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venerdì 13 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
La notte del 13 marzo 1781 Wilhelm Herschel scoprì per caso Urano. Questa scoperta produsse due cambiamenti immediati.
Il primo fu quello di espandere, raddoppiandole, le dimensioni del nostro Sistema Solare e il secondo quello di aumentare il numero delle stelle erranti, ovvero quegli oggetti del cielo che i greci chiamavano “planetes” e che l'uomo conosceva già da migliaia di anni. Fino a quella data infatti, i pianeti conosciuti erano solo sei e Saturno rappresentava l'ultimo e il più lontano fra tutti quelli che l'occhio umano era riuscito a vedere. Quella notte però, Herschel ebbe una fortuna sfacciata perché nell'osservare le stelle si ritrovò tra le mani un pianeta.
L'euforia seguita alla scoperta di Urano spinse gli astronomi e i matematici di tutta Europa a cercare di tracciare l'orbita teorica del pianeta utilizzando le leggi della meccanica celeste di Keplero e Newton. Purtroppo, con il passare del tempo, si osservò che Urano era sempre leggermente spostato rispetto a quanto teoricamente ci si aspettava. Si pensò che questa anomalia orbitale fosse prodotta da un corpo che ne perturbava l'orbita e con questa convinzione si iniziò la caccia all'oggetto sconosciuto, anche se la sua ricerca non era semplice. Troppo lontano e dunque troppo piccolo per essere trovato semplicemente guardando nel telescopio, motivo per cui bisognava prima trovarne la posizione teorica anche se questo voleva dire elaborare una enorme quantità di dati. Gli unici a raccogliere la sfida furono due matematici, l'inglese John Adams e il francese Urbain Le Verrier i quali, partendo dagli scostamenti osservati, calcolarono teoricamente prima la massa del corpo perturbatore, l'orbita ed infine la posizione che doveva occupare in quel periodo. Fu poi l'astronomo tedesco J. Galle dell'Osservatorio di Berlino a scoprire il corpo perturbatore trovandolo, grazie ai calcoli forniti da Le Verrier, nella costellazione dell'Acquario.
A distanza di 65 anni dalla scoperta di Urano, nella notte del 23 settembre 1846 fu scoperto Nettuno.
La scoperta di Nettuno, invece di soddisfare gli astronomi, portò nuovi problemi da risolvere. La sua presenza non giustificava ancora completamente le anomalie di Urano; anzi, lo stesso Nettuno sembrava subire delle anomalie “apparenti” nel suo moto orbitale. Doveva dunque esserci ancora qualcosa oltre l'orbita di Nettuno che perturbava questi due pianeti.
Ripartì allora la ricerca del nuovo oggetto perturbatore, l'ipotetico nono pianeta, la cui ricerca, stranamente, coinvolse questa volta più gli astronomi americani che quelli europei. Confidando sul metodo di calcolo utilizzato per trovare Nettuno, il ricco americano Percival Lowell fece costruire nel 1894 un Osservatorio privato a Flagstaff in Arizona. Flagstaff era una città di recente crescita considerato che quando la ferrovia la raggiunse nel 1882, collegandola al Pacifico lungo il 35° parallelo, contava all'incirca soltanto 200 persone.
All'interno dell'Osservatorio, Lowell aveva fatto installare un rifrattore da 61 cm di diametro per l'osservazione planetaria considerato che il suo campo di ricerca era duplice, cercare prove della vita su Marte (dopo che Schiaparelli aveva senza colpe prodotto nella gente la credenza sulla esistenza dei marziani) e cercare il corpo responsabile delle anomalie sui moti orbitali di Urano e Nettuno. Qui Lowell aveva anche organizzato un vero centro di calcolo che aveva portato a due risultati. Il primo suggeriva che il corpo perturbatore potesse avere una massa stimata in 6,5 volte quella terrestre e il secondo che dovesse orbitare a una distanza media di 43 U.A. dal Sole.
