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giovedì 22 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 aprile. Il 22 aprile 1509 Enrico VIII succede al padre Enrico VII e sale sul trono di Inghilterra e Scozia. Enrico VIII Tudor nasce a Greenwich (Inghilterra) il 28 giugno 1491. I suoi genitori sono Enrico VII Tudor, re d'Inghilterra e la regina Elisabetta di York. In tenera età ottiene numerosi titoli e benefici: all'età di tre anni diventa Conestabile del Castello di Dover, Lord Guardiano dei Cinque Porti e l'anno seguente ottiene il titolo di duca di York. Enrico accumula, negli anni successivi altri titoli importanti, come quello di Conte Maresciallo e di Lord Luogotenente. Nel 1501 partecipa alla cerimonia di nozze del fratello Arturo, erede al trono d'Inghilterra, con Caterina d'Aragona. Poco tempo dopo però Arturo muore a causa di un'infezione ed Enrico, che ha solo undici anni, diventa l'erede al trono d'Inghilterra. Alla morte del figlio Arturo, il padre decide di far sposare Enrico con Caterina d'Aragona, rimasta vedova. Prima di far unire in matrimonio i due, il re Enrico VII vuole chiedere al papa Giulio II una dispensa in modo tale da dimostrare fino all'ultimo che il precedente matrimonio tra Caterina e il figlio defunto non è stato consumato. L'obiettivo del re è quindi quello di dimostrare che il matrimonio tra la vedova ed Enrico sarebbe stato legittimo. Giulio II consegna la bolla, consentendo così la celebrazione del matrimonio reale. Nel 1509 muore il padre e diventa re d'Inghilterra con il nome di Enrico VIII Tudor. Sempre nello stesso anno sposa Caterina d'Aragona, così come è stato stabilito negli anni precedenti in seguito a un accordo tra la Corona d'Inghilterra e la Corona di Spagna. Nei primi anni di regno governa, essendo affiancato dal vescovo di Winchester, Richard Fox, da William Warham e negli anni successivi dal cardinale Thomas Wolsey. L'influenza di quest'ultimo sul sovrano inglese è molto evidente, soprattutto nel momento in cui l'Inghilterra decide di entrare a far parte della Lega Santa promossa dal papa Giulio II per cercare di frenare la campagna espansionistica del re di Francia Luigi XII. Alla Lega partecipano anche Massimiliano I, l'imperatore del Sacro Romano Impero, e Ferdinando II, il re di Spagna. Dopo i tentati assedi delle città di Thérouanne e di Tournay, nel 1514 l'Inghilterra decide di porre fine alle ostilità e di condurre le trattative di pace con il re francese. Dopo la morte di Luigi XII di Francia, diventa re di Francia Francesco I, che dichiara guerra all'Imperatore d'Austria Carlo V, diventato per il regno francese una forte minaccia. Nel 1520 il sovrano francese, temendo la potenza dell'esercito imperiale, incontra il sovrano inglese; il suo obiettivo è quello di stringere un'alleanza strategica con l'Inghilterra. Questo piano però fallisce nel momento in cui Enrico VIII stringe un'intesa strategica con Carlo V. In occasione del conflitto tra Francesco I e l'Imperatore d'Austria appoggia quest'ultimo, cercando di sostenerlo con l'ausilio della marina regia inglese. Le sue preoccupazioni inoltre crescono, poiché la moglie non riesce a dargli un erede maschio per la successione al trono; infatti, Caterina dà alla luce due figli maschi e una bambina, Maria. I due figli maschi però muoiono subito dopo la nascita. Considerate le circostanze, nel 1527 valuta l'idea di chiedere al papa Clemente VII l'annullamento della dispensa papale emessa decenni prima sotto il pontificato di Giulio II. La decisione da prendere non è molto semplice, poiché da un lato Caterina non è riuscita a dargli un erede maschio, per cui Enrico VIII ritiene necessario annullare il suo matrimonio e dall'altro deve tener conto del fatto che la moglie è la zia dell'Imperatore d'Austria. La trattativa per l'annullamento della bolla papale è condotta dal cardinale inglese Thomas Wolsey e dall'arcivescovo di Salisbury Lorenzo Campeggio. In una situazione così delicata Clemente VII non riesce a trovare una soluzione. Thomas Wolsey cerca di convincere il papa a dichiarare nulla la bolla papale, ma senza ottenere alcun risultato a causa delle pressioni fatte dall'imperatore Carlo V, il quale è imparentato con Caterina. La situazione rimane quindi in una posizione di stallo e nel 1530 Wolsey cade in disgrazia, poiché non gode della fiducia del re. In questa circostanza il re interpella Thomas Cranmer, un professore universitario della Jesus College di Cambridge, che gli consiglia di chiedere il parere delle altre Università inglesi. Queste ultime sostengono che il matrimonio tra il re inglese e Caterina d'Aragona è da considerare impuro, poiché lei è stata la moglie del fratello e perché non genera figli maschi. Avendo ottenuto il sostegno delle Università inglesi, il sovrano decide di prendere in mano la situazione e l'anno dopo elabora "L'Atto di Supremazia" in cui viene resa nota la sua volontà, ovvero quella di diventare il Capo Supremo della Chiesa britannica. Nello stesso anno il Parlamento inglese vota a favore dell'entrata in vigore dell'Atto di supremazia e nel 1532 il re, essendo a capo della Chiesa inglese, decide di far pagare i tributi alla Corona inglese ottenendo così che questi non fossero dati alla Chiesa romana. In quello stesso anno Thomas Cranmer viene eletto arcivescovo di Canterbury e Tommaso Moro, che nel frattempo ha preso il posto di Wolsey, si rifiuta di annullare il precedente matrimonio reale, che avrebbe consentito a Enrico VIII di sposare la sua nuova compagna. Moro è costretto a lasciare l'Inghilterra e a partire per Roma. L'anno successivo il re sposa Anna Bolena e, grazie a un atto emanato mesi prima dichiarante l'autonomia della Chiesa inglese nelle decisioni nazionali, Cranmer garantisce lo scioglimento del precedente matrimonio e riconosce ufficialmente il matrimonio tra il sovrano e Anna Bolena. Nel luglio 1534 papa Clemente VII scomunica il sovrano inglese, la sua nuova moglie e l'arcivescovo di Canterbury, interdicendo anche l'Inghiterra. Il papa muore nello stesso anno e gli succede papa Paolo III. Sotto il suo pontificato i rapporti con l'Inghilterra peggiorano sempre di più. Nello stesso anno il Parlamento inglese si pronuncia a favore dell'"Atto di successione" con cui viene spostata la discendenza dinastica dalla precedente moglie del re ad Anna Bolena. Il distacco tra la Chiesa romana e la Chiesa inglese è sempre più forte e due anni dopo il lord gran ciambellano, Thomas Cromwell, grazie all'appoggio del re riesce a far approvare una legge che espropria alla Chiesa cattolica di Roma i monasteri minori posseduti in Gran Bretagna. Anche la nuova sovrana inglese non riesce a dare figli maschi al re, che inizia a frequentare la nobile inglese Jane Seymour. Anna, che nel frattempo frequenta un musico di corte, è condannata a morte con l'accusa di stregoneria e cospirazione ai danni del sovrano nello stesso anno. Il giorno dopo la decapitazione di Anna, sposa Jane Seymour che gli da l'agognato erede maschio, Edoardo, che però muore all'età di sedici anni. Su consiglio di Cromwell, nel 1540, sposa la principessa tedesca Anna di Clèves. Dopo un breve e burrascoso matrimonio lascia la donna, per sposare nello stesso anno Caterina Howard. Presto quest'ultima viene condannata a morte per adulterio e nel 1543 il sovrano si unisce in matrimonio con Caterina Parr. Negli ultimi anni del suo regno unisce il Galles alla Corona inglese e conquista l'Irlanda. Con un atto parlamentare, il re diventa anche il Capo Supremo della Chiesa irlandese. Inoltre centralizza il sistema governativo e quello parlamentare, concedendo numerosi privilegi alle due Camere e aumentando i poteri del Parlamento. Grazie all'intermediazione della sua ultima moglie, nel 1544 Enrico VIII ha modo di riconciliarsi con le figlie Elizabeth e Mary, che con una legge sono nuovamente inserite nella linea dinastica per la successione. Enrico VIII Tudor muore il 28 gennaio 1547 a Londra a causa di una ferita molto grave riportata dopo un incidente.

