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martedì 31 marzo 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 marzo.
Il 31 marzo 1889 venne inaugurata a Parigi la Tour Eiffel.
La Tour Eiffel di Parigi, in ferro battuto, è una delle attrazioni e dei simboli della città di Parigi. Fu progettata in occasione dell'Esposizione mondiale del 1889 dall'ingegnere Gustave-Alexandre Eiffel (stesso ideatore della Statua della Libertà) che celebrò il centenario della Rivoluzione francese; l'idea iniziale era quella di rimuoverla una volta terminata l'esposizione nel Campo di Marte. Pietra miliare dell'architettura contemporanea, fu uno dei primi esempi di costruzioni in ferro battuto realizzate su grandi dimensioni.
La costruzione della Torre Eiffel di Parigi necessitò di 7.300 tonnellate di ferro ed era alta 312,27 metri; l'altezza attuale è di 324 metri (compresa la moderna antenna televisiva). La base è formata da quattro pilastri arcuati, i quali si uniscono a sostegno della struttura, che va assottigliandosi verso l'alto ed è interrotta da tre piattaforme, ognuna delle quali ospita un belvedere. La Torre Eiffel è munita di scale e ascensori; al primo piano si trova un ristorante, e alla sommità, da dove si ha un'ampia veduta di Parigi, sono collocate una stazione meteorologica, una stazione radio e un ripetitore televisivo; un tempo vi era anche lo studio dell'ingegnere Eiffel.
Sono presenti 1665 scalini per i visitatori più sportivi e due ascensori trasparenti salgono sino al secondo piano dove si trovano molti negozi di souvenirs.
La Torre Eiffel di Parigi è stata costruita in meno di due anni, dal 1887 al 1889; avrebbe dovuto servire da entrata alla Esposizione Universale del 1889, una Fiera Mondiale organizzata per celebrare il centenario della Rivoluzione Francese. Inaugurata il 31 marzo del 1889, venne ufficialmente aperta il 6 maggio dello stesso anno.
Trecento metalmeccanici hanno assemblato i 18.038 pezzi di ferro forgiato, utilizzando mezzo milione di bulloni. Viste le condizioni di sicurezza esistenti allora a Parigi e non solo, è sorprendente che solo un operaio perse la vita durante i lavori del cantiere (durante l'installazione degli ascensori).
La torre era all'epoca della sua costruzione la struttura più alta nel mondo e lo rimase per 40 anni, fino alla costruzione del Chrysler Building di New York. Per il mantenimento della struttura servono 50 tonnellate di vernice ogni 7 anni. A seconda della temperatura ambientale l'altezza della Torre Eiffel può variare di diversi centimetri a causa della dilatazione del metallo ( sino a 15 cm più alta durante le calure estive). Nelle giornate ventose sulla cima della torre si possono verificare oscillazioni sino a 12 cm.
Quando la Torre Eiffel fu costruita, vi fu una certa resistenza da parte del pubblico, che la riteneva una struttura poco estetica. Oggi è generalmente considerata uno degli esempi di arte in architettura più straordinari e costituisce indiscutibilmente uno dei simboli di Parigi più rappresentativi nel mondo ed è stata proposta per le sette meraviglie del mondo moderno.

lunedì 30 marzo 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 marzo.
Il 30 marzo 1842 il dott. Crawford Long, americano, asportò un tumore dal collo di un paziente usando per la prima nella storia della chirurgia l'etere. Aveva così inventato l'anestesia chirurgica.
L'uso dell'etere fu esteso da Long ad altri interventi come le amputazioni ed il parto con grande successo ma egli non ritenne di pubblicare i risultati dei suoi studi. Lo avrebbe fatto soltanto nel 1849 quindi tre anni dopo quelli pubblicati da William Green Morton che il 18 ottobre 1846 aveva effettuata la prima anestesia con etere a Boston.
La parola “Anestesia” (dal greco "anaisthèsia") significa “assenza di percezione, di sensazione.
Questo termine però comparve ufficialmente sul dizionario inglese Bailey soltanto nel 1721 e lì rimase fino quando, negli Stati Uniti, il dr O.W.Holmes lo suggerì al dr Morton per definire la sua tecnica di impiego del protossido e dell’etere dapprima in odontoiatria e poi in chirurgia….
In realtà il problema dell’eliminazione del dolore legato agli atti chirurgici si presentò con gli interventi stessi: si operava solo in situazioni gravissime, che in alternativa presentavano morte certa, in genere amputazioni di arti colpiti dalla gangrena o mutilati in guerra, con risultati pessimi, sia per le successive infezioni, ma anche per l'assoluta mancanza di protezione dell'organismo dall'aggressione chirurgica (dolore, stress, emorragia ed altro). La mortalità era pertanto elevatissima e chi sopravviveva ricordava certo per tutta la vita la terribile esperienza.
I primi tentativi di diminuire il dolore insito nelle manovre chirurgiche risalgono addirittura agli egizi, la cui cultura medica era assai avanzata, tanto da permettere loro di somministrare estratto di papavero (oppio) ai loro bambini perché la notte dormissero…senza così turbare il delicato sonno dei genitori.
Nelle “Case della Vita “ essi apprendevano l’arte medica, già ricca di nozioni sulla circolazione sanguigna e sulla funzione del cuore. Nel papiro detto” di Ebers” (1550 a.C.) compare la parola “cervello” e vengono descritte le meningi. Vi si trovano circa 900 ricette di fitofarmaci, a base di timo, ricino e soprattutto mandragora e giusquiamo come sedativi (contengono scopolamina) , nonché la birra (ricca di lieviti ad azione antibiotica e di vitamine del complesso B), impiegata sia per via enterale che topicamente.
Essi praticarono la trapanazione cranica, impiegando strumenti assai simili a quelli odierni; usarono i purganti, il clistere e persino le sanguisughe, ed a scopo più squisitamente anestetico sfruttarono anche gli effetti sedativi del coriandolo e dell’oppio.
Nel 3000 a.C. anche gli assiri ricorrevano a narcotici vegetali, quali papavero, mandragola e Cannabis Indica ( marijuana), ma le popolazioni della Mesopotamia ricorrevano anche all’ischemia cerebrale indotta dalla compressione delle carotidi per provocare uno stato di coma transitorio durante il quale poter operare.
Già nel 500 a.C. gli indios peruviani provocavano un’anestesia di lingua e labbra masticando foglie di coca, mentre il filosofo greco Ippocrate (460-377 a.C.) descriveva una ”spugna soporifera” imbevuta di oppio, giusquiamo e mandragola ed in grado di addormentare un malato. E’ ancora un greco, Dioscoride, che conia la parola “anaisthèsia” per descrivere gli effetti soporiferi della mandragora, che ritroviamo utilizzata a Bologna, nel 1200, da fra Domenico de Luca.
Parallelamente, procedono gli studi anatomici grazie alla dissezione dei cadaveri, e il belga Vesalio (Andrea van Wiesel, 1514 – 1564), perfezionatosi a Padova, Bologna e Pisa, pubblica il monumentale “De umani corporis fabrica” nel quale già ipotizza la ventilazione artificiale, descrivendone la fattibilità sugli animali.
Intanto Valerius Cornus scopre le proprietà ipnotiche dell’etere disolforico e Paracelso ne scopre il potere analgesico, ma ambedue non ne intuiscono l’importanza clinica, così la lotta al dolore procede su altre strade, come quella del raffreddamento dell’area da operare (tecnica antenata della odierna crioanestesia…)
Dal canto suo, Sir W.Raleigh, il fondatore della Virginia, colonia inglese futuro stato degli USA, al ritorno dalla Guiana descrive la radice della Strycnos Toxifera e del suo estratto, “el urarì” (curaro), i cui effetti sugli animali e sui soldati vengono però divulgati solo alla metà del 1600 (anche se da sempre gli indios cacciavano con le frecce della cerbottana intinte nel curaro).
Nello stesso secolo compaiono i primi tentativi di somministrazione endovenosa di oppio mediante il calamo di una piuma (...ma sarà nel 1836 che F.Rynd inventa in Irlanda l’ago ipodermico metallico, e nel 1851 sarà il francese Charles G. Pravor a perfezionare la siringa).
Si giunge così fino alla fine del ‘700 con un tasso di mortalità operatoria ancora elevatissimo, dovuto anche alla mancanza di adeguata protezione dell’organismo dallo stress chirurgico ( dolore, sanguinamento, paura, ecc. ), finchè si intravvede una luce nel 1796, quando, in un felice periodo fervido di studi sui gas, viene prodotto il Nitrogenous (Protossido di Azoto), un gas non tossico sfruttato però ancora per diversi anni a venire solo per dar spettacolo con i suoi effetti esilaranti su quanti lo inalino, tanto da venir chiamato "Laughing Gas", trascurandone invece le proprietà anestetiche.
L’Ossigeno viene individuato e prodotto da J.Priestley, già preparatore del Nitrogenous; tali gas vengono studiati poi anche da Lavoisier, ma sarà nel 1800 che il grande fisico Michael Faraday appurerà gli effetti del nitrogeno, dimostrandoli simili a quelli ottenuti dall’inalazione di una miscela aria/etere.
Le cose si protraggono più o meno invariate fino al fatidico anno 1844, quando negli Stati Uniti inizia la vicenda che porterà alla nascita della moderna anestesia…che non fu scoperta, come si potrebbe pensare, in un laboratorio, bensì in un ...Luna Park !
Nel 1844 ad Hartford, Connecticut (USA), in uno fra i vari padiglioni di una fiera si teneva un divertente spettacolo, basato sulle stramberie che commettevano e dicevano sul palco alcuni volontari cui era stato fatto inalare del protossido d'azoto, il gas scoperto circa 50 anni prima che, come abbiamo già visto, modificava l'umore delle persone che lo inalavano, rendendole particolarmente ciarliere e ridanciane. Nelle prime file, a godersi gli effetti del gas esilarante sedevano un dentista, Horace Wells, ed un suo amico,Cooley, che su invito del presentatore Colton si offrì per sperimentare,insieme con altri volontari,l'ebbrezza del gas. Ma su di lui il protossido fece un pessimo effetto rendendolo talmente violento da scatenare una rissa con un altro volontario e da venir ricacciato tra il pubblico. Ad un tratto, lo spettatore che sedeva dietro a lui avvisò Cooley che sotto la sua sedia si andava allargando una macchia di sangue: durante la colluttazione egli si era infatti seriamente ferito ad una gamba, ma non si era accorto di nulla, nè aveva avvertito alcun dolore...
Wells pensò e ripensò all'episodio, tanto da concludere che il gas avesse in qualche modo ridotto nell'amico la sensibilità al dolore. E se ne convinse a tal punto, da decidere di provare il laughing gas come analgesico per l'estrazione di un dente. Chiamò un collega e dopo aver inalato una boccata di gas esilarante si fece estrarre un molare che da tempo gli dava fastidio:l'estrazione risultò perfetta e senza alcun dolore !
Entusiasmatosi per il risultato e procuratosi un volontario, Wells organizzò una estrazione dimostrativa nell'anfiteatro di uno dei templi sacri della Medicina: il Massachusetts General Hospital di Boston. Purtroppo però, o per errore di Wells nel calcolare i tempi, o -come alcuni affermarono- perchè pagato da alcuni detrattori, il paziente urlò più volte dal dolore...e fu un fiasco assoluto.
Wells lasciò la professione e mentre cercava, invano, di convincere i colleghi della veridicità di quanto affermava, un suo amico ed apprendista , William T.G.Morton, sviluppandone le idee, pubblicizzava grandemente i propri lavori sull'etere portando avanti le sue dimostrazioni: nel settembre del 1846 per la prima volta usò l'etere per estrarre un dente, ed il 16 ottobre 1846 si presentò al Massachussets General Hospital di Boston con una sfera di vetro munita di una via di ingresso e di una di uscita con dentro una spugna imbevuta di etere. Ne fece respirare al paziente (un tal Abbott) i vapori e ciò permise al Primo Chirurgo, dott. John Collins Warren,di asportare un grosso tumore del collo, rapidamente e senza nessun dolore.
Il sensazionale evento fu pubblicato il 18 novembre 1846 sul Boston Medical and Surgical Journal, ed un noto medico,Oliver W.Holmes, suggerì al riguardo il termine greco di "anestesia" per indicare "insensibilità al piacere ed al dolore": era nata la moderna anestesia.
Wells, sentitosi tradito da Morton, iniziò a sperimentare il cloroformio, ma ne divenne dipendente e dopo un arresto per avere sfregiato con acido due prostitute, a soli quettro anni dalla sua felice intuizione si tolse la vita.
Nel 1853 a Londra il dr Snow somministra cloroformio ( già sintetizzato nel 1831) alla regina Vittoria quando essa dà alla luce Leopoldo, e insieme con il principe nasce così anche la partoanalgesia. Da quell’epoca le scoperte e le invenzioni in anestesiologia si susseguono incalzandosi, grazie anche alla contemporaneità con i grandi progressi della tecnologia e degli studi di Medicina, Chimica, Fisica e Fisiologia:
1871: compare la prima bombola di nitrogeno compresso.
1880: prima intubazione orotracheale per la ventilazione artificiale.
1882: compare il ciclopropano, gas anestetico ( anche se pericoloso perché esplosivo).
1882: prima relazione di ventilazione bocca-a-bocca.
1885: prima anestesia locale per infiltrazione dell’area da operare e prima anestesia peridurale.
...e così via, col sopraggiungere delle prime rachianestesie, delle prime intubazioni orotracheali mediante primordiali laringoscopi, delle prime alcoolizzazioni di rami nervosi a scopo antalgico.
Nel 1902 è coniata la parola ANESTESIOLOGIA ad indicare la scienza ed i mezzi per ottenere insensibilità al dolore, con o senza ipnosi.
Nel 1911 Dräger lancia il primo apparato di miscelazione per gas anestetici , che unito ad un carrello portabombole costituirà il "Dräger - Kombi", il primo apparato per anestesia combinata con circuito a va-e-vieni.
Sei anni dopo, Ombrédanne disegna un apparecchio per vaporizzare etere ( “maschera di Ombrédanne”).
Il primo laringoscopio illuminato a pile e foggiato ad”L” è progettato dal dr Janeway, nel 1913 ed un anno dopo viene introdotto l’uso della calce sodata per l’adsorbimento della CO2 nei circuiti ventilatori.
Guèdel pubblica nel 1920 i “segni” dell’anestesia (e 2 anni dopo ne descriverà i “piani”) , Magill propone l’uso del tubo endotracheale anche per somministrare anestetici inalatori.
Nel 1923 si usa il primo circuito chiuso e nel ’27 la prima elettroanalgesia.
Le industrie farmaceutiche fanno ora a gara nella ricerca e nella produzione di farmaci anestetici, sia inalatori che per uso locale: nel 1934 Lundy usa per la prima volta come anestetico il Tiopentale Sodico ( Penthotal ), un barbiturico fino ad allora impiegato endovena come “siero della verità” per le sue proprietà disinibenti; nel Sudamerica intanto, a Buenos Ayres, compare il primo Apparecchio di anestesia, assemblato da J.C.Delorne unendo bombole di O2 e CO2 , vaporizzatori per etere e cloroformio, un filtro-contenitore di calce sodata, tubi e maschera.
1938 – Bennet usa per la prima volta il curaro per prevenire il trauma muscolare nei pazienti sottoposti ad elettroshock, e nel 1942 esso é impiegato per la prima volta clinicamente, per ottenere il rilasciamento della muscolatura del paziente, necessario all’intervento, senza più dover impiegare le quantità enormi di anestetico fino ad allora indispensabili per conseguire il medesimo risultato, ma è solo nel 1946 che viene fornita la d-tubocurarina, primo curaro semisintetico. Nel 1950 inizia l’uso clinico della Succinilcolina, di cui viene compreso il metabolismo grazie alla scoperta delle pseudocolinesterasi, e verrà sancita l’odierna concezione della tecnica anestesiologica concepita come insieme di narcosi + miorisoluzione + analgesia.
Parallelamente alla sintesi di nuovi anestetici, continuano a svilupparsi gli apparecchi per somministrarli e per sostenere le funzioni respiratorie del Paziente, come pure i sistemi di controllo delle funzioni vitali (monitoraggi): nel 1953 Virginia Apgar, anestesista, propone la sua scala per la valutazione della vitalità nel neonato ( il “punteggio APGAR”, in uso ancor oggi ); intanto l’industria produce sia nuovi farmaci come la bupivacaina e soprattutto l'Halotano, un vapore non esplosivo, sia nuovi mezzi di somministrazione (aghi, regolatori di flusso, vaporizzatori) sempre più validi: tutto questo permette finalmente di somministrare ogni farmaco con estrema precisione nei dosaggi più adatti, rivoluzionando su scala mondiale il modo di "fare anestesia."
La scala numerica per la valutazione del risveglio dall’anestesia è proposta da Aldrete nel 1970 ( “Aldrete score”); due anni dopo compare l’enflurano e nel 1981 l’isoflurano, che sarà seguito nel ’92 dal desflurano.
Negli anni ’90, con l’introduzione delle pompe-siringa e con l’avvento di Propofol e Remifentanyl , si diffonde la tecnica detta TIVA ( anestesia totalmente intravenosa ), l’Informatica entra nella pratica anestesiologica, sia come archiviazione/elaborazione dati che nella gestione diretta dell’anestesia, giungendo alla somministrazione "personalizzata" regolata da appositi chips (TCI.)
Ma questa oramai....è storia contemporanea !