La campagna di ricerca fotografica per rintracciare l'oggetto tenne impegnato l’astronomo statunitense dal 1905 al 1916 ma nonostante il lungo e laborioso lavoro, il confronto delle immagini (che veniva fatto con lente d'ingrandimento) indispensabile per trovare lo spostamento di un astro, non diede alcun risultato. Lowell non riuscì dunque a trovare l'oggetto che tanto cercava e nel 1916 morì. L'attività all'Osservatorio si interruppe per lunghi anni, bloccata soprattutto dalla mancanza di soldi legati a questioni ereditarie.
Riprenderà soltanto nel 1928 sotto il nuovo Direttore Vesto Slipher e con un nuovo telescopio da 33 cm di diametro, in grado di catturare immagini di grandi aree di cielo con estensione pari a 12x14°, imprimendole su lastre fotografiche di vetro. Ora la nuova tecnica di ricerca sarebbe stata quella di confrontare sempre due lastre prese a distanza di giorni, utilizzando un comparatore ottico così da rendere più agevole l'individuazione dell'oggetto.
Un lavoro in ogni caso abbastanza noioso quello di fotografare e comparare, che poteva anche non portare a nulla e per questo poco inviso agli astronomi professionisti dell'Osservatorio, impegnati sicuramente in ricerche più gratificanti.
Avevano quindi bisogno di un giovane con poca esperienza, dotato però di grande entusiasmo, ottima vista e tanta, ma tanta pazienza. La scelta cadde su un giovane di 23 anni che lavorava con i genitori in una fattoria del Kansas, appassionato di astronomia al punto da costruirsi un telescopio newtoniano da 23 cm con cui osservare Marte e Giove. I suoi schizzi migliori impressionarono così favorevolmente il direttore dell'osservatorio Lowell, che il giovane venne immediatamente assunto. Si chiamava Clyde William Tombaugh ed era dotato di quanto serviva: ottima vista, precisione nel vedere i dettagli, qualità nel lavoro. Con un biglietto di sola andata, Tombaugh prese il treno che portava a Flagstaff e la sera del 15 gennaio 1929 prese servizio sulla “Mars Hill”, la collina dove sorgeva la specola che Lowell aveva utilizzato per osservare la superficie di Marte.
Nell'aprile del 1929 il direttore Slipher iniziò a studiare con il comparatore le prime fotografie elaborate dal giovane Tombaugh, partendo proprio dalla zona di cielo che includeva la costellazione dei Gemelli. La voglia di trovare il pianeta era così tanta che Slipher lavorò con troppa fretta per accorgersi dello spostamento di quell'astro che si trovava poco lontano da Delta dei Gemelli.
E così, dopo un paio di mesi, le lastre si erano accumulate e superavano di molto quelle già visionate al punto che Slipher, persa la speranza di trovare in fretta il pianeta, delegò tutto il lavoro al giovane assunto. Tombaugh avrebbe dovuto fotografare di notte e visionare di giorno, ma lo fece con voglia pur di non perdere il posto e dover tornare alla fattoria nel Kansas. Con scrupolo stese un nuovo programma di lavoro che prevedeva di fotografare le regioni di cielo sempre in opposizione al Sole, così da riuscire a riprendere tutta la fascia dello Zodiaco nel giro di un anno.
Fu così che nel gennaio 1930 si ritrovò a fotografare nuovamente la Costellazione dei Gemelli, prendendo la prima lastra nella notte del 21 e quelle da comparare nelle notti successive del 23 e 29 gennaio. La loro comparazione avvenne invece nel pomeriggio del 18 febbraio 1930. Tombaugh si accorse quasi subito di un piccolissimo oggetto, attorno alla 15° magnitudine, che sulla seconda immagine si era spostato di circa 3,5 mm. Doveva per forza trattarsi dell'oggetto che stavano cercando. Nelle settimane successive fu fotografata e confrontata nuovamente la stessa zona di cielo e non ci furono dubbi, quello scoperto era proprio il nono pianeta del Sistema Solare.
