo numero di notabili del luogo e qualche centinaio di poveri a cui aveva promesso una congrua elemosina. Mentre erano in corso i festeggiamenti, alcuni etiopi che si erano nascosti tra la folla, lanciarono delle granate verso la tribuna delle autorità. Il risultato di tale attentato fu di sette morti e di cinquanta feriti tra i quali, in modo lieve, persino il viceré Rodolfo Graziani. A questo episodio, seguì una feroce rappresaglia da parte degli italiani.
Il monastero di Debre Libanos, fondato nel XIII secolo da S. Tekle Haymanot, era situato a 90 chilometri da Addis Abeba, nella parte settentrionale dello Scioa, all’epoca dell’attentato a graziani teatro di aspri combattimenti da parte della resistenza etiopica. Oltre ad essere meta di pellegrinaggi, era il più autorevole centro di insegnamento teologico del paese, e godeva di legami assai stretti con il notabilato amhara, al governo con Hayla Sellase, oltre che con l’abuna Petros, vescovo del Wallo e fiero oppositore dell’invasione italiana.
Nel corso delle indagini sommarie e febbrili successive all’attentato, e sulla base di sospetti mai provati, si dà corpo tra l’altro alla tesi del coinvolgimento del monastero in un piano insurrezionale di cui l’attentato rappresenterebbe il momento scatenante. Il monastero viene inoltre accusato di aver offerto ospitalità ai due attentatori, che lì si sarebbero anche esercitati nel lancio delle bombe nei giorni precedenti l’attentato, ritornandovi subito dopo, come prima tappa dopo la fuga da Addis Abeba.
In effetti dal 1881 il monastero godeva di una sorta di extraterritorialità giudiziaria -essendo stato autorizzato ad accogliere fuggitivi, inclusi ladri ed assassini, e dar loro asilo – circostanza che renderebbe ragione della presenza dei due attentatori a Dabra Libanos. Tuttavia va sottolineato come all’epoca dei fatti non esistesse alcuna prova, al di fuori delle ricostruzioni dei servizi di polizia politica italiana, peraltro screditati dalla loro incapacità di prevedere l’attentato, che Abraha Daboch e Mogas Asgadom, i due eritrei ritenuti responsabili dell’attentato al viceré, avessero soggiornato – assieme ad altri che si considerano colpevoli – presso il monastero, né soprattutto che le complicità nell’attentato includessero l’intera comunità dei monaci.
In realtà è proprio il monastero, già guardato con sospetto, il vero obiettivo di Graziani che attraverso di esso intende colpire la chiesa copta nel suo complesso e, più in generale, l’aristocrazia tradizionale etiopica – in particolare quella amhara – per costringere entrambi alla collaborazione. “Non si sarebbe potuta avere opportunità migliore per sbarazzarci di loro”, afferma infatti il 1° marzo in un telegramma al generale Nasi, ordinandogli di fucilare tutti i notabili (e i loro seguaci) fatti prigionieri, assieme a quanti si sono costituiti.
Dopo il fallimento di un primo attacco al monastero nella notte del 22 febbraio, in cui molti dei religiosi riescono a mettersi in salvo, il secondo tentativo è pianificato con cura scrupolosa. Viene scelta, non a caso, la data del 20 maggio (12 Genbot), festa di S. Mikael e ricorrenza della traslazione delle spoglie di S. Tekle Haymanot; data rilevante nel calendario religioso etiopico e la più importante fra le festività celebrate dal monastero, che per tale ragione avrebbe accolto un numero considerevole di persone, peraltro richiamate anche dall’offerta di doni promessa per quel giorno particolare dalle autorità fasciste a coloro che avessero preso parte alle celebrazioni.
Le operazioni contro il monastero vengono dirette dal generale Pietro Maletti al quale il viceré non aveva mancato di far presente in un foglio di istruzioni telegrafato il 7 aprile che “[...] più vostra signoria distruggerà nello Scioa e più acquisterà benemerenze nei riguardi pacificazione territorio impero”.
In aggiunta ai carabinieri già presenti, e ad altri fatti confluire da Dabra Berhan, Maletti concentra nella zona tre battaglioni di truppe coloniali che il 18 maggio costringono i religiosi, i visitatori e i pellegrini all’interno della chiesa, sigillandone i portali. Il 19 maggio i prigionieri vengono interrogati, sommariamente identificati e la gran parte di essi caricata su camion diretti a Chagel, una località poco distante, dove il giorno successivo sono raggiunti da altri prigionieri fatti tra i visitatori nel frattempo giunti a Debre Libanos.
Il 20 maggio coloro che sono stati lasciati al monastero, per lo più ammalati e disabili, vengono uccisi sul posto. Il giorno 21, dopo aver provveduto a ‘selezionare’ fra i prigionieri di Chagel quelli apparentemente identificabili come religiosi (uno dei criteri sembra sia stato anche quello relativo all’uso o al possesso di un copricapo, come nella tradizione del clero copto), i prigionieri così individuati vengono caricati su camion e trasportati a Laga Wolde, una piana disabitata e ben protetta alla vista da colline, scelta per l’operazione. La località risponde infatti alla necessità di evitare testimoni che possano, da un lato, considerare i giustiziati come martiri e, dall’altro, essere fonte di notizie per la stampa estera, pronta a denunciare i massacri perpetrati dagli italiani. Una indiretta conferma alla decisione di evitare pericolose pubblicità è nelle pagine del diario segreto di Ciro Poggiali che il 1° giugno annota, a proposito di altre sommarie esecuzioni, che “[...] non si sono potute eseguire le fucilazioni coram populo perché i condannati danno esempi superlativamente eroici di coraggio e di dedizione alla causa abissina, e questa sarebbe stata una pericolosa propaganda contro di noi”. Del resto lo stesso Graziani, in un telegramma del 19 marzo, aveva provveduto a fornire a Lessona assicurazioni che: ” [...] le esecuzioni ordinate in conseguenza del noto attentato vengono fatte in località appartate e che nessuno, dico nessuno, può assistervi”.