domenica 29 marzo 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 marzo.
Il 29 marzo 1951 i coniugi Ethel e Julius Rosemberg, di New York, venivano arrestati con la accusa di spionaggio e alto tradimento.
Tra metà degli anni ’40 e la metà del decennio successivo l’America fu invasa in modo maniacale da un’ondata di paura per il comunismo.
La fobia dei “rossi” assunse toni surreali grazie all’attività del senatore del Wisconsin Joseph Raymond Mc Carthy, da cui il nome “maccartismo” dato al periodo: bastava un solo sospetto di simpatia nei confronti dei russi o del comunismo per ritrovarsi in galera, sospettati dei peggiori reati.
Come accadde a Julius ed Ethel Rosenberg, due newyorkesi di origine ebrea entrambi con più o meno dichiarate attenzioni verso l’Unione Sovietica, soprattutto lui. Il loro attivismo politico, Julius era un militare sergente dell’esercito, li portò a frequentare persone che avevano contatti con URSS e che in vario modo cercavano di passare informazioni proprio a quello che era diventato il nemico numero uno degli Stati Uniti. Ma Julius era una persona semplice senza alcun accesso ad informazioni importanti e senza neanche le conoscenze tecniche necessarie e la moglie Ethel meno di lui.
Pur con tutto questo il 6 marzo del 1951 furono mandati sotto processo con l’accusa di spionaggio per aver passato all’Unione Sovietica informazioni su come costruire una bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale.
L’accusa non riuscì a provare la qualità e la quantità di informazioni che i Rosenberg erano sospettati di aver passato al nemico. Ethel fu considerata, anche dai testimoni dell’accusa, al massimo come la dattilografa del marito.
Poi la difesa sollevò un’eccezione giuridica: se la pene di morte per spionaggio era prevista solo in tempo di guerra perché chiederla per i Rosenberg nel 1951? Perché i fatti risalivano al tempo della Guerra rispose l’accusa. Ma durante la stessa Guerra, ribattè la difesa Stati Uniti ed Unione Sovietica erano alleati, disse la difesa e quindi come si può considerare l’ipotesi di spionaggio con un alleato?
Non ci fu niente da fare. Il 5 aprile del 1951 i Rosenberg furono condannati a morte :” Io considero il vostro crimine peggiore dell’assassinio… Nel commettere un assassinio, il delinquente uccide soltanto la sua vittima… Ma nel vostro caso ritengo che il fatto di mettere nelle mani dei russi il segreto della bomba atomica tanti anni prima del termine stabilito dai nostri migliori scienziati come necessario perché i russi potessero perfezionarla, abbia causato, almeno secondo la mia opinione, l’aggressione comunista in Corea, col risultato che i morti furono più di 50.000, e chissà quanti altri milioni di innocenti dovranno pagare il prezzo del vostro tradimento…Non è in mio potere perdonarvi… solo Dio può avere misericordia per quello che avete fatto” furono le parole conclusive del giudice federale Irving Robert Kaufman.
La sentenza, tramite sedia elettrica fu eseguita il 19 giugno di due anni più tardi nel carcere di Sing-Sing a New York.

sabato 28 marzo 2015

#ART3.0: #AutoRiTratto di #LeliaSecci



Già sui banchi di scuola disegna e ritrae le compagne di classe. Durante l’ora di educazione artistica la maestra la riprende più volte perché non appunti la matita con il trincetto, ma lei replica che − in quel modo − il segno è più morbido e si adatta meglio alle sfumature. Una delle figure più importanti della sua vita è la nonna, che fa la sarta a Roma, ma che approfitta di ogni occasione per portarla al cinema, a teatro, a rassegne d’arte e di poesia. È proprio durante una rassegna di poesia che si innamora di Neruda e ne fa la sua fonte d ispirazione. Inizia solo verso i quarant’anni a dipingere e, da quel momento, non tradirà più la sua passione.
da il pickwick.it
    

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 marzo.
Il 28 marzo 1969 muore a Washington Dwight Eisenhower.
Trentaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d'America (successore di Harry Truman e predecessore di John Fitzgerald Kennedy, Dwight David Eisenhower nacque a Denison (in Texas), il giorno 14 ottobre 1890.
Cresciuto ad Abilene, in Kansas, Eisenhower fu il terzo di sette figli. Durante il college eccelse negli sport. Stazionò nel Texas come secondo tenente, dove conobbe Mamie Ginevra Doud, che nel 1916 diventò sua moglie. Inizialmente nell'esercito si fece notare sotto il comando dei generali John J. Pershing, Douglas MacArthur e Walter Krueger. Dopo i fatti di Pearl Harbor, il Generale George Marshall chiamò Eisenhower a Washington per un compito relativo ai piani di guerra.
Eisenhower comandò le forze alleate che sbarcarono in Africa del nord nel mese di novembre del 1942; nel D-Day, durante lo sbarco in Normandia del 1944, era comandante supremo delle truppe che invasero la Francia. Terminata la guerra Eisenhower diventò presidente della Columbia University; subito dopo lasciò questo incarico per assumere il comando supremo delle nuove forze NATO riunite nel 1951.
Un anno dopo, un gruppo di repubblicani inviati presso i suoi quartieri vicino Parigi, lo persuasero a scendere in campo per correre alle elezioni presidenziali. "I like Ike" (a me piace Ike) fu lo slogan della sua campagna elettorale, che risultò irresistibile. Dwight Eisenhower vinse con ampio margine rispetto al suo avversario, il democratico Adlai Stevenson.
Divenne Presidente nel 1953 e ricoprì l'incarico fino al 1961. Portando alla presidenza il suo prestigio come Generale comandante delle forze vittoriose in Europa durante la guerra, Eisenhower ottenne una tregua in Corea (1953) e lavorò incessantemente durante i suoi due mandati per allentare le tensioni della guerra fredda.
Nello stesso periodo in conseguenza alla morte di Stalin ci furono profondi mutamenti nei rapporti tra Stati Uniti e Russia. I nuovi leader sovietici acconsentirono ad un trattato di pace neutralizzando l'Austria. Nel frattempo, sia Russia che Stati Uniti avevano sviluppato i propri programmi sulle bombe all'idrogeno. Con la minaccia di tale forza distruttiva che pendeva sopra il mondo, Eisenhower, incontrò a Parigi i capi dei governi britannici, francesi e russi. La proposta che pose fu quella che Stati Uniti e Russia scambiassero i programmi dei rispettivi stabilimenti militari, fornendo all'avversario servizi per la fotografia aerea all'interno dei propri territori.
A Denver (Colorado), improvvisamente nel mese di settembre del 1955 Dwight Eisenhower fu colpito da un attacco di cuore. Dopo sette settimane lasciò l'ospedale e nel mese di febbraio del 1956 i medici riferirono la sua piena guarigione. A novembre fu eletto per il suo secondo mandato.
La politica interna di Eisenhower segui un medio corso, continuando la maggior parte del "New Deal and Fair Deal" (il New Deal "nuovo patto" era il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt) enfatizzando un budget equilibrato.
Introdusse l'abolizione delle segregazioni razziali nelle scuole; mandò le truppe a Little Rock (Arkansas) per assicurare la conformità agli ordini di una corte federale; ordinò l'abolizione della segregazione razziale delle forze armate.
Eisenhower, alla fine degli anni 1940 fu convinto sostenitore della corsa agli armamenti. Prima che lasciasse l'ufficio invece, nel mese di gennaio del 1961 (per ritirarsi nella sua fattoria a Gettysburg) nel suo discorso di addio alla nazione mise in guardia il mondo dal pericolo rappresentato dagli interessi commerciali dell'industria bellica, che per sopravvivere aveva sempre bisogno di qualche guerra. Quando lasciò il suo ufficio sottolineò che "l'America è oggi la più forte, la più influente e la più produttiva nazione del mondo".
Dwight Eisenhower morì a Washington dopo una lunga malattia, il 28 marzo 1969.

