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martedì 29 maggio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio 1940 Fausto Coppi, vincendo la tappa Firenze-Modena con quasi 4 minuti di vantaggio sul secondo, indossa per la prima volta in carriera la maglia rosa del Giro d'Italia.
Fausto Angelo Coppi nasce a Castellania, in provincia di Alessandria, il 15 settembre 1919 in una famiglia di modeste origini. Trascorre la vita a Novi Ligure, prima in viale Rimembranza, poi a Villa Carla sulla strada per Serravalle. Poco più che adolescente è costretto a trovarsi un lavoro come garzone di salumeria. Ragazzo a modo ed educato è subito apprezzato per la sua dedizione, il suo fare introverso e la sue naturale gentilezza.
Per hobby scorrazza qua e là su di una rudimentale bicicletta regalatagli dallo zio. Si distende dal lavoro con lunghe scampagnate, dove si inebria al contatto con l'aria aperta e la natura.
Nel luglio 1937 disputa la sua prima corsa. Il tracciato non è facile, anche se si svolge tutto in prevalenza da un paese di provincia all'altro. Purtroppo a metà gara è costretto a ritirarsi poiché una gomma si sgonfia inaspettatamente.
Gli inizi non sono quindi promettenti, malgrado il ritiro sia da attribuire al caso e alla sfortuna più che alle doti atletiche del giovane Fausto.
Mentre Coppi pensa al ciclismo sopra la sua testa scoppia la seconda guerra mondiale. Militare a Tortona, Caporale della terza squadra di un plotone in quadrato nella compagnia agli ordini di Fausto Bidone, viene fatto prigioniero degli inglesi in Africa, a Capo Bon.
Il 17 maggio 1943 viene internato a Megez el Bab e poi trasferito al campo di concentramento di Blida, nei pressi di Algeri.
Fortunatamente esce incolume da questa esperienza e, una volta tornato a casa, ha modo di riprendere i suoi allenamenti in bicicletta. Il 22 novembre 1945, a Sestri Ponente, si unisce in matrimonio con Bruna Ciampolini, che gli darà Marina, la prima dei suoi figli (Faustino, nascerà in seguito alla scandalosa relazione con la Dama Bianca).
Poco dopo, qualche osservatore, convintosi del suo talento, lo chiama alla Legnano, che diventa di fatto la prima squadra professionistica a cui prende parte. In seguito difenderà i colori delle seguenti squadre: Bianchi, Carpano, Tricofilina (alle ultime due abbinò il proprio nome). Alla fine del 1959 si lega alla S. Pellegrino.
Al primo anno di professionismo, arrivando con 3'45" di vantaggio nella tappa Firenze-Modena del Giro d'Italia, conquista una vittoria che gli consente di smentire le previsioni generali che volevano Gino Bartali vincitore della corsa rosa. A Milano in rosa giunse infatti lui, Fausto Angelo Coppi.
Alcune delle altre cavalcate solitarie che fecero scorrere fiumi d'inchiostro furono: quella di 192 Km nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d'Italia del 1949 (vantaggio 11'52"), quella di 170 Km del Giro del Veneto (vantaggio 8') e quella di 147 Km della Milano-Sanremo del '46 (vantaggio 14').
Il Campionissimo del ciclismo, vinse 110 corse di cui 53 per distacco. Il suo arrivo solitario sui grandi traguardi era annunciato con una frase, coniata da Mario Ferretti in una famosa radiocronaca dell'epoca: "Un uomo solo al comando!" (a cui Ferretti aveva aggiunto: "[...], la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi!").
Il grande ciclista si aggiudicò due volte il Tour de France nel 1949 e nel 1952 e cinque volte il Giro d'Italia (1940, 1947, 1949, 1952 e 1953) ed entrò nella storia per essere uno dei pochi ciclisti al mondo ad aver vinto Giro e Tour nello stesso anno (tra cui ricordiamo anche Marco Pantani, 1998).
