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venerdì 20 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 20 giugno.

Il 20 giugno 1975 esce nelle sale americane "Lo squalo" (Jaws), di Steven Spielberg.

"Ci serve una barca più grossa."

La frase celebre del film Lo Squalo, pronunciata dal poliziotto Martin Brody (Roy Scheider), racchiude tutta la paura verso il potente pescecane protagonista della pellicola, e non per niente è stata scelta dall’American Film Institute come la numero 35 tra le 100 migliori citazioni cinematografiche di tutti i tempi. Il 20 giugno del 1975, il giovane Steven Spielberg portò nei cinema americani Lo Squalo, una pellicola estiva destinata a cambiare per sempre il genere del filone shark movies. Cinquanta anni fa infatti ha debuttato questo film in cui nessuno credeva, costato 9 milioni di dollari, cifra oltre il budget previsto, e che ha finito, incredibilmente, per incassarne ben 471.

Basato sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, la storia narrata ne Lo Squalo prende spunto da fatti realmente accaduti in New Jersey nel 1916, quando un enorme pescecane terrorizzò per una lunga estate le calde acque della zona. Anche nel film di Spielberg, il protagonista resta il grande squalo, che inizia a seminare morti tra i bagnanti dell’immaginaria cittadina di Amity, nota località turistica. Per smorzare il panico, il capo della polizia locale decide di cercarlo e ucciderlo con l’aiuto di un biologo marino e di un cacciatore di squali professionista.

Se pensate che la collaborazione tra i tre sia facile, vi sbagliate di grosso. Tre uomini diversi tra loro, che affrontano un destino avverso. Lo sceriffo Martin Brody (Roy Scheider), obbediente alle regole, con una famiglia che ama, che ha però paura dell’acqua, ma ironicamente sarà lui ad affrontare lo squalo nel confronto finale; il cacciatore di squali Quint (Robert Shaw), spavaldo, temerario, che racconta senza ribrezzo la sua esperienza dell’affondamento della USS Indianapolis, un racconto di storia vero, dove migliaia di marinai finirono in mare attaccati e uccisi dagli squali. Quint racconta com’è venir morsi da uno di loro, terrorizzando i suoi due compagni, e invece finisce orribilmente per essere ucciso dallo squalo; infine Matt Hooper (Richard Dreyfuss) biologo e quindi uomo di scienza, che di fronte alla forza del grande predatore, si sente piccolo e tutte le sue conoscenze vengono a mancare.

Da sempre l’immagine dello squalo ha rappresentato le nostre paure primordiali: è infatti il predatore più antico dei mari, il terrore che sventra gli uomini con le sue enormi fauci (da qui Jaws del titolo originale) e i denti ricurvi e seghettati. Una macchina perfetta per uccidere, come spiegherà Hooper in una scena del film, che ha spaventato l’uomo per secoli. Ne Lo Squalo, Spielberg ha saputo risvegliare questa paura primordiale con un tocco di genio: scene girate in mare aperto piuttosto che nella classica piscina allestita o in un laghetto, facendo sì che proprio nel 1975, anno di uscita del film, ci sia stato un calo delle attività di villeggiatura perché tutti erano colpiti dallo ‘squalo’.

Nella prima parte di durata della pellicola, il grande squalo bianco non viene mai mostrato e la sua presenza viene fatta percepire attraverso la musica inquietante e incalzante di John Williams (Oscar per le musiche appunto); nella seconda parte, quando Brody, Quint e Hooper partono con la barchetta Orca a caccia dello squalo, solo allora lui si mostra in tutta la sua maestosa potenza. Merito dei tre squali meccanici, soprannominati allegramente da Spielberg ‘Bruce’, lunghi 8 metri.

Lo Squalo è un film che ha segnato un’epoca e che a distanza di cinquant’anni continua a incutere terrore. È una storia di paura, di coraggio, di una lotta continua tra uomo e animale, in cui, nella realtà, spesso è proprio quest’ultimo a finire sconfitto, colpa dell’uomo che lo caccia illegalmente portandolo a rischio estinzione. Al di là dei discorsi animalisti, la cosa che colpisce maggiormente questa pellicola è il realismo con il quale è stato realizzato. Squali meccanici ma anche veri, scene in mare aperto, tanto sudore e fatica che hanno dato inizio alla carriera di uno straordinario regista che ha intimorito per anni i suoi telespettatori tra squali e dinosauri.

giovedì 19 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 giugno.

Il 19 giugno 1982 una nuova coppia viene uccisa dal mostro di Firenze. Questo delitto segnerà una svolta nelle indagini.

