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martedì 20 settembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 settembre.
Il 20 settembre 1863 muore a Berlino Jacob Ludwig Karl Grimm, che insieme a suo fratello Wilhelm Karl è famoso in tutto il mondo per le fiabe da loro raccolte.
I fratelli Grimm nacquero nel 1785 (Jacob) e nel 1786 (Wilhelm) ad Hanau, vicino a Francoforte. Frequentarono il Friedrichs Gymnasium di Kassel e poi studiarono legge all'università di Marburg. Furono allievi del noto giurista tedesco Friedrich Carl von Savigny, del quale rielaborarono il pensiero e gli studi di metodologia della scienza giuridica. Dal 1837 al 1841, si unirono a cinque colleghi professori dell'università di Göttingen per protestare contro l'abrogazione della costituzione liberale dello stato di Hannover da parte del re Ernesto Augusto I. Questo gruppo divenne celebre in tutta la Germania col nome Die Göttinger Sieben (I sette di Göttingen). In seguito alla protesta, tutti e sette i professori furono licenziati dai loro incarichi universitari e alcuni di loro furono persino deportati. L'opinione pubblica e l'accademia tedesche, tuttavia, si schierarono decisamente a favore dei Grimm e dei loro colleghi. Wilhelm morì nel 1859; suo fratello maggiore Jakob nel 1863. Sono sepolti nel cimitero di St Matthäus Kirchhof a Schöneberg, un distretto di Berlino. I Grimm contribuirono a formare un'opinione pubblica democratica in Germania e sono considerati progenitori del movimento democratico tedesco, la cui rivolta fu in seguito soppressa nel sangue dal regno di Prussia nel 1848.
I fratelli Grimm sono celebri per aver raccolto ed elaborato moltissime fiabe della tradizione tedesca; l'idea fu di Jacob, professore di lettere e bibliotecario. Nei loro volumi pubblicarono tuttavia anche fiabe francesi, che i Grimm conobbero attraverso un autore ugonotto che costituiva una delle loro principali fonti. Le loro storie non erano concepite per i bambini; oggi, molte delle loro fiabe sono ricordate soprattutto in una forma edulcorata e depurata dei particolari più cruenti, che risale alle traduzioni inglesi della settima edizione delle loro raccolte (1857).
Le storie dei fratelli Grimm hanno spesso un'ambientazione oscura e tenebrosa, fatta di fitte foreste popolate da streghe, goblin, troll e lupi in cui accadono terribili fatti di sangue, così come voleva la tradizione popolare. L'unica opera di depurazione che sembra essere stata messa scientemente in atto dai Grimm riguarda i contenuti sessualmente espliciti, piuttosto comuni nelle fiabe del tempo e ampiamente ridimensionati nella narrazione dei fratelli tedeschi.
All'inizio del XIX secolo il Sacro Romano Impero aveva da poco cessato di esistere, e la Germania era frammentata in centinaia di principati e piccole nazioni, unificate solo dalla lingua tedesca. Una delle motivazioni che spinsero i Grimm a trascrivere le fiabe, altro retaggio culturale comune dei popoli di lingua tedesca, fu il desiderio di aiutare la nascita di una identità germanica.
I fratelli perseguirono questo scopo anche lavorando alla compilazione di un dizionario di tedesco, il Deutsches Wörterbuch. Sebbene meno noto al grande pubblico moderno, il Deutsches Wörterbuch fu un passo essenziale nella definizione della lingua tedesca moderna "standard", probabilmente il più importante dopo la traduzione della Bibbia da parte di Martin Lutero. Il dizionario dei Grimm, in 33 volumi, è ancora oggi considerato la fonte più autorevole per l'etimologia dei vocaboli tedeschi.
Jacob Grimm è anche famoso in linguistica per aver formulato la legge di Grimm sui mutamenti di suono nelle lingue germaniche rispetto all'indoeuropeo (erste Lautverschiebung), più in particolare sull'evoluzione di alcuni dialetti tedeschi rispetto alle altre lingue germaniche (zweite Lautverschiebung), in seguito confermata dal filologo danese Rasmus Christian Rask.