L'annuncio ufficiale fu però tenuto volutamente in sospeso fino al 13 marzo 1930, una data che rivestiva un doppio significato: commemorava la nascita di Percival Lowell e per combinazione celebrava anche quella in cui Wilhelm Herschel nel lontano 1781 aveva scoperto Urano. A 84 anni dalla scoperta di Nettuno, si chiudeva dunque il cerchio con quel filo che legava la scoperta di Urano a quella di Plutone. Clyde Tombaugh, l'ultimo arrivato, un giovane senza titoli e senza esperienza, aveva dunque scoperto Plutone.
Plutone fu trovato quasi esattamente nella posizione prevista dai calcoli teorici, per cui inizialmente si credette di aver trovato il corpo perturbatore. Col passare degli anni le misurazioni rivelarono tuttavia che Plutone era di gran lunga troppo piccolo per spiegare le perturbazioni osservate, e si pensò quindi che non si potesse trattare dell'ultimo pianeta del sistema solare. Partì quindi la caccia al decimo pianeta, il cosiddetto Pianeta X - un gioco di parole basato sul fatto che la X è il numero romano per 10 ed è anche il simbolo dell'incognito.
La questione fu risolta solo nel 1989, quando l'analisi dei dati della sonda Voyager 2 rivelò che le misure della massa di Urano e Nettuno comunemente accettate in precedenza erano lievemente sbagliate. Le orbite calcolate con le nuove masse non mostravano alcuna anomalia, il che escludeva categoricamente la presenza di qualunque pianeta più esterno di Nettuno con una massa elevata.
La scoperta di Plutone fu in definitiva casuale, trovandosi il pianeta al posto giusto nel momento giusto mentre si dava la caccia a qualcos'altro.
Precedentemente considerato un pianeta vero e proprio, il 24 agosto 2006 Plutone è stato declassato a pianeta nano dall'Unione Astronomica Internazionale, ricevendo il nome di 134340 Pluto.

giovedì 9 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 settembre.
Il 9 settembre 1839 John Herschel scatta la prima fotografia su lastra di vetro della storia, inventando contestualmente appunto il termine "fotografia".
La storia della fotografia comprende un periodo che va dalla sua invenzione alle attuali tendenze, che fanno anche ampiamente uso delle tecnologie digitali che consentono la registrazione diretta su supporto magnetico delle immagini ottiche.
Nel 1727 J.H.Schulze, chimico tedesco, pervenne attraverso i suoi studi, ad una descrizione scientifica del carbonato d'argento e alla sua capacità di annerirsi in seguito alla esposizione alla luce. Pertanto, pur essendo Daguerre il nome che è più diffusamente collegato alla nascita della fotografia, in realtà, il suo merito, fu quello di saper sintetizzare e concretizzare le teorie altrui, poiché altri prima di lui erano giunti a quei procedimenti che permisero la scoperta delle tecniche fotografiche.
Gli esperimenti sopracitati, che aveva condotto Schulze, furono ripresi nella seconda metà del 1700 dal Scheele e Senebier e successivamente Wedgewood e Davy, che nel 1802, tenteranno proprio sulla base di quelli, la strada della applicazione pratica della fotosensibilità dei sali d'argento. I due infatti ottennero pur non sapendo rendere i risultati permanenti, delle impressioni in negativo su supporto cartaceo. Il 1819 segna un'altra data importante nella evoluzione delle scoperte che condussero alla definizione della tecnica fotografica: J. Herschel documenta la solubilità dei sali d'argento non esposti alla luce in tiosolfito di sodio, rendendo noto, dal 1839, questo elemento di fissaggio dell'immagine fotografica. Ma la data più importante per la storia della fotografia resterà pur sempre il 1929, anno in cui Daguerre definirà la tecnica del dagherrotipo. La dagherrotipia (dal nome di Daguerre), fu un perfezionamento dell'eliografia di Niepce. Si trattava di una unica prova su lastra di rame argentata, sensibilizzata con vapori di iodio e "sviluppata" con vapori di mercurio. Ma facciamo un passo indietro...
