Buongiorno, oggi è l'8 agosto.
L'8 agosto Bologna ricorda la battaglia della Montagnola, avvenuta l'8 agosto 1848.
Successe proprio un '48. Quel '48. La più genuina sollevazione popolare che Bologna ricordi, l'emblema del Risorgimento sotto le due torri. Quell'Otto agosto di 172 anni fa alla Montagnola, la città prese la storia sulle proprie spalle trascinandola avanti coi fucili e le baionette. E fu il popolo a farsene motore in un vuoto di potere che aveva liquefatto ogni autorità.
Il dominio del Papa svanito nelle sembianze pavide del cardinal legato Luigi Amat in fuga verso Porretta, la Guardia civica tentennante in una città in ebollizione, finanzieri, carabinieri e altre forze disorientate. E sullo sfondo, come un nembo, l'aquila degli Asburgo pronta a calare sulla città dopo aver inghiottito Carlo Alberto e il suo esercito. Ma Bologna, già in fortissima fibrillazione risorgimentale, si ribella.
In realtà l'otto agosto rivoluzionario comincia nelle osterie in un crescendo di scaramucce che aumentano la tensione fino alla deflagrazione della battaglia. A essa parteciparono una parte minima della nobiltà liberale e una fetta rilevante della borghesia, ma l'ossatura della rivolta era rappresentata dalla "bassa gente" fra la quale ribolliva da tempo il rancore verso il potere tout court, in particolare quello straniero come in parte era considerato quello della Roma papalina. Di questa giornata sono rimaste tre memorabili testimonianze. La prima è rappresentata dalle Cronachette bolognesi di Pompeo Bertolazzi, commerciante di spirito liberale che, quando le campane a distesa chiamano alle armi, indossa il berretto della Guardia civica e armato scende in strada arrivando alla Montagnola. Lì si combatte tra morti e feriti e il Bertolazzi confessa di aver "provato un gusto e una voluttà indicibile" nello sparare agli austriaci. Ma un colpo lo colpisce ferendolo e nel retrocedere per cercare aiuto, incappa in un gruppo di facchini che vorrebbero il suo fucile.
L'episodio narrato nelle Cronachette è emblematico di come si mischiassero nel tumulto autentiche passioni risorgimentali e un generico ribellismo. Bertolazzi confesserà che nella sua breve guerra, fu quello dei facchini "il maggior pericolo". Del resto è proprio una nobildonna come Carolina Piepoli a confessare che "fu del popolo il merito della vittoria" contrapposto a una certa vile neghittosità del nobilato e di parte della borghesia. Fu lei a mischiarsi coi facchini nella costruzione delle barricate a porta Santo Stefano e a medicare i feriti. Compito a cui si dedicò anche uno strano popolano che sarà annoverato fra i meritevoli della medaglia commemorativa di quella battaglia. Luigi Paioli, detto il matto dei bastoni, è un esempio di eroismo pacifista dentro la più efferata disumanità della guerra. In una lingua ibrida tra l'italiano sgangherato e la veracità del dialetto bolognese, ha lasciato la sua testimonianza della giornata al Marchese Gioacchino Piepoli che l'ha salvata trascrivendola come un resoconto stenografico. La formidabile giornata comincia all'osteria quando al caffè Dei Grigioni, un paio di austriaci, arrogantemente, chiedono due caffè e tre colori.
All'insulto, i popolani prendono a botte gli ufficiali: benzina sul fuoco in una città già in subbuglio. Si accendono baruffe e più tardi cominciano a fischiare i proiettili. Il Paioli finisce nella sarabanda della Montagnola e vede cadere i feriti a uno a uno. D'istinto si mette a fare il barelliere consegnandoli al rudimentale pronto soccorso delle retrovie. Ma in questo trambusto s'innesca un conflitto a fucilate con un austriaco che ha la peggio. Ferito a un braccio, viene fatto prigioniero dal Paioli. A questo punto, mentre tutti intorno i popolani gridavano di ammazzarlo, avviene il miracolo. Al matto di bastoni spunta l'aureola. Nell'anima più semplice della sanguinosa rivolta, sopravvive una fiamma d'umanità. Paioli spinge l'austriaco, ormai preda della folla, contro il portone della chiesa della Pioggia dov'erano arrivati nel frattempo e si pone lui davanti col suo fucile e la baionetta innestata a difendere il nemico. Al '48 non poteva mancare anche uno spiraglio di pietà.
