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sabato 17 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1462 Vlad di Valacchia tenta l'assassinio del sultano Maometto II, senza successo.
 La moderna Romania comprende tre province: la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia. I legami tra queste tre regioni (così come il nome ‘Romania’) risalgono ai tempi dell’Impero Romano. Nel Medioevo questi tre stati esistevano come principati semi-indipendenti, essendo schiacciati tra il Sacro Romano Impero a ovest e i turchi a sud. La fede ortodossa dei rumeni era quindi minacciata sia dal cattolicesimo che dall’islamismo.
Vlad III nacque nel 1431 nella città transilvana di Sighisoara.  In quello stesso anno suo padre, Vlad II, appartenente alla nobile famiglia dei Basarab, venne investito dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo dell’Ordine del Drago. Quest’Ordine,  fondato il 12 dicembre 1418 da re Sigismondo, dalla sua seconda moglie Barbara von Eili e da alcuni nobili ungheresi, aveva lo scopo di rafforzare la difesa della comunità cattolica da possibili attacchi dei turchi e comportava alcuni obblighi, incluso quello di vestire di nero in segno di penitenza ogni venerdì e di portare sempre l’insegna del Drago. L’insegna rappresentava un dragone prostrato con le ali distese, che pendeva da una croce verde contenente il motto “O quam misericors est Deus, justus et pius”. Il simbolismo era destinato a ricordare che Cristo aveva conquistato il principe delle tenebre con la Sua morte e resurrezione.
Secondo Florescu e McNally, l’appartenenza di Vlad II a quest’Ordine sembra la spiegazione più probabile per l’origine del suo epiteto ‘Dracul’.  Il simbolo così strano del drago (parola derivante dal latino ‘draco’) deve aver affascinato sia i nobili valacchi che i contadini, al punto da creare il soprannome ‘Vlad Dracul’. Non vi era certamente nessun riferimento diabolico: in fondo, difficilmente un crociato potrebbe essere associato con Satana. Il nome ‘Dracula’, invece apparterrebbe alla categoria dei nomi romeni con suffisso in -ulea, per cui ‘Dracula’, o più correttamente ‘Draculea’, significherebbe semplicemente ‘figlio di Dracul’.
Secondo altre teorie (che oggi però paiono ottenere meno credito), il nome deriverebbe da ‘drac’, cioè diavolo, più il suffisso ‘ul’ che funge da articolo determinativo: il diavolo, infatti, era spesso rappresentato come un drago. Inevitabilmente ci si chiede perché un principe noto per avere edificato chiese e monasteri venisse associato col diavolo. Una possibile risposta è che il nome fosse stato coniato dai suoi nemici.
I cronisti rumeni usarono l’epiteto ‘Dracul’ per descrivere il padre, ma non usarono il nome ‘Dracula’ riferendosi al figlio. Preferirono invece l’epiteto di ‘Impalatore’ (o ‘Tepes’, che in romeno significa ‘palo’), alludendo al metodo preferito da Dracula per uccidere e torturare i suoi nemici. Sembra però che Dracula stesso preferisse il soprannome ‘Draculea’: così egli si firmò in almeno tre   documenti dell’ultimo periodo della sua vita.
Nell’inverno 1436/37, Vlad Dracul divenne principe di Valacchia, per cui, insieme alla moglie e ai figli Vlad, Radu e Mircea, si trasferì a Tirgoviste. A dispetto degli impegni presi, Vlad Dracul si dimostrò molto rispettoso verso i turchi, ma questi, non fidandosi della sua lealtà, riuscirono a catturarlo, insieme ai suoi figli, nel 1442. L’anno seguente venne ristabilito sul trono, ma ad alcune condizioni: Dracul promise che non avrebbe partecipato ad alcuna azione di guerra contro il sovrano turco e, come pegno della sua fedeltà, fu costretto a lasciare presso i turchi i figli Vlad, di circa dodici anni, e Radu, di nove. Mentre Radu, divenuto il protetto di Mohammed e il candidato ufficiale al trono di Valacchia, venne liberato nel 1447, suo fratello rimase ‘ospite’ dei turchi fino all’anno successivo.