Nel 1814, Joseph Nicéphore Niepce, a Gras, presso Chálon-sur-Saóne, aveva sperimentato un nuovo sistema per semplificare l'incisione sul metallo. Niepce, che dal 1801 aveva concentrato il suo interesse sulla litografia, (il procedimento di stampa a mezzo di pietra incisa introdotto in Francia nel 1814 dal conte Lasetvrie du Saillant), pensò di perfezionare quel sistema tipografico e sostituì la pietra con una lastra di stagno. Trovare un mezzo per indurre la luce a fare il disegno, è quello che si proponeva. Prese una lastra di rame argentato, la ricoprì di un sottile strato d'asfalto e la collocò in una cassetta di legno, che funzionava da camera oscura, di fronte a una tavola disegnata o dipinta. Dopo una giornata, le parti dello strato di bitume che erano rimaste "impressionate", cioè esposte all'azione della luce riflessa dalle zone più chiare del dipinto, diventarono bianche e le altre restarono nere. Allora Niepce immerse la lastra in un bagno d'essenza di lavanda -che scioglie il bitume non impressionato, lasciando intatto quello reso bianco dalla luce-, e sulla lastra di rame argentato restò così soltanto il bitume riproducente l'immagine in negativo. Tale procedimento lo chiamò "eliografia". Questo evento rappresentò il primo passo di Niepce per preparare lastre per stampa. Spandendo sulla lastra trattata, un acido destinato a incidere le parti del metallo messe a nudo, ma che non può attaccare le parti ancora ricoperte dal bitume (che viene poi tolto e le parti da esso protette) se ne ottiene in rilievo la riproduzione (sempre in negativo) del disegno. La lastra è così pronta per la tipografia.
Da qui ad applicare il procedimento alla fotografia il passo fu breve e, intorno al 1816, cominciò a usare la camera oscura per ritrarre immagini dal vivo. Il 5 maggio così scriveva al fratello Claude: "Ho messo il mio apparecchio sulla finestra aperta della stanza dove lavoro, dirigendolo verso la piccionaia. Ho fatto l'esperimento nel mio solito modo e ho ottenuto sulla carta bianca quella parte della piccionaia che si vede dalla finestra ed una debole immagine anche di questa, che era meno illuminata". In seguito alla scoperta Niepce lavorerà alla ricerca di materie più sensibili all'azione della luce tentando di tutto: il nitrato al cloruro d'argento, il perossido di manganese, il cloruro di ferro, il fosforo, la cocciniglia, finchè il 3 settembre 1824 riesce a fissare i contorni di un paesaggio.
Nel 1826, dopo una posa di ben otto ore da quella finestra dove un decennio prima aveva posto il suo apparecchio, su una lastra di peltro per eliografia, spalmata di bitume di giudea e posta all'interno della sua camera oscura con diaframma, la prima fotografia della storia era impressa, in positivo diretto, su una lastra di peltro lucidata. Nel 1827 Niepce incontra Daguerre. Daguerre era noto al pubblico per l'invenzione di uno spettacolo assolutamente nuovo per quell'epoca e pieno di sorprese, che aveva luogo nel Diorama, -una sala circolare capace di contenere 350 persone-. Lo spettacolo consisteva nella presentazione, su una piattaforma girevole, di vedute dipinte su tele di cotone trasparenti. (Queste erano disposte prospetticamente su una profondità di 15-20 metri. Ogni quadro poteva raggiungere la lunghezza di 22 metri e la larghezza di 14 ed era illuminato in modo da ottenere un gioco di ombre e di chiaroscuri capaci di riprodurre con fedeltà incredibile tutti gli effetti della luce in natura. Si poteva ad esempio assistere perfino alla scena suggestiva della chiesa di Saint Etienne du Mont che man mano si illuminava per la celebrazione della Messa di mezzanotte con l'entrata dei fedeli. Altre rappresentazioni rimaste famose furono i panorami del Monte Bianco e dell'isola di Sant'Elena o di San Pietro a Roma).