Al suo attivo vi furono tre volte la Milano-Sanremo (1946, 1948, 1949), cinque Giri di Lombardia (1946-1949, 1954), due Gran premi delle Nazioni (1946, 1947), una Parigi-Roubaix (1950) e una Freccia vallone (1950).
La sua fama di ciclista, caratterizzata dalla rivalità-alleanza con Gino Bartali, fu parzialmente oscurata dalle sue vicende private, in particolare dalla scandalosa relazione segreta con la "dama bianca", che nell'Italia degli anni 50 destò scalpore più delle sue vittorie in solitaria.
Era in agosto, a Lugano. Anno 1953. Faceva un caldo infernale, nonostante qualche strisciolina di brezza che arrivava dal Lago. Lui, come sempre, aveva corso da grande e quando, con passo deciso, si era inerpicato sulle scalette della tribuna, con quelle gambe lunghe e magre, era sembrato un uccellaccio intento a saltabeccare fuori zona. Gli occhi erano spalancati, i capelli spettinati, il profilo duro e la bocca chiusa da un vago sorriso, come se le labbra fossero serrata da un pacco di spilli. Fausto, il campionissimo, il Coppi di sempre, timido e un po' a disagio, si era fatto al centro della tribuna tra le autorità sportive. Qualcuno si era presentato davanti a lui con la maglia iridata in mano, quella di campione del mondo e l'aveva infilata sulla testa del vincitore che, con grande sforzo, alla fine, era riuscito ad infilarla.
Poi, da un angolo, era sbucata una signora con un vestito bianco, leggero e vaporoso e un gran mazzo di fiori in mano. Quella signora, presa dall'entusiasmo sportivo, aveva abbracciato il campione sporco e sudaticcio e aveva stampato un paio di baci sulla bocca di Fausto, porgendo i fiori. Il campionissimo, per la prima volta, non si era schernito come faceva sempre. Lei, per moltissimi minuti, era rimasta accanto a lui guardandolo con un sorriso dolcissimo. Tanto dolce che tutti avevano capito. I fotografi si erano precipitati e avevano fatto scattare i flash. Anche i giornalisti sportivi, nella confusione, si erano fatti intorno ai due. Tutti sapevano che Fausto era sposato da molti anni con Bruna Ciampolini, una donna silenziosa e schiva come il marito. E quella chi era? Lei aveva risposto, con un sorriso niente affatto timido: «Sono una vecchia amica di Fausto e una grande tifosa. Che volete farci. È un gran campione e come si fa a non ammirarlo?». Da quel momento e da quel giorno era nata la leggenda della «dama Bianca» ed erano stati i giornalisti francesi a battezzare così quella donna che aveva osato baciare in pubblico «le phenomene», «l'airone delle salite», il campione dei campioni, l'inafferrabile, quello che le suonava a Bartali.
Poco, troppo poco, invece, è stato raccontato sull'amore di Fausto e Giulia Occhini, sulla loro vita privata al di fuori dei miti e delle leggende. E anche sulle sofferenze che una Italia bacchettona, retriva, bigotta e poco disposta ad uscire, in qualche modo, dai canoni della vita e dell'amore fissati da una religiosità crudele, inflisse all'uomo Coppi e alla sua compagna. Fu quel giorno d'agosto, a Lugano che tutta l'Italia, per la prima volta, seppe. Seppe di un amore «proibito» per la morale comune del tempo e seppe di quei «due pubblici concubini» e peccatori «pericolosi».
Cerchiamo di capire un po' meglio l'amore di Fausto per la «dama Bianca», o meglio per Giulia Occhini e vedere come andarono le cose: l'arresto di lei, il processo, la condanna di tutti e due, la nascita del loro bambino in Argentina. Gli emigranti dell'amore, che ormai si sentivano perseguitati in Italia, erano, infatti, finiti laggiù.
Fausto, come abbiamo visto, si sposa con Bruna Ciampolini che, più tardi, darà alla luce la figlia Marina. Che donna è Bruna? Una cara e dolce moglie, silenziosa e modesta. Di quelle che si sposano perché c'è un rapporto fin da ragazzini. Di quelle donne, insomma, che piacciono tanto ad una famiglia di contadini che vuole mogli, semplici, concrete, senza grilli per la testa. Una donna che garantisca sempre, al futuro marito, un posto sicuro dove «appoggiarsi» nei momenti più duri e difficili della vita. Bruna è così e piace tanto alla famiglia di Fausto. Lui continua a correre con quel suo sguardo triste da «eterno povero».
