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venerdì 14 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 novembre.

Il 14 novembre 1951 il Po rompe gli argini e il Polesine viene travolto dall'alluvione.

Il 1951 fu un anno particolare. Da gennaio a ottobre su tutto il territorio nazionale si susseguirono piogge, inondazioni e frane che complessivamente causarono oltre 150 morti, 90 dei quali nel solo mese di ottobre in Calabria (72), Sicilia (12) e Sardegna (6). Nei primi giorni di novembre il nord Italia venne colpito da piogge intense e persistenti che in val Padana raggiunsero l’apice tra il 6 e il 12. In questi sei giorni sul bacino del Po vennero misurati mediamente circa 30 millimetri di pioggia al giorno, con picchi che superarono anche di quattordici volte la media mensile dei cinque anni precedenti. Una tale quantità di acqua, caduta su terreni già saturati dalle piogge del mese di ottobre, determinò la piena di tutti i corsi d’acqua del bacino. I primi fenomeni di dissesto geo-idrogeologico si verificarono in Piemonte e in Lombardia, dove si registrarono anche alcune vittime. Il Po crebbe velocemente, ingrossato dalle acque di tutti i suoi affluenti di destra e sinistra e col deflusso verso il mare ostacolato da venti di Scirocco. Tra l’11 e il 12 novembre il fiume ruppe nella zona del parmense, sommergendo migliaia di ettari di terreno. Due giorni dopo la piena raggiunse il Polesine. Con questo nome si identifica l’area del Veneto compresa tra i corsi inferiori dell’Adige e del Po, e comprende l’intera provincia di Rovigo e la zona del cavarzerano in provincia di Venezia. Questo territorio pianeggiante è caratterizzato da ampie depressioni, con molti ettari a quote inferiori al livello del mare. Per fronteggiare i ripetuti allagamenti nel tempo erano stati costruiti canali e argini che, danneggiati durante il periodo bellico e malridotti per la scarsa manutenzione, si trovavano in precarie condizioni. Particolarmente critica era la situazione nel tratto fra Santa Maria Maddalena e Occhiobello, e fu proprio in questa zona che il giorno 14 novembre l’argine cedette, dando inizio alla più estesa alluvione del XX secolo in Italia. Le rotte furono tre, in rapida successione: la prima, che raggiunse i 220 metri di lunghezza, si verificò nel tardo pomeriggio nel territorio di Canaro, a Paviole; le altre due, lunghe rispettivamente 312 e 204 metri, si aprirono nel comune di Occhiobello, a Bosco e a Malcantone. In poche ore le acque dilagarono e raggiunsero, rimanendovi bloccate, l’argine della Fossa Polesella, un canale navigabile di comunicazione tra il fiume Po e il Canalbianco che produsse una sorta di effetto diga. Per favorire il deflusso verso il mare, sarebbe stato opportuno aprire dei varchi nell’argine, ma le autorità tergiversarono e così le acque iniziarono a risalire anche verso monte. L’enorme quantità di acqua proveniente dalle rotte ben presto superò la quota dell’argine della Fossa e si riversò anche nel Canalbianco, dove si aprirono alcune rotte in sinistra mettendo a rischio i due maggiori centri del Polesine, Adria e il capoluogo Rovigo. Adria venne completamente inondata. Oltre 20 mila persone rimasero bloccate in città e isolate per diverse ore, prima di essere tutte evacuate. A Rovigo, dove era stato organizzato il quartier generale dei soccorsi ed erano stati ospitati molti sfollati, le acque furono in parte trattenute dall’argine del canale Adigetto che, fungendo da diga, salvò il centro storico.

