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martedì 8 settembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1943 Pietro Badoglio annuncia alla radio l'Armistizio.
Nel 1943 la situazione delle forze dell’Asse in guerra contro gli angloamericani era drammatica. L’esercito italiano con quello tedesco era stato sconfitto in Africa nella battaglia di El Alamein alla fine del 1942; dopo di allora fu una continua ritirata, che si concluse solo col definitivo abbandono del suolo africano nel maggio dell’anno successivo.
La fortezza di Pantelleria si era arresa senza colpo ferire appena le prime navi alleate si erano presentate nelle sue acque (Operazione Corkscrew, 11 giugno 1943): un solo morto tra i soldati italiani, non in combattimento, ma per un calcio di un mulo. In rapida successione era seguito lo sbarco in Sicilia (Operazione Husky, 10 luglio) e l’occupazione in pochi giorni di tutta l’isola, con la popolazione che considerava l’esercito angloamericano non come un esercito invasore, ma come un esercito liberatore.
Quanto di questo atteggiamento della popolazione siciliana fosse dovuto ai servizi segreti americani, che secondo alcuni avrebbero introdotto nell’isola elementi mafiosi di origine italiana non è possibile dire.
Ai soldati italiani in libera uscita nell’isola veniva raccomandato di camminare sempre in gruppo e armati, nel timore di gesti sconsiderati da parte della popolazione.
Tutta la penisola, dunque, nel 1943 era sotto i bombardamenti degli alleati, i cui aerei arrivavano come e quando volevano sulle nostre città. La popolazione era allo stremo e scarseggiavano anche gli alimenti di prima necessità. A Torino e a Milano si verificarono i primi scioperi nelle industrie.
Il 19 luglio un disastroso bombardamento per la prima volta colpì Roma, fino a quel momento risparmiata, perché sede del Papa.
Le conseguenze non tardarono: nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo votò la sfiducia a Mussolini: il cosiddetto partito antitedesco, cui aderivano alcuni gerarchi con a capo Dino Grandi e lo stesso genero del duce, Galeazzo Ciano, aveva cercato di salvare il salvabile, cioè di arrivare ad una pace separata con gli angloamericani, eliminando Mussolini che era troppo compresso col regime nazista di Hitler. Dopo questa sfiducia Mussolini venne fatto arrestare dal Re, che allo scopo di salvare la monarchia doveva ormai dissociarsi dal fascismo e dal suo capo. Il governo venne affidato al maresciallo Pietro Badoglio.
La caduta di Mussolini fu interpretata dal popolo italiano come la fine della guerra: la gente scese gioiosamente in piazza; ma i bombardamenti continuavano e seguirono anche saccheggi e violenze. La guerra non era affatto finita: il radiomessaggio di Badoglio recitava testualmente: “La guerra continua. L’Italia manterrà fede alla parola data”.
Cominciava così un colossale gioco delle parti: il governo italiano, che dichiarava di voler continuare la guerra, in segreto trattava già la resa col nemico; i tedeschi, dicendo di voler contribuire a salvare gli italiani dall’invasione, in realtà occupavano tutta la penisola non fidandosi del nuovo governo, né tanto meno del Re; gli angloamericani, dicendosi desiderosi di liberarci, avevano come scopo principale quello di aprire un nuovo fronte in Europa che tenesse occupati i tedeschi.
Il 3 settembre a Cassibile fu firmato l’armistizio, che però fu reso noto solo l’8 settembre, prima dagli americani e dopo da Badoglio, che era riluttante a dare la comunicazione, in quanto il suo governo era impreparato all’annuncio, che prevedeva di dare solo il 12 settembre.
Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III, la famiglia reale, Badoglio e tutto il governo lasciarono Roma per imbarcarsi a Pescara, onde raggiungere Brindisi e mettersi così sotto la protezione degli antichi nemici diventati amici.
Roma fu lasciata in balia dei tedeschi, senza difesa. L’esercito italiano restò senza ordini o direttive precise: per paura dei nazisti non fu data nessuna indicazione all’esercito, se non quella di cessare le ostilità contro gli anglo-americani e di reagire “a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Espressione che rivela l’ambiguità dettata oramai da un’inutile prudenza, nel timore di prevedibili rappresaglie da parte dei nazisti, fino al giorno prima alleati e che ora occupavano il Paese considerandolo nemico.
Ma le ambiguità, le indecisioni, le titubanze e, più semplicemente, la volontà di resistere ai tedeschi, costeranno enormi sacrifici umani: è il caso di Corfù e di Cefalonia, ove la divisione Acqui fu massacrata dai nazisti, che avevano richiesto all’indomani dell’8 settembre l’immediato disarmo dell’esercito italiano. E questa non è che una delle tante sanguinose violenze che il popolo italiano subì ad opera della furia nazista e non solamente di essa.
Il 10 settembre le truppe tedesche occuparono Roma. Due giorni dopo Mussolini venne liberato dai paracadutisti tedeschi dalla prigionia di Campo Imperatore sul Gran Sasso e fondò la Repubblica Sociale Italiana a Salò sul Garda, controllata dai tedeschi.
L’Italia era divisa tra il Centro Nord sotto i tedeschi e il Sud sostenuto dagli Alleati. Iniziava la guerra civile tra chi decise di continuare a restare fedele al fascismo, e chi decise di resistere ai tedeschi, cui il 13 ottobre il Regno d’Italia aveva dichiarato guerra.
In realtà a confrontarsi non sono stati solo due, ma diversi schieramenti: antifascisti e fascisti, gli stessi antifascisti bianchi e antifascisti rossi (i comunisti rivendicavano di essere stati gli unici ad aver fatto veramente la guerra al fascismo), il Regno del Sud e la RSI del Nord, comunisti e capitalisti, italiani e tedeschi, e, infine, liberatori e invasori.
Nella dissoluzione generale si verificarono tuttavia alcuni coraggiosi quanto inutili tentativi di opporsi all’aggressione tedesca: in Trentino-Alto Adige e in Francia le truppe alpine reagirono all’attacco, ma furono episodi di breve durata; i focolai di resistenza furono spenti con spietata ferocia. In Grecia, nel desolante spettacolo del disarmo dei reparti italiani da parte dei tedeschi, brillò il coraggio della divisione Acqui che a Cefalonia scelse la lotta e la conseguente autodistruzione: 9646 morti, una vendetta inutile ma feroce. Ad essi si fa riferimento nelle tante città in cui si trovano strade o piazze intitolate ai caduti di Cefalonia.


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