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venerdì 15 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 luglio.
Il 15 luglio 1606 nasce a Leida (Olanda), Rembrandt.
Rembrandt Harmenszoon van Rijn il nome completo dell'ottavo figlio di nove fratelli. Il padre, un agiato mugnaio, era proprietario di un mulino sulle sponde del Reno e chiamato perciò "Van Rijn" (del Reno).
Desideroso che il figlio facesse una carriera importante, e che si elevasse dal ceto artigianale, lo iscrive, nel 1620, alla facoltà di lettere della sua città.
Il giovane vi rimane pochi mesi, preferendo frequentare lo studio del pittore Isaaksz van Swanenburg che gli fa conoscere l'arte italiana e i suoi capolavori, studiati febbrilmente dall'allievo.
In aggiunta a ciò, bisogna sottolineare che negli anni venti del Seicento la pittura di tutta Europa è squassata dall'arte rivoluzionaria di Caravaggio che ottiene sorprendenti effetti realistici grazie all'uso del tutto personale delle luci. Una lezione che Rembrandt terrà ben presente.
Inoltre, esplosa l'Olanda sul piano economico (grazie alla sudata indipendenza dagli spagnoli e all'unificazione dei Paesi Bassi), la città del pittore diviene un'importante centro umanistico e artistico, anche sotto l'impulso dell'università. Si sviluppa allora un'importante scuola pittorica seconda solo a quella di Utrecht il cui artista di punta fu Luca da Leida; un punto di riferimento importante per le prime esperienze pittoriche di Rembrandt.
Dopo questo apprendistato, Rembrandt si associa al coetaneo Jan Lievens, anch'egli pittore di grande levatura: la loro fama gradualmente si diffonde fra gli ambienti della borghesia colta, la stessa che ama farsi ritrarre dai due artisti in modo realistico e riconoscibile. Ma la vera occasione, per la carriera del pittore olandese, avviene nel 1631, poco dopo la morte del padre. Rembrandt infatti decide di lasciare Leida per Amsterdam. In questa città, si conclude la formazione pittorica di Rembrandt, in particolare grazie alle lezioni di Pieter Lastman, celebre artista del luogo. Rembrandt, studia con attenzione i quadri di Lastman e ne impara la precisione e l'uso di colore tipicamente italiano, riproponendo alcuni dei soggetti storici del maestro. Grazie all'estrema abilità, ben presto però l'allievo supera il maestro. Se ne accorgono anche gli intenditori, che nel giro di poco tempo eleggono Rembrandt a loro beniamino. Inoltre, ha modo di accedere agli ambienti colti dell'alta società e, grazie a queste "entrature", di fidanzarsi con Saskia, nipote di un ricco mercante d'arte; i due si sposeranno successivamente nel 1634. Ed è proprio in questo periodo, dal 1634 al 1642, che Rembrandt inaugura i suoi capolavori, che vanno dalla celeberrima "Lezione di anatomia del dottor Tulp" alla "Passione di Cristo".
Rembrandt, da questo momento, si circonda anche di una folta schiera di discepoli, per i quali decide di costruire "ex novo" una scuola. Ma a partire dagli anni 40 del seicento, comincia anche il suo tracollo economico e familiare, a causa, da un lato della poco oculata gestione delle finanze e dall'altro dell'abbattersi di veri e propri drammi affettivi. Nel 1640 muore la madre e poco dopo anche l'adorata moglie. Solo e sconsolato si ritira nella pittura fino a quando conosce Geertge Dirck, governante del figlio Tito, con la quale intraprende una intensa relazione. Quest'ultima, però, per la sua scandalosa condotta subisce un processo che si risolve in una condanna in casa di correzione. Non a caso, in questo periodo la produzione di Rembrandt rivela estrema sofferenza: negli autoritratti appare un uomo invecchiato e privo di vitalità.
Finita questa storia d'amore, si invaghisce di Hendrickje Stoffels, con la quale prima convive e più tardi sposa. Insieme faranno due figli.
In seguito, nel 1657 Rembrandt perde tutti i beni ed è costretto a trasferirsi in una modesta casa. Dopo il 1660, però, riesce a imporsi di nuovo sulla scena europea: dipinge i "Sindaci dei drappieri" e il "Giuramento dei Batavi", opere caratterizzate da un'estrema padronanza dei colori e della pennellata.
Un raggio di luce torna a illuminare la vita dell'artista quando il figlio Tito si sposa con una lontana parente di Saskia: le vicende personali entrano nelle opere del pittore e conferiscono loro una notevole umanità. Non a caso Rembrandt nella "Presentazione al tempio" infonde al vecchio Simeone l'estrema dolcezza di chi, come lui, è ormai diventato nonno.
Negli ultimi anni Rembrandt decise di dipingere solo per sé, raggiungendo esiti altissimi. Si spense il 4 ottobre 1669 ad Amsterdam a 63 anni, e fu sepolto in una tomba anonima nella Westerkerk.
