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domenica 22 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 aprile.
Il 22 aprile 1967 Stanley Kubrick e Arthur Clarke cominciano a gettare le basi della sceneggiatura di 2001: odissea nello spazio.
Nel rivedere questo capolavoro assoluto del cinema la prima considerazione che viene in mente è che, a distanza oramai di quasi vent'anni dalla data fatidica citata nel titolo, per quanti progressi l’uomo abbia compiuto in ambito spaziale da quel lontano 1968, anno in cui fu realizzato questo celeberrimo film, è curioso che nulla o quasi si sia verificato nella realtà di quanto descritto nel corso della storia. Si parla ovviamente della parte tecnologica e scientifica, anche se Stanley Kubrick, a detta degli stessi esperti del settore aerospaziale, da perfezionista ai limiti del maniacale, descrive uno scenario assolutamente plausibile, anche nei dettagli.
L’anno seguente, nel 1969, ci fu lo storico sbarco sulla luna al termine di una lunga fase di grande fermento e competizione fra le due superpotenze di allora (USA e URSS) per tagliare per prime quel prestigioso traguardo. Ciò che il film descrive a livello di stazioni orbitanti e viaggi interplanetari che avrebbero dovuto popolare lo spazio nel 2001, è stato infatti nel frattempo enormemente ridimensionato, anche per via dei costi esorbitanti che quelle spedizioni comportano, divenute in pratica insostenibili. Si può pertanto affermare che il film del grande regista britannico disegna uno scenario ottimistico in rapporto a ciò che l’uomo si prefiggeva di raggiungere in quel campo entro fine secolo. È stato enorme comunque l’impatto che ha avuto quest’opera sul genere fantascientifico in particolare, grazie a numerose sequenze di straordinaria suggestione, non solo visiva. Ancora oggi, a distanza di cinquanta anni, esse affascinano e suscitano ammirazione oltreché determinare una sorta di riverenza per questo film in generale, come avviene di solito davanti ad un capolavoro scultoreo, pittorico o di qualsiasi altra forma artistica. Stiamo parlando pertanto di un gioiello della cinematografia mondiale che si staglia nettamente dalla media sia per eleganza formale, che per innovazione e profondità dei temi trattati: un film grandioso, complesso ed ambizioso allo stesso tempo.
A posteriori è impossibile ignorare l’incredibile coincidenza accaduta in quel fatidico 2001, quando l’odissea non si è verificata nello spazio, come prefiguravano gli autori del film e del racconto dal quale è tratto, scritto da Arthur C. Clarke (coautore della sceneggiatura), ma nel nostro pianeta, in un’area compresa fra New York e Washington, laddove Kubrick non poteva di certo supporre. Casualità ha voluto che proprio in quell’anno, con l’attentato alle Torri Gemelle ed al cuore economico e militare degli USA, si sia verificato uno degli eventi che hanno cambiato la storia recente dell’uomo. Con uno spericolato parallelismo, non necessariamente connesso agli eventi immaginari che racconta, si potrebbe addirittura azzardare che 2001: Odissea Nello Spazio contenga casualmente alcune analogie riguardo un imminente cambiamento epocale, nello specifico a seguito della scoperta sulla luna di un oscuro e misterioso monolito, raffigurazione semplice ma geometricamente perfetta di varie entità, sia astratte che concrete.
Come tutti i capolavori, anche 2001: Odissea Nello Spazio non si può ridurre ad un solo piano d’interpretazione. L’attore Rock Hudson ad esempio partecipando alla prima del film pare che ad un certo punto si sia alzato chiedendo: ‘C’è qualcuno in sala che sappia spiegarmi qualcosa?’. In effetti il film, fra strepitose sequenze dal punto di vista spettacolare, soprattutto nella prima e nella quarta parte, in particolare quest’ultima, include una serie di elementi enigmatici, dal punto di vista intellettuale, filosofico e spirituale, sino ad arrivare ad un ermetismo che per molti può apparire come fine a se stesso. Esistono al riguardo numerosi siti Internet dedicati che cercano di fornire le giuste risposte, non di rado in contrapposizione fra loro.
Già l’inizio è inquietante ed insolito: sullo schermo completamente buio si sentono in sottofondo alcune note musicali che incutono apprensione ad un volume progressivamente crescente, come se di lì a breve si dovesse aprire il sipario su uno scenario insolito ed inquietante. A seguire, dopo un paio di minuti che sembrano interminabili, le prime immagini che mostrano il perfetto allineamento della luna e della terra rispetto al sole, sulle note di Così Parlò Zarathustra di Richard Strauss, riproposte in seguito altre due volte, a sottolineare momenti di svolta nel corso della storia narrata.
2001: Odissea Nello Spazio è diviso sostanzialmente in quattro capitoli, nettamente distinti fra di loro, seppure legati da un filo logico che si chiarisce meglio durante lo svolgimento. Il primo s’intitola ‘L’Alba Dell’Uomo’ ed è a sua volta suddiviso in sei segmenti. Si tratta di una parte essenzialmente contemplativa, nella quale la colonna sonora è espressa dai rumori provenienti dai luoghi e dagli animali che li frequentano. Apparentemente questo primo capitolo è tematicamente molto differente dagli altri tre, sia per le scene rappresentate che per i toni utilizzati. Ci voleva il colpo di genio di un artista come Stanley Kubrick per realizzare, nel momento di passaggio fra la prima e la seconda parte del film la più strepitosa associazione e stacco d’inquadratura della storia del Cinema: un osso lanciato nel cielo da un ominide che si trasforma magicamente in un’astronave che sta navigando nello spazio. In tale mirabile sintesi si concretizza, nel giro di pochi secondi, il processo evolutivo della scienza e quindi della conoscenza intercorso in alcuni milioni di anni, esaltato dalle note imperiose, riproposte per la seconda volta, dell’oramai noto ‘Così Parlò Zarathustra’.
I sei passaggi relativi a ‘L’Alba Dell’Uomo’ evidenziati da bruschi cambiamenti di scena, raffigurano altrettanti momenti cruciali nello sviluppo evolutivo, sia dal punto di vista sociale che intellettivo, seppure l’uomo stesso sia ancora relegato allo stato scimmiesco. Primo, la vulnerabilità espressa dall’attacco della belva quando gli ominidi, pur vivendo in gruppo, non sono ancora capaci di difendersi sfruttando la forza del loro numero. Secondo, la difesa del territorio, soprattutto della polla d’acqua che è fondamentale per la loro sopravvivenza, dagli attacchi dei gruppi rivali. Terzo, la consapevolezza che l’aggregazione consente di creare forze solidali e più efficienti, capaci di difendere il singolo ma conseguentemente anche il gruppo. Quarto, l’ispirazione generata dal monolito, apparso improvvisamente davanti agli ominidi, che rappresenta una proiezione ed allegoria della maturazione conoscitiva. Quinto, lo sviluppo dell’ingegno e la presa di coscienza della loro forza, sfruttando l’ambiente circostante, espressa dalla scoperta delle ossa utilizzabili come utensili ed armi di difesa/offesa. Sesto, la capacità ed il coraggio di reagire agli attacchi, seguendo l’esempio del capobranco il quale, brandendo un osso, colpisce ripetutamente il più intraprendente fra i rivali, assumendo la leadership del branco. Questo primo capitolo dell’opera è introdotto da alcune sequenze che mostrano in realtà degli scatti fotografici eseguiti in alta definizione, riferiti a panorami e tramonti di struggente bellezza e fascino, ad esaltazione della natura e del contrasto insito in essa rispetto all’asprezza delle sequenze successive le quali sono improntate invece alla lotta per la sopravvivenza ed all’affermazione degli uni sugli altri, ominidi o belve che siano.
La seconda parte inizia con una perfetta simbiosi fra musica (‘Il Danubio Blu’ di Johann Strauss jr.) ed immagini di fantasia nello spazio, ma di eccezionale realismo scenico, che colpiscono ancora oggi a distanza di così tanti anni dall’uscita del film, relative ad un’astronave che si sta dirigendo verso una stazione orbitante muovendosi seguendo un ritmo perfettamente coordinato con le note musicali. Si tratta di un’altra sequenza che è diventata un simbolo di genialità applicata al cinema e quando l’azione si sposta all’interno Kubrick si lascia andare ad alcuni momenti ad effetto, sottolineando la diversità ambientale nella quale l’uomo si trova ad agire nello spazio e mostrando, ad esempio, una penna che ondeggia in assenza di gravità, le vaschette dalle quali gli astronauti assumono cibo con la cannuccia, la hostess che si muove con molta difficoltà ma rotea innaturalmente su se stessa nel passaggio da una capsula all’altra; una videochiamata telefonica fra spazio e terra ad ulteriore testimonianza del livello raggiunto dall’uomo dal punto di vista tecnologico; infine persino un accenno di ironia ed ilarità quando il comandante Floyd, appena giunto dalla terra, legge le note istruttive fuori dalla toilette relative all’utilizzo della stessa in assenza di gravità.