venerdì 27 marzo 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 marzo.
Alle 8.35 del 27 marzo 1995, una bella mattina di sole, in un agguato teso all'ingresso di un palazzo dove ha sede la sua società, muore Maurizio Gucci, erede della famiglia fiorentina proprietaria del celebre marchio di moda e pelletteria. Si apre un caso giudiziario destinato a restare per anni alla ribalta della cronaca e a dare origine a un processo gremito di cronisti e fotoreporter, probabilmente il "processo del decennio" in Italia.
La morte violenta di Gucci, personaggio molto in vista e già oggetto di inchieste e pettegolezzi, apre diversi scenari sui mandanti. Si sospetta un complotto raffinato, ordito sullo sfondo di colossali interessi economici.
La soluzione del "giallo" sarà trovata di lì a due anni grazie a una "fonte confidenziale" della polizia. E rivelerà che a far uccidere Gucci è stata la sua ex moglie, Patrizia Reggiani, per rancori personali a lungo covati ma anche per denaro, questioni mai risolte di eredità e sussidi.
Maurizio Gucci era l'erede della fabbrica fondata dal nonno Guccio Gucci nel 1904 come laboratorio di pelletteria specializzato in stivali e selle, e trasformata dal figlio Aldo in una multinazionale con negozi aperti in tutto il mondo per la vendita di oltre seimila articoli di abbigliamento e in pelle con il blasonato marchio delle due G. Poco tempo prima della morte violenta di Maurizio, nel 1993, la famiglia aveva perso la proprietà dell'impero, passato in mano araba.
Si disse che era la fine di un mito: Maurizio aveva ceduto il 50% del capitale del gruppo rimasto nelle sue mani alla finanziaria Invest-corp, con sede centrale nell'emirato del Bahrain. Pur avendo rinunciato a tutte le cariche, Gucci restava in azienda come senior advisor del presidente e amministratore delegato di Investcorp. Dalla vendita della sua quota aveva ricavato 220 miliardi: una somma che, unita a quanto già possedeva, lo faceva valutare «un uomo da 800 miliardi di lire».
Il sogno di rilanciare l'azienda, da tempo in crisi, durò breve tempo: con l'ingresso dei capitali arabi, la supervisione di Maurizio Gucci non impedì di spostare parte della produzione all'estero (in Cile) e di registrare un drastico ridimensionamento nel numero degli occupati.
È una dinastia famosa ma anche segnata dai contrasti, quella dei Gucci. Litigi, accuse e denunce reciproche sono sempre stati un'abitudine di famiglia, la cui storia si infittisce di denunce, inchieste della magistratura, perfino di arresti.
Aldo denuncia Maurizio per possesso illegale di azioni, Maurizio denuncia Paolo per aver usato il marchio Gucci.
I giudici del Tribunale di Milano ritengono false le firme di girata apposte da Maurizio Gucci sulle azioni ereditate dal padre e nel 1987 le sequestrano.
Il 23 giugno viene emesso un ordine di cattura contro Maurizio, che scappa a Lugano.
In carcere finisce il suo braccio destro.
Maurizio viene in seguito accusato di illecita costituzione di disponibilità finanziarie all'estero.
Ha fondato a Panama una società (la Standard Investment) per assecondare la sua passione per la vela e comprare il Creole, ritenuto il veliero più bello del mondo.
A Maurizio quella barca, che un tempo apparteneva all'armatore greco Niarchos, costa, restauro compreso, sette miliardi di lire di allora.
Il 24 novembre 1988 viene assolto, il 27 maggio dell'anno successivo torna alla presidenza della società che poi passa sotto il controllo della Investcorp.
Nel frattempo Maurizio Gucci si è sposato con Patrizia Martinelli Reggiani, dalla quale ha avuto due figlie, Alessandra, nata nel 1976, e Allegra, nel 1981.
Nel 1985, dopo dodici anni di matrimonio, i due si lasciano.
È Maurizio a dire basta. Dopo la separazione, si lega sentimentalmente a un'altra donna, Paola Franchi.
Paola è bionda, bella, solare, assai diversa da Patrizia, che aveva sofferto molto, nel 1992, a causa di una delicata operazione necessaria per asportare un tumore al cervello.
A metà anni Novanta Maurizio Gucci è ancora giovanile, prestante, è ricco, ricchissimo, e ha una prospettiva di vita quanto mai felice, finalmente sollevato dalla responsabilità di essere "un Gucci" e libero di dividere il suo tempo con la compagna Paola nella bella casa di Milano, nello chalet di Saint Moritz, in Svizzera, e a bordo del Creole.
La sua avventura ha termine quella mattina di marzo del 1995, all'ingresso del lussuoso stabile nella centralissima via Palestra 20 a Milano dove ha sede la Vierse s.r.l., una società da lui stesso costituita di recente.
Gucci abita lì vicino, in corso Venezia 38, e arriva in ufficio a piedi.
Appena entrato nell'androne del palazzo, è avvicinato da un sicario che lo ha atteso in prossimità dell'ingresso.
L'uomo gli spara tre colpi alla testa con una pistola calibro 32 mentre sale la prima rampa di scale, e lo uccide.
Alla scena assiste il custode del palazzo, Giuseppe Onorato, 52 anni, di Casteldaccia (Palermo).
Con grande freddezza il killer colpisce anche lui per evitare di essere seguito.
Onorato si copre istintivamente con un braccio e viene ferito all'avambraccio e alla spalla sinistri.
Poi il misterioso assassino, vestito in modo elegante, esce in strada e sale su una utilitaria di colore verde, dove lo attende un complice.
I due scompaiono senza lasciare tracce.
Nessuno li vede più, non viene ritrovata neanche l'auto.
Le indagini si presentano subito difficili e delicate.
Si seguono diverse piste: dalla vendita dell'azienda di famiglia ai finanzieri arabi, alla realizzazione di un casinò in Svizzera, progetto al quale Maurizio Gucci stava lavorando nell'ultimo periodo.
Ancora, l'omicidio è avvenuto all'indomani del rientro di Gucci da un viaggio negli Usa.
Nel 1996 viene coinvolto persino Delfo Zorzi, il neofascista implicato nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana, da tempo trasferitosi in Giappone.
Interrogato a Parigi, Zorzi afferma che nell'ambito della sua attività di import-export aveva rapporti con i Gucci e aveva fatto prestiti consistenti alla famiglia.
Ma fin dalle prime battute, si pensa anche che il movente del delitto possa essere la consistente eredità che Maurizio Gucci lascia con la sua morte.
Patrizia Reggiani, che era in conflitto con l'ex marito per la somma che questi le passava come assegno di mantenimento, entra fra i principali sospettati.
Salta fuori che la donna, nata nel 1948 e residente a Saint Moritz, non ha mai nascosto di odiare l'ex marito e di volerlo vedere morto, anzi lo ha dichiarato più volte, davanti a testimoni: fra questi, la baby sitter e l'avvocato, che ha raccolto confidenze della Reggiani quali «che cosa mi capita se lo faccio ammazzare?»
Ad amici e conoscenti chiede se è possibile assoldare un killer per togliere di mezzo «quel rompiballe».
E quando è stata in ospedale per essere operata al cervello, ha registrato un'audiocassetta da consegnare all'ex marito in cui dice: «Sei una escrescenza, un'appendice da recidere».
La donna incolpava Maurizio di averla abbandonata quando era finita sotto i ferri e di essere andato a festeggiare a champagne con la sua compagna, per la quale - secondo la Reggiani - dilapidava il patrimonio destinato alle figlie, che trascurava.
Alda Rizzi, per anni domestica, ma anche confidente di Patrizia Reggiani, racconta che nel 1991 la signora chiese a lei e a suo marito di procurarle un killer per uccidere Gucci.
Il marito precisa che quando la signora gli chiese «hai la persona in grado di fare questa cosa?», in un primo momento pensò che scherzasse: «Me lo chiese tre volte e alla fine, quando mi intimò di dire sì o no, mi convinsi che faceva sul serio».
Il marito di Alda avvisò del fatto «il dottor Gucci» e questi gli disse che avrebbe reso provvedimenti, ma poi non fece nulla.
Anzi, si mise a ridere - secondo quanto riferito dalla compagna Paola Franchi - quando gli riferirono che l'ex moglie aveva chiesto a un avvocato che cosa rischiava se lo faceva uccidere...
In realtà la Reggiani faceva sul serio: voleva davvero assoldare dei killer per far uccidere l'ex marito, al quale non perdonava la fine del loro matrimonio e tutti i contrasti, non solo di natura economica, che ne erano derivati.
Lo stesso Gucci aveva registrato alcune telefonate con la ex moglie che contenevano continue minacce della donna nei suoi confronti.
Ma per accusare la Reggiani, agli inquirenti occorrono prove concrete.
Le prove arrivano grazie alla telefonata fatta a un funzionario di polizia da una "fonte confidenziale".
Quest'ultima è venuta per caso a conoscenza di alcuni particolari del delitto raccontati da un portiere d'albergo, Ivano Savioni, 10 anni prima...
La fonte parla di un silenziatore artigianale e di pallottole acquistate all'estero.
La polizia accerta che di questi particolari i giornali non avevano scritto, così come nessuno aveva saputo che il portiere dello stabile di via Palestra quella mattina aveva detto «buongiorno, dottore» a Maurizio Gucci subito prima che l'assassino cominciasse a sparare.
Il desiderio della "fonte confidenziale" di liberarsi la coscienza da un peso apre un insperato, e decisivo, spiraglio.
Gli investigatori avviano una lunga serie di riscontri e piazzano delle "cimici" per intercettare i dialoghi tra i protagonisti della vicenda, che fino a quel momento erano tutti sconosciuti, tranne due: Patrizia Reggiani e Giuseppina "Pina" Auriemma, 51 anni, napoletana, sedicente maga e intima amica della Reggiani.
Anni prima, nel 1984, era stata socia di un negozio Gucci a Napoli, conquistando la fiducia di Maurizio e poi della moglie.
È a lei e a Savioni che la Reggiani si è rivolta per organizzare il delitto.
E stavolta il killer l'hanno trovato davvero: la maga e il portiere d'albergo hanno assoldato un pregiudicato, Orazio Cicala, 58 anni, una vita distrutta dalla passione del gioco.
Cicala ha fatto fallire il ristorante di famiglia, dirà che deve agli strozzini 2 miliardi.
Per far fuori Gucci il terzetto chiede, e ottiene, un compenso di 500 milioni di lire, 100 dei quali pagati in anticipo. Ma il tempo passa senza che nessuno entri in azione.
La ex signora Gucci fa pressioni perché vengano rispettati i patti. A questo punto al gruppo formato da Savioni, Cicala e dalla Auriemma si aggiunge un altro pregiudicato, Benedetto Ceraulo, siciliano, di 35 anni. L'omicidio ha luogo.
Subito dopo, Cicala chiede alla Reggiani altri 100 milioni.
Ma l'improvvisata banda ha continuo bisogno di soldi: i 600 milioni ottenuti fino ad allora vengono presto sperperati.
Savioni, in particolare, è sommerso dai debiti al punto da agevolare il lavoro di alcune prostitute quando la titolare dell'albergo dove lavora, sua zia, è assente.
Sia Cicala che Ceraulo frequentano gli ambienti degli spacciatori di droga: questo consente agli investigatori della Criminalpol di servirsi di un agente infiltrato, che conosce lo spagnolo e si presenta come un violento sudamericano, millantando contatti con il Cartello della cocaina di Cali.
L'agente si finge pronto ad aiutare i due a spaventare la Reggiani per chiederle altri soldi e, se necessario, anche a ucciderla.
Fra gli autori del delitto, intanto, cresce il nervosismo.
Nei primi giorni di gennaio del 1997 apprendono della richiesta della Procura di prorogare le indagini.
Gli investigatori registrano conversazioni concitate, che indicano chi ha materialmente ucciso Gucci.
Anche Patrizia Reggiani, mandante dell'omicidio, ora rischia di finire ammazzata se non si convince a dare altro denaro agli esecutori materiali. «Ci facciamo portare la [sua] testa dal colombiano»: la frase, registrata dalla Criminalpol, dimostra che l'agente infiltrato ha recitato bene la sua parte.
Eliminando la Reggiani, secondo gli investigatori, il gruppo si sarebbe liberato di un teste che poteva diventare decisivo se le indagini avessero portato a scoprire il complotto.
Prima che l'improvvisata banda torni in azione contro la stessa persona che ne era stata il mandante, la polizia decide di intervenire e, il 31 gennaio 1997, arresta tutti: la Reggiani, appunto come mandante del delitto; Savioni e la Auriemma, in quanto organizzatori; Ceraulo e Cicala, come esecutori materiali.
A Cicala l'ordinanza di custodia cautelare viene notificata in carcere, dov'è rinchiuso perché accusato di traffico di stupefacenti.
Il primo a crollare è Savioni, che confessa tutto.
L'unico degli arrestati che invece insiste nel proclamare la propria innocenza (lo farà anche al processo) è Ceraulo.
Emerge con chiarezza che l'omicidio di Maurizio Gucci è maturato dal rancore che Patrizia Reggiani nutriva nei suoi confronti e dal timore di perdere parte del ricco patrimonio se Maurizio si fosse risposato. Emergono anche altri particolari, uno più sconcertante dell'altro.
La Reggiani, ad esempio, avrebbe preteso una ricevuta a "saldo", una sorta di quietanza liberatoria, per i 600 milioni pagati per l'omicidio del marito.
La chiese alla Auriemma, secondo quanto dichiarato da quest'ultima, e pretese che la facesse firmare a tutti coloro che avevano partecipato all'omicidio con la sottoscrizione di nessuna, ulteriore pretesa.
La quietanza, firmata, sarebbe stata restituita alla vedova. Ma di quel documento gli investigatori non hanno trovato traccia.
Ancora, dopo l'omicidio del marito, Patrizia Reggiani depositò da un notaio il proprio testamento al quale appose un codicillo affinché, in caso di una morte violenta, fosse possibile individuare il responsabile.
In quel codicillo la Reggiani fece il nome proprio dell'Auriemma.
Nello scontro tra le due donne, amiche per vent'anni e ora in aperta guerra tra loro, corrono altre accuse.
Giuseppina Auriemma dichiara che la Reggiani le avrebbe promesso due miliardi di lire perché si accollasse lei la responsabilità dell'omicidio.
La vedova le avrebbe fatto arrivare la proposta attraverso altre detenute del carcere di San Vittore, dove entrambe sono recluse senza la possibilità di incontrarsi.
In cambio di quella somma, la maga napoletana avrebbe dovuto raccontare ai giudici di aver organizzato lei l'omicidio perché sapeva che la Reggiani voleva eliminare il marito; avrebbe anche dovuto dire che, una volta compiuto il delitto, aveva chiesto denaro alla vedova, all'oscuro di tutto.
La risposta della Auriemma è: «L'ho mandata a fare in c... Neppure per 20 miliardi mi faccio l'ergastolo».
La Reggiani smentisce la "trattativa". Secondo i suoi legali, la vedova ha paura della maga: una paura che in tanti anni di rapporto molto stretto tra le due donne si sarebbe trasformata in una sottomissione psicologica.
I familiari della Reggiani erano consapevoli di questa situazione e avevano tentato di rompere quel legame, ma senza riuscirci.
Per difendersi dalle accuse, la Reggiani ricostruisce i fatti attraverso un memoriale che invia al gip.
Nel 1998 si celebra il processo dell'anno, e forse del decennio.
Il pm Nocerino chiede la pena massima, l'ergastolo, per tutti gli imputati, che definisce «un gruppetto di assassini»: «Una pena prevista e adeguata alla gravità di un reato come l'omicidio premeditato... La premeditazione aleggia in tutti gli atti di questo processo... Questo è un caso scolastico di omicidio premeditato... Mi ritorna alla mente la deposizione del teste Onorato [il portiere rimasto ferito nell'agguato]: "Anch'io ho visto Gucci cadere a terra incredulo, senza capire quello che stava succedendo". Quel Gucci Maurizio mai tratteggiato con luce chiara: nessuno ne ha inquadrato il lato umano, ne abbiamo sentito parlare come imprenditore, come uomo che faceva le regate, ma nessuno ci ha parlato dell'uomo che cercava senza riuscirci di avviare un dialogo con le figlie. Non pensava di dover morire in quel modo: non aveva una guardia del corpo, per lui l'idea della morte era lontana. Quello era un momento felice della sua vita: aveva soldi, aveva idee, magari più piccole del fondatore dell'impero Guccio Gucci, pensava a organizzare un casinò o la festa del Bucintoro, insomma non meritava di morire in quel modo... Non posso non sottolineare quanto sia stata assurda la morte di Maurizio Gucci... Cicala voleva qualche lira in più da spendere nel gioco; Ceraulo voleva portare la figlia in centro e voleva cambiare casa; Savioni lo ha fatto per pochi spiccioli; la Auriemma per restare ancora al soldo del suo nume tutelare».
A Patrizia Reggiani, Nocerino imputa un movente partito da lontano, nato dall'orgoglio ferito di una donna «abbandonata dal marito nel 1985» e «ridimensionata nel ruolo avuto nel rilancio della Gucci. Maurizio Gucci, liberatosi della Reggiani, in realtà diede prova di essere un ottimo imprenditore», anche se tra il 1992 e il 1993 si indebitò oltre misura per il tenore di vita che conduceva.
Il pm descrive «un livore crescente» nella Reggiani, «un orgoglio ferito, un colpo alla personalità narcisistica della donna», ancora più offesa quando Maurizio Gucci si lega a Paola Franchi: «Non è la storia con "una bionda", si lega a lei, la porta nello chalet di St. Moritz che la Reggiani considerava suo, così come in fondo considerava ancora suo lo stesso Gucci. Quel legame è una ferita che sanguina di nuovo, ma nel settembre 1993, quando Maurizio Gucci esce dalla Guccio Gucci cedendo la sua quota agli arabi, arriva il colpo finale: lei non glielo perdonerà mai, perché così le sue figlie perderanno la loro identità. Ormai Allegra e Alessandra sono delle Gucci solo anagraficamente: l'azienda è degli arabi, non più di un'antica famiglia fiorentina. La Gucci non esiste più. Lei cerca la "soluzione finale" e purtroppo è proprio dalla madre Silvana Barbieri che arriva la prova più pesante a suo carico. Ci ha detto in quest'aula di non aver mai dato peso alle minacce che la figlia lanciava contro l'ex marito. Ci ha detto "forse ho sbagliato", senza volerlo ci ha confermato le accuse alla figlia... L'imputata ha responsabilità piena come mandante della misera e triste fine di una dynasty il 27 marzo 1995» («Ansa», 20.10.1998).
Prima che i giudici della quarta Corte d'Assise entrino in camera di consiglio per la sentenza, la Reggiani legge una dichiarazione da lei scritta a mano su un foglio, che comincia con una frase attribuita ad Aldo Gucci: «Mai lasciare entrare la volpe amica nel tuo pollaio: prima o poi potrebbe venirle fame. Dopo 22 mesi di quasi totale isolamento ho meditato a lungo e mi sono resa conto come miliardi, ricchezza e potenza siano sempre state le parole più ricorrenti sulla bocca di Pina Auriemma, nascondendone un ossessivo desiderio: di goderne tramite la mia persona. Sono stata ingenua fino al limite della stupidità: mi sono trovata coinvolta mio malgrado, ma complice mai. Lo nego decisamente».
Chiude l'intervento con un'altra frase, che attribuisce al pm Nocerino: «L'unica grande ombra in grado di inquinare di tristezza e devastare il mio animo è solo questo infamante processo. Tanto più terribile in quanto mi vede protagonista come mandante nell'uccisione del padre delle mie figlie senza trarne alcun beneficio».
Anche Benedetto Ceraulo, che ha sempre negato il suo coinvolgimento nel delitto, sceglie di parlare: «Sono una persona semplice - dice - ho dedicato la vita alla famiglia, a mia moglie e ai miei tre bambini e ho sempre lavorato onestamente. Il 31 gennaio 1997, malgrado la mia disponibilità sono stato prelevato, picchiato e incarcerato. Da allora vivo questa accusa come un macigno. Mi hanno accusato di aver intimidito i testimoni, ma io ho solo gridato la mia innocenza. Dicono che io sono una persona che non parla, ma è il capo-scorta che mi impedisce di parlare con i giornalisti. Signori giudici popolari, non voglio intenerirvi né mandare messaggi di pietà. Vi chiedo solo di giudicare con tranquillità secondo le prove e la coscienza».
Orazio Cicala, che ha confessato di aver guidato l'auto del commando omicida, dice: «Voglio solo chiedere scusa di cuore a quanti hanno voluto bene al dottor Gucci e anche al signor Onorato Giuseppe».
Ultimo a parlare è Ivano Savioni: «Egregio signor presidente e signori giurati, ho molto riflettuto in questi lunghi mesi: so che mi aspettano lunghi anni di carcere per quello che ho fatto. Chiedo perdono alle figlie di Gucci e ho orrore di quanto è accaduto andando oltre la mia volontà. Vi chiedo una giusta condanna».
La condanna si traduce in ergastolo solo per Ceraulo, riconosciuto come l'esecutore materiale dell'omicidio nonostante tutti i coimputati lo scagionino, forse per la paura che incute loro.
Patrizia Reggiani viene condannata a 29 anni di reclusione, come l'altro esecutore, Orazio Cicala; la pena per l'Auriemma è di 25 anni, per Savioni di 26 anni. Nella commisurazione della pena ha pesato il comportamento processuale degli imputati, in particolare la decisione di Savioni, per primo, di confessare, seguito poi dalla Auriemma e da Cicala. Solo la Reggiani e Ceraulo non hanno ammesso le loro responsabilità. La Corte condanna poi tutti gli imputati a pagare 200 milioni di lire come provvisionale per risarcire i danni morali e fisici inflitti a Giuseppe Onorato.
«La verità è figlia del tempo. Evidentemente non mi hanno creduto», commenta la Reggiani, che farà per settimane lo sciopero della fame.
Il giudice estensore della sentenza, Antonella Bertoja, impiega 177 pagine per ricostruire le indagini e il processo e analizzare le posizioni dei cinque imputati e i loro rapporti. L'atmosfera da "saga familiare" che contraddistingue la vicenda sembra abbia trasmesso qualche influsso anche sui giudici, che affrontano la sentenza con un incipit quasi romanzesco: «La sorte, fino a quel momento singolarmente generosa con Maurizio Gucci, si rivelò d'un tratto assurda e crudele la mattina del 27 marzo 1995...».
La mandante dell'omicidio, Patrizia Reggiani, è descritta come una donna dalla «personalità abnorme» ma con una volontà precisa: «Uccidere Maurizio nel modo più agevole, il più presto possibile», per vendetta ma anche per denaro.
Il movente viene infatti indicato, da un lato, nel rancore accumulato per anni dalla Reggiani dopo l'abbandono, dall'altro nei timori di ordine patrimoniale per la nuova relazione sentimentale con Paola Franchi e pure in una buona dose di avidità: la morte di Gucci avrebbe portato all'ex moglie, sia pure attraverso le figlie, «un patrimonio liquido di oltre 100 miliardi, l'uso di case in svariate parti del mondo, di barche da sogno».
I giudici riconoscono che la Reggiani aveva manifestato a tutti l'intento di uccidere Gucci, ma non le credono quando su questo presupposto costruisce la tesi di un complotto, una truffa ordita dalla Auriemma. Alla Reggiani, «fulcro e origine della vicenda», viene poi riconosciuto di avere «disturbi istrionico-narcisistici della personalità», che dopo gli anni felici con Maurizio hanno fatto emergere, una volta intervenuta la separazione, quegli aspetti «abnormi» che non le sono bastati a evitare una condanna, ma come attenuante l'hanno ridotta dall'ergastolo a 29 anni.
Giuseppina Auriemma viene ritenuta credibile, anche perché le intercettazioni telefoniche e ambientali, le dichiarazioni della "fonte confidenziale" della polizia divenuta un supertestimone, e soprattutto le date dei movimenti bancari della Reggiani (paragonate dalla Corte a «confessioni involontarie» dell'imputata) hanno fatto crollare ogni ipotesi sul suo progetto truffaldino contro l'ex moglie di Gucci.
Senza scampo, infine, il giudizio della Corte su Ceraulo, «freddo e pericoloso», capace di incutere un «sacrosanto terrore nei complici».
Di lui viene sottolineata la «lucida professionalità e freddezza» nelle fasi dell'omicidio, ma anche «il ruvido, arrogante comportamento processuale», così distante dalla condotta della Auriemma, di Savioni e Cicala.
È la paura di Ceraulo all'origine dell'atteggiamento di Cicala, che ha cercato di scagionarlo incolpando del delitto un "balordo" da lui stesso reclutato, ma che lo ha fatto solo per «mandargli un messaggio», temendo una sua vendetta nonostante fosse dietro le sbarre.
Nei mesi successivi alla sentenza, si fanno avanti strane figure con la promessa di rivelazioni straordinarie: otterranno solo denunce.
Un viado brasiliano accusa il suo ex protettore di essere il «vero killer» di Gucci, e fornisce una serie di particolari per cercare di incastrarlo.
Un uomo si presenta dai difensori della Reggiani sostenendo di avere le prove per «incastrare» la Auriemma e farle assumere il ruolo di vera mandante e organizzatrice del delitto, scagionando così l'ex moglie di Gucci.
Ma l'unico elemento che può riscrivere la sentenza è la denuncia per calunnia che la madre della Reggiani, Silvana Barbieri, e i suoi avvocati presentano contro la Auriemma.
Le rivelazioni e le accuse di quest'ultima sono state determinanti nella condanna decisa in primo grado. Se la sua credibilità venisse messa in discussione, potrebbe diventare uno strumento a favore della difesa della Reggiani.
Ma al processo d'Appello, celebrato nel 2000, l'accusa formula la stessa richiesta di condanna del pm Nocerino: nonostante della Reggiani si abbia notizia come di una donna malata e distrutta, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede per lei l'ergastolo.
Il movente del delitto, a suo dire, «non è passionale, ma banale e squallido: la fame di soldi. Invidia, odio, avidità e cattiveria» sono, secondo l'accusa, i tratti del carattere della Reggiani, dipinta come una donna «furba e non malata, intelligente, ma soprattutto furba».
Chi viene invece - parzialmente - rivalutata è Pina Auriemma, ritratta come donna che ama vivere al di sopra delle sue possibilità, che ha quindi bisogno di soldi e per questo «si attacca come l'edera» all'amica Patrizia.
«Non è una persona malvagia, ma opportunista e di scarsissima dignità: cerca un killer per uccidere un uomo che le ha fatto bene per un po'. Ma poi, a differenza della Reggiani, ha paura, si pente.
È la sola che rivela un barlume di umanità», e per questo il pm chiede di ridurre la pena da 25 a 22 anni.
Ivano Savioni è liquidato come «un poveraccio, privo di ogni senso morale».
Orazio Cicala, «la mente del gruppo», è sì «intelligente, lucido, calcolatore» ma con un vizio, il gioco, che lo porta alla rovina e a indebitarsi.
Quanto a Benedetto Ceraulo, il killer, è il personaggio più enigmatico: «Sembra un uomo irreprensibile e invece fa paura: è violento, freddo e determinato».
La Corte d'Appello respinge sia la richiesta della difesa di una nuova perizia psichiatrica per la Reggiani, sia l'istanza per la concessione degli arresti domiciliari.
In appello tutti gli imputati ottengono una riduzione della pena. Con le attenuanti generiche Patrizia Reggiani è condannata a 26 anni; identica sorte tocca a Orazio Cicala. Benedetto Ceraulo si vede commutare l'ergastolo in 28 anni e 11 mesi di reclusione. A Ivano Savioni e Pina Auriemma la pena viene diminuita di cinque anni e mezzo: il loro atteggiamento da "pentiti" è giudicato dalla Corte in maniera ancora più benevola rispetto al primo grado.
Respingendo tutti i ricorsi presentati dai difensori degli imputati come anche il ricorso della pubblica accusa, la Cassazione rende definitive le condanne decise in appello. Ma su Patrizia Reggiani non cala ancora il sipario.
Nel novembre del 2000 la donna tenta di suicidarsi nel carcere di Opera, dove è stata temporaneamente trasferita da quello di San Vittore: cerca di impiccarsi con un lenzuolo, ma viene salvata dagli agenti penitenziari. Secondo i suoi avvocati, soffre di una grave forma di epilessia e non riesce più neanche a camminare.
L'anno seguente le figlie della Reggiani, Allegra e Alessandra, presentano una istanza di revisione del processo sulla base di prove ritenute «nuove»: nell'omicidio di Maurizio Gucci non sussisterebbe il movente economico, e neppure quello causato dal timore della Reggiani di un nuovo matrimonio dell'ex marito.
Ma i giudici della Corte d'Appello di Brescia giudicano l'istanza inammissibile, non ritenendo tali «nuove prove» determinanti. Le figlie e la madre di Patrizia non si arrendono e presentano ricorso in Cassazione, con il sostegno di oltre 3500 firme raccolte dal "Comitato per Patrizia Reggiani". Davanti alla Suprema Corte l'avvocato dell'imputata Francesco Caroleo Grimaldi sostiene la tesi dell'infermità mentale. Anche questa richiesta viene però dichiarata inammissibile. La Reggiani deve restare in carcere.
Nel settembre 2013, dopo 17 anni di carcere, Patrizia Reggiani ha ottenuto l'affidamento ai servizi sociali ed ha lasciato il carcere di San Vittore. Oggi disegna borse di moda e assiste l'anziana madre.