Interessato al problema del fissaggio delle immagini ottenute per azione del sole, Daguerre aveva appreso che questo problema era stato risolto da Niepce, -il quale, a sua volta, desiderava conoscere i risultati di quegli analoghi esperimenti annunciati da Daguerre e cioè quelli di avere apportato alla camera oscura un perfezionamento considerevole tale, da costituire un procedimento più semplice e sicuro per il fissaggio delle immagini-. Così, il 5 dicembre 1829, a Chalon-sur-Saòne, Niepce e Daguerre firmano un contratto di associazione. Messo al corrente sui dettagli del procedimento eliografico di Niepce, Daguerre lo perfeziona: sostituisce per prima cosa il bitume con una sostanza più untuosa, la resina, che ottenne distillando essenza di lavanda sciolta in alcool, poi, invece di lavare la lastra, la espone a vapori d'olio di petrolio. Il vapore si condensa in goccioline sulle parti rimaste in ombra, le scioglie e le rende trasparenti senza intaccare le parti esposte alla luce, che conservano la loro morbidezza naturale e riproducono anche le parti chiare dell'immagìne, ottenendo la gradazione delle tinte.
Dopo un anno di collaborazione con Niepce, Daguerre, fortuitamente dimentica un cucchiaio su una lastra argentata, preparata con joduro, e, dopo un pò di tempo, si accorge che sulla lastra è rimasto, nitidissimo, il disegno del cucchiaio. Ciò gli basta per comprendere la sensibilità dello joduro d'argento alla luce. Nel 1833 Niepce muore, colpito da trombosi cerebrale. Daguerre seguita i suoi esprimenti e ad esporre, per molte ore, le lastre preparate con joduro d'argento. Un giorno in cui infine il cielo è nuvoloso e minaccia di piovere, Daguerre toglie le lastre dalla finestra e le sistema in un armadio. Quando va a ritirarle, qualche giorno dopo, si accorge con enorme sorpresa che, dopo una esposizione assai breve, di appena quindici minuti, esse danno immagini limpide, già fissate e sviluppate.
Daguerre intuisce allora, grazie al caso, che dentro l'armadio, ripostiglio di numerose miscele chimiche, si deve poter trovare la spiegazione di quell'effetto. Qualcosa ha sviluppato l'immagine in breve tempo, risparmiando la lunga esposizione alla luce del sole! La causa di tutto stava infatti nella presenza di un recipiente di mercurio, dal quale si sviluppavano, dentro l'armadío, alcuni vapori con la proprietà di svelare e fissare definitivamente l'immagine.
I perfezionamenti da lui escogitati sono tanto considerevoli che ormai Daguerre giudica essere venuto il momento di farsi conoscere come l'inventore della nuova arte e farà in seguito brevettare speciali apparecchi per il dagherrotipo; Chevalier fornirà le lenti per gli obbiettivi. Ad Alphonse Giroux, cognato di Daguerre, fu dato il compito di costruire e smerciare, con enorme successo, un apparecchio per dagherrotipia che misurava cm. 30 x 37 x 50 e che era corredato dai alcune lastre sensibili e dei prodotti occorrenti per la stampa. In Francia e in Inghilterra i dagherrotipisti eseguivano ritratti le cui dimensioni andavano dai 4 cm. x 5, ai 17 cm. x 22. Tali ritratti venivano poi montati su astucci di metallo dorato e venduti. Dopo che il procedimento di Daguerre venne reso pubblico nel 1839, il dagherrotipo si diffuse enormemente e da questo successo si posero le premesse per i successivi sviluppi che condussero al successo della fotografia. Ciò che piacque fu la brevità dei tempi di posa, la definizione dei particolari e il fatto che si prestasse a sostituire la miniatura nei casi dei piccoli ritratti. Il dagherrotipo si diffuse oltre che in Europa, anche negli Stati Uniti. Parallelamente al dagherrotipo intanto altre ricerche portavano verso la riproduzione dell'immagine su carta, trattata con sali d'argento...