Così a Laga Wolde i camion dei ‘condannati’ giungono a intervalli regolari scaricando i prigionieri che vengono subito passati per le armi dagli ascari. L’operazione dura l’intero pomeriggio. A esecuzione conclusa Graziani può telegrafare a Lessona comunicando di aver “destinato al plotone di esecuzione 297 monaci, incluso il vicepriore, e 23 laici sospetti di connivenza”, aggiungendo anche: “sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine che verranno tradotti e trattenuti nelle chiese di Dabra Berhan”. Tuttavia qualche giorno dopo Graziani ingiunge a Maletti di “passare immediatamente per le armi tutti i diaconi” col pretesto di aver avuto conferma della “piena responsabilità del convento di Debrà Libanòs”. Qualche giorno dopo comunica a Roma di aver giustiziato 129 diaconi: ” [...] sono rimasti così in vita [aggiunge] solo trenta ragazzi seminaristi che sono stati rinviati alle loro case di origine nei vari paesi dello Scioa. In tal modo del convento di Debrà Libanòs [...] non rimane più traccia”.
Solo di recente un’indagine condotta negli anni Novanta da Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik ha consentito di gettare qualche luce in più sulla strage di Debre Libanos, accertandone tra l’altro, anche se per inevitabile approssimazione, l’entità. Stando alla loro ricostruzione dei fatti, a Laga Wolde sono state massacrate in realtà tra le 1.000 e le 1.600 persone.
Del gruppo di diaconi, pellegrini, insegnanti e studenti di teologia, non inclusi nella prima ‘selezione’ effettuata a Chagel, circa 400 (e non 129 come affermato da Graziani) vengono giustiziati a Dabra Berhan. Quanto alla sorte dei “trenta ragazzi seminaristi rinviati alle loro case”, questi, in realtà, sono deportati nel lager di Danane, assieme ad altri 94 monaci dei conventi di Assabot e Zuquala chiusi, con la chiesa di Ekka Micael di Addis Abeba, nei giorni successivi.
Alla luce dei fatti accertati la decisione di Graziani di sottostimare nei suoi rapporti a Roma l’entità delle esecuzioni e tacerne una parte, viene ricondotta alla consapevolezza che egli evidentemente ha di agire con una spietatezza che persino a Roma rischia di essere giudicata eccessiva, e soprattutto controproducente, non facendo che alimentare, esasperandola, la rivolta etiopica all’occupazione fascista. Per questa ragione, in occasione dello sterminio della comunità di Debre Libanos, il viceré, da un lato, tace a Roma la reale dimensione delle esecuzioni e, dall’altro, si sforza di fornire assicurazioni sulla colpevolezza dei condannati, evitando ogni riferimento ai pellegrini, agli insegnanti, ai semplici visitatori, pure eliminati, il cui coinvolgimento nell’attentato sarebbe stato effettivamente impossibile da provare.
I timori del viceré non sono infondati. Di lì a qualche mese sarà sollevato dall’incarico e richiamato dall’Etiopia.
Nel dopoguerra, nonostante le richieste etiopiche, nessun italiano venne mai punito per questi e per altri massacri, favorendo la rimozione dalla memoria collettiva dei crimini compiuti dagli italiani durante le guerre fasciste.

sabato 20 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 maggio.
Il 20 maggio 1999, alle 8.30 circa in Via Salaria, viene ucciso Massimo D'Antona, giurista e docente universitario. Un omicidio apparentemente inspiegabile ed imprevedibile. Docente di Diritto del Lavoro a Roma, è soprattutto conosciuto come il consulente dell'allora Ministro Antonio Bassolino.
Poche ore dopo, arriva la rivendicazione, 14 pagine stampate fronte retro, con la stella a cinque punte e il gergo criptico e oscuro tipico delle Nuove brigate Rosse.
"La nostra organizzazione ha individuato il ruolo politico-operativo svolto da Massimo D'Antona ne ha identificato la centralità e, in riferimento al legame tra nodi centrali dello scontro e rapporti di forza e politici generali tra le classi ha rilanciato l'offensiva combattente."
I brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, in attesa dentro un furgone Nissan, scendono e lo apostrofano. Secondo la deposizione di Cinzia Banelli, fu Galesi, armato di una pistola automatica calibro 9x19 senza silenziatore, a far fuoco su D'Antona, svuotando i 9 colpi del caricatore sul professore e infliggendogli il colpo di grazia al cuore. I due si danno poi alla fuga, e poco dopo arrivano i soccorsi: D'Antona viene immediatamente portato al Policlinico Umberto I ma inutile: il medico dichiara nel certificato di morte che l'uomo si è spento alle 9.30 di mattina.
Qui il racconto della moglie di Massimo D'Antona che dice: "Mi chiedevo da che parte potesse venire quell'aggressione, perchè io non avevo idea. Sgomento si. Il senso di perdita era il sentimento prevalente. Ci tenevano sotto controllo da parecchi giorni"
E ancora: "Era un intellettuale, un lavoratore, attraverso la consultazione delle parti sociali cui cercava soluzioni possibili, concrete, realizzabili...per questo lo hanno ucciso". Era un lottatore, un uomo di sinistra, stimatissimo dai suoi colleghi, convinto che la modernizzazione dello Stato e delle amministrazioni pubbliche non è un terreno di scontro politico.
Dopo anni d'indagini l'8 luglio 2005 arriva il verdetto da parte della Corte d'Assise di Roma: ergastolo per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma; Federica Saraceni viene assolta dall'accusa di concorso nell'omicidio, ma condannata a 4 anni e 8 mesi perché ritenuta responsabile di associazione sovversiva. Quattro le assoluzioni: Alessandro Costa e Roberto Badel non sono stati ritenuti colpevoli di banda armata; i fratelli Maurizio e Fabio Viscido sono stati prosciolti dall'accusa di banda armata. Per Costa e Badel è stata disposta la scarcerazione dal presidente della Corte.
Il 20 maggio 2009, a dieci anni dalla morte di D'Antona, al Senato della Repubblica il Ministro Schifani pronunciava queste parole: "Onorevoli colleghi [...] oggi che quegli assassini sono assicurati alla giustizia, il nostro "sforzo costante per coltivare ed onorare la memoria delle loro vittime" secondo le parole pronunciate dal Capo dello Stato in occasione della giornata della memoria, ci impone non soltanto di ricordare, come stiamo facendo quest'oggi, ma di rendere viva la memoria facendo sì che i valori e le idee di Massimo D'Antona siano ancora presenti in tutti gli sforzi compiuti da maggioranza ed opposizione e dalle forze sociali più attente e responsabili - ciascuno nel proprio ruolo - per costruire un mondo del lavoro più moderno e più giusto. Rivolgo perciò, certo di interpretare la volontà dell'intera Assemblea alla moglie Olga D'Antona, a sua figlia Valentina, a tutti i lavoratori che hanno perso con lui un vero difensore, un saluto commosso, nel nome della nostra più profonda vicinanza e solidarietà umana."