Partendo dal cordiale ma formale incontro di Floyd con una delegazione sovietica (la qual cosa suggerisce, fra l’altro, che sia stata superata nel frattempo la ‘guerra fredda’ fra i due blocchi) che si svolge in un punto di snodo della stazione orbitante i cui arredi anticipano lo stile avveniristico di Arancia Meccanica, il film rientra temporaneamente nei canoni tipici della fantascienza, raccontando la complessa gestione da parte delle autorità governative americane della sconcertante scoperta avvenuta per caso sulla luna di un monolito che risulta sepolto da oltre 4 milioni di anni e che emette un unico fortissimo segnale radio verso Giove. La sua origine, la semplicità e la perfezione della forma non possono avere che due spiegazioni, entrambe sbalorditive: è opera di Dio, oppure di una forma di vita nell’universo ben più evoluta dell’uomo. In ogni caso l’annuncio del ritrovamento deve essere gestito con cautela, per non provocare uno choc nella popolazione terrestre e per tale ragione è stato deciso di simulare un’epidemia nella stazione Clavius che possa tacitare i sospetti dell’URSS riguardo le strane manovre in atto e l’interdizione decisa unilateralmente dagli USA ad alcune zone dello spazio. Il mistero s’infittisce ulteriormente quando Floyd e gli altri componenti la stazione orbitante effettuano un sopralluogo dove è stato rinvenuto il monolito e proprio mentre stanno scattando le foto di rito l’allineamento fra il monolito stesso ed il sole provoca un rumore insopportabile per gli astronauti, nonostante la protezione del casco.
Nel nuovo cambio repentino di scena, si salta in avanti di diciotto mesi, per assistere ad un episodio intitolato ‘Missione a Giove’. In questa parte, che è interlocutoria rispetto a quella finale, ma non meno importante per gli argomenti che tratta, Kubrick concentra l’attenzione sul super computer Hal 9000 (HAL sono le lettere dell’alfabeto che precedono rispettivamente IBM, brand storico in ambito informatico), la cui capacità di memoria, definibile anche come intelligenza artificiale e di interazione con i membri dell’equipaggio sembra tale da giustificare il sospetto che egli possa provare anche delle vere e proprie emozioni. Naturalmente Hal è stato programmato in tal senso per meglio dialogare con gli uomini, come fosse uno di loro, seppure viene trattato in pratica come un servo, tacito esecutore pure del più piccolo ed insignificante ordine. Eppure Hal 9000 controlla tutti gli apparati vitali dell’astronave diretta su Giove, dove il governo ritiene possibile trovare le risposte relative al monolito ritrovato. La sua importanza è strategica quindi, considerando oltretutto che per la lunghezza del viaggio alcuni membri dell’equipaggio sono stati ibernati, così da averli utili e perfettamente conservati al momento opportuno ed anche le loro funzioni vitali sono totalmente controllate da Hal.
Un inaspettato errore di diagnosi riguardo il previsto guasto di un apparato esterno all’astronave costringe i due membri attivi dell’equipaggio, David (Keir Dullea) e Frank (Gary Lockwood), ad isolarsi per discutere il delicato ruolo di Hal, sino ad ipotizzarne la disattivazione nel caso dovesse rivelarsi non più affidabile al cento per cento. La reazione di Hal, il quale seguendo il movimento delle loro labbra ha compreso il suo destino, è quella di chi, dotato di emotività e discernimento, viene colpito nell’orgoglio e posto nella condizione di reagire per assicurarsi la sua stessa sopravvivenza. Egli ritiene sostanzialmente di poter ‘vivere’ autonomamente e di poter fare a meno dell’uomo che in effetti dipende totalmente da lui. Dopo aver causato la morte di Frank mentre si trova all’esterno dell’astronave e, ancora più facilmente, degli stessi membri ibernati, Hal tenta la stessa operazione con David, uscito dall’astronave con una navicella per recuperare il corpo del collega, disobbedendo poi ai suoi comandi per consentirgli di rientrare. David, dopo varie peripezie ed un’operazione molto rischiosa ma positivamente conclusa, riesce comunque a rientrare sfruttando i comandi manuali ed a procedere alla disattivazione di Hal, in un sequenza che è diventata storica, nella quale il super computer tenta in vari modi di convincere David a recedere dai suoi propositi, sino a regredire allo stadio infantile, mano a mano che gli slot di memoria vengono disabilitati (‘David ho paura… la mia mente se ne va, lo sento, lo sento, lo sento…’), per canticchiare infine una celebre filastrocca. Poco prima della completa rimozione della memoria di Hal parte però una registrazione d’emergenza in audio-video la quale rivela anche a David che diciotto mesi prima è stata trovata la prima testimonianza di vita intelligente sulla luna. Un’informazione sconosciuta all’equipaggio nel corso della missione in direzione Giove ma della quale invece Hal era al corrente. L’intera sequenza che vede protagonista David, all’esterno ed all’interno dell’astronave, è scandita soltanto dal rumore del suo respiro affannoso oppure da momenti di assoluto silenzio, se si escludono i brevi scambi di battute fra lui e Hal, con una sensazione di angosciante tensione degna del miglior thriller.
In effetti Kubrick evidenzia in questa parte la natura contraddittoria del rapporto uomo-computer e uomo-tecnologia, soprattutto in un ambiente come lo spazio a noi ostile dove ci muoviamo con difficoltà, cercando di replicare alla meno peggio le nostre abitudini e necessità terrene (le partite a scacchi con Hal, le corsette e gli esercizi per tenersi in forma, persino l’abbronzatura artificiale). Anche solo per respirare l’uomo ha bisogno di elementi di supporto come quando si trova sott'’acqua, mentre il computer invece richiede solo energia che egli stesso è in grado di procurarsi gestendo i pannelli solari dell’astronave, per il resto essendo in grado di auto gestirsi, senza l’ausilio dei membri dell’equipaggio. Da lì a ritenere che possa presuntuosamente sostituirsi all’uomo stesso che l’ha creato il passo è breve, ma la macchina non ha tenuto conto però dell’inventiva di quest’ultimo, capace di uscire dagli schemi preordinati, a differenza di un computer per quanto super evoluto, per trovare soluzioni di rimedio alternative, anche in condizioni di inferiorità ambientale.
Siamo arrivati quindi alla quarta ed ultima parte del film, intitolata ‘Giove e Oltre l’Infinito’. Si parte un’altra volta dal buio completo dello schermo che dura oltre due minuti e sulle note ossessive e quasi del tutto mono tono della musica di Ligeti da lui stesso definita ‘micropolifonica’, che trova la sua massima espressione in ‘Atmosphéres’, una composizione usata proprio in questa occasione da Kubrick e misconosciuta dal musicista che intentò persino una causa nei confronti del regista accusandolo di averla manipolata senza il suo assenso. Quando tornano le immagini vediamo il monolito che fluttua nello spazio in direzione del più grande pianeta del sistema solare. Va detto che questa è la parte che ha suscitato le maggiori discussioni e perplessità fra i critici, gli studiosi e gli stessi addetti ai lavori. Nell’allineamento dei pianeti con il monolito, David, che si sta dirigendo nella medesima direzione con la sua astronave verso un destino segnato, non potendo più contare sull’aiuto fondamentale di Hal, precipita non solo fisicamente dentro una sequenza onirica di grande e conturbante impatto visivo. Un’incubo, un viaggio nel tempo e nello spazio, dentro un’altra dimensione: ogni ipotesi a questo punto è possibile. Una sorta di corsa, simile a quella dello spermatozoo dentro l’uovo per fecondarlo che si svolge però negli spazi infiniti ed i misteri del cosmo e della vita, mentre appaiono e scompaiono nebulose, albe boreali, esplosioni cosmiche, dal più grande al più piccolo e viceversa. Una colata lavica di immagini, colori e suoni che dilatano le pupille allucinate di David, sottoposto ad una sorta di ipnosi, in un volo d’angelo fra crateri, canyon virati in negativo e colori cangianti di continuo in tonalità e brillantezza, ed eruzioni di magma che scorre veloce come provenisse dalle viscere della vita. Quando infine l’occhio di David, ripreso a tutto campo, torna alla normalità, egli si trova come calato in un sogno assurdo, con la sua stessa navicella all’interno di una stanza finemente arredata in uno stile d’epoca, ma di glaciale freddezza, in contraddizione rispetto alla tuta d’astronauta che indossa lo stesso David, di uno sgargiante e contrastante colore rosso. Egli è come se fosse appena atterrato in un pianeta sconosciuto e familiare allo stesso tempo, nel quale appare improvvisamente invecchiato e dove cammina con esitazione su un pavimento bianco luminoso all’interno di un appartamento lussuoso, ma che sembra disabitato. Egli vede se stesso riflesso allo specchio e si rende conto del tempo che è trascorso osservando le rughe del viso. Dietro David si scorge una stanza dentro la quale c’è un vecchio seduto di spalle che sta pranzando da solo. Il movimento delle posate è l’unico rumore udibile, oltre al respiro ansioso dell’astronauta che attira l’attenzione del vecchio il quale interrompe il suo frugale pasto per voltarsi e quindi alzarsi per verificarne la provenienza. Il vecchio e l’astronauta sono la stessa persona che si ritrova poco dopo in una camera da letto nella quale domina il colore bianco: lo stesso al quale siamo soliti associare l’aldilà. Il vecchio riprende il suo pranzo ma inavvertitamente sposta un bicchiere frantumandolo per terra. Mentre ne osserva stupito i resti, sente il respiro di un vecchio sdraiato sul letto che sembra in punto di morte. È ancora lui, ulteriormente invecchiato. David sta assistendo, come se qualcuno avesse premuto un ipotetico bottone dell’avanti veloce in un recorder, alla conclusione in rapida sequenza della sua vita. Di fronte a lui, ai piedi del letto, c’è il monolito che lui stesso indica con un dito nel più assoluto ed impressionante silenzio, come se ne avesse finalmente compreso il significato. Nel letto ora al posto del vecchio morente c’è un feto dentro un involucro simile ad una placenta. Sulle note di ‘Così Parlò Zarathustra’ per l’ultima volta, si conclude la storia dell’uomo nella struttura circolare immaginata da Stanley Kubrick, il quale, sulla visione affiancata del pianeta terra e del nascituro di natura cosmica si può azzardare che supponga la speranza di una evoluzione dell’uomo più in armonia con il resto dell’universo.