mercoledì 21 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Secondo la tradizione, il 21 aprile 753 a.C. è la data nella quale fu fondata Roma.
La nascita di Roma si confonde tra storia, mito e leggenda.
Circa mille anni a.C. alcune navi, che da tempo veleggiavano sui mari in cerca di un approdo, giunsero in vista di una terra sconosciuta. Quegli uomini erano i soli riusciti a fuggire dal terribile incendio con cui, dopo una lunga guerra, era stata distrutta la loro città. Apparivano tristi e stanchi, per anni avevano dovuto vagare sui mari alla vana ricerca di un po' di riposo e di un po' di pace...
Ed ecco ora davanti a loro stendersi una terra dall'aspetto sereno e accogliente. Giunsero in un luogo dove c'era un maestoso fiume che irrompeva in mare mescolando le sue tumultuose acque gialle con le onde azzurre. Così quando il capo diede l'ordine, fu con vero entusiasmo che essi si accinsero a sbarcare.
Gli uomini che finalmente poterono toccare terra erano i Troiani, ed erano sbarcati nel Lazio, sulle rive del fiume Tevere guidati dal valorosissimo guerriero Enea. Egli, mentre Troia crollava sotto il furioso assalto dei Greci, era riuscito a trarre in salvo il proprio padre, Anchise, e il proprio figlioletto. Ma il padre era morto durante il lungo viaggio; gli restava solo il figlioletto Ascanio, detto anche Iulo (Julo).
La vita e le imprese di Enea sono mirabilmente narrate nel poema Eneide, scritto da Virgilio.
La riva sinistra del fiume Tevere, nei primi anni del I millennio a.C., era una pianura acquitrinosa e malarica che portava al mar Tirreno; all'interno della pianura si innalzavano dei colli con pendici molto scoscese. Qui si erano stabiliti inizialmente gli Italici (di origine indoeuropea) che poi si erano differenziati fra loro formando vari gruppi, tra i quali quello dei Latini. Questi, amalgamandosi gradualmente con le genti indigene, avevano costruito i loro villaggi sulle alture poste fra la riva sinistra del Tevere e i Colli Albani, sia per sfuggire dalla malaria delle paludi, sia per difendersi meglio dalle razzie delle tribù vicine dei Sabini, Equi, Volsci ed Ernici.
Gli usi, i costumi e i valori dei Latini erano molto simili alle popolazioni nordiche da cui discendevano: forza bruta, guerra di rapina, duelli mortali per il comando, culto della virilità, patriarcato assoluto. Adoravano alcune divinità naturali, alle quali innalzavano altari e sacrificavano animali, ma soprattutto veneravano Zeus, la massima divinitaà degli Arii, dei primi Achei e dei Dori, che chiamavano Juppiter. Il re degli Dei era padrone dei cieli, signoreggiava i fenomeni atmosferici come la pioggia e il fulmine, vigilava sulle vicende umane e manifestava la sua ira per mezzo del tuono. Zeus, però, non si occupava di politica o di guerre, preferendo lasciare queste incombenze ad altre divinità minori, i cosiddetti Dei militari.
Alle feste e ai riti sacri partecipavano gli abitanti di più villaggi, che nel tempo si riunirono dando vita a leghe religiose. Fra queste leghe particolare importanza assunse quella posta sotto la direzione di Albalonga, un villaggio situato presso l'attuale Castelgandolfo. Albalonga divenne infatti il centro di una federazione, istituita inizialmente a scopi religiosi, a cui si aggiunsero in seguito anche scopi difensivi, per cui ebbe presto in seno ai Latini un notevole peso militare e politico.
Nel frattempo sul colle Palatino, dove si sarebbe poi sviluppata la città di Roma, c'era solo un agglomerato di misere capanne di legno e fango, con tetti di paglia.
Ma torniamo ad Enea ed ai Troiani. Come si è appena detto, quando questi sbarcarono nel Lazio, questo era popolato da varie popolazioni: gli Etruschi, i Volsci, i Sabini, gli Equi, i Rutuli e gli Ausoni, la cui più importante popolazione, stanziata in un gruppo di città organizzate nel territorio pianeggiante lungo le rive del Tevere, era quella dei Latini. I Troiani vennero subito in contatto con questo popolo e con il loro re, il saggio Latino. Egli li accolse con benevolenza, diede loro ospitalità e, qualche tempo dopo offrì in sposa ad Enea la propria figlia Lavinia già promessa a Turno, re dei Rutuli che scatenò una guerra per vendicare l'offesa ricevuta. Fu una guerra feroce, che si concluse con un lungo duello fra Enea e Turno, finchè quest'ultimo rimase ucciso. Seguì un lungo periodo di pace, durante il quale Enea fondò una città, Lavinium (presso l'attuale Pratica di Mare), in onore della sposa.
Ascanio, il figlio di Enea, diventato grande, fondò a sua volta la citta' di Albalonga (collocata tra l'attuale Albano e Castelgandolfo), sulla quale regnarono lui e poi i suoi discendenti per molto tempo.
Come si è accennato in precedenza, Albalonga (il cui nome deriva da Alba=Bianca Longa=Lunga) diventerà ben presto il centro di una federazione nata prima per scopi religiosi e poi per scopi difensivi, acquistando in seno ai Latini un notevole peso militare e politico.
Molti anni dopo la morte di Ascanio, divenne re di Albalonga il buon Numitore. Egli, però, aveva un fratello invidioso e cattivo di nome Amulio, che avrebbe voluto regnare anch'egli. Per raggiungere il suo scopo, questi fece imprigionare Numitore, gli uccise tutti i figli tranne Rea Silvia rinchiudendola nel Tempio di Vesta e costringendola a farsi sacerdotessa (vestale) e a fare quindi voto di castità.
Amulio poteva, ormai, considerarsi sicuro e tranquillo e sarebbe stato il solo re; fino a quando, però, il dio Marte s'invaghisce di Rea Silvia e la rende madre di due gemelli, Romolo e Remo. Amulio, adirato, fece uccidere Rea Silvia a bastonate e, per non avere legittimi concorrenti al trono, ordinò che i due gemelli venissero immediatamente uccisi, ma il servo incaricato di eseguire l'assassinio non ne trovò il coraggio e li abbandonò in una cesta di vimini alla corrente del fiume Tevere, con la speranza che qualcuno li salvasse.
La cesta nella quale i gemelli sono stati adagiati si arena sulla riva, presso la palude del Velabro tra Palatino e Campidoglio, dove i due vengono trovati e allevati da una lupa. Li trova poi il pastore Faustolo che insieme alla moglie Acca Larenzia li cresce come suoi figli.
Una volta divenuti adulti e conosciuta la propria origine Romolo e Remo fanno ritorno ad Alba Longa, uccidono Amulio, e rimettono sul trono il nonno Numitore. Romolo e Remo ottengono quindi il permesso di andare a fondare una nuova città, nel luogo dove sono cresciuti.
Romolo vuole chiamarla Roma ed edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole battezzare Remora e fondarla sull'Aventino.
E' lo stesso Tito Livio (storico romano nato a Patavium nel 59 a.C. e ivi morto nel 17, autore di una monumentale storia di Roma, gli Ab Urbe Condita libri CXLII, dalla sua fondazione fino al regno di Augusto) che riferisce le due piu' accreditate versioni dei fatti:
    "Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e l'altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra."
    "E' più nota invece la versione secondo la quale decisero di osservare il volo degli uccelli: avrebbe dato il nome alla città chi ne avesse visti in maggior numero. La fortuna favorì Romolo, il quale prese un aratro e, sul Colle Palatino, tracciò un solco per segnare la cinta della città, che da lui fu detta Roma. Era il giorno 21 Aprile, 753 anni prima che nascesse Gesù Cristo.
    La nascita della nuova città segnò, purtroppo, la fine della vita di Remo. Era stato stabilito che nessuno, per nessuna ragione, poteva passare al di là del solco senza il permesso del capo. Ma Remo, invidioso, oppure per burla, lo oltrepassò con un salto e, ridendo, esclamò: - Guarda com'e' facile! - Romolo, pieno d'ira, si scagliò contro Remo e, impugnata la spada, lo uccise, esclamando: Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura e chiunque avesse offeso il nome di Roma. Romolo, rimasto solo, governò la città in modo saggio, poi un giorno, durante un temporale, egli scomparve, rapito in cielo dal dio Marte."
La città è quindi stata fondata sul colle Palatino, e Romolo divenne il primo Re di Roma.
Le versioni storiche vogliono invece leggere la nascita di Roma in altro modo. Secondo quest'ultima la leggenda di Romolo e Remo sulla fondazione di Roma fu ideata quando Roma era già potente e sentiva l'esigenza di un fondatore semidivino che riscattasse le sue umili origini. Per questo dunque fu attribuita un'origine divina ai padri della città: Enea era figlio di Venere e suo figlio Ascanio, detto anche Iulo, diede il nome alla gente Iulia, alla quale appartennero Cesare e Augusto.
In effetti non ci fu un vero atto di fondazione, perchè Roma si sviluppò sul Palatino come aggregato di capanne di pastori-agricoltori, con boschi, orti, recinti per il bestiame, campi coltivati in comune. Il primo nucleo urbano si formò probabilmente fin dal II millennio nel luogo dove in seguito sarebbe sorto il Foro Boario, cioè l'area destinata al commercio del bestiame.
Questo primo nucleo con il tempo si ingrandì grazie alla sua posizione strategica: dominava l'ansa del Tevere nel punto in cui l'Isola Tiberina rendeva agevole il guado del fiume alle correnti commerciali tra il nord e il sud dell'Italia, collegando Etruschi e Campani. Sempre in quella zona transumavano le greggi delle pianure tirreniche verso i pascoli estivi dell'interno e vi passava la pista del sale (la futura via Salaria) che dalle spiagge di Ostia veniva portato alle popolazioni appenniniche. Presto, quindi, vi fiorì un ricco mercato di prodotti agricoli, di bestiame e di sale che attirò sempre più le popolazioni dell'Italia centrale.
Durante l'VIII e il VII secolo a.C. il villaggio del Palatino si fuse, anche per difendersi soprattutto dagli Etruschi che spadroneggiavano al di là del Tevere, con i villaggi vicini; l'Esquilino, il Celio, il Viminale, il Quirinale, il Capitolino, mentre l'Aventino dovrà attendere il IV secolo per essere incluso entro la cerchia delle mura. Tutti questi villaggi si riunirono in una lega religiosa il cui ricordo rimase nella festa del settimonzio, un rito celebrato ancora in età storica con sacrifici alle divinità sulle alture dei colli meridionali (da saeptimontes = monti chiusi da staccionate o da argini di terriccio).
Successivamente questi villaggi si riunirono anche militarmente, soprattutto dopo che sul Quirinale si erano insediati i Sabini scesi dall'entroterra appenninico per garantirsi il guado del Tevere e la possibilità di accesso alle saline.
Attraverso questo processo di amalgama si formò Roma, che diventò pian piano una vera e propria città, munita di un valido sistema difensivo, sotto il comando di un re, affiancato dagli esponenti delle più importanti famiglie. La fisionomia della città allora si trasformò: vennero tracciate strade, costruite case e quartieri, innalzati templi ed edifici pubblici, ampliate le mura.
Si sviluppò, sempre in questo periodo, l'artigianato, si incrementarono i commerci, furono accolti gli stimoli della più progredita civilta' etrusca.
Per quanto concerne la data della fondazione di Roma anche su questa regna il mistero.
Secondo il letterato romano Marco Terenzio Varrone (Rieti, 116 a.C. – 27 a.C.), sulla base di calcoli effettuati dal suo amico astrologo Lucio Taruzio (anche conosciuto come Lucio Tarunzio Firmano, nato a Fermo nel I secolo a.C.), Romolo avrebbe fondato Roma il 21 aprile 753 a.C. (Natale di Roma).
Da questa data deriva la cronologia romana definita con la locuzione latina Ab Urbe Condita, ossia dalla fondazione della città. Sembra che Bonifacio IV, vissuto intorno al 600 d.C., fosse il primo a riconoscere un collegamento tra questo tipo di datazione e l'Anno Domini, cioè A.D. 1 = AUC 754.
La correttezza del calcolo di Lucio Taruzio tuttavia non è mai stata provata in modo scientifico. Ed è sempre a Taruzio che si deve una presunzione di data di nascita di Romolo, che, secondo i suoi calcoli, doveva essere nato il 23 settembre dell'anno successivo alla seconda olimpiade, nel 771 a.C. in coincidenza con una eclissi di sole; datazione che fu ritenuta comica dal suo contemporaneo Marco Tullio Cicerone (Arpinum, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.).

martedì 20 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1964 viene messo in vendita il primo barattolo di Nutella.
La Nutella vera e propria, come la conosciamo tutti noi oggi, nasce ufficialmente nel 1964, ma le sue origini risalgono al periodo postbellico, siamo esattamente nel 1945, nel retrobottega della pasticceria Ferrero, ad Alba in Piemonte. In quel periodo giravano pochi soldi e soprattutto la gente non poteva permettersi di spendere per comprare i dolci. Già da tempo Mastro Pietro Ferrero stava tentando di creare un nuovo prodotto, a base di cioccolato, che fosse però poco costoso ma comunque buono. Fu in una sera come tante che Mastro Ferrero ebbe l’idea illuminata di amalgamare l’impasto già noto del cioccolato gianduia con il burro di cocco, ciò che ne venne fuori fu una specie di marmellata semisolida. Una volta raffreddato in uno stampo rettangolare, l’impasto si trasformò in una sorta di grosso panetto solido da tagliare a fette. Era nata la Nutella! Il suo primo nome tuttavia fu “Giandujot”, ispirato ad un classico della pasticceria piemontese. Il nuovo prodotto riscosse immediatamente un successo inaspettato e Pietro Ferrero ebbe un’altra geniale intuizione: distribuire il suo prodotto non solo in panetti da tagliare, ma anche in porzioni più ridotte da vendere singolarmente, nacque il cremino.
Alcuni sostengono che nella torrida estate del 1949 i panetti di “Giandujot” si scioglievano come neve al sole così i negozianti decisero di mettere la crema in barattoli e di rivenderla come crema da spalmare. Altri invece sostengono che il cioccolato si sciolse nei magazzini di Alba e il prodotto fu immediatamente travasato in dei barattoli. Il nuovo prodotto veniva venduto in bicchieri e barattoli di vetro con il nome di Supercrema, si trattava di uno dei prodotti a base di cioccolato più economici reperibili sul mercato.
La svolta definitiva arriva però nel 1964 con il figlio di Pietro Ferrero, Michele, il quale decide di perfezionare la formula rendendola ancora più morbida e attribuendole un nuovo nome: Nutella. La scelta di questo nome non fu casuale .... Nutella deriva da “danut” , che in inglese significa nocciola, accompagnato dal vezzeggiativo ...”ella” proprio a suggerirne l’uso quasi ludico. Anche la grafica si dimostra vincente: una grande “N” in nero e tutto il resto della scritta in rosso. Da quel momento in poi il successo della Nutella non ha mai conosciuto momenti di difficoltà. Da più di cinquant’anni piace ai bambini ma anche agli adulti di tutte le età! Sui di Lei sono stati scritti libri e Le sono state dedicate scene di film importanti. Si tratta di un vero e proprio mito dal fascino, dal gusto, ma soprattutto dal successo intramontabile.
E così Nutella è destinata a diventare un fenomeno planetario. All’interno del mitico Carosello, nel 1967 arriva il primo spot pubblicitario e l’Italia della tivù in bianco e nero si innamora della Nutella. Nell’arco di un paio di minuti viene proposta una lettura sceneggiata dei racconti dell’opera del libro “Cuore” di De Amicis, appassionanti e commoventi che lasciano un po’ di amaro in bocca ai piccoli telespettatori. Poi arriva un cucchiaio di Nutella e tutto passa. Per non parlare degli spot a cartoni animati che tiravano in ballo Jo Condor, un uccellaccio dispettoso che faceva di tutto per rovinare la vita al Gigante Amico, depositario della bontà della Nutella ("gigante, pensaci tu" era il jingle finale). Negli anni settanta, i bambini di tutte le nazioni sono protagonisti della prospera campagna pubblicitaria “La crema da spalmare che ha più radici nel mondo” e nei primi anni ottanta, il regista Nanni Moretti la cita addirittura in una celebre scena del suo film “Bianca” (1984), come antidoto alla depressione e alla solitudine.
Oggi che la celebrità del prodotto è indiscussa, la pubblicità punta direttamente sulla sua “necessità”. Di fatto, il nuovo slogan è diventato “Che mondo sarebbe senza Nutella”, tirando in gioco la trasversalità del prodotto ( destinato a persone di ogni età e stato sociale). Ha ragione chi dice che la Nutella è “una specie di Madeleine proustiana”, “una passione divorante, incontrollabile” o addirittura “uno stato di percezione superiore”. Un irriverente versione dell’ Inno di Mameli, composta dal comico Riccardo Cassini, fa pensare che forse con pane e Nutella, avremmo accelerato i tempi per fare gli italiani e Massimo D’Azeglio ce ne avrebbe dato atto: “Nutella d’Italia / l’Italia s’è desta / sul pane al principio / spalmata ci resta”.