giovedì 26 marzo 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 marzo.
Il 26 marzo 1927 partiva la prima macchina della Mille Miglia. Era l'Isotta Fraschini di Aymo Maggi e Bindo Maserati. A trionfare saranno Nando Minoja e Giuseppe Morandi, piloti della fabbrica di casa, la O.M., Officine Meccaniche. Al secondo e al terzo posto ci sono altre due O.M., per un tripudio tutto bresciano. Una corsa che entrerà nella leggenda, così come quell'epico primo finale: alle 6.02 del mattino del 27 marzo in viale Venezia a Brescia, ci sono solo meccanici e addetti ai lavori. Nessuno riteneva possibile percorrere 1600 km in ventuno ore.
La corsa venne ideata come gara unica (non a tappe) e organizzata dal conte Aymo Maggi con l'aiuto di Renzo Castagneto, dotato di ottime capacità organizzative, in risposta alla mancata assegnazione a Brescia, loro città natale, del Gran Premio d'Italia; tutto ciò insieme a Franco Mazzotti primo finanziatore.
Fu scelto un percorso a forma di "otto" da Brescia a Roma e ritorno, su una distanza di circa 1.600 km (corrispondenti a circa mille miglia, da cui il nome). Solo dopo la fine della prima Mille Miglia si decise, visto l'enorme successo, di ripetere la prova negli anni a venire.
Nelle successive edizioni il tracciato fu modificato per tredici volte.
Il 1938 fu segnato da un grave incidente subito dopo Bologna. Una Lancia Aprilia, infatti, uscì di strada e finì sulla folla uccidendo dieci spettatori, tra cui sette bambini. Altre ventitré persone restarono ferite. Le cause dell'incidente non furono mai del tutto chiarite. Ad ogni modo, il capo del governo, Benito Mussolini, decise di non concedere più l'autorizzazione per gare di corsa su strade pubbliche.
Tra il 1941 e il 1946 la corsa non si disputò a causa della partecipazione dell'Italia alla seconda guerra mondiale.
La corsa riprese alle 14.00 del 21 giugno 1947 con la vittoria di Biondetti in coppia con Romano sulla poderosa e potentissima "Alfa Romeo 8C 2900B aspirato berlinetta Touring" in 16 ore 16 minuti e 39 secondi. Ma il record assoluto se lo aggiudicò il famoso pilota inglese Stirling Moss che nel 1955 percorse i 1600 km in 10 ore e 8 minuti, al volante di una Mercedes-Benz 300 SLR numero 722. Si narra che il suo navigatore Denis Jenkinson compì una ricognizione del percorso, annotandone le caratteristiche su un rotolo di carta lungo quattro metri e mezzo che usò per dirigere Moss durante la gara.
Nel 1957 un fatale incidente avvenuto sulla Goitese nei pressi di Guidizzolo (ma nel territorio comunale di Cavriana), in provincia di Mantova, e causato dallo scoppio di uno pneumatico, costò la vita al pilota spagnolo Alfonso de Portago, al navigatore americano Edmund Gurner Nelson, e a nove spettatori, tra i quali erano cinque bambini. La corsa venne definitivamente sospesa. A seguito dell'incidente Enzo Ferrari, costruttore della vettura coinvolta nell'incidente, subì un processo che durò alcuni anni e dal quale uscì assolto.
Dal 1977 la «Mille Miglia» rivive sotto forma di gara di regolarità per auto d'epoca. La partecipazione è limitata alle vetture, prodotte non oltre il 1957, che avevano partecipato alla corsa originale. Il percorso (Brescia-Roma andata e ritorno) è lo stesso della gara originale, così come il punto di partenza/arrivo (allora Viale Rebuffone, oggi Viale Venezia).