venerdì 19 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 maggio.
Il 19 maggio 1880 nasce Ataturk, che porterà la Turchia alla indipendenza  dall'Impero Ottomano.
Kemal Ataturk (conosciuto anche con i nomi di Gazi Mustafa Kemal, Mustafa Kemal pascià e Mustafa Kemal) nasce a Salonicco (importante centro ebraico) il 19 maggio 1880, quando la città fa ancora parte dei possedimenti ottomani. L'impero ottomano a quei tempi è decisamente cosmopolita, con due milioni di greci, dodici milioni di musulmani, più di un milione di armeni, 200mila ebrei e un milione di bulgari: proprio cavalcando un estremo nazionalismo, lontano dal sentimento religioso, Ataturk riuscirà a creare un nuovo Stato.
Da bambino, Kamal deve fare i conti con gli scontri tra la madre, donna che vive sulla base di tradizioni superate, e il padre, decisamente più aperto al mondo. Dal padre introietta l'idea di un'autorità priva di carattere, mentre dalla madre l'idea di una Turchia vecchia, che deve essere oltrepassata, anche se amata. La famiglia di Mustafa, per altro, è spesso colpita da gravi lutti: dei suoi cinque fratelli, Fatma (nata nel 1872), Ahmet (nato nel 1874) e Omer (nato nel 1875) muoiono in tenera età per colpa della difterite, e anche Naciye (nata nel 1889) scompare a soli dodici anni a causa della tubercolosi.
Nel 1899 Ataturk si iscrive alla Scuola di guerra di Istanbul, avamposto occidentalista in territorio ottomano, dove ufficiali intermedi e giovani studenti mostrano una grande ammirazione per la Francia e per la tecnologia all'avanguardia della Germania, nazione dalla quale intendono prendere spunto per riorganizzare l'esercito. In seguito, diventato ufficiale di Stato maggiore, Ataturk nel 1904 viene spedito a Damasco, in Siria, dove si fa apprezzare per la tenacia messa in campo per riportare all'ordine le popolazioni arabe in rivolta, e per la creazione di "Patria e libertà", una piccola società segreta che ben presto entra in contatto con il Comitato Unione e Progresso, la centrale che si oppone apertamente al sultanato a Salonicco. In quegli anni, in ogni caso, Ataturk non è ancora un'autorità nel Comitato.
Nel 1909, la rivoluzione dei Giovani turchi porta alla destituzione del vecchio sultano e alla nomina di uno nuovo, Maometto V: Kemal, però, non è ancora uno dei leader del movimento. In quel periodo, tuttavia, inizia a maturare personalmente i caratteri principali delle sue idee politiche, tra l'estraneità dell'esercito alla politica e la laicità dello Stato. Tuttavia i suoi propositi non possono ancora essere messi in pratica, anche perché egli si trova lontano dalla Turchia: nel 1911 fa parte di un corpo di volontari che in Libia combatte contro gli Italiani; più tardi si sposta in Tracia, per affrontare nelle guerre balcaniche i bulgari. La sua consacrazione definitiva, dunque, avviene solo in occasione della Prima Guerra Mondiale. Egli, infatti, si rivela un capo militare vittorioso nella difesa di Gallipoli, aggredita dalle truppe inglesi per quasi un anno, tra l'aprile del 1915 e il febbraio del 1916. Ataturk dunque diventa l'eroe dei Dardanelli, colui che dà il via, da eroe, al riscatto nazionale turco. Kemal, promosso generale di Brigata, si appresta a conquistare il potere.
Dopo aver ottenuto condizioni di armistizio convenienti, emana la circolare di Amaysa nella notte del 21 giugno del 1919. Attraverso questa circolare egli, contando sul sostegno delle differenti anime del nazionalismo, dichiara che il governo di Istanbul non è in grado di affrontare la crisi che sta attraversando il Paese, e di conseguenza dà vita a un contropotere che si attiva nell'Anatolia centrale. Così, mentre la capitale viene occupata dalle truppe alleate, i capi nazionalisti vengono arrestati, e Ataturk tratta con la Russia per provare a rendere più stabili i confini orientali: la Georgia viene ceduta ai Russi, mentre l'Armenia rimane possesso turco. Eliminata la sinistra di opposizione nel governo, Ataturk batte l'esercito greco in occasione della vittoria del Sakarya; ciò non implica, però, la conclusione della guerra.
Ataturk fino al 1922 ricopre il ruolo di dittatore della Turchia, oltre che di comandante in capo, e così stronca ogni tentativo di dissenso, sia esso ispirato alle posizioni conservatrici di latifondisti e notabili, sia esso derivante dall'internazionalismo comunista. Mentre i Greci lasciano l'avamposto di Smirne e il territorio turco, tra i due Paesi - Grecia e Turchia - si arriva a un accordo per portare 500mila musulmani e turchi dalla Grecia in Turchia, e un milione e mezzo di ortodossi e greci dall'Anatolia alla Grecia. Il leader turco, quindi, dopo aver praticamente smantellato un impero multi-etnico, pensa a liberare definitivamente la propria nazione. Si tratta del momento principale della sua idea di riforma culturale e sociale, che impone un assorbimento dei valori spirituali occidentali e la distruzione della Turchia attuale, per tornare ai valori che la civiltà islamica ha smarrito.
La Repubblica di Turchia nasce ufficialmente il 29 ottobre del 1923, con Ataturk che viene eletto presidente (è già presidente del Partito del Popolo). Le sue prime decisioni riguardano l'istituzione di un sistema centralizzato di istruzione pubblica, la chiusura degli istituti scolastici religiosi, la chiusura dei tribunali religiosi e l'abolizione del divieto di consumare e vendere bevande alcoliche. L'Islam, in ogni caso, rimane confessione di Stato, anche per non allarmare eccessivamente la - pur forte - componente religiosa della nazione.
Dal punto di vista economico, invece, egli lavora per svecchiare le campagne e agevolare la nascita e lo sviluppo di una borghesia terriera imprenditoriale; vengono, inoltre, gettate le basi per un modello industriale di primo piano, ma senza investimenti stranieri. Di conseguenza, lo sviluppo economico mostra molti segni di debolezza, anche se - complice la rinuncia a spese per opere pubbliche e a indebitamenti - la Turchia non vive crisi congiunturali.