lunedì 19 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1820 un contadino greco, Yorgos Kentrotas, sull'isola di Milo,  scavando trovò una statua che divenne poi universalmente famosa come la Venere di Milo.
Perché il contadino si fosse messo a scavare proprio nella zona archeologica, dove poi fu trovato un antico teatro, non è del tutto chiaro. C’è chi dice che aveva bisogno di pietre per la sua casa. Ma il fatto che fosse in compagnia di due militari francesi - arrivati sull’isola un paio di giorni prima a bordo della nave Estafette - tra cui un ufficiale di nome Olivier Voutier, appassionato di storia, rende questa ipotesi poco plausibile. O forse è solo una parte della storia: probabilmente il contadino era effettivamente alla ricerca di pietre per la sua abitazione quando incontrò i due marinai alla ricerca di manufatti da portare in patria come trofei, che gli proposero di scavare per loro. Qualunque fosse il motivo, la pala di Kentrotas sbatté presto su qualcosa di grande e massiccio.
Era il busto nudo di una donna, il naso era andato distrutto come parte delle braccia di cui restavano soltanto gli avambracci. Su questi, come sul collo, erano evidenti i segni di ornamenti metallici, probabilmente gioielli, andati anch’essi perduti. Emozionati, i due ufficiali pregarono il contadino di continuare a scavare, e dopo pochi tentativi anche la seconda metà della statua, le gambe coperte da un drappeggio, furono trovate. Purtroppo i due pezzi non combaciavano: mancava un piccolo frammento tra le due metà. Ci volle un terzo scavo per poter avere la statua completa.
I militari francesi raccontarono a tutti la loro scoperta, anche ai marinai appena arrivati con un’altra nave francese, la Chevrette. A bordo di questa vi era un giovane ufficiale, Julius Dumont d'Urville, umanista, colto, in grado di parlare, oltre al francese, l’inglese, lo spagnolo, il tedesco e il greco. Dumont si mostrò particolarmente interessato al racconto di Voutier e del suo commilitone, e chiese di essere accompagnano dal contadino. I tre tornarono da Kentrotas, e Dumont rimase folgorato dalla statua, riconoscendone immediatamente l’enorme valore. Era il 19 aprile 1820, il giorno in cui si compì il destino della Venere di Milo.
L’ufficiale francese voleva acquistare immediatamente il manufatto, ma il capitano della Chevrette si oppose fermamente: sulla nave non c’era posto, e il viaggio prevedeva la traversata di mari burrascosi, troppo pericolosi per garantire l’integrità della statua. Julius non si diede per vinto. Scrisse allora un particolareggiato rapporto sul ritrovamento, corredandolo di disegni, e lo inviò all’ambasciatore francese a Costantinopoli, suggerendo l’acquisto della Venere. Il 22 aprile Dumont d’Urville arrivò di persona nella capitale turca e convinse definitivamente l’ambasciatore, che insieme all’ufficiale partì alla volta dell’isola.
Tuttavia al contadino di Plaka tanto interesse non passò inosservato. Avendo bisogno di soldi, pensò bene di vendere la statua, approfittando dell’assenza dei francesi. L’ambasciatore arrivò a Milo giusto in tempo per vedere la statua imbarcata su un’altra nave. Per impedire che venisse soffiata loro da sotto il naso, ai francesi non restò che pagare profumatamente. E così avvenne. Soldi ben spesi, che portarono onorificenze per l’ambasciatore, avanzamenti di carriera per Julius, e alla Francia una statua di Venere per il Louvre in un momento quanto mai opportuno: i francesi avevano appena dovuto restituire all’Italia la Venere medicea rubata da Napoleone.
La statua arrivò nella sua nuova patria in pezzi – nel trasporto venne perduto anche l’ultimo pezzo del braccio sinistro - e prima di essere presentata al re venne sottoposta a un pesante restauro, nel quale - oltre ad essere ricomposta e ripulita - le venne anche ricostruito il naso, ma non le braccia. Tuttavia i restauratori effettuarono accurati studi su quale sarebbe dovuta essere la loro posizione: il braccio destro doveva incrociarsi davanti al petto e reggere il drappo che copriva le gambe della dea, mentre il sinistro era probabilmente proteso in avanti con in mano la mela d’oro consegnatagli da Paride nel decretarla la più bella dell’Olimpo. Quello che invece resta ancora un mistero è l’autore di tanto splendore.

domenica 18 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1506 papa Giulio II posa la prima pietra della nuova basilica di San Pietro, in Vaticano.
Agli inizi del 1500 la scelta se restaurare o ricostruire completamente San Pietro si presentava sempre più pressante, tanto che il nuovo papa Giulio II, eletto nell’ottobre del 1503, decise nel 1505 di affidare l’incarico a Donato Bramante, uno dei maggiori architetti del tempo, che si trovava già a Roma: egli sarà soprannominato per questa impresa "Maestro Ruinante". Molti sono i suoi disegni conservati agli Uffizi di Firenze. Tutti hanno però una caratteristica in comune: quella di proporre una pianta quadrata entro cui è inserita una croce greca con quattro absidi sporgenti; il quadrato che nello spazio diventa un cubo, è coperto al centro da una cupola emisferica. Come è stato osservato, l’insieme si ispira ad una precisa simbologia, "schematizzabile – secondo un’antica tradizione viva soprattutto in ambiente bizantino – in un cubo (la terra) espanso in quattro braccia (le quattro parti del mondo) e sormontato da una cupola (il cielo)".
Il 18 aprile del 1506 si diede avvio con una grande cerimonia alla costruzione del primo pilone; l’anno successivo si procedette alla gettata delle fondamenta delle altre tre strutture di sostegno. Ma le morti di Giulio II (1513) e di Bramante (1514) arrestarono la costruzione che era giunta alla sommità dei quattro pilastri.
Altri progetti furono elaborati nel corso dei 40 anni successivi, dibattendosi animatamente se il nuovo San Pietro dovesse avere una pianta centrale, cara non soltanto a Bramante ma in generale a tutti gli architetti del Rinascimento, oppure longitudinale e quindi a croce latina, più rispondente alla tradizione ecclesiastica e allo stesso tempo più idonea a coprire tutta l’area sacra dell’antica Basilica costantiniana. Con il vincolo dei quattro piloni centrali oramai costruiti, Raffaello (1514) e Antonio da Sangallo il Giovane (1538) proposero una pianta longitudinale, Baldassarre Peruzzi (1520) una pianta centrale.
Nel 1547 infine Michelangelo fu incaricato dal papa Paolo III di redigere un nuovo progetto. Egli ritornò alla pianta centrale bramantesca, rendendo però più spessi sia i pilastri che il muro perimetrale, e scavando altresì la muratura per ottenere nicchie e sporgenze. Il suo progetto prevedeva una grande cupola che doveva coprire l’area centrale, nella quale era anche posizionato l’altare papale. La costruzione fu finalmente realizzata, ad eccezione della cupola, e dopo la morte del Maestro, avvenuta nel 1564, toccò al suo allievo Giacomo Della Porta portare a termine la grande impresa, non senza qualche modifica come il rialzo della curvatura della calotta.
Il dilemma della scelta fra pianta centrale e pianta longitudinale non era ancora definitivamente risolto. Il Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, raccomandava nelle chiese l’uso della struttura longitudinale. Per questo motivo venne dato incarico all’architetto Carlo Maderno di allungare quanto già realizzato da Michelangelo: egli lo fece aggiungendo due campate e trasformando così San Pietro in chiesa con pianta a croce latina. E Maderno fu anche l’autore della facciata in stile "classico", realizzata dal 1607 al 1612: essa ebbe però il difetto di nascondere e allontanare visivamente la cupola di Michelangelo. L’antistante piazza del Bernini sarà tutta tesa a dare soluzione al problema del riavvicinamento della grande struttura all’osservatore.
I lavori sulla Basilica si conclusero con la consacrazione solenne sotto il pontificato di Urbano VIII nel 1626, ma solamente fra il 1656 ed il 1667, per volere di Alessandro VII, Bernini progettò e realizzò il grande portico colonnato di piazza San Pietro con al centro l’obelisco del I secolo a.C. Originariamente posto al centro della spina del circo di Caligola dove fu martirizzato San Pietro, fu trasportato nell’attuale posizione nel 1585 da Domenico Fontana per ordine di papa Sisto V.
La Basilica di San Pietro, in grado di accogliere 20.000 fedeli, è lunga circa 190 metri, la larghezza delle tre navate è di 58 metri, la navata centrale è alta sino al culmine della volta 45,50 metri, la cupola raggiunge i 136 metri circa di altezza sino alla croce; gli interni, caratterizzati dalle vastissime decorazioni a mosaico, sono lo scrigno prezioso per alcune delle più celebri opere d’arte al mondo, quali ad esempio il Baldacchino del Bernini e la statua della Pietà di Michelangelo.