mercoledì 25 marzo 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 marzo.
Il 25 marzo 1996 l'Unione Europea vieta l'importazione negli altri paesi membri della carne bovina proveniente dal Regno Unito, a causa dell'epidemia di BSE (encefalopatia spongiforme bovina).
Comunemente nota come "morbo della mucca pazza", è una malattia del gruppo delle Encefalopatie Spongiformi Trasmissibili (TSE), o malattie da prioni, che colpisce prevalentemente bovini, ed è causata da un agente infettivo non convenzionale: è ormai generalmente accettato che questo agente infettivo non sia un virus, bensì una proteina modificata rispetto alla forma “non patologica”, definita “prione”.
La malattia prende il nome dalle lesioni encefaliche, che appaiono all’esame microscopico come aree otticamente vuote che ricordano appunto l’aspetto “di spugna”. Gli esami dei tessuti cerebrali delle mucche con la forma conclamata di malattia, mostrano chiaramente la presenza delle tipiche lesioni spongiformi, causate dall’accumulo nei neuroni della forma patologica (PrPsc, acronimo da Prion Protein Scrapie) di una proteina, detta PrPc, fisiologicamente presente nelle cellule nervose bovine come anche in quelle degli altri animali e dell’uomo.
La malattia colpisce maggiormente le mucche da latte, che si ammalano con maggior frequenza all’età di circa 5 anni. Dal punto di vista clinico i sintomi rilevabili sono prevalentemente di tipo neurologico, tra cui prevalgono modificazioni del comportamento, della sensibilità, del movimento. Nella maggior parte dei casi, questi sintomi sono i primi a comparire. La mucca diventa ansiosa, nervosa e aggressiva, sembra intimorirsi dall’avvicinamento dell’uomo e reagisce in modo eccessivo agli stimoli esterni (per esempio durante la mungitura, oppure quando qualcuno si avvicina eccessivamente o in modo improvviso). A questi comportamenti si possono associare sintomi che rivelano un coinvolgimento del sistema nervoso autonomo, come la diminuzione della frequenza di ruminazione e del battito cardiaco, e la caduta della produzione lattea.
Man mano che la malattia progredisce i deficit nella capacità di movimento e nella postura si fanno più accentuati: le mucche tendono a rimanere con la testa abbassata, vanno soggette a tremori involontari e l’andatura si fa barcollante. Incespicano e cadono spesso sulle zampe posteriori, fino a punto in cui non riescono a mantenere la stazione eretta.
La BSE è stata diagnosticata per la prima volta nel Regno Unito nel 1986. Si riteneva fosse una malattia specifica della specie bovina, finché non furono descritte, a partire dal 1990, nuove forme morbose analoghe nel gatto e in alcune specie di felidi e di ruminanti selvatici di giardini zoologici inglesi, alimentati con carni e mangimi con componenti di farine di carne ed ossa di ruminanti. Fin dal 1988 erano stati sollevati sospetti di un legame tra la BSE e la somministrazione di farine animali negli allevamenti bovini inglesi. Sospetti che nello stesso anno sfociarono nella messa al bando ufficale di questi prodotti dall’alimentazione dei ruminanti del Regno Unito, seguita da analoga decisione comunitaria dal 1994.
Nel Regno Unito si sono contati fino ad ora circa 190.000 casi di BSE: il picco si è riscontrato nel 1992 con oltre 37.000 nuovi casi, contro i poco più di mille del 2000. A luglio del 2001, nel resto della Comunità Europea sono stati diagnosticati circa 2000 casi di BSE. Attualmente si ritiene che la crisi sia stata innescata dal “riciclaggio” del prione attraverso l’utilizzo di carcasse di bovini affetti da BSE nella produzione di farine di carne ed ossa destinate all’alimentazione animale.
Per quanto riguarda l’origine della malattia fra i bovini, ci sono diverse ipotesi. Il modello accettato dalla maggior parte degli esperti è di tipo multifattoriale: l’aumento della proporzione di farine di carne che venivano usate nella dieta delle bovine da latte, il riciclo delle carcasse infette, nonché le modifiche nella tecnologia di produzione delle farine a partire dal 1981-82, avrebbero innescato e favorito l'amplificazione fra i bovini di un agente raro e non ancora identificato, oppure di un ceppo dell’agente della scrapie delle pecore.
L’attitudine dimostrata dall’agente della BSE al cosiddetto “salto di specie” ha portato nuova apprensione quando, nel 1996, fu descritto il primo caso della cosiddetta nuova variante della malattia di Creutzfeld-Jakob (nvCJD). Dal 1996 ad oggi sono stati segnalati circa 100 casi di nvCJD (picco nel 2000 con 28 casi), di cui 3 soltanto al di fuori del Regno Unito. Oggi è di fatto generalmente accettato che la malattia sia dovuta all’esposizione a materiali specifici a rischio (SRMs), cioè a tessuto nervoso e ad altri tessuti bovini in cui è stata dimostrata la presenza dell’agente.
Oggi, a livello di sanità pubblica, la malattia viene considerata prioritaria per la percezione che l’opinione pubblica europea e mondiale ha avuto ed ha attualmente del problema. Il timore di contrarre una malattia comunque letale (al pari della rabbia, per esempio) può costituire una chiave di lettura per interpretare la profonda crisi e la perdita di fiducia di parte dei consumatori nei confronti della carne bovina. In Italia, nel primo semestre 2001, in seguito all’entrata in vigore delle disposizioni che prevedono i test per BSE su tutti i capi macellati oltre i 24 mesi di vita e alla positività in alcuni di essi, si è assistito a una riduzione notevole del consumo di carni bovine. La crisi BSE si è aggiunta ad altre questioni legate alla più generale problematica della sicurezza alimentare. Al 3 gennaio 2002 secondo il Ministero della Salute sono stati rilevati 49 casi positivi su oltre 455.000 analisi effettuate.
Per quanto riguarda le disposizioni comunitarie per l’adozione di un Sistema di Sorveglianza Permanente, l’Italia è all’avanguardia o comunque al passo con gli altri Stati Membri: è previsto infatti l’esame obbligatorio per tutti i bovini con sintomi, l’effettuazione dei test BSE in laboratori autorizzati delle categorie a rischio, (si testano tutti i morti in stalla e tutti i bovini macellati di età uguale o superiore a 24 mesi). Sembra tuttavia opportuno potenziare gli sforzi per altri due punti espressamente indicati dalla Comunità Europea: l’ottenimento di risultati di Risk Analysis per tutti i potenziali fattori di insorgenza della malattia e la loro evoluzione nel tempo e l’implementazione di un programma di formazione destinato a veterinari, allevatori, ed altre categorie di operatori allo scopo di incoraggiare la segnalazione di casi clinici sospetti.
Nell'ottobre del 2005 il Comitato veterinario della l'UE pone fine al bando che, da marzo 2001, vietava il consumo della bistecca con l'osso. La "fiorentina" torna sul tavolo degli Italiani.