Fu una vittoria breve, gli austriaci in poco tempo tornarono e fucilarono i capi della rivolta, tra cui Ugo Bassi e Giovanni Livraghi. A ricordo di quell'evento la piazza del mercato dove furono più forti gli scontri fu ribattezzata piazza dell'8 agosto, e vi fu eretto un monumento commemorativo, detto "il popolano", opera di Pasquale Rizzoli nel 1903, ancora oggi visibile davanti all'ingresso del parco della Montagnola.
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sabato 8 agosto 2026
venerdì 12 agosto 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 agosto.
Il 12 agosto 1801 nasce a Cento di Ferrara Ugo Bassi.
Giuseppe (Ugo) Bassi, gracile alla nascita, i genitori lo fecero battezzare subito. Crebbe a Bologna. Il padre era doganiere pontificio e la madre cameriera. La città gli ha dedicato la strada del centro, che dalle 2 torri costeggia il Municipio. D’animo sensibile e temperamento energico è adolescente durante l'occupazione napoleonica. Attento alle idee di libertà e di patria, nel 1815 chiese di essere arruolato nell'esercito di Gioacchino Murat, ma fu scartato per gracilità. Nel 1816 entra nel Collegio Barnabita di S. Lucia. Ricevette un’istruzione classica e maturò una profonda vocazione religiosa. Il babbo cercò di ostacolarlo, ma Ugo volle indossare l'abito Barnabita. Ebbe una memoria prodigiosa ma, senza attività fisica, la sua salute diventò presto cagionevole. Per questo i Barnabiti lo destinarono all’insegnamento. Suonò magistralmente il cembalo, la chitarra e il violino; inoltre scrisse, disegnò e dipinse con passione.
Abile predicatore, Bassi conosceva l’arte di parlare in pubblico. Conquistò subito l’attenzione degli altri per la signorilità dei modi, la buona conversazione, le sue idee e la generosità. Le prediche duravano almeno 2 ore. Citava date e nomi con estrema precisione. Entusiasmava i giovani, ma suscitava perplessità negli anziani per lo sfoggio di cultura profana. Venne acclamato e richiesto in importanti cattedrali del paese: S. Carlo a Roma, S. Felice di Milano, S. Petronio a Bologna, Palermo (dove si prodigò a sostegno dei colpiti dal colera), Venezia, Trapani, Messina, Livorno, Ancona, ma anche a Cesena, Faenza, Lugo. Tuttavia le sue denuncie aperte dei mali della società lo portarono a scontrarsi con le gerarchie. Sue prese di posizioni vennero ritenute offensive per il governo papale. Nel 1848 si arruolò ad Ancona al seguito del generale Andrea Ferrari. Iniziò una attività di propaganda per arruolare volontari e raccogliere fondi. A Treviso rimase ferito in battaglia. Ugo Bassi provò delusione e sconforto quando PIO IX rinunciò ad impegnare il Vaticano alla causa dell’indipendenza dell’Italia.
Il 4 marzo 1849, Bassi è a Roma. Viene nominato cappellano della legione di Garibaldi. Scriverà di questo incontro: "...Garibaldi è l'eroe più degno di poema, che io sperassi in vita mia di vedere. Le nostre anime si sono congiunte come se fossero state sorelle in cielo prima di trovarsi nelle vie della terra". Bassi conquistò l'animo dei soldati dividendo con loro la giornata. Incurante di sè, era sempre pronto a rincuorare gli altri. A Roma, Bassi, partecipò al vittorioso combattimento contro i francesi a porta S. Pancrazio. Operò con fervore e dedizione negli ospedali e in prima linea. Il giorno 30 marzo i francesi assalirono le mura di Roma con tutta la potenza della loro artiglieria. La sera partì da Roma con la legione dei volontari garibaldini. Con abilità e fortuna Garibaldi riuscì ad eludere gli inseguitori. L'odissea della legione garibaldina durò un mese fino ai piedi di S. Marino. Da ogni parte erano inseguiti da truppe nemiche. Erano laceri, affamati, demoralizzati. Ugo Bassi venne prima mandato a parlamentare col reggente sammarinese per ottenere viveri e il permesso di passare per il territorio della Repubblica. Garibaldi, poi, vistosi senza alternative diede ordine di entrare. Ugo Bassi assistette i feriti nel convento dei Cappuccini. Con 250 uomini, tra cui Ciceruacchio e i suoi figli, Garibaldi sgusciò via fra le maglie dell'accerchiamento. Si diressero verso il mare. All’alba il generale austriaco Hahne si accorse di essere stato giocato e inseguì i fuggiaschi. A Gatteo, Ugo Bassi, ebbe l’opportunità di mettersi in salvo da un amico, ma preferì restare al fianco del generale.
Nella notte fra l’1 e il 2 agosto, i garibaldini giunsero a Cesenatico. Qui sette soldati croati di guardia al porto vennero arrestati da Ugo Bassi e da Anita Garibaldi. Venne impedito alle autorità di mettersi in moto e requisiti 13 bragozzi con equipaggio compreso. Alle tre di notte i legionari cominciarono a imbarcarsi. Alle sei salparono per Venezia insorta. Garibaldi volle che Ugo Bassi salisse nella sua stessa barca, dove erano anche Anita e Cíceruacchio con i figli. Nelle vicinanze di Goro vennero intercettati da una goletta e un brick austriaci. Cinque bragozzi approdarono fra Magnavacca e Volano. Accanto a Garibaldi e ad Anita morente rimasero Ugo Bassi, Giovanni Livraghi e G.B. Culiolo, detto Leggero. Ma il gruppo era troppo numeroso. Dava nell'occhio. Ugo Bassi e il Livraghi si diressero verso Comacchio. Alle 11 giunsero all'osteria della Lenza. Ugo Bassi venne scambiato per Garibaldi, e si sparge la voce. Qualcuno gli consigliò di abbandonare l'osteria. In città c’erano troppi soldati. Lo stesso chiese Livraghi, ma il Bassi non ascoltò. Accettò solo di trasferirsi all'osteria della Luna per consumare un frugale pasto. Questi ritardi favorirono la gendarmeria che li arrestò alle 11,45. La curia di Comacchio, informata dell'accaduto, si presentò subito al comando austriaco e chiese il rilascio del Barnabita, protetto dal diritto canonico. Ma i poteri erano tutti in mano al generale Gorzkowski governatore di Bologna.
Nel pomeriggio del giorno 5 agosto i due prigionieri vennero trasferiti a Bologna. Le due vetture procedettero sotto la scorta di 50 soldati austriaci, giunti da Ravenna. La sera del 7 agosto, a Bologna, i due vennero rinchiusi a Villa Spada, sede del generale Gorzkowski. La notizia dell'arrivo di Bassi e Livraghi si sparge per la città in un baleno. Gli venne concesso un incontro con la sorella Carlotta. Subito dopo con Livraghi venne condotto alle carceri della Carità, per attendere la sentenza. Non vi fu alcun "processo", neppure sommario. Il generale Gorzkowski volle ammonire con un "esempio" la popolazione a non far nulla in favore del "bandito" Garibaldi, di cui si erano perse le tracce. Accusò Ugo Bassi di detenzione d'armi e il Livraghi, suddito austriaco, di diserzione e ordinò l’immediata fucilazione dei prigionieri. La Curia o i Barnabiti non dovevano avere il tempo per fare pressioni e salvare la vita ai due.
La mattina del giorno 8 agosto a Villa Spada, due sacerdoti ebbero il compito assistere i condannati prima della fucilazione. Un ufficiale lesse loro il decreto di condanna a morte. Ugo Bassi era preparato. Conosceva la legge marziale e non si aspettava clemenza da Gorzkowski. Tuttavia protestò fieramente la propria innocenza: "Aveva assistito i morenti sul campo, non aveva mai negato il soccorso neppure ai nemici, non era armato, come non lo era il suo compagno, non era reo ...” Incatenati ai polsi, furono fatti salire coi due sacerdoti su un carro militare e condotti in una via della Certosa. Vicino agli archi 66-67 dovettero scendere. Ugo Bassi salutò il compagno che doveva essere fucilato per primo: "Fra poco saremo congiunti", disse. Volle che fosse un sacerdote a bendarlo. Prese a recitare: "Ave Maria"... ma una fucilata troncò l'ultima parola. Fu sepolto senza bara, in una fossa insieme al Livraghi. Nei giorni successivi gruppi di bolognesi si recarono sulla tomba, la coprirono di fiori e ne tolsero zolle di terra per ricordo. Per impedire ai bolognesi di manifestare i loro sentimenti di amore e di devozione al martire, nella notte fra il 18 e il 19 agosto i due corpi vennero esumati e occultati nell'interno del cimitero della Certosa. Soltanto nell'agosto del 1859 i parenti ottennero che le ossa di Ugo Bassi fossero collocate nella tomba di famiglia accanto ai genitori.