Gli psicologi e antropologi moderni sostengono che molte delle storie per bambini della cultura popolare occidentale, incluse quelle narrate dai Grimm, sono rappresentazioni simboliche di sensazioni negative quali la paura dell'abbandono, l'abuso da parte dei genitori, e spesso alludono al sesso e allo sviluppo sessuale. Lo psicologo infantile Bruno Bettelheim, nel suo libro Il mondo incantato, sostiene che le fiabe dei Grimm siano rappresentazione di miti freudiani.
 Secondo Bettelheim il bambino nella prima infanzia è attraversato da forme comportamentali animistiche per cui l’elemento magico del fiabesco appare essenziale. I bambini, come i filosofi, cercano di dare delle soluzioni ai primi ed eterni interrogativi dell’uomo. Attraverso il loro pensiero animistico i bambini si domandano: chi sono? come devo comportarmi di fronte ai problemi ed agli avvenimenti della vita?
La fiaba intrattiene il bambino e gli permette di conoscersi perché offre significato a molti livelli. Il processo di sviluppo del bambino inizia con una fase di resistenza ai genitori e con la paura di crescere e termina quando il giovane ha realmente trovato se stesso, raggiunge l’indipendenza psicologica e la maturità morale, non considera più l’altro sesso come minaccioso ed è capace di entrare positivamente in relazione con esso.
Le fiabe pongono il bambino di fronte ai principali problemi umani (il bisogno di essere amati, la sensazione di essere inadeguati, l’angoscia della separazione, la paura della morte ecc), esemplificando tutte le situazioni e incarnando il bene e il male in determinati personaggi, rendendo distinto e chiaro ciò che nella realtà è confuso. Esse esprimono in modo simbolico un conflitto interiore e poi suggeriscono come può essere risolto.
La fiaba offre aiuto per superare il primo conflitto, che riguarda il problema dell'integrazione della personalità. Per evitare di essere sconvolti dalla nostre ambivalenze e di esserne lacerati, è necessario che noi le integriamo per conseguire una personalità unificata in grado di affrontare con successo e con sicurezza le difficoltà della vita. L'integrazione interiore è un compito che ci troviamo di fronte per tutta la vita, in diverse forme e gradi.
La seconda crisi di sviluppo è il conflitto edipico, che comprende una serie di dolorose e disorientanti esperienze attraverso le quali il bambino diviene realmente se stesso se riesce a separarsi dai suoi genitori. Perché questo sia possibile, egli deve liberarsi dal potere che i genitori hanno su di lui e dalla sua dipendenza da loro. La funzione catartica della fiaba  permette di prendere coscienza del conflitto (gelosia per i fratelli, odio edipico per il genitore, aggressività, insicurezza) e, grazie ai sentimenti infantili di onnipotenza, esercita un ruolo fondamentale per la rimozione dei conflitti e delle lotte del bambino all’interno del suo ambiente.
A differenza di tutti noi, nella fiaba i personaggi hanno un carattere non ambivalente: o solo buoni o solo cattivi. Bettelheim utilizza le categorie Super Io, Io e Es per analizzare il contenuto delle fiabe. Lo scontro tra Es ed Io e Io e Super Io corrisponde alla necessità di un percorso di maturazione interiore. Le fiabe parlano, oltre che all'io cosciente, al nostro inconscio: l'ambiguità contenuta nelle fiabe si sviluppa nell'inconscio dando significati diversi alla medesima storia.
Attraverso esempi tratti dalla più famosa tradizione popolare (Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel e Le Mille e una notte, l’autore dimostra come il loro messaggio aiuti a superare l’angoscia di essere bambini in un mondo di grandi: solo affrontando le sfide della vita e superandole essi potranno arrivare alla propria indipendenza e realizzazione, così come l’eroe ottiene il suo regno e la felicità dopo aver vinto le battaglie che si presentano durante il cammino. L’identificazione coi personaggi e la partecipazione emotiva al racconto sono possibili perché le fiabe parlano il linguaggio della fantasia, che è lo stesso del bambino.
 HANSEL E GRETEL
In questa fiaba si evidenzia il tentativo del bambino di aggrapparsi ai suoi genitori anche quando è giunto il momento di affrontare il mondo da solo. Nel racconto si evidenzia la necessità di superare il bisogno di oralità (infatuazione dei bambini per la casetta di marzapane) e l’angoscia di separazione. Questa fiaba permette al bambino di fronteggiare le sue paure, anche quella di essere divorati; ma alla fine i bambini escono vittoriosi e sconfiggono il nemico più minaccioso: la perfida strega. Queste paure, frequenti intorno ai 4-5 anni, si presentano a livello inconscio in tutte le età.