E' il 1839 e il francese H. Bayard ottiene dei positivi diretti su supporto cartaceo, in copia unica. Già Talbot nei primi del 1830 aveva utilizzato carta sensibilizzata, per delle "stampe a contatto". Intorno alla fine del decennio lo stesso Talbot diffondeva la tecnica del "disegno fotogenico". Dal disegno fotogenico era rapidamente passato al "calotipo" che, introducendo il duplice passaggio da un unico esemplare negativo cartaceo direttamente ripreso, portava alla possibilità di avere un numero illimitato di stampe - cioè positivi su carta-, dove una nuova esposizione alla luce attraverso il negativo invertiva i toni e restituiva una corrispondenza con il reale. Tale scoperta condusse alla fotografia come la si concepisce oggi. Sarà Herschel, colui che aveva diffuso le proprietà fissanti dell'iposolfito di sodio, ad introdurre il termine "fotografia". L'introduzione intorno al 1850 del "collodio" -cioè di un collante con nitrocellulosa e alcol in etere-, che permetteva di usare il vetro come supporto per il negativo fece sì che si ottenessero da quel momento, stampe su carta albuminata in grado di raggiungere -quasi- la ricchezza dei dettagli offerta dal dagherrotipo. La fine dell'ottocento porterà al procedimento alla gelatina-bromuro. Si potranno avere negativi "asciutti" e molto sensibili, che porteranno poi alla produzione di carattere industriale dei materiali fotografici. Prima le "lastre" e poi le "pellicole".
Le foto della fine del XIX, propongono dei veri e propri ritratti in posa, in cui ogni persona è lievemente voltata di tre quarti ed è posa in modo totalmente rigido. Nelle foto più antiche lo scenario della foto è sempre accuratamente costruito. Ogni scatto, non certamente molto frequente, costituiva una importante documentazione e pertanto meritava grande cura nell'impostazione. Le fotografie sviluppate, in formato ridotto, erano incollate su degli appositi cartoncini che riportavano il nome e la firma dello studio fotografico, e sul retro apparivano dei timbri e dei bolli che ne confermavano l'importanza. Dal 1890 fino al 1910 le pose delle foto in studio sono ancora statiche ma la fotografia, cominciando anche ad affermarsi come innovativo mezzo di comunicazione propone adesso anche nuove pose e soggetti.
Dagli anni '30, i ritratti vengono già effettuati in maniera diversa; lo sguardo del soggetto è solitamente rivolto al fotografo e le pose sono più dinamiche. Si diffondono sempre di più le foto in esterno e la fotografia diviene un importantissimo mezzo di documentazione della evoluzione dei paesaggi cittadini e territoriali. Contemporaneamente ai ritratti vengono infatti scattate fotografie di paesaggi, di guerre e scene di vita quotidiana. Nasce l'esigenza di documentazione fotografica degli oggetti di pregio artistico e storico e con essa si diffondono gli archivi di documentazione fotografica dei beni. Sotto il profilo della cura dell'aspetto delle stampe, assistiamo all'apparizione delle prime bordature intorno alle foto. I bordini vennero utilizzati fino negli anni '50. Un altro particolare segno evolutivo è caratterizzato dalla scomparsa del supporto cartonato, su cui venivano incollate le fotografie. Queste foto sono stampate direttamente su un cartoncino, più leggero e meno elaborato di quello usato a metà ottocento.
Nel lento cammino evolutivo delle stampe notiamo che non vi è più sempre riportato il nome dello studio fotografico, e questo è probabilmente dovuto alla maggiore diffusione delle apparecchiature e quindi degli studi, che passano gradualmente all'anonimato in cui si trovano oggi. La qualità del colore rispetto a quella degli anni precedenti si evolve verso tonalità più fredde, abbandonando il color seppia che contraddistingue una foto antica.

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