martedì 24 marzo 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 marzo.
Il 24 marzo 1999, un camion che trasporta farina e margarina si incendia dentro al tunnel del Monte Bianco.
Fin dalle prime immagini televisive del Telegiornale delle 13, si comprendeva che si trattava di una vera e propria tragedia e non di un semplice incidente; nei primi telegiornali il telecronista, pur evidenziando le enormi difficoltà che incontravano i soccorsi ad entrare per la grande potenza con cui si era in pochi minuti sviluppato l'incendio, riferiva che, sulla base delle prime stime, si prevedeva che solo tre o quattro veicoli fossero rimasti intrappolati tra le fiamme. Purtroppo, man mano che le ore passavano il bilancio diventava sempre più preciso e i bollettini della mattina del 25 marzo riferivano di una trentina di veicoli intrappolati tra le fiamme e di decine di morti. Successivamente, quando dopo oltre trenta ore si riuscì a domare l'incendio ed i soccorritori poterono avvicinarsi ai veicoli incendiati, il bilancio fu definitivo: 39 morti, di cui 37 utenti e 2 soccorritori: il capo squadra dei VV.F. francesi (comandante Tosello) ed il motociclista della Società italiana del traforo (Tinazzi).
Dopo questi drammatici avvenimenti, il tunnel restò chiuso per tre anni e riaperto unicamente per le automobili il 9 marzo 2002, dopo lunghi lavori di riparazione e ristrutturazione (la volta, fortemente danneggiata, è stata completamente rifatta). Questi sono stati i principali interventi adottati dopo il rogo:
La creazione di nicchie ogni cento metri.
Un posto di soccorso è stato costruito nel centro del tunnel, con un veicolo attrezzato allo spegnimento delle fiamme e un gruppo di pompieri presenti in permanenza sul posto.
Costruzione di rifugi collegati ad una galleria d'evacuazione indipendente (sotto la carreggiata).
Costruzione di una sala di comando unica.
Le regole di utilizzo del tunnel sono state cambiate con l'unificazione delle due società concessionarie sotto una unica società, la GEIE-TMB. Sono stati costituiti dei gruppi di lavoro comuni italo-francesi per assicurare la gestione corrente e la sicurezza. È stata interdetta la circolazione ai mezzi che trasportano materiali pericolosi e ai veicoli inquinanti (dal peso superiore alle 3,5 tonnellate e euro 0); la velocità è stata notevolmente ridotta e la distanza di sicurezza tra i veicoli aumentata (150 m tra i veicoli in movimento e 100 m tra i veicoli fermi).
l tribunale di Bonneville (Alta Savoia) il 27 luglio 2005 ha emesso una prima sentenza. A conclusione di una lunga istruttoria, il giudice ha considerato che "la catastrofe poteva essere evitata".
Gerard Roncoli, il capo della sicurezza di competenza francese, è stato condannato a trenta mesi di prigione (con la condizionale).
Gilbert Degrave, l'autista del camion che ha originato l'incendio, è stato condannato a quattro mesi di prigione (con la condizionale)
Michel Charlet, il sindaco di Chamonix, è stato condannato a sei mesi di prigione e a 1.500,00 Euro d'ammenda.
Ogni anno il 23 marzo molti motociclisti si riuniscono all'ingresso del tunnel, per ricordare Pierlucio Tinazzi detto "Spadino", addetto alla sicurezza della TmB, che grazie alla sua moto ed al suo coraggio riusci a salvare dal rogo molte vite, ma sfortunatamente entrato nel tunnel l'ultima volta per salvare un camionista, perse la vita sopraffatto dalle fiamme.

