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mercoledì 23 maggio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Il 23 maggio del 1992, alle ore 17.58, i sismografi della stazione dell'Istituto Nazionale di Geofisica di Monte Cammarata registrano un sussulto della terra. Non è il terremoto; è l'esplosione di un quintale di tritolo che scava un cratere profondo quasi quattro metri e solleva in aria un intero tratto dell'autostrada Palermo-Punta Raisi, all'altezza di Capaci, uccidendo Giovanni Falcone, 54 anni, direttore degli Affari Penali al Ministero della Giustizia. Con lui, perdono la vita la moglie Francesca Morvillo, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Per uccidere il suo primo, pericoloso e più agguerrito nemico, l'organizzazione mafiosa mette in moto un'organizzazione logistica che coinvolge ben cinque "mandamenti" mafiosi (Corleone, San Lorenzo, San Giuseppe Jato, Porta Nuova, Noce) e che richiede il supporto di numerosi uomini e mezzi.
Gli spostamenti del magistrato vengono seguiti a Roma e a Palermo. I killer sanno anche che Falcone doveva tornare a Palermo con un aereo speciale noleggiato dai "servizi" il giorno prima, senza la moglie; ma il ritorno a Palermo era stato rinviato all'indomani.
Due giorni prima della strage, una comunicazione fra due telefonini viene casualmente intercettata a Catania; i due interlocutori annunciano per venerdì 22 maggio alle ore 15.15 un attentato "al secondo ponte dell'autostrada". L'interpretazione della conversazione viene limitata alla possibilità di un attentato nella sola zona di Catania, dove vengono effettuati controlli: ma non vengono avvertite altre Questure.
Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistema alla guida della vettura bianca e, accanto a lui, prende posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’è alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e, sul retro, Rocco Di Cillo. Nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. La Croma marrone è in testa al gruppo, segue la Croma bianca, guidata da Falcone e, in coda, la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisano i sicari che hanno già sistemato l’esplosivo per la strage, della partenza delle automobili.
I particolari sull’arrivo del giudice dovevano essere coperti dal più rigido riserbo; indicativo del clima di sospetto che si viveva nel Paese è il fatto che nell’aereo di Stato che lo riportava a Palermo avevano avuto un passaggio diversi "grandi elettori" (deputati, senatori e delegati regionali) siciliani, reduci dagli scrutini di Montecitorio per l’elezione del Capo dello Stato, prolungatisi invano fino al sabato mattina. Uno di essi sarebbe stato addirittura inquisito per associazione a delinquere di stampo mafioso tre anni dopo; ma nessuna verità definitiva fu acquisita in sede processuale sull’identità della fonte che aveva comunicato ai mafiosi informazioni circa la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo per l’ora stabilita.
Le auto lasciano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina si affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; sono gli ultimi secondi prima della strage.
Otto minuti dopo, alle ore 17.58, presso il chilometro 5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, preme il pulsante in ritardo, sicché l’esplosione investe in pieno solo La Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, sin su un piano di alberi; i tre agenti di scorta muoiono sul colpo.
La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Falcone, che riporta ferite solo in apparenza non gravi, muore dopo il trasporto in ospedale a causa di emorragie interne. Rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio.
La detonazione provoca un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada. In un clima irreale, e di iniziale disorientamento, altri automobilisti e abitanti dalle villette vicine danno l’allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata e una coltre di polvere.
Circa venti minuti dopo, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri, presso l’ospedale Civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono anch’essi trasportati in ospedale mentre la Polizia Scientifica esegue i primi rilievi e i Vigili del Fuoco espletano il triste compito di estrarre i corpi irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.
Intanto i media iniziano a diffondere la notizia di un attentato a Palermo e il nome del giudice Falcone trova via via conferma. L’Italia intera, sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva. Alle 19.05, ad un’ora e sette minuti dall’attentato, dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione Giovanni Falcone muore a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. La moglie - Francesca Morvillo - morirà anch’essa poche ore dopo.
Volantini recanti una citazione del giudice Falcone: "Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".
Due giorni dopo, mentre a Roma viene eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo si svolgono i funerali delle vittime, ai quali partecipa l’intera città, assieme a colleghi, familiari e personalità come Giuseppe Ayala e Tano Grasso. I più alti rappresentanti del mondo politico, come Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni, vengono duramente contestati dalla cittadinanza. Le immagini televisive delle parole e del pianto straziante della vedova Schifani susciteranno particolare emozione nell’opinione pubblica.
Così muore Giovanni Falcone, mentre ancora a Palermo e in tutto il Paese riecheggiano le polemiche ingenerose e vili, che lo hanno accompagnato a Roma, accusandolo di essersi "arreso", di aver preferito "flirtare" con la politica del Palazzo, piuttosto che continuare nell'impegno antimafia. Muore così il depositario di mille segreti, l'uomo che aveva compreso l'importanza di un salto di qualità nella lotta alla mafia, la necessità di riorganizzare il sistema di lavoro, coordinandolo a livello centrale, da Roma. Muore così il protagonista di una stagione giudiziaria, l'uomo che era riuscito a far parlare Buscetta e Contorno, ch'era riuscito per la prima volta a far luce sull'organizzazione e sulle dinamiche di funzionamento dell'universo mafioso, arrivando a istruire il primo, grande processo di mafia, conclusosi con l'individuazione di precise responsabilità e con pesanti condanne per centinaia di uomini d'onore, che avevano retto anche al vaglio della Cassazione.
Nell'aprile 2006 la Corte d'assise d'appello di Catania condannò dodici persone in quanto ritenute mandanti della strage di Capaci e di quella di Via D'Amelio: Giuseppe e Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Stefano Ganci, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate mentre Giuseppe Lucchese venne assolto; nel 2008 la prima sezione penale della Cassazione confermò la sentenza.
Nel maggio 2014 ebbe inizio il secondo troncone del processo per la strage di Capaci, denominato "Capaci bis", che aveva come imputati Salvatore Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello; a novembre il giudice dell'udienza preliminare di Caltanissetta condannò con il rito abbreviato Giuseppe Barranca e Cristofaro Cannella all'ergastolo mentre Cosimo D'Amato e il collaboratore Gaspare Spatuzza vennero condannati rispettivamente a trent'anni e a dodici anni di carcere.

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