sabato 17 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1944 l'esercito tedesco al comando di Kappler, rastrellò per rappresaglia il quartiere Quadraro di Roma e oltre 900 uomini furono deportati in Germania. Alla fine del conflitto solo la metà di questi fece ritorno a casa.
10 aprile 1944, Lunedì di Pasqua. C’era aria di festa all’osteria di Giggetto a Cecafumo, sulla via Tuscolana dopo quella del Piccione, oggi Via Calpurnio Fiamma. Anche se da mesi l’aria a Roma era diventata pesante ed ormai irrespirabile, a seguito delle numerose rappresaglie che i nazifascisti commettevano contro la popolazione cittadina, i romani erano riusciti ugualmente a mantenere viva la tradizione popolare della consueta gita fuori porta. Una delle mete della pasquetta romana era l’osteria campestre, cioè un’osteria in campagna, spesso a conduzione familiare e dove si serviva principalmente vino e a volte cibo. Gran parte degli avventori, portandosi il cibo da casa mediante dei grandi fagotti, erano denominati fagottari.
Da Giggetto di fagottari il 10 di aprile era pieno, erano arrivati tutti per godersi un po’ di sole e di tranquillità, di quella tranquillità che era diventata merce rara quasi quanto la farina per il pane alla borsa nera. Anche se molti fra loro non si conoscevano, quel lunedì di pasqua c’erano tutti: belli e brutti, commercianti e contadini, impiegati e disoccupati, famiglie numerose e piccoli gruppi di amici, soldati tedeschi e partigiani. Erano tutti lì con la sola idea di trovare, ognuno a suo modo, un momento di normale tranquillità. Anche Peppino Albano, detto il Gobbetto del Quarticciolo, era lì con due suoi amici del Quadraro, tutti di età compresa tra i 17 e i 20 anni. Per quanto la vita della clandestinità avesse determinate regole, i giovani partigiani socialisti, non volendo rinunciare alla voglia di godersi un po’ di tradizione romana fuori porta, si trovarono anche loro da Giggetto con un po’ di paranoia. Stando alle ricostruzioni storiche della giornata i tre rimasero in una sala molto frequentata in cui vi erano anche tre soldati tedeschi, una presenza questa dei soldati consueta vista l’occupazione di tipo militare della città. A quanto pare i tre ragazzi, ma soprattutto il Gobbo, vennero presi di mira con battute ed ammiccamenti dai soldati, magari per gioco o per scherno. Molti sostengono che il Gobbo fosse stato da subito riconosciuto come il pericoloso nemico del Reich, ma se così fosse stato i soldati non avrebbero certo perso tempo in battute ma avrebbero dato l’allarme. La percezione dei soldati, magari anche leggermente alterata dal tosto vino dei Castelli, poteva essere quella di scherno verso un ragazzo diverso per la sua deformità fisica; mentre la percezione dei ragazzi, quella di chi subiva una pesante presa in giro. E’ lecito immaginare che se i nazisti mantenessero l’idea che gli italiani fossero traditori, potenzialmente capaci di uccidere gli eletti figli del Reich Millenario, i partigiani, dal canto loro, compiendo azioni atte a sabotare gli occupanti, vivessero con la paranoia di essere riconosciuti, arrestati e torturati a via Tasso od uccisi come avvenne a Forte Bravetta o alle Fosse Ardeatine. Questi elementi, sicuramente assieme ad altri, potrebbero aver creato le condizioni che determinarono l’uccisione dei tre soldati da parte dei tre ragazzi di borgata, a seguito dell’attenzione rivolta loro. Tutti scapparono, lasciando i propri fagotti sui tavoli. Scapparono: belli e brutti, commercianti e contadini, impiegati e disoccupati, famiglie numerose e piccoli gruppi di amici. Parte delle indagini furono affidate al Corpo della Polizia Africa Italiana, che dall’ottobre 1943 sostituì le funzioni dei Carabinieri deportati in Germania.
Dopo una settimana, il 17 aprile, il Capo di Stato Maggiore del Reich, Kesselring diede disposizioni precise per far eseguire l’operazione Balena, volta ad arrestare tutti i responsabili dell’azione e reprimere chi prestava loro aiuto. L’operazione militare venne effettuata in stretta collaborazione della Sicherheitsdienst, il servizio segreto delle SS il cui comandante fu il tenente colonnello SS Herbert Kappler.
L’operazione militare durò circa mezza giornata, l’intera comunità maschile fu prelevata con la forza da casa e portata nei locali del Cinema Quadraro per essere schedata e avviata agli stabilimenti di Cinecittà, che già dal 1943 erano stati trasformati in campo di concentramento per i prigionieri alleati. Con l’aiuto di SS Italiane e spioni del luogo, i nazisti arrestarono tutti: belli e brutti, commercianti e contadini, impiegati e disoccupati, fascisti e antifascisti, Carabinieri e militari che non avevano aderito alla Repubblica Sociale, nipoti, figli e nonni, comunisti, anarchici, cattolici e repubblicani.
Vennero trattenuti solo gli uomini validi al lavoro di età compresa tra i 16 e 60 anni. Ancora oggi non è chiaro il numero a cui ammontarono gli arrestati, ma confrontando i documenti tedeschi e quelli della parrocchia di S. Maria del Buon Consiglio, sembrerebbe che la cifra poteva essere compresa tra i 707 e i 734 individui. Il colpo di frusta per la comunità della borgata non fu solamente quello legato alla privazione dei propri cari, ma anche e soprattutto quello pertinente all’economia familiare, infatti la deportazione dei soli uomini determinò forti aggravamenti per la sopravvivenza fisica dei nuclei familiari, rimasti senza principale fonte di reddito.
Ad un primo giudizio verrebbe da puntare il dito sui partigiani, su coloro che causarono questa disgrazia per la comunità. Causa ed effetto. Ma i nazisti perché avevano paura del Quadraro? Perché non punirono come fecero dopo i fatti di via Rasella dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso? Perché preferirono deportare in massa un’intera comunità maschile fatta di sfollati e migranti italiani? Perché i nazisti avevano paura del Quadraro? Le risposte che troveremmo oggi sarebbero certamente ricche di eticità per i fatti accaduti allora, ma sarebbero altrettanto fuori luogo perché diverse sono le condizioni di vita e di diverso grado il coinvolgimento emotivo che ci lega a quegli eventi.
 Il rastrellamento non rientro però nel quadro previsto dalle Forze Armate per procacciarsi mano d’opera. Fu un’operazione diretta dalla polizia responsabile della sicurezza di Roma, la quale vedeva nel Quadraro il rifugio di tutti gli elementi contrari, degli informatori, dei partigiani, dei comunisti, di tutti coloro che essa combatteva. Il comando della città era dell’opinione, più volte manifestata, che quando qualcuno non riusciva a trovare rifugio o accoglienza nei conventi o al Vaticano, si infilava al Quadraro, dove spariva. Voleva farla finita con quel nido di Vespe.
La rete clandestina era formata da più realtà locali intrecciate fra loro non solo per idee politiche o religiose, ma soprattutto da legami territoriali forti, proprio come quelli dei paesi: belli e brutti, commercianti e contadini, impiegati e disoccupati, famiglie numerose e piccoli gruppi di amici. Il forte senso di comunità viveva attraverso diverse figure, rappresentanti l’eterogenea composizione sociale della borgata: Basilotta, imprenditore locale, comandante delle formazioni Matteotti dell’8^ zona del partito socialista; Luigi Forcella, falegname, comandante delle formazioni Garibaldi del Partito Comunista; la P.A.I. del Quadraro, grazie alla quale molte retate furono sventate come riconosciuto dall’organizzazione militare del PSI; I Marescialli dei Carabinieri Floridia e Di Leo, delle ex-caserme del Quadraro e di Cinecittà, aderenti con i loro uomini al Fronte Clandestino dell’Arma dei Carabinieri Filippo Caruso; Don Gioacchino Rey e Monsignor Desiderio Nobels, il primo era il parroco della parrocchia di S.Maria del Buon Consiglio e il secondo, invece, alla parrocchia di S.Giuseppe all’Arco di Travertino, legati entrambi sia all’associazionismo cattolico che e al Fronte Militare Clandestino. Molti erano i legami con formazioni esterne al C.L.N. , ma ben radicate nel tessuto urbano come nel caso di Bandiera Rossa molto forte a Tor Pignattara. Nelle borgate di Centocelle, Tor Pignattara, Pigneto, Certosa e Quarticciolo l’organizzazione territoriale era simile a quella del Quadraro. C’è da aggiungere che molte famiglie romane, pur non aderendo formalmente alla resistenza, nascosero renitenti alla leva, militari italiani sbandati o prigionieri di guerra alleati, ricevendo per questo riconoscimenti ufficiali dopo la fine del conflitto bellico.
Il Quadraro logisticamente posto tra due comandi militari, quali l’aeroporto di Centocelle e Cinecittà, come abbiamo sottolineato divenuto campo di concentramento per gli internati alleati, ed avendo una notevole capacità di organizzazione clandestina fu ritenuta un seria minaccia dai nazisti, tanto da essere inserito nel piano di evacuazione dei quartieri più pericolosi della città.
Le circa mille persone reclutate dopo la selezione effettuata furono divise in quattro gruppi e portate il giorno stesso con dei camion a Grottarossa. Da lì, in treno fino a Terni e pochi giorni dopo di nuovo trasferite al campo di transito di Fossoli (Carpi). L'esperienza di Fossoli, fu solo l'inizio di un lungo periodo di agonie e sofferenze: il 24 giugno, i rastrellati del Quadraro furono arruolati come “operai italiani volontari per la Germania” e deportati in Germania e in Polonia, costretti a lavorare nei campi di concentramento.
Molti di loro non sopravvissero all'arrivo degli Americani. Dei deportati solo la metà tornò al Quadraro.
Il 17 aprile 2004, il Municipio X di Roma, nel cui territorio ricade il Quadraro, è stato insignito della Medaglia d'Oro al Valor Civile.

venerdì 16 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 2007 ha luogo presso il Virginia Polytechnic Institute una vera e propria mattanza.
Dopo i fatti l'America è sotto shock. Un uomo spara in due fasi, prima ammazza una persona: poi cambia aula, fa almeno sette minuti a piedi senza essere intercettato dalla polizia, entra in una classe -forse quella della ex fidanzata - e fa fuoco all'impazzata. Il bilancio, dopo ore di allarme e di panico -  è di 33 morti e 29 feriti.
Il killer si è ucciso, era un ventenne di origine asiatica, Cho Seung-hui. Era armato con due armi corte calibro 9, probabilmente da guerra. Il movente pare sia passionale, ma non se ne ha la certezza: cercava la fidanzata. La Virginia Tech, situata in un'area agricola della Virginia, ha oltre 26 mila studenti ed è rinomata per i suoi corsi scientifici.
La prima sparatoria è avvenuta intorno alle sette e trenta. L'uomo ha cominciato a sparare in uno dei dormitori e poi nelle classi del glorioso e famoso complesso della Virginia tech university occupato da circa novecento studenti e tutti del primo anno. I primi testimoni parlano di "un uomo armato in modo pesante che ha cominciato a sparare mentre attraversava la Norris Hall", uno dei complessi dell'università.
Alle sette e mezzo il campus è già in piena attività. Gli studenti stanno per raggiungere le classi e sono in giro per il complesso. Fondamentale è stato, in quel momento, raggiungere il numero più alto di studenti e raccomandare di non lasciare nè le stanze nè le classi. L'università ha così deciso di dare l'allarme via web facendo lampeggiare l'allerta sui numerosi video sparsi nel campus. Tutte le lezioni sono state cancellate e agli studenti è stato chiesto di restare chiusi nei loro edifici e comunque lontani dalle finestre. Questa prima sparatoria è avvenuta nella West Ambler Johnston Hall, nella camera 4040 di un dormitorio per circa novecento studenti che è stato subito circondato dalle auto della polizia e da uomini dei reparti speciali dell'Fbi. Le operazioni però sono state ostacolate dal cattivo tempo, vento e neve. Le vittime sono state Emily J. Hilscher, studentessa residente a Woodville, in Virginia, e un assistente interno, Ryan Clark of Martinez, originario della Georgia, accorso per aiutare Emily Hilscher. Non è chiaro come Cho abbia avuto accesso al dormitorio visto che generalmente la struttura rimaneva chiusa fino alle 10 del mattino.
La seconda sparatoria è quella con il bilancio più pesante. L'uomo armato ha raggiunto dopo circa due ore e nonostante il campus fosse blindato il Dipartimento di ingegneria, la Norris hall, distante almeno sette minuti a piedi dalla West Ambler. Qui è entrato nelle classi, cercando la fidanzata. In una classe avrebbe messo in fila gli studenti e avrebbe fatto fuoco. Una sorta di esecuzione.
La seconda sparatoria, durata circa 9 minuti, ha permesso a Cho di uccidere 25 studenti e 5 professori suddivisi in quattro classi, esplodendo in totale circa 170 colpi. Quando la polizia, dopo essere riuscita a fare irruzione nell'edificio, raggiunse il secondo piano riuscì soltanto ad udire l'ultimo colpo, quello che Cho utilizzò contro di sé per togliersi la vita. Le classi protagoniste della seconda sparatoria furono la 204 (Solid Mechanics), la 206 (Advanced Hydrology), la 207 (Elementary German) e la 211 (Intermediate French).
"La nostra università è stata colpita da una tragedia di monumentali proporzioni - ha detto il presidente della Virginia Tech, Charles Steger - La nostra università è sotto shock per questo orrore". Il presidente degli Stati Uniti George W.Bush si è detto assalito dall' "orrore" per la strage di studenti. La portavoce della Casa Bianca Dana Perino ha precisato che "resta intatto il diritto al porto d'armi ma tutte le leggi in materia devono essere rispettate".