Non vi è dubbio che questo periodo di prigionia, in un’età in cui l’animo è impressionabile e il carattere si va formando, sia molto importante nel determinare la psicologia di Vlad Dracula. La continua consapevolezza del pericolo di essere assassinato, e quindi della scarsa importanza della vita, lo rese cinico. Riuscì a penetrare la mentalità dei turchi, da cui imparò l’uso del terrore, metodo del quale dovette servirsi con grande vantaggio nella sua futura carriera.
Nel frattempo suo padre, insieme al figlio Mircea e a Giovanni Hunyadi (forma italianizzata di Iancu de Hunedoara), voivoda di Transilvania e governatore di Ungheria, intraprese una campagna militare contro i turchi, ma venne sconfitto da Murad II il 10 novembre 1444 a Varna. Le accuse rivolte da Vlad Dracul, ma soprattutto dal figlio Mircea, all’indomani del conflitto, nei confronti di Giovanni Hunyadi, come responsabile del disastro, costarono la vita a entrambi. All’inizio del 1448, dunque, Hunyadi era padrone del destino politico della Valacchia e si sentiva abbastanza forte da tentare una nuova offensiva contro i turchi. Nella prima metà di ottobre, l’esercito cristiano aveva raggiunto l’altopiano conosciuto con il nome di Kosovo Polje o ‘piana dei merli’, dove i serbi avevano subito la storica sconfitta ad opera del sultano Baiazid nel 1339. Mentre Hunyadi stava preparandosi a riprendere l’avanzata, l’esercito turco sorprese quello cristiano e nei giorni 17, 18 e 19 ottobre 1448 ebbe luogo una seconda battaglia di Kosovo, che si risolse in una grave sconfitta per l’esercito ungherese.
Nel frattempo, il giovane Vlad non era rimasto in ozio. Approfittando dell’assenza di Hunyadi, invase la Valacchia alla testa di un esercito turco e andò semplicemente ad occupare il trono di Tirgoviste. Tuttavia l’altro pretendente al trono, Vladislav II, appartenente alla famiglia dei Danesti (tra l’altro parenti dello stesso Vlad), riuscì a cacciarlo. Dracula si rifugiò quindi in Moldavia, dove regnava il cognato e amico del padre Bogdan II. Suo figlio Stefano (il futuro Stefano il Grande), legò una salda amicizia con il cugino, che rimase in Moldavia fino all’assassinio di Bogdan, nel 1451.
Nel 1453, Costantinopoli cadde in mano ai turchi, e l’Impero d’oriente si sgretolò; le rimanenti nazioni cristiane tremavano al pensiero di una potenza infedele che si estendeva così vicino a loro. La Valacchia, che aveva nei confronti dei turchi l’obbligo di pagare un tributo, si trovava ora in prima linea.
Nel frattempo, Vlad si era rifugiato in Transilvania, presso Hunyadi, i cui rapporti col suo protetto Vladislav si erano intanto raffreddati. Nel 1456, Hunyadi muore di peste e Vladislav viene ucciso in una battaglia, forse proprio a opera di Vlad, il quale, nell’autunno di quello stesso anno, può finalmente salire al trono della Valacchia.  
I suoi nemici principali si trovavano ora all’interno del suo stesso regno. Si trattava di due classi molto privilegiate: i nobili boiardi (possidenti terrieri) e i mercanti. I boiardi erano abituati a sottovalutare il loro principe, non ascoltavano le sue richieste ed erano pronti ad appoggiare qualsiasi aspirante al trono che difendesse i loro privilegi. Il monito di Vlad fu terribile: dopo un banchetto in loro onore ne fece impalare una buona parte, sotto lo sguardo atterrito dei superstiti. Egli, inoltre, sapeva che tra i boiardi uccisi si trovavano anche i responsabili dell’assassinio di suo padre e di suo fratello.