La fiaba può offrire significato e incoraggiamento anche nelle età successive, quando i fanciulli a livello inconscio provano timore di manifestare la paura di essere abbandonati dai genitori o la propria avidità orale. In questo caso la fiaba parla all’inconscio del fanciullo, esprime le sua ansie inconsce e le allevia, evitando che esse affiorino alla coscienza.
Un’adolescente era stata affascinata da questa fiaba, ne faceva l’oggetto delle sue fantasticherie e ne traeva consolazione. Da bambina era stata dominata da un fratello più grande di lei che, come Hansel nella fiaba, l’aveva guidata, mostrandole i sassolini nel sentiero (della vita). Da adolescente, era ancora dipendente dal fratello, ma risentita dal suo predominio. La storia diceva al suo inconscio che, se si fosse ancora affidata alla guida del fratello, sarebbe retrocessa anziché andare avanti; inoltre risultava evidente che, anche se era stato Hansel il capo all’inizio della storia, alla fine fu Gretel a conquistare la libertà e l’indipendenza per entrambi. Da adulta comprese che la fiaba l’aveva aiutata a liberarsi dalla dipendenza da suo fratello.
L’infanzia è il momento giusto per imparare a separare l’immenso solco tra le esperienze interiori e il mondo reale. Le fiabe appaiono assurde, fantastiche o del tutto incredibili all’adulto che è stato privato della fantasia di tipo fiabesco nella propria infanzia o ha represso questi ricordi. Chi non ha raggiunto una sufficiente integrazione tra il mondo della realtà e quello dell’immaginazione non è in grado di recepire queste storie.
CAPPUCCETTO ROSSO
In Cappuccetto Rosso la nonna buona viene improvvisamente sostituita dal rapace lupo che minaccia di distruggere la bambina. A volte la nonna (o una figura familiare), che è sempre stata affettuosa verso il bambino, può diventare improvvisamente minacciosa e comportarsi in modo completamente diverso e diventa una crudele matrigna che nega al bambino ciò che egli vuole. La tendenza a scindere una persona in due per mantenere intatta l’immagine buona è un espediente usato da molti bambini per gestire situazioni difficili, per risolvere le contraddizioni.
Cappuccetto Rosso può essere letta su diversi piani; quello simbolico è della bambina che diventa adulta dopo essere stata mangiata dal Lupo. Ci sono riferimenti sessuali: il passaggio della fase edipica con il rapporto con l'altro sesso. Si potrebbe interpretare il lupo della favola di Cappuccetto come un solenne avvertimento a non fare ciò che è stato proibito, poiché i genitori sanno ciò che è bene per il bambino, che non vede il pericolo in un lupo che parla con voce suadente. Il lupo rappresenta il Super-io come immagine dei genitori e del senso di colpa che assale i bambini quando compiono qualcosa contro il loro volere.
Cappuccetto Rosso non segue il messaggio materno. Il lupo potrebbe incarnare dei desideri rimossi. Impadronirsi del ruolo di carnefice da parte della vittima è una riproduzione della medesima aggressività del lupo, che fa permanere il bambino allo stadio pregenitale.
Nella narrazione è assente l’elemento maschile: dal principio alla fine di Cappuccetto Rosso non si fa accenno a un padre, che è presente in forma nascosta. Il padre è presente come lupo, che incarna i pericoli di violenti sentimenti edipici, e come cacciatore nella sua funzione protettiva e salvatrice.
La maggior parte dei bambini sente il bisogno di scindere l’immagine del genitore nei suoi aspetti benevoli e in quelli minacciosi per sentirsi completamente protetta dai primi, a livello inconscio. Spesso il bambino, a livello cosciente, si abbandona a occhi aperti a fantasie accentrate sull’idea che i genitori non sono veramente i propri, pensa di essere il figlio di qualche personaggio prestigioso e di essere stato ridotto a vivere con persone che dichiarano di essere i suoi genitori, ma non lo sono.
Queste fantasie sono utili, perché permettono al bambino di provare un’autentica collera verso il falso genitore senza sentirsi in colpa. L’espediente delle fiabe di scindere la madre in una buona madre (spesso morta) e in una cattiva matrigna permette di conservare una buona madre interiore dalla bontà infinita e di detestare la cattiva matrigna senza rimorso. La fiaba suggerisce come il bambino può controllare i sentimenti contradditori senza esserne sopraffatto e senza compromettere i suoi rapporti familiari.