lunedì 23 marzo 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 marzo.
Il 23 marzo 1900 nacque a Francoforte sul Meno Erich Fromm. Figlio di un ricco commerciante israelita di vini, fu educato in un' atmosfera rigidamente religiosa. Dopo aver completato la sua educazione secondaria, nel 1922, a 22 anni, si laurea a Heidelberg in filosofia con una tesi " Sulla funzione sociologica della legge ebraica nella Diaspora ". Mentre prepara la sua dissertazione, Fromm è ancora un ebreo ortodosso che si interroga sui timori che suscitava "negli uomini semplici" la figura dell'ebreo. Tenta quindi di offrire delle spiegazioni., individuando nella legge la forza che garantisce al corpo sociale ebraico di permanere nel suo scontro con corpi storici estranei. Utilizzando gli strumenti concettuali di Max Weber, Martin Buber e Hermann Cohen, propone una ricostruzione sociologica delle origini della diaspora, del rabbinismo, dei rapporti con il cristianesimo e con l'islam con un excursus storico sul crinale di quella legge che evita l'autodistruzione e permette il compromesso con i non ebrei, preservando l'identità nel corso del tempo. Fromm concentra la sua analisi su alcuni momenti della storia religiosa che ritiene esemplari. Negli anni Settanta, sull'onda del successo dei suoi libri, la tesi viene pubblicata. In seguito studiò psicanalisi a Monaco svolgendo anche attività di psicanalista presso l'Istituto psicanalitico di Berlino e di Francoforte. Non si laureò in medicina. Cominciò a praticare la psicoanalisi nel 1925 e divenne presto famoso. Dal 1929 al 1932 fu assistente nell'Università di Francoforte, e nel 1930 la sua prima tesi sulla funzione delle religioni, fu pubblicata in "Imago", una rivista edita da Freud. Invitato all'Istiituto di psicoanalisi di Chicago, visitò gli Stati Uniti nel 1933. Nel 1934, per opposizione al nazismo, lasciò la Germania per stabilirsi permanentemente negli Stati Uniti. Tenne lezioni all' Università di Columbia dal 1934 al 1939 e in altre università americane. Nel 1951 divenne professore del dipartimento di psicanalisi dell' Università nazionale del Messico. Nel 1955 fu nominato Direttore del dipartimento di psicologia della stessa Università del Messico col compito di dirigere l'addestramento di psicoanalisi e di psichiatria. Nel 1962 diventa titolare di una cattedra di psichiatria a New York. Erich Fromm è considerato uno dei maggiori rappresentanti della psicologia post-freudiana . La sua posizione propositiva è stata definita "Socialismo umanistico", utopia di un mondo umano che sappia realizzare le istanze sociali e superare l'alienazione dell'uomo, le spinte a fuggire dalla libertà, che sappia vivere l'amore per la vita. Le opere più importanti di Fromm sono : " Fuga dalla libertà " (1941); " Psicoanalisi e religione " (1950); " Il linguaggio dimenticato " (1951); " Psicoanalisi della società contemporanea " (1955); " L'arte di amare " (1956); " Buddismo, zen e psicoanalisi " (1960); " Marx e Freud " (1962); " Il cuore dell'uomo " (1964 ); " La rivoluzione della speranza " (1968); " Anatomia della distruttività umana " (1973); " Avere o essere " (1976); " Grandezza e limiti della psicoanalisi di Freud "(1979). Fromm insieme a Adorno, Horkheimer e Marcuse diventa uno dei maggiori esponenti della Scuola di Francoforte , che nei primi anni del secondo dopoguerra si afferma nella cultura tedesca. La nuova corrente di pensiero, fortemente influenzata dal marxismo, si ispira a diverse matrici culturali: la dialettica e la fenomenologia hegeliana, il nichilismo di Nietzsche e di Heidegger, la psicoanalisi di Freud. La Scuola con il marxismo ha un rapporto tormentato e complesso per motivi sia teorici che pratici poiché respinge il concetto cardine del marxismo del progresso sociale che conduce al consumismo e alla tecnocrazia. La Scuola si oppone ai regimi totalitari di ispirazione marxista degli anni Cinquanta e Sessanta. Il nucleo originario si costituisce a partire dal 1922 presso l'Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, destinato a diventare particolarmente importante quando, nel 1931, ne prende la direzione Max Horkheimer. Dopo l'avvento del nazismo i componenti della Scuola sono costretti a trasferirsi all'estero, soprattutto negli Stati Uniti d'America e solo alcuni di loro torneranno in Germania alla fine della guerra. Il compito che la Scuola si prefigge è quello di svolgere ricerche collettive e interdisciplinari, tenendo presenti i metodi della sociologia, della ricerca storica, dell'economia politica e del marxismo. Oggetto di studio sono le società industriali e i modi di vivere che in esse tendono a realizzarsi. L'indagine è volta ad analizzare l'autoritarismo, il conformismo, l'alienazione che si presentano in forma più o meno latente nelle società industrializzate ed è condotta prendendo in considerazione anche le manifestazioni culturali e in particolare le avanguardie artistiche del Novecento. La contestazione giovanile del 1968 sembra ispirarsi alla Scuola di Francoforte che in questo periodo suscita pertanto un rinnovato interesse nel mondo della cultura. Di orientamento socialista e materialista, la Scuola ha elaborato le sue teorie e svolto le sue indagini alla luce delle categorie di totalità e dialettica: la ricerca sociale non si dissolve in indagini specializzate e settoriali; la società va indagata come un tutto nelle relazioni che legano gli ambiti economici con quelli culturali e psicologici. E' qui che si instaura il nesso tra Hegelismo, Marxismo e Freudismo che tipicizzerà la Scuola di Francoforte. La teoria critica si prefigge di far emergere le contraddizioni fondamentali della società capitalistica e punta ad uno sviluppo che conduca ad una società senza sfruttamento. Con la presa del potere da parte di Hitler il gruppo francofortese emigra prima a Ginevra, poi a Parigi e infine a New York. Dopo la seconda guerra mondiale Marcuse, Fromm, Lowenthal e Wittfogel restano negli Stati Uniti, mentre Adorno, Horkheimer e Pollock tornano a Francoforte, dove nel 1950 rinasce L'Istituto per la ricerca sociale. Nella scuola di Francoforte si propone e sviluppa la teoria critica della società che avversa il tipo di lavoro della sociologia empirica americana. Per i francofortesi la sociologia non si riduce né si dissolve in indagini settoriali e specialistiche, in ricerche di mercato (tipiche, queste, della sociologia americana). La ricerca sociale è, invece, per loro, la teoria della società come un tutto, una teoria posta sotto il segno delle categorie della totalità e della dialettica e tesa all'esame delle relazioni intercorrenti tra gli ambiti economici, psicologici e culturali della società contemporanea. Siffatta teoria è critica in quanto da essa emergono le contraddizioni della moderna società industrializzata e in particolar modo della società capitalistica. Per maggior precisione il teorico critico " è quel teorico la cui unica preoccupazione consiste in uno sviluppo che conduca ad una società senza sfruttamento ". Il primo lavoro di rilievo della Scuola di Francoforte è il volume collettivo "Studi sull'autorità e la famiglia" (1936): la famiglia, come anche la scuola o le istituzioni religiose, viene vista quale tramite dell'autorità e dell'insediarsi di questa nella struttura psichica degli individui. Un lavoro analogo verrà successivamente progettato in America: i suoi esiti sono pubblicati nel volume "La personalità autoritaria". L'analisi più significativa compiuta da Fromm è quella relativa al tema della fuga dalla libertà che caratterizza la civiltà moderna. La storia dell'umanità è storia della libertà e ha inizio quando l'uomo, diventato consapevole della propria esistenza, spezza il legame che lo lega alla natura entro la quale era immerso, così come la storia individuale ha inizio con la separazione dalla madre. L'esistenza umana comincia quando l'adattamento alla natura perde il suo carattere coercitivo; quando il modo di agire non è più fissato da meccanismi ereditari. In altre parole, sin dall'inizio l'esistenza umana e la libertà sono inseparabili. Lo sviluppo della storia ha determinato una serie di conquiste quali il dominio sulla natura, la crescita della ragione, lo sviluppo della solidarietà verso altri uomini, ma ha causato anche isolamento, insicurezza, solitudine. Dalla fine del Medioevo in poi è cresciuta la libertà degli uomini rispetto alla natura e ai legami della tradizione e delle consuetudini del passato. Questa accresciuta libertà ha determinato, però, una perdita di significato dell'esistenza: l'uomo si sente solo, anonimo, impotente. Vive in modo spersonalizzante il lavoro e, ridotto al ruolo di consumatore, avverte la propria limitatezza anche di fronte alle scelte politiche. Tale insicurezza e precarietà determinano alcuni comportamenti di fuga dalla libertà che investono la società in tutti i suoi aspetti, anche quelli politici. Pertanto lo sviluppo dei regimi totalitari del fascismo e del nazismo non ha spiegazione solo a carattere economico e sociale ma anche psicologico poiché ha a che fare con questa tendenza dell'uomo moderno a fuggire dalla libertà che diventa dolorosa e a rinunciare alla responsabilità e all'autonomia delle scelte, rendendolo disponibile a sottomettersi a un regime politico autoritario. Altro punto fondamentale dell'analisi di Fromm in "Fuga dalla libertà" è quello relativo al tema dell' autorità , dove viene operata una distinzione molto chiara tra autorità e autoritarismo, indicati con i termini di "autorità razionale" e "autorità inibitoria". L'autorità non è una qualità ma si riferisce a un rapporto interpersonale, in cui una persona considera un'altra superiore a se stessa. Nel caso dell'autorità razionale, assistiamo a un processo in cui un rapporto si basa su una differenza gerarchica (come avviene per esempio tra insegnante e alunno): la parte inferiore riconosce all'altra una superiorità effettiva che non opera però nei suoi confronti in termini di sfruttamento. E' un rapporto in cui la parte superiore offre all'altra una serie di strumenti che le consentono di avvicinarsi al suo livello e in questo senso si tratta di un rapporto di scambio reciproco su una base affettiva positiva. Si parla invece di autorità inibitoria quando il rapporto di sudditanza viene mantenuto e consolidato da chi ha potere. Fromm prende in considerazione anche le diverse forme di autorità come quelle che si realizzano nel rapporto tra padrone-operaio, padre-figlio, moglie-marito, ecc. L'importanza di Fromm risiede proprio nel tentativo di analizzare i grandi temi della vita sociale in un'ottica psico-sociologica che dà conto dell'importanza dei fattori culturali e sociali nello sviluppo della personalità. Anche il conformismo dilagante nella società moderna, l'assunzione acritica e automatica dei modelli di comportamento proposti dalla società comportano l'annullamento della personalità dell'individuo. In sostanza, si tratta di un meccanismo psicologico di difesa messo in atto per fuggire dalla paura e dalla solitudine, in ultima analisi per fuggire dalla libertà. L'uomo cessa di essere un atomo isolato attraverso la libertà positiva con la realizzazione spontanea e completa della sua personalità e dei rapporti d'amore che lo legano agli altri uomini e al lavoro come creatività. Solo la libertà positiva garantisce la possibilità di un' autentica democrazia . L'analisi della società contemporanea porta all'individuazione del suo carattere fondamentale e cioè dell' alienazione come effetto del capitalismo sulla personalità umana. L'alienazione caratterizza i rapporti dell'uomo con il lavoro, con gli altri uomini, con le cose, con se stesso. In "Psicoanalisi della società contemporanea" viene esaminata con estrema lucidità la situazione dell'uomo moderno in una società la cui principale preoccupazione è la produzione economica più che l'aumento della produttività creativa dell'uomo: una società dove l'uomo ha perduto il predominio. L'uomo moderno è estraniato dal mondo che egli stesso ha creato, alienato dagli altri uomini, dalle cose che usa e consuma, dal suo governo, da se stesso. Egli è ora " una personalità fittizia ". Se si lascerà che le tendenze attuali si sviluppino senza controllo, ne risulterà una società malata, costituita da uomini alienati. Fromm presenta in questo modo una completa e sistematica concezione della psicoanalisi umanistica e propone un'ipotesi di società "mentalmente sana" in cui l'uomo sia il centro dell'interesse delle attività economiche e produttive, evidenziando così l'alternativa tra il sistema capitalistico e la dittatura totalitaria. In "Psicanalisi e religione", Fromm discute il bisogno dell'uomo di una struttura di orientamento con cui egli può superare la sua alienazione e stabilire relazioni con gli altri. Questo bisogno può essere soddisfatto da un' ideologia, da una religione, o persino da una nevrosi mentale. Fromm confronta questo tipo di psicoanalisi che chiama cura dell'anima con le religioni che accentuano il potere e la forza dell'individuo: " la cura dell' anima è quella di mettere un uomo in contatto col suo subcosciente aiutandolo così ad essere libero di stabilire relazioni d' amore ". Il metodo normale per superare l'isolamento è stabilire spontaneamente relazioni col mondo attraverso l'amore e lavorare senza sacrificare l'indipendenza e l'integrità del processo. Nel suo lavoro di analista Fromm scopre una grande varietà di altri meccanismi d'evasione che sono alternativi all'amore: masochismo, sadismo, distruttività, conformismo. Essi producono una riduzione dell'alienazione e dell'ansia ma solo al caro prezzo della rinuncia della propria individualità. L'uomo alienato diventa estraneo a se stesso, non si riconosce come centro del suo mondo e come protagonista delle sue scelte, ma i suoi atti diventano i suoi padroni e a questi si sottomette. Nella società dominata dal denaro e dal consumo, l'uomo concepisce se stesso come una cosa in vendita. Nella società capitalista il consumo diventa fine a se stesso, fa nascere nuovi bisogni e costringe all'acquisto di nuove cose, si perde di vista l'uso delle cose e l'uomo è schiavo del possesso. Si può uscire dall'alienazione solo costituendo un tipo di società organizzata secondo il " socialismo comunitario " con la partecipazione di tutti i lavoratori alla gestione del mondo del lavoro. Il socialismo comunitario prospettato da Fromm è vicino alle posizioni dei socialisti utopistici ed è influenzato dal sindacalismo e dal socialismo corporativista. In "Avere o Essere" Fromm propone all'uomo contemporaneo la scelta netta tra due categorie, due progetti di uomo: o quello dell'avere, dominante nella società capitalistica dei consumi, o quello dell'essere, della realizzazione dei bisogni più profondi dell'uomo. L'analisi di Fromm individua due modi di determinarsi dell'esistenza dell'uomo nella società:

avere, modello tipico della società industrializzata, costruita sulla proprietà privata e sul profitto che porta all'identificazione dell'esistenza umana con la categoria dell'avere, del possesso. Io sono le cose che possiedo, se non possiedo nulla la mia esistenza viene negata. In tale condizione l'uomo possiede le cose ma è vera anche la situazione inversa e cioè le cose possiedono l'uomo. L'identità personale, l'equilibrio mentale si fonda sull' avere le cose.

essere è l'altro modo di concepire l'esistenza dell'uomo ed ha come presupposto la libertà e l'autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all'arricchimento della propria interiorità. L'uomo che si riconosce nel modello esistenziale dell'essere non è più alienato, è protagonista della propria vita e stabilisce rapporti di pace e di solidarietà con gli altri.