Difficile quantificare il volume delle acque che per undici giorni sommersero almeno 1.170 chilometri quadrati di terreno, raggiungendo in alcuni punti la profondità di sei metri; le stime oscillano fra i tre e gli otto miliardi di metri cubi. Dopo circa una settimana dalle rotte del Po le acque raggiunsero finalmente l’Adriatico e il livello dell’esondazione iniziò a scendere. Tuttavia gli argini della Fossa Polesella costituivano ancora un ostacolo al deflusso e si decise di farli saltare. L’operazione venne portata a termine tra il 24 e il 26 novembre, dopo alcuni tentativi e con oltre 70 quintali di tritolo. I tre varchi di Canaro e Occhiobello furono chiusi poco più di un mese dopo le rotte, mentre le strutture arginali vennero ricostruite nel corso del 1952. Il numero totale delle persone coinvolte fu molto alto: 101 morti, sette dispersi e circa 180.000 tra sfollati e senzatetto. La maggior parte delle vittime si registrò a Frassinelle, nella notte fra il 14 e il 15 novembre. La dinamica dell’accaduto è ancora oggi non del tutto chiara. Di sicuro si sa che un camion adibito al trasporto degli sfollati, inadeguato ad accogliere il gran numero di persone che vi erano salite, finì per impantanarsi e venne completamente sommerso dalle acque. Alla fine persero la vita 84 persone, molti annegati, altri per sfinimento e per il freddo. Dei 180.000 che dovettero lasciare la propria casa, 80.000 non vi fecero più ritorno, con un conseguente impatto sociale ed economico negativo di lungo periodo in un’area geografica già prima dell’alluvione economicamente depressa. I danni materiali furono ingentissimi: 60 km di argini e oltre 950 km di strade distrutti o danneggiati, 52 ponti crollati o danneggiati; 4100 abitazioni, 13.800 aziende agricole, 5.000 fabbricati e 2.500 macchinari agricoli distrutti o danneggiati. Furono allagati 1.130 chilometri quadrati di terreno agricolo, che sebbene prosciugati nel tempo relativamente breve di sei mesi, rimasero sterili per molto più tempo a causa dei consistenti depositi sabbiosi. Andarono persi oltre 16.000 capi di bestiame e due milioni di quintali di derrate. Secondo quanto riportato da Botta, i danni causati dell’alluvione del Polesine del 1951 furono stimati (ex-post) in 400 miliardi di Lire, corrispondenti a più di 6,5 miliardi di Euro di oggi. Immediatamente dopo l’evento, lo Stato stanziò 35 miliardi di Lire (quasi 600 milioni di Euro) per gli interventi urgenti. A meno di un anno dall’accaduto, l’ingegner Tortarolo, presidente del Magistrato delle Acque, dichiarò che “il problema di fondo poteva dirsi ormai risolto” e che “alla completa ricostruzione del Polesine” mancava “la soluzione di pochi marginali problemi”. Una dichiarazione a dir poco ottimistica in quanto fra il 1952 e il 1981 (30 anni) lo Stato ha complessivamente erogato 1.868 miliardi di Lire (più di 30,5 miliardi di Euro) attraverso undici diverse Leggi nazionali.

giovedì 13 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 novembre.

Il 13 novembre 1960 desta grandissimo scalpore in USA il matrimonio interrazziale tra Sammy Davis Jr e May Britt.

May Britt Wilken ha 25 anni, è svedese di Stoccolma e ha iniziato la carriera in Italia, grazie a Carlo Ponti. Ha recitato anche a Hollywood, pure con due grandissimi: Marlon Brando e Montgomery Clift (l'anti James Dean) in "I giovani leoni". Si ritirerà dalla carriera proprio per il matrimonio.

Sammy Davis Jr ha 33 anni ed è nato ad Harlem, ma è di origini portoricane: cantante, ballerino, batterista e soprattutto membro del clan artistico forse più famoso della storia, i Rat Pack composto da Frank Sinatra, Dean Martin, Peter Lawford, Joey Bishop.

