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sabato 27 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 maggio.
Il 27 maggio 1923 termina la prima edizione della 24 ore di Le Mans.
Originariamente nota come 'Grand Prix of Endurance', la prima 24 Ore di Le Mans fu corsa il 26 e il 27 maggio del 1923 e su iniziativa di tre membri dell'Automobile Club dell'ovest: il presidente George Durand, l'ingegnere e giornalista Charles Faroux e l'industriale Emile Coquille.
L'idea nacque con lo scopo di creare una nuova concezione di 'Grand Prix' per gli amanti delle corse, appena un quarto di secolo dopo l'introduzione dei motori a scoppio. La scelta di un crono di 24 ore premetteva di testare e 'maltrattare' le vetture, per determinare resistenza e affidabilità; furono 33 i piloti a correre la prima endurance di 24 ore nel 1923. La città di La Sarthe si afferma capitale francese degli sport a motore, ospitando quello che diventerà uno dei più prestigiosi e datati eventi dell' automobilismo: come la 500 Miglia di Indianapolis e il Monaco Grand Prix.
La 24h di Le Mans è piena di storie straordinarie di uomini indomiti, di tragedie, di sudore, gloria e innovazione: uno dei simboli di questa competizione è stata la partenza. Dal 1925 venne introdotta “La partenza Le Mans”, che consisteva nelle  vetture allineate su un lato della pista mentre i piloti su quello opposto. Allo sventolare della bandiera francese che storicamente da il via alla gara, i piloti scattavano come fulmini dentro le loro macchine.
La pratica divenne molto pericolosa, poiché le cinture di sicurezza richiedevano di essere allacciate grazie all’ausilio dei propri meccanici: di conseguenza i piloti erano impossibilitati ad allacciarsele sino alla prima sosta ai box.
Emblematica fu la la camminata del campione Jacky Ickx che, nel 1969, si avviò alla propria vettura senza correre, si allacciò correttamente le cinture e, nonostante il ritardo accumulato, riuscì a vincere la gara. Dopo questa dimostrazione, nel 1970, si adottò la partenza con i piloti già seduti nelle loro vetture, più avanti, anche la partenza a lato della pista venne cambiata per adottare quella lanciata, stile Indianapolis.
La Le Mans, purtroppo, come detto in precedenza, ha anche storie drammatiche da raccontare: è proprio durante questo evento che si è consumata una delle più grandi tragedie del motorsport. E’ il 1955, quando Pierre Lavegh all’inseguimento di Mike Hawthorn impatta contro la Austin-Healey guidata da Lance Macklin. L’impatto devastante fece decollare la Mercedes 300 SLR di Mike Hawthorn tra il pubblico. Il bilancio fu di 83 morti tra il pubblico, il pilota e 120 feriti.
La gara proseguì, secondo gli organizzatori, per questioni di ordine pubblico, per fare in modo che la gente non lasciasse il circuito intasando le strade adiacenti e impedendo l’arrivo delle ambulanze.
L’evento ebbe un forte impatto sull’opinione pubblica: in quell’anno vennero cancellati i GP di Germania e Svizzera. In quest’ultima, addirittura, le corse automobilistiche vennero bandite per legge. Un divieto che permane ancora oggi.
La Mercedes addirittura, terminato il campionato di Formula Uno, si ritirò dalla corse in segno di rispetto per le vittime. La scuderia tedesca fece il proprio ritorno alla corse soltanto nel 1987.

venerdì 26 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 maggio.
Il 26 maggio 1249 Re Enzo venne condotto prigioniero a Bologna a seguito della sconfitta nella battaglia di Fossalta, e incarcerato nel palazzo che ancora oggi porta il suo nome.
Il giorno precedente, nella piccola località di Fossalta presso le sponde del fiume Panaro, avvenne uno scontro storico tra gli schieramenti dei guelfi di Bologna e le forze dei ghibellini di Modena e Cremona e le truppe imperiali di Enzo di Svevia, figlio naturale dell'Imperatore Federico II Hohenstaufen. Nel pomeriggio il giovane re attaccò un gruppo di bolognesi intenti a costruire un ponte sul Panaro per farvi passare carri e macchine d'assedio essendo il Ponte di Sant'Ambrogio difeso dai templari modenesi. Il grosso delle truppe bolognesi vedendo il massacro delle avanguardie guadò il fiume cogliendo le truppe imperiali sui fianchi, a re Enzo non rimase altro da fare se non ordinare la ritirata del grosso delle truppe verso Modena; essendo il torrente Tiepido ingrossato, la cavalleria Ghibellina non riuscì a manovrare fuggendo disordinatamente verso la città. Il sovrano rimase con i suoi cavalieri a coprire la ritirata delle truppe. Dalla furibonda battaglia uscirono vincitori i bolognesi, che non si fecero scappare la succulenta occasione: catturarono Enzo e lo portarono in città, tenendolo come prigioniero (seppur di riguardo) in uno degli edifici che da lui tuttora ne conserva il nome, Palazzo Re Enzo. Sotto le insegne guelfe del comune di Bologna, parteciparono alla battaglia anche miles della Società d’Armi dei Lombardi, della società dei Toschi, della società della Stella e della società dei Beccai. Dopo la battaglia i guelfi modenesi tornarono in città e presero il potere, tra essi vi era il vescovo di Modena Alberto Boschetti. Nell'ottobre seguente i bolognesi posero l'assedio a Modena che venne difesa dal vescovo il quale riuscì tramite la mediazione del papa ad ottenere gli accordi di pace nel dicembre 1249.
Quella funesta battaglia a Fossalta ad Enzo costò molto caro: non riottenne più la libertà, nonostante le ripetute minacce del padre Federico II nei confronti dei bolognesi. Peraltro questi trattarono Enzo molto onorevolmente, consentendogli di ricevere visite, avere servitori e relazioni femminili, non gli concessero però mai di uscire dalle sue stanze.
Prima di morire, Enzo scrisse alla sua Puglia, l'amata terra che lo aveva visto bambino:
« Va', canzonetta mia, e saluta Messere, dilli lo mal ch'i'aggio, quelli che m'à'n balilìa, sì distretto mi tene, ch'eo viver non porraggio; salutami Toscana, quella ched è sovrana in cui regna tutta cortesia; e vanne in Puglia piana, la magna Capitana, là dov'è lo mio core nott'e dia. »
Alla sua morte gli furono dedicate solenni onoranze funebri e fu seppellito (tuttora esiste la sua tomba) nella Basilica di San Domenico della stessa città che l'aveva tenuto prigioniero per ventitré lunghi anni.
In centro via Fossalta ricorda la sede della vittoriosa battaglia bolognese.

giovedì 25 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 maggio.
Il 25 maggio 1973 Mike Oldfield pubblica "Tubolar Bells".
Una volta il rock’n’roll era capace anche di mandare in classifica, con vendite spropositate (10 milioni di copie), un album con dentro due composizioni lunghe circa 25 minuti. Negli anni in cui il progressive impazzava e conquistava territori spesso restii ad elevarsi dalla forma-canzone (vedi anche l’Italia) accadevano pure queste cose. E così accadde che un inquietante motivetto di pianoforte spopolò in tutto l’orbe terracqueo per via di un altrettanto inquietante film, “L’Esorcista”; naturalmente i pochi secondi del motivetto sono quelli di “Tubular Bells”, opera a firma dell’enfant prodige Mike Oldfield.
Quando Mike ebbe l’idea di registrare un poema strumentale, musicato da più di trenta strumenti e ottenuto mediante la sovraincisione di decine e decine di frammenti, aveva soltanto una ventina d’anni e ne aveva compiuti proprio venti da dieci giorni quando, il 25 maggio 1973, le Campane Tubolari entrarono nella Storia musicale. Oldfield era un chitarrista già talentuoso e aveva suonato con musicisti storici di quella che prese il nome di “Scena di Canterbury”; aveva mosso i primi passi importanti con Mister Kevin Ayers (storico membro dei Soft Machine) e, insomma, quando si mise a registrare “Tubular Bells” aveva dalla sua parte un talento mostruoso – sfruttato poi nel corso della carriera con esiti alterni e non sempre convincenti –, un furore musicale tipico degli adolescenti e, soprattutto, un’idea davvero storica per la musica rock.
“Tubular Bells” aveva già preso forma nella mente di Oldfield da un po’: aveva registrato i singoli passaggi della suite, aveva in mente la progressione dei vari movimenti; mancava soltanto qualcuno disposto a fargliela registrare. L’incontro con Richard Branson, fondatore del futuro colosso Virgin, fu fondamentale: “Tubular Bells” fu il primo album pubblicato dalla casa discografica di Branson e ancor oggi resta uno dei dischi più venduti dalla Virgin. Difficile spiegare il perché di questo successo, e ingiusto sarebbe rintracciarlo soltanto nel traino de “L’Esorcista”; “Tubular Bells” è un disco dall’impatto davvero rivoluzionario.
Per la prima volta un musicista riusciva a vendere al grande pubblico un’idea che commercialmente aveva funzionato poche volte in precedenza: utilizzare uno studio di registrazione come un vero e proprio strumento, manovrandolo per unire insieme un’ottantina di tracce separate che attingevano ai generi musicali più svariati. È lo studio di registrazione che crea il valore aggiunto dell’album, che naturalmente brilla anche per l’incredibile creatività che traspare da ogni singolo passaggio.
L’apertura è affidata al famoso tema del film di William Friedkin, che crea la tensione prima del diluvio: i 23 minuti della prima parte sono un incredibile coacervo di rock, musica classica, new-age, minimalismo, passaggi di folk pastorale e sferzate di hard-rock, passando anche per un sussultante chitarrismo alla Captain Beefheart, soltanto un po’ più erudito.
I passaggi si inseguono, si inseriscono l’uno nell’altro per mantenere sempre alto il livello di attenzione dell’ascoltatore. Già, l’ascoltatore: giustamente Piero Scaruffi ha scritto che “rispetto al rock progressivo da cui proveniva Oldfield fu anche attento ad evitare le sonorità più cervellotiche”. È proprio questo equilibrio tra la sperimentazione più folle e la fruibilità dell’opera a rendere unico questo disco.
La prima parte si conclude con un memorabile finale, nel quale su un tappeto di note ripetute all’infinito dalle chitarre (minimalismo) vengono presentati dalla voce del Maestro di Cerimonie Vivian Stanshall tutti gli strumenti che ripetono un bellissimo tema, che a seconda dello strumento sembra ora solenne, ora paradisiaco, ora quasi minaccioso. Fino a quando vengono presentate le Campane Tubolari, che insieme ad un coro di voci femminili chiudono la prima parte, in bilico tra l’austerità e l’estasi.
Basterebbe questo per consegnare alla Storia l’album, ma anche la seconda parte regge bene, anche se non ha la carica dirompente della prima. Poco meno della metà del tempo trascorre con un folk apparentemente sereno, mentre il quarto d’ora finale è caratterizzato soprattutto da due passaggi quasi demenziali: una parte cantata, anzi grugnita, dallo stesso Oldfield, e il finale, affidato alla sigla di Braccio di Ferro. Il cerchio si chiude con spensieratezza, laddove invece si era aperto sull’inquietudine horror del famosissimo giro di piano. Uno scherzetto niente male, che pochi mesi dopo aiuterà un suo amico a realizzare un disco straordinario. Già, perché Oldfield, manco ventunenne, non pago di aver realizzato un’opera rivoluzionaria che anticipa e codifica la new-age e sfrutta al meglio le cose più importanti del progressive, qualche mese dopo le Campane Tubolari volerà alla corte di Sua Maestà Robert Wyatt per suonare su “Rock Bottom”.