La lunga descrizione di quest’ultima parte di 2001: Odissea Nello Spazio è utile per evidenziare la difficoltà nel fissarne un significato preciso sul quale ancora oggi, dopo molti anni, s’intrecciano opinioni e disquisizioni. A tirarci fuori d’impiccio ci sono due frasi pronunciate in merito dallo stesso Kubrick: la prima ‘Se qualcuno ha capito qualcosa, ciò significa che io ho sbagliato tutto…’ che sembra quasi una risposta diretta al quesito posto da Rock Hudson all’inizio. La seconda è un po’ più circostanziata: ‘Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio.’. Al di là della facile battuta riguardo il fatto che il celebre regista potesse essere sotto l’effetto di qualche allucinogeno quando ha pensato e girato questa lunga sequenza, si può affermare che rappresenta una sfida indirizzata ad ogni spettatore, il quale, secondo sensibilità e cultura, può appunto interpretarla e considerarla diversamente e liberamente. La stessa reazione insomma che può provare ogni singola persona posta di fronte, ad esempio, ad un dipinto dal grande valore espressivo ma che è, proprio per questo, anche soggettivamente interpretabile. Nel caso del film in oggetto ognuno può trovarvi di volta in volta un messaggio mistico, un viaggio affascinante dentro la cognizione di spazio e tempo, oppure semplicemente un caleidoscopio d’immagini, colori, effetti speciali fini a loro stessi. Molti si sono chiesti ad esempio il ruolo ed il significato del monolito al quale sono state attribuite diverse interpretazioni: un’allegoria di Dio stesso, una rappresentazione dell’illuminazione e della conoscenza, una sfida di natura scientifica nei riguardi dell’uomo che tenta d’interpretarla, risalendone alle origini. Di certo ad ogni sua apparizione si verifica un momento di svolta: per gli ominidi che imparano a difendersi ed usare le ossa come armi, per David che è guidato dal monolito stesso lungo il viaggio allucinante in direzione Giove e dentro i segreti della vita ed infine dal vecchio morente per comprendere quella che in fondo è una banalità: l’infinita ripetitività del ciclo della vita.
2001: Odissea Nello Spazio è di sicuro un’esperienza indimenticabile, sia che si tenti di comprenderne ogni sfumatura filosofica oppure che ci si accontenti di assistere ad uno spettacolo unico ed insuperato per la grandiosità delle immagini, l’eleganza, la qualità e la perfezione tecnica, fotografica e del montaggio. Stanley Kubrick si rivela proprio a partire da quest’opera un talento fra i maggiori della storia del cinema, ahimè prematuramente scomparso, maniacale al limite dell’ossessione. Egli ha realizzato pochissimi film nel corso della sua carriera, tutti però sono diventati degli eventi e dei punti di riferimento nel loro genere. In ognuno di essi il regista britannico ha impiegato mesi, chiuso nella sua villa di campagna a Hertfordshire in Inghilterra, per rivederne i contenuti e le scene da inserire o escludere, prima di rilasciare la versione finale da presentare nelle sale.
Probabilmente non esiste un altro film che abbini in maniera altrettanto elegante, armoniosa e complementare musica classica ed immagini, peraltro di contrastante impronta avveniristica. Alcuni dei brani utilizzati di Richard e Johann Strauss, Gyorgy Ligeti e Aram Kachaturian sono rimasti indelebilmente associati a questo film, anche in contesti diversi dal cinema, a testimonianza dell’influenza che hanno avuto le immagini e la musica di quest’opera. D’altronde quasi tutto in questo film è divenuto proverbiale ed un punto di riferimento per alcuni specifici argomenti. Dalle numerose sequenze, anche singoli fotogrammi che sono divenuti sfondi per poster o destinazioni di vario genere, ad alcuni momenti topici che appartengono oramai all’iconografia cinematografica, ma anche non soltanto legate strettamente al cinema. Gli stessi collaboratori di Kubrick, dal premio Oscar per gli effetti speciali Douglas Trumball, ai direttori della fotografia Geoffrey Unsworth e John Alcott, al montatore Ray Lovejoy sono rimasti inevitabilmente e con pieno merito segnati da quest’opera prestigiosa. Lo stesso Stanley Kubrick ne è regista, produttore, co-sceneggiatore ed ha partecipato alla realizzazione degli effetti speciali; per ironia della sorte, ma soprattutto per la scarsa considerazione (oltrechè per incompetenza e poca lungimiranza dei votanti), è stato premiato con l’Oscar nel 1969 proprio solo per questi ultimi ed appena ‘nominato’, bontà loro, per la regia e la sceneggiatura.
2001: Odissea Nello Spazio per la rilevanza estetica, culturale e storica è stato inserito nella lista dei film preservati nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Anche se è difficile che lo spettatore medio possa ritenere necessario farlo prima ed anche dopo la visione, è un’opera che per essere meglio affrontata, compresa e valutata necessita di una adeguata preparazione e documentazione. Un pò come quando si entra in un museo e ci si trova davanti ad un quadro famoso, ad esempio, di Van Gogh, Monet o Velasquez: è facile rimanere impressionati dal nome dell’autore ed apprezzare comunque superficialmente la tecnica e la bellezza della sua opera, ma è evidente la differenza di  approccio, di comprensione e valutazione che può raggiungere invece chi ha acquisito in precedenza conoscenze più approfondite riguardo la genesi ed il significato di quel dipinto.
Siamo in definitiva di fronte, non sembri una battuta, ad una di quelle rare opere che bisognerebbe spedire nello spazio perché qualche altra forma di vita possa un giorno riceverla ed apprezzarla come mirabile esempio d’arte sviluppato dal genere umano.

sabato 21 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Il 21 aprile 1924 muore a Pittsburgh la grande attrice Eleonora Duse.
Definita meritatamente la più grande attrice teatrale di tutti i tempi, Eleonora Duse è stata un "mito" del teatro italiano: a cavallo tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, ha rappresentato con la sua profonda sensibilità recitativa e la sua grandissima naturalezza, opere di grandi autori come D'Annunzio, Verga, Ibsen e Dumas. Nata il 3 ottobre 1858 in una stanza d'albergo di Vigevano (Pavia) dove la madre, attrice girovaga, sostò per partorire, Eleonora Duse non frequenta una scuola, ma a quattro anni è già sul palcoscenico: per farla piangere, come richiede la parte, qualcuno dietro le quinte la picchia sulle gambe.
A dodici anni sostituisce la madre ammalata nei ruoli di protagonista della "Francesca da Rimini" di Pellico, e della "Pia dé Tolomei" di Marenco. Nel 1873 ottiene il primo ruolo stabile; sosterrà parti da "ingenua" nella compagnia paterna; nel 1875 sarà invece "seconda" donna nella compagnia Pezzana-Brunetti.
All'età di vent'anni Eleonora Duse viene assunta con il ruolo di "prima amorosa" nella compagnia Ciotti-Belli-Blanes. Ottiene il primo grande successo nel 1879, interpretando con struggente sensibilità, a capo di una compagnia con Giacinto Pezzana, la "Teresa Raquin" di Zola.
A ventitré anni è già prima attrice, e a ventinove capocomica: è lei a scegliere il repertorio e la troupe, e ad interessarsi della produzione e delle finanze. E tutta la vita avrebbe imposto le sue scelte, portando al successo autori di rottura, come il Verga di "Cavalleria rusticana", che rappresenta con enorme successo nel 1884. Tra i maggiori successi di quegli anni troviamo "La principessa di Bagdad", "La moglie di Claudio", "La signora delle camelie" e molti altri drammi di Sardou, Dumas e Renan.
Attrice sensibilissima, Eleonora Duse si preoccupa di rafforzare con lo studio e con la cultura le sue doti innate: per far questo si sarebbe rivolta ad un repertorio di livello artistico sempre più alto, interpretando opere come "Antonio e Cleopatra" di Shakespeare (1888), "Casa di bambola" di Ibsen (1891) e alcuni drammi di Gabriele D'Annunzio ("La città morta", "La Gioconda", "Sogno di un mattino di primavera", "La gloria"), col quale avrebbe avuto un'intensa quanto tormentata storia d'amore, durata diversi anni.