Ataturk prosegue l'opera di occidentalizzazione anche a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta, a dispetto dell'accentuarsi della situazione dittatoriale, dell'aumentare della sua influenza sull'esercito e della chiusura progressiva al multipartitismo. Dopo aver impedito di sfruttare la religione con scopi politici, dà il via a una campagna finalizzata a civilizzare i costumi e l'abbigliamento, approvando una legge che impedisce di utilizzare il turbante, e vietando ai funzionari pubblici di portare la barba. Inoltre, introduce il calendario gregoriano, abolisce l'obbligatorietà dell'insegnamento dell'arabo, introduce la festività domenicale, sostituisce con un alfabeto a caratteri latini il vecchio alfabeto arabo e propone un codice penale basato sul codice Zanardelli.
Insomma, Ataturk diventa simbolo di una contraddizione: da un lato cerca di occidentalizzare il Paese che governa; dall'altro lato ricorre ai metodi tipici del dispotismo asiatico. Il risultato? L'opposizione viene cancellata in un primo momento e ripristinata in seguito, con Ataturk che però pretende di sceglierne anche gli esponenti. Non possono, inoltre, essere dimenticate le vessazioni verso il popolo curdo.
Kemal Ataturk muore a Istanbul per una cirrosi epatica il 10 novembre del 1938: la sua è stata un'esistenza caratterizzata da eccessi ma anche dalla depressione. Ritenuto da alcuni storici il De Gaulle turco per la contraddizione di un uomo d'ordine rivoluzionario, egli ha preso su di sé la responsabilità del proprio Paese nel momento in cui esso era in crisi, per condurlo a una rinascita. Socialmente conservatore, è riuscito al tempo stesso a proporsi come deciso modernizzatore.
Successore di Ataturk è Ismet Inonu, suo braccio destro, con il quale per altro negli ultimi tempi i rapporti si erano piuttosto deteriorati. Ataturk, in ogni caso, anche mentre si appresta a morire non esprime una decisione definitiva a proposito della sua eredità, che dunque viene concessa dal partito a Inonu: egli prosegue il percorso iniziato da Mustafa Kemal, anche ponendo l'accento sugli aspetti più autoritari, favorendo in ogni caso il passaggio al multipartitismo dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Oggetto ancora oggi di una religione civile in Turchia (basti pensare che è reato insultarlo), Mustafa Kemal ha lasciato dietro di sé un'eredità tanto controversa quanto profonda, paradigmatica del rapporto difficile tra l'universalismo tipico della civiltà occidentale e le culture orientali.
Tra i numerosi titoli che gli sono stati attribuiti, vale la pena di ricordare quello di Cavaliere dell'Ordine di Murassa, la Stella di Gallipoli, la Medaglia di Imtiaz in argento, la Medaglia dell'indipendenza turca, la Croce al merito militare di I classe, il titolo di Cavaliere della Croce di Ferro, la Medaglia d'oro al merito militare e il titolo di Commendatore dell'Ordine di Sant'Alessandro.
Lontano dall'ideologia marxista, nel corso della sua vita Kemal, pur ritenendo inesistente la questione di classe, ha sempre mostrato rispetto nei confronti di Lenin, come dimostrano i buoni rapporti di vicinato con l'Urss, addirittura perno della politica estera di Ataturk. Non si trattava, evidentemente, di affinità politiche, quanto del sostegno economico che i sovietici potevano concedere alla Turchia in occasione della guerra di liberazione dagli Alleati.
Il suo cadavere riposa nel mausoleo dell'Anitkabir, costruito ad Ankara appositamente per lui, in quella capitale della Turchia repubblicana che egli creò. Il cognome Ataturk, che significa Padre dei Turchi, gli è stato assegnato nel 1934 tramite apposito decreto del Parlamento della Repubblica, in conseguenza dell'obbligo (da lui stesso stabilito) di adottare - come nel mondo occidentale - cognomi di famiglia regolari. A lui, oggi, sono intitolati l'aeroporto principale di Istanbul e lo stadio olimpico della città.

giovedì 18 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio la Chiesa Cristiana celebra San Venanzio da Camerino.
Si rimane meravigliati di fronte all’enorme ed antichissimo culto tributato a questo santo martire, a Camerino come in tutta l’Italia Centrale. Come pure si rimane interdetti alla lettura dei martirî subiti; Venanzio giovanetto di quindici anni apparteneva ad una nobile famiglia di Camerino, fattosi cristiano, lasciò tutte le comodità in cui era vissuto ed andò a vivere presso il prete Porfirio.
Venne ricercato dalle autorità pagane della città e minacciato di tormenti e di morte se non fosse ritornato al culto degli dei, in esecuzione degli editti imperiali. Venanzio adolescente per età, ma dalla forte personalità per la fede ricevuta, si rifiuta e quindi viene sottoposto a flagellazioni, pene di fumo, fuoco, eculeo (cavalletto), ne esce sempre incolume e per questo raccoglie conversioni fra i pagani curiosi e gli stessi persecutori.
Resta imprigionato e viene ancora tormentato con i carboni accesi sul capo, gli vengono spezzati i denti e mandibola, gettato in un letamaio, Venanzio resiste ancora, allora viene dato in pasto a cinque leoni affamati, ma questi gli si accucciano inoffensivi ai suoi piedi.
Ancora incarcerato, può accogliere ammalati di ogni genere che gli fanno visita ammirati ed imploranti, ed egli ridona a loro la salute del corpo e dell’anima, convertendoli al cristianesimo. Ormai esasperato, il prefetto della città lo fa gettare dalle mura, ma ancora una volta lo ritrovano salvo, mentre canta le lodi a Dio.
Viene legato e trascinato attraverso le sterpaglie della campagna e anche in questa occasione opera un prodigio, facendo sgorgare una sorgente da uno scoglio per dissetare i soldati, operando così altre conversioni.
Alla fine, il 18 maggio del 251, sotto l’imperatore Decio o nel 253 sotto l’imperatore Valeriano, viene decapitato insieme ad altri dieci cristiani; mettendo così fine a questa galleria di orrori, che è difficile credere a tanta crudeltà, messa in atto da un popolo che dominava il mondo di allora, sì con la forza ma suscitando anche cultura, arte, diritto, civiltà. Ad ogni modo questa ‘passio’, riportata negli ‘Acta SS.’ già nel secolo XI è stata integrata nei secoli successivi, inserendo anche una fuga di Venanzio da Camerino, per sottrarsi ai persecutori attraverso la Valnerina a Rieti e di lì a Raiano (L’Aquila), dove gli è dedicata una chiesa.