giovedì 15 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 1452 nasce Leonardo da Vinci.
Tra Empoli e Pistoia, sabato 15 Aprile 1452, nel borgo di Vinci nasce Leonardo di Ser Piero d'Antonio. Il padre, notaio, l'ebbe da Caterina, una donna di Anchiano che sposerà poi un contadino. Nonostante fosse figlio illegittimo il piccolo Leonardo viene accolto nella casa paterna dove verrà allevato ed educato con affetto. A sedici anni il nonno Antonio muore e tutta la famiglia, dopo poco, si trasferisce a Firenze.
La precocità artistica e l'acuta intelligenza del giovane Leonardo spingono il padre a mandarlo nella bottega di Andrea Verrocchio: pittore e scultore orafo acclamato e ricercato maestro. L'attività esercitata da Leonardo presso il maestro Verrocchio è ancora da definire, di certo c'è solo che la personalità artistica di Leonardo comincia a svilupparsi qui.
Possiede una curiosità senza pari, tutte le disclipline artistiche lo attraggono, è un acuto osservatore dei fenomeni naturali e grandiosa è la capacità di integrarle con le sue cognizioni scientifiche.
Nel 1480 fa parte dell'accademia del Giardino di S. Marco sotto il patrocinio di Lorenzo il Magnifico. E' il primo approccio di Leonardo con la scultura. Sempre un quell'anno riceve l'incarico di dipingere l'Adorazione dei Magi per la chiesa di S. Giovanni Scopeto appena fuori Firenze (oggi quest'opera si trova agli Uffizi). Tuttavia, l'ambiente fiorentino gli sta stretto.
Si presenta allora, con una lettera che rappresenta una specie di curriculum in cui descrive le sue attitudini di ingegnere civile e costruttore di macchine belliche, al Duca di Milano Lodovico Sforza, il quale ben lo accoglie. Ecco nascere i capolavori pittorici: la Vergine delle Rocce nelle due versioni di Parigi e di Londra, e l'esercitazione per il monumento equestre in bronzo a Francesco Sforza. Nel 1489-90 prepara le decorazioni del Castello Sforzesco di Milano per le nozze di Gian Galeazzo Sforza con Isabella d'Aragona mentre, in veste di ingegnere idraulico si occupa della bonifica nella bassa lombarda. Nel 1495 inizia il famoso affresco del Cenacolo nella chiesa Santa Maria delle Grazie.
Questo lavoro diventa praticamente l'oggetto esclusivo dei suoi studi. Verrà terminata nel 1498. L'anno successivo Leonardo fugge da Milano perché invasa dalle truppe del re di Francia Luigi XII e ripara a Mantova e Venezia.
Nel 1503 è a Firenze per affrescare, insieme a Michelangelo, il Salone del Consiglio grande nel Palazzo della Signoria. A Leonardo viene affidata la rappresentazione della Battaglia di Anghiari che però non porterà a termine, a causa della sua ossessiva ricerca di tecniche artistiche da sperimentare o da innovare.
Ad ogni modo, allo stesso anno è da attribuire la celeberrima ed enigmatica Monna Lisa, detta anche Gioconda, attualmente conservata al museo del Louvre di Parigi.
Nel 1513 il re di Francia Francesco I lo invita ad Amboise. Leonardo si occuperà di progetti per i festeggiamenti e proseguirà con i suoi progetti idrologici per alcuni fiumi di Francia. Qualche anno dopo, precisamente nel 1519, redige il suo testamento, lasciando tutti i suoi beni a Francesco Melzi, un ragazzo conosciuto a 15 anni (da qui, i sospetti sulla presunta omosessualità di Leonardo).
Il 2 Maggio 1519 il grande genio del Rinascimento spira e viene sepolto nella chiesa di S. Fiorentino ad Amboise. Dei sui resti non vi è più traccia a causa delle profanazioni delle tombe avvenute nelle guerre di religione del XVI secolo.
Le suggestioni che regala l’opera di Leonardo da Vinci sono infinite. Il suo lavoro, la sua opera omnia, è un gioco di rimandi: i dipinti, la natura, le macchine, gli scritti, la realtà, i suoi studi e le sue invenzioni sembrano essere tutte tessere di un medesimo, complesso mosaico. Il tessuto del lavoro di Leonardo è composto dalle fibre della stessa vita, dai campi più disparati del sapere, della scienza e dell’arte, che confluisce nei disegni, nei quadri, nelle macchine fantastiche che il genio di Vinci ha progettato.
L’osservazione minuziosa della natura lo ha portato a una importante conclusione che caratterizzerà fortemente i suoi dipinti, e cioè che la linea in natura non esiste. Applicando lo “sfumato”, accostando colori anziché demarcando con tratti netti e rigidi i contorni, Leonardo arriva là dove nessuno finora era giunto, ovvero a una rappresentazione del reale viva e vivace. Ecco quadri famosi come l'Annunciazione, la Monna Lisa, la Dama con l’Ermellino, la Leda e il cigno, o le sue dolci immagini della Madonna come la Vergine delle Rocce, la Madonna Litta o la Madonna del garofano, sembrano tanto palpabilmente animate.
Grazie a questa tecnica, i soggetti ritratti nei dipinti di Leonardo sembrano respirare, e mutano rivelando nuovi particolari a ogni ulteriore sguardo. Mutevolezza che del resto egli intuiva essere l’essenza stessa della vita, colta attraverso l’osservazione delle acque, delle piante, della luce. Anche per questo la prospettiva matematica è da lui considerata insufficiente. Non solo i calcoli, ma “l’aria grossa” che tinge d’azzurro i paesaggi alle spalle delle persone ritratte, per la prima volta teorizzata e concretizzata nei suoi quadri, rende la profondità della vista. E così per esempio nel Cenacolo, Leonardo combina i due metodi per ottenere un effetto unico e radicalmente nuovo: lo spazio architettonico interno è reso con prospettiva matematica, ma le finestre allungano lo sguardo su un paesaggio perfettamente proporzionato, costruito attraverso sfumature e scarti di colore.
Leonardo è conosciuto soprattutto per i suoi dipinti, per i suoi studi sul volo, probabilmente molto meno per le numerose altre cose in cui è stato invece un vero precursore, come ad esempio nel campo della geologia. È stato tra i primi, infatti, a capire che cos'erano i fossili, e perché si trovavano fossili marini in cima alle montagne. Contrariamente a quanto si riteneva fino a quel tempo, cioè che si trattasse della prova del diluvio universale, l'evento biblico che avrebbe sommerso tutta la terra, Leonardo immaginò la circolazione delle masse d'acqua sulla terra, alla stregua della circolazione sanguigna, con un lento ma continuo ricambio, arrivando quindi alla conclusione che i luoghi in cui affioravano i fossili, un tempo dovevano essere stati dei fondali marini. Anche se con ragionamenti molto originali, la conclusione di Leonardo era sorprendentemente esatta.
Il contributo di Leonardo a quasi tutte le discipline scientifiche fu decisivo: anche in astronomia ebbe intuizioni fondamentali, come sul calore del Sole, sullo scintillio delle stelle, sulla Terra, sulla Luna, sulla centralità del Sole, che ancora per tanti anni avrebbe suscitato contrasti ed opposizioni. Ma nei suoi scritti si trovano anche esempi che mostrano la sua capacità di rendere in modo folgorante dei concetti difficili; a quel tempo si era ben lontani dall'aver formulato le leggi di gravitazione, ma Leonardo già paragonava i pianeti a calamite che si attraggono vicendevolmente, spiegando così molto bene il concetto di attrazione gravitazionale. In un altro suo scritto, sempre su questo argomento, fece ricorso ad un'immagine veramente suggestiva; dice Leonardo: immaginiamo di fare un buco nella terra, un buco che l'attraversi da parte a parte passando per il centro, una specie di "pozzo senza fine"; se si lancia un sasso in questo pozzo, il sasso oltrepasserebbe il centro della terra, continuando per la sua strada risalendo dall'altra parte, poi tornerebbe indietro e dopo aver superato nuovamente il centro, risalirebbe da questa parte. Questo avanti e indietro durerebbe per molti anni, prima che il sasso si fermi definitivamente al centro della Terra. Se questo spazio fosse vuoto, cioè totalmente privo d'aria, si tratterebbe, in teoria, di un possibile, apparente, modello di moto perpetuo, la cui possibilità, del resto, Leonardo nega, scrivendo che «nessuna cosa insensibile si moverà per sé, onde, movendosi, fia mossa da disequale peso; e cessato il desiderio del primo motore, subito cesserà il secondo».
Anche nella botanica Leonardo compì importanti osservazioni: per primo si accorse che le foglie sono disposte sui rami non casualmente ma secondo leggi matematiche (formulate solo tre secoli più tardi); è una crescita infatti, quella delle foglie, che evita la sovrapposizione per usufruire della maggiore quantità di luce. Scoprì che gli anelli concentrici nei tronchi indicano l'età della pianta, osservazione confermata da Marcello Malpighi più di un secolo dopo.
Osservò anche l'eccentricità nel diametro dei tronchi, dovuta al maggior accrescimento della parte in ombra. Soprattutto scoprì per primo il fenomeno della risalita dell'acqua dalle radici ai tronchi per capillarità, anticipando il concetto di linfa ascendente e discendente. A tutto questo si aggiunse un esperimento che anticipava di molti secoli le colture idroponiche: avendo studiato idraulica, Leonardo sapeva che per far salire l'acqua bisognava compiere un lavoro; quindi nelle piante, in cui l'acqua risale attraverso le radici, doveva compiersi una sorta di lavoro. Per comprendere il fenomeno tolse la terra, mettendo la pianta direttamente in acqua, e osservò che la pianta riusciva ancora a crescere, anche se più lentamente.
Si può trarre un conclusivo giudizio sulla posizione che spetta a Leonardo nella storia della scienza citando Sebastiano Timpanaro: «Leonardo da Vinci attinge dai Greci, dagli Arabi, da Giordano Nemorario, da Biagio da Parma, da Alberto di Sassonia, da Buridano, dai dottori di Oxford, dal precursore ignoto del Duhem, ma attinge idee più o meno discutibili. È sua e nuova la curiosità per ogni fenomeno naturale e la capacità di vedere a occhio nudo ciò che a stento si vede con l'aiuto degli strumenti. Per questo suo spirito di osservazione potente ed esclusivo, egli si differenzia dai predecessori e da Galileo. I suoi scritti sono essenzialmente non ordinati e tentando di tradurli in trattati della più pura scienza moderna, si snaturano. Leonardo (bisogna dirlo ad alta voce) non è un super-Galileo: è un grande curioso della natura, non uno scienziato-filosofo. Può darsi che qualche volta vada anche più oltre di Galileo, ma ci va con un altro spirito. Dove Galileo scriverebbe un trattato, Leonardo scrive cento aforismi o cento notazioni dal vero; mentre Galileo è tanto coerente da diventare in qualche momento conseguenziario. Leonardo guarda e nota senza preoccuparsi troppo delle teorie. Molte volte registra il fatto senza nemmeno tentare di spiegarlo».