Nei primi anni del Novecento la Duse aggiunge al suo repertorio altre opere di Ibsen, quali "La donna del mare", "Edda Gabler", "Rosmersholm", che rappresenterà per la prima volta a Firenze nel 1906. Nel 1909 avviene il suo ritiro dalle scene. In seguito la grande attrice appare in un film muto, "Cenere" (1916), diretto ed interpretato da Febo Mari, tratto dal romanzo omonimo di Grazia Deledda.
La "Divina" tornerà sulle scene nel 1921 con "La donna del mare", portato anche a Londra nel 1923.
Si spegne a causa di una polmonite nel corso di una lunghissima tournée negli Stati Uniti, all'età di sessantacinque anni, il 21 aprile 1924 a Pittsburgh. Viene poi sepolta secondo volontà nel cimitero di Asolo (TV).
È sfumata, nella Duse, la separazione tra donna e attrice. Come lei stessa scrisse a un critico teatrale: "Quelle povere donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre io m'ingegno di farle capire alla meglio a quelli che m'ascoltano, quasi volessi confortarle, sono esse che adagio adagio hanno finito per confortare me".
La "Divina" non si truccava mai in scena o fuoriscena, né temeva di indossare il viola, aborrito dalla gente di spettacolo, né amava le prove, che preferiva nei foyer degli alberghi piuttosto che in teatro. Aveva una passione per i fiori, che spargeva sul palcoscenico, indossava sui vestiti, e teneva in mano giocherellandoci sopra pensiero. Dal carattere determinato recitava spesso in piedi con le mani sui fianchi e seduta con i gomiti sulle ginocchia: atteggiamenti sfrontati per quei tempi, che tuttavia l'hanno fatta conoscere e amare dal pubblico, e che la fanno ricordare come la più grande di tutte.

venerdì 20 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 2013 Giorgio Napolitano, primo nella storia della Repubblica Italiana, viene eletto per un secondo mandato da Presidente.
Giorgio Napolitano nasce a Napoli il giorno 29 giugno 1925. Laureatosi in giurisprudenza alla fine del 1947 presso l'Università di Napoli, già dal 1945-1946 è attivo nel movimento per i Consigli studenteschi di Facoltà e delegato al 1° Congresso nazionale universitario.
Fin dal 1942, a Napoli, iscrittosi all'Università, fa parte di un gruppo di giovani antifascisti che aderisce, nel 1945, al Partito comunista italiano, di cui Napolitano sarà militante e poi dirigente fino alla costituzione del partito democratico della sinistra.
Dall'autunno del 1946 alla primavera del 1948 Giorgio Napolitano fa parte della segreteria del Centro Economico Italiano per il Mezzogiorno presieduto dal senatore Paratore. Partecipa poi attivamente al Movimento per la Rinascita del Mezzogiorno fin dalla sua nascita (dicembre 1947) e per oltre dieci anni.
Viene eletto alla Camera dei deputati per la prima volta nel 1953 e ne farà parte - tranne che nella IV legislatura - fino al 1996, riconfermato sempre nella circoscrizione di Napoli.
La sua attività parlamentare si svolge nella fase iniziale in seno alla Commissione Bilancio e Partecipazioni Statali, concentrandosi - anche nei dibattiti in Assemblea - sui problemi dello sviluppo del Mezzogiorno e sui temi della politica economica nazionale.
Nella VIII (dal 1981) e nella IX Legislatura (fino al 1986) è Presidente del Gruppo dei deputati comunisti.
Negli anni '80 si impegna sui problemi della politica internazionale ed europea, sia nella Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, sia come membro (1984-1992 e 1994-1996) della delegazione italiana all'Assemblea dell'Atlantico del Nord, sia attraverso molteplici iniziative di carattere politico e culturale.
Già a partire dagli anni '70 svolge vaste attività di conferenze all'estero: negli istituti di politica internazionale in Gran Bretagna e in Germania, presso numerose Università degli Stati Uniti (Harvard, Princeton, Yale, Chicago, Berkeley, SAIS e CSIS di Washington).
Dal 1989 al 1992 è membro del Parlamento europeo.
Nell'XI legislatura, il 3 giugno 1992, Giorgio Napolitano viene eletto Presidente della Camera dei deputati, restando in carica fino alla conclusione della legislatura nell'aprile del 1994.
Nella XII legislatura fa parte della Commissione affari esteri ed è Presidente della Commissione speciale per il riordino del settore radiotelevisivo.
Nella XIII legislatura è Ministro dell'interno e per il coordinamento della protezione civile nel Governo Prodi, dal maggio 1996 all'ottobre 1998.
Dal 1995 è Presidente del Consiglio Italiano del Movimento europeo.
Dal giugno 1999 al giugno 2004 è Presidente della Commissione per gli Affari costituzionali del Parlamento europeo.
Nella XIV legislatura, viene nominato Presidente della Fondazione della Camera dei deputati dal Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, mantenendo l'incarico fino alla conclusione della legislatura.
Nominato senatore a vita il 23 settembre 2005 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Napolitano gli succede il 10 maggio 2006 quando viene eletto Presidente della Repubblica Italiana con 543 voti. Presta giuramento il 15 maggio 2006.
La sua dedizione alla causa della democrazia parlamentare e il suo contributo al riavvicinamento tra la sinistra italiana e il socialismo europeo, gli valgono il conferimento - nel 1997 ad Hannover - del premio internazionale Leibniz-Ring per l'impegno "di tutta una vita".
Nel 2004 l'Università degli Studi di Bari gli conferisce la laurea honoris causa in scienze politiche.
Giorgio Napolitano ha collaborato in particolare alla rivista "Società" e (dal 1954 al 1960) alla rivista "Cronache meridionali" con saggi sul dibattito meridionalista dopo la Liberazione e sul pensiero di Guido Dorso, sulle politiche di riforma agraria e sulle tesi di Manlio Rossi-Doria, sull'industrializzazione del Mezzogiorno.
Nel 1962 ha pubblicato il suo primo libro "Movimento operaio e industria di Stato", con particolare riferimento alle elaborazioni di Pasquale Saraceno.
Nel 1975 ha pubblicato il libro "Intervista sul PCI" con Eric Hobsbawm, tradotto in oltre dieci paesi.
Del 1979 è il libro "In mezzo al guado" riferito al periodo della solidarietà democratica (1976-79), durante il quale fu portavoce del PCI e tenne i rapporti con il governo Andreotti sui temi dell'economia e del sindacato.
Il libro "Oltre i vecchi confini" del 1988 ha affrontato le problematiche emerse negli anni del disgelo tra Est e Ovest, con la presidenza Reagan negli USA e la leadership di Gorbaciov nell'URSS.
Nel libro "Al di là del guado: la scelta riformista" sono raccolti gli interventi dal 1986 al 1990.
Nel libro "Europa e America dopo l'89", del 1992, sono raccolte le conferenze tenute negli Stati Uniti dopo la caduta del muro di Berlino e dei regimi comunisti in Europa centrale e orientale.
Nel 1994 ha pubblicato il libro, in parte sotto forma di diario, "Dove va la Repubblica - Una transizione incompiuta" dedicato agli anni della XI legislatura, vissuta come Presidente della Camera dei Deputati.
Nel 2002, ha pubblicato il libro una "Europa politica", nel pieno del suo impegno come Presidente della Commissione per gli Affari costituzionali del Parlamento europeo.
Poi ancora: Dal PCI al socialismo europeo. Un'autobiografia politica, Roma-Bari, Laterza, 2005.
Una transizione incompiuta?, Milano, BUR, 2006.
Altiero Spinelli e l'Europa, Bologna, Il mulino, 2007.
Una e indivisibile. Riflessioni sui 150 anni della nostra Italia, Roma, Rizzoli, 2011.
Il Dio ignoto, con Gianfranco Ravasi e con Ferruccio de Bortoli, Milano, Corriere della Sera, 2013.
La via maestra. L'Europa e il ruolo dell'Italia nel mondo, conversazione con Federico Rampini, Milano, Mondadori, 2013.
La fine del suo mandato di Presidente della Repubblica coincide con il periodo successivo alle elezioni politiche del 2013; i risultati di tali elezioni vedono il Pd vincitore ma con misura esigua rispetto ai partiti avversari Pdl e Movimento 5 Stelle; il disastroso tentativo dei partiti di trovare ed eleggere un nuovo Presidente, porta Napolitano a ricandidarsi per un secondo mandato. Per la prima volta nella storia della Repubblica uno stesso presidente rimane in carica per due volte consecutive: il giorno 20 aprile 2013, Giorgio Napolitano viene nuovamente eletto. Si dimette dalla carica il 14 gennaio 2015, all'indomani del termine del semestre che ha visto l'Italia alla guida del Consiglio Europeo.

giovedì 19 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1971 Charles Manson viene condannato all'ergastolo per l'omicidio di Sharon Tate.
Nelle prime ore del 9 agosto 1969, a Los Angeles, una promettente attrice statunitense fu uccisa insieme ad altre quattro persone nella sua abitazione, una villa nel nord di Beverly Hills, da uomini armati che erano riusciti a entrare in casa sua. Per la violenza, imprevedibilità e atrocità di quel massacro, e a causa della popolarità delle persone coinvolte nella vicenda, quello che accadde quella notte divenne in poche ore – negli Stati Uniti e nel mondo – una delle storie più brutte e note degli ultimi cinquant’anni. L’attrice uccisa era Sharon Tate, aveva 26 anni ed era all’ottavo mese di gravidanza. Suo marito era il noto regista polacco Roman Polanski. Gli assassini erano i seguaci di una setta guidata da Charles Manson, mandante degli omicidi, e il cui gruppo ottenne la sua massima notorietà proprio in seguito ai tragici fatti di quella notte.