mercoledì 24 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 maggio.
Il 24 maggio 1943 il dottor Josef Mengele, ribattezzato l'angelo della morte, viene nominato medico capo del campo di concentramento di Auschwitz.
Josef Mengele fu il dottor-morte, o "l'angelo nero di Auschwitz", colui che sterminò migliaia di ebrei, utilizzandoli come cavie umane, in esperimenti indicibili, volti a ricercare il gene per la creazione di quella che, nel delirio nazista, doveva essere la pura razza ariana.
Nato a Gunzburg il 16 marzo 1911 da famiglia di solida tradizione cattolica e di orientamento politico nazionalista, il "dottor morte" iniziò nel 1930 a studiare medicina a Monaco e a Vienna, per laurearsi nel 1935 con una tesi antropologica sulla disparità delle razze, argomento trattato attraverso la comparazione di mascelle fra quattro gruppi razziali differenti. All'università di Francoforte conobbe il professore Otmar von Verschuer, un geniale genetista specializzato nello studio della biologia dei gemelli, che si rivelò anche uno fra i più crudeli servitori delle teorie naziste. Questo "luminare", questa figura autorevole ed esemplare (agli occhi di Mengele), condizionò notevolmente il futuro "angelo della morte" ed è uno dei responsabili indiretti degli esperimenti sui gemelli che quest'ultimo condusse nel campo di sterminio di Auschwitz. E' proprio da von Verschuer, infatti, che Mengele trasse la convinzione che la chiave per la creazione di una pura razza ariana fosse da ricercare nel sistema biologico dei gemelli.
Ma il tragitto che portò Mengele a diventare un efferato assassino non prende corpo di punto in bianco, ma è il frutto di una sua lunga adesione alle correnti più retrive della politica tedesca. Già nel '27, il giovane Josef aveva aderito alla Lega Pangermanica della Gioventù e, nel 1931, alle formazioni giovanili dello "Stalhelm" l'organizzazione revanscista tedesca. Oltretutto, ironia della sorte, quella stessa ideologia razzista per poco non si sarebbe scatenata anche su di lui. Dovendosi infatti sposare con Irene Schoenbein, nel 1939 chiese l'autorizzazione formale all'Ufficio Centrale per la razza e gli insediamenti umani. La licenza venne però concessa con una certa fatica. Mengele, allora già arruolato nelle SS, non può sul momento dimostrare di appartenere ad una famiglia ariana almeno sin dal 1750 e Irene ha qualche difficoltà, mancandole i documenti razziali del nonno americano Harry Lyons Dummer. Alla fine l'Ufficio dà comunque il suo benestare e la coppia è finalmente in grado di celebrare le nozze.
Mengele si presenta volontario allo scoppio della guerra e il 1 gennaio del 1942 viene spedito sul fronte orientale (per a precisione all'ufficio di Poznan per la razza e gli insediamenti umani) dove, ferito, è decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe. Tornato nella capitale, riallaccia i rapporti con il prof. Verschuer divenuto, nel frattempo, direttore del dipartimento di antropologia e genetica del prestigioso "Kaiser Wilhelm Institut"; i due proseguirono i loro studi sulla teoria dei gemelli, rendendosi ben presto conto che la guerra stava offrendo la possibilità di sfruttare direttamente, per le loro ricerche, cavie umane, attingendo alle decine di migliaia di ebrei, deportati nei campi di concentramento.
In sostanza, dunque, von Verschuer propone al suo allievo di unirsi a lui ad Auschwitz, il campo di sterminio divenuto l'emblema del coacervo di orrori che fu l'Olocausto. Il 30 maggio 1943, Josef Mengele viene finalmente inviato in Polonia, dove si trova appunto Auschwitz, dove sarebbe diventato tristemente noto come "l'angelo sterminatore". Mengele infatti si occupava dei prigionieri a 360 gradi, dalle selezioni dei nuovi arrivati, al loro stato di salute, con assoluto potere di vita o di morte su di loro.
Nel suo laboratorio, presso il blocco numero 10 del campo, si lasciò andare ad esperimenti indicibili, agghiaccianti, aventi ad oggetto, soprattutto, le coppie di gemelli rastrellate nel campo: operazioni effettuate senza anestesia e aventi per oggetto mutilazioni, iniezioni di virus come la lebbra o il tifo e altre pratiche orrende; Mengele, inoltre, per tentare di avvalorare le sue convinzioni praticò trasfusioni incrociate tra gemelli, tentò di creare in laboratorio dei fratelli siamesi, cucendoli insieme, iniettò liquido nei loro occhi al fine di mutarne il colore, procedette a castrazioni, sterilizzazioni, congelamenti ed ad altri orrori indicibili.
Con l'avvicinarsi della sconfitta delle Germania "l'angelo della morte" pianificò meticolosamente la sua fuga, che lo condusse in Sudamerica, ove, nonostante la spietata caccia mossagli dal servizio segreto israeliano, riuscì a farla franca e ad evitare la resa dei conti per i suoi spaventosi crimini.
Nel 1979 morì in Brasile, all'età di 67 anni, di attacco cardiaco mentre nuotava a pochi metri dalla riva dell'oceano Atlantico. Fu sepolto nel cimitero di Nostra Signora del Rosario, a Embu das Artes, sotto la falsa identità di Wolfgang Gerhard. Nel 1985 il suo corpo fu scoperto, nel 1992 la salma fu riesumata e il suo DNA fu confrontato con quello del fratello, che inizialmente si rifiutò di fornirlo, ma cambiò idea successivamente, su pressioni dello stesso governo tedesco. L'esame accertò, con una probabilità pari al 99,69%, che la persona lì sepolta fosse Josef Mengele.

martedì 23 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Come riporta una lapide murata fuori dall'abside maggiore, il 23 maggio 1099 è la data in cui viene fondato il Duomo di Modena.
Nel 1099 in tutta l'Europa stanno sorgendo cattedrali magnifiche, come altrettante colonne miliari della fede cristiana. Anche a Modena si avvertono gli effetti di quel fervore, artistico e religioso insieme. Il tempio, che custodisce da secoli la tomba del Santo Vescovo Geminiano, doveva essere ricostruito. I rappresentanti di tutte le classi sociali, riuniti in assemblea plenaria, decidono ad una voce di rinnovare, riedificare ed elevare il tempio del Santo Patrono. La devozione dei modenesi a S.Geminiano, il loro secondo Vescovo, vissuto dal 312 al 397, è quindi all'origine del Duomo, costruito come «domus clari Geminiani», casa dell'insigne Geminiano, e dedicato alla Madre di Dio Incoronata. Come è scritto in un prezioso codice dell'archivio capitolare, è trovato provvidenzialmente Lanfranco, artista mirabile e architetto straordinario. I lavori si iniziano sotto la sua direzione il 23 maggio 1099. Tutto il popolo è impegnato nella grande impresa. La prima pietra è posta il 9 giugno 1099. Insieme con Lanfranco lavora il grande lapicida Wiligelmo, che abbellisce con le sue sculture il tempio, in costruzione negli anni 1099-1106.
L'atto di fondazione del Duomo è scolpito da Wiligelmo stesso in una celebre epigrafe tra il Patriarca antidiluviano Enoch e il Profeta Elia, posta sulla facciata. In fondo alla medesima lapide è aggiunta in seguito l'elogia di Wiligelmo. In un'altra iscrizione, situata all'esterno dell'abside centrale, i Modenesi si professano debitori a Lanfranco del loro duomo. Il 30 aprile 1106, a lavori molto progrediti, avviene la traslazione solenne del corpo di S.Geminiano nella cripta della nuova Cattedrale. Il 7 e l'8 ottobre del medesimo anno, alla presenza della Contessa Matilde di Canossa, di Cardinali, Vescovi, ecclesiastici e di una grande folla esultante, il Papa Pasquale II compie la ricognizione dei resti di S.Geminiano e consacra l'altare. Ottantacinque anni dopo la posa della prima pietra, la costruzione del Duomo può dirsi terminata. Il Papa Lucio III lo consacra il 12 luglio 1184, dinanzi a dieci Cardinali e cinque Vescovi. Anche di quella data e di quell'evento storico è fatta memoria in una lunga iscrizione, scolpita sui blocchi di pietra del fianco meridionale del Duomo.
Dal XIV al XVII secolo l'interno subisce cambiamenti, secondo i gusti del tempo. Nel 1852 cominciano i lavori sistematici di restauro; dal 1914 al 1921 l'edificio è ricondotto alle linee presumibili del XIII secolo.
Nel 1955, ricorrendo l'850° anniversario della traslazione del corpo di S.Geminiano, è restaurata la cripta ed eseguita la terza ricognizione dei resti del Patrono, la cui tomba è riportata allo stato primitivo. Il restauro della facciata e delle sculture di Wiligelmo occupa gli anni dal 1973 al 1984.
In occasione dell'VIII centenario della Dedicazione del Duomo (1184-1984), la stupenda facciata mostra finalmente l'arte di Lanfranco, di Wiligelmo, dei Maestri Campionesi in tutto il suo splendore.
Da ultimo, negli anni 1986-1988 sono restaurate le sculture campionesi sul pontile, all'interno.


lunedì 22 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1980 esce per mano della Namco il videogioco Pac-man.
Ha spopolato durante gli anni Ottanta. Ha avuto innumerevoli tentativi di imitazione. E' diventato un'icona, rappresentante dell'intero settore dell'industria dei videogiochi. Partorito dalla mente del programmatore giapponese recentemente scomparso Tohru Iwatani, allora dipendente della Namco, Pac-Man è un videogioco che ha fatto la storia.
L'origine di Pac-Man è molto curiosa, Tohru Iwatani ebbe infatti l'ispirazione durante una cena con degli amici guardando una pizza a cui era stata tolta una fetta. Dopo poco più di un anno da quella pizza, un team di sviluppo di otto persone tra sviluppatori e tenici hardware diede alla luce il primo Pac-Man.
Pac-Man compare nelle sale sotto forma di gioco arcade nel 1980. La diffusione e insieme la popolarità in pochi anni raggiungono livelli altissimi; Namco si dedica alla produzione del software in varie versioni, per la quasi totalità delle console e dei computer. Dal 1980 al 1987 l'azienda Namco realizza più di 300 mila macchine, vendendo nel contempo un numero imprecisato di milioni di pupazzi e gadget vari.
Con il successo del videogioco anche la sua storia software si è evoluta. Le prime versioni infatti peccavano di prevedibilità: i fantasmini, acerrimi nemici di Pac-Man, seguivano uno schema fisso di movimenti, tanto che per il giocatore risultava eccessivamente facile risolvere la partita. Con le versioni successive allora i programmatori hanno inserito degli schemi aleatori per i movimenti dei quattro fantasmi, creando inoltre una personalità per ognuno di loro.
La misura del successo di Pac-Man si nota anche in campo televisivo, dove gli storici produttori statunitensi Hanna & Barbera danno vita a una serie di cartoni animati con Pac-Man come protagonista.
La diffusione del gioco nelle case private parte nel marzo del 1982 quando Atari inizia la conversione di Pac-Man per la sua console. L'operazione si rivela un insuccesso per Atari, che investe molti soldi per i diritti senza riuscire a recuperarli. Le cause sono molteplici, la principale è il notevole abbassamento della qualità del gioco causato dall'adattamento del software. Ciò non ferma la popolarità di Pac-Man che verrà riproposto per ogni tipo di console o dispositivo anche nei decenni successivi.
Si contano a centinaia i giochi che hanno riproposto Pac-Man come protagonista o come semplice comparsa al loro interno, così come i cloni realizzati soltanto per sfruttare i vantaggi commerciali derivati dall'immagine del già famoso Pac-Man.
Conosciuto in Giappone come Puckman, termine che significa "chiudere e aprire la bocca", il nome è stato cambiato in Pac-Man per la commercializzazione negli USA. In Brasile il gioco viene chiamato dai ragazzi Come-Come, che significa "mangia-mangia". In Spagna si chiama Comecocos, "mangia fantasmi".

domenica 21 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 maggio.
Il 21 maggio 1937 l'Italia si macchia di un delitto orribile quanto dimenticato: il massacro in Etiopia dei religiosi del monastero di Debre Libanos.
Il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, il generale Graziani organizzò una grande festa per onorare la nascita dell’erede al trono di casa Savoia.
Invitò un certo numero di notabili del luogo e qualche centinaio di poveri a cui aveva promesso una congrua elemosina. Mentre erano in corso i festeggiamenti, alcuni etiopi che si erano nascosti tra la folla, lanciarono delle granate verso la tribuna delle autorità. Il risultato di tale attentato fu di sette morti e di cinquanta feriti tra i quali, in modo lieve, persino il viceré Rodolfo Graziani. A questo episodio, seguì una feroce rappresaglia da parte degli italiani.
Il monastero di Debre Libanos, fondato nel XIII secolo da S. Tekle Haymanot, era situato a 90 chilometri da Addis Abeba, nella parte settentrionale dello Scioa, all’epoca dell’attentato a graziani teatro di aspri combattimenti da parte della resistenza etiopica. Oltre ad essere meta di pellegrinaggi, era il più autorevole centro di insegnamento teologico del paese, e godeva di legami assai stretti con il notabilato amhara, al governo con Hayla Sellase, oltre che con l’abuna Petros, vescovo del Wallo e fiero oppositore dell’invasione italiana.
Nel corso delle indagini sommarie e febbrili successive all’attentato, e sulla base di sospetti mai provati, si dà corpo tra l’altro alla tesi del coinvolgimento del monastero in un piano insurrezionale di cui l’attentato rappresenterebbe il momento scatenante. Il monastero viene inoltre accusato di aver offerto ospitalità ai due attentatori, che lì si sarebbero anche esercitati nel lancio delle bombe nei giorni precedenti l’attentato, ritornandovi subito dopo, come prima tappa dopo la fuga da Addis Abeba.
In effetti dal 1881 il monastero godeva di una sorta di extraterritorialità giudiziaria -essendo stato autorizzato ad accogliere fuggitivi, inclusi ladri ed assassini, e dar loro asilo – circostanza che renderebbe ragione della presenza dei due attentatori a Dabra Libanos. Tuttavia va sottolineato come all’epoca dei fatti non esistesse alcuna prova, al di fuori delle ricostruzioni dei servizi di polizia politica italiana, peraltro screditati dalla loro incapacità di prevedere l’attentato, che Abraha Daboch e Mogas Asgadom, i due eritrei ritenuti responsabili dell’attentato al viceré, avessero soggiornato – assieme ad altri che si considerano colpevoli – presso il monastero, né soprattutto che le complicità nell’attentato includessero l’intera comunità dei monaci.
In realtà è proprio il monastero, già guardato con sospetto, il vero obiettivo di Graziani che attraverso di esso intende colpire la chiesa copta nel suo complesso e, più in generale, l’aristocrazia tradizionale etiopica – in particolare quella amhara – per costringere entrambi alla collaborazione. “Non si sarebbe potuta avere opportunità migliore per sbarazzarci di loro”, afferma infatti il 1° marzo in un telegramma al generale Nasi, ordinandogli di fucilare tutti i notabili (e i loro seguaci) fatti prigionieri, assieme a quanti si sono costituiti.
Dopo il fallimento di un primo attacco al monastero nella notte del 22 febbraio, in cui molti dei religiosi riescono a mettersi in salvo, il secondo tentativo è pianificato con cura scrupolosa. Viene scelta, non a caso, la data del 20 maggio (12 Genbot), festa di S. Mikael e ricorrenza della traslazione delle spoglie di S. Tekle Haymanot; data rilevante nel calendario religioso etiopico e la più importante fra le festività celebrate dal monastero, che per tale ragione avrebbe accolto un numero considerevole di persone, peraltro richiamate anche dall’offerta di doni promessa per quel giorno particolare dalle autorità fasciste a coloro che avessero preso parte alle celebrazioni.
Le operazioni contro il monastero vengono dirette dal generale Pietro Maletti al quale il viceré non aveva mancato di far presente in un foglio di istruzioni telegrafato il 7 aprile che “[...] più vostra signoria distruggerà nello Scioa e più acquisterà benemerenze nei riguardi pacificazione territorio impero”.
In aggiunta ai carabinieri già presenti, e ad altri fatti confluire da Dabra Berhan, Maletti concentra nella zona tre battaglioni di truppe coloniali che il 18 maggio costringono i religiosi, i visitatori e i pellegrini all’interno della chiesa, sigillandone i portali. Il 19 maggio i prigionieri vengono interrogati, sommariamente identificati e la gran parte di essi caricata su camion diretti a Chagel, una località poco distante, dove il giorno successivo sono raggiunti da altri prigionieri fatti tra i visitatori nel frattempo giunti a Debre Libanos.
Il 20 maggio coloro che sono stati lasciati al monastero, per lo più ammalati e disabili, vengono uccisi sul posto. Il giorno 21, dopo aver provveduto a ‘selezionare’ fra i prigionieri di Chagel quelli apparentemente identificabili come religiosi (uno dei criteri sembra sia stato anche quello relativo all’uso o al possesso di un copricapo, come nella tradizione del clero copto), i prigionieri così individuati vengono caricati su camion e trasportati a Laga Wolde, una piana disabitata e ben protetta alla vista da colline, scelta per l’operazione. La località risponde infatti alla necessità di evitare testimoni che possano, da un lato, considerare i giustiziati come martiri e, dall’altro, essere fonte di notizie per la stampa estera, pronta a denunciare i massacri perpetrati dagli italiani. Una indiretta conferma alla decisione di evitare pericolose pubblicità è nelle pagine del diario segreto di Ciro Poggiali che il 1° giugno annota, a proposito di altre sommarie esecuzioni, che “[...] non si sono potute eseguire le fucilazioni coram populo perché i condannati danno esempi superlativamente eroici di coraggio e di dedizione alla causa abissina, e questa sarebbe stata una pericolosa propaganda contro di noi”. Del resto lo stesso Graziani, in un telegramma del 19 marzo, aveva provveduto a fornire a Lessona assicurazioni che: ” [...] le esecuzioni ordinate in conseguenza del noto attentato vengono fatte in località appartate e che nessuno, dico nessuno, può assistervi”.
Così a Laga Wolde i camion dei ‘condannati’ giungono a intervalli regolari scaricando i prigionieri che vengono subito passati per le armi dagli ascari. L’operazione dura l’intero pomeriggio. A esecuzione conclusa Graziani può telegrafare a Lessona comunicando di aver “destinato al plotone di esecuzione 297 monaci, incluso il vicepriore, e 23 laici sospetti di connivenza”, aggiungendo anche: “sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine che verranno tradotti e trattenuti nelle chiese di Dabra Berhan”. Tuttavia qualche giorno dopo Graziani ingiunge a Maletti di “passare immediatamente per le armi tutti i diaconi” col pretesto di aver avuto conferma della “piena responsabilità del convento di Debrà Libanòs”. Qualche giorno dopo comunica a Roma di aver giustiziato 129 diaconi: ” [...] sono rimasti così in vita [aggiunge] solo trenta ragazzi seminaristi che sono stati rinviati alle loro case di origine nei vari paesi dello Scioa. In tal modo del convento di Debrà Libanòs [...] non rimane più traccia”.
Solo di recente un’indagine condotta negli anni Novanta da Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik ha consentito di gettare qualche luce in più sulla strage di Debre Libanos, accertandone tra l’altro, anche se per inevitabile approssimazione, l’entità. Stando alla loro ricostruzione dei fatti, a Laga Wolde sono state massacrate in realtà tra le 1.000 e le 1.600 persone.
Del gruppo di diaconi, pellegrini, insegnanti e studenti di teologia, non inclusi nella prima ‘selezione’ effettuata a Chagel, circa 400 (e non 129 come affermato da Graziani) vengono giustiziati a Dabra Berhan. Quanto alla sorte dei “trenta ragazzi seminaristi rinviati alle loro case”, questi, in realtà, sono deportati nel lager di Danane, assieme ad altri 94 monaci dei conventi di Assabot e Zuquala chiusi, con la chiesa di Ekka Micael di Addis Abeba, nei giorni successivi.
Alla luce dei fatti accertati la decisione di Graziani di sottostimare nei suoi rapporti a Roma l’entità delle esecuzioni e tacerne una parte, viene ricondotta alla consapevolezza che egli evidentemente ha di agire con una spietatezza che persino a Roma rischia di essere giudicata eccessiva, e soprattutto controproducente, non facendo che alimentare, esasperandola, la rivolta etiopica all’occupazione fascista. Per questa ragione, in occasione dello sterminio della comunità di Debre Libanos, il viceré, da un lato, tace a Roma la reale dimensione delle esecuzioni e, dall’altro, si sforza di fornire assicurazioni sulla colpevolezza dei condannati, evitando ogni riferimento ai pellegrini, agli insegnanti, ai semplici visitatori, pure eliminati, il cui coinvolgimento nell’attentato sarebbe stato effettivamente impossibile da provare.
I timori del viceré non sono infondati. Di lì a qualche mese sarà sollevato dall’incarico e richiamato dall’Etiopia.
Nel dopoguerra, nonostante le richieste etiopiche, nessun italiano venne mai punito per questi e per altri massacri, favorendo la rimozione dalla memoria collettiva dei crimini compiuti dagli italiani durante le guerre fasciste.

sabato 20 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 maggio.
Il 20 maggio 1999, alle 8.30 circa in Via Salaria, viene ucciso Massimo D'Antona, giurista e docente universitario. Un omicidio apparentemente inspiegabile ed imprevedibile. Docente di Diritto del Lavoro a Roma, è soprattutto conosciuto come il consulente dell'allora Ministro Antonio Bassolino.
Poche ore dopo, arriva la rivendicazione, 14 pagine stampate fronte retro, con la stella a cinque punte e il gergo criptico e oscuro tipico delle Nuove brigate Rosse.
"La nostra organizzazione ha individuato il ruolo politico-operativo svolto da Massimo D'Antona ne ha identificato la centralità e, in riferimento al legame tra nodi centrali dello scontro e rapporti di forza e politici generali tra le classi ha rilanciato l'offensiva combattente."
I brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, in attesa dentro un furgone Nissan, scendono e lo apostrofano. Secondo la deposizione di Cinzia Banelli, fu Galesi, armato di una pistola automatica calibro 9x19 senza silenziatore, a far fuoco su D'Antona, svuotando i 9 colpi del caricatore sul professore e infliggendogli il colpo di grazia al cuore. I due si danno poi alla fuga, e poco dopo arrivano i soccorsi: D'Antona viene immediatamente portato al Policlinico Umberto I ma inutile: il medico dichiara nel certificato di morte che l'uomo si è spento alle 9.30 di mattina.
Qui il racconto della moglie di Massimo D'Antona che dice: "Mi chiedevo da che parte potesse venire quell'aggressione, perchè io non avevo idea. Sgomento si. Il senso di perdita era il sentimento prevalente. Ci tenevano sotto controllo da parecchi giorni"
E ancora: "Era un intellettuale, un lavoratore, attraverso la consultazione delle parti sociali cui cercava soluzioni possibili, concrete, realizzabili...per questo lo hanno ucciso". Era un lottatore, un uomo di sinistra, stimatissimo dai suoi colleghi, convinto che la modernizzazione dello Stato e delle amministrazioni pubbliche non è un terreno di scontro politico.
Dopo anni d'indagini l'8 luglio 2005 arriva il verdetto da parte della Corte d'Assise di Roma: ergastolo per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma; Federica Saraceni viene assolta dall'accusa di concorso nell'omicidio, ma condannata a 4 anni e 8 mesi perché ritenuta responsabile di associazione sovversiva. Quattro le assoluzioni: Alessandro Costa e Roberto Badel non sono stati ritenuti colpevoli di banda armata; i fratelli Maurizio e Fabio Viscido sono stati prosciolti dall'accusa di banda armata. Per Costa e Badel è stata disposta la scarcerazione dal presidente della Corte.
Il 20 maggio 2009, a dieci anni dalla morte di D'Antona, al Senato della Repubblica il Ministro Schifani pronunciava queste parole: "Onorevoli colleghi [...] oggi che quegli assassini sono assicurati alla giustizia, il nostro "sforzo costante per coltivare ed onorare la memoria delle loro vittime" secondo le parole pronunciate dal Capo dello Stato in occasione della giornata della memoria, ci impone non soltanto di ricordare, come stiamo facendo quest'oggi, ma di rendere viva la memoria facendo sì che i valori e le idee di Massimo D'Antona siano ancora presenti in tutti gli sforzi compiuti da maggioranza ed opposizione e dalle forze sociali più attente e responsabili - ciascuno nel proprio ruolo - per costruire un mondo del lavoro più moderno e più giusto. Rivolgo perciò, certo di interpretare la volontà dell'intera Assemblea alla moglie Olga D'Antona, a sua figlia Valentina, a tutti i lavoratori che hanno perso con lui un vero difensore, un saluto commosso, nel nome della nostra più profonda vicinanza e solidarietà umana."

venerdì 19 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 maggio.
Il 19 maggio 1880 nasce Ataturk, che porterà la Turchia alla indipendenza  dall'Impero Ottomano.
Kemal Ataturk (conosciuto anche con i nomi di Gazi Mustafa Kemal, Mustafa Kemal pascià e Mustafa Kemal) nasce a Salonicco (importante centro ebraico) il 19 maggio 1880, quando la città fa ancora parte dei possedimenti ottomani. L'impero ottomano a quei tempi è decisamente cosmopolita, con due milioni di greci, dodici milioni di musulmani, più di un milione di armeni, 200mila ebrei e un milione di bulgari: proprio cavalcando un estremo nazionalismo, lontano dal sentimento religioso, Ataturk riuscirà a creare un nuovo Stato.
Da bambino, Kamal deve fare i conti con gli scontri tra la madre, donna che vive sulla base di tradizioni superate, e il padre, decisamente più aperto al mondo. Dal padre introietta l'idea di un'autorità priva di carattere, mentre dalla madre l'idea di una Turchia vecchia, che deve essere oltrepassata, anche se amata. La famiglia di Mustafa, per altro, è spesso colpita da gravi lutti: dei suoi cinque fratelli, Fatma (nata nel 1872), Ahmet (nato nel 1874) e Omer (nato nel 1875) muoiono in tenera età per colpa della difterite, e anche Naciye (nata nel 1889) scompare a soli dodici anni a causa della tubercolosi.
Nel 1899 Ataturk si iscrive alla Scuola di guerra di Istanbul, avamposto occidentalista in territorio ottomano, dove ufficiali intermedi e giovani studenti mostrano una grande ammirazione per la Francia e per la tecnologia all'avanguardia della Germania, nazione dalla quale intendono prendere spunto per riorganizzare l'esercito. In seguito, diventato ufficiale di Stato maggiore, Ataturk nel 1904 viene spedito a Damasco, in Siria, dove si fa apprezzare per la tenacia messa in campo per riportare all'ordine le popolazioni arabe in rivolta, e per la creazione di "Patria e libertà", una piccola società segreta che ben presto entra in contatto con il Comitato Unione e Progresso, la centrale che si oppone apertamente al sultanato a Salonicco. In quegli anni, in ogni caso, Ataturk non è ancora un'autorità nel Comitato.
Nel 1909, la rivoluzione dei Giovani turchi porta alla destituzione del vecchio sultano e alla nomina di uno nuovo, Maometto V: Kemal, però, non è ancora uno dei leader del movimento. In quel periodo, tuttavia, inizia a maturare personalmente i caratteri principali delle sue idee politiche, tra l'estraneità dell'esercito alla politica e la laicità dello Stato. Tuttavia i suoi propositi non possono ancora essere messi in pratica, anche perché egli si trova lontano dalla Turchia: nel 1911 fa parte di un corpo di volontari che in Libia combatte contro gli Italiani; più tardi si sposta in Tracia, per affrontare nelle guerre balcaniche i bulgari. La sua consacrazione definitiva, dunque, avviene solo in occasione della Prima Guerra Mondiale. Egli, infatti, si rivela un capo militare vittorioso nella difesa di Gallipoli, aggredita dalle truppe inglesi per quasi un anno, tra l'aprile del 1915 e il febbraio del 1916. Ataturk dunque diventa l'eroe dei Dardanelli, colui che dà il via, da eroe, al riscatto nazionale turco. Kemal, promosso generale di Brigata, si appresta a conquistare il potere.
Dopo aver ottenuto condizioni di armistizio convenienti, emana la circolare di Amaysa nella notte del 21 giugno del 1919. Attraverso questa circolare egli, contando sul sostegno delle differenti anime del nazionalismo, dichiara che il governo di Istanbul non è in grado di affrontare la crisi che sta attraversando il Paese, e di conseguenza dà vita a un contropotere che si attiva nell'Anatolia centrale. Così, mentre la capitale viene occupata dalle truppe alleate, i capi nazionalisti vengono arrestati, e Ataturk tratta con la Russia per provare a rendere più stabili i confini orientali: la Georgia viene ceduta ai Russi, mentre l'Armenia rimane possesso turco. Eliminata la sinistra di opposizione nel governo, Ataturk batte l'esercito greco in occasione della vittoria del Sakarya; ciò non implica, però, la conclusione della guerra.
Ataturk fino al 1922 ricopre il ruolo di dittatore della Turchia, oltre che di comandante in capo, e così stronca ogni tentativo di dissenso, sia esso ispirato alle posizioni conservatrici di latifondisti e notabili, sia esso derivante dall'internazionalismo comunista. Mentre i Greci lasciano l'avamposto di Smirne e il territorio turco, tra i due Paesi - Grecia e Turchia - si arriva a un accordo per portare 500mila musulmani e turchi dalla Grecia in Turchia, e un milione e mezzo di ortodossi e greci dall'Anatolia alla Grecia. Il leader turco, quindi, dopo aver praticamente smantellato un impero multi-etnico, pensa a liberare definitivamente la propria nazione. Si tratta del momento principale della sua idea di riforma culturale e sociale, che impone un assorbimento dei valori spirituali occidentali e la distruzione della Turchia attuale, per tornare ai valori che la civiltà islamica ha smarrito.
La Repubblica di Turchia nasce ufficialmente il 29 ottobre del 1923, con Ataturk che viene eletto presidente (è già presidente del Partito del Popolo). Le sue prime decisioni riguardano l'istituzione di un sistema centralizzato di istruzione pubblica, la chiusura degli istituti scolastici religiosi, la chiusura dei tribunali religiosi e l'abolizione del divieto di consumare e vendere bevande alcoliche. L'Islam, in ogni caso, rimane confessione di Stato, anche per non allarmare eccessivamente la - pur forte - componente religiosa della nazione.
Dal punto di vista economico, invece, egli lavora per svecchiare le campagne e agevolare la nascita e lo sviluppo di una borghesia terriera imprenditoriale; vengono, inoltre, gettate le basi per un modello industriale di primo piano, ma senza investimenti stranieri. Di conseguenza, lo sviluppo economico mostra molti segni di debolezza, anche se - complice la rinuncia a spese per opere pubbliche e a indebitamenti - la Turchia non vive crisi congiunturali.
Ataturk prosegue l'opera di occidentalizzazione anche a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta, a dispetto dell'accentuarsi della situazione dittatoriale, dell'aumentare della sua influenza sull'esercito e della chiusura progressiva al multipartitismo. Dopo aver impedito di sfruttare la religione con scopi politici, dà il via a una campagna finalizzata a civilizzare i costumi e l'abbigliamento, approvando una legge che impedisce di utilizzare il turbante, e vietando ai funzionari pubblici di portare la barba. Inoltre, introduce il calendario gregoriano, abolisce l'obbligatorietà dell'insegnamento dell'arabo, introduce la festività domenicale, sostituisce con un alfabeto a caratteri latini il vecchio alfabeto arabo e propone un codice penale basato sul codice Zanardelli.
Insomma, Ataturk diventa simbolo di una contraddizione: da un lato cerca di occidentalizzare il Paese che governa; dall'altro lato ricorre ai metodi tipici del dispotismo asiatico. Il risultato? L'opposizione viene cancellata in un primo momento e ripristinata in seguito, con Ataturk che però pretende di sceglierne anche gli esponenti. Non possono, inoltre, essere dimenticate le vessazioni verso il popolo curdo.
Kemal Ataturk muore a Istanbul per una cirrosi epatica il 10 novembre del 1938: la sua è stata un'esistenza caratterizzata da eccessi ma anche dalla depressione. Ritenuto da alcuni storici il De Gaulle turco per la contraddizione di un uomo d'ordine rivoluzionario, egli ha preso su di sé la responsabilità del proprio Paese nel momento in cui esso era in crisi, per condurlo a una rinascita. Socialmente conservatore, è riuscito al tempo stesso a proporsi come deciso modernizzatore.
Successore di Ataturk è Ismet Inonu, suo braccio destro, con il quale per altro negli ultimi tempi i rapporti si erano piuttosto deteriorati. Ataturk, in ogni caso, anche mentre si appresta a morire non esprime una decisione definitiva a proposito della sua eredità, che dunque viene concessa dal partito a Inonu: egli prosegue il percorso iniziato da Mustafa Kemal, anche ponendo l'accento sugli aspetti più autoritari, favorendo in ogni caso il passaggio al multipartitismo dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Oggetto ancora oggi di una religione civile in Turchia (basti pensare che è reato insultarlo), Mustafa Kemal ha lasciato dietro di sé un'eredità tanto controversa quanto profonda, paradigmatica del rapporto difficile tra l'universalismo tipico della civiltà occidentale e le culture orientali.
Tra i numerosi titoli che gli sono stati attribuiti, vale la pena di ricordare quello di Cavaliere dell'Ordine di Murassa, la Stella di Gallipoli, la Medaglia di Imtiaz in argento, la Medaglia dell'indipendenza turca, la Croce al merito militare di I classe, il titolo di Cavaliere della Croce di Ferro, la Medaglia d'oro al merito militare e il titolo di Commendatore dell'Ordine di Sant'Alessandro.
Lontano dall'ideologia marxista, nel corso della sua vita Kemal, pur ritenendo inesistente la questione di classe, ha sempre mostrato rispetto nei confronti di Lenin, come dimostrano i buoni rapporti di vicinato con l'Urss, addirittura perno della politica estera di Ataturk. Non si trattava, evidentemente, di affinità politiche, quanto del sostegno economico che i sovietici potevano concedere alla Turchia in occasione della guerra di liberazione dagli Alleati.
Il suo cadavere riposa nel mausoleo dell'Anitkabir, costruito ad Ankara appositamente per lui, in quella capitale della Turchia repubblicana che egli creò. Il cognome Ataturk, che significa Padre dei Turchi, gli è stato assegnato nel 1934 tramite apposito decreto del Parlamento della Repubblica, in conseguenza dell'obbligo (da lui stesso stabilito) di adottare - come nel mondo occidentale - cognomi di famiglia regolari. A lui, oggi, sono intitolati l'aeroporto principale di Istanbul e lo stadio olimpico della città.

giovedì 18 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio la Chiesa Cristiana celebra San Venanzio da Camerino.
Si rimane meravigliati di fronte all’enorme ed antichissimo culto tributato a questo santo martire, a Camerino come in tutta l’Italia Centrale. Come pure si rimane interdetti alla lettura dei martirî subiti; Venanzio giovanetto di quindici anni apparteneva ad una nobile famiglia di Camerino, fattosi cristiano, lasciò tutte le comodità in cui era vissuto ed andò a vivere presso il prete Porfirio.
Venne ricercato dalle autorità pagane della città e minacciato di tormenti e di morte se non fosse ritornato al culto degli dei, in esecuzione degli editti imperiali. Venanzio adolescente per età, ma dalla forte personalità per la fede ricevuta, si rifiuta e quindi viene sottoposto a flagellazioni, pene di fumo, fuoco, eculeo (cavalletto), ne esce sempre incolume e per questo raccoglie conversioni fra i pagani curiosi e gli stessi persecutori.
Resta imprigionato e viene ancora tormentato con i carboni accesi sul capo, gli vengono spezzati i denti e mandibola, gettato in un letamaio, Venanzio resiste ancora, allora viene dato in pasto a cinque leoni affamati, ma questi gli si accucciano inoffensivi ai suoi piedi.
Ancora incarcerato, può accogliere ammalati di ogni genere che gli fanno visita ammirati ed imploranti, ed egli ridona a loro la salute del corpo e dell’anima, convertendoli al cristianesimo. Ormai esasperato, il prefetto della città lo fa gettare dalle mura, ma ancora una volta lo ritrovano salvo, mentre canta le lodi a Dio.
Viene legato e trascinato attraverso le sterpaglie della campagna e anche in questa occasione opera un prodigio, facendo sgorgare una sorgente da uno scoglio per dissetare i soldati, operando così altre conversioni.
Alla fine, il 18 maggio del 251, sotto l’imperatore Decio o nel 253 sotto l’imperatore Valeriano, viene decapitato insieme ad altri dieci cristiani; mettendo così fine a questa galleria di orrori, che è difficile credere a tanta crudeltà, messa in atto da un popolo che dominava il mondo di allora, sì con la forza ma suscitando anche cultura, arte, diritto, civiltà. Ad ogni modo questa ‘passio’, riportata negli ‘Acta SS.’ già nel secolo XI è stata integrata nei secoli successivi, inserendo anche una fuga di Venanzio da Camerino, per sottrarsi ai persecutori attraverso la Valnerina a Rieti e di lì a Raiano (L’Aquila), dove gli è dedicata una chiesa.
Il martire venne sepolto fuori della Porta Orientale sul declivio Est del colle a 500 metri dalle mura, sul quale venne edificata una basilica (sec. V), che venne più volte riedificata nei secoli successivi, è tuttora sede dell’’Arca del santo’ meta di secolare devozione.
Nel corso della storia millenaria della città, il suo nome, il suo culto, è presente dappertutto; nelle formule d’invocazione e nelle litanie dei santi dei vescovi camerinesi del 1235 e 1242, libri liturgici locali dei sec. XIV e XV, sigilli e monete coniate con la figura del santo, nella chiesa eretta presso la sorgente che sgorgò miracolosamente, a cui sono collegate due vasche, nelle quali venivano immersi lebbrosi e ulcerosi per impetrare la guarigione.
Con la Signoria dei Da Varano, fin dalla fine del ‘200, s. Venanzio subentrò come protettore della città di Camerino al santo vescovo Ansovino (m. 868). Nel 1259 durante la distruzione e il saccheggio di Camerino da parte delle truppe di Manfredi, le reliquie di s. Venanzio furono asportate e depositate nel Castel dell’Ovo a Napoli; furono restituite alla devozione della città nel 1269 per ordine del papa Clemente IV.
La vicenda terrena dell’adolescente Venanzio, suscitò una fioritura letteraria, drammi, oratori musicali, poemi, poemetti e carmi latini ed italiani. Solenni manifestazioni religiose con toni oggi diremmo di folklore, sin dal 1200 si svolgevano a Camerino il 18 maggio, data della sua festa e nei giorni vicini, coinvolgendo tutta la città con un palio particolare, sfilata delle autorità e delle corporazioni, giostra della Quintana e altre corse, fiere, falò, processioni con la statua d’argento.
In campo artistico, sono innumerevoli le opere d’arte che lo raffigurano in affreschi, stampe, monete, sigilli, incisioni, medaglie, ricami, arazzi, statue, polittici, ecc. a cui si dedicarono tutta una serie di artisti dal Medioevo ai giorni nostri.
La bibliografia legata al santo martire, al suo culto e alle manifestazioni celebrative, è enorme, come pochissimi altri santi.

mercoledì 17 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1890 va in scena per la prima volta, a Roma, "Cavalleria rusticana", di Pietro Mascagni.
 “Cavalleria Rusticana” è considerata la prima opera “verista” italiana e, se pensiamo che “Carmen” di Bizet, di qualche anno precedente, è un’opera in lingua francese ambientata in Spagna  ci sentiamo autorizzati ad affermare che “Cavalleria” sia il primo esempio di melodramma verista che attinga alla cultura e alla tradizione di una nazione,  sia musicalmente che letterariamente.
Dal positivismo degli anni centrali del XIX secolo mosse, in Francia, il naturalismo e, qualche anno dopo, in Italia, il verismo.
Benché le due correnti condividessero l’approccio narrativo ricco di riferimenti a situazioni della vita quotidiana e il linguaggio attingesse a espressioni popolari, gergali e dialettali, il naturalismo transalpino, soprattutto con Emile Zòla, privilegiò ambientazioni piccolo-borghesi in interni cittadini, mentre Verga, in Italia, scelse atmosfere contadine del profondo meridione con frequenti scene all’aperto con moltitudini di personaggi in funzione corale.
Erano i decenni in cui la cosiddetta “questione meridionale” si andava configurando, mentre solo nell’ultimo scampolo di secolo, con Agostino De Pretis, l’ Italia si era data un governo se non progressista, almeno liberale e aperto al sociale. Questo è il contesto socio-politico in cui le novelle di Giovanni Verga vennero composte.
Probabilmente Mascagni conobbe “Cavalleria” nella fortunata versione teatrale che la divina Eleonora Duse, a partire dal 1884, portò al successo e non attraverso la lettura di “Vita dei campi”.
La novella di Verga , ormai dramma teatrale, giunse a Livorno, città natale di Mascagni, per il tramite del commediografo semidilettante Giannino Salvestri, che si riprometteva di ricavarne un libretto per un melodramma da offrire a Giacomo Puccini e, per tanto, inoltrò richiesta al Verga perchè gli concedesse la licenza di utilizzare il testo letterario.
Dopo alcuni anni, durante i quali nè libretto nè melodramma furono realizzati, per una coincidenza,  un altro livornese, Giovanni Targioni-Tozzetti, dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale del dramma, propose al giovane musicista concittadino, di comporre un melodramma su “Cavalleria rusticana” e ai due si affiancò il Menasci con l’incarico di “limare “ i versi.
Chiesto il permesso a Verga, che nel frattempo lo aveva concesso anche a Gastaldon, la gestazione fu portata rapidamente a termine, tant’è che Mascagni (o meglio sua moglie Lina) potette spedire la partitura perchè partecipasse, con esito vittorioso,  al concorso per un melodramma in un atto, bandito dall’editore Sonzogno.
Tanto in Verga quanto in Mascagni si percepisce distintamente un furore retorico per la vita contadina condito di amore per la natura e per i sentimenti vividi, immersi in una calda religiosità; uno sfondo molto lontano da un’immagine alla Pellizza da Volpedo e soprattutto privo di riferimenti alle nascenti lotte contadine e operaie organizzate dalle  “leghe” che di lì a poco avrebbero dato vita ai sindacati e ai movimenti e partiti socialisti e operai.
Mascagni è figlio della piccola borghesia mercantile toscana e la sua “emigrazione” nel cuore della Puglia contadina (Cerignola) ha quasi il sapore della fuga da una società del centro Italia in cui si affacciano i primi conflitti di classe, Verga, viceversa,  preferì descrivere la Sicilia contadina dai lussuosi salotti milanesi.
Una collateralità servile al regime fascista farà il resto e la morte dell'autore, sopraggiunta  in quell'epocale 1945 in un lussuoso Hotel di Roma, dove aveva trascorso gli ultimi decenni di vita, solo in parte risparmierà al musicista livornese, l'ostracismo della nuova classe intellettuale antifascista che ne  metterà al bando le opere per tutti gli anni '50.
La musica del talentuoso ma indisciplinato compositore è in assoluta continuità con la tradizione romantica, del tutto tonale e debitrice nei confronti di melodie e stilemi popolari: sono caratteristiche che rappresentano i limiti e il fascino di un’opera che nel breve volgere di circa 50 minuti, rappresenta un ritratto di una Sicilia arretrata e bigotta disposta  a ritenere nell’ordine naturale delle relazioni umane  il delitto d’onore.
Verdi (e Shakespeare) con Otello aveva voluto indurre l’orrore per un sentimento forse inevitabile, ma sicuramente ignobile nelle conseguenze più violente, come la gelosia;  il verismo di Verga e Mascagni, se  ci commuove per il dolore di Mamma Lucia per la morte di Turiddu, tende a sospendere il giudizio sulla vendetta violenta e sul farsi "giustizia" da sè.
In un giorno di Pasqua in cui la Cristianità celebra il trionfo della vita sulla morte, gli uomini si fanno giustizia a prezzo della vita e non vi è traccia di condanna sociale per un crimine che lungi dal restituire “onore” sottrae dignità all’amore, coniugale o adultero che esso sia.
Su tutto, ad aggravare il quadro di degrado, una madre in lutto, che alle edipicità irrisolte sovrappone un senso di ineluttabilità  che fa di un popolo oppresso, sfruttato e vilipeso, una moltitudine di “mammoni”, piagnoni paladini dell’onore maschile, e di vedove e mamme in lutto, tutti acquiescenti e votati alla subalternità a poteri illeciti e sanguinari.
L’intera vicenda si svolge nella giornata di Pasqua nella Sicilia di fine XIX secolo.
Turiddu, un contadino, che aveva sedotto Santuzza prima di partire soldato, è l’amante di Lola, una appariscente donna che, durante l’assenza di Turiddu, è andata  in sposa al carrettiere  Alfio.
Subito dopo il preludio strumentale Turiddu intona una canzone in forma di siciliana:
O Lola ch'hai di latti la cammisa
Si bianca e russa comu la cirasa,
Quannu t'affacci fai la vucca a risa,
Biato cui ti dà lu primu vasu!
Ntra la porta tua lu sangu è sparsu,
E nun me mporta si ce muoru accisu...
E s'iddu muoru e vaju mparadisu
Si nun ce truovo a ttia, mancu ce trasu.
L’ultimo a venire a conoscenza degli adulteri  è sempre il marito tradito: Alfio entra in scena cantando con entusiasmo i privilegi del proprio mestiere (“O che bel mestiere”). Mentre qui è là si leva  qualche sorrisetto ironico dei giovani del paese, circa la fedeltà di Lola.
Santuzza, sopraffatta dalla gelosia e ferita nell’orgoglio, rivela ad Alfio la relazione tra Turiddu e Lola, mentre il paese intero si appresta alle solenni celebrazioni della Pasqua.
Dopo un brindisi provocatorio, Turiddu e Alfio si scontrano e si sfidano a duello “rusticano” al coltello.
Un accorato saluto a Mamma Lucia con la raccomandazione di “fare da madre a Santa” , precede  l’epilogo tragico: Alfio uccide Turiddu mentre  una donna urla annunciando :” Hanno ammazzato compare Turiddu!”
L'intermezzo sinfonico dell'opera, collocato tra la ottava e la nona scena, è uno dei pezzi più popolari. Grazie al suo carattere orchestrale, interamente basato sull'uso degli archi, ha avuto molta fortuna anche al di fuori del repertorio operistico.
In ambito cinematografico ha fatto da sfondo ad una delle più celebri scene della storia del cinema, quella nel film Il padrino - Parte III. È stato anche usato anche nei titoli di testa del film Toro scatenato di Martin Scorsese.
Il tema centrale è stato rielaborato per una canzone dance dal titolo Will be one dei Datura, è stato ripreso da Vasco Rossi nell'Intro dei live 2007 ed è presente nella canzone Mascagni di Andrea Bocelli.
Tra gli spot pubblicitari che lo hanno utilizzato troviamo quello dei Ferrero Rocher e dell'Enel (2011).
L'intermezzo è presente anche in una scena dell'episodio 31 dell'anime Kenshin Samurai vagabondo.

martedì 16 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 maggio.
Il 16 maggio 2005 a Kabul viene rapita Clementina Cantoni, una volontaria italiana collaboratrice di CARE International.
Clementina Cantoni viene rapita a Kabul il 16 maggio 2005. La donna, cooperante milanese di 32 anni, dal 2002 nel Paese dove lavora per l'organizzazione umanitaria Care International, è la prima italiana rapita in Afghanistan, dopo i sequestri in terra irachena di Simona Pari, Simona Torretta e Giuliana Sgrena.
Il sequestro avviene tra le 20.30 e le 21 locali quando Clementina sta tornando a casa dopo una giornata di lavoro. Secondo il racconto dell'ambasciatore italiano, Ettore Sequi, la cooperante è stata sequestrata nel centro della città, non lontano dalla zona delle ambasciate, a 2-3 chilometri dalla sede diplomatica italiana. L'auto è stata bloccata da una berlina Toyota bianca con a bordo quattro persone: i sequestratori, armati, hanno prelevato la donna e l'hanno fatta salire a bordo della vettura, per poi dileguarsi.
Il giorno dopo i  sequestratori fanno ascoltare la voce della giovane milanese, registrata su un nastro durante una telefonata con una fonte che fa capo all'intelligence italiana. Nella registrazione, Clementina dice il suo nome e altri particolari di sè, che risultano veri. Per gli 007 italiani si tratta di un sequestro ad opera della criminalità comune. Un'azione a scopo di estorsione, finalizzata a guadagnare un bel po' di quattrini italiani.
Le vedove di Kabul aiutate da Care scendono in strada, molte delle quali coperte dal burqa, portando fotografie della Cantoni e uno striscione in cui se ne chiede il rilascio.
Al ministero dell'Interno di Kabul sono convinti che il rapitore sia Timor Shah, l'uomo che ha telefonato a una radio e una televisione locali rivendicando il sequestro e avanzando, in cambio della liberazione, alcune richieste di ispirazione fondamentalista. Non sarebbe un uomo legato a gruppi terroristici: l'episodio più grave che gli è stato attribuito è il sequestro e l'uccisione, circa 3 mesi prima, di un uomo d'affari afgano. Un episodio per cui sono stati arrestati la madre e due suoi amici.
Il 19 maggio il luogo dove viene tenuta prigioniera Clementina Cantoni sarebbe stato individuato: la polizia però decide di non intervenire con un blitz per non mettere in pericolo l'ostaggio.
Il giorno successivo un giornalista afgano della Reuter riceve la notizia dell'uccisione di Clementina. Ma quattro ore prima la donna aveva parlato al telefono con un alto funzionario del ministero dell'Interno afgano.
Il 21 magggio arriva un nuovo ultimatum dal rapitore della Cantoni. Salta fuori un documento dell'intelligence, secondo il quale la nostra ambasciata a Kabul aveva allertato gli italiani sul rischio rapimenti per il 7 e il 15 maggio, il giorno prima del sequestro di Clementina.
L'ultimatum scade senza esito. Timor Shah si conferma un personaggio controverso: non si stanca di chiamare i mezzi di comunicazione, le organizzazioni internazionali e "si sente - spiegano gli investigatori - una specie di eroe del popolo afgano". Continua a fare richieste per favorire la ristrettezza dei costumi e contro lo sviluppo di una cultura troppo liberale. Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio ringrazia Karzai per quanto sta facendo per ottenere la liberazione di Clementina. Viene attivato un numero verde a Kabul per dare informazioni sul sequestro.
Il 23 maggio a Roma il sindaco Veltroni, con Cgil, Cisl e Uil, organizza una fiaccolata di solidarietà in Campidoglio. La foto di Clementina viene esposta sulla facciata del palazzo Senatorio accanto a quelle di Florence Aubenas e Hussein Al-Saadi, ancora nelle mani dei rapitori in Iraq.
A Milano alla manifestazione di solidarietà per Clementina partecipano poche centinaia di persone: le amiche della donna accusano: "solidali solo con chi è di sinistra".
Il 25 maggio le vedove afgane scendono di nuovo in piazza per chiedere la liberazione di Clementina, il 27 il presidente Ciampi in un nuovo appello chiede la liberazione di Clementina, "un esempio di luminosa umanità e di dedizione".
"Io sono Clementina Cantoni e oggi è il 28 maggio, domenica". Così la cooperante italiana appare in un video trasmesso dall'emittente "Tolo tv". Ha il capo coperto e due uomini armati di fucile la tengono sotto tiro e le suggeriscono le parole. I familiari, dopo aver visto il video, hanno avuto una reazione "tra l'angoscia e speranza". Per gli investigatori "è un passo avanti": i sequestratori escono allo scoperto.
1 GIUGNO - I tempi per il rilascio sembrano allungarsi. "Ci auguriamo che la Cantoni possa essere liberata anche domani - spiega il portavoce del ministero dell'Interno afgano, ma i negoziati sono complicati e complessi. C'è bisogno di più tempo".
Il commissario Cattani, vale a dire l'attore Michele Placido, popolarissimo in Afghanistan per la fortunata serie de "La Piovra" - il primo film messo in onda dalla televisione dopo la caduta dei talebani - lancia un appello video il 2 giugno per la liberazione di Clementina Cantoni.
Filtra la notizia che la madre di Clementina Cantoni ha inviato una lettera alla madre del rapitore Shah: "mi rivolgo a lei - c'è scritto - come madre di un figlio che tiene in ostaggio mia figlia".
Il 5 giugno papa Benedetto XVI lancia un appello per la liberazione di Clementina Cantoni. "Unisco la mia voce a quella del presidente della Repubblica italiana, del presidente dell'Afghanistan e dei popoli italiano ed afgano per chiedere la liberazione della volontaria italiana", dice dopo l'Angelus in piazza San Pietro.
"La dolorosa esperienza che questa nostra sorella sta vivendo sia di stimolo a ricercare con ogni mezzo la pacifica e fraterna intesa tra gli individui e le nazioni".
Viene diffuso anche il testo delle lettera di Germana Cantoni a "tutte le madri afgane". "Il mio cuore - dice - sta sanguinando a causa della situazione di mia figlia".
Il 6 giugno  Ciampi scrive all'ex re afgano, Zahir Shah, e gli chiede di intercedere per ottenere la liberazione di Clementina Cantoni.
Care international prepara un video di 150 secondi, da diffondere su tutte le tv afgane, in cui la madre di Clementina racconta il temperamento, le passioni, gli interessi della volontaria.
L'8 giugno l'ex re dell'Afghanistan risponde a Ciampi assicurandogli che "il presidente Karzai e il suo governo faranno qualsiasi sforzo per ottenere il rilascio di Clementina". Si accendono nuovi segnali di speranza: "la Cantoni potrebbe essere libera presto", dice Timor Shah a Tolo Tv.
Il 9 giugno Clementina Cantoni viene liberata. I dettagli delle trattative che portarono al rilascio non furono rivelate; tuttavia si presume che ci sia stato uno scambio con la madre del rapitore, che era stata arrestata per un sospetto coinvolgimento in un altro sequestro. La versione ufficiale del governo afghano negò qualsiasi trattativa. Secondo alcuni giornali sarebbe stato anche pagato un riscatto di 8 milioni di euro, che nessuna fonte ufficiale conferma.
Il 16 giugno fu ricevuta al Quirinale dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

lunedì 15 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 maggio.
All'alba del 15 maggio 1860, Calatafimi si preparava a diventare il punto nevralgico della battaglia tra i mille di Garibaldi e le truppe borboniche comandate da Francesco Landi.  Garibaldi e i suoi volontari siciliani vi si dirigevano da sud, dopo essersi lasciati Salemi alle spalle; le colonne borboniche, invece, si muovevano da Alcamo, dopo aver trascorso interi giorni in attesa di una svolta agli eventi; adesso, stanco di aspettare, il Landi aveva deciso di muovere finalmente contro l'esercito garibaldino: la «settantenne reliquia, ansimava e sbuffava seguendo il battaglione in una pesante carrozza e impiegando sei giorni per fare trenta miglia».
Durante quella lenta marcia, il generale aveva però stabilito di inviare i suoi reparti in perlustrazione del territorio, così aveva spedito a raggiera tre colonne in ricognizione. La prima, composta da 6 compagnie di Cacciatori, un plotone di Cavalleria e 4 cannoni verso Salemi, al comando del maggiore Sforza; la seconda, formata da una compagnia di Carabinieri e una di Fanti, lanciata verso sud; la terza - si trattava di 2 compagnie di Carabinieri e mezzo plotone di Cavalleria - verso est. Tutte le altre forze erano state lasciate di riserva.
La marcia della colonna diretta da Sforza si era da subito rivelata estremamente difficile: le salite erano ripide e scoscese, e il sole così forte da annebbiare la vista dei suoi uomini. Per questo, giunti in prossimità di Pianto dei Romani, poco fuori dalla cittadina di Calatafimi, i soldati non si erano accorti immediatamente della bandiera tricolore che sventolava, quasi insolente, nell'altipiano che si stagliava dinanzi ai loro occhi. Dopo essersi faticosamente arrampicati su un'altura, e dopo che la foschia si era un po' diradata, lo spettacolo che si era presentato era stato minaccioso e maestoso al tempo stesso: i volontari garibaldini e le squadre siciliane accorse in loro aiuto erano schierati proprio dinanzi ai loro occhi, a pochi passi da loro: al centro, la vetta più alta, il monte Pietralunga, era un'immensa parete tinta di rosso. Lì stavano arroccati i Mille, e al loro fianco Garibaldi col suo Capo di Stato Maggiore, intenti a scrutare il paesaggio; le squadre di insorti dell'isola si erano asserragliate invece ai loro lati, sui due poggi che proteggevano i fianchi del promontorio. Le due truppe nemiche erano separate solo dal largo avvallamento che si incuneava placido tra i rilievi. Per alcuni interminabili istanti, quei due contingenti si erano limitati a scrutarsi minacciosi, senza che nessuno si decidesse a fare il primo passo. Intorno a Mezzogiorno, erano stati poi i reparti d'assalto di Sforza a rompere gli indugi: le compagnie si erano sparpagliate, 2 avanti in ordine sparso e 4 dietro a rincalzo; il battaglione era sceso a valle e da lì aveva aperto il fuoco, provando intanto a risalire il monte Pietralunga. La risposta non si era fatta attendere: dai carabinieri di Genova era partito un fuoco altrettanto preciso e serrato del primo, mentre Garibaldi ordinava ai suoi uomini di scendere alla baionetta. L'esercito borbonico, allora, era stato costretto a retrocedere precipitosamente, pressato dai rivoluzionari, e il combattimento si era trasformato in un serrato corpo a corpo che incalzava a tratti, per poi trovare un fuggevole riparo nei muretti a secco delle coltivazioni a terrazzi, che permettevano agli attaccanti di prendere fiato e di riordinarsi.
Qualche ora più tardi, la linea di combattimento si era estesa anche ai lati del colle, col battaglione di Bixio a sinistra e quello di Carini a destra, capeggiato dallo stesso Garibaldi. Il caldo era quasi insopportabile, il morale di entrambi gli schieramenti instabile, pronto a sfociare in infuocati entusiasmi o nella più nera disperazione. Con un risoluzione repentina, erano i Mille a sferrare l'ultimo attacco alla baionetta, accolto dal fuoco dei napoletani: il portabandiera in camicia rossa, Schiaffino, cadeva sotto questo fuoco, e il tricolore in mani borboniche. Anche Garibaldi era ferito al volto, dai sassi che alcuni avversari avevano iniziato a scagliare, in preda alla confusione. Era allora che Sforza ordinava la ritirata precipitosa, alla volta di Calatafimi, durante la quale uno dei cannoni veniva sequestrato dai garibaldini.
Landi avrebbe potuto rafforzare la sua posizione in città, in attesa di rinforzi ma, disse «giudicai prudente sloggiare da Calatafimi la sera stessa del 15, facendo la mia ritirata sopra Alcamo, pria che venissero tagliati i passi e darmi al vincitore».
Più di uno sbaglio era stato compiuto, e quel coacervo di errori aveva finito per essere una miscela letale alle sorti di quella battaglia. Calatafimi, tuttavia, era anche il simbolo delle tare strutturali dell'esercito borbonico, poco adeguato all'azione sul campo e vittima di una fatale sottovalutazione dell'avversario. A causa di ciò, le forze schierate contro gli insorti erano state private dei 6 battaglioni principali della compagnia, che erano rimaste in riserva, ad attendere un segnale d'azione, che tuttavia non era arrivato. A segnare le sorti dello scontro c'era poi l'assillo per la concentrazione di forze a Palermo, che aveva portato Landi a riunire la colonna a Calatafimi, confessando che «la ritirata è la migliore delle vittorie!».
A notte fonda, le sue truppe giungevano così ad Alcamo e lì, ancora una volta, il generale decideva di non sfruttare l'ottima posizione logistica del paese, preferendo riprendere l'estenuante marcia verso Partinico. Non immaginava, probabilmente, che ad accoglierlo sarebbe stato il fuoco dei ribelli, e che avrebbe dovuto aprirsi il passo combattendo strenuamente e dando alle fiamme numerose abitazioni. Solo dopo ore riusciva a dirigersi verso Montelepre, e a superare un nuovo attacco prima di riprendere la strada che avrebbe dovuto portarlo all'unica meta, ossessivamente agognata: Palermo. Vi entrava, infine, la mattina del 17, con una truppa stremata dai 100 km di cammino in due giorni, e per di più ferita, affamata, in preda al più completo disordine. Intanto, la notizia della sconfitta iniziava a diffondersi per l'isola, poi più oltre, fino a Napoli. Francesco II non riusciva a persuadersi di come 20.000 uomini bene armati e ben riforniti avessero potuto cedere il passo a uno sparuto gruppo di ribelli, e continuava ad inviare rinforzi, armi, munizioni e viveri, oltre a feroci telegrammi in cui incitava i suoi all'attacco. Ma le risposte che gli venivano dal nuovo comandante in capo, il generale Lanza, che aveva sostituito Castelcicala, non erano affatto confortanti: «la colonna del generale Landi è rientrata in Palermo nella scorsa notte, dopo aver combattuto a Calatafimi coi filibustieri e con molte squadre [?]. Tale colonna ha dovuto ritirarsi per difetto di viveri [?]. Palermo è repressa dalla forza, ma aspetta il momento per insorgere».
Anche il nuovo comandante, come il suo predecessore, preferiva continuare a tergiversare, ostinandosi nell'idea di concentrare tutte le truppe a Palermo e solo il 21 inviava 4.000 uomini agli ordini del colonnello svizzero Von Mechel per sbaragliare gli insorti. In quella situazione di emergenza assoluta, la dirigenza militare borbonica mostrava i segni della sua stonata polifonia di comandi: ordini e contrordini inutili e inconcludenti continuavano a rimbalzare, impazziti, da un'autorità all'altra.
Intanto Garibaldi, con 1.500 uomini, era già sull'altipiano di Renda e minacciava da vicino la capitale.

domenica 14 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 maggio.
Il 14 maggio 1944 nasce a Modesto, in California, George Lucas.
George Walton Lucas Junior, regista, sceneggiatore, produttore, nonché imprenditore di genio, personaggio bizzarro e cervellotico, cresce in un ranch per la produzione di noci a Modesto, in California, dove il padre gestisce una cartoleria. Iscritto alla University of Southern California Film School, da studente realizza diversi cortometraggi, fra cui "Thx-1138: 4eb" (Electronic Labyrinth) con cui vince il primo premio al National Student Film Festival del 1967. Nel 1968 vince una borsa studio della Warner Bros. con la quale ha la possibilità di conoscere Francis Ford Coppola. Nel 1971, quando Coppola inizia a preparare "Il Padrino", Lucas fonda una sua compagnia di produzione, la "Lucas Film Ltd.".
Nel 1973 scrive e dirige il semi-autobiografico "American Graffiti" (1973), con il quale raggiunge un improvviso successo e una pronta ricchezza: vince un Golden Globe ed ottiene cinque nominations ai premi Oscar. Fra il 1973 ed il 1974 inizia a scrivere la sceneggiatura di "Guerre Stellari" (1977), ispirandosi a "Flash Gordon", "Il pianeta delle scimmie" e il romanzo "Dune", primo capitolo della saga capolavoro di Frank Herbert.
Di Guerre Stellari ci sono state 4 versioni complete con 4 storie diverse e 4 personaggi diversi. La prima stesura conteneva tutto quello che la sua immaginazione aveva prodotto, in tutto 500 pagine, poi ridotte con difficoltà a 120. Nel film vengono adottati 380 effetti speciali diversi; per le battaglie nello spazio è stata inventata una cinepresa su braccio basculante completamente computerizzata. Premiato con 7 Oscar: effetti speciali, direzione artistica, scenografie, costumi, sonoro, montaggio, commento musicale, più un premio speciale per le voci.
Racconta il regista: "E' un film strano, in cui ho fatto tutto quello di cui avevo voglia, popolandolo qua e là di creature che mi affascinavano". Definito allora ingiustamente "cinema per bambini", "Guerre Stellari", seguito successivamente da altri due episodi, "L'Impero colpisce ancora"(1980) e "Il ritorno dello Jedy"(1983) ha rivoluzionato il modo di fare film come niente fino ad allora, soprattutto per quanto riguarda gli effetti speciali, realizzati con tecniche di digitalizzazione e animazione grafica, che in quel periodo costituirono una vera e propria novità e cambiarono per sempre il modo di realizzare film di fantascienza e non solo. Ancora oggi riguardando i film della trilogia la percezione degli effetti risulta incredibilmente moderna.
"L'impero colpisce ancora", regia di Irvin Kershner e "Il ritorno dello Jedi", terzo episodio, regia di Richard Marquand, formalmente non sono stati diretti da Lucas; in verità però gli appartengono completamente, dal progetto iniziale alla realizzazione finale, e i registi furono scelti in virtù delle loro doti tecniche e non hanno avuto nessun peso sulla lavorazione che si deve quindi completamente a Lucas.
I guadagni sono a dir poco smisurati: 430 milioni di dollari incassati su soltanto 9 spesi, 500 milioni di dollari di copyright su libri, giocattoli, fumetti e magliette per l'intera trilogia. La Lucas Film Ltd si trasforma in Lucas Arts, che oggi possiede una "Cinecittà" vicino a San Francisco, enormi studi con annesse una cineteca e la rilevante Industrial Light & Magic, l'azienda che si occupa della ricerca degli effetti speciali attraverso il computer.
Dopo l'impresa di Guerre Stellari, George Lucas, colto da un profondo appagamento per aver cambiato faccia al modo di fare cinema, si è ritirato dalla regia per interessarsi a tempo pieno alla Industrial Light & Magic per ampliare i nuovi confini della tecnica e non solo cinematografica. Senza l'intervento tecnico della Industrial Light & Magic non sarebbe mai stato possibile girare i film del personaggio Indiana Jones, Jurassic Park e molti altri film diretti in gran parte da Steven Spielberg, uno dei registi con i quali Lucas ha collaborato di più.
Lucas ha rivoluzionato tecnicamente i cinema con il sistema sonoro THX (acronimo di Tom Hollman Experiment), per l'ottimizzazione del suono delle pellicole. Presidente della Fondazione 'George Lucas Educational Foundation', nel 1992 è stato insignito dell'Irving G. Thalberg Award per la carriera.
Lucas è tornato alla regia per realizzare una nuova trilogia di Guerre Stellari, tre prequel che costituiscono gli episodi 1, 2, e 3 della saga (gli episodi 4, 5 e 6 sono quelli della trilogia originale). Tra gli ultimi progetti con Steven Spielberg vi è poi quello del quarto film di Indiana Jones che, uscito nel 2008 ("Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo"), ha ancora come protagonista il sempreverde Harrison Ford.
Il 31 maggio 2012, Lucas ha rilasciato alla rivista Empire la seguente dichiarazione: "Mi sto allontanando dalla compagnia (la LucasFilm, ndr.). Mi sto allontanando da tutti i miei affari, sto portando a termine tutti i miei obblighi e una volta finiti mi ritirerò nel mio garage armato di sega e martello a costruire dei piccoli film. Ho sempre voluto realizzare film che avessero una natura sperimentale, piuttosto che preoccuparmi di farli vedere nei cinema.". Due giorni dopo questa dichiarazione, il 2 giugno, è stata nominata Kathleen Kennedy co-direttrice generale della Lucasfilm.
Il 30 ottobre, Lucas annuncia la vendita della sua casa di produzione alla Disney per 4,05 miliardi di dollari. La Walt Disney ha poi iniziato il progetto per i tre film finali della Saga di Guerre Stellari, più alcuni spin-off, il primo dei quali, Rogue One, è uscito a dicembre 2016.

sabato 13 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1978 viene approvata in Italia la legge 180, detta Legge Basaglia, che sancisce la chiusura dei manicomi.
“Nei casi di cui alla presente legge e in quelli espressamente previsti da leggi dello Stato, possono essere disposti dall’autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura”: si apre così la legge 180, approvata il 13 maggio del 1978 e destinata non soltanto a rivoluzionare il trattamento medico-psichiatrico della malattia mentale, ma soprattutto a trasformare radicalmente l’impianto teorico della cultura psichiatrica nel nostro paese. L’incompatibilità tra cura della malattia e privazione della libertà, della dignità e dei diritti civili del malato non era in quegli anni un concetto universalmente riconosciuto e accettato. Le condizioni disumane in cui vivevano i pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici solo da pochi anni avevano suscitato qualche perplessità e dato origine alle prime tendenze riformatrici.
Franco Basaglia aveva 37 anni quando incontrò per la prima volta la realtà del manicomio: nel 1961, dopo aver rinunciato alla carriera universitaria intrapresa presso l’università di Padova, assunse la direzione dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia. L’impatto fu traumatico: il giovane psichiatra osservava con sconcerto le pratiche in uso all’interno del manicomio e i trattamenti vessatori a cui i degenti erano sottoposti. Elettroshock, camicia di forza, contenzione, induzione di febbri malariche erano solo alcune delle torture non soltanto tollerate, ma addirittura prescritte dal regolamento di questi istituti. Basaglia iniziò a guardare con interesse alle correnti psichiatriche di origine fenomenologica ed esistenziale (Jaspers, Minkowski, Binswanger) e provò gradualmente a ricreare, all’interno dell’ospedale psichiatrico, il modello della “comunità terapeutica”, di origine britannica. “Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata (...) Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone”, ripeteva il nuovo Direttore ai medici ed agli infermieri del suo manicomio.
Iniziò così, all’interno dell’Istituto goriziano – allora abitato da circa 650 degenti – una vera e propria rivoluzione: abolite le pratiche più inumane e lesive della dignità della persona, Basaglia si impegnò a costruire un rapporto tra i pazienti e il personale medico e infermieristico. Ciò richiese naturalmente un difficile lavoro di formazione professionale e culturale, che incontrò non poche difficoltà e opposizioni. Nel 1969 Basaglia lasciò Gorizia, per assumere la direzione dell’ospedale di Colorno e, due anni dopo, del manicomio “San Giovanni” di Trieste. Anche qui lo psichiatra ripropose il modello della “comunità terapeutica” e introdusse laboratori artistici e creativi, capaci di sviluppare e valorizzare le capacità dei pazienti. Fu in quegli anni che Basaglia sentì la necessità di estendere il proprio campo di azione e di cercare di trasformare non soltanto la vita interna agli istituti, ma tutta la cultura e la politica della salute mentale in Italia. Arrivò così a proporre la chiusura dei manicomi, alla luce del fallimento di queste strutture, che di fatto avevano ottenuto l’unico risultato di allontanare il malato dalla società e condannarlo all’isolamento e all’abbandono.
Nel 1973 Basaglia fondò il movimento Psichiatria Democratica e quello stesso anno Trieste venne designata "zona pilota" per l'Italia nella ricerca dell'Oms sui servizi di salute mentale. Nel 1977 il manicomio di Trieste fu chiuso e, l’anno successivo, il Parlamento approvò la legge 180, che recepiva le richieste e le idee del nuovo movimento e sanciva la chiusura degli ospedali psichiatrici. “E’ vietato costruire nuovi ospedali psichiatrici, utilizzare quelli attualmente esistenti come divisioni specialistiche psichiatriche di ospedali generali, istituire negli ospedali generali divisioni o sezioni psichiatriche e utilizzare come tali divisioni o sezioni neurologiche e neuropsichiatriche (…). Negli attuali ospedali psichiatrici possono essere ricoverati, sempre che ne facciano richiesta, esclusivamente coloro che vi sono stati ricoverati anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge e che necessitano di trattamento psichiatrico in condizioni di degenza ospedaliera”. La psichiatria e, in generale, la cura della malattia mentale, dovevano dunque uscire dall’isolamento in cui fino allora erano state costrette, per essere affidate a “specifici servizi psichiatrici di diagnosi e cura (…) organicamente e funzionalmente collegati, in forma dipartimentale, con gli altri servizi e presidi psichiatria esistenti nel territorio”. Nel novembre del 1979 Basaglia si trasferì a Roma, dove assunse l'incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio, ma appena un anno dopo morì.
A quasi 40 anni dall’entrata in vigore della legge 180, molti restano i nodi irrisolti nella cura della malattia mentale e tanti i problemi ancora aperti nella cultura psichiatrica del nostro paese.
La legge n. 180/1978 demandò l'attuazione alle Regioni, le quali legiferarono in maniera eterogenea, producendo risultati diversificati nel territorio. Nel 1978 solo nel 55% delle province italiane vi era un ospedale psichiatrico pubblico, mentre nel resto del paese ci si avvaleva di strutture private per il 18%, o delle strutture di altre province per il 27%.
Di fatto, solo dopo il 1994, con il "Progetto Obiettivo" e la razionalizzazione delle strutture di assistenza psichiatrica da attivare a livello nazionale, si completò la previsione di legge di eliminazione dei residui manicomiali.
Nonostante critiche e proposte di revisione, le norme della legge n. 180/1978 regolano tuttora l'assistenza psichiatrica in Italia.

