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giovedì 3 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 ottobre.
Il 3 ottobre 1954 viene consacrata la Basilica di San Petronio a Bologna, dopo più di 500 anni dalla sua costruzione.
La Basilica di San Petronio, dedicata al patrono cittadino (ottavo vescovo di Bologna dal 431 al 450), è la più grande e importante chiesa bolognese (m 132 di lunghezza, 66 di larghezza totale, 47 di altezza). La costruzione fu iniziata nel 1390 sotto la direzione di Antonio di Vincenzo. Nel 1514 Arduino degli Arriguzzi propone un nuovo modello a croce latina che avrebbe superato in grandezza la chiesa di San Pietro a Roma. Secondo la leggenda Pio IV bloccò la realizzazione di questo sogno megalomane, sollecitando i lavori per la costruzione dell'Archiginnasio. Anche la facciata rimase incompiuta. La copertura della navata maggiore e la chiusura dell'abside furono ultimate solo nel 1663 su progetto di Girolamo Rainaldi e direzione di Francesco Martini. Le navate minori vennero chiuse da muri rettilinei. Celebre fu la Cappella musicale petroniana il cui il simbolo più prestigioso è un organo tuttora funzionante, costruito attorno al 1470 da Lorenzo da Prato: il più vecchio al mondo ancora in uso. Un altro organo più recente (1596) è di Baldassarre Malamini e anche questo è funzionante nonostante i quattrocento anni di vita.  Il 4 ottobre 1814 viene riaperta la cappella del SS. Sacramento, fatta restaurare da Antonio Malvezzi Campeggi su progetto di Angelo Venturoli. Nel 1894 fu aperto il Museo di San Petronio su progetto di T. Azzolini. Infine, tra le cappelle 1 - 2, 9 - 10, 13 - 14 , 21 - 22, si trovano le quattro croci di pietra che, secondo la leggenda, furono poste da San Petronio agli angoli del perimetro della città, definito nei secoli successivi il cerchio delle mura di selenite.
Giacomo Ranuzzi iniziò il rivestimento marmoreo della facciata, che non venne mai completato, nel 1538 su disegno di Domenico da Varignana. La parte terminata è decorata con opere degli scultori Jacopo della Quercia, Amico Aspertini e Alfonso Lombardi. Il portale centrale, iniziato nel 1425, è un capolavoro di Jacopo della Quercia. Sui pilastri sono rappresentate scene dell'Antico Testamento, sull'archivolto 18 profeti, sull'architrave storie del Nuovo Testamento e sul timpano la "Madonna con Bambino" e "Sant'Ambrogio e San Petronio". Il centro dell'arco del timpano è opera di Amico Aspertini. Degne di nota nelle due porte laterali sono la "Resurrezione" di Alfonso Lombardi sulla porta di sinistra e la "Deposizione" di Amico Aspertini sulla porta di destra.
La Cappella di S. Giacomo, già Rossi e Baciocchi: sull'altare la splendida "Madonna in Trono" di Lorenzo Costa (1492); allo stesso autore sono attribuiti i disegni della vetrata policroma. Il monumento funebre di destra conserva le spoglie del principe Felice e di sua moglie Elisa Bonaparte realizzato da Lorenzo Bartolini e Cincinnato Baruzzi.
La Cappella di S. Rocco o Cappella Malvezzi Ranuzzi: sull'altare si trova il "San Rocco" del Parmigianino (1527). Le vetrate furono disegnate da Achille Casanova (1926).
La Meridiana di San Petronio fu ideata e costruita da Gian Domenico Cassini, docente nello studio di Bologna, intorno al 1656 dopo che, nei lavori di allungamento della chiesa, era andata distrutta quella di Egnazio Danti. Per i calcoli il Cassini utilizzò una strumentazione che è ora visibile nel Museo. La meridiana di San Petronio è la più lunga del mondo (lunga m 67,72, foro di luce a m 27 dal suolo, distanza fra i solstizi m 56); la sua lunghezza corrisponde alla seicentomillesima parte del meridiano terrestre. Venne ristrutturata ne 1775 dall'astronomo Eustachio Manfredi, il quale sostituì la linea di ferro con una di ottone.