Non risultano fino a ora matrimoni interrazziali, almeno da prima pagina, anche perché negli USA sono vietati in 31 dei loro 50 stati: ci saranno quindi conseguenze, ma credo che loro lo sappiano bene. Sono forse le star ad aprire la strada al cambiamento, più di altri riescono nella rottura degli schemi, un po' perché si finisce per perdonare loro tutto o quasi o, almeno, è più difficile combatterli. I due non eviteranno minacce e si dice pure che Frank Sinatra, seppur amico e testimone, non sarà troppo entusiasta della cosa. Sinatra è il "capo" dei Rat Pack ed è amico dei Kennedy e in particolare di John Fitzgerald, che è in corsa per la Casa Bianca. JKF, l'anno prossimo sarà, seppur brevemente e con un'interruzione traumatica, il primo Presidente cattolico della storia statunitense e artefice di un rilevante appoggio ai diritti degli afroamericani.

Sammy Davis Jr deve avere un debole per le bionde: ma se questa volta la conclusione è felice, la relazione con Kim Novak, una delle attrici in ascesa e destinata a diventare un mito del cinema, si era interrotta bruscamente. In proposito attorno a Sammy Davis Jr vi sono due storie interessanti e che finiscono con il legarsi: la conversione all'ebraismo e il motivo per il quale ha un occhio di vetro. L'approdo alla religione ebraica sarebbe a seguito di un incidente stradale nel quale sarebbe uscito miracolato, seppur con la perdita dell'occhio sinistro. A salvarlo, dice Sammy, un portafortuna dimenticato al collo e regalatogli da un amico ebreo. Fin qui la versione ufficiale.

I maligni, invece, dicono che quell'occhio di vetro, con l'incidente tra Los Angeles e Las Vegas non c'entri nulla. Sarebbe invece dovuto a un intervento tutt'altro che gentile da parte di due scagnozzi ingaggiati dalla casa cinematografica di Kim Novak e che non gradiva la relazione. Questa è la versione che qui definirebbero dei rumors. 

Un altro pettegolezzo, che uscirà molti anni dopo sarà quello che Sammy Davis Jr, oltre ad essere un conquistatore di belle donne, sarebbe stato bisessuale.

Tornando al 13 novembre, entrambi sono al secondo matrimonio. Non sanno ancora che l'anno prossimo nascerà Tracey Hillivi, mentre nel 1962 adotteranno Mark e, infine, Jeff nel 1965. Il loro matrimonio non facile si concluderà nel 1968 e a May Britt verranno affidati i tre figli.

Storicamente in questo decennio anche cinema e Tv romperanno con il tabù delle coppie miste: quanto sarà storico nel 1967 "Indovina chi viene a cena" con Katharine Hepburn, Spencer Tracy, Sidney Poitier e Katharine Houghton, quando una figlia bianca presenta un fidanzato nero a un padre apparentemente di idee liberal. E il 22 novembre dell'anno dopo sarà il capitano Kirk di Star Trek nell'episodio "Umiliati per forza maggiore" a baciare il Tenente Uhura, l'addetto alle comunicazioni che arriva dall'Africa.

E mentre si sta rompendo il bicchiere, come prevede il rito ebraico, si sta compiendo un altro passo verso i diritti civili.

Sammy Davis Jr morirà nel 1990 per un tumore alla gola, a dimostrazione di quanto il destino sia beffardo nel colpire proprio nell'arte chi ha saputo regalare emozioni al mondo dello spettacolo.

May Britt dopo il divorzio si è dedicata principalmente alla pittura.

mercoledì 12 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 12 novembre.

Il 12 novembre 1918 l'Austria diventa una Repubblica.

A.E.I.O.U.: le 5 vocali sono le iniziali delle parole latine che formano un famoso motto austriaco: “Austriae Est Imperare Orbi Universo”, cioè “è destino dell’Austria comandare al mondo intero”.

Alcune tracce di capanne costruite su  palafitte, scoperte nei laghi alpini, dimostrano che la regione austriaca era abitata fin dall’età della pietra. I villaggi sorgevano soprattutto vicino ai laghi ed alle miniere di sale, fonti di ricchezza e di commerci.

Attratti da quelle risorse naturali, molti popoli invasero la regione austriaca: dapprima i Celti, nel IV secolo avanti Cristo, poi i Romani, nel 113 avanti Cristo, che vi crearono fiorenti colonie, quali Vindobona (oggi  Vienna) e Juvavum (oggi Salisburgo). Nell’anno 15 dopo Cristo il territorio fu annesso a Roma.

Nel IV secolo dopo Cristo i territori del bacino danubiano subirono l’invasione di popolazioni tedesche, provenienti da est e da nord: Unni, Vandali, Goti e Slavi. Essi annientarono la civiltà latina ed imposero la loro dominazione barbarica.

Successivamente, all’arrivo di Carlo Magno, il territorio entrò a far parte del Regno Franco.  Fu chiamato “Ostmark”, cioè “marca”, (regione di confine) orientale dell’impero, da cui derivò la parola “Osterreich”, nome germanico dell’Austria (in tedesco: Regno di Oriente).

Altre lotte per il predominio portarono nel paese gli Ungheresi, sconfitti a loro volta dall’imperatore Ottone I il Grande, re di Germania. Infine, quest’ultimo donò la “marca” al conte Leopoldo di Badenberg, nel 976, la cui famiglia governò il paese per circa tre secoli, creando uno stato indipendente. Il dominio, poi, si allargò ad est, fino al Danubio ed all’Ungheria: dopo poco più di un secolo l’estensione del territorio era raddoppiata.

Nel 1246, con la morte di Federico il Battagliero, si estinse la dinastìa dei Badenberg. Ottocaro II, re di Boemia, ne approfittò per impadronirsi dell’Austria, della Stiria e della Carinzia. Ma il suo dominio durò poco:  nel 1273 venne eletto imperatore di Germania Rodolfo d’Asburgo, che sconfisse Ottocaro II e si impossessò del territorio e si stabilì a Vienna. Da quel momento e fino al 1918 la Casa di Asburgo fu a capo dell’Austria, con i due rami di Asburgo e Asburgo-Lorena.

Nel 1382, prendendo Trieste sotto la sua protezione, l’Austria si assicurò uno sbocco al mare, indispensabile per i suoi commerci.

Con Massimiliano I, che regnò dal 1493 al 1519, l’Austria entrò in possesso della Borgogna e dei Paesi Bassi portati in dote dalla moglie Maria di Borgogna, figlia di Carlo il Temerario.

Per assicurare altri domini alla casa d’Austria, Massimiliano I combinò i matrimoni dei suoi discendenti: il figlio Filippo il Bello sposò Giovanna la Pazza, figlia del re di Spagna, che ereditò nel 1500 i troni di Castiglia e di Aragona. Due nipoti, inoltre, sposarono i figli dei re di Boemia e di  Ungheria.

Alla sua morte, nel  1519, fu eletto imperatore Carlo V, figlio di Filippo il Bello e di Giovanna la Pazza, che era già re di Spagna. Egli divise l’impero ed affidò il governo dell’Austria al fratello Ferdinando I, che nel 1526 ereditò anche i regni di Boemia e di Ungheria. Tutta la regione carpato-danubiana era così riunita sotto un solo governo, che comprendeva popolazioni diverse fra loro; austriaci, boemi, ungheresi, slavi. Una fede comune li riuniva: la religione cattolica, particolarmente minacciata in quel periodo dai musulmani e dalla Riforma.

La necessità di difenderla avvicinò tutti questi popoli e contribuì a legarli alla casa d’Austria, che divenne così il baluardo del Cattolicesimo. Fu in Austria che si  sviluppò la Controriforma; a Trento, allora città austriaca, si tenne il famoso Concilio e si diffuse la predicazione dei Gesuiti.

Altre vicende minacciarono l’Austria: nel 1683 fu attaccata dai Turchi, ma poté respingerli con l’aiuto del re di Polonia.  La morte del re Carlo II di Spagna, ultimo Asburgo del ramo spagnolo, portò ad una lunga guerra di successione con la Francia. L’Austria perse la Spagna, ricevendo in cambio Napoli, Milano, la Sardegna, che scambiò poi con la Sicilia. Più tardi, con la guerra di successione polacca, perse anche Napoli e la Sicilia, ottenendo però il Ducato di Parma e Piacenza ed il Granducato di Toscana.

Nel 1740 salì al trono Maria Teresa, del ramo Asburgo-Lorena. Ella fu una grande imperatrice; cercò, fra l’altro, di migliorare i rapporti con la Francia, dando in sposa la figlia Maria Antonietta al Delfino di Francia. Sotto il suo governo lo Stato assunse un nuovo sviluppo. Attraverso i porti di Fiume e di Trieste aumentarono gli scambi commerciali; fece modificare le leggi in favore dei più poveri e promosse l’istruzione fra il popolo.

Verso la fine del XVIII secolo molti popoli soggetti all’Austria cominciarono a rivendicare le loro libertà: il primo di questi popoli ad ottenere l’indipendenza fu il popolo belga.

Dopo la caduta di Napoleone fu indetto il Congresso di Vienna nel 1815. Il Congresso ebbe il compito di ristabilire l’equilibrio rivoluzionato dalle guerre napoleoniche: all’Austria fu affidato il compito di guidare l’Europa verso la restaurazione.

Ma ormai tutti i popoli aspiravano all’indipendenza; a Vienna, a Praga, a Venezia, a Milano, a Budapest si ebbero moti rivoluzionari. L’Austria si avviava a restringere i suoi confini. Con le guerre di indipendenza italiane perse la Lombardia ed il Veneto; nel 1867 fu costretta a riconoscere l’indipendenza dell’Ungheria.

Gravi disgrazie familiari indebolirono il regno di Francesco Giuseppe: il suicidio del figlio Rodolfo, la fucilazione in Messico del fratello Massimiliano, l’uccisione della moglie Elisabetta ed infine l’assassinio del nipote, erede al trono, Francesco Ferdinando, avvenuto a Sarajevo (Bosnia) nel 1914, ad opera di due studenti serbi. Per vendicarlo Francesco Giuseppe attaccò la Serbia: altre nazioni europee intervennero e quello fu l’inizio della prima guerra mondiale.

Nel 1916 Francesco Giuseppe morì. Il suo successore Carlo I tentò invano di promettere l’autonomia ai popoli dell’impero: l’Austria fu sconfitta ed il suo impero fu distrutto.

Il 12 novembre 1918 fu proclamata la Repubblica Austriaca. L’impero che nel 1914 si estendeva per 670.000 Kmq. e contava 51 milioni di  abitanti, era ridotto a 84.000 Kmq. e 6 milioni e mezzo di abitanti. La fame, la miseria, lasciate dalla guerra, opprimevano il paese che faticosamente iniziò la sua ricostruzione, aiutato anche da un prestito concesso dalle altre nazioni europee.

Ma l’Austria dovette subire una nuova catastrofe: nel 1938 i nazisti la invasero e la ridussero a semplice provincia del Reich, trascinandola nella nuova gravissima sconfitta della seconda guerra mondiale.

Il 15 maggio 1945 venne firmata la pace fra l’Austria e le 4 grandi potenze, Inghilterra, Francia, Stati Uniti ed Unione Sovietica. Dopo un periodo di occupazione alleata, la repubblica austriaca poté ritornare indipendente.

Il 25 novembre 1945 ci furono le elezioni per il Parlamento. Le vinse il Partito Popolare col 51% dei voti ma si formò un governo di coalizione  presieduto dal cancelliere popolare Leopoldo Figl, mentre Presidente della Repubblica era il socialista Karl Renner. Sebbene governo indipendente, quello austriaco non poté per circa un anno deliberare senza il placet del Consiglio Alleato. Questo, nel giugno 1946, dietro proposta degli Stati Uniti, autolimitò le sue prerogative cosicché il governo poté decidere per proprio conto la linea di condotta da tenere e siccome nel frattempo anche alcune frontiere con gli altri paesi erano state abbattute, l’Austria poté ripristinare il libero commercio ed il movimento dei viaggiatori. Rimasero in piedi solo le frontiere fra la zona russa e quella degli altri alleati.