Sharon Tate aveva interpretato alcuni ruoli in diverse serie televisive, e aveva recitato in alcuni film: quelli relativamente più famosi erano stati fino a quel momento Cerimonia per un delitto, nel 1966, e Per favore non mordermi sul collo e La valle della bambole, l’anno successivo. Di lei i media avevano preso a occuparsi sempre più spesso in seguito al suo matrimonio del 1967 con il regista Roman Polanski, che aveva conosciuto proprio durante le riprese di Per favore non mordermi sul collo, di cui Polanski era regista e attore.
Il 9 agosto Sharon Tate si trovava in casa con Jay Sebring, un suo amico e noto parrucchiere di Hollywood, e due amici di Polanski, Wojciech Frykowski e Abigail Folger (lui un aspirante scrittore, lei la sua fidanzata). Polanski era per motivi di lavoro a Londra.
Charles Manson era un 32enne originario di Cincinnati, nell’Ohio, che aveva già trascorso alcuni anni in carcere per reati come furto d’auto e sfruttamento della prostituzione. Da un paio di anni si era trasferito in California, dove aveva attirato intorno a sé alcuni giovani ragazzi e ragazze affascinati dal suo carisma, dalle sue canzoni – suonava la chitarra – e dalle sue conoscenze in materia di esoterismo. Ne era nato un gruppo chiamato la “Famiglia”, che aveva già compiuto furti e altri reati minori Quel gruppo sotto l’influenza di Manson progettò nella prima settimana di agosto del 1969 una serie di omicidi a Los Angeles.
Manson ordinò a quattro membri del gruppo – Charles “Tex” Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian – di compiere i primi omicidi in una villa che si trovava a 10050 Cielo Drive, nella zona nord di Beverly Hills. La villa apparteneva a Terry Melcher, un produttore discografico che Manson aveva conosciuto alcuni mesi prima, e che aveva rifiutato di aiutarlo a ottenere un contratto. In seguito si disse che Manson ordinò ai quattro membri del gruppo di uccidere “il più cruentemente possibile” chiunque avessero trovato in casa.
Watson, Atkins, Krenwinkel e Kasabian – armati di coltelli e di una pistola revolver calibro 22 – arrivarono alla villa intorno alla mezzanotte tra l’8 e il 9 agosto. Watson tagliò i cavi della rete telefonica all’esterno della proprietà e poi scavalcò la recinzione del parco intorno alla villa insieme ad altri due membri del gruppo. Intanto una terza persona – Linda Kasabian – era rimasta fuori di guardia. Il primo a essere ucciso fu un ragazzo di 18 anni, Steven Parent, un venditore porta a porta che stava percorrendo il vialetto dopo aver mostrato alcuni prodotti al custode della villa e suo amico, William Garretson. Watson sparò quattro colpi di pistola contro Parent, uccidendolo.
Stando alle ricostruzioni e alle confessioni fatte nel corso del processo per gli omicidi, i residenti della villa stavano dormendo nel momento dell’irruzione dei membri del gruppo. Dopo aver rimosso il vetro di una finestra, Watson fece entrare gli altri due. Tutte le quattro persone che si trovavano in casa furono portate in soggiorno: Tate e Sebring furono legati insieme per il collo, e Sebring fu il primo a essere ucciso: Watson gli sparò e poi lo accoltellò diverse volte.
Frykowski era stato legato per i polsi, e Susan Atkins era stata incaricata di sorvegliarlo. Tra i due ci fu uno scontro, prima che Watson intervenisse sparando a Frykowski e uccidendo anche lui. Folger, fidanzata di Frykowski, fu uccisa con diverse coltellate inferte anche da Patricia Krenwinkel. L’ultima a essere uccisa fu Tate, accoltellata 16 volte. Prima di andarsene, Atkins scrisse sulla porta di ingresso la parola “pig” (maiale) con un asciugamano sporco di sangue. Gli abiti degli assassini e le armi furono ritrovate poco lontano dalla zona.
I corpi di Tate e gli altri furono ritrovati dalla governante della villa intorno alle 8 del mattino del 9 agosto. La notte seguente, il gruppo di Manson, accompagnato dallo stesso Manson, uccise altre due persone – Leno LaBianca e sua moglie Rosemary – in una casa nel quartiere di Los Feliz, a Los Angeles. Stavolta scrissero sul frigorifero di casa dei LaBianca la scritta “Healter Skelter”, un riferimento a una canzone dei Beatles su cui Manson si era fissato da tempo, dicendo ai suoi che conteneva un messaggio in codice rivolto al gruppo.
Inizialmente i due delitti non furono collegati dalla polizia di Los Angeles, ma proprio i messaggi con il sangue lasciati dal gruppo Manson nelle abitazioni servirono a indirizzare le indagini. Intanto, a ottobre, Manson e altri due membri del gruppo erano stati arrestati per alcuni furti d’auto, e proprio in quel periodo le indagini presero una svolta decisiva grazie alle rivelazioni ai suoi compagni di cella di uno dei membri arrestati, Susan Atkins.
L’1 dicembre la polizia di Los Angeles annunciò l’arresto di Tex Watson, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian in relazione agli omicidi in casa di Sharon Tate, e sette giorni più tardi anche Manson – già in carcere per altri reati – fu accusato insieme al suo gruppo di omicidio di primo grado per il caso Tate-LaBianca, e poi per altri omicidi avvenuti in quel mese di agosto. Tutti i membri del gruppo accusati di omicidio per il caso Tate-LaBianca furono condannati a morte nel marzo 1971, ma la pena fu commutata in ergastolo dopo che nel 1972 la Corte Suprema dello stato della California abolì la legge sulla pena di morte.
Il 25 maggio 2007, presso il carcere di Corcoran, l'undicesima udienza richiesta da Manson per ottenere la libertà vigilata è stata respinta. L'uomo, 72 anni a quel tempo (di cui quarantadue trascorsi in carcere), non era presente all'udienza, ma dichiarò alla stampa per il tramite del proprio avvocato che nel 2012 avrebbe presentato puntualmente la sua dodicesima domanda di rilascio. Anche quest'ultima richiesta di scarcerazione anticipata è stata rifiutata nell'aprile 2012 dalle autorità della California. E' deceduto in carcere il 19 novembre 2017.
Susan Atkins, affetta da cancro al cervello, nel settembre 2009 ha chiesto la grazia al dipartimento di correzione e riabilitazione della California, ma le è stata rifiutata. La Atkins è deceduta il 24 settembre 2009 all'età di 61 anni (di cui 40 trascorsi in carcere) nel penitenziario di Chowchilla.
Charles Watson sta scontando il suo ergastolo nel Mule Creek State Prison in Ione, California. La libertà vigilata gli è stata rifiutata 15 volte. Potrà chiederla nuovamente nel novembre 2018.
Patricia Krenwinkel sta scontando la sua pena al California Institution for Women in Chino, California. La sua richiesta di libertà vigilata le è stata rifiutata 13 volte, potrà chiederla nuovamente nel 2018. Attualmente è la detenuta con più anni passati in carcere della California.
Linda Kasabian, la cui testimonianza al processo rappresentò la chiave per la condanna degli altri, ottenne l'immunità.

mercoledì 18 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1480 nasce, con ogni probabilità, Lucrezia Borgia.
Fu davvero così bella Lucrezia Borgia, come asseriva Pietro Bembo tanto da conservare un suo ricciolo d'oro tra le proprie carte?
Non si hanno dati precisi sulla sua nascita, il più attendibile la farebbe risalire al 18 aprile 1480 a Subiaco (in provincia di Roma), terzogenita di Rodrigo Borgia e Vannozza Cattanei, ebbe tre fratelli: Juan, Cesare e Jofrè.
Lucrezia viene educata nel convento di San Sisto e in seguito affidata alla cure della cugina del Papa, Adriana Mila.
A dodici anni viene fatta fidanzare, per procura, con Don Gaspare da Procida, un nobile spagnolo. Vincolo che sarà poi sciolto dal padre che la diede in moglie a Giovanni Sforza.
Il matrimonio, avvenuto nel 1493, non nasce sotto i migliori auspici. Nella primavera del 1494 la coppia, che vive a Roma, si trasferisce a Pesaro, non si sa se a causa di un'epidemia di peste o per paura dei francesi. Il Papa impone che la sua amante Giulia con la suocera si unisca alla coppia.
Tuttavia Giulia contravvenendo agli ordini papali raggiunge il marito Orsino e nonostante Alessandro VI la rimproveri aspramente, non riesce a convincerla a tornare da lui.
Successivamente, dopo la pace tra i due amanti, saranno proprio i francesi a catturare le donne mentre rientrano a Roma e solo grazie alla mediazione degli Sforza e ad un cospicuo riscatto, Alessandro VI potrà riavere le sue donne.