L’economia della regione era controllata da mercanti e commercianti di discendenza sassone, i cui privilegi monopolistici risalivano alle colonizzazioni germaniche del XII e XIII secolo. Vlad confiscò i loro diritti commerciali e istituì misure protezionistiche per tutelare il commercio valacco.  
Nel 1459, si sentiva ormai così sicuro da sospendere il pagamento del tributo a turchi, guadagnandosi così le simpatie dei cristiani. Due anni dopo, si imbarcò in una crociata,  grazie alla quale riuscì a liberare tutti quei territori a sud del Danubio recentemente occupati dagli infedeli. Vlad, infatti, più che dichiarare la sua devozione a Cristo, voleva  rendere più sicuri i confini di quei terre al di là del fiume. Nel frattempo, però, i rinforzi chiesti alle altre potenze cristiane tardavano ad arrivare: Mattia Corvino, re d’Ungheria, non rispose, forse temendo la crescente autonomia del suo vicino, mentre Stefano il Grande, venendo meno a un vecchio patto di amicizia, addirittura lo attacca, sperando di impossessarsi prima dei turchi della città di Chilia (Licostomo), sul Basso Danubio.
Riuscito a sfuggire ai turchi, Vlad spera di trovare rifugio presso Mattia Corvino, il quale invece lo fece arrestare senza un’apparente ragione e lo tenne prigioniero dal 1462 al 1474. All’inizio fu rinchiuso nella fortezza reale di Buda, ma in seguito i rapporti tra i due si fanno più pacati e il carcere si trasforma in una sorta di residenza obbligata. Tuttavia, il prezzo che Vlad dovette pagare per il suo rilascio fu la rinuncia alla fede ortodossa e la conversione al Cattolicesimo. Nel novembre del 1476 riesce a reinsediarsi sul trono della Valacchia, ma trova la morte in una imprecisata località nei pressi di Bucarest nel dicembre di quello stesso anno, forse ucciso per sbaglio da uno dei suoi stessi soldati in un combattimento contro i turchi, o da un gruppo di boiardi suoi nemici.
La sua tomba, attualmente vuota, si trova in un isolotto del piccolo lago di Snagov, a 18 km da Bucarest, all’interno di un convento fondato da Vlad stesso. Circa la scomparsa del suo cadavere (privato, a quanto pare della testa, in quanto i turchi se ne impossessarono e la portarono al sultano come prova della sua morte), si sono fatte diverse ipotesi: la più probabile è che sia stato trafugato durante i lunghi periodi di incuria, in cui il monastero andò soggetto a saccheggi.
Dopo la sua morte,  resoconti delle sue atrocità (vere o esagerate) ispirate dai boiardi con l’intento di screditarlo, vennero diffusi in tutta Europa. I sassoni, gli ungheresi, i turchi e i russi avevano tutte le ragioni per dipingerlo come il più grande psicopatico della storia. Re Mattia Corvino, ad esempio, cercando un pretesto che giustificasse il suo non-intervento nella crociata, aveva buoni motivi per infangare la reputazione di Vlad, in modo da poter anche giustificare il suo imprigionamento. Grazie all’invenzione della stampa, vennero stampati molti libelli diffamatori (soprattutto in Germania), i quali, pare, si vendevano più della Bibbia. Nel 1558, con la traduzione inglese della Cosmographica di Sebastian Munster, l’eco delle gesta di Vlad Tepes raggiunse anche la Gran Bretagna. Sfortunatamente, l’immagine del voivoda non poteva essere difesa dalla sua stessa gente, in quanto la stampa valacca era molto indietro rispetto a quella europea. Dopo un lungo periodo di oblio, il suo nome tornò di nuovo agli onori della cronaca prima grazie al romanzo di Bram Stoker, poi in concomitanza con la nascita della Repubblica Socialista Rumena, la quale era alla ricerca di eroi nazionali che potessero legare la nazione al suo passato. Egli è oggi considerato una sorta di Robin Hood, che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, combatteva per la libertà e aveva eliminato quasi ogni forma di crimine. E’ visto come un padre fondatore della patria e i suoi eccessi vengono ridimensionati, considerando anche la crudeltà del periodo in cui si trovò a vivere. Per lungo tempo, in Romania l’accostamento di Vlad Tepes con il Dracula letterario è stato ignorato e tutt’oggi è mal sopportato.

venerdì 16 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1944 George Stinney Jr., 14 anni, fu giustiziato per avere ucciso due bambine nella Carolina del Sud, dove erano in vigore norme sulla segregazione razziale.
Appena lo hanno sollevato per legarlo alla sedia elettrica i boia si sono accorti che era così piccolo e magro che non riuscivano neanche a stringere i lacci di cuoio sulle braccia e  a sistemare gli elettrodi lungo il corpo. Pesava 40 chili ed era alto poco più di un metro e mezzo. Così hanno dovuto mettergli alcune copie della Bibbia sotto il sedere finché non hanno trovato la posizione giusta per farlo morire come si deve.
Anche la maschera che abitualmente copre il volto dei condannati era troppo grande e larga, durante l’esecuzione è caduta giù più volte, mostrando ai 40 testimoni che assistevano al supplizio, tra cui i parenti delle vittime, le orribili smorfie di chi sta morendo tra atroci sofferenze sotto delle scariche elettriche a oltre 2500 volt. Quando è stato giustiziato dallo Stato del South Carolina, George Julius Stinney aveva appena 14 anni: è il più giovane condannato a morte nella storia recente degli Stati Uniti. Le poche immagini che circolano oggi in rete mostrano il viso di un bambino afroamericano dallo sguardo triste e rassegnato, diventato il simbolo della feroce persecuzione giudiziaria subita dai neri d’America.
Erano le 19 e 30 del 16 giugno 1944 quando il medico del penitenziario di Columbia registra il decesso del condannato per arresto cardiaco. Dopo settanta anni la giustizia Usa recita finalmente il mea culpa: il giudice Carmen Mullen infatti il 17 dicembre 2014 ha annullato la condanna, ritenendo il processo una farsa crudele in cui sono stati violati i diritti elementari dell’imputato sanciti dalla Costituzione: «L’esecuzione di George Stinney è la più grande ingiustizia che io abbia mai visto nella vita», ha commentato Mullen con i media. Il processo avvenne mentre il paese viveva in un odioso clima di segregazione razziale in uno Stato tra i più intolleranti e giustizialisti nei confronti della comunità nera vittima di pregiudizi e discriminazioni quotidiane. Stinney fu accusato dell’omicidio di due bambine bianche di 7 e 11 anni, Mary Emma Thames e Betty June Binniker, trovate in un fossato non distante dalla sua abitazione con segni di violente percosse alla testa con fratture profonde, a poche centinaia di metri fu rinvenuta una sbarra di ferro, con ogni probabilità l’arma del delitto.
Com’è possibile che un ragazzo così esile abbia potuto commettere un crimine talmente brutale? Ma George è stata l’ultima persona a vederle vive il giorno prima dell’omicidio. Abitavano a Alcolu, un sobborgo operaio nella contea di Claredon dove i quartieri dei bianchi e dei neri erano separati dai binari della ferrovia. Le due bambine erano uscite di casa per raccogliere dei fiori e avevano attraversato il giardino degli Stinney con la bicicletta scambiando due parole con George. Questa è la ”prova” nelle mani degli investigatori e rimarrà l’unica fino al giorno della condanna. Dopo una sbrigativa indagine la polizia non perde tempo convinta di aver trovato il colpevole perfetto, si precipita nell’abitazione del ragazzino e lo arresta davanti gli occhi increduli dei genitori. La notizia occupa le prime pagine dei giornali locali con titoli da Ku Klux Klan, il padre viene licenziato su due piedi dalla segheria dove lavorava mentre tutta la famiglia è costretta a lasciare la città per paura di linciaggi e rappresaglie lasciando George completamente abbandonato a se stesso nei suoi 80 giorni di prigionia.
Il giudice che si occupò dell’affare negò ai familiari persino la possibilità di testimoniare in suo favore: «La corte reputò una cosa normale separare un bambino dai propri genitori e approfittare della sua giovane età per ottenere una sentenza di condanna a tutti i costi» spiega Mullen, sottolineando come gli avvocati che gli furono assegnati d’ufficio non fecero praticamente nulla per smontare un impianto accusatorio del tutto inconsistente e non chiamando nessun testimone. In carcere George viene costretto a confessare l’omicidio di Mary e June, ma di quella confessione non è mai stata trovata traccia in un nessun verbale scritto, lo stesso imputato ha poi negato di essersi mai accusato del delitto. Come durante l’autopsia non è stata trovata traccia di violenze sessuali sui corpi delle bambine, violenze in un primo momento evocate nel rapporto delle forze dell’ordine.
Il processo fu naturalmente una farsa, durò due ore e mezza, la giuria composta da soli bianchi ci mise meno di dieci minuti per spedire il 14enne diritto verso la sedia elettrica: «Che Dio abbia pietà della sua anima», le lapidarie parole pronunciate dal giudice Phillip Henry Stoll. Alcune organizzazioni umanitarie protestarono con il governatore del South Carolina Olin Dewitt Talmudge che rifiutò di accordare la grazia a Stinney. «Avrei voluto che mia madre e mio padre fossero ancora qui per poter vivere questa giornata in cui è stata ristabilita la giustizia, mio fratello è stato ucciso senza alcuna ragione, era troppo giovane e non gli hanno dato alcuna chance», dice visibilmente commossa la sorella Amie Ruffner contattata telefonicamente dal sito di informazione Wtlx.com. La vicenda di George Julius Stinney è stata raccontata in Carolina Skeletons dallo scrittore David Stout che nel 1988 ha ricevuto il premio Edgard Allan Poe come migliore primo romanzo e nel film ”Un colpevole ideale” realizzato dal regista John Erman nel 1991.

giovedì 15 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1479 nasce a Firenze Lisa Gherardini, la dama ritratta da Leonardo nel celebre dipinto del Louvre.
Lisa Gherardini, conosciuta anche come Lisa del Giocondo o Monna Lisa, è nata a Firenze il 15 giugno 1479 ed è morta nel capoluogo toscano il 15 luglio 1542, all'età di 63 anni. La donna apparteneva a una nobile e antica famiglia, sin dall'anno Mille si trovano tracce dei Gherardini, aristocratici fiorentini esiliati nel veronese nel periodo delle lotte tra guelfi bianchi e guelfi neri nei primi anni del XIV secolo. Nonostante l'allontanamento dei Gherardini dalla Toscana, un ramo della famiglia rimase sempre a Firenze e quando nacque Lisa, nel 1479, la casata aveva perso gran parte dell'importanza che l'aveva caratterizzata nei secoli precedenti, restando comunque facoltosa. Lo stemma nobiliare dei Gherardini è molto antico, e nella sua forma originaria è 'di rosso, a tre fasce di vaio', anche se numerose rappresentazioni dell'arma, su carta o pietra, presentano sottili varianti.
Il padre di Lisa, Antonmaria Gherardini, era un ricco mercante che in terze nozze sposò Lucrezia del Caccia, la madre di Lisa. La famiglia possedeva molte proprietà nelle campagne toscane, oltre ad una casa in città, in via Sguazza, una traversa di via Maggio, dove sembra che avvenne il parto. Primogenita di sette bambini, Lisa aveva tre sorelle e tre fratelli; quando era ancora piccola la famiglia si trasferì nell'attuale via dei Pepi, nei pressi della Basilica di Santa Croce, a pochi passi dalla casa di Piero da Vinci, padre di Leonardo. Alla morte del padre Lisa andò a vivere dal nonno materno, Mariotto Rucellai, che aveva buoni rapporti con la potente famiglia Medici. Alcuni studiosi credono che Giuliano de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, avesse avuto una relazione amorosa con Lisa Gherardini, ma non è provato.