I sempre crescenti contrasti fra Unione Sovietica ed Occidente impedirono di ratificare una volta per tutte il trattato di pace. Solo un punto trovò la definitiva soluzione: quello con l’Italia a proposito dell’Alto Adige, che si costituì Regione Autonoma e con tutte le libertà linguistiche, culturali, religiose e commerciali.

Rimasero invece insolute le questioni relative alle rivendicazioni della Jugoslavia sulla Carinzia e la Stiria Meridionale, nonché quelle russe sulla zona comprendente i pozzi di petrolio di Zisterdorf, che tuttora fanno dell’Austria il terzo produttore europeo, dopo Polonia e Romania.

Il 31 dicembre 1950 Renner morì e furono necessarie nuove elezioni il 27 maggio 1951 per nominare il nuovo presidente, che fu il socialista Theodor Korner. Intanto, però, fra i due principali partiti che formavano il governo di coalizione, e cioè quello cattolico della Volkspartei e quello socialista, erano sorti forti contrasti sul modo di condurre la politica, specialmente quella economica, così fu necessario anticipare le elezioni generali, previste per il novembre 1953, a febbraio.

Ma i due partiti ottennero lo stesso numero di seggi, con la differenza di uno fra loro, e quindi si dovette formare un governo uguale a quello precedente presieduto dal cattolico Julius Raab. Ed intanto, perdurando gli attriti fra i due blocchi, quello occidentale e quello sovietico, il trattato di pace per la restituzione della totale sovranità dell’Austria non ebbe mai conclusione. Cosicchè sul territorio austriaco rimanevano ancora le truppe d’occupazione. Anzi, con la Conferenza dei Ministri degli Esteri, tenuta a Berlino nel gennaio-febbraio 1954, il ministro sovietico Molotov propose di rinviare ancora il ritiro delle stesse. Si giunse, quindi, all’8 febbraio 1955 allorchè Molotov, recedendo dalle sue rigide precedenti posizioni, dichiarò che per la firma del trattato sarebbe bastata una firma con l’impegno solenne che l’Austria non avrebbe mai più operato ricongiungimenti con la Germania e non avrebbe mai concesso la formazione di basi militari sul suo territorio, a favore di qualsiasi altra nazione che glielo avesse chiesto.

Raab fornì ampie assicurazioni; fece persino un viaggio a Mosca per ribadire la ferma intenzione dell’Austria di mantenere tutti gli accordi e nell’ottobre dello stesso anno si completò lo sgombero delle forze d’occupazione. Subito si riunì una Assemblea Nazionale e la prima deliberazione fu quella di dichiarare per il paese la neutralità permanente.

Poi si cercò di risolvere tutti i problemi aperti con i  paesi vicini, pur mantenendo buone relazioni con ambedue i blocchi.

Le divergenze fra i due partiti di governo rimasero sempre forti per cui si dovette ricorrere ad elezioni anticipate per altre due volte. La prima nel maggio 1956 e la seconda nel maggio del 1959. Nessuno dei due partiti ebbe la maggioranza assoluta e Raab dovette sempre presiedere governi di coalizione mentre alla Presidenza della Repubblica, alla morte di Korner, avvenuta nel gennaio 1957, salì un altro socialista: A. Sharf.

Per le elezioni del 1962 si verificò la stessa cosa tanto che il governo si chiamò di “coalizione permanente”. Questa non dette alcun incentivo allo sviluppo ed al progresso del paese che anzi soffrì di un prolungato immobilismo finchè nelle elezioni del 1966 trovò la maggioranza la Volkspartei.

La possibilità di leadership di un partito, o di un altro, aprì finalmente la via alla prospettiva di alternanza di potere. E questo si verificò fino al 4 ottobre del 1975 quando le elezioni tenutesi in quel giorno diedero la maggioranza assoluta ai socialisti, governati da Kreisky.

In politica estera l’Austria tornò a discutere con l’Italia per l’Alto Adige fino alla firma di un trattato ad opera dei due ministri Moro-Waldheim. E con la Jugoslavia per la minoranza slovena in Carinzia.

