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martedì 28 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 marzo.
Il 28 marzo 1985 muore il pittore bielorusso Marc Chagall.
A dispetto della francesizzazione del suo nome, Marc Chagall è stato il pittore più importante che la Bielorussia abbia avuto. Nato a Liosno, presso Vitebsk il 7 luglio 1887, il suo vero nome è Moishe Segal; il nome russo sarebbe stato Mark Zakharovic Sagalov, abbreviato in Sagal, che secondo la trascrizione francese sarebbe poi diventato Chagall.
Nato in una famiglia di cultura e religione ebraica, figlio di un mercante di aringhe, è il maggiore di nove fratelli. Dal 1906 al 1909 studia prima a Vitebsk, quindi all'accademia di Pietroburgo. Tra i suoi insegnanti c'è Léon Bakst, pittore e scenografo russo, studioso dell'arte francese (nel 1898 avrebbe fondato assieme all'impresario teatrale Diaghilev il gruppo d'avanguardia "Il mondo dell'arte").
Questo è un periodo difficile per Chagall in quanto gli ebrei potevano vivere a Pietroburgo solo con un permesso apposito e solo per breve periodi. Nel 1909, nei suoi frequenti ritorni a casa, incontra Bella Rosenfeld, che diverrà in futuro sua moglie.
Nel 1910 Chagall si trasferisce a Parigi. Nella capitale francese conosce le nuove correnti in auge. In modo particolare si approccia al Fauvismo e al Cubismo.
Inseritosi negli ambienti artistici d'avanguardia, frequenta numerose personalità che in Francia mantengono frizzanti gli ambienti culturali: tra questi vi sono Guillaume Apollinaire, Robert Delaunay e Fernand Léger. Marc Chagall espone le sue opere nel 1912 sia al Salon des Indépendants, che al Salon d'Automne. Delaunay lo presenta al mercante berlinese Herwarth Walden, che nel 1914 gli allestisce una personale presso la sua galleria "Der Sturm".
L'avvicinarsi dell'inizio del conflitto mondiale fa rientrare Marc Chagall a Vitebsk. Nel 1916 nasce Ida, la sua primogenita. Nella sua città natale Chagall fonda l'Istituto d'Arte, di cui sarà direttore fino al 1920: suo successore sarà Kazimir Malevich. Chagall si trasferisce quindi a Mosca, dove crea le decorazioni per il teatro ebraico statale "Kamerny".
Nel 1917 partecipa attivamente alla rivoluzione russa tanto che il ministro sovietico della cultura nomina Chagall Commissario dell'arte nelle regione di Vitebsk. Non avrà però successo in politica.
Nel 1923 si trasferisce in Germania, a Berlino, per tornare infine a Parigi. In questo periodo pubblica le sue memorie in lingua Yiddish, scritte inizialmente in russo e poi tradotte in francese dalla moglie Bella; il pittore scriverà anche articoli e poesie pubblicati in diverse riviste e raccolti - postumi - in forma di libro. A Parigi riallaccia i contatti con il mondo culturale che aveva lasciato e conosce Ambroise Vollard, il quale gli commissiona l'illustrazione di vari libri. Passa poco tempo e nel 1924 ha luogo un'importante retrospettiva di Chagall presso la Galerie Barbazanges-Hodeberg.
In seguito l'artista bielorusso viaggia molto, in Europa ma anche in Palestina. Nel 1933 viene organizzata una grande retrospettiva in Svizzera, presso il Museo d'arte di Basilea. Mentre in Europa si assiste all'ascesa del nazismo al potere, tutte le opere di Marc Chagall in Germania vengono confiscate. Alcune di queste figurano nell'asta tenuta alla Galerie Fischer di Lucerna nel 1939.
Lo spettro della deportazione degli ebrei porta Chagall a decidere di rifugiarsi in America: il 2 settembre 1944 muore Bella, compagna amatissima, soggetto frequente nei dipinti dell'artista. Chagall torna a Parigi nel 1947 per stabilirsi a Vence due anni più tardi. Molte mostre, alcune molto importanti, gli vengono dedicate un po' ovunque.
Si risposa nel 1952 con Valentina Brodsky (detta "Vavà"). Inizia in questi anni una lunga serie di decorazioni di grandi strutture pubbliche: nel 1960 crea una vetrata per la sinagoga dell'ospedale Hadassah Ein Kerem in Israele. Nel 1962 disegna le vetrate per la sinagoga dello Hassadah Medical Center, presso Gerusalemme, e per la cattedrale di Metz. Nel 1964 realizza le pitture del soffitto dell'Opéra di Parigi. Nel 1965 realizza le grandi pitture murali sulla facciata della Metropolitan Opera House di New York. Nel 1970 disegna le vetrate del coro e del rosone del Fraumünster di Zurigo. Di poco successivo è il grande mosaico a Chicago.
Marc Chagall muore a Saint-Paul de Vence il 28 marzo del 1985, alla veneranda età di novantasette anni.
Chagall nei suoi lavori si ispirava alla vita popolare della Russia europea e ritrasse numerosi episodi biblici che rispecchiano la sua cultura ebraica. Negli anni sessanta e settanta, si occupò di progetti su larga scala che coinvolgevano aree pubbliche e importanti edifici religiosi e civili.
Le opere di Chagall si inseriscono in diverse categorie dell'arte contemporanea: prese parte ai movimenti parigini che precedettero la prima guerra mondiale e venne coinvolto nelle avanguardie. Tuttavia, rimase sempre ai margini di questi movimenti, compresi il cubismo e il fauvismo. Fu molto vicino alla Scuola di Parigi e ai suoi esponenti, come Amedeo Modigliani.
I suoi dipinti sono ricchi di riferimenti alla sua infanzia, anche se spesso preferì tralasciare i periodi più difficili. Riuscì a comunicare felicità e ottimismo tramite la scelta di colori vivaci e brillanti. Il mondo di Chagall era colorato, come se fosse visto attraverso la vetrata di una chiesa.
Marc Chagall si è occupato anche di Mail art (vedi il volume Il recupero della memoria del milanese Eraldo Di Vita).
Durante il suo primo soggiorno a Parigi rimane colpito dalle ricerche sul colore dei Fauves e da quelle di Robert Delaunay (definito il meno cubista dei cubisti). Il suo mondo poetico si nutre di una fantasia che richiama all'ingenuità infantile e alla fiaba, sempre profondamente radicata nella tradizione russa. La semplicità delle forme di Marc lo collega al primitivismo della pittura russa del primo Novecento e lo affianca alle esperienze di Natal'ja Sergeevna Gončarova e di Michail Fedorovič Larionov. Con il tempo il colore di Chagall supera i contorni dei corpi espandendosi sulla tela. In tal modo i dipinti si compongono di macchie o fasce di colore, sul genere di altri artisti degli anni Cinquanta appartenenti alla corrente del Tachisme (da tache, macchia). Il colore diventa così elemento libero ed indipendente dalla forma.

venerdì 8 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 gennaio.
L'8 gennaio 1638 nasce a Bologna Elisabetta Sirani.
Elisabetta Sirani nasce e vive nella Bologna della Controriforma, seconda città dello Stato Pontificio, dove la presenza di un'antica università dà largo spazio a un ambiente culturale ricco e stimolante, nel quale la ragazza prodigio, molto colta, avida lettrice e brava musicista lavora (con incredibile rapidità) alle sue opere pittoriche, instradandosi in una professione quasi totalmente appannaggio degli uomini.
Figlia di Giovan Andrea, pittore e mercante d’arte allievo di Guido Reni, impara tecniche e modelli nell’officina paterna, tanto che a soli diciassette anni comincia a dipingere su commissione e crea dipinti di piccole dimensioni per la devozione privata. La giovane artista sviluppa ben presto una straordinaria tecnica personale: all’ideazione di schizzi veloci, seguivano gli studi ad acquarello e nonostante una grande velocità di esecuzione, non trascura il minimo particolare dell’opera. Le varie fasi della realizzazione del dipinto avvengono con una tale rapidità da poter assistere in breve tempo all’opera completa; il disegno dal quale prende forma il soggetto, la stesura dei colori e la grande padronanza del segno, le consentono di abbozzare e poi perfezionare l’opera senza tentennamenti né ripensamenti, dando forma a uno stile pulito e dai toni delicatissimi.
Elisabetta è nota per le sue rappresentazioni di temi allegorici e sacri (in particolare come pittrice di Madonne), nonché per i ritratti di donne eroine (prese dalla mitologia classica), che arrivano perfino a uccidere. Nei suoi lavori ama spesso apporre la sua firma nei bottoni, sulle scollature o sui merletti. Un esempio è la bellissima Dalila (Collezione Privata), presentata in lussuose vesti che lasciano intravedere i seni attraverso il tessuto leggero della camicia succinta. Questo elemento, insieme alle forbici e alla ciocca di capelli di Sansone alludono al ruolo della seduttrice, in quello che altrimenti sembrerebbe il ritratto di una dama riccamente ornata da orecchini e nastri. L’autrice pone la sua firma e la data, due volte, la prima nella fascia del corpetto impreziosito da una spilla “Elisa. Sirani F. 1657”, la seconda nello sfondo in alto a destra “Elis. Sirani”. Tra gli autoritratti si segnala l’Allegoria della pittura (Mosca, Museo Pushkin) firmato e datato sulla destra sotto i libri “Elisab.ta Sirani. F 1658”, che rappresenta una sorta di ritratto ideale, una dichiarazione della giovane pittrice di una raggiunta consapevolezza e fierezza delle proprie capacità. Altra testimonianza è l’Autoritratto come Santina (Bologna, Pinacoteca Nazionale) del 1658, dipinto per la Certosa di Bologna insieme ad un’altra Santa Certosina (Bologna, Chiesa di San Girolamo) e posizionate ai due lati del suo Battesimo. Quest’ultima ha lo sguardo verso il basso a differenza della Santina come autoritratto che volge lo sguardo al cielo, consegnandoci l’immagine che la pittrice vuole dare di sé.
Elementi di estrema dolcezza sono gli incarnati nei dipinti di Madonne con Bambino, spesso accompagnati a San Giovannino, nei quali l’affettività assume tratti di materna quotidianità. Questo è un tema molto caro alla pittrice che registra ben trenta opere con questo soggetto e tanti altri disegni preparatori; purtroppo si sono perse le tracce di molti di questi dipinti, per cui è spesso difficile metterli in relazione certa con i bozzetti. La Madonna della colomba (Isola Bella, Collezione Borromeo) firmata e datata 1663 lungo il bordo del cuscino è un esempio incantevole del dialogo d’affetti tra Bambino e Vergine. La tela dichiara il suo progressivo interesse sulla funzione della luce e anche dei suoi effetti simbolici. La fonte luminosa che parte da sinistra in corrispondenza dalla colomba e investe il Bambino, sembra voler indicare lo Spirito Santo anche se interpretato in chiave domestica.
I dipinti dal soggetto mitologico, soprattutto quelli raffiguranti coraggiose eroine, sono uno dei temi preferiti e più riusciti della pittrice: come la Timoclea (Napoli, Museo di Capodimonte) che getta in un pozzo il soldato di Alessandro Magno che l'aveva violentata. Allontanandosi dalla tradizionale iconografia dedicata solitamente ad Alessandro Magno che stupito dal coraggio della donna la perdona per aver ucciso il capitano, Elisabetta preferisce esaltare le doti di forza ed eroismo di Timoclea, con qualità di castità e bellezza tradizionalmente femminili. Il dipinto, datato e firmato in basso a sinistra sulla base del pozzo “Elisab. Sirani F. 1659”, appartiene a un periodo di maturità artistica in cui la pittrice si è già cimentata in dipinti di grande formato e si confronta con temi più inusuali. Altro esempio è dato dalla bella Porzia (Houston, Miles Foundation) abbigliata in un sontuoso costume rinascimentale rosso e oro che si ferisce la coscia per dimostrare al marito Bruto il proprio coraggio e la volontà di condividere le scelte politiche, poiché egli non desidera rivelare la congiura contro Cesare. Anche in questo caso l’iconografia è inedita rispetto a una tradizione figurativa che privilegia il suicidio dell’eroina. La Sirani pone l’attenzione su un’immagine di donna forte, in contrasto con quanto accade in secondo piano, dove da una porta aperta su di una stanza accanto alle spalle di Porzia, s’intravede una scena casalinga di cucito, ricamo e pizzo al tombolo, evidente richiamo di sommessa quotidianità. Il dipinto é firmato e datato 1664 in basso a sinistra e si evince, inoltre, una straordinaria qualità esecutiva unita a un’eccezionale soluzione cromatica, dai toni caldi e vibranti di derivazione neoveneta.
Attenta al linguaggio di Guido Reni e alla nuova linea della scuola bolognese, Elisabetta Sirani, propone uno stile personale, molto morbido e grazioso, di sicuro successo, che si rivela definitivamente quando a soli venti anni, nel 1658 (dopo numerosi dipinti per chiese locali) Daniele Granchio, priore del monastero, le commissiona il Battesimo per la chiesa bolognese di San Girolamo alla Certosa. L’opera fa parte di un importante ciclo cristologico, composto di nove grandi tele raffiguranti diversi episodi della vita di Cristo, commissionate tra il 1644 e il 1658 ad alcuni dei più significativi pittori operanti a Bologna: Francesco Gessi, Giovanni Andrea Sirani, Lorenzo Pasinelli, Domenico Maria Canuti e Giovanni Maria Galli Bibiena. A questi si aggiunge il giovanissimo pittore napoletano Nunzio Rossi, mostrando l’apertura intellettuale dei monaci certosini che non si limitarono a chiamare esclusivamente pittori di chiara fama ma che furono attenti a nuove influenze. Dell’importanza per la Sirani di questa commissione è la testimonianza del Malvasia nella Felsinea Pittrice, dove descrive Elisabetta che, appresa la notizia di tale e importante commissione, inizia da subito e con entusiasmo a lavorare agli studi preparatori, abbozzando ad acquarello un primo pensiero della composizione, conferendo immediato effetto pittorico. Come si può vedere nel disegno che si conserva all’Albertina di Vienna, si rivela l’iniziale progetto compositivo della Sirani che si è arricchito di numerosi episodi in corso d’opera.
Dopo la realizzazione di questo suo grande telero, seguono numerosissime commissioni da parte della nobiltà bolognese prima e straniera poi, ed è ormai considerata un’artista di successo internazionale, esponente di primo piano del classicismo bolognese ed europeo. La pittrice anticipa notevolmente i tempi e dà prova di una certa indipendenza quando apre uno studio proprio e crea una scuola d'arte per fanciulle (la prima di questo genere), nella quale sono allieve anche le sue due sorelle Anna Maria e Barbara. Una professionista nella Bologna del Seicento, ammirata da ospiti illustri e di nobile discendenza, che visitano casa Sirani in via Urbana 7, per vedere Elisabetta all’opera che “Lavorava dall'alba al tramonto, tutti i giorni eccetto la domenica, e trovava anche il tempo per intrattenere gli ospiti o i committenti con conversazioni spiritose e buona musica. Apriva il suo studio ad altre donne desiderose di imparare, tanto che finì per fondare una scuola” così scrive Germaine McGreer in Le tele di Penelope. Nelle case delle duchesse di Parma, di Baviera, di Braunschweigh e di Toscana era presente almeno una sua opera. Nella monografia di Adenina Modesti Una virtuosa del Seicento bolognese, Elisabetta è descritta come una donna ammirata e contesa ma consumata da qualcosa di eccessivo. Un primo segnale viene dalla rapidità con cui esegue le sue opere, da molti giudicata sospetta. Per dimostrare l’autenticità del suo lavoro, sceglie quindi di dipingere in pubblico, sotto gli occhi dei visitatori che poco a poco arrivano da tutta Europa per vederla all’opera. Diventa un personaggio molto noto, di cui il padre è inflessibile impresario, facendone una donna logorata dalla furia creativa, nella necessità di dover dimostrare in ogni momento il proprio talento e la tecnica.
L’attività instancabile e quasi febbrile è la principale causa della malattia che portò l’artista a una morte precoce dovuta a una grave ulcera gastrica, all’età di ventisette anni. I funerali di Elisabetta furono “lacrimosi e solenni come quelli d’una santa papessa”, e venne seppellita accanto alla tomba di Guido Reni nella cappella del Rosario della chiesa di San Domenico a Bologna. Carlo Cesare Malvasia, fu il suo scopritore e biografo, contribuendo a perpetuare il “mito Sirani” modellandolo consapevolmente su quello di Guido Reni. Nella biografia dell’artista pubblicata dal Malvasia nella Felsina Pittrice; l'autore ne piange la scomparsa prematura, e viene descritta come “l’angelo-vergine” della pittura bolognese del Seicento “che dipinge da homo, ma anzi più che da homo”, come “il prodigio dell’arte, la gloria del sesso donnesco, la gemma d’Italia, il sole della Europa”, perché seppe rendere grande la sua arte attraverso la propria femminilità.
La sua morte inaspettata e la dura agonia che dovette sopportare alimentò forti sospetti di avvelenamento, fomentati anche da una rivalità in amore per un signorotto locale e per la metamorfosi che il corpo subisce qualche ora dopo il suo decesso. Lucia Tolomelli, domestica della famiglia, è accusata di aver avvelenato la pittrice, causandone la morte e deve così affrontare un lungo processo (1665-1666) che, se pur senza sufficienti prove, si conclude con l’allontanamento della stessa dalla città. Malvasia, l’amico di famiglia che è stato testimone della carriera di Elisabetta, non si convince dalla sentenza, tanto da scrivere che i medici non erano affatto d'accordo fra loro e che probabilmente c'era stata una forma di lento avvelenamento; aggiunge che Elisabetta era una donna di temperamento assai vivace e, riferendosi all’episodio di un candidato rifiutato dal padre, che doveva esserle costato molto nascondere in modo drastico la sua propensione al matrimonio. Forse è anche per le insinuazioni del Malvasia se al ritorno della Tolomelli a Bologna, successivo alla morte del suo principale accusatore, Giovan Andrea Sirani, Lucia è comunque vista dall’opinione pubblica come la serva avvelenatrice. La verità, pare, è che Elisabetta muore per un’ulcera perforata, forse per il troppo lavoro, ma la leggenda creata attorno alla sua figura, rafforzata dalla vicenda della sua precoce morte per supposto avvelenamento, è alimentata nei secoli successivi, tanto che la Sirani diviene soggetto di numerosi testi letterari, tra i quali il Pennello lacrimato di Giovanni Luigi Piccinardi (1665). In seguito la sua figura trova un particolare successo nell’Ottocento, secolo sensibile alle eroine romantiche, dove la pittrice è celebrata da numerosi componimenti drammatici, romanzeschi e dipinti che ne esaltano la vita della giovane artista.
Oggi Elisabetta Sirani non è considerata solo l’erede al femminile di Guido Reni, ma un’abile professionista che intraprende un percorso artistico importante e significativo, capace di rendersi protagonista del secolo d’oro della pittura bolognese, nonostante i limiti severi (siamo in piena epoca controriformistica), entro cui è costretta a operare specie nelle grandi tele di argomento religioso. Una pittrice che esprime sempre una certa vivacità sia d’ideazione sia di espressione, seguita da grande originalità: come nei volti delle madonne e nel loro affettuoso e spontaneo atteggiamento nei confronti del figlio, o nella posizione che assumono nei ritratti le figure maschili e femminili, mai immobili, ma sempre in movimento. Anche i soggetti mitologici, testimonianza della grande istruzione che Elisabetta apprende nella biblioteca paterna, non hanno quasi mai l'aria artefatta che spesso è presente in tanta pittura dell'epoca (e bolognese), ma un aspetto più umano e persino più dimesso. Dal confronto con opere di soggetto analogo di altri pittori, è chiara la concretezza dell'impostazione della Sirani, che legge gli stessi episodi con altro punto di vista e attribuisce alle sue 'eroine' uno sguardo determinato mai sognante, dove è possibile individuare nelle figure femminili allegoriche, sacre e profane, alcuni suoi autoritratti. Nella pittura della Sirani l’esperienza femminile s’incarna in uno straordinario virtuosismo tecnico e in una folgorante rapidità, che le permettono di realizzare in soli dieci anni quasi duecento opere, da lei stessa catalogate accanto alle singole committenze nella sua Nota delle pitture fatte da me Elisabetta Sirani, documento di notevole importanza per la ricostruzione del suo percorso artistico.


mercoledì 19 marzo 2014

#Tiziano Vecellio: Venere e Adone


http://it.wikipedia.org/wiki/Venere_e_Adone_%28Tiziano_Roma%29
Venere e Adone è un dipinto ad olio su tela di cm 187 x 184 realizzato nel 1560 dal pittore italiano Tiziano Vecellio 
 
  Un giovane Adone  con un curioso cappellino da cacciatore lascia Venere disperata che si torce nel tentativo di trattenerlo. Il richiamo della caccia  è più forte dell'Amore che, comunque dorme placidamente. È l'alba, ma il cielo nuvoloso sembra presagire il dramma che tra poco avverrà.

Questo dipinto è conservato alla Galleria nazionale dell'Arte Antica di Roma

fonte Wikipedia.org

martedì 11 febbraio 2014

#Arte #Pittori #Salvador Dalì


Paesaggio con farfalle - 1956


http://www.settemuse.it






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