La notte del 21 agosto 1968, a Signa, in provincia di Firenze, fu usata per la prima volta l’arma con la quale nei successivi diciassette anni, e sempre in quelle zone, furono commessi altri sette duplici omicidi. Anche se il primo di quei delitti, quello del 1968, venne considerato legato agli altri solo quindici anni dopo, tutti a un certo punto vennero attribuiti a quello che i giornali chiamarono prima il “maniaco delle coppiette” e poi il “mostro di Firenze”.

Quello del cosiddetto “mostro di Firenze” fu il primo caso di omicidi seriali in Italia riconosciuto come tale. La sua storia è intricata e confusa: inizia alla fine degli anni Sessanta, ma non è ancora stata del tutto chiarita. Un uomo di nome Pietro Pacciani, il più noto tra le persone coinvolte, venne condannato in primo grado e poi assolto in appello: morì prima del nuovo processo chiesto dalla Cassazione. Due suoi amici – i cosiddetti “compagni di merende”, Mario Vanni e Giancarlo Lotti – vennero condannati per quattro degli otto duplici omicidi commessi. Nel tempo si è ipotizzato anche che potessero esserci stati dei mandanti, si parlò di moventi di natura esoterica, vi furono depistaggi, persone coinvolte che poi uscirono di scena e tantissime ipotesi. Tuttora è aperta un’inchiesta.

Tutti gli otto omicidi attribuiti al “mostro di Firenze” hanno coinvolto giovani coppie che si trovavano in luoghi appartati nella campagna fiorentina. Tutte le coppie, a parte quella dell’ultimo delitto, si trovavano in auto. Come è stato scoperto, ma solo a un certo punto, per tutti i delitti è stata usata la stessa arma, caricata con munizioni Winchester marcate con la lettera “H” sul fondello del bossolo. Spesso le vittime hanno subìto anche ferite d’arma bianca, e in diversi casi l’assassino ha asportato il pube delle donne uccise. In due casi le donne sono state mutilate del seno sinistro. I luoghi dei delitti hanno fatto pensare che l’assassino conoscesse bene il territorio e che, in alcuni casi, pedinasse le persone che poi decideva di uccidere.

Il 21 agosto del 1968, intorno a mezzanotte, furono uccisi Antonio Lo Bianco e Barbara Locci. Si trovavano dentro un’auto parcheggiata in una strada appartata vicino al cimitero di Signa, in provincia di Firenze. Lui era un muratore, aveva 29 anni ed era sposato. Lei faceva la casalinga, aveva 32 anni ed era a sua volta sposata. I due erano amanti e al momento dell’aggressione, in macchina con loro, c’era anche Natalino Mele, il figlio di 6 anni che la donna aveva avuto con il marito, Stefano Mele, un manovale sardo che viveva in Toscana da diversi anni. I due amanti morirono a causa di otto colpi di pistola sparati da vicino: quattro colpirono lei e quattro lui. I bossoli di cartucce ritrovati erano Winchester marcati con la lettera “H” sul fondello. L’arma non fu trovata, e non lo sarà mai.

La prima persona che venne sospettata dell’omicidio fu il marito di lei, Stefano Mele. Nella storia c’erano comunque molte incongruenze: Mele risultò totalmente incapace di maneggiare un’arma, confuse il finestrino verso il quale partirono i colpi, ma dimostrò di conoscere tre particolari che poteva sapere solo qualcuno che avesse assistito alla scena. Cambiò versione dei fatti molte volte: prima negò tutto, poi accusò e coinvolse nell’indagine altri amanti della moglie sardi come lui (Salvatore e Francesco Vinci, per cui nelle indagini si parlò di “pista sarda”) e poi li scagionò, alla fine confessò e disse di essere stato lui. Anche il bambino, che prima disse di non aver sentito niente, alla fine ammise di aver visto il padre quella notte. Nel 1970 Stefano Mele fu condannato dal tribunale di Perugia a 14 anni di carcere. La storia sembrava essere finita qui, invece quindici anni più tardi questo delitto venne collegato ai successivi, e con questo delitto hanno a che fare le indagini attualmente in corso. Ci torniamo.

Il 14 settembre del 1974 a Sagginale, una frazione della comunità montana del Mugello, vennero uccisi Pasquale Gentilcore, 19 anni, e Stefania Pettini, 18 anni. Si frequentavano da circa due anni e al momento dell’aggressione si trovavano in auto, in una strada sterrata. Lui fu colpito cinque volte, lei tre: venne portata fuori dall’auto ancora viva e accoltellata decine di volte. Nella vagina le venne infilato un tralcio di vite e le furono asportati il seno sinistro e il pube. Anche il corpo di lui venne colpito con un coltello. Dalle indagini emerse che la donna aveva confidato ad un’amica di avere avuto un incontro insolito con una persona il giorno prima, e il suo insegnante di guida disse che durante una lezione erano stati pedinati.