Nonostante i  limiti imposti dal lento processo di integrazione europea, anche a causa della propria neutralità, l’Austria chiese la piena adesione alla Comunità Europea, voluta fortemente dagli imprenditori, ma altrettanto fortemente avversata sia dai socialisti che dall’Unione Sovietica.

Ma finalmente nel 1972 si arrivò ad un accordo di libero scambio. Nel maggio 1979 si ebbero nuove elezioni  ma la maggioranza del governo socialista fu riaffermata. Quelle del 1983 registrarono, però, una variazione di  tendenza. I socialisti persero la maggioranza assoluta, pur rimanendo il partito principale. Avevano incrementato i loro voti altre formazioni politiche.

In questo periodo si registrò una congiuntura internazionale ed anche l’Austria naturalmente ne sentì le conseguenze. La crescita del paese si fermò e la disoccupazione aumentò, anche rimanendo a bassi livelli. Kreisky rassegnò le dimissioni ed il paese conobbe un periodo di instabilità.

Poi sull’Austria si appuntò l’attenzione di tutto il  mondo quando nel giugno del 1986 fu eletto presidente K. Waldheim. Egli fu accusato di essere stato coinvolto, come ufficiale dell’esercito tedesco, in crimini contro l’umanità, perpetrati in combutta con i nazisti. I rapporti con gli Stati Uniti e con Israele conobbero una grande tensione e l’immagine dell’Austria,  di tutta la nazione, subì danni gravissimi. Sinowatz, il capo del governo, si dimise. Al suo posto fu eletto il socialista F. Vranitzky. Sopraggiunse in pochi mesi una crisi; si effettuò in settembre un “Congresso straordinario” in cui prevalse la destra nazionalista,  alla cui guida pervenne J. Haider.

Le nuove elezioni anticipate del novembre 1986 diminuirono i voti ai socialisti ed ai popolari ed incrementarono quelli nazionalisti e quelli dei verdi. E nel gennaio del 1987 si tornò ad un governo di coalizione. Vranitzky basò la sua politica sul raggiungimento della diminuzione del debito pubblico, privatizzando parzialmente le aziende, e sulla situazione ambientale e sociale.

Nel 1989 l’Austria inoltrò alla Comunità Europea una richiesta di ammissione, pronta a ridefinire i limiti della sua neutralità in politica estera.

Nell’ottobre del 1990 le elezioni riportarono al governo di coalizione. Per l’ingresso del paese nella Comunità Europea fu istituito nel 1994 un referendum, vinto dal partito del “si”. Ma le conseguenze che derivarono da questa entrata nella Comunità Europea non furono motivo di soddisfazione per gli austriaci che si videro costretti ai livelli degli altri paesi europei, alla privatizzazione in tutti i settori e, comunque, ad una politica di sacrifici e di austerità.

Haider invece perseguì il suo programma annunciato nella campagna elettorale: ovverosia principalmente lotta alla corruzione e restrizioni all’immigrazione.

Le elezioni dell’ottobre 1996  assegnarono ad Haider il miglior risultato mai conseguito fino ad allora. Nel gennaio 1997 Vranitzky si dimise e la carica di cancelliere-presidente fu assunta dall’ex Ministro delle Finanze V. Klima, fino alle nuove elezioni dell’aprile 1998 che, invece, la assegnarono a Klestil.

Nel corso degli anni 90, comunque, sotto la direzione di Haider in Austria c’era stata una ampia recrudescenza della xenofobia a sfondo nazista. Molti furono gli episodi terroristici compiuti specialmente verso gli immigrati e gli zingari. Le elezioni dell’ottobre del 1999 confermarono la stragrande maggioranza al partito di Haider.

E sempre per ciò che concerneva la questione con l’Italia per l’Alto Adige, nel 1992 si era definitivamente stabilita la piena autonomia della minoranza di lingua tedesca all’interno, però, del sovrano Stato Italiano.

 

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