Il martire venne sepolto fuori della Porta Orientale sul declivio Est del colle a 500 metri dalle mura, sul quale venne edificata una basilica (sec. V), che venne più volte riedificata nei secoli successivi, è tuttora sede dell’’Arca del santo’ meta di secolare devozione.
Nel corso della storia millenaria della città, il suo nome, il suo culto, è presente dappertutto; nelle formule d’invocazione e nelle litanie dei santi dei vescovi camerinesi del 1235 e 1242, libri liturgici locali dei sec. XIV e XV, sigilli e monete coniate con la figura del santo, nella chiesa eretta presso la sorgente che sgorgò miracolosamente, a cui sono collegate due vasche, nelle quali venivano immersi lebbrosi e ulcerosi per impetrare la guarigione.
Con la Signoria dei Da Varano, fin dalla fine del ‘200, s. Venanzio subentrò come protettore della città di Camerino al santo vescovo Ansovino (m. 868). Nel 1259 durante la distruzione e il saccheggio di Camerino da parte delle truppe di Manfredi, le reliquie di s. Venanzio furono asportate e depositate nel Castel dell’Ovo a Napoli; furono restituite alla devozione della città nel 1269 per ordine del papa Clemente IV.
La vicenda terrena dell’adolescente Venanzio, suscitò una fioritura letteraria, drammi, oratori musicali, poemi, poemetti e carmi latini ed italiani. Solenni manifestazioni religiose con toni oggi diremmo di folklore, sin dal 1200 si svolgevano a Camerino il 18 maggio, data della sua festa e nei giorni vicini, coinvolgendo tutta la città con un palio particolare, sfilata delle autorità e delle corporazioni, giostra della Quintana e altre corse, fiere, falò, processioni con la statua d’argento.
In campo artistico, sono innumerevoli le opere d’arte che lo raffigurano in affreschi, stampe, monete, sigilli, incisioni, medaglie, ricami, arazzi, statue, polittici, ecc. a cui si dedicarono tutta una serie di artisti dal Medioevo ai giorni nostri.
La bibliografia legata al santo martire, al suo culto e alle manifestazioni celebrative, è enorme, come pochissimi altri santi.

mercoledì 17 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1890 va in scena per la prima volta, a Roma, "Cavalleria rusticana", di Pietro Mascagni.
 “Cavalleria Rusticana” è considerata la prima opera “verista” italiana e, se pensiamo che “Carmen” di Bizet, di qualche anno precedente, è un’opera in lingua francese ambientata in Spagna  ci sentiamo autorizzati ad affermare che “Cavalleria” sia il primo esempio di melodramma verista che attinga alla cultura e alla tradizione di una nazione,  sia musicalmente che letterariamente.
Dal positivismo degli anni centrali del XIX secolo mosse, in Francia, il naturalismo e, qualche anno dopo, in Italia, il verismo.
Benché le due correnti condividessero l’approccio narrativo ricco di riferimenti a situazioni della vita quotidiana e il linguaggio attingesse a espressioni popolari, gergali e dialettali, il naturalismo transalpino, soprattutto con Emile Zòla, privilegiò ambientazioni piccolo-borghesi in interni cittadini, mentre Verga, in Italia, scelse atmosfere contadine del profondo meridione con frequenti scene all’aperto con moltitudini di personaggi in funzione corale.
Erano i decenni in cui la cosiddetta “questione meridionale” si andava configurando, mentre solo nell’ultimo scampolo di secolo, con Agostino De Pretis, l’ Italia si era data un governo se non progressista, almeno liberale e aperto al sociale. Questo è il contesto socio-politico in cui le novelle di Giovanni Verga vennero composte.
Probabilmente Mascagni conobbe “Cavalleria” nella fortunata versione teatrale che la divina Eleonora Duse, a partire dal 1884, portò al successo e non attraverso la lettura di “Vita dei campi”.
La novella di Verga , ormai dramma teatrale, giunse a Livorno, città natale di Mascagni, per il tramite del commediografo semidilettante Giannino Salvestri, che si riprometteva di ricavarne un libretto per un melodramma da offrire a Giacomo Puccini e, per tanto, inoltrò richiesta al Verga perchè gli concedesse la licenza di utilizzare il testo letterario.
Dopo alcuni anni, durante i quali nè libretto nè melodramma furono realizzati, per una coincidenza,  un altro livornese, Giovanni Targioni-Tozzetti, dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale del dramma, propose al giovane musicista concittadino, di comporre un melodramma su “Cavalleria rusticana” e ai due si affiancò il Menasci con l’incarico di “limare “ i versi.
Chiesto il permesso a Verga, che nel frattempo lo aveva concesso anche a Gastaldon, la gestazione fu portata rapidamente a termine, tant’è che Mascagni (o meglio sua moglie Lina) potette spedire la partitura perchè partecipasse, con esito vittorioso,  al concorso per un melodramma in un atto, bandito dall’editore Sonzogno.
Tanto in Verga quanto in Mascagni si percepisce distintamente un furore retorico per la vita contadina condito di amore per la natura e per i sentimenti vividi, immersi in una calda religiosità; uno sfondo molto lontano da un’immagine alla Pellizza da Volpedo e soprattutto privo di riferimenti alle nascenti lotte contadine e operaie organizzate dalle  “leghe” che di lì a poco avrebbero dato vita ai sindacati e ai movimenti e partiti socialisti e operai.
Mascagni è figlio della piccola borghesia mercantile toscana e la sua “emigrazione” nel cuore della Puglia contadina (Cerignola) ha quasi il sapore della fuga da una società del centro Italia in cui si affacciano i primi conflitti di classe, Verga, viceversa,  preferì descrivere la Sicilia contadina dai lussuosi salotti milanesi.
Una collateralità servile al regime fascista farà il resto e la morte dell'autore, sopraggiunta  in quell'epocale 1945 in un lussuoso Hotel di Roma, dove aveva trascorso gli ultimi decenni di vita, solo in parte risparmierà al musicista livornese, l'ostracismo della nuova classe intellettuale antifascista che ne  metterà al bando le opere per tutti gli anni '50.