mercoledì 14 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
Il 14 aprile 2004 Fabrizio Quattrocchi, un paramilitare in Irak assunto da una compagnia di guardie del corpo, viene ucciso con due colpi di pistola dai rapitori che avevano catturato lui e altri tre suoi colleghi. Aveva 36 anni. I terroristi arabi lo avevano rapito alcuni giorni prima insieme ai suoi colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio perché, così facendo, volevano costringere i soldati italiani a lasciare l’Irak. Questi ultimi tre furono liberati dalle truppe americane l’8 giugno 2004, dopo 58 giorni di prigionia.
La morte di Quattrocchi suscitò una forte emozione in tutto il mondo. Ripreso in video da un tale Abu Yussuf, che tra l’altro parlava italiano, le immagini ci mostrano il giovane genovese con blue jeans e maglietta, le mani legate dietro la schiena, la testa coperta da uno straccio, inginocchiato davanti ad un fosso. Poco prima di essere ucciso, Quattrocchi si rivolge al suo assassino e gli dice, distintamente e con voce ferma: “Adesso ti faccio vedere come muore un italiano”. Furono le sue ultime parole. Subito dopo due colpi di pistola lo colpirono alla testa e al torace ponendo fine alla sua esistenza. I resti di Fabrizio Quattrocchi, dilaniati e mutilati, furono restituiti all’Italia solo il 21 maggio 2004. I funerali avvennero, in forma solenne, il 29 maggio nella cattedrale genovese di San Lorenzo.
Su proposta dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, il 13 marzo 2006 a Fabrizio Quattrocchi venne conferita la medaglia d’oro al valor civile alla memoria. Consegnandola ai famigliari, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ne lesse la motivazione: “Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese, 14 aprile 2004 – Irak”.
Con la sua morte venna svelata la realtà del conflitto iracheno,  cioè la realtà di una guerra cruenta e selvaggia dove le truppe regolari dei vari Paesi impegnati nel teatro delle operazioni non potrebbero agire come fanno, se non fossero affiancate da privati armati specializzati in quel lavoro di protezione delle persone che i normali militari non sono in grado di eseguire semplicemente perché non sono addestrati a farlo.
“Noi non cacciavamo nessuno – scrive in un diario una di queste guardie del corpo – eravamo le prede, dovevamo contare solo sulla prevenzione: non farci precedere e analizzare, in questo modo saremmo riusciti a rimanere vivi e a proteggere con successo i nostri Vip”. E aggiunge: “Non importa chi stai proteggendo, se un generale, un manager, un giudice o il presidente degli Usa, stai proteggendo una vita completamente nelle tue mani. La responsabilità di questa professione, da molti criticata ingiustamente, supera qualsiasi nobile sentimento; è una virtù, anzi un dono che pochi hanno. Molti professionisti sono dei grandi combattenti, dei killer nati, ma non hanno il dono di essere guardiani della vita altrui”.
Nella primavera del 2004 il gruppo di italiani diretti in Irak si incontrò all’aeroporto romano di Fiumicino, pronto ad imbarcarsi su un volo della Air Jordanian alla volta di Amman, in Giordania. Spinelli, Umberto Copertino e altri due appartenevano alla BGE 2000, una società di sicurezza francese con sede a Nizza. Erano tutti professionisti provenienti da varie forze armate italiane, erano stati istruiti dai reparti speciali dell’esercito israeliano e avevano partecipato a corsi con ex operatori dei corpi scelti americani della STTU di Los Angeles. Fu in quell’occasione che Spinelli e i suoi amici videro per la prima volta Salvatore Stefio, direttore della Praesidium Corporation, e cioè colui che li aveva assunti per quell’operazione. A offrire l’opportunità fu un ufficiale della Marina Militare Italiana che, a bordo di una motovedetta ormeggiata nel porto di Bari, disse loro che si trattava di un lavoro pulito e legale, in quanto consisteva nel proteggere uomini d’affari di una multinazionale americana.
Arrivati ad Amman, furono accolti “da un uomo sulla trentina con un forte accento genovese, alto circa 190 centimetri. Vestiva con un classico abbigliamento di chi opera in Paesi desertici, Desert boot dell’Alabama, pantaloni color sabbia della 511, una camicia scura e una kefiah verde e nera al collo, la stessa usata dagli uomini della Coalizione in Afghanistan”. Questo personaggio, che si presenta col nome di Kriss  pare che fosse piuttosto arrogante ma anche molto amico di Fabrizio Quattrocchi. E fu proprio Fabrizio che la comitiva incontrò all’Hotel Babylon di Baghdad, dove il genovese (ex caporalmaggiore degli alpini ed esperto di arti marziali) lavorava come guardia del corpo degli ospiti dell’ottavo piano. Ma in quell’occasione Stefio ricevette una telefonata dall’ufficiale della Marina Militare Italiana: l’operazione era saltata e tutti se ne potevano tornare a casa. Era successo che la Bearing Point, la compagnia americana che aveva richiesto i servizi del gruppo italiano, si era spaventata per l’eccesso di rischio in terra irakena e aveva sciolto il contratto. In pratica, erano tutti disoccupati, tranne Quattrocchi il cui mandato scadeva un mese dopo. Per lui, dunque, la disoccupazione era solo posticipata di trenta giorni. Che fare, quindi? Fu così che a Stefio venne la brillante idea di inviare i suoi ex dipendenti al CPA di Baghdad, e cioè lo stato maggiore delle forze di occupazione americane, per chiedere lavoro. La proposta era meno peregrina di quel che sembra, in quanto in Irak operava già da un pezzo la Compagnia delle Indie, cioè una società che forniva guardie private armate e che lavorava per il Dipartimento della Difesa americano sin dal 1948. La Compagnia delle Indie, da non confondersi con l’omonima società britannica di ottocentesca memoria, recentemente aveva condotto “operazioni particolari in Afghanistan, Bosnia Erzegovina e in altre aree di conflitto”.
Non tutti i componenti del gruppo erano d’accordo. Alcuni volevano tornare in Giordania e da lì prendere il primo volo per Roma. Per farla breve, l’indomani mattina Spinelli, Quattrocchi e Kriss si recarono al Gardenia Hotel, quartier generale della Compagnia delle Indie, dove vennero subito assunti con la paga mensile di diecimila dollari a testa. Spinelli e Kriss avrebbero preso servizio subito, Quattrocchi alla fine del suo mandato. Anche perché, prima di dedicarsi alla nuova occupazione, voleva accompagnare gli altri suoi amici, quelli che volevano tornare in Italia, in Giordania.
Ma il destino aveva ben altro in serbo per lui. Infatti fu proprio durante quel trasferimento da Baghdad ad Amman che Quattrocchi, Cupertino, Agliana e Stefio vennero rapiti dai terroristi islamici. E Fabrizio venne scelto come vittima sacrificale.
Fabrizio Quattrocchi, insomma, non era, al contrario di molti suoi colleghi, un uomo in cerca di emozioni forti, che sfogava nelle armi e nella violenza una mal interpretata voglia di vivere e di protagonismo. Lui voleva soltanto fare quel mestiere per mettersi qualche soldo da parte e poi tornarsene a casa dalla fidanzata.
D’altra parte il rischio di quell’attività paramilitare era veramente elevato. Soprattutto in caso di imboscata, mentre ci si trasferiva in auto da un posto all’altro. La sorte dell’equipaggio in quelle circostanze era questa: tutti morti, altrimenti sarebbero stati mutilati terribilmente, è difficile uscire intero quando una bomba di artiglieria esplode a un metro di distanza. Le schegge, lanciate dall’esplosione a mille metri al secondo, distruggono qualsiasi blindatura, squarciano i giubbotti antiproiettile e penetrano nelle membra. Le carni vengono lacerate e bruciate dalle schegge incandescenti, destabilizzate dalla velocità prodotta dall’onda d’urto. Le parti ossee del corpo vengono tagliate senza nessuna difficoltà e le ferite, molto irregolari, non lasciano scampo. E’ l’incubo peggiore, in Irak e in tutte le guerre, accade così rapidamente che non si ha il tempo di capire; se si è colpiti dall’esplosione l’unica cosa che si può sperare è di morire sul colpo e non tra dolori lancinanti in un letto d’ospedale.
Questo è quello che rischiano i contractors, oltre alla truppe regolari, in uno scenario di guerra. C’è da domandarsi, però, perché il ruolo di questi uomini non sia mai stato ben chiarito nel nostro Paese. La Radio Televisione della Svizzera Italiana (RTSI) il 14 maggio del 2004, durante il programma “Falò” ha mandato in onda un ampio servizio sulle guardie di sicurezza private operanti in Irak. L’inchiesta era nata da un’idea della Televisione Svizzera Francese. Nel reportage, durato quasi 40 minuti, gli ultimi otto minuti sono dedicati alla Praesidium Corporation, la compagnia di sicurezza per cui lavorava Quattrocchi. Nel video si vede appunto il giovane genovese, armato di fucile automatico e pistola, mentre sorveglia la zona dove si sta svolgendo l’intervista. In altre inquadrature si vedono Quattrocchi e altri due mentre si allenano sparando col fucile in un’area desertica. Il servizio diceva chiaramente che la Praesidium non addestrava forze armate irakene, né era impegnata in combattimenti al fianco delle truppe americane. Veniva invece spiegato che la missione di Quattrocchi e colleghi consisteva nel proteggere persone e infrastrutture. Perché questo servizio televisivo non è mai stato trasmesso in Italia?

martedì 13 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile è il giorno convenzionale del capodanno thailandese, chiamato Songkran. I festeggiamenti durano normalmente fino al 15.
Il Songkran è  principalmente una festa religiosa che segna l'inizio dell'anno buddistha, e per i tradizionalisti rimane tale, mentre ha assunto per molti altri un senso molto più moderno e festaiolo.
Infatti la tradizione vuole che che si facciano offerte al tempio bagnando le immagini di Buddha con schizzi di acqua e pulendo a fondo le loro dimore.
Per augurare buona fortuna in modo molto più festaiolo invece si getta acqua sui passanti, una vera e propria guerra di gavettoni e secchiate d'acqua che però non può dare fastidio più di tanto considerando le temperature del periodo.
In effetti è anche conosciuto come Festival dell'acqua (Water Festival) proprio perchè la gente crede che l'acqua lavi via la sfortuna.
Curiosi sono i modi per gettare l'acqua, da secchi e canne per l'acqua, ai mitra d'acqua e fino agli elefanti.
Il Songkran segna l'ingresso nel segno dell'Ariete ed il suo nome completo è Songkran Maggiore (Maha Songkran).
Questa festività non è solamente propria della Thailandia, ma viene osservata anche in Myanmar (Birmania), Laos e Cambogia.
Narra la tradizione di un giovane molto intelligente con una capacità di apprendimento incredibile e con la capacità di comprendere il linguaggio degli uccelli. Il Dio Kabil Maha Phrom era invidioso di questo, e decise di scendere sulla terra per sfidare il giovane con tre indovinelli da risolvere in sette giorni. La posta in palio era la testa del perdente.
Il giovane vista la difficoltà degli indovinelli decise di scappare per uccidersi piuttosto che sottostare alla sconfitta. Proprio durante la fuga, fermatosi un attimo per riposare ai piedi di un albero, sentì casualmente un'aquila consolare i suoi piccoli affamati, dicendo loro che presto avrebbero potuto sfamarsi con il corpo del giovane. L'aquila raccontò ai suoi piccoli della scommessa, degli indovinelli e soprattutto diede loro anche le risposte.
A quel punto il giovane accettò la sfida vincendola e il Dio fu costretto a privarsi della testa, però molto pericolosa, in quanto se avesse toccato terra sarebbe esploso tutto e se fosse finita in mare avrebbe prosciugato tutta l'acqua a seguito di un immenso calore.
Venne allora riposta in una caverna nel Paradiso delle divinità e ogni anno una delle sette figlie del Dio, a turno, porta in processione la testa del padre seguita da molte divinità, ovviamente durante il Songkran.
Il giorno della vigilia si tengono le pulizie delle case, mentre il giorno 13 i credenti aprono i festeggiamenti alla mattina con la processione al tempio (Wat) del villaggio per portare le offerte ai monaci, disposti in piedi attorno ad un lungo tavolo e con le ciotole allineate pronte a ricevere frutta, dolci e riso.
Il pomeriggio è dedicato alla cerimonia di purificazione dell'immagine del Buddha, dopo la quale si può dare inizio alla festa del versamento dell'acqua. I più giovani omaggiano, versando rispettosamente nel palmo delle mani degli anziani e dei loro cari acqua profumata. Di seguito li aiutano poi ad asciugarsi e indossare abiti freschi e puliti con cui celebrare il nuovo anno in maniera degna.
Nei tre giorni della festa i fedeli, con candele, bastoncini di incenso e bottigliette di acqua profumata, si recano al tempio, accendono una candela e tre bastoncini di incenso posizionandoli assieme ad una coroncina di fiori nei recipienti di fronte all'altare del Buddha. Inginocchiatisi di fronte all'immagine sacra poi nel classico gesto di preghiera che vuole i palmi delle mani uno contro l'altro e toccando ripetutamente la fronte a terra, terminano il rito versando una piccola quantità di acqua nelle mani della statua del Buddha.