Nel 1981 i duplici omicidi furono due: il primo avvenne a Scandicci nella notte tra il 6 e il 7 giugno. Giovanni Foggi, 30 anni, e la sua fidanzata Carmela De Nuccio, 21 anni, si erano appartati con la loro auto. Lei venne ritrovata mutilata al pube come Stefania Pettini. Dopo il delitto di giugno venne sospettato e arrestato un uomo, scagionato però perché mentre si trovava in carcere venne commesso un nuovo omicidio. In ottobre, a Calenzano, vennero infatti uccisi Stefano Baldi, 26 anni, e Susanna Cambi, 24 anni. La modalità fu la stessa degli altri casi. I due fidanzati si trovavano in auto lungo una strada sterrata, l’omicida sparò diversi colpi e poi ferì e mutilò con un coltello il corpo di lei. La donna aveva detto alla madre di essere pedinata.

Al giugno del 1982 risalgono gli omicidi di Paolo Mainardi e Antonella Migliorini. I due si trovavano in auto a Baccaiano, frazione di Montespertoli, fermi in uno slargo di una strada provinciale. Questa volta le cose andarono diversamente. I primi colpi sparati non uccisero Paolo Mainardi e l’uomo, probabilmente seduto al posto di guida, rimase inizialmente solo ferito: secondo la versione più condivisa riuscì ad accendere l’auto e ad attraversare trasversalmente la strada. Poi l’assassino sparò ancora, colpendo di nuovo i due ragazzi. Il luogo non era molto isolato e l’assassino non ebbe il tempo di mutilare il corpo della donna perché, probabilmente, sarebbe stato troppo rischioso. L’auto in mezzo alla strada e i corpi di Paolo Mainardi e di Antonella Migliorini vennero infatti trovati dopo poco. Lei era morta, lui respirava ancora ma morì il giorno dopo in ospedale senza aver ripreso coscienza.

Questo delitto segnò anche una svolta nelle indagini: gli inquirenti collegarono infatti i delitti del 1974, 1981 e 1982 a quello avvenuto 14 anni prima a Signa, per cui un uomo, Stefano Mele, era già stato condannato: l’arma usata nel 1968 era la stessa utilizzata negli omicidi successivi. Quando venne fatto il collegamento, gli investigatori si ricordarono di Mele, lo interrogarono e lui tornò ad accusare Francesco Vinci. Nell’agosto del 1982 Vinci venne arrestato per maltrattamenti e due mesi dopo venne anche accusato di essere il “mostro di Firenze”. Poi avvenne un nuovo omicidio e Vinci venne scarcerato (fu trovato assassinato nel 1993 insieme a un amico in una pineta).

Il 9 settembre del 1983 a Giogoli, nel comune di Scandicci, furono uccisi due turisti tedeschi. Erano entrambi maschi, uno dei due aveva i capelli lunghi e venne probabilmente confuso con una donna. I corpi non vennero mutilati. A quel punto, e sempre sulla base di nuove dichiarazioni di Stefano Mele, vennero indagati suo fratello e il cognato. Mentre erano in carcere venne commesso un nuovo duplice omicidio, il penultimo.

Claudio Stefanacci e Pia Gilda Rontini vennero uccisi nel luglio del 1984 mentre si trovavano nella loro Fiat Panda parcheggiata in una strada sterrata vicino a Vicchio. Si trovavano sul sedile posteriore e il corpo di lei fu accoltellato e mutilato del pube e del seno sinistro. La data dell’ultimo duplice delitto, l’ottavo, non è chiara. Era settembre ed era il 1985, ma i corpi di Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot (anche lei accoltellata e mutilata) vennero trovati giorni dopo l’aggressione. Si trovavano dentro la loro tenda agli Scopeti, nel comune di San Casciano Val di Pesa. Qualche giorno dopo la scoperta dei corpi, alla procura di Firenze venne spedito in una busta anonima indirizzato a Silvia Della Monica, la pm incaricata delle indagini, un brandello del seno della donna.

Le indagini delle procure di Firenze e Perugia, fino ad allora, non avevano portato a niente di concreto: diverse persone erano state indagate, ma poi erano state tutte scarcerate. Nel 1991 le forze dell’ordine che indagavano esclusivamente su quegli omicidi seriali, e che erano riunite nella SAM (Squadra Anti-Mostro), si concentrarono su Pietro Pacciani. A quel tempo Pacciani si trovava in prigione per aver stuprato le sue due figlie, e aveva già scontato una condanna di tredici anni, quando ne aveva 26, per aver ucciso l’amante della fidanzata: li sorprese in atteggiamenti intimi, accoltellò l’uomo e poi costrinse la donna ad avere un rapporto sessuale accanto al cadavere. Dopo quell’arresto, Pacciani dichiarò di avere avuto un raptus, come si dice, poiché aveva visto la fidanzata che davanti all’amante si denudava il seno sinistro.

Già nel 1985 una lettera anonima diceva agli inquirenti di indagare su Pacciani, e ne descriveva la personalità brutale e irascibile (era soprannominato “il vampa”). Inoltre il nome di Pacciani era già stato schedato dalla SAM tra le molte persone che avevano le caratteristiche dell’assassino seriale. Gli indizi che accusavano Pacciani erano diversi e venne arrestato nel gennaio del 1993 con l’accusa di essere l’omicida delle otto coppie. Nel 1994, il tribunale di Firenze lo condannò all’ergastolo per sette degli otto duplici omicidi di cui era accusato; Pacciani venne invece assolto per il duplice omicidio del 1968. Pacciani venne assolto anche in appello, ma la Cassazione nel 1996 annullò la seconda sentenza e ordinò un nuovo processo. Pacciani morì il 22 febbraio 1998, prima che il nuovo processo potesse cominciare, in circostanze non molto chiare (fu trovato morto in casa mezzo nudo, con tracce nel sangue di un farmaco anti-asmatico).

In primo grado Pacciani venne condannato sulla base di vari elementi, perlopiù di valore indiziario. Un elemento invece trascurato in questi primi processi – e preso in considerazione solo più tardi – furono i grossi movimenti di denaro sul suo conto in banca, giudicati incompatibili con il mestiere dell’agricoltore. Nelle inchieste successive, invece, si ipotizzò che Pacciani e le persone che successivamente vennero condannate (ci arriviamo) ricevessero denaro per eseguire gli omicidi su commissione.

Dalla metà degli anni Novanta le indagini coinvolsero anche alcuni amici di Pacciani, i cosiddetti “compagni di merende”: Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Fernando Pucci e Giovanni Faggi. Faggi venne assolto in tutti e tre i gradi di giudizio da ogni accusa riguardante gli omicidi e Pucci testimoniò contro i primi due amici dicendo di essere stato un testimone oculare di due degli otto omicidi. Vanni e Lotti vennero alla fine condannati in via definitiva per quattro degli otto duplici omicidi. Vi avrebbero partecipato con Pacciani e in alcuni casi sarebbero stati loro gli esecutori materiali.

A un certo punto le indagini portarono gli inquirenti a ipotizzare l’esistenza di un secondo livello, che avrebbe agito come mandante dei delitti del “mostro” in base a un possibile movente magico-esoterico: c’erano state alcune testimonianze che andavano in questo senso e c’erano le grosse somme di denaro, non giustificabili, a disposizione di Pacciani dopo i delitti. L’ipotesi era che del gruppo dei mandanti facesse parte anche un famoso gastroenterologo, Francesco Narducci, trovato morto in barca poco dopo l’ultimo dei duplici omicidi del “mostro di Firenze”. Con lui si ipotizzò che c’entrassero anche molte altre persone, i familiari di Narducci e pure un giornalista che finì in carcere per quasi un mese. Questo filone delle indagini, alla fine, non portò a nulla.

Nel 2017 però è partito un nuovo filone di indagine che coinvolge Giampiero Vigilanti, un uomo di 87 anni, e il suo medico. Vigilanti, ex legionario, è residente a Prato ed è nato a Vicchio, il paese in cui era cresciuto Pietro Pacciani. Conosceva Pacciani, conosceva i “compagni di merende”, era già stato coinvolto nelle indagini a metà degli Ottanta, possedeva molte pistole, compreso il modello usato per i duplici omicidi o uno simile. A casa sua sono stati trovati diversi articoli di giornale sui delitti dal 1968 in poi, dei proiettili dello stesso lotto usato dal mostro e si sa che possedeva una pistola che avrebbe potuto essere compatibile con quella usata per gli omicidi. Attualmente si è in attesa dei risultati di una perizia su molti reperti accumulati fino ad ora nell’inchiesta. A oggi ufficialmente, se non ci saranno nuovi sviluppi, la vicenda del “mostro di Firenze” è finita con la condanna ai “compagni di merende”.

mercoledì 18 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 giugno.

Il 18 giugno 1812 gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Gran Bretagna.

La guerra tra Stati Uniti e Gran Bretagna combattuta dal 18 giugno 1812 al 17 febbraio 1815 è particolare, con una gestione mal condotta, una durata di tre anni contro un solo anno di previsione, la battaglia più famosa viene combattuta dopo la firma del trattato di pace; eppure questo conflitto gioca un ruolo cruciale nello stabilire l’identità dell’America, ispira l’inno nazionale e stabilisce la prima zona smilitarizzata del mondo.


All’inizio del XIX secolo l’America è un’associazione libera di Stati sparpagliati, che confinano a Ovest con una vasta zona selvaggia e a Est con l’estensione dell’Oceano; queste comunità isolate di rudi pionieri che si spingono avanti combattendo la natura e gli indiani, sono circondate da un ampio territorio inesplorato e ostile, ma anche fertile e che si presta a essere densamente popolato. Nell’arco dei 35 anni che seguiranno il Conflitto Anglo-Statunitense, le regioni che si estendono per 3.000 miglia tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico e tra i Grandi Laghi del Nord fino al Golfo del Messico cadranno sotto il controllo di Washington.

La guerra scoppia per i conflitti che, al di là dell’Atlantico, insanguinano il continente europeo: per affamare gli Inglesi e toglier loro ogni rifornimento, Napoleone Bonaparte impone il famoso «blocco continentale». Questo produce in America lo scontro tra i federalisti, anglofili per interessi commerciali, e i repubblicani, simpatizzanti per la Francia rivoluzionaria e bonapartista. Gli Stati Uniti mantengono un atteggiamento pacifista e doppiogiochista, vendendo a entrambe le parti in lotta i propri prodotti; così, la Corona Inglese prende ad arrogarsi il diritto di perquisire le navi mercantili statunitensi quando attraversavano le rotte commerciali, impedendo di fatto agli Americani il libero commercio con i Francesi e, cosa ancor più grave, procede all’arruolamento forzato dei marinai per combattere la «sua» guerra. Oltretutto, gli Inglesi supportano le tribù indiane che resistono all’espansionismo americano, incitandole agli attacchi al confine.

Il 1° giugno del 1812, il Presidente Americano James Madison (un uomo esile, 163 centimetri per 50 chilogrammi di peso, un intelletto fine, che ha architettato la Costituzione, ma che al dominio della scienza politica non accoppia pari abilità pratica), capendo che il conflitto è inevitabile, chiede al Congresso di dichiarare guerra, per porre fine alla continua violazione dei diritti dell’America sulla navigazione. Spingono alla guerra i repubblicani che rappresentano i nuovi Stati dell’Ovest (nel 1796 e nel 1803 sono diventati Stati il Tennessee e l’Ohio; nel 1812 la Louisiana; negli anni successivi, sotto la spinta colonizzatrice e a danno degli Indiani, entreranno a far parte della Confederazione Americana l’Indiana, il Mississippi, l’Illinois, l’Alabama): sono desiderosi di metter le mani sull’Alto Canada, e magari sul Canada tutto intero. Il 18 giugno il Congresso risponde affermativamente alla richiesta del Presidente, sia pure con una maggioranza esigua, e comunque senza un’alleanza «ufficiale» con Napoleone.

Sulla carta, gli Stati Uniti hanno una superiorità schiacciante sugli avversari: possono contare, tra esercito regolare, ranger, milizia e nativi americani alleati, su quasi 600.000 uomini, contro gli Inglesi che, tra esercito regolare, milizia e tribù indiane alleate, non arrivano a 60.000 combattenti – un rapporto di circa 10 contro 1. Ma la stragrande maggioranza delle truppe americane è formata da uomini della milizia, ovvero civili del tutto impreparati per una guerra, male armati e peggio addestrati; in realtà gli Stati Uniti non hanno neppure un vero esercito (ne mettono in campo uno di soli 5.000 uomini: quello del ben più piccolo Regno di Sardegna è superiore sotto ogni punto di vista, contando 60 divisioni contro 15 americane, ed essendo ben addestrato); sulla scena internazionale, i combattenti americani sono considerati dei sempliciotti disorganizzati e poco realisti. Non hanno neppure una conoscenza adeguata di quelle lande canadesi che sono così ansiosi di conquistare. Al contrario, l’esercito britannico dispone di soldati professionisti ben addestrati, equipaggiati con armi all’avanguardia e comandati da ufficiali capaci e con molta esperienza, oltretutto la potenza della flotta britannica non teme rivali (11 vascelli, 34 fregate e 52 navi da guerra del Regno Unito contro 8 fregate e 14 navi da guerra degli Stati Uniti).

Il conflitto, l’ultimo combattuto sul suolo canadese, si articola su tre teatri distinti: sul mare, navi da guerra e corsari dei due schieramenti attaccano le unità mercantili dell’avversario, mentre gli Inglesi impongono un blocco navale e conducono ripetute incursioni anfibie lungo la costa orientale degli Stati Uniti; al confine con il Canada, entrambi gli schieramenti si impegnano in una serie di battaglie terrestri e navali; in terzo luogo, gli Inglesi conducono una campagna anfibia lungo la costa meridionale degli Stati Uniti. È una guerra «sporca», non priva di crudeltà, come quando nei pressi di Frenchtown (22 gennaio 1813) gli Inglesi, vittoriosi sul campo di battaglia, lasciano i prigionieri americani alla completa mercé delle milizie indiane, le quali danno sfogo ai loro istinti più violenti, torturando e uccidendo gli Statunitensi sopravvissuti.