venerdì 12 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 maggio.
Il 12 maggio la Chiesa Cattolica celebra, tra gli altri, la Beata Imelda Lambertini, nata a Bologna nel 1320 ca.; figlia di Egano Lambertini e della sua seconda moglie Castora Galluzzi, al battesimo ebbe il nome di Maria Maddalena.
Ancora bambina era entrata nel monastero delle Domenicane di S. Maria Maddalena di Val di Pietra, dove oggi sorge il convento dei Cappuccini e le fu dato il nome di Imelda; la comunità era composta dalle Canonichesse Regolari di S. Agostino, le quali verso la fine del sec. XIII erano passate alla Regola Domenicana.
Della vita di Imelda non si sa quasi niente, tranne il famoso miracolo eucaristico che la vide protagonista; come è noto, ricevere la Comunione Eucaristica non era permesso in quei tempi prima di aver compiuto i 12 anni, ma l’educanda Imelda aveva un solo desiderio, che era quello di ricevere l’Ostia consacrata e ne faceva continua richiesta, sempre rifiutata.
La vigilia dell’Ascensione, il 12 maggio 1333, stava in Cappella partecipando con le suore e le altre educande alla celebrazione della Messa, arrivata alla Comunione Imelda inginocchiata al suo posto pregava fervidamente, desiderando nel suo intimo di ricevere Gesù, quando una particola si staccò dalla pisside tenuta in mano dal celebrante e volò verso la bambina; tutti i presenti poterono vederla, allora il sacerdote accostatosi la prese e gliela mise fra le labbra.
Subito dopo, raggiante di gioia e ancora inginocchiata, Imelda Lambertini spirò in un’estasi d’amore, a quasi 13 anni. Le sue spoglie furono racchiuse in un artistico sepolcro di marmo con un’iscrizione e si cominciò a recitare in suo onore un’antifona.
Dal 1582 le Domenicane si trasferirono all’interno delle mura di Bologna, ottenendo dalla Curia arcivescovile la traslazione delle reliquie della beata, che oggi si trovano nella chiesa di S. Sigismondo. Da quell’anno il suo nome fu inserito nel Catalogo dei Santi e Beati della Chiesa Bolognese.
Sotto il pontificato di Benedetto XIV (1740-1758), il quale la ricordò in una sua opera sulla canonizzazione dei Servi di Dio, furono avviate le pratiche di conferma del culto della beata bolognese, che però avvenne solo con papa Leone XII il 20 dicembre 1826.
La pratica di canonizzazione fu ripresa nel 1921 proseguendo fino al 1942, arenandosi poi per difficoltà di carattere storico.
Il culto per la beata Imelda Lambertini, si è diffuso di pari passo con la crescente devozione eucaristica in tutto il mondo; è la patrona venerata dei Piccoli Rosarianti e le Beniamine di Azione Cattolica e papa s. Pio X nel 1908, la indicò come protettrice dei bambini che si accostano alla Prima Comunione.
In Francia nel monastero di Prouilles sorse in suo onore una Confraternita, approvata dai Sommi Pontefici e messa sotto la guida dell’Ordine Domenicano.
Infine il Servo di Dio padre Giocondo Pio Lorgna (1870-1928) domenicano, mise sotto la sua protezione la Congregazione da lui fondata, le “Suore Domenicane della Beata Imelda”, oggi presenti in Italia, Brasile, Albania, Filippine, Camerum, Bolivia.

giovedì 11 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 maggio.
L'11 maggio 1904 nasce a Figueres, Spagna, Salvador Dalì.
Cocktail ben assortito di genialità e delirio, pittore del surreale e di mondi onirici, Salvador Dalì ha avuto una vita segnata dalla stranezza fin dal principio. Nato a Figueras il giorno 11 maggio 1904 - il nome completo è Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí Domènech, marchese di Pùbol - dopo tre anni dalla morte del primo fratello, il padre pensò bene di chiamarlo allo stesso modo, forse per non essere mai riuscito a dimenticare il primogenito. Una circostanza un po' "malata", che non ha certo giovato all'equilibrio mentale del piccolo Salvador, il quale, natìo della Catalogna, appena adolescente espone alcuni dipinti presso il teatro municipale della sua cittadina, riscuotendo un significativo apprezzamento critico.
Nel 1921 si iscrive all'Accademia di belle arti di San Fernando a Madrid, dove stringe amicizia con il regista Luis Buñuel e il poeta Federico Garcìa Lorca. Con quest'ultimo trascorre l'estate a Cadaqués nel 1925. L'anno successivo soggiorna a Parigi, dove incontra Pablo Picasso, e viene espulso dall'Accademia. La sua prima pittura è connotata dalle influenze futuriste, cubiste, e soprattutto dall'opera di Giorgio De Chirico. Negli anni successivi il suo sodalizio artistico e intellettuale con Lorca e Buñuel produce lavori di scenografia teatrale e cinematografica, come i due celebri film "Un chien andalou "e "L'âge d'or".
Sul piano pittorico ben presto la sua attenzione viene attirata dalle riproduzioni di dipinti di Max Ernst, Miró e Tanguy, i maestri dell'inconscio tradotto su tela. Nel 1929 entra finalmente nel gruppo dei surrealisti e nel 1931, insieme a Breton, elabora gli "oggetti surrealisti a funzione simbolica". Ma il surrealismo di Salvador Dalí è comunque fortemente personalizzato: ispirato a De Chirico ed imbevuto di richiami alla psicanalisi freudiana, é caratterizzato da una tecnica minuziosa, levigata e fredda.
Nel 1930 pubblica "La femme visible", saggio dedicato a Gala, sua moglie dal 1929, modella e musa per tutta la vita. Questo libro segna un nuovo orientamento di Dalí, che inizia a coniugare un realismo quasi accademico con un delirio deformante, talvolta macabro. Qualche anno dopo si scontra con i surrealisti a proposito del dipinto "L'enigma di Guglielmo Tell", sinché nel 1936 avviene una prima rottura con il gruppo di Breton, che diventerà definitiva tre anni dopo. Nel frattempo Dalí aveva partecipato all'Esposizione internazionale dei surrealisti a Parigi e ad Amsterdam.
Tra il 1940 e il 1948 vive a New York, insieme a Gala Éluard, occupandosi di moda e design. In questi anni ha occasione di esporre le sue opere al Museum of Modern Art insieme a Miró e di contribuire, con il disegno delle scene, al film di Alfred Hitchcock "Io ti salverò". Al termine del soggiorno statunitense rientra in Europa insieme a Gala.
Nel 1949 prosegue l'attività scenografica per il cinema collaborando con Luchino Visconti. Nel decennio sucessivo espone in Italia, a Roma e Venezia, e a Washington. Nel 1961 viene messo in scena a Venezia il Ballet de Gala, con coreografie di Maurice Béjart. Sono molte le esposizioni negli anni successivi, a New York, Parigi, Londra, sino all'importante antologica a Madrid e Barcellona nel 1983.
Sette anni dopo espone le sue opere stereoscopiche al Guggenheim Museum e a maggio del 1978 viene nominato membro dell' Accadémie des Beaux-Artes di Parigi. L'anno seguente si tiene una retrospettiva di Dalí al centre Georges Pompidou di Parigi, trasferita poi alla Tate Gallery di Londra. Il 10 giugno 1982 muore Gala e nel luglio dello stesso anno gli viene conferito il titolo di "archese di Pùbol". Nel maggio del 1983 dipinge "La coda di rondine", suo ultimo quadro. Nel 1984 riporta gravi ustioni a causa dell'incendio della sua camera al castello di Pùbol, dove ormai risiede stabilmente. Salvador Dalì muore il 23 gennaio 1989 nella torre Galatea a causa di un colpo apoplettico.
In rispetto alle sue volontà viene sepolto nella cripta del Teatro-Museo Dalí a Figueras. Nel suo testamento lascia allo Stato spagnolo tutte le opere e le sue proprietà. Viene organizzata una grande retrospettiva postuma nella Staatsgalerie di Stoccarda, trasferita poi alla Kunsthaus Zurich.
Nel suo lavoro Dalí si è ampiamente servito del simbolismo. Ad esempio, il simbolo caratteristico degli "orologi molli" apparso per la prima volta in La persistenza della memoria si riferisce alla teoria di Einstein che il tempo è relativo e non qualcosa di fisso. L'idea di servirsi degli orologi in questo modo venne a Dalí mentre in una calda giornata d'agosto osservò un pezzo di formaggio Camembert che si scioglieva e gocciolava.
Quella dell'elefante è un'altra delle immagini ricorrenti nelle opere di Dalí. Comparve per la prima volta nell'opera del 1944 Sogno causato dal volo di un'ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio. L'elefante, ispirato al piedistallo di una scultura di Gian Lorenzo Bernini che si trova a Roma e rappresenta un elefante che trasporta un antico obelisco viene ritratto con le "lunghe gambe del desiderio, con molte giunture e quasi invisibili" e con un obelisco sulla schiena.
Grazie all'incongrua associazione con le zampe sottili e fragili, questi goffi animali, noti anche per essere un tipico simbolo fallico, creano un senso di irrealtà. L'elefante rappresenta la distorsione dello spazio, ha spiegato una volta Dalí, le zampe lunghe ed esili contrastano l'idea dell'assenza di peso con la struttura. "Dipingo immagini che mi riempiono di gioia, che creo con assoluta naturalezza, senza la minima preoccupazione per l'estetica, faccio cose che mi ispirano un'emozione profonda e tento di dipingerle con onestà".
L'uovo è un'altra delle immagini tipiche di cui si serviva Dalí. Associa all'uovo il periodo prenatale e intrauterino, usandolo per simboleggiare la speranza e l'amore; l'uovo compare ad esempio ne Il grande masturbatore e ne La metamorfosi di Narciso. Nelle sue opere compaiono inoltre varie specie animali: le formiche rappresentano la morte, la decadenza e uno smisurato desiderio sessuale; la chiocciola è in stretta connessione con la testa umana (la prima volta che incontrò Sigmund Freud Dalí aveva visto una chiocciola su una bicicletta appoggiata fuori dalla sua casa), mentre le locuste sono per lui un simbolo di distruzione e paura.

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