La musica del talentuoso ma indisciplinato compositore è in assoluta continuità con la tradizione romantica, del tutto tonale e debitrice nei confronti di melodie e stilemi popolari: sono caratteristiche che rappresentano i limiti e il fascino di un’opera che nel breve volgere di circa 50 minuti, rappresenta un ritratto di una Sicilia arretrata e bigotta disposta  a ritenere nell’ordine naturale delle relazioni umane  il delitto d’onore.
Verdi (e Shakespeare) con Otello aveva voluto indurre l’orrore per un sentimento forse inevitabile, ma sicuramente ignobile nelle conseguenze più violente, come la gelosia;  il verismo di Verga e Mascagni, se  ci commuove per il dolore di Mamma Lucia per la morte di Turiddu, tende a sospendere il giudizio sulla vendetta violenta e sul farsi "giustizia" da sè.
In un giorno di Pasqua in cui la Cristianità celebra il trionfo della vita sulla morte, gli uomini si fanno giustizia a prezzo della vita e non vi è traccia di condanna sociale per un crimine che lungi dal restituire “onore” sottrae dignità all’amore, coniugale o adultero che esso sia.
Su tutto, ad aggravare il quadro di degrado, una madre in lutto, che alle edipicità irrisolte sovrappone un senso di ineluttabilità  che fa di un popolo oppresso, sfruttato e vilipeso, una moltitudine di “mammoni”, piagnoni paladini dell’onore maschile, e di vedove e mamme in lutto, tutti acquiescenti e votati alla subalternità a poteri illeciti e sanguinari.
L’intera vicenda si svolge nella giornata di Pasqua nella Sicilia di fine XIX secolo.
Turiddu, un contadino, che aveva sedotto Santuzza prima di partire soldato, è l’amante di Lola, una appariscente donna che, durante l’assenza di Turiddu, è andata  in sposa al carrettiere  Alfio.
Subito dopo il preludio strumentale Turiddu intona una canzone in forma di siciliana:
O Lola ch'hai di latti la cammisa
Si bianca e russa comu la cirasa,
Quannu t'affacci fai la vucca a risa,
Biato cui ti dà lu primu vasu!
Ntra la porta tua lu sangu è sparsu,
E nun me mporta si ce muoru accisu...
E s'iddu muoru e vaju mparadisu
Si nun ce truovo a ttia, mancu ce trasu.
L’ultimo a venire a conoscenza degli adulteri  è sempre il marito tradito: Alfio entra in scena cantando con entusiasmo i privilegi del proprio mestiere (“O che bel mestiere”). Mentre qui è là si leva  qualche sorrisetto ironico dei giovani del paese, circa la fedeltà di Lola.
Santuzza, sopraffatta dalla gelosia e ferita nell’orgoglio, rivela ad Alfio la relazione tra Turiddu e Lola, mentre il paese intero si appresta alle solenni celebrazioni della Pasqua.
Dopo un brindisi provocatorio, Turiddu e Alfio si scontrano e si sfidano a duello “rusticano” al coltello.
Un accorato saluto a Mamma Lucia con la raccomandazione di “fare da madre a Santa” , precede  l’epilogo tragico: Alfio uccide Turiddu mentre  una donna urla annunciando :” Hanno ammazzato compare Turiddu!”
L'intermezzo sinfonico dell'opera, collocato tra la ottava e la nona scena, è uno dei pezzi più popolari. Grazie al suo carattere orchestrale, interamente basato sull'uso degli archi, ha avuto molta fortuna anche al di fuori del repertorio operistico.
In ambito cinematografico ha fatto da sfondo ad una delle più celebri scene della storia del cinema, quella nel film Il padrino - Parte III. È stato anche usato anche nei titoli di testa del film Toro scatenato di Martin Scorsese.
Il tema centrale è stato rielaborato per una canzone dance dal titolo Will be one dei Datura, è stato ripreso da Vasco Rossi nell'Intro dei live 2007 ed è presente nella canzone Mascagni di Andrea Bocelli.
Tra gli spot pubblicitari che lo hanno utilizzato troviamo quello dei Ferrero Rocher e dell'Enel (2011).
L'intermezzo è presente anche in una scena dell'episodio 31 dell'anime Kenshin Samurai vagabondo.

martedì 16 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 maggio.
Il 16 maggio 2005 a Kabul viene rapita Clementina Cantoni, una volontaria italiana collaboratrice di CARE International.
Clementina Cantoni viene rapita a Kabul il 16 maggio 2005. La donna, cooperante milanese di 32 anni, dal 2002 nel Paese dove lavora per l'organizzazione umanitaria Care International, è la prima italiana rapita in Afghanistan, dopo i sequestri in terra irachena di Simona Pari, Simona Torretta e Giuliana Sgrena.
Il sequestro avviene tra le 20.30 e le 21 locali quando Clementina sta tornando a casa dopo una giornata di lavoro. Secondo il racconto dell'ambasciatore italiano, Ettore Sequi, la cooperante è stata sequestrata nel centro della città, non lontano dalla zona delle ambasciate, a 2-3 chilometri dalla sede diplomatica italiana. L'auto è stata bloccata da una berlina Toyota bianca con a bordo quattro persone: i sequestratori, armati, hanno prelevato la donna e l'hanno fatta salire a bordo della vettura, per poi dileguarsi.
Il giorno dopo i  sequestratori fanno ascoltare la voce della giovane milanese, registrata su un nastro durante una telefonata con una fonte che fa capo all'intelligence italiana. Nella registrazione, Clementina dice il suo nome e altri particolari di sè, che risultano veri. Per gli 007 italiani si tratta di un sequestro ad opera della criminalità comune. Un'azione a scopo di estorsione, finalizzata a guadagnare un bel po' di quattrini italiani.
Le vedove di Kabul aiutate da Care scendono in strada, molte delle quali coperte dal burqa, portando fotografie della Cantoni e uno striscione in cui se ne chiede il rilascio.
Al ministero dell'Interno di Kabul sono convinti che il rapitore sia Timor Shah, l'uomo che ha telefonato a una radio e una televisione locali rivendicando il sequestro e avanzando, in cambio della liberazione, alcune richieste di ispirazione fondamentalista. Non sarebbe un uomo legato a gruppi terroristici: l'episodio più grave che gli è stato attribuito è il sequestro e l'uccisione, circa 3 mesi prima, di un uomo d'affari afgano. Un episodio per cui sono stati arrestati la madre e due suoi amici.
Il 19 maggio il luogo dove viene tenuta prigioniera Clementina Cantoni sarebbe stato individuato: la polizia però decide di non intervenire con un blitz per non mettere in pericolo l'ostaggio.