Eppure vince, eccome. Incassa anche molti soldi. Un giorno fa amicizia con un suo tifoso, il dottor Enrico Locatelli che è sposato con Giulia Occhini, una bella ragazza che viene da una famiglia agiata. Hanno due figli, Maurizio e Loli, ma nonostante questo, ogni tanto seguono Coppi. Non si è mai saputo quando e come sia nato l'amore tra il campionissimo e Giulia. Insomma la storia sarà nata in segreto e in segreto continuata. Cose eterne come il mondo.
Ma c'è quel benedetto giorno a Lugano, quando tutti capiscono. La moglie di Coppi, la signora Bruna, dicono che aveva subito capito come stavano andando le cose perché, per un paio di volte, Giulia era andata, con il marito, in casa Coppi, così per «approfondire l'amicizia». Giulia era sempre elegante, sapeva muoversi senza timidezze ed era abituata a vedere gente, a leggere libri e giornali, a spostarsi da una città all'altra e a vivere in albergo. Tutto il contrario della signora Bruna. I giornalisti, dopo i baci di Lugano, ricordano di aver visto Coppi, durante una tappa del Tour, rallentare quando aveva visto lei a lato della strada e ricordano anche di una volta che Bruna Ciampolini, moglie di Fausto e il dottor Locatelli, marito di Giulia, si erano precipitati insieme sul Garda, durante una tappa del Giro.
Il caso Coppi-«Dama Bianca», esplode come una bomba nell'Italia delle scomuniche Vaticane ai comunisti o contro chi non si sposava in chiesa, della mancanza di divorzio, delle mamme fattrici ad ogni costo, della famiglia come unica possibilità, per un uomo e una donna di vivere il loro rapporto. I giornali parlano subito di «amore scandaloso» e «lei», la «cattiva» viene indicata come una «rovina famiglie» e l'esempio di «tutto quello che le donne non dovrebbero essere». Pare che persino il Papa in persona (Pio XII) sia intervenuto per invitare Coppi a pensare bene a quel che andava facendo. Non si trattava di minacce, ovviamente.
Rimane il fatto che il codice Rocco, il vecchio codice fascista, prevedeva i reati di abbandono del tetto coniugale e di adulterio ed è in questo senso che si muovono subito i magistrati. Coppi e Giulia Occhini, nel frattempo, erano andati a vivere insieme nella villa di Novi Ligure, acquistata da Fausto al momento della separazione dalla moglie Bruna, separazione che datava già da qualche tempo. Giulia Occhini, in quei mesi aveva 26 anni ed era una splendida signora sempre elegante, ben truccata, sicura. Quella di sempre, insomma. Chi è cambiato, invece, è Fausto. Ha lasciato i panni dell'eterno poveraccio. Non è più un rozzo ex contadino. Veste con proprietà, giacca doppio petto e cravatta, cappotti ben tagliati e fatti su misura. È diventato un «signore» e nei nuovi panni si sente bene. Sembra non aver paura di nulla. Si potrebbe dire, con l'aiuto di un po' di psicologia, che Fausto ha raggiunto il mondo e il modo di vita al quale, da eterno morto di fame, aspirava da tutta una vita. Giulia Occhini, dunque, lo aveva trasformato in profondità. Ma gli attacchi del perbenismo ufficiale e non ufficiale, non cessano un attimo e tutto diventa crudele, umiliante, cattivo. L'Italia si divide in due: chi è solidale con Fausto e chi lo condanna senza appello. A Coppi, il campionissimo, viene ritirato il passaporto. È soltanto la prima mossa. Una notte, nella villa di Novi Ligure, arrivano i carabinieri che procedono ad una serie di «costatazioni di legge». Cercano la prova dell'adulterio e la trovano. Come? Lo raccontano, senza vergogna o imbarazzo gli uomini dei verbali conservati negli atti del processo. Un brigadiere mette le mani nel letto della coppia e lo trova ancora caldo. Dunque, i due, non potevano certo più dire che stavano semplicemente bevendo insieme un caffè: erano a letto insieme e basta.
Che Italia incredibile, barbara e medievale. Lei finisce subito ammanettata. Nella notte, viene trasferita nel carcere di Alessandria. È donna e quindi, evidentemente, doveva pagare ancora più dell'uomo. Fausto è disperato e tenta di tutto per liberarla. Ma non è così semplice. Passano più di 96 ore prima che lei torni a casa. Nel marzo del 1955, il processo. Lei è accusata di aver abbandonato il marito e i figli. Lui, oltre che di adulterio deve rispondere anche di violazione degli obblighi di assistenza familiare. A Fausto, i giudici infliggono due mesi di carcere e tre a lei. Giulia Occhini viene, però, anche «confinata» ad Ancona in casa di una zia. I giudici le vietano, inoltre, di vedere i figli e tornare a Novi Ligure. Giulia, incinta di Fausto, decide allora insieme al suo uomo, di andare a partorire a Buenos Aires. In Italia, chissà cosa avrebbe potuto accadere al piccolo, figlio di «pubblici peccatori» e concubini. Fausto, durante il Giro, riceve a Venezia la prima foto del bambino al quale è stato messo il nome di Faustino. Il campionissimo piange. Poi, in cima allo Stelvio, lancia un urlo di saluto al bambino e si butta nella discesa come un pazzo. Forse è l'unico urlo che sia mai uscito dalla sua bocca in tutta la sua vita. Una coppia, comunque, che ha avuto certamente periodi felici. Lo raccontano tutti: Giulia e Fausto erano davvero fatti l'uno per l'altro. Ma anche l'angoscia e i dolori non hanno mai avuto fine per loro. Lui, in gara, è caduto mille volte e mille volte ha riportato fratture gravi. A lei è morta, giovane, la figlia Lolli. Poi la fine terribile e beffarda di Fausto. Il campionissimo parte per una esibizione nell'Alto Volta: in realtà una scusa per una grande partita di caccia, insieme a colleghi e amici. Ha appena 40 anni.
Torna e racconta a Giulia che quel viaggio è stato come una straordinaria e indimenticabile avventura. Due giorni dopo è a letto con una febbre terribile. «È un virus, un brutto virus», dicono i medici. Non si accorgono che si tratta di un terribile attacco di malaria. Il 2 gennaio 1960, alle 8.45 è la fine. Una agenzia di stampa diffonde una notizia agghiacciante, terribile. Eccola: «Essendo il campione un pubblico peccatore a causa delle sue vicende coniugali, ha potuto ricevere l'estrema unzione solo a patto di una solenne rinuncia della sua donna ai legami con lui in caso di guarigione». C'è una foto straordinaria scattata ai funerali e lungo la stradina in salita che da Castellania porta alla casa dei Coppi. Si vede una bellissima campagna maculata di neve e un corteo di migliaia di persone che salgono lassù, per rendere l'ultimo saluto al campionissimo. In un'altra foto scattata in casa ci sono tre grandi campioni di quelli che arrivavano al traguardo con la faccia coperta di fango. I loro nomi? Girardengo, Binda e Bartali. Già, Bartali. Qualche anno fa disse: «Io, terziario francescano, bacchettone e bigotto, come avete sempre scritto su l'Unità, ho voluto molto bene a Coppi. Ora potete anche scriverlo. Sono stato proprio io ad accompagnarlo più di una volta in Vaticano per risolvere la sua situazione con la Occhini. L'ho fatto parlare anche con il Papa... Non è stato possibile far niente..». Giulia Occhini, invece, muore a 69 anni, nel 1993, dopo 510 giorni di coma. Era rimasta gravemente ferita in un incidente stradale davanti a «Villa Coppi», dove viveva con il figlio di quel suo grande e famosissimo amore.

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