Al Papa le nozze della figlia non sono più tanto convenienti, questo lo intuisce anche Giovanni che torna a Roma per reclamare la moglie. Tutto inutile. E capisce che non gli conviene mettersi contro i Borgia che potrebbero toglierlo di mezzo molto in fretta.
Cerca allora appoggio dallo zio Ludovico il Moro, a Milano, ma è tutto inutile ed iniziano gli scontri e le ingiurie. I Borgia accusano Giovanni di essere un marito solo di nome, quest'ultimo accusa Lucrezia di essere l'amante del padre e del fratello.
I Borgia vogliono annullare il matrimonio, perché non consumato, Giovanni non cede. A Roma, intanto, si decide di far visitare Lucrezia che viene dichiarata virgo intacta. Il matrimonio viene annullato il 20 dicembre 1497, Lucrezia aveva 17 anni. Che motivo aveva il Papa per annullare il matrimonio, suscitando tanto clamore ed esponendo la figlia ai pettegolezzi ed al ludibrio della folla? Comunque Lucrezia per riprendersi, si rifugia in convento, ma voci insistenti dicono che è un'altra la ragione.
Lucrezia deve partorire. Ma se il matrimonio non è stato consumato, se lei è stata dichiarata "virgo intacta" com'è possibile tutto ciò?
Si vocifera che il bambino sia di suo padre o di suo fratello Cesare Borgia, altri fanno svariati nomi. Non si ha nemmeno la prova che Lucrezia sia la vera madre, ma che il bambino sia figlio del Papa e della sua amante Giulia Farnese.
Il piccolo, battezzato Giovanni, passerà alla storia come "l'infante romano".
Il 15 giugno 1497 il duca di Gandia, Juan, fratello di Lucrezia, viene ripescato cadavere nel Tevere; subito i sospetti si addensano su Cesare Borgia che ha sempre ambito al posto di capitano delle truppe pontificie occupato da Juan. Alcuni invece affermano che Cesare abbia ucciso Juan, perché quest'ultimo era l'amante di Lucrezia e padre dell'infante romano.
Il 21 luglio 1498 Lucrezia si sposa nuovamente. Anche le nozze celebrate in Vaticano con Alfonso d'Aragona, duca di Risceglie, finiscono tragicamente.
Cesare Borgia, che era stato rifiutato da Carlotta d'Aragona, sposa Carlotta d'Albert di Navarra, re Luigi lo nomina duca di Valentinois in cambio dell'aiuto di Cesare a riconquistare il regno di Napoli.
Alfonso allarmato si rifugia dai suoi parenti, abbandonando Lucrezia che aspetta un bambino.
Sconvolgendo gli alti prelati, il Papa per risollevare il morale di Lucrezia, la nomina governatrice di Spoleto, dove svolgerà diligentemente il suo incarico.
Il 19 settembre 1489 Alfonso, dietro pressione del padre, raggiunge Lucrezia ed insieme tornano a Roma, dove nel mese di Novembre Lucrezia dà alla luce un maschietto che viene chiamato Rodrigo.
Il 15 luglio 1500 Alfonso viene ferito gravemente. Il colpevole è Cesare, motivo la gelosia nei confronti della sorella.
Assistito dai migliori medici del Papa, nonostante le gravi ferite, con grande gioia di Lucrezia, Alfonso riuscirà a guarire.
Durante la degenza Lucrezia non ha mai abbandonato il suo sposo, tuttavia il 18 agosto dopo averla fatta allontanare con un pretesto, Michelotto da Corella, sicario di Cesare Borgia, uccide Alfonso proprio nelle stanze di Lucrezia. Interviene nuovamente il Papa a consolare la vedova nominandola governatrice di Nepi.
Intanto, mentre Lucrezia è lontana, il Papa pensa ad un nuovo matrimonio per lei in cerca di nuove alleanze e incarica Cesare di raggiungerla a Nepi per comunicarglielo. Il candidato è Alfonso d'Este di Ferrara. Forse per Lucrezia, a 21 anni, si può aprire una nuova vita lontana dalla sua famiglia.
Tuttavia gli Este non la pensano così: troppe sono le maldicenze su Lucrezia. Ma nonostante tutte le contrarietà il 30 dicembre 1501 la nozze vengono celebrate: Lucrezia riuscirà, se non proprio a farsi amare dal marito, almeno a farsi rispettare, anche se verrà tradita ripetutamente.
Gli darà sette figli, tre dei quali moriranno subito dopo la nascita.
A Ferrara Lucrezia è finalmente serena, per quanto le sarà possibile continuerà a proteggere il fratello Cesare.
Lucrezia Borgia muore di setticemia a Ferrara, in seguito ad un parto, il 24 giugno 1519 a soli 39 anni. Venne sepolta nel monastero del Corpus Domini, con indosso l'abito da terziaria francescana.
Da sempre dipinta come donna affascinante e astuta, complice degli intrighi della corte papale rinascimentale, ammirata e temuta allo stesso tempo, abile politica e accorta diplomatica, pericolosa e avvelenatrice di amanti, depravata e corrotta, dedita a frequentare orge nei palazzi del Vaticano, Lucrezia Borgia -in realtà- è stata più vittima o carnefice? Vittima della corruzione delle corti del ‘500 e delle mire ambiziose dei suoi familiari? Strumento di crudeltà e inganno per ottenere potere e nuove ricchezze?
In verità non si hanno conoscenze a sufficienza che testimonino quello che fu la vera Lucrezia. Le storie del suo coinvolgimento nei crimini del padre e del fratello sono vere? Lucrezia è stata un mostro di crudeltà e inganno? O semplicemente la vittima di una stampa sfavorevole? Viene dipinta con questo ruolo, recitato inoltre in molte opere d’arte, romanzi e film. Di questa misteriosa donna non si conosce alcun ritratto autentico. Si dice che molti dipinti la ritraggano. Altri dicono che queste immagini fanno semplicemente parte del mito di Lucrezia Borgia. Ancora una volta le differenti percezioni della storia risultano essere estremamente affascinanti.

martedì 17 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1961, finanziati dalla Cia allo scopo di tentare di rovesciare Castro per poi creare un governo provvisorio, circa 1.500 esuli cubani sbarcarono nella Bahia de Cochinos, la Baia dei Porci, a sud dell'Avana. Ma l'operazione della cosiddetta Brigata 2056 si rivela un fiasco, perché i barbudos esperti di guerriglia li stavano aspettando in questa baia isolata in mezzo alle paludi, non lontana dal piccolo villaggio di Playa Giron.
Il bilancio dell'operazione fu di quasi un centinaio di morti tra gli anti-castristi, ma le conseguenze diplomatiche furono forse ancora più catastrofiche per gli Usa, spingendo Castro tra le braccia dell'Unione Sovietica, ed offrendo all'Urss un alleato (e basi militari) a poche decine di chilometri da una metropoli come Miami, nel Sud della Florida.
Un anno dopo la crisi della Baia dei Porci, si giunse addirittura ad un passo dalla terza guerra mondiale, con la crisi dei missili installati segretamente dai sovietici a Cuba, secondo alcuni storici come risposta ai missili Usa puntati contro Mosca in Turchia.
Sul sito della biblioteca presidenziale di Kennedy , la spedizione della Baia dei Porci, un piano della Cia messo a punto sotto il presidente Dwight Eisenhower, viene ricostruita in maniera abbastanza dettagliata. Le cose vanno male sin dall'inizio, quando il 15 aprile uno dei due previsti raid aerei di appoggio (con otto obsoleti bombardieri B-26 della Seconda Guerra Mondiale dipinti con i colori cubani) manca quasi tutti gli obiettivi. Non solo, il trucco viene scoperto e Kennedy deve rinunciare al secondo raid.
Due giorni dopo, lo sbarco della Baia è un fallimento totale, anche a causa del maltempo: gli aerei cubani affondano due navi Usa e distruggono circa la metà delle strutture di appoggio aeree. Nelle 24 ore successive sbarcano circa 20mila militari cubani, mentre l'ombrello aereo autorizzato da Kennedy è una nuova catastrofe: i sei anonimi velivoli inviati in appoggio arrivano con un'ora di ritardo (probabilmente ignari del fatto che tra Cuba e Nicaragua, da dove sono decollati, c'è un'ora di fuso), e vengono abbattuti.
In seno alla Brigata 2056 i morti sono oltre un centinaio, i prigionieri circa 1.200. Per ottenerne la liberazione, 20 mesi dopo, gli Usa accettano di fornire a Cuba l'equivalente di 53 milioni di dollari in alimenti per bambini e medicinali.
L'operazione decisa da Eisenhower prevedeva un costo totale di circa 4 milioni di dollari. Nella realtà questo fallimento completo costò 46 milioni, più i 53 di risarcimento.

lunedì 16 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 1943 viene ufficializzata la scoperta dell'LSD.
L’LSD è una sostanza chimica le cui proprietà possono alterare la percezione della realtà attraverso distorsioni e allucinazioni. Fu scoperta nel 1938 da Albert Hoffmann, che all’epoca lavorava per l’azienda chimica Sandoz ubicata a Basilea. In realtà la data ufficiale della scoperta fu il 16 aprile 1943, quando Hoffmann scoprì le proprietà allucinogene dell’LSD a causa di una goccia di questo composto che gli cadde su una mano e gli provocò, una volta respirata, intense allucinazioni visive.