Il 12 agosto 1801 nasce a Cento di Ferrara Ugo Bassi.
Giuseppe (Ugo) Bassi, gracile alla nascita, i genitori lo fecero battezzare subito. Crebbe a Bologna. Il padre era doganiere pontificio e la madre cameriera. La città gli ha dedicato la strada del centro, che dalle 2 torri costeggia il Municipio. D’animo sensibile e temperamento energico è adolescente durante l'occupazione napoleonica. Attento alle idee di libertà e di patria, nel 1815 chiese di essere arruolato nell'esercito di Gioacchino Murat, ma fu scartato per gracilità. Nel 1816 entra nel Collegio Barnabita di S. Lucia. Ricevette un’istruzione classica e maturò una profonda vocazione religiosa. Il babbo cercò di ostacolarlo, ma Ugo volle indossare l'abito Barnabita. Ebbe una memoria prodigiosa ma, senza attività fisica, la sua salute diventò presto cagionevole. Per questo i Barnabiti lo destinarono all’insegnamento. Suonò magistralmente il cembalo, la chitarra e il violino; inoltre scrisse, disegnò e dipinse con passione.
Abile predicatore, Bassi conosceva l’arte di parlare in pubblico. Conquistò subito l’attenzione degli altri per la signorilità dei modi, la buona conversazione, le sue idee e la generosità. Le prediche duravano almeno 2 ore. Citava date e nomi con estrema precisione. Entusiasmava i giovani, ma suscitava perplessità negli anziani per lo sfoggio di cultura profana. Venne acclamato e richiesto in importanti cattedrali del paese: S. Carlo a Roma, S. Felice di Milano, S. Petronio a Bologna, Palermo (dove si prodigò a sostegno dei colpiti dal colera), Venezia, Trapani, Messina, Livorno, Ancona, ma anche a Cesena, Faenza, Lugo. Tuttavia le sue denuncie aperte dei mali della società lo portarono a scontrarsi con le gerarchie. Sue prese di posizioni vennero ritenute offensive per il governo papale. Nel 1848 si arruolò ad Ancona al seguito del generale Andrea Ferrari. Iniziò una attività di propaganda per arruolare volontari e raccogliere fondi. A Treviso rimase ferito in battaglia. Ugo Bassi provò delusione e sconforto quando PIO IX rinunciò ad impegnare il Vaticano alla causa dell’indipendenza dell’Italia.
Il 4 marzo 1849, Bassi è a Roma. Viene nominato cappellano della legione di Garibaldi. Scriverà di questo incontro: "...Garibaldi è l'eroe più degno di poema, che io sperassi in vita mia di vedere. Le nostre anime si sono congiunte come se fossero state sorelle in cielo prima di trovarsi nelle vie della terra". Bassi conquistò l'animo dei soldati dividendo con loro la giornata. Incurante di sè, era sempre pronto a rincuorare gli altri. A Roma, Bassi, partecipò al vittorioso combattimento contro i francesi a porta S. Pancrazio. Operò con fervore e dedizione negli ospedali e in prima linea. Il giorno 30 marzo i francesi assalirono le mura di Roma con tutta la potenza della loro artiglieria. La sera partì da Roma con la legione dei volontari garibaldini. Con abilità e fortuna Garibaldi riuscì ad eludere gli inseguitori. L'odissea della legione garibaldina durò un mese fino ai piedi di S. Marino. Da ogni parte erano inseguiti da truppe nemiche. Erano laceri, affamati, demoralizzati. Ugo Bassi venne prima mandato a parlamentare col reggente sammarinese per ottenere viveri e il permesso di passare per il territorio della Repubblica. Garibaldi, poi, vistosi senza alternative diede ordine di entrare. Ugo Bassi assistette i feriti nel convento dei Cappuccini. Con 250 uomini, tra cui Ciceruacchio e i suoi figli, Garibaldi sgusciò via fra le maglie dell'accerchiamento. Si diressero verso il mare. All’alba il generale austriaco Hahne si accorse di essere stato giocato e inseguì i fuggiaschi. A Gatteo, Ugo Bassi, ebbe l’opportunità di mettersi in salvo da un amico, ma preferì restare al fianco del generale.