Qualche settimana dopo la dichiarazione di guerra, i comandanti americani attaccano l’ultima roccaforte britannica nel Nord America, il Canada, ma quella che molti avevano preannunciato come una semplice marcia, si trasforma in una delle più grandi disfatte della storia militare americana.

Il Generale Statunitense Hull è ripetutamente respinto. Le forze britanniche dislocate in Canada marciano verso Sud occupando tutto ciò che incontrano sulla loro strada; a Detroit oltre 4.000 uomini si arrendono senza neanche combattere. Anche le truppe americane guidate dal Generale Van Rensealler si rifiutano di attraversare il Niagara e di combattere. Sono dei chiari campanelli d’allarme.

Dal 1812 la guerra si trascina nel 1813, la campagna per la conquista del Canada è un fiasco totale; gli Americani subiscono una sconfitta dopo l’altra. Il 27 aprile le truppe americane attaccano York (l’odierna Toronto), la capitale del Canada Settentrionale, e danno fuoco al Parlamento; gli Inglesi non perdonano questo atto e preparano la risposta decidendo l’invasione degli stessi Stati Uniti.

Dal suo esordio, la guerra del 1812 è di secondaria importanza per gli Inglesi, che ormai da nove anni sono impegnati nelle guerre bonapartiste, ma all’inizio del 1814 la sconfitta dei Francesi consente di spostare migliaia di soldati esperti sul fronte dell’Atlantico. Al comando di questa offensiva c’è un uomo per cui le distruzione dell’America è una vendetta personale: il Vice Ammiraglio Sir Alexander Cochrane; il suo risentimento nasce dalla morte di un parente, caduto durante la guerra per l’indipendenza americana. «Distruggere tutto ciò che porta colori americani! Voglio che il nemico subisca una sconfitta totale!» sono i suoi ordini.

Secondo il Segretario alla Guerra Americano, John Armstrong, gli Inglesi colpiranno Baltimora, grande centro commerciale, ma il Presidente Madison risponde al panico crescente nella capitale blindando Washington e creando il decimo distretto militare, una zona che circonda la città; comandante di questa cintura difensiva è William Winder, un uomo privo di esperienza nel campo militare e ostacolato da Armstrong che si rifiuta di trasferire a Washington la milizia dislocata sul confine canadese, a meno che non vi sia una vera emergenza; la città è presidiata solo da pochi e inesperti cittadini armati di moschetto.

Il 19 agosto, 5.000 soldati britannici sbarcano a Benedict nel Maryland, a meno di 40 chilometri dalla capitale. Il Presidente Madison emana due ordini, concentrare le truppe il più rapidamente possibile e portare in salvo fuori dalla città tutti i documenti. Raggiunge la campagna per incitare le truppe, mentre Winder cerca di avvistare le schiere britanniche per poter stabilire dove concentrare le forze, a ogni nuova segnalazione sposta le truppe esauste con delle contro-marce.

Sulle sponde del fiume Potomac, a soli 10 chilometri da Washington, si decide il destino della capitale. Il 24 agosto, i soldati di Winder, inesperti e male equipaggiati, affrontano le veterane truppe del Generale Robert Ross, che le travolgono: in appena un’ora, tutta la resistenza americana viene cancellata, la strada per Washington è sgombra.

Madison capisce che la città è perduta e cerca un posto sicuro dove rifugiarsi, la fiorente capitale si trasforma in una città fantasma, i governanti lasciano la città, le truppe americane sconfitte che si riversano a Washington non hanno idea di dove sia il Presidente. Una donna, prima che le giubbe rosse riducano tutto in cenere, cerca di salvare quanto più possibile delle memorie della Nazione: è la First Lady, Dolly Madison, che raggiunge il tesoro nazionale e si assicura personalmente che i documenti più preziosi siano messi al sicuro, poco prima che gli Inglesi entrino a Washington.