Lsd proviene da un fungo parassita, l’ergot, che cresce nella segale. L’ergot appare come un’escrescenza, che ricorda una sorta di corno e per questo la segale è chiamata segale cornuta.
Questo fungo, se ingerito, causa fortissime allucinazioni e uno stato visivo alterato, che può portare a conseguenze devastanti nel breve e nel lungo periodo per chi ne fa uso.
La Sandoz, dopo la scoperta di Hoffmann, che fu accidentale, perché lo scienziato stava conducendo studi sugli alcaloidi che si trovano sulla scilla marina e sul parassita della segale, decise di dare avvio alla produzione dell’Lsd per scopi scientifici. Lo scopo di Hoffmann era quello di trovare sostanze chimiche utilizzabili nel campo bio-medicale. Hoffmann in seguito testò l’Lsd su se stesso, scoprendone ed esplorandone gli aspetti e le sfumature allucinogene.
La Sandoz distribuì Lsd, che si basa sull’acido lisergico il quale proviene, come si è detto dal fungo parassita chiamato ergot, gratuitamente per sperimentazioni di varia natura e la sua diffusione, in breve, si ampliò in vari settori. Lsd, infatti, fu sperimentata per curare anomalie psicologiche, quali la schizofrenia, la depressione o l’autismo ed ebbe applicazione di vario genere, grazie all’utilizzo che ne fecero psichiatri e psicologi.
L’LSD (dietilamide-25 dell’acido lisergico) è una fra le più potenti sostanze psichedeliche conosciute. Il nome è un’abbreviazione proveniente dal tedesco: Lysergesäurediethylamid.
Verso la metà degli anni ’50, il suo uso divenne comune al di fuori delle cure mediche, con conseguenze sociali rilevanti, tanto da indurre le autorità a ritenere l’LSD una droga pericolosa per la salute. Prima di ciò ci fu una sorta di confronto dialettico fra alcuni studiosi, che ritenevano LSD un mezzo potente per esplorare le potenzialità della mente e raggiungere stati di consapevolezza, anche spirituale, superiori o diversi da quelli, possiamo dire per semplificare, normali.
La comunità scientifica quasi subito rifiutò questa posizione, ma solo dal 1967 cominciò a propagarsi il divieto all’uso dell’LSD sia per scopi ricreativi che scientifici.
Nella prima metà degli anni settanta, per effetto della proibizione, sparisce l'acido in gocce e in zuccherini ed appaiono le forme "commerciali" contemporanee di acido lisergico illegali, ovvero francobolli (blotter) e gelatine (windowpane).
Nel 1979 Albert Hofmann pubblica il celebre libro LSD: il mio bambino difficile.
Nel 2006 a Basilea, in occasione del centesimo compleanno di Hofmann, si tiene il primo congresso multidisciplinare sull'LSD. Nel convegno Hoffmann affermò: "Come sospeso in un sogno, con gli occhi chiusi perché trovavo la luce del sole troppo abbagliante, ho sperimentato un flusso ininterrotto di immagini fantastiche, forme meravigliose con giochi caleidoscopici di colori straordinariamente intensi". Hoffmann sperimentò l'LSD con finalità curative, sostenendo che potesse aiutare a comprendere i percorsi e i processi associativi della mente umana, così come la struttura e le origini dell'immaginazione. Il convegno si è ripetuto nel 2008, sempre a Basilea, pochi mesi prima della morte di Hofmann, a 102 anni.
Nel gennaio 2009, in Svizzera, viene avviata una sperimentazione dell'LSD su persone gravemente malate di cancro. "Contro il panico e l'angoscia del confronto con la morte", spiega Rosanna Cerbo, neurologa e terapista del dolore dell'università "La Sapienza" di Roma. Uno studio dell'Università dell'Alabama pubblicato nel 2015 sul Journal of psychopharmacology ha mostrato come gli utilizzatori di LSD e altri psichedelici sarebbero meno propensi alla depressione e al suicidio.

domenica 15 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 1877, all'esposizione universale di Amsterdam, Francesco Cirio viene premiato per la qualità delle sue conserve.
Il pomodoro è emblema della rivoluzione agricola operata tra Napoli, Caserta e l’agro nocerino sarnese a cavallo fra Settecento e Ottocento. Ancora oggi la zona è famosa in tutto il mondo per la raccolta del frutto-bacca che trova il suo apice nella particolarità D.O.P. “San Marzano“.
C’è un nome che più di altri si è legato al prodotto; dici Cirio e pensi al pomodoro, dici pomodoro e pensi a Cirio, quel Francesco Cirio che creò un impero dell’industria conserviera sfruttando le condizioni sociali che si crearono con l’Unità d’Italia.
Molti pensano che l’azienda sia di origine napoletana ma in realtà Francesco Ciro era un astigiano analfabeta di Nizza Monferrato che si trasferì giovanissimo a Torino per rivendere in periferia la verdura che comprava a prezzo di realizzo al mercato durante l’ora di chiusura. Nel 1856 sperimentò la conservazione dei piselli da cui avviò una produzione industriale di alimenti in scatola con il primo stabilimento Cirio a Torino allargato a frutta e verdura.
Nel 1861, l’Italia nata dalla piemontesizzazione del Sud gli aprì la strada della fortuna. Fu infatti nelle zone agricole attorno Napoli che fiutò l’oro rosso, il pomodoro, di cui i contadini ormai non potevano più beneficiare. Lo sradicamento dell’apparato industriale e imprenditoriale del Sud impedì qualsiasi iniziativa di sfruttamento del patrimonio agricolo da parte della popolazione locale che cominciò ad emigrare. Quella ricchezza era dunque a disposizione del piemontese Francesco Cirio che aveva appena aperto la strada della conservazione degli alimenti e che non perse l’occasione per aprire al Sud alcuni stabilimenti, impegnandosi personalmente nel recupero di vaste aree agricole abbandonate. Nacque così il mito dei “pelati Cirio“.
Fabbriche a Castellammare di Stabia, San Giovanni a Teduccio, nel Casertano e nel Salernitano, ma anche in altre parti del meridione con altre tipologie di prodotto; un’espansione indisturbata nel Sud ricco di prodotti della terra che gli fruttò numerosi premi e onorificenze internazionali.
Però Francesco Cirio era certamente un uomo incline agli affari ma praticamente analfabeta e incapace di consolidare la sua ascesa, inarrestabile perché partito in anticipo e ritrovatosi pionieristicamente avvantaggiato nel settore conserviero, ma determinata soprattutto dalla spinta del nuovo governo di Torino molto sensibile a far crescere l’imprenditoria settentrionale. Nel 1885 infatti, il Primo Ministro Agostino Depretis favorì la “legge Cirio“, in sostanza un contratto agevolato con la Società Ferrovie Alta Italia per la spedizione di migliaia di vagoni di alimenti all’estero. Suo generoso finanziatore fu inoltre il Credito Mobiliare di Torino, un istituto socio della Banca d’Italia che aveva appena rastrellato dal mercato le monete d’oro del Banco delle Due Sicilie (di Napoli e di Sicilia). Insieme al Banco di Sconto e Sete di Torino, la Cassa di Sconto di Torino e la Cassa Generale di Genova, il Credito Mobiliare di Torino costituiva quella cordata di banche di finanziamento e costituzione di imprese al Nord coordinate dalla regia di Carlo Bombrini, amico personale di Cavour, che, oltre a trasferire tutte le commesse dell’imprenditoria meridionale al Nord, riuscì ad ottenere ben tredici concessioni per lo sviluppo delle reti ferroviarie settentrionali. Le gestiva Pietro Bastogi, un altro amico del conte, ma la proprietà era dei banchieri Rothschild.
Per l’imprenditore conserviero il trattamento fu davvero di favore, a tal punto che le gelosie e le ostilità degli stessi concorrenti settentrionali montarono ben presto e il caso Cirio fu discusso ripetutamente in varie sedute della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’esercizio delle ferrovie; sedute che si tennero esclusivamente nelle maggiori città del settentrione. Il commerciante veronese De Cecco arrivò addirittura a dire: “se non si pone rimedio al monopolio del Cirio, diventerà padrone d’Italia”. Gli si imputava frode e concorrenza sleale, ma fu sempre coperto dai massimi dirigenti della Società Ferrovie Alta Italia.
All’apice dell’ascesa cominciò l’inevitabile discesa. Il Sud non era il suo territorio e, da persona incolta, vi si avventurò poggiandosi sul solo istinto imprenditoriale. Su ogni terreno vi si gettò con avidità e fra la bonifica di un terreno e l’altro, Francesco Cirio consumò in breve tempo i capitali accumulati in trent’anni di successi, fallendo nel 1891 e  trascinando con se il Credito Mobiliare di Torino che nel 1893 entrò in una crisi irreversibile. Ma il pallino delle bonifiche non lo abbandonò fino alla morte che avvenne nel 1900. Subito dopo i fratelli Pietro e Clemente riavviarono l’attività con sede a San Giovanni a Teduccio in Napoli. Ma l’azienda, sviluppatasi sulle dinamiche losche della nuova Italia, portò con sé la maledizione dei conti e delle polemiche, degli intrecci di imprenditoria e potere. Da Francesco Cirio a Sergio Cragnotti il passo è lungo ma identico.