lunedì 12 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1961 Yuri Gagarin giungeva là, dove nessun uomo era mai giunto prima.
Il 12 aprile 1961, alle 9:07 ora di Mosca, dalla base spaziale di Bajkonur in Kazakistan decollava la Vostok 1, prima navicella spaziale con equipaggio umano. I 108 minuti che seguirono la videro compiere un'orbita completa intorno alla Terra per poi atterrare con successo, inaugurando trionfalmente l'era delle missioni celesti. All'interno della capsula, guidato da Terra, c'era l'uomo che in seguito sarebbe stato ribattezzato il "Cristoforo Colombo dei cieli": il pilota sovietico appena 27enne Jurij Gagarin.
Furono 3461 i candidati piloti selezionati per la missione Vostok. Di questi, solo 20 affrontarono un anno di duro addestramento psicofisico basato su prove di resistenza alle vibrazioni e alle alte temperature, permanenza in camera di isolamento e risposta alle accelerazioni improvvise. Il 25 gennaio 1961 ne furono selezionati 6: Gagarin era tra questi.
La mattina del lancio Gagarin e German Titov, il cosmonauta di riserva, furono svegliati alle 5:30. Jurij eseguì i consueti esercizi, si lavò e fece colazione con
un menù "spaziale": carne trita, marmellata di more e caffè. Poi i due cosmonauti indossarono una sottotuta blu, calda e leggera, e sopra una tuta protettiva arancione dotata di un sistema di pressurizzazione, ventilazione e alimentazione. In testa un paio di cuffie e un casco bianco con la scritta CCCP (URSS).
Secondo lo storico spaziale Asif Azam Siddiqi, l'ingegnere sovietico Sergej Pavlovic Korolëv, supervisore della missione Vostok 1, era talmente agitato la mattina del 12 aprile 1961 che dovette prendere una pillola per il cuore. Gagarin invece sembrava calmo, e a mezz'ora dal lancio il suo polso registrava 64 battiti cardiaci al minuto.
Durante il tragitto verso la rampa di lancio, Gagarin si fermò a far pipì sulla
ruota posteriore dell'autobus che lo trasportava. Da allora questo è diventato un rito obbligato e propiziatorio per tutti gli astronauti del Soyuz. Altre tradizioni perpetuate in memoria di Gagarin sono: tagliarsi i capelli due giorni prima del lancio, non assistere al trasporto e al posizionamento dei razzi e della navicella, bere un bicchiere di Champagne la mattina della partenza e firmare la porta della camera dell'hotel prima di uscire per raggiungere la rampa.
Del peso totale di 4,7 tonnellate e alta 4,4 metri, la Vostok 1 ("Oriente 1" in russo) era costituita da due parti: un modulo abitabile di forma sferica, che
ospitava l'astronauta, e un modulo di servizio provvisto della strumentazione di
bordo, dei retrorazzi necessari a frenare e far ricadere la sonda a Terra e di 16 serbatoi contenenti ossigeno e azoto. La capsula abitata era dotata di tre oblò, un visore ottico da orientare a mano, una telecamera, la strumentazione per rilevare pressione, temperatura e parametri orbitali, un portellone e un sedile eiettabile lungo più o meno quanto l'abitacolo di una Fiat 500 (all'epoca il cosmonauta non atterrava insieme alla navicella, ma veniva espulso all'esterno e paracadutato a Terra in fase di rientro).
La Vostok 1 compì un'orbita completa intorno alla Terra per atterrare, dopo 108 minuti, a Smielkova (Russia occidentale).
Inizialmente la capsula fu diretta verso la Siberia; quindi sorvolò l'oceano Pacifico e, già quando si trovava sopra l'Africa, si accesero i retrorazzi per frenare la navicella e consentirne il rientro. L'altitudine massima raggiunta fu di 302 chilometri e la minima di 175. La Vostok viaggiava a una velocità di 27400 chilometri orari.
Quella del 12 aprile 1961 era probabilmente la prima data utile per battere sul
tempo - in piena Guerra Fredda - l'Agenzia Spaziale Statunitense nella corsa alla conquista dello spazio. Alan Shepard, il primo americano nello spazio, avrebbe tentato l'impresa il 5 maggio dello stesso anno. Quello di Shepard a bordo della capsula Freedom 7, però, fu un volo balistico che non raggiunse l'orbita terrestre (la missione non lo prevedeva) e durò poco più di 15 minuti.
Per permettere a Gagarin di scegliere la frequenza migliore con cui comunicare, quattro stazioni radio terrestri trasmisero musica intervallata ogni 30 secondi da un messaggio di chiamata in codice morse, per tutta la durata della missione.
In piena Guerra Fredda, per gli Americani era prioritario avere la prova che i Sovietici avrebbero effettivamente mandato il primo uomo nello spazio, come da tempo si vociferava, e che non si trattasse di pura propaganda. Per questo già prima del lancio, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana progettò e fece realizzare speciali stazioni in grado di intercettare le comunicazioni dei Russi. Una di queste, posizionata a Shemya, nell'arcipelago delle Aleutine (Alaska), riuscì a captare le comunicazioni tra il cosmonauta e la base terrestre demodulando la trasmissione video e permettendo pertanto di vedere le immagini di Gagarin all'interno della Vostok (cosa già avvenuta nei due lanci precedenti della navicella che avevano però ciascuno, come passeggeri, un cane e un manichino). Così a soli 58 minuti dal lancio, i vertici militari statunitensi ebbero la conferma che l'Unione Sovietica stava facendo sul serio.
A bordo della Vostok 1 c'erano viveri e acqua sufficienti per dieci giorni: in caso di avaria dei retrorazzi, infatti, la capsula avrebbe impiegato questo lasso di tempo a ricadere sulla Terra, per effetto della forza d'attrito presente sulla traiettoria di arrivo studiata. L'eventualità di un rientro "naturale" sulla Terra non venne mai trascurata in fase di progettazione e fu tenuta come possibilità di emergenza.
Quella secondo cui Gagarin avrebbe desiderato vedere la Luna durante il suo viaggio è probabilmente soltanto una leggenda. La fase lunare di quel 12 aprile 1961 (Luna quasi nuova) e la distanza angolare dal Sole (20 gradi) rendevano impossibile vedere il nostro satellite, e pare improbabile che l'astronauta non fosse a conoscenza di queste condizioni.
«La Terra è blu… che meraviglia. È bellissima» le parole che Gagarin pronunciò sbirciando fuori dall'oblò.
Poiché agli albori dell'era spaziale non si conoscevano i dettagli sugli effetti della permanenza del corpo umano in assenza di gravità, i medici sostenevano che durante la missione il cosmonauta avrebbe sofferto di disorientamento, e che fosse pertanto consigliabile fargli fare la parte del passeggero.
Ma gli astronauti erano di diverso avviso e fu raggiunto un compromesso: mentre i controlli di volo erano affidati a un autopilota, i comandi manuali potevano essere sbloccati in caso di necessità attraverso una combinazione numerica di tre cifre custodita in una busta sigillata. Nel caso di Gagarin, non fu necessario aprirla perché la capsula rientrò nell'atmosfera guidata da Terra.
Alle 10:25 il modulo di servizio con la strumentazione e i motori per il rientro sulla Terra accese i retrorazzi per 42 secondi, ma poi fallì il distacco dalla capsula in cui si trovava il pilota.
L'inconveniente modificò l'assetto della navicella che iniziò a roteare su se stessa fino a quando il calore dovuto all'entrata in atmosfera non sciolse i lacci che legavano i due moduli. A 7 mila metri di quota la capsula espulse il sedile con a bordo Gagarin: oltre al primo paracadute, però, si aprì anche quello di emergenza, e per qualche momento il cosmonauta, che nel frattempo si era separato dal sedile, temette che i lacci dei suoi due salvavita si potessero aggrovigliare.
Alle 10.55 del 12 aprile 1961, dopo 108 minuti dal lancio, Gagarin toccò il
suolo di una fattoria collettiva nella provincia di Saratov, Russia occidentale. Le prime persone che incontrò una volta atterrato furono la terrorizzata contadina Anna Taktatova e sua figlia, accompagnate da un vitellino.
Quella a bordo del Vostok fu l'unica missione di Gagarin nello spazio. Nella prima fase successiva all'impresa è probabile che i vertici sovietici non volessero offuscare la sua immagine con un nuovo, rischioso incarico. In seguito il cosmonauta fu inserito tra le riserve del Soyuz 1 (la cui missione fallì tragicamente nell'aprile del 1967 con la morte del colonnello Vladimir Komarov, prima vittima ufficiale nella storia del volo spaziale) ma morì prima di avere una nuova opportunità.
Il 27 marzo 1968 Gagarin decollò dalla base sovietica di Chkalovskij a bordo di un aereo supersonico, un MiG-15 UTI: con lui c'era l'esperto istruttore e collaudatore Vladimir Sergeyevich Seryogin. Alle 10:31 si interruppero le comunicazioni con la torre di controllo. I relitti del velivolo, insieme a quel che resta dei corpi dei piloti, erano avvolti da una fitta nube di fumo. Le cause dell'incidente non sono del tutto note, ma c'è chi dice di aver sentito due forti esplosioni. Le ceneri di Gagarin si trovano all'interno delle mura del Cremlino, nella Piazza Rossa a Mosca.

domenica 11 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 1868 in Giappone viene definitivamente abolita la carica di Shogun.
Il termine seii tai shogun, o semplicemente shogun, significa propriamente "grande generale conquistatore dei barbari" e tende a indicare quella carica che, tra l'VIII e il XII secolo, il governo imperiale conferiva provvisoriamente ai generali inviati a combattere le popolazioni ribelli delle frontiere nord-orientali del paese.
Quello di shogun era, in pratica, un titolo che ricevevano i capi più meritevoli per fronteggiare le tribù seminomadi dell'Honshu settentrionale, gli emishi o ezo (antenati degli attuali ainu), considerate barbare e causa di disordine politico. Infatti, queste popolazioni contrastavano la diffusione della cultura sedentaria e agraria, rappresentando, quindi, una minaccia per l'autorità imperiale, che da tale cultura si era sviluppata.
La carica di shogun cominciò, poi, ad assumere un significato diverso, quando l'Imperatore Go Toba la assegnò nel 1192 a Minamoto Yoritomo, membro di un ramo cadetto della famiglia imperiale, nonché l'uomo più potente nel Giappone dell'epoca. La novità di tale assegnazione consisteva nel fatto che, da quel momento, designava non più solo il generale provvisorio dell'esercito imperiale, ma anche il titolare permanente di un potere politico, che fino ad allora era stato esercitato esclusivamente dalla dinastia regnante e dai suoi reggenti (come nel caso dei Fujiwara).
Così, dal momento che Yoritomo poteva trasmettere il titolo di shogun all'interno della sua famiglia, vennero gettate le basi di una nuova forma di governo che sarebbe durata fino alla seconda metà del XIX secolo. Si tratta del bakufu, o "governo della tenda", un'istituzione militare a carattere nazionale presieduta, appunto, dallo shogun. Detto anche shogunato, il bakufu operò, inizialmente, in equilibrio con la corte imperiale, la quale garantiva la sua legittimità. Ne derivò una diarchia: da una parte c'era lo shogun, il detentore del potere militare; dall'altra, l'imperatore, fonte di legittimazione di tale potere in virtù del prestigio e della sacralità di cui godeva.
Ciononostante, lo shogun avrebbe finito, in seguito, per esercitare il potere effettivo e il controllo reale sulla nazione, mentre l'imperatore avrebbe, si, conservato la propria funzione sacerdotale ma perso il suo ruolo politico, occupando invece una posizione marginale nella gestione dello Stato.
L'ultimo Shogun, Tokugawa Yoshinobu, dovette rassegnare le dimissioni nel 1868, a seguito della guerra Boshin, persa contro le truppe dei clan fedeli all'Imperatore Meiji. La crisi che stava attraversando il paese da diverso tempo, si era acuita con l'intromissione nella politica interna delle potenze occidentali, in particolare degli Stati Uniti, che con la minaccia di aggressione obbligarono lo shōgun ad aprire i porti giapponesi al commercio con l'estero. Il paese uscì dall'isolamento in cui si era chiuso da lungo tempo e questo venne preso come pretesto da quei clan che erano stati messi in minoranza dopo la sconfitta di tre secoli prima a Sekigahara.
Dopo una serie di pesanti sconfitte, Yoshinobu fu costretto a rimettere i suoi poteri nelle mani del sovrano e venne confinato agli arresti domiciliari nel 1868. Le ultime sacche di resistenza da parte delle forze fedeli allo shogunato furono eliminate con le decisive sconfitte del 1869. Ebbe così fine la secolare dittatura degli shogun, con il ritorno al potere politico del sovrano, che diede inizio alla Restaurazione Meiji, nel corso della quale venne definitivamente smantellato tutto l'apparato politico degli shōgun.

sabato 10 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 aprile.
Il 10 aprile 2010, alle 10 e 41, ora locale, l’aereo del presidente polacco Lech Kaczynski si schianta al suolo dopo un fallito tentativo di atterraggio all’aeroporto di Smolensk, in Russia.
Nessun superstite. Tra le novantasei vittime, il capo dello stato, sua moglie, il capo di stato maggiore dell’esercito, dei membri del governo e del parlamento, e anche il governatore della Banca di Polonia.
La delegazione perita nel tragico incidente stava andando a commemorare il 70. anniversario del massacro di Katyn, un triste episodio che per anni ha avvelenato le relazioni tra Varsavia e Mosca.
Ancora oggi non si è fatta piena luce sull’incidente di Smolensk, vissuto come una catastrofe nazionale.
Inchiesta russa, inchiesta polacca: i rapporti sullo schianto del Tupolev elencano i fattori critici: un errore umano del pilota, la fitta nebbia, la velocità alta, la scarsa illuminazione della pista d’atterraggio, informazioni errate dai controllori russi… una girandola di ipotesi che i polacchi seguono con attenzione.
Le ultime rivelazioni si trasformano in una bomba a tempo per il governo di Varsavia. Ancora oggi, lo schianto continua a pesare, e tanto, nei dibattiti della vita politica.
A Donald Tusk, allora primo ministro e in seguito presidente del Consiglio Europeo, si rimprovera che la Polonia non abbia potuto avere accesso ai resti del Tupolev, rimasto ancora in mano ai russi.
Nessun investigatore polacco si è mai recato sui luoghi dell’incidente, e nessuno ha partecipato alle autopsie sul corpo delle vittime.
Uno dei magistrati, il colonnello Ireneusz Szelag, ha detto che l’inchiesta – conclusa dopo quasi cinque anni – ha stabilito che la causa principale dell’incidente fu il brutto tempo, ma ha aggiunto che i controllori del traffico non hanno fatto il proprio dovere: uno dei due russi è stato incriminato per avere avuto una diretta responsabilità nell’incidente, mentre l’altro per responsabilità indiretta. Se condannati, i due rischiano fino a otto anni di prigione. Reuters ha comunque spiegato che è molto difficile che la Russia consenta che i due controllori partecipino al processo.
Per il fratello gemello del presidente una buona occasione politica. Col suo partito di destra, Diritto e Giustizia, il secondo del paese, puntava alle presidenziali nel 2015, poi vinte da Andrzej Duda. Parla perfino di attentato, e considera Tusk responsabile della morte del fratello.
Secondo un sondaggio il 32 per cento dei polacchi pensa che lo schianto sia stato causato dai russi, il 28 per cento crede che sia stata colpa dei piloti.
Per il 27 per cento ci sono responsabilità del governo di Varsavia e secondo il 18 per cento si è trattato di un attentato.