Il giorno successivo un giornalista afgano della Reuter riceve la notizia dell'uccisione di Clementina. Ma quattro ore prima la donna aveva parlato al telefono con un alto funzionario del ministero dell'Interno afgano.
Il 21 magggio arriva un nuovo ultimatum dal rapitore della Cantoni. Salta fuori un documento dell'intelligence, secondo il quale la nostra ambasciata a Kabul aveva allertato gli italiani sul rischio rapimenti per il 7 e il 15 maggio, il giorno prima del sequestro di Clementina.
L'ultimatum scade senza esito. Timor Shah si conferma un personaggio controverso: non si stanca di chiamare i mezzi di comunicazione, le organizzazioni internazionali e "si sente - spiegano gli investigatori - una specie di eroe del popolo afgano". Continua a fare richieste per favorire la ristrettezza dei costumi e contro lo sviluppo di una cultura troppo liberale. Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio ringrazia Karzai per quanto sta facendo per ottenere la liberazione di Clementina. Viene attivato un numero verde a Kabul per dare informazioni sul sequestro.
Il 23 maggio a Roma il sindaco Veltroni, con Cgil, Cisl e Uil, organizza una fiaccolata di solidarietà in Campidoglio. La foto di Clementina viene esposta sulla facciata del palazzo Senatorio accanto a quelle di Florence Aubenas e Hussein Al-Saadi, ancora nelle mani dei rapitori in Iraq.
A Milano alla manifestazione di solidarietà per Clementina partecipano poche centinaia di persone: le amiche della donna accusano: "solidali solo con chi è di sinistra".
Il 25 maggio le vedove afgane scendono di nuovo in piazza per chiedere la liberazione di Clementina, il 27 il presidente Ciampi in un nuovo appello chiede la liberazione di Clementina, "un esempio di luminosa umanità e di dedizione".
"Io sono Clementina Cantoni e oggi è il 28 maggio, domenica". Così la cooperante italiana appare in un video trasmesso dall'emittente "Tolo tv". Ha il capo coperto e due uomini armati di fucile la tengono sotto tiro e le suggeriscono le parole. I familiari, dopo aver visto il video, hanno avuto una reazione "tra l'angoscia e speranza". Per gli investigatori "è un passo avanti": i sequestratori escono allo scoperto.
1 GIUGNO - I tempi per il rilascio sembrano allungarsi. "Ci auguriamo che la Cantoni possa essere liberata anche domani - spiega il portavoce del ministero dell'Interno afgano, ma i negoziati sono complicati e complessi. C'è bisogno di più tempo".
Il commissario Cattani, vale a dire l'attore Michele Placido, popolarissimo in Afghanistan per la fortunata serie de "La Piovra" - il primo film messo in onda dalla televisione dopo la caduta dei talebani - lancia un appello video il 2 giugno per la liberazione di Clementina Cantoni.
Filtra la notizia che la madre di Clementina Cantoni ha inviato una lettera alla madre del rapitore Shah: "mi rivolgo a lei - c'è scritto - come madre di un figlio che tiene in ostaggio mia figlia".
Il 5 giugno papa Benedetto XVI lancia un appello per la liberazione di Clementina Cantoni. "Unisco la mia voce a quella del presidente della Repubblica italiana, del presidente dell'Afghanistan e dei popoli italiano ed afgano per chiedere la liberazione della volontaria italiana", dice dopo l'Angelus in piazza San Pietro.
"La dolorosa esperienza che questa nostra sorella sta vivendo sia di stimolo a ricercare con ogni mezzo la pacifica e fraterna intesa tra gli individui e le nazioni".
Viene diffuso anche il testo delle lettera di Germana Cantoni a "tutte le madri afgane". "Il mio cuore - dice - sta sanguinando a causa della situazione di mia figlia".
Il 6 giugno  Ciampi scrive all'ex re afgano, Zahir Shah, e gli chiede di intercedere per ottenere la liberazione di Clementina Cantoni.
Care international prepara un video di 150 secondi, da diffondere su tutte le tv afgane, in cui la madre di Clementina racconta il temperamento, le passioni, gli interessi della volontaria.
L'8 giugno l'ex re dell'Afghanistan risponde a Ciampi assicurandogli che "il presidente Karzai e il suo governo faranno qualsiasi sforzo per ottenere il rilascio di Clementina". Si accendono nuovi segnali di speranza: "la Cantoni potrebbe essere libera presto", dice Timor Shah a Tolo Tv.
Il 9 giugno Clementina Cantoni viene liberata. I dettagli delle trattative che portarono al rilascio non furono rivelate; tuttavia si presume che ci sia stato uno scambio con la madre del rapitore, che era stata arrestata per un sospetto coinvolgimento in un altro sequestro. La versione ufficiale del governo afghano negò qualsiasi trattativa. Secondo alcuni giornali sarebbe stato anche pagato un riscatto di 8 milioni di euro, che nessuna fonte ufficiale conferma.
Il 16 giugno fu ricevuta al Quirinale dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

lunedì 15 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 maggio.
All'alba del 15 maggio 1860, Calatafimi si preparava a diventare il punto nevralgico della battaglia tra i mille di Garibaldi e le truppe borboniche comandate da Francesco Landi.  Garibaldi e i suoi volontari siciliani vi si dirigevano da sud, dopo essersi lasciati Salemi alle spalle; le colonne borboniche, invece, si muovevano da Alcamo, dopo aver trascorso interi giorni in attesa di una svolta agli eventi; adesso, stanco di aspettare, il Landi aveva deciso di muovere finalmente contro l'esercito garibaldino: la «settantenne reliquia, ansimava e sbuffava seguendo il battaglione in una pesante carrozza e impiegando sei giorni per fare trenta miglia».
Durante quella lenta marcia, il generale aveva però stabilito di inviare i suoi reparti in perlustrazione del territorio, così aveva spedito a raggiera tre colonne in ricognizione. La prima, composta da 6 compagnie di Cacciatori, un plotone di Cavalleria e 4 cannoni verso Salemi, al comando del maggiore Sforza; la seconda, formata da una compagnia di Carabinieri e una di Fanti, lanciata verso sud; la terza - si trattava di 2 compagnie di Carabinieri e mezzo plotone di Cavalleria - verso est. Tutte le altre forze erano state lasciate di riserva.