L’imprenditore romano, ex-presidente della Lazio, rileva l’azienda negli anni Novanta avviando una storia simile a quella del suo predecessore-fondatore. Prima l’ascesa vertiginosa e poi la caduta culminata con lo scandalo dei bond Cirio e la bancarotta.
Oggi la Cirio ha sede in Roma e fa parte del Gruppo cooperativo Conserve Italia che raggruppa vari marchi alimentari e resta il marchio principe della conservazione del pomodoro… come natura crea. O quasi.

sabato 14 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
La sera del 14 aprile 1865, il venerdì santo, Abramo Lincoln, il 16° presidente degli Stati Uniti d'America, venne assassinato.
Quella sera si era recato al Ford's Theatre, Washington, con la moglie per assistere alla rappresentazione dell'opera "Our American Cousin"; la guardia del corpo non era con la coppia presidenziale proprio per volontà del presidente Lincoln.
L'assassino del presidente si chiamava John Wilkes Booth, era un attore e aveva partecipato a numerose rappresentazioni nel Ford's Theatre, conosceva perciò a memoria i copioni delle varie opere e in un momento in cui il pubblico scoppiò a ridere per una battuta, Booth entrò nel palco sopraelevato dove era seduto Abramo Lincoln e lo uccise con un colpo dalla sua pistola calibro 44.
Ucciso il presidente, Booth si lanciò dalla galleria sul palco del teatro e urlò al pubblico presente le celebri parole: "Sic semper tyrannis" (Così sempre per i tiranni), le stesse parole che secondo la tradizione pronunciò Bruto nel momento dell'assassinio di Giulio Cesare.
John Booth a quel punto scappò a cavallo nel Maryland, accompagnato dal complice David Herold, e il giorno successivo all'attentato (il 15 aprile) si fermò nella casa del dottore Samuel Mudd per farsi curare la gamba ferita durante l'assassinio.
Secondo la versione ufficiale John Booth, l'assassino di Lincoln, venne ucciso il 26 aprile da alcuni soldati nordisti nei pressi del fienile di proprietà di Richard Garrett. Ma ci sono altre teorie che affermano che in realtà il corpo dell'uomo ucciso quel giorno non appartenga a Booth ma a un suo complice e che i soldati non abbiano identificato correttamente il corpo bramosi della ricca taglia che vigeva sulla sua testa. 
Il corpo di Lincoln fu riportato in Illinois in treno, con un grandioso corteo funebre che attraversò diversi stati. L'intera nazione pianse l'uomo che molti consideravano il salvatore degli Stati Uniti, nonché protettore e difensore di ciò che Lincoln stesso chiamava "il governo della gente, dalla gente e per la gente". Alcuni critici sostengono che in realtà erano i Confederati a difendere il loro diritto all'auto-governo, diritto che Lincoln aveva soppresso, e che l'unità degli Stati era stata preservata a discapito della sua natura volontaria.
Lincoln venne seppellito all'"Oak Ridge Cemetery" di Springfield, dove nel 1874 fu terminata la costruzione di una tomba in granito alta 54 metri, sormontata da diverse statue di bronzo. Vi sono sepolti anche sua moglie e tre dei suoi quattro figli (Robert è sepolto nel Cimitero nazionale di Arlington). Negli anni successivi alla sua morte vennero compiuti dei tentativi di rubare la salma di Lincoln allo scopo di ottenere un riscatto. Attorno al 1900 Robert Todd Lincoln decise che per prevenire il furto del corpo era necessario costruire una cripta permanente per il padre. La bara di Lincoln fu racchiusa da spesse pareti di cemento, circondate da una gabbia, e sepolta sotto una lastra di pietra. Il 26 settembre 1901 il corpo di Lincoln venne riesumato così da poter essere nuovamente sepolto nella nuova cripta, presso il Lincoln Memorial a Washington, dove riposa a tutt'oggi. I presenti (23 persone compreso Robert Lincoln) - temendo che il corpo potesse essere stato trafugato negli anni intercorsi - decisero comunque di aprire la bara per controllare: quando l'aprirono, furono meravigliati dallo stato di conservazione del corpo, che era stato imbalsamato. Era infatti perfettamente riconoscibile, a più di trent'anni dalla morte.
Sul suo petto vennero rinvenuti i resti della bandiera americana (piccoli brandelli rossi, bianchi e blu) con la quale era stato seppellito, e che si era ormai sgretolata. Tutte e 23 le persone che videro i resti di Lincoln sono scomparse da tempo: l'ultima di queste fu Fleetwood Lindley, che morì il 1º febbraio 1963. Tre giorni prima di morire, Lindley venne intervistato. Disse: «Sì, la sua faccia era bianca come il gesso. I suoi vestiti umidi. Mi venne permesso di reggere una delle strisce di pelle quando calammo il feretro per versare il cemento. Non fui spaventato al momento, ma dormii con Lincoln per i sei mesi successivi».

venerdì 13 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1906 nasce Samuel Beckett.
Samuel Beckett nasce il 13 aprile 1906 in Irlanda, a Foxrock, un piccolo centro vicino a Dublino, dove trascorre un'infanzia tranquilla, non segnata da eventi particolari. Come tutti i ragazzi della sua età frequenta le scuole superiori ma ha la fortuna di accedere al Port Royal School, lo stesso istituto che ospitò qualche decennio addietro nientemeno che Oscar Wilde.
Il carattere di Samuel, però, si discosta nettamente da quello della media dei coetanei. Fin da adolescente, infatti, mostra i segni di un'interiorità esasperata, segnata da una ricerca ossessiva della solitudine, poi evidenziata così bene nel primo romanzo-capolavoro dello scrittore, l'allucinato "Murphy". Non è da credere, ad ogni modo, che Beckett sia stato un pessimo studente: tutt'altro. Inoltre, contrariamente a quanto si possa pensare di un intellettuale (sebbene in erba), è molto portato per gli sport in genere, nei quali eccelle. Si dedica quindi intensivamente alla pratica sportiva, almeno negli anni del college ma, contemporaneamente, non trascura lo studio di Dante, che approfondisce ossessivamente fino a diventarne un vero esperto (cosa assai rara in area anglosassone).
Ma il profondo malessere interiore lo scava inesorabilmente e senza pietà. E' ipersensibile e ipercritico, non solo verso gli altri, ma anche e soprattutto verso se stesso. Sono i segni riconoscibili di un disagio che lo accompagnerà per tutta la vita. Comincia ad isolarsi sempre di più, fino a condurre una vita da vero eremita, per quanto è possibile in una società moderna. Non esce, si chiude in casa e "snobba" completamente chi lo circonda. Probabilmente, si tratta di una sindrome che oggi chiameremmo, con linguaggio smaliziato e forgiato dalla psicoanalisi "depressione". Questo male corrosivo lo costringe a letto giornate intere: spesso, infatti, non riesce ad alzarsi fino a pomeriggio inoltrato, tanto si sente minacciato e vulnerabile rispetto alla realtà esterna. Durante questo aspro periodo, il suo amore per la letteratura e per la poesia cresce sempre di più.
La prima svolta importante avviene nel 1928, quando decide di spostarsi a Parigi in seguito all'assegnazione di una borsa di studio da parte del Trinity College, dove studia francese e italiano. Il trasferimento ha subito effetti positivi: non passa molto tempo perché il ragazzo veda nella nuova città una sorta di sua seconda patria. Inoltre, comincia a interessarsi attivamente alla letteratura: frequenta i circoli letterari parigini dove conosce James Joyce, che gli fa da maestro.
Un altro approdo importante è la scoperta che, in qualche modo, l'esercizio della scrittura ha un effetto benefico sul suo stato, riuscendo a distrarlo dai pensieri ossessivi e fornendo un canale creativo in cui sfogare la sua sensibilità accesa, nonché la fervida immaginazione. In pochi anni, grazie ai ritmi intensi di lavoro a cui si sottopone, e soprattutto all'intuito sorvegliatissimo con cui tratta i testi, si afferma come importante scrittore emergente. Vince un premio letterario per un poema intitolato "Whoroscope", incentrato sul tema della transitorietà della vita. Comincia contemporaneamente uno studio su Proust, autore amatissimo. La riflessione sullo scrittore francese (sfociato poi in un celebre saggio), lo illuminano circa la realtà della vita e dell'esistenza, giungendo alla conclusione che la routine e l'abitudine, "non sono che il cancro del tempo". Un'improvvisa consapevolezza che gli permetterà di imprimere una svolta decisiva alla sua vita.
Infatti, colmo di rinnovato entusiasmo, comincia a viaggiare senza meta per l'Europa, attirato da paesi come la Francia, l'Inghilterra e la Germania, senza trascurare un tour completo della sua terra, l'Irlanda. La vita, il risveglio dei sensi sembrano travolgerlo in pieno: beve, frequenta prostitute e conduce una vita di eccessi e dissolutezze. Si tratta per lui di materia che pulsa, incandescente, flusso energetico che gli permette di comporre poesie ma anche storie brevi. Dopo questo lungo peregrinare, nel 1937 decide di trasