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sabato 4 marzo 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 marzo.
Il 4 marzo 1947, a Torino, ha luogo l'esecuzione dell'ultima condanna alla pena capitale in Italia.
A quasi cent’anni dall’adozione dello Statuto Albertino (avvenuta il 4 marzo 1848), ha avuto luogo l’ultima esecuzione capitale della storia italiana. I condannati a morte erano Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti, accusati della strage di Villarbasse, avvenuta il 20 novembre del 1945. Tale strage è considerata uno dei crimini più efferati del secondo dopo guerra, nonché evento – simbolo della storia italiana in quanto, come già detto, è stato l’ultimo crimine per cui il nostro diritto penale ha applicato la pena di morte.
Cosa accadde? Il 20 novembre 1945 a Villarbasse, in provincia di Torino, quattro malintenzionati siciliani decisero di compiere una rapina, sicuri che l’avvocato Gianoli, proprietario della cascina, tenesse in casa molto denaro. A dare questa certezza al gruppo era stato Pietro Lala che aveva lavorato presso la cascina come mezzadro, sotto falsa identità.
I quattro banditi, verso le 19 di quel giorno, irruppero nel casale sequestrando tutti gli undici presenti. Improvvisamente a Lala cadde la maschera che gli nascondeva il volto e venne riconosciuto da una delle donne sequestrate come quell’uomo che fino a pochi giorni prima aveva lavorato con loro. Essendo stati scoperti e con la consapevolezza che non avrebbero più potuto farla franca con il bottino, i quattro decisero di uccidere tutti i presenti, ad eccezione del bambino di due anni che, per ovvie ragioni, non avrebbe potuto riconoscere nessuno. Ed è così che si è consumata la strage di Villarbasse; le vittime vennero portate una ad una nella cantina del casolare e assassinate. Dunque gettate in una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Terminata questa folle strage i quattro malviventi andarono ai piani superiori e misero in atto quella che, in origine, sarebbe dovuta essere una “semplice” rapina. Quindi fuggirono indisturbati e tornarono alle loro vite. Lala, quello che aveva assunto l’identità di Francesco Saporito e aveva lavorato come mezzadro presso la cascina dell’avvocato, venne assassinato poco dopo in circostanze misteriose. La vendetta forse di qualcuno che sapeva? Chi può dirlo.
Ebbero inizio le ricerche delle dieci persone. Inizialmente si pensava ad un sequestro di massa, ma a otto giorni dall’inizio delle indagini, furono ritrovati i dieci cadaveri nella cisterna. Solo dopo quattro lunghi mesi di indagini e a seguito di alcuni arresti di innocenti, si riuscì a risalire al D’Ignoti grazie ad un frammento della tessera annonaria che il bandito aveva bruciato. Con uno stratagemma degno di un film poliziesco, i carabinieri gli fecero credere di essere l’ultimo degli arrestati, così che lui parlasse senza troppe difficoltà dei suoi complici, facendone tranquillamente nomi e cognomi.
Accertata la colpevolezza dei tre, bisognava decidere come punirli.
Nonostante la possibilità di abrogare la pena di morte fosse già stata presa in considerazione, l’allora Presidente della Repubblica Enrico De Nicola, spinto dall’indignazione dell’opinione pubblica per quel delitto così sanguinario, rifiutò la richiesta di grazia dei tre condannati.
Così, il 4 marzo 1947, alle ore 7.45 del mattino, Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti vennero fucilati da un plotone d’esecuzione al poligono di tiro di Basse di Stura, a Torino.
La strage di Villarbasse è stato l’ultimo crimine per il quale venne applicata la pena di morte nel nostro Paese, abrogata ufficialmente il 1° gennaio 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione, salvo che nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.
Solo nel 2007 la pena di morte viene abolita completamente dalla Costituzione anche nel caso di leggi di guerra.

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