Nella notte fra l’1 e il 2 agosto, i garibaldini giunsero a Cesenatico. Qui sette soldati croati di guardia al porto vennero arrestati da Ugo Bassi e da Anita Garibaldi. Venne impedito alle autorità di mettersi in moto e requisiti 13 bragozzi con equipaggio compreso. Alle tre di notte i legionari cominciarono a imbarcarsi. Alle sei salparono per Venezia insorta. Garibaldi volle che Ugo Bassi salisse nella sua stessa barca, dove erano anche Anita e Cíceruacchio con i figli. Nelle vicinanze di Goro vennero intercettati da una goletta e un brick austriaci. Cinque bragozzi approdarono fra Magnavacca e Volano. Accanto a Garibaldi e ad Anita morente rimasero Ugo Bassi, Giovanni Livraghi e G.B. Culiolo, detto Leggero. Ma il gruppo era troppo numeroso. Dava nell'occhio. Ugo Bassi e il Livraghi si diressero verso Comacchio. Alle 11 giunsero all'osteria della Lenza. Ugo Bassi venne scambiato per Garibaldi, e si sparge la voce. Qualcuno gli consigliò di abbandonare l'osteria. In città c’erano troppi soldati. Lo stesso chiese Livraghi, ma il Bassi non ascoltò. Accettò solo di trasferirsi all'osteria della Luna per consumare un frugale pasto. Questi ritardi favorirono la gendarmeria che li arrestò alle 11,45. La curia di Comacchio, informata dell'accaduto, si presentò subito al comando austriaco e chiese il rilascio del Barnabita, protetto dal diritto canonico. Ma i poteri erano tutti in mano al generale Gorzkowski governatore di Bologna.
Nel pomeriggio del giorno 5 agosto i due prigionieri vennero trasferiti a Bologna. Le due vetture procedettero sotto la scorta di 50 soldati austriaci, giunti da Ravenna. La sera del 7 agosto, a Bologna, i due vennero rinchiusi a Villa Spada, sede del generale Gorzkowski. La notizia dell'arrivo di Bassi e Livraghi si sparge per la città in un baleno. Gli venne concesso un incontro con la sorella Carlotta. Subito dopo con Livraghi venne condotto alle carceri della Carità, per attendere la sentenza. Non vi fu alcun "processo", neppure sommario. Il generale Gorzkowski volle ammonire con un "esempio" la popolazione a non far nulla in favore del "bandito" Garibaldi, di cui si erano perse le tracce. Accusò Ugo Bassi di detenzione d'armi e il Livraghi, suddito austriaco, di diserzione e ordinò l’immediata fucilazione dei prigionieri. La Curia o i Barnabiti non dovevano avere il tempo per fare pressioni e salvare la vita ai due.
La mattina del giorno 8 agosto a Villa Spada, due sacerdoti ebbero il compito assistere i condannati prima della fucilazione. Un ufficiale lesse loro il decreto di condanna a morte. Ugo Bassi era preparato. Conosceva la legge marziale e non si aspettava clemenza da Gorzkowski. Tuttavia protestò fieramente la propria innocenza: "Aveva assistito i morenti sul campo, non aveva mai negato il soccorso neppure ai nemici, non era armato, come non lo era il suo compagno, non era reo ...” Incatenati ai polsi, furono fatti salire coi due sacerdoti su un carro militare e condotti in una via della Certosa. Vicino agli archi 66-67 dovettero scendere. Ugo Bassi salutò il compagno che doveva essere fucilato per primo: "Fra poco saremo congiunti", disse. Volle che fosse un sacerdote a bendarlo. Prese a recitare: "Ave Maria"... ma una fucilata troncò l'ultima parola. Fu sepolto senza bara, in una fossa insieme al Livraghi. Nei giorni successivi gruppi di bolognesi si recarono sulla tomba, la coprirono di fiori e ne tolsero zolle di terra per ricordo. Per impedire ai bolognesi di manifestare i loro sentimenti di amore e di devozione al martire, nella notte fra il 18 e il 19 agosto i due corpi vennero esumati e occultati nell'interno del cimitero della Certosa. Soltanto nell'agosto del 1859 i parenti ottennero che le ossa di Ugo Bassi fossero collocate nella tomba di famiglia accanto ai genitori.
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