In risposta alla distruzione della sede del Parlamento Canadese, i Britannici danno fuoco agli uffici governativi di Washington: alla residenza presidenziale, in sala da pranzo trovano apparecchiato, prendono del vino per fare un sarcastico brindisi al Presidente, saccheggiano le stanze e arraffano tutto ciò che c’è di valore, comprese le lettere d’amore del Presidente Madison alla moglie, poi lanciano torce dalle finestre e il palazzo viene inghiottito dalle fiamme. Il giorno successivo incendiano la Biblioteca del Congresso e i cantieri navali, nel pomeriggio si scatena sulla capitale uno degli uragani più potenti della storia, i lampi squarciano le nuvole e venti fortissimi spazzano la città. All’improvviso si forma una tromba d’aria che vortica nel centro della capitale, per due ore la tempesta sconvolge Washington e spegne le fiamme che l’avevano trasformata in un inferno. Poi gli Inglesi si ritirano: non hanno le forze per conquistare e presidiare gli Stati Uniti, né ne hanno la volontà o l’intenzione.

Il Presidente e la First Lady fanno rientro a Washington il 27 agosto, dopo che gli Inglesi se ne sono andati, e trovano la città ridotta a un deserto carbonizzato e fumante, il palazzo presidenziale è un guscio bruciato senza tetto: dopo la ritinteggiatura, prenderà il nome, attuale, di Casa Bianca.

Intanto, Baltimora si prepara alla difesa: vengono radunate quante più forze possibili ed è chiesto alla popolazione il sacrificio supremo, marinai e mercanti affondano le proprie navi nel tratto di mare tra Fort McHenry e la terraferma per formare una barriera artificiale che impedisca alle navi inglesi di penetrare nel canale che conduce alla città, sono costruite due gradinate per potervi posizionare 60 pezzi di artiglieria. Alle cucitrici di Baltimora è ordinato di fabbricare una grande bandiera per il presidio e una più piccola da usare come stendardo di battaglia: la più grande misura 9 metri per 12 e prende a sventolare su Fort McHenry.

L’11 settembre un colpo di avvertimento interrompe la quiete di una domenica pomeriggio, le vedette localizzano la flotta britannica. Il Generale Rober Ross, quando viene a sapere che gran parte delle truppe nemiche provengono dalla milizia, dichiara: «Non mi importa se pioverà milizia! Ma dovrà pentirsene presto!» Dinanzi a lui c’è il Generale Americano John Striker, un capo determinato, che dà subito l’ordine di attaccare il nemico. Ross accorre in prima linea al rumore dei primi spari e un anonimo cecchino americano lo colpisce al fianco; il comandante britannico cade da cavallo, ferito a morte, e prima di spirare passa il comando al Colonnello Arthur Brooke.

La notizia della morte di Ross si sparge rapidamente tra i ranghi: per i soldati britannici era più di leader, era un eroe cavalleresco, coraggioso, forte, astuto e carismatico. Invece Arthur Brooke è un leader capace ma cauto: pensa di scardinare le difese americane con un violento fuoco di artiglieria e all’alba del 13 settembre le navi da guerra britanniche sparano gigantesche palle di piombo da 90 chilogrammi contro Fort McHenry. Cala la notte e, nel cielo sopra il forte, i razzi producono una luce abbagliante, mentre i boati dei colpi assordanti dell’artiglieria scuotono tutta Baltimora; nel buio che precede l’alba del 14 settembre Brooke, compresa l’inutilità di continuare il combattimento, ordina la ritirata e leva l’assedio. Una dopo l’altra, le navi da guerra britanniche salpano l’ancora e spariscono nella calma foschia del mattino; dopo una tempesta di fuoco senza precedenti, il vessillo a stelle e strisce sventola ancora sul forte, Baltimora è salva. Durante questo assedio, viene composto l’inno nazionale statunitense.

Gli Indiani Creek sono sconfitti in Alabama e i loro alleati Cherokee nella battaglia di Horseshoe Bend dalle truppe statunitensi; la loro disfatta apre nuovi vasti territori agli insediamenti dei pionieri americani.

Nel frattempo, al di la dell’Oceano un altro avvenimento influisce sul corso della guerra: i rappresentanti americani e britannici si riuniscono in Belgio e iniziano gli accordi di pace. Il 24 dicembre 1814 viene firmato il Trattato di Gand, che sancisce un sostanziale ritorno allo «status quo ante bellum».

Ignaro della cosa, Sir Alexander Cochrane pianifica un assalto a New Orleans, porta d’ingresso al territorio nordamericano: una vittoria permetterebbe agli Inglesi di collegarsi al Canada e controllare gli Stati Uniti da Nord, Sud e Ovest. A ostacolarlo è Andrew Jackson, un quarantesettenne del Tennesse, la cui determinazione e il fiero e indomabile temperamento gli valgono il leggendario soprannome di «Vecchia Quercia».

Jackson arriva a New Orleans il 1° dicembre 1814, giura di rispedire i nemici in mare o di morire provandoci, e inizia immediatamente a organizzare le difese della città: sotto il suo comando si riunisce gente di ogni etnia e di ogni classe sociale, cosicché Jackson riesce a reclutare un esercito grazie solo al potere magnetico del suo carisma.