La marcia della colonna diretta da Sforza si era da subito rivelata estremamente difficile: le salite erano ripide e scoscese, e il sole così forte da annebbiare la vista dei suoi uomini. Per questo, giunti in prossimità di Pianto dei Romani, poco fuori dalla cittadina di Calatafimi, i soldati non si erano accorti immediatamente della bandiera tricolore che sventolava, quasi insolente, nell'altipiano che si stagliava dinanzi ai loro occhi. Dopo essersi faticosamente arrampicati su un'altura, e dopo che la foschia si era un po' diradata, lo spettacolo che si era presentato era stato minaccioso e maestoso al tempo stesso: i volontari garibaldini e le squadre siciliane accorse in loro aiuto erano schierati proprio dinanzi ai loro occhi, a pochi passi da loro: al centro, la vetta più alta, il monte Pietralunga, era un'immensa parete tinta di rosso. Lì stavano arroccati i Mille, e al loro fianco Garibaldi col suo Capo di Stato Maggiore, intenti a scrutare il paesaggio; le squadre di insorti dell'isola si erano asserragliate invece ai loro lati, sui due poggi che proteggevano i fianchi del promontorio. Le due truppe nemiche erano separate solo dal largo avvallamento che si incuneava placido tra i rilievi. Per alcuni interminabili istanti, quei due contingenti si erano limitati a scrutarsi minacciosi, senza che nessuno si decidesse a fare il primo passo. Intorno a Mezzogiorno, erano stati poi i reparti d'assalto di Sforza a rompere gli indugi: le compagnie si erano sparpagliate, 2 avanti in ordine sparso e 4 dietro a rincalzo; il battaglione era sceso a valle e da lì aveva aperto il fuoco, provando intanto a risalire il monte Pietralunga. La risposta non si era fatta attendere: dai carabinieri di Genova era partito un fuoco altrettanto preciso e serrato del primo, mentre Garibaldi ordinava ai suoi uomini di scendere alla baionetta. L'esercito borbonico, allora, era stato costretto a retrocedere precipitosamente, pressato dai rivoluzionari, e il combattimento si era trasformato in un serrato corpo a corpo che incalzava a tratti, per poi trovare un fuggevole riparo nei muretti a secco delle coltivazioni a terrazzi, che permettevano agli attaccanti di prendere fiato e di riordinarsi.
Qualche ora più tardi, la linea di combattimento si era estesa anche ai lati del colle, col battaglione di Bixio a sinistra e quello di Carini a destra, capeggiato dallo stesso Garibaldi. Il caldo era quasi insopportabile, il morale di entrambi gli schieramenti instabile, pronto a sfociare in infuocati entusiasmi o nella più nera disperazione. Con un risoluzione repentina, erano i Mille a sferrare l'ultimo attacco alla baionetta, accolto dal fuoco dei napoletani: il portabandiera in camicia rossa, Schiaffino, cadeva sotto questo fuoco, e il tricolore in mani borboniche. Anche Garibaldi era ferito al volto, dai sassi che alcuni avversari avevano iniziato a scagliare, in preda alla confusione. Era allora che Sforza ordinava la ritirata precipitosa, alla volta di Calatafimi, durante la quale uno dei cannoni veniva sequestrato dai garibaldini.
Landi avrebbe potuto rafforzare la sua posizione in città, in attesa di rinforzi ma, disse «giudicai prudente sloggiare da Calatafimi la sera stessa del 15, facendo la mia ritirata sopra Alcamo, pria che venissero tagliati i passi e darmi al vincitore».
Più di uno sbaglio era stato compiuto, e quel coacervo di errori aveva finito per essere una miscela letale alle sorti di quella battaglia. Calatafimi, tuttavia, era anche il simbolo delle tare strutturali dell'esercito borbonico, poco adeguato all'azione sul campo e vittima di una fatale sottovalutazione dell'avversario. A causa di ciò, le forze schierate contro gli insorti erano state private dei 6 battaglioni principali della compagnia, che erano rimaste in riserva, ad attendere un segnale d'azione, che tuttavia non era arrivato. A segnare le sorti dello scontro c'era poi l'assillo per la concentrazione di forze a Palermo, che aveva portato Landi a riunire la colonna a Calatafimi, confessando che «la ritirata è la migliore delle vittorie!».
A notte fonda, le sue truppe giungevano così ad Alcamo e lì, ancora una volta, il generale decideva di non sfruttare l'ottima posizione logistica del paese, preferendo riprendere l'estenuante marcia verso Partinico. Non immaginava, probabilmente, che ad accoglierlo sarebbe stato il fuoco dei ribelli, e che avrebbe dovuto aprirsi il passo combattendo strenuamente e dando alle fiamme numerose abitazioni. Solo dopo ore riusciva a dirigersi verso Montelepre, e a superare un nuovo attacco prima di riprendere la strada che avrebbe dovuto portarlo all'unica meta, ossessivamente agognata: Palermo. Vi entrava, infine, la mattina del 17, con una truppa stremata dai 100 km di cammino in due giorni, e per di più ferita, affamata, in preda al più completo disordine. Intanto, la notizia della sconfitta iniziava a diffondersi per l'isola, poi più oltre, fino a Napoli. Francesco II non riusciva a persuadersi di come 20.000 uomini bene armati e ben riforniti avessero potuto cedere il passo a uno sparuto gruppo di ribelli, e continuava ad inviare rinforzi, armi, munizioni e viveri, oltre a feroci telegrammi in cui incitava i suoi all'attacco. Ma le risposte che gli venivano dal nuovo comandante in capo, il generale Lanza, che aveva sostituito Castelcicala, non erano affatto confortanti: «la colonna del generale Landi è rientrata in Palermo nella scorsa notte, dopo aver combattuto a Calatafimi coi filibustieri e con molte squadre [?]. Tale colonna ha dovuto ritirarsi per difetto di viveri [?]. Palermo è repressa dalla forza, ma aspetta il momento per insorgere».
Anche il nuovo comandante, come il suo predecessore, preferiva continuare a tergiversare, ostinandosi nell'idea di concentrare tutte le truppe a Palermo e solo il 21 inviava 4.000 uomini agli ordini del colonnello svizzero Von Mechel per sbaragliare gli insorti. In quella situazione di emergenza assoluta, la dirigenza militare borbonica mostrava i segni della sua stonata polifonia di comandi: ordini e contrordini inutili e inconcludenti continuavano a rimbalzare, impazziti, da un'autorità all'altra.
Intanto Garibaldi, con 1.500 uomini, era già sull'altipiano di Renda e minacciava da vicino la capitale.

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