Come ha scritto Silvia Biagi: "In lui si riscontra un diverso sviluppo della luce caravaggesca ed una diversa concezione del "vero". Il gusto teatrale, tipico di Rembrandt, si accompagna però anche ad un attento studio della realtà umana, come nel "Ritratto di vecchia" dell'Ermitage. Si realizza, nelle opere dell'artista olandese, una perfetta coincidenza di luce e materia, laddove nei punti fortemente illuminati Rembrandt carica la pennellata, fino a raggiungere effetti di tridimensionalità, sfruttando la rifrazione della luce sui segni delle sue stesse pennellate per creare effetti multiformi e cangianti."

mercoledì 15 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1985 uno squilibrato lancia acido solforico sul Danae di Rembrandt e ne taglia la tela in due punti con un coltello.
E' solo uno dei tantissimi episodi di vandalismo occorsi negli anni sulle opere d'arte.
In principio, c’è il Divino Pittore. Per lavorare nelle Stanze Vaticane, Raffaello dipinge sopra gli affreschi di Piero della Francesca e di Bramantino. Involontari eredi di questo gesto scandaloso sono i futuristi, i quali, nei loro manifesti, con nichilismo demolitore, considerano il passato come un ostacolo da eliminare.
Vogliono fare tabula rasa dei templi nei quali la Storia viene cristallizzata. Rifiutano i conservatorismi: il «ristagno accademico », il «culturalume pantofolaio». Il loro sogno: affondare Venezia, uccidere il chiaro di luna, cancellare i luoghi nei quali il sapere «riposa»: musei, biblioteche, accademie. «E vengano, dunque, gli allegri incediarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!… Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!… Sviate il corso dei canali, per inondare i musei! (…) Impugnate i picconi, le scure, i martelli e demolite, demolite senza pietà…», leggiamo nel manifesto di fondazione del 1909.
Anche da questo invito muove un inventore di trovate sofisticate come Marcel Duchamp, che, in un celebre ready made, assume la riproduzione fotografica della Gioconda e le aggiunge un paio di baffi, modificandone l’identità in un gioco di ambiguità sessuali. Sono, queste, tra le matrici di alcune «aggressioni» recenti. L’ultimo episodio risale a qualche anno fa. Lens, sede distaccata del Louvre: una donna con un pennarello nero traccia una scritta su La liberté guidant le peuple di Delacroix. È solo l’epilogo (per ora) di un’avventurosa storia di sfregi, che potremmo provare a ripercorrere soffermandoci su alcuni episodi spettacolari.
Pieno Settecento. La ronda di notte di Rembrandt viene tagliata in due pezzi, in modo da poter rientrare in una nicchia del municipio di Amsterdam. Collocata oggi al Rijksmuseum e custodita in una teca di vetro infrangibile, negli anni, quest’opera ha subito vari attentati: nel 1915, un calzolaio la graffia; nel 1975, un uomo la lacera con squarci verticali; nel 1990, un olandese la sporca con l’acido solforico. 1972, Roma, San Pietro: Laszlo Toth colpisce con quindici martellate La Pietà di Michelangelo, al grido di «Sono Gesù Cristo». 1974, New York, MoMA: un artista, Tony Shafrazi, con la bomboletta spray scrive su Guernica «Kill Lies All». 1978, Londra, National Gallery: un italiano infligge molte pugnalate a L’adorazione del vitello d’oro di Poussin. 1983, Atene: viene gettato del liquido diluente su La femme qui lit di Picasso. 1985, Leningrado, Ermitage: alcuni sconosciuti danneggiano La Danae di Rembrandt. 1986, Madrid,Museo del Prado: un uomo buca Il cardinale di Raffaello. 1987, Londra, National Gallery: un tale spara colpi di pistola contro un disegno di Leonardo. 1986, Monaco di Baviera, una persona rovina con l’acido solforico tre dipinti di Dürer. 1989, Roma, Musei Vaticani: un uomo sulla sedia a rotelle si avvicina alla Madonna di Foligno di Raffaello e vi getta sopra del liquido infiammabile, poi tenta di darle fuoco. 1991, Firenze, Galleria dell’Accademia: un folle colpisce a martellate il David di Michelangelo, distruggendo un dito del piede sinistro. 1993, Padova, chiesa degli Eremitani: viene spruzzato spray rosso sull’affresco di Mantegna Il trasporto del corpo di San Cristoforo. 1998, Roma, Musei Capitolini: alcuni studenti bucano tre opere di Matisse. 2007, Parigi, Musée d’Orsay: una tela di Monet viene presa a pugni. Sempre 2007, Lund (in Svezia), una galleria privata: alcuni individui incappucciati, a ritmo di un motivo death metal, distruggono sei fotografie di Serrano. 2010, Roma, Fontana di Trevi: il post-futurista Graziano Cecchini invade la fontana con un colorante rosso. Senza dimenticare le «spedizioni punitive» degli estremisti islamici contro figure e icone. E i graffiti dei writer, che occupano le mura delle nostre città con fitte grammatiche di tag, suscitando reazioni d’insofferenza da parte di molti amministratori locali.
Certo, bisogna condannare con forza atti tanto irrispettosi. Occorre, però, non limitarsi a parlare solo di barbarie o di inciviltà. Dietro questi episodi c’è qualcosa di più complesso. Innanzitutto, la necessità di sfidare l’idea di museo. Non conta se si tratti di un luogo chiuso o aperto. Si vuole profanare un universo simbolico fortemente connotato, che incarna un sistema di valori certi e si fonda sul principio della fiducia.
A tal riguardo, Michael Kimmelman, sul «New York Times», ha scritto: «Il bello dei musei, al di là delle opere esposte, è il presupposto della fiducia: ci permette di accostarci a oggetti giudicati massima espressione della nostra civiltà e, nel far questo, ci gratifica per il rispetto di un bene comune. La prossimità è lo scotto, e la virtù, di una società civile e democratica».
In questi templi laici, sculture e dipinti vengono mostrati come sacre reliquie. L’arte è sentita come un cristallo fragile, che possiamo solo contemplare da lontano. Si dà nella sua meravigliosa vulnerabilità. È riposta in una dimensione senza tempo. Sembra avvolta dentro una bolla invisibile, che separa idealmente gli spettatori dalla drammaturgia dipinta o scolpita. Si pensi a come è esposta, al Louvre, la Gioconda: dietro un vetro spesso. «Non sembra neppure più un quadro vero». È simile alla stazione della «via crucis del turismo di massa, emblema dei nostri peggiori timori e impulsi», ha osservato ancora Kimmelman.
Eppure, i rischi permangono. Davvero frequenti i casi nei quali c’è qualcuno che decide di «maltrattare» momenti decisivi della storia dell’arte e dell’architettura. Perché? Per follia. Per esibizionismo. Per autopromozione. Per impeto luddistico. Per slancio insurrezionale. Talvolta, per puritanesimo: per finalità religiose e sessuali.
Ma esistono motivazioni più profonde. Chi spara contro Michelangelo, Raffaello o Picasso, inconsapevolmente, si comporta come un figlio illegittimo delle avanguardie. I suoi bersagli preferiti sono i miti dell’arte. Guidato da una sincera attenzione alle ricadute mediatiche del suo gesto, il neovandalo è un disinibito iconoclasta, che vuole radicalizzare le intuizioni dei protagonisti del futurismo. Arriva in un museo, come sedotto da un quadro. Dapprima, lo contempla. Sembra vittima di una sorta di sindrome di Stendhal, che lo porta addirittura a perdere i sensi e la ragione: la troppa bellezza lo acceca. Poi, di nascosto, taglia, spezza, lascia segni più o meno evidenti, quasi rispondendo a un irrefrenabile richiamo interiore. Acquisisce un capolavoro, e lo desacralizza, privandolo di ogni aura. Quasi sulle orme dell’invito marinettiano, impugna i picconi, le scuri, i martelli e demolisce senza pietà.
E, tuttavia, in molti casi, il neovandalo sembra muovere da un desiderio di emulazione. Pur sprovvisto di talento, si abbandona a un pericoloso transfert. Effettua mimesi oltraggiose. Prova a violentare qualcosa di bello che egli non è stato in grado di realizzare. Incapace di creare autonomamente, distrugge. In lui, però, restano la medesima tensione, la medesima condizione psicologica e la medesima esaltazione poetica che sostengono la pratica degli artisti autentici. Uno tra i casi più celebri è quello di Toth, che colpì la Pietà. Certo, per rabbia. Ma, soprattutto, perché in lui c’era la delirante speranza di «diventare» Michelangelo.
Infine, c’è un pensiero segreto. Qualcosa che esula dalla stessa volontà del neovandalo. Che, spesso, in maniera non intenzionale, arriva a donare un’esistenza ulteriore alle opere di cui si appropria. Le priva della cornice metafisica in cui tendiamo a collocarle. Ne sgretola l’inviolabilità. Per trasformarle in eventi non immobili, né fissi, ma destinati a un’altra vita. Torna alla memoria quel che accadde ad Avignone nel luglio del 2007. Un’artista, Rindy Sam, impresse un bacio con il rossetto su una tela bianca di Twombly. Un modo per migliorare quel dipinto, commentò la Rindy, il cui legale, durante il processo, sostenne che, dietro quell’impronta, c’era un «impeto di passione». La replica del proprietario del quadro di Twombly fu: «Per parlare d’amore ci vogliono due persone consenzienti».

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