Nelle fiabe con streghe e orchi spaventosi, al momento buono arriva l’aiuto delle fate buone, che sono più potenti dei personaggi cattivi. In molte fiabe (Pollicino) il feroce gigante viene giocato dal piccolo uomo intelligente, cioè qualcuno che sembra debole come il bambino stesso si sente.
RAPERONZOLO
In “Raperonzolo” (“Rapunzel” nel titolo originale) si legge che la maga rinchiude la giovane protagonista – Raperonzolo – nella torre quando la bambina aveva compiuto i dodici anni. Non è difficile individuare in essa la storia di un’adolescente e di una madre gelosa che vuole impedirle di acquisire la propria indipendenza. Si tratta di una problematica tipica della pubertà e che in questa fiaba trova una felice soluzione quando Raperonzolo si unisce al suo principe. In base però all’età, al sesso o alla situazione che vive, il lettore può trovare una propria chiave interpretativa. Spiega infatti lo psicopedagogista austriaco:
    «[…] un bambino di cinque anni ricavò una rassicurazione completamente diversa da questa storia. Quando seppe che sua nonna, che accudiva a lui per la maggior parte della giornata, avrebbe dovuto andare all’ospedale perchè gravemente ammalata […] chiese che gli fosse letta la fiaba di “Rapunzel”. In quel momento critico della sua vita, due elementi della storia erano importanti per lui. In primo luogo, c’era la sicurezza da tutti i pericoli garantita alla bambina dal sostituto materno […]. Perciò quello che normalmente avrebbe potuto essere visto come la rappresentazione di un comportamento negativo ed egoistico era in grado di avere un significato assai rassicurante in particolari circostanze. E ancora più importante per il ragazzo era un altro motivo essenziale della storia: il fatto che Rapunzel trovò i mezzi per sfuggire alla propria difficile situazione nel proprio corpo, ovvero con le trecce che il principe usò per arrampicarsi fino alla sua stanza nella torre. Che il proprio corpo possa fornire a una persona il sistema per salvarsi lo rassicurò con l’idea che anche lui, in caso di necessità, avrebbe analogamente trovato nel suo corpo la fonte della sua sicurezza. […]» (B. Bettelheim, “Il mondo incantato”, pp. 21-22)
Ciò può dimostrare come una fiaba, raccontando in modo immaginoso e indiretto problemi umani esistenziali, può suggerire insegnamenti, soluzioni anche a un bambino di sesso maschile seppure l’eroina della storia sia una ragazza adolescente.
È caratteristico delle fiabe esprimere un dilemma esistenziale in modo chiaro e conciso. Questo permette al bambino di cogliere il problema nella sua essenza, senza destare confusione. La fiaba semplifica tutte le situazioni e i suoi personaggi sono nettamente tratteggiati.
Nelle fiabe il male è onnipresente come il bene. Essi si incarnano in certi personaggi e nelle loro azioni, così come sono presenti nella vita e nelle inclinazioni verso l’uno o l’altro. È infatti proprio questo dualismo che pone il problema morale e richiede una lotta affinché possa essere superato.
È importante sottolineare che non è il trionfo finale della virtù a promuovere la moralità, bensì il fatto che è l’eroe a risultare maggiormente esemplare per il bambino, permettendogli di identificarsi con lui nelle sue lotte. Grazie a ciò il piccolo immagina di sopportare con l’eroe prove e tribolazioni e trionfa con lui quando la virtù conquista la vittoria. Tale lotta instilla in lui il senso morale.
Va specificato che i personaggi delle fiabe non sono mai ambivalenti, buoni e cattivi allo stesso tempo, come accade nella realtà. La presentazione delle polarità del carattere permette al bambino di comprendere con meno difficoltà la differenza fra i due aspetti. Di fatto, le ambiguità potranno essere recepite con un certo discernimento solo quando si sarà formata una personalità relativamente solida.
«Il succo di queste fiabe non è la morale, – scrive ancora Bettelheim – ma piuttosto la fiducia di poter riuscire. La vita può essere affrontata con la fiducia di poter sormontare le sue difficoltà o con la prospettiva della sconfitta: anche questo costituisce un importantissimo problema esistenziale».

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