mercoledì 2 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 ottobre.
Il 2 ottobre 1968, a Città del Messico, avvenne il massacro di Tlatelolco.
Nella piazza delle Tre Culture, nel quartiere Tlatelolco, migliaia di studenti e lavoratori messicani si danno appuntamento per manifestare pacificamente contro il Governo di Gustavo Diaz Ordaz, a capo di un partito che di rivoluzionario ha solo il nome. Mancano appena dieci giorni all’inizio della 19esima edizione dei Giochi Olimpici. Ma è dall’estate che il Paese è attraversato dalle tensioni che del resto caratterizzano l’intero anno, dalla protesta studentesca all’offensiva in Vietnam, dagli assassini di Martin Luther King e Bob Kennedy ai carri armati russi che soffocano nel sangue la Primavera di Praga. Il 22 luglio 1968, nella capitale messicana, una banale rissa tra istituti studenteschi viene sedata con la forza dai granaderos, i carabinieri messicani. È la scintilla che, nell’anno olimpico, fa scattare il corto circuito tra le due anime del Paese, come spiega Marco Bellingeri, docente di storia dell’America latina all’università di Torino e direttore del centro di cultura italiana a Città del messico.
Eddy Ottoz allora era un ragazzo di 24 anni. Quarto ai Giochi di Tokio nei 110 ostacoli, in Messico era pronto per puntare a una medaglia olimpica. Giovane attento, spirito libero, Ottoz aveva avuto occasione per conoscere da vicino le tensioni della società messicana, avendo più volte visitato il Paese negli anni precedenti, proprio in vista di quelle Olimpiadi, particolarmente attese per il clima politico, l’altitudine che avrebbe condizionato molti risultati, la diretta tv che per la prima volta avrebbe portato i Giochi nelle case di tutto il mondo.
Quel 2 ottobre 1968 sono oltre 10mila i giovani che accorrono in Piazza delle Tre Culture per partecipare alla manifestazione antigovernativa. Il segnale della repressione arriva alle 17.30, dal cielo. Le vie di fuga della piazza vengono chiuse: all’improvviso, dai tetti del ministero degli Esteri e dagli elicotteri partono raffiche di mitra sulla folla: sono 62 interminabili minuti di fuoco. Tra i feriti anche l’inviata dell’Europeo Oriana Fallaci che rilascia al Tg Uno una drammatica testimonianza dal suo letto d’ospedale il giorno dopo.
Il bilancio della carneficina è di oltre 300 vittime, 1200 feriti, 1800 arrestati, 25mila colpi sparati. il silenzio di Ottoz, tra i primi ad accorrere sul luogo della tragedia, è più eloquente di qualsiasi parola.
Molto si è scritto e detto su quello che rimane uno degli episodi più tragici della storia dell’olimpismo. Le trame sottostanti a quella strage sembrano ora più chiare ed evidenti, e solo di recente il Messico è riuscito a fare i conti con quel passato scomodo e tragico.
Il sangue sparso a piazza delle Tre Culture non fermò, però, le Olimpiadi messicane.

martedì 1 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo ottobre.
Il primo ottobre 1200 a.C. vengono probabilmente unificate in un unico testo tutte le leggende, tramandate oralmente e scritte, di Gilgamesh.
L’Epopea di Gilgamesh è il più antico poema epico della storia dell’umanità. Ha infatti preso forma in Mesopotamia nel III millennio a.C., secoli prima dei poemi omerici (Iliade e Odissea).
Gilgamesh, il protagonista, probabilmente è realmente esistito (all’incirca tra il 2700 e il 2500 a.C.): può essere stato un sovrano sumero della città di Uruk, nella Mesopotamia meridionale.
I canti epici composti in onore di questo personaggio hanno ingigantito la sua figura; prima si sono diffusi solo oralmente, poi anche per iscritto. Si pensa che intorno al 1500 a.C. un poeta abbia riunito in un poema unitario i canti separati. Del poema si ebbero poi successive versioni e integrazioni, fino alla cosiddetta “versione classica” conservata in dodici tavolette nella biblioteca del re assiro Assurbanipal (VII sec. a.C), a Ninive.
Il poema narra le imprese di Gilgamesh e del suo compagno Enkidu.
 L’eroe è presentato come il figlio di Lugalbanda, re di Uruk, e della dea Ninsun. Inizialmente è un sovrano che opprime il suo popolo, finché gli dei decidono di opporgli un terribile antagonista: Enkidu, l’uomo “primordiale”, l’uomo selvaggio abitatore della steppa che vive come gli animali.
Enkidu s’ingentilisce grazie all’incontro con una donna: Shamkhat. Poi va a Uruk e sfida Gilgamesh. Lo scontro è violento e leale. I due diventano amici, riconoscendosi ugualmente forti e valorosi.
Gilgamesh propone a Enkidu un’impresa: lo scontro con Khubaba, custode della Foresta dei Cedri. L’uccisione del mostro comporterà una redistribuzione dei suoi poteri ad altre entità e divinità. Quando, giunti alla Foresta, abbattono il primo cedro, Khubaba li attacca con tutta la sua potenza. Gilgamesh invoca allora l’aiuto del dio Sole che manda in soccorso i venti più impetuosi: Khubaba rimane paralizzato. Cerca quindi di commuovere Gilgamesh, ma Enkidu invita l’amico a non esitare e l’eroe uccide il mostro.
La dea dell’amore Ishtar si infatua di Gilgamesh e cerca di sedurlo. L’eroe la rifiuta schernendola. Ishtar, offesa e umiliata, comanda al dio del cielo Anu di inviare sulla Terra il «Toro celeste». Questi massacra centinaia di guerrieri e devasta la città di Uruk, ma Gilgamesh ed Enkidu lo affrontano e lo uccidono.
Gli dei riuniti in concilio considerano sacrilego il comportamento dei due eroi che hanno ucciso prima Khubaba e poi il Toro celeste: decidono che almeno uno dei due deve morire. La loro scelta cade su Enkidu.
Enkidu viene colpito da un’inspiegabile malattia: lotta per dodici giorni tra vaneggiamenti, maledizioni e richieste di aiuto a Gilgamesh, ma alla fine muore.
Gilgamesh non sa darsi pace per la morte dell’amico, che gli preannuncia anche la propria. Gli celebra un sontuoso funerale e poi si mette alla ricerca del segreto dell’immortalità per riscattare l’umanità dal giogo della morte. Per questo egli si rivolge a Utnapishtim, unico uomo sopravvissuto al diluvio universale. Gli rivela l’esistenza della pianta dell’immortalità. Gilgamesh la troverà in fondo al mare ma, sulla via del ritorno, essa viene divorata da un serpente: Gilgamesh è sconfitto e, insieme all’umanità tutta, condannato al destino della morte.
 In compenso le sofferenze e le esperienze hanno fatto di lui un uomo saggio, un re capace di opere grandiose. Con questa consapevolezza, ritorna a Uruk. Infine muore e viene celebrato il funerale, mentre tutta la città lo piange.

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