Fromm ritiene necessario attuare una nuova società, fondata sull'essere, liberata dalla categoria dell'avere , che garantisca, a livello politico e nell'ambito del lavoro, la partecipazione democratica di tutti gli uomini. Il rapporto tra l'uomo e la società differisce da quello di Freud per il quale l'uomo è fondamentalmente antisociale e deve essere addomesticato dalla società. Sia la psicoanalisi che il marxismo hanno parzialmente fallito nel loro intento, spiega Fromm in "Marx e Freud". Né l'una né l'altro sono in grado di produrre sostanziali cambiamenti della condizione umana: la psicoanalisi e il marxismo sembrano aver perso la loro carica liberatrice e non sono in grado di fornire la comprensione dei processi in atto. C'è bisogno di una revisione sia per l'una che per l'altro. Della psicoanalisi freudiana, oltre a criticare l'impianto meccanicistico, retaggio di una cultura positivista, Fromm denuncia il carattere borghese proprio dell'epoca e dell'ambiente in cui Freud viveva. Freud non ha espresso nella sua psicoanalisi la vera natura umana, ma solo quella di una società capitalistica, egoista e maschilista riducendo i rapporti tra uomo e mondo solo in termini di soddisfacimento libidico. Nella società alienata del capitalismo non sono, però, i bisogni e le potenzialità umane ad essere realizzati, ma i bisogni socialmente indotti dal mercato. Il marxismo d'altra parte non ha colto il peso che le forze psicologiche, attraverso i meccanismi di riproduzione sociale, hanno sulla personalità degli individui. In "Fuga dalla libertà" Fromm analizza i meccanismi che hanno operato nella storia dell'uomo, in particolar modo analizzando la storia moderna dell'Occidente, che ha spesso visto gli uomini fuggire dalla libertà, cedere la libertà mantenendo l'appartenenza alla società, luogo di sicurezza contro la solitudine. Anche il totalitarismo nazista può essere spiegato con questi meccanismi. Famosa è l'analisi psicoanalitica che egli fa di Hitler, descritto come sadico con il popolo tedesco, che domina e sottomette e masochista nei confronti del destino. Non sembra, però, che Fromm attribuisca a un processo rivoluzionario la possibilità di superamento dell'alienazione. La psicoanalisi può compiere la necessaria critica dell'alienazione dell'uomo contemporaneo e della sua infelicità. Mentre la società capitalista preferisce personalità ferme a stadi pregenitali, demandando alla famiglia il compito della repressione sessuale, Fromm guarda ad una sessualità genitale, che egli vede come simbolo di libertà, creatività, socievolezza. E' stata notata in Fromm una lettura di Marx nella quale i valori della vita, del lavoro liberato, dell'utopia e del Socialismo vengono contrapposti ai valori della morte, dello sfruttamento, dell'alienazione e del capitalismo. In particolare, fra i valori che nella lettura di Fromm vengono esaltati, fondamentale è quello dell'amore. In "L'arte di amare", che è la sua opera più nota e più popolare, discute cinque tipi di amore : amore fraterno, amore tra genitori e figli, amore erotico, amore per se stessi, amore per Dio. Tutte queste forme di amore hanno elementi comuni e devono essere basati sul senso di responsabilità, rispetto e conoscenza. Per ogni individuo l'amore è il modo normale di superare il senso di isolamento e, come desiderio di unione con gli altri, assume una forma specificamente biologica tra l'uomo e la donna. Fromm afferma che è errato interpretare l' amore come una reciproca soddisfazione sessuale poiché una completa felicità sessuale si raggiunge soltanto quando c'è l'amore. La concentrazione sulla tecnica sessuale come se questa rappresentasse la via alla felicità è, egli afferma, una delle molti ragioni per cui l'amore è diventato così raro nella moderna società capitalistica. Fromm crede che l'amore sia l'unica e soddisfacente risposta al problema dell'esistenza umana. L'amore non può essere insegnato, bensì deve essere acquisito tramite uno sforzo continuo, disciplina, concentrazione e pazienza, tutte cose che sono difficili per la pressione continua della vita moderna. Il più importante contributo di Fromm sta nell' accentuazione della dignità e del valore dell'individuo . A differenza degli psicologi del comportamento, egli non riduce l'uomo ad un comune denominatore di istinti e considera il sesso molto meno importante dell'amore. Le sue idee sulla teoria della pratica dell'amore sono della massima importanza poiché dimostrano che uomini e donne possono superare le pressioni della vita quotidiana e le difficoltà che essi incontrano quando vogliono formare mature relazioni d'amore. Dal punto di vista strettamente psicanalitico, Fromm è noto per aver approntato una teoria della personalità . Formatosi innanzitutto come sociologo, Fromm ha saputo coniugare il pensiero di Freud con molti altri grandi filoni culturali, da Marx alla tradizione ebraica. All'interno di questa vasta sintesi dottrinale, si trova anche una teoria della personalità ed una caratterologia, nata come tipologia causale, studiata empiricamente con indagini sul campo e con uso di test proiettivi. La tipologia di Fromm è centrata sul concetto di produttività. Il carattere "produttivo" è quello pienamente sviluppato, non alienato, maturo e ricco di amore per la vita; questo è il punto di riferimento, cui tendono gli altri tre tipi principali, che sono il "ricettivo", l' "appropriativo" e il "mercantile". I tre tipi non costituiscono categorie fisse, ma piuttosto, come in tutti i sistemi caratterologici moderni, delle tendenze presenti in una certa proporzione in ogni carattere. E' significativo quindi non solo il caso in cui una tendenza appare più sviluppata delle altre, ma anche il caso contrario, in cui una tendenza appare appena accennata. Inoltre, la produttività non esclude che il carattere possa essere classificato come appartenente ad uno degli altri tipi; il pieno sviluppo delle potenzialità umane può essere raggiunto attraverso vie differenti. In "Analisi della distruttività umana", Fromm ha descritto anche un altro tipo interamente negativo, il "necrofilo", amante della morte e nemico della vita; questo rappresenta un caso limite, patologicamente lontano dai valori del carattere produttivo. E' raro, fortunatamente, che il necrofilo possa incontrarsi allo stato puro, ma può presentarsi allo stato di tendenza nelle persone troppo affascinate dalla tecnica e dall'ordine.

domenica 22 marzo 2015

Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 marzo.
Il 22 marzo 1796 prendeva servizio a Roma per conto del Papa, Mastro Titta, al secolo Giambattista Bugatti, boia ufficiale dello Stato Pontificio per ben 68 anni.
Nato a Roma nel 1779, nella sua lunga carriera di "maestro di giustizia" Mastro Titta praticò ben 516 esecuzioni, tutte diligentemente descritte nelle sue "Annotazioni", dal 22 marzo 1796 al 17 agosto 1864, quando, all'età di 85 anni, fu collocato a riposo da Pio IX con una pensione mensile di 30 scudi.
Prima di ogni esecuzione Mastro Titta si confessava e si comunicava, poi indossava il mantello rosso e si recava a compiere l'opera. Quando mazzolava, impiccava, squartava o decapitava, il boia operava con uguale abilità e spesso svolgeva la sua attività anche nelle province. Così annotava gli esordi della carriera di boia: «Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati».
Nella Roma ottocentesca celebri viaggiatori rimasero colpiti dalla crudezza delle scene di esecuzione capitale cui assistettero, come Lord Byron, che conobbe Mastro Titta quando il boia s'avvicinava verso la duecentesima "giustizia". Il poeta inglese, dopo aver assistito a tre esecuzioni capitali tramite ghigliottina, nel 1813 così scriveva al suo amico ed editore John Murray: «La cerimonia, - compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell'ascia, lo schizzo del sangue e l'apparenza spettrale delle teste esposte - è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell'agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi».
Charles Dickens restò molto impressionato da un'esecuzione cui aveva assistito in via de' Cerchi, intorno al 1865, e commentava con queste parole la scena: «Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello, all'infuori del momentaneo interesse per l'unico disgraziato attore». Quando il cadavere fu portato via, la lama detersa, e il boia s'allontanava ripassando il ponte, lo scrittore amaramente così concludeva le sue riflessioni: and the show was over.
Infine Massimo D'Azeglio, in alcune pagine de "I miei ricordi", sintetizzò la barbarie della giustizia praticata nella Roma di quegli anni descrivendo un'immagine vista a Porta San Giovanni: «In una gabbia di ferro stava il cranio imbiancato dal sole e dalle pioggie di un celebre malandrino».
Simili scene, però, si ripetevano quotidianamente in tutte le nazioni civili e, nonostante i principi di umanizzazione della pena professati dagli Illuministi e affermati nel celebre libro "Dei delitti e delle pene" da Cesare Beccaria, la "liturgia del dolore" rappresentata in occasione delle esecuzioni capitali pubbliche continuò a trovare sostenitori per tutto il secolo XIX.
Il nomignolo dato al Bugatti fu poi esteso anche ai suoi successori: in alcune terre che fecero parte dello Stato Pontificio (ma a Roma in particolar modo), il termine "mastro Titta" è direttamente sinonimo di boia.
Nei lunghi periodi di inattività svolgeva il mestiere di venditore di ombrelli, sempre a Roma. Il boia viveva nella cinta vaticana, sulla riva destra del Tevere, nel rione Borgo, al numero civico 2 di via del Campanile. Egli era naturalmente mal visto dai suoi concittadini, tanto che gli era vietato recarsi nel centro della città per ragioni legate alla sua sicurezza personale (donde il proverbio "Boia nun passa Ponte", letteralmente "il boia non passa il ponte", cioè "ognuno se ne stia nel suo pezzo di mondo"). Ma siccome a Roma le esecuzioni capitali pubbliche decretate in nome del papa-re, soprattutto quelle che dovevano essere "esemplari" per il popolo, non avvenivano nel borgo papalino ma nella parte centrale della città - a Piazza del Popolo o a Campo de' Fiori o nella piazza del Velabro (dove Monicelli ha ambientato l'esecuzione del brigante don Bastiano nel film Il marchese del Grillo) - sull'altra sponda del Tevere, in eccezione al divieto il Bugatti doveva in ogni caso attraversare Ponte Sant'Angelo per andare a compiere i suoi servigi. Questo fatto diede origine all'altro modo di dire romano "Mastro Titta passa ponte", per dire che era in programma per la giornata l'esecuzione di una sentenza di morte.
Giuseppe Gioachino Belli ha dedicato un sonetto alla figura del boia, il n. 68, composto nel 1830. L'impiccagione di cui si narra è quella di Antonio Camardella, colpevole dell'uccisione del canonico e socio in affari Donato Morgigni - impiccagione eseguita nel 1749, ben prima della nascita del Bugatti. Il boia viene però ugualmente chiamato "Mastro Titta", tanta era la fama di cui già ai tempi del Belli, il Bugatti, giunto appena a metà della sua ultrasessantennale carriera, godeva nello Stato Pontificio.
Un padre, esibendo ammirazione per il boia e per la forca, volendo mostrare al figlio l'impiccagione, lo redarguisce pesantemente, malmenandolo e mettendolo in guardia dal giudicarsi migliore di un qualsiasi delinquente condannato a morte.
« Er ricordo

Er giorno che impiccorno Gammardella
io m’ero propio allora accresimato.
Me pare mó, ch’er zàntolo a mmercato
me pagò un zartapicchio e ’na sciammella.

Mi’ padre pijjò ppoi la carrettella,
ma pprima vorze gode l’impiccato:
e mme tieneva in arto inarberato
discenno: «Va’ la forca cuant’è bbella!».

Tutt’a un tempo ar paziente Mastro Titta
j’appoggiò un carcio in culo, e Ttata a mmene
un schiaffone a la guancia de mandritta.

«Pijja», me disse, «e aricordete bbene
che sta fine medema sce sta scritta
pe mmill’antri che ssò mmejjo de tene». »

Il mantello scarlatto che Mastro Titta indossava durante le esecuzioni, è tuttora conservato nel Museo Criminologico di Roma.

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