I suoi 4.000 uomini senza alcuna esperienza e senza addestramento hanno di fronte 10.000 soldati professionisti britannici, comandanti dal Generale Sir Edward Pakenham, un uomo che gode di grande fama grazie alle sue imprese.

I primi scontri sono favorevoli agli Inglesi, che avanzano faticosamente fra acque melmose e nebbie. Il 1° gennaio 1815 la nebbia si dirada e gli Inglesi aprono il fuoco, l’esplosione dei razzi e dei colpi di mortaio si sente fino a grande distanza; dopo alcune ore tutti i pezzi tacciono, hanno esaurito le munizioni o sono stati messi fuori uso dall’artiglieria americana. Il Generale Pekenham è convinto di poter sopraffare Jackson con un attacco diretto alla città, grazie alla propria superiorità numerica e alla debolezza di alcuni punti della difesa nemica: decide per un attacco ben coordinato, circa 1.000 uomini attraverseranno il fiume Mississippi dal lato orientale, attaccheranno le batterie americane e punteranno il fuoco sugli uomini di Jackson, un altro reggimento ha il compito di ingannare gli Americani attaccandoli sulla sinistra, mentre il grosso dell’esercito attaccherà frontalmente.

Alle prime luci dell’alba dell’8 gennaio, gli Inglesi avanzano, ma il fango sulle rive del Mississippi rallenta la forza dell’attacco e alcune imbarcazioni a causa della corrente vengono spinte fuori rotta, quando raggiungono l’altra sponda ormai è troppo tardi, i razzi sparati nel cielo rendono visibile la loro avanzata, i battaglioni che hanno il compito di montare le scale per scavalcare le difese americane non ne hanno a sufficienza. Non appena la colonna britannica è a tiro, gli Americani le sparano contro tutto ciò che hanno e centinaia di Inglesi cadono in pochi minuti, il battaglione con in dotazione le scale si ferma per rispondere al fuoco, il resto dell’armata cerca di arrampicarsi sui pendii di fronte alle difese americane, ma senza le scale non riesce a superare i bastioni e diventa un facile bersaglio; gli ufficiali vanno in prima linea per dare coraggio agli uomini, ma vengono subito individuati e uccisi. Sulla destra le truppe britanniche riescono a conquistare i bastioni, il combattimento si trasforma in una lotta corpo a corpo, ma senza rinforzi gli Inglesi sono infine costretti a ripiegare. Il cencioso esercito di Jackson – divenuto eroe nazionale – in poche ore ha sbaragliato il miglior esercito del mondo: più di 2.000 sono le perdite britanniche, mentre gli Americani contano solo 13 caduti e alcune dozzine di feriti.

Intanto giunge la notizia che la guerra è finita: i termini del Trattato di Gand (ratificato dal Congresso Americano il 17 febbraio) ristabiliscono i confini territoriali e i diritti marittimi a come erano prima del conflitto, del resto la causa principale della guerra – l’arruolamento forzato – era già cessata con la fine delle guerre napoleoniche; le parti in causa sono obbligate a rilasciare i prigionieri (ma gli Inglesi non lo faranno, pagando agli Stati Uniti circa 250.000 sterline come risarcimento). Nel 1818 Gran Bretagna e Stati Uniti si accordano nel riconoscere il 49° parallelo quale linea di confine fra Stati Uniti e Canada e stabiliscono di occupare congiuntamente il territorio Nord-Occidentale dell’Oregon; la linea di confine fra Canada e Stati Uniti è del tutto smilitarizzata: è la prima linea di confine smilitarizzata al mondo e lo è ancora ai nostri giorni. Il conflitto non lascia strascichi di animosità tra i due Paesi anglosassoni.

Questa guerra, senza un chiaro vincitore, costa agli Stati Uniti circa 20.000 caduti (tra deceduti in battaglia e morti per malattia), 4.505 feriti, 278 prigionieri e 1.408 navi catturate o distrutte; la Gran Bretagna lamenta 4.481 caduti (anche qui si sommano le perdite in battaglia e i morti per malattia), 3.679 feriti, circa 1.150 navi catturate. Essa non è stata però del tutto inutile, perché ha stabilito la direzione e l’identità dell’America, rendendola del tutto indipendente dalla madrepatria britannica: si è consolidato il senso di unità nazionale e il patriottismo, e si è creato il «mito» di una giovane Nazione, forgiata dal fuoco, unita nella volontà, che annulla le disuguaglianze e vince; gli Stati Uniti restano, in questo primo scorcio del XIX secolo, l’unica Nazione Repubblicana nel mondo.

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