venerdì 9 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 aprile.
Il 9 aprile 1992 viene arrestato e trasferito a Miami per essere processato Manuel Noriega, detto "faccia d'ananas" a causa del viso fortemente butterato dal vaiolo.
Manuel Antonio Noriega nasce a Panama il giorno 11 febbraio 1938. Dopo il liceo si laurea in ingegneria all'Accademia militare, segue corsi di antiguerriglia, antinarcotici, guerra psicologica e sopravvivenza nelle accademie degli Stati Uniti.
Nel 1969 rientra a Panama dove diventa capo dei servizi segreti, favorendo il golpe del generale Torrijo. Al vertice della carriera militare, nel 1983, viene nominato capo delle forze armate e nel 1984 depone il presidente della Repubblica Riccardo de la Espriella, sostituendolo con Nicolas Ardito Barletta.
Nel 1987 Manuel Noriega viene accusato dal colonnello Diaz Herrera di traffico di cocaina, brogli elettorali, riciclaggio di denaro sporco e dell'omicidio del guerrigliero Hugo Spatafora.
In concomitanza con le prime sollevazioni popolari, gli Stati Uniti applicano le sanzioni economiche e la Corte Federale della Florida apre un'inchiesta per chiarire il ruolo di Noriega nel narcotraffico internazionale.
Nel 1988 viene destituito da capo delle forze armate dal presidente panamense Arturo Delvalle, Noriega a sua volta destituisce Delvalle nominando al suo posto Manuel Solis Palma.
A marzo dello stesso anno un golpe mirato a rovesciare Noriega va a vuoto, intanto le sanzioni USA si inaspriscono, arrivando a sospendere la quota d'affitto del canale di Panama.
Il 7 maggio 1989 Noriega annulla le elezioni presidenziali e nomina presidente provvisorio Francisco Rodriquez. Il 3 ottobre 1989 un secondo golpe fallisce e il 20 dicembre le truppe americane invadono Panama. Noriega si rifugia nella nunziatura apostolica della capitale e chiede asilo politico: il 3 gennaio 1990 si consegna alle autorità.
Estradato negli Stati Uniti subisce un processo con dieci capi d'accusa, tra cui omicidio, traffico di stupefacenti, truffa aggravata e associazione a delinquere. Il 13 luglio 1992 viene condannato a 40 di carcere.
Trovato colpevole di omicidio in contumacia nel 1995, nel 1999 il governo panamense cerca di ottenere l'estradizione di Noriega perché affronti i capi di accusa a Panama.
Alla fine di agosto 2007, pochi giorni prima della scarcerazione, respingendo la richiesta degli avvocati di Noriega per permettergli il ritorno a Panama, il giudice americano William Turnoff concede il via libera all'estradizione in Francia dell'ex dittatore: Noriega deve infatti scontare un'ulteriore condanna del tribunale francese.
Noriega è rientrato a Panama dalla Francia, dove si trovava detenuto, l'11 dicembre 2011.
Nel 2012 gli fu diagnosticato un tumore al cervello. Nel 2017 l'operazione chirurgica per rimuovere il tumore fallì e Manuel Noriega morì il 29 maggio.

giovedì 8 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 Buongiorno, oggi è l'8 aprile.
L'8 aprile 1990 va in onda in USA la prima puntata di "I segreti di Twin Peaks".
Twin Peaks rappresenta senz'altro una delle esperienze televisive più originali e affascinanti di sempre. Creata nel 1990 dalle menti geniali di David Lynch e Mark Frost, è diventata in poco tempo una vera e propria serie di culto, capace di proporre e affrontare tematiche fino ad allora estranee alla televisione americana e non solo... E' importante sottolineare come non ci sia un termine ben preciso con il quale poterla classificare; essa è infatti il risultato della fusione di generi diversi,che vanno dalla commedia al thriller,dall'horror al sentimentale, dal drammatico al fantascientifico. Questo elemento di ambiguità ci accompagna in una dimensione apparentemente normale, ma al tempo stesso inquietante, misteriosa ed ignota. Tutto comincia il giorno in cui viene ritrovato su una spiaggia il cadavere nudo, avvolto in un sacco di plastica, della diciassettenne Laura Palmer, reginetta di bellezza della high school di Twin Peaks, una cittadina dello stato di Washington al confine con il Canada.
La risoluzione del caso viene affidata al bizzarro agente FBI Dale Cooper il quale, dotato di grandi abilità investigative, pian piano svela segreti fino ad allora ben custoditi. Ne viene fuori  che a Twin Peaks nessuno è in realtà quello che sembra essere, tutti o quasi hanno qualcosa da nascondere e di conseguenza in molti paiono essere i potenziali assassini della ragazza. La stessa Laura Palmer,agli occhi di tutti ragazza per bene e studentessa modello, si scopre essere stata coinvolta, in vita, in intricate storie di sesso e droga. Da questi presupposti nasce un grosso intreccio di vicende, spesso con risvolti soprannaturali. Così, prendendo in esame quella che inizialmente appare come una tranquilla e ridente cittadina di montagna, Lynch mette in evidenza con grande maestria gli oscuri segreti che questa stessa nasconde, e lo fa volgendo la sua attenzione sulla doppia realtà di ogni singolo personaggio.
E' infatti dominante il tema del Doppio (lo si può capire dal titolo stesso dell'opera: Cime Gemelle), di ciò che sembra ma non è, dell'ambiguità esistenziale. La presenza di alcuni personaggi, come lo storpio ed il nano, ci fa comprendere il fascino esercitato  sul regista dall'anormalità fisica e psicologica (intese come metafore del mistero) e quindi la sua continua e affannosa ricerca dell'Anomalia in tutte le sue forme e manifestazioni. Oltre alle molteplici  citazioni al mondo dell'arte, soprattutto della Pittura, che testimoniano la passione di Lynch per questa attività, sono presenti numerosi elementi di culto: il nano che balla e parla al contrario nella surreale red room, le improvvise apparizioni dello spirito maligno Bob, le lettere dell'alfabeto che il misterioso assassino infila sotto le unghie delle sue vittime, il gigante che compare nelle visioni di Cooper, il continuo ripetersi di messaggi enigmatici come Fuoco Cammina Con Me e I Gufi non sono quello che sembrano.
Elemento di grande rilevanza è sicuramente la cosiddetta Loggia Nera (sede  del male oscuro di Twin Peaks), la quale costituisce un' importante chiave di lettura per il susseguirsi  delle vicende. Da sottolineare, inoltre, la minacciosa presenza dei Boschi come elemento inquietante e affascinante al tempo stesso e, all'interno di essi, quella dei gufi, il cui verso cupo e misterioso è  un effetto sonoro che si ripete costantemente nel corso delle puntate. Notevole infatti l'importanza delle Componenti Musicali, fondamentali per la creazione delle tanto decantate atmosfere che hanno  reso celebre la serie; Lynch si affida per la loro composizione al musicista di origini italiane Angelo Badalamenti, scegliendo come colonna sonora la memorabile Falling cantata da Julee Cruise. Sono quindi numerosi gli elementi che hanno contribuito alla realizzazione di questo capolavoro televisivo.
La serie divenne immediatamente un fenomeno culturale negli Stati Uniti, ognuno seguiva gli episodi del serial il giovedì sera per poi poterne parlare il giorno seguente, esponendo le proprie interpretazioni sul mistero dell'omicidio ma anche sulle scene più ermetiche e oniriche. Divenne di moda organizzare delle proiezioni degli episodi, i cosiddetti "Twin Peaks Parties" e la tavola calda che faceva da ambientazione per il Double R Diner, il Tweede's Cafe, che allora si chiamava Mar-T Cafe, veniva visitata dai fan della serie in cerca della celebre torta di ciliegie. Nell'agosto del 1990 la catena statunitense di grandi magazzini Bloomingdale's dedica un'intera ala di un suo negozio a Twin Peaks. Il successo della serie ispirò la produzione di vasto merchandise non ufficiale che andava dal cibo (le ciambelle e il caffè consumati copiosamente nella stazione di polizia) al vestiario (i costumi dell'agente Cooper e di Audrey Horne che diventarono molto popolari nell'Halloween del 1990, t-shirt con la scritta "I killed Laura Palmer"). La frase Who Killed Laura Palmer?, utilizzata per la promozione della serie, divenne poi un vero e proprio tormentone, tanto da ricevere una nomination per la miglior storyline ai Soap Opera Digest Awards del 1991. Per evitare che i segreti della trama venissero svelati prematuramente, i copioni delle varie puntate non venivano resi disponibili agli attori fino al giorno delle riprese. Anche le scene in cui l'assassino agisce vennero girate più volte con diversi attori per evitare che il cast stesso ne conoscesse l'identità.
Uno dei principali sceneggiatori e produttori, Robert Engels commenta in questo modo l'enorme seguito della serie: «Era una serie su una colpa indefinita. Catturava qualcosa a cui il pubblico reagiva con le emozioni. E poi i personaggi di Twin Peaks erano così realistici: un elemento che manca in altre serie. Non abbiamo mai avuto dei fan tipo trekkie; quelli che seguivano Twin Peaks erano più, diciamo così, dei lobbisti della General Motors.»
Il successo della serie coinvolse anche l'Oriente: tramite Japan Travel Bureau dal Giappone erano soliti arrivare a Snoqualmie grandi gruppi di fan con l'intento di dormire nell'albergo luogo delle riprese del Greath Nothern Hotel, mangiare torta di ciliegie e farsi fotografare avvolti in sacchi di plastica emulando i personaggi. A causa del grande successo che la serie ebbe nell'isola nipponica, Fuoco cammina con me, uscì in contemporanea con la presentazione al Festival di Cannes, ossia nel maggio del 1992, mesi prima che negli Stati Uniti, dove uscì ad agosto. La grande popolarità fu insolita perché la visione degli episodi fu possibile solo su WOWOW, emittente satellitare a pagamento con solo 900 000 iscritti, o tramite VHS e Laserdisc, all'epoca molto costose.
Questo fenomeno televisivo, oltre ad attraversare il continente americano, raccolse estimatori di ogni ceto sociale arrivando a coinvolgere persino la monarchia inglese. Angelo Badalamenti ha dichiarato che mentre collaborava con Paul McCartney agli Abbey Road Studios, quest'ultimo gli raccontò che la Regina Elisabetta II una volta interruppe un suo concerto privato organizzato in onore del suo compleanno per andare a vedere un episodio della serie.
Anche in Italia la serie ebbe buon successo, tanto che i conduttori di Striscia la notizia di Antonio Ricci erano soliti esclamare il titolo stesso del telefilm durante notizie di particolare clamore. La popolarità della serie era così grande che tra 1991 e 1992 i casi di omicidio che avvenivano nei piccoli paesi di provincia venivano paragonati a quello di Laura Palmer. Come ad esempio il ritrovamento sulle rive del lago Trasimeno del cadavere della ventisettenne Francesca Ragni, avvolto in una coperta, il duplice omicidio di Giovanna Barbero e Maria Teresa Bonaventura a Canelli, il caso di Pietro Maso a Montecchia di Crosara o il caso di Gianluca Bertoni a Somma Lombardo.
Nel 2017 va in onda una nuova serie revival prodotta per Showtime che mantiene il titolo dell'originale: Twin Peaks. Tutti gli episodi sono scritti da Frost e Lynch e diretti da Lynch, e vedono il ritorno di diversi personaggi della serie originale. Il seguito televisivo è stato anticipato da un libro, Le vite segrete di Twin Peaks, che approfondisce i temi della serie madre e racconta le vicende dei suoi protagonisti dopo il brusco finale della seconda stagione

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