Il 5 marzo 1495 la quindicenne sposò, su decisione del nonno, il trentenne Francesco di Bartolomeo di Zanobi del Giocondo, un facoltoso mercante di seta, divenendo così la sua terza moglie. La dote della ragazza era composta da poco meno di duecento fiorini e da un'azienda agricola vicino alla casa di campagna di famiglia. Francesco e Lisa ebbero cinque figli, Piero, Camilla, Andrea, Giocondo e Marietta, delle due figlie femmine si sa che divennero suore cattoliche: Camilla prese il nome di suor Beatrice ed entrò nel convento di San Domenico di Cafaggio (oggi San Domenico del Maglio), e Marietta prese il nome di suor Ludovica presso il convento francescano di Sant'Orsola. Rimasta vedova ed essendo malata (il marito Francesco muore di peste nel 1538), Lisa trascorrerà l'ultima parte della propria vita nel convento, assistita dalla figlia suor Ludovica fino alla morte, che avverrà all'età di 63 anni, nel 1542.
A riprova di ciò, vi è un documento di morte e sepoltura rinvenuto dallo storico Giuseppe Pallanti nel registro dei decessi della Basilica di San Lorenzo (che faceva capo al convento femminile di Sant'Orsola), in cui si legge: "Donna fu di Francesco del Giocondo morì addì 15 di luglio 1542 sotterrossi in Sant'Orsola tolse tutto il capitolo". Oltre a ciò sono state ritrovate diverse carte dell'epoca riguardanti il padre Antonmaria e il marito Francesco. Il ramo toscano dei Gherardini si estinse nel 1743 con la morte di Fabio Gherardini, ultimo gentiluomo della famiglia in Toscana. Un anno prima di morire, nel 1537, il marito di Lisa aveva fatto testamento (siglato tra l'altro da Piero da Vinci, il papà di Leonardo) e aveva stabilito che, alla sua scomparsa, venisse restituita a Lisa la dote, il suo abbigliamento personale e i suoi gioielli. Riguardo alle cure riservate alla moglie, scrisse delle precise disposizioni alla figlia Ludovica e al figlio Bartolomeo: "Dato l'affetto e l'amore del testatore nei confronti di Mona Lisa, la sua amata moglie; in considerazione del fatto che Lisa ha sempre agito con uno spirito nobile e come una moglie fedele; sperando che a lei venga dato tutto ciò di cui ha bisogno."
Attorno al 1501 o 1502 Francesco del Giocondo chiese a Leonardo da Vinci di ritrarre sua moglie Lisa, almeno secondo quanto riportato da Giorgio Vasari nelle 'Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri', una cinquantina d'anni più tardi: "Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatevi, lo lasciò imperfecto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableo". In cinque secoli di storia, inutile sottolinearlo, sulla Gioconda è stato detto di tutto, intere schiere di studiosi hanno tentato di analizzarlo da un punto di vista artistico e non solo. A tutt'oggi è uno di quadri più 'copiati', discussi e amati del mondo. La cosa migliore è affidarsi alle 'lettere antiche' del Vasari, ancora una volta, e lasciarsi accompagnare tra le pieghe del dipinto dalle sue parole appassionate: "Avvenga che gli occhi avevano que' lustri e quelle acquitrine, che di continuo si veggono nel vivo; et intorno a essi erano tutti que' rossigni lividi et i peli, che non senza grandissima sottigliezza si possono fare. Le ciglia per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove più folti e dove più radi, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere più naturali. Il naso, con tutte quelle belle aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo. La bocca, con quella sua sfenditura con le sue fini unite dal rosso della bocca con l'incarnazione del viso, che non colori, ma carne pareva veramente. Nella fontanella della gola, chi intentissimamente la guardava, vedeva battere i polsi: e nel vero si può dire che questa fussi dipinta d'una maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice e sia qual si vuole. Usovvi ancora questa arte, che essendo Monna Lisa bellissima, teneva mentre che la ritraeva, chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni che la facessino stare allegra, per levar via quel malinconico, che suol dar spesso la pittura a' ritratti che si fanno. Et in questo di Lionardo vi era un ghigno tanto piacevole che era cosa più divina che umana a vederlo, et era tenuta cosa maravigliosa, per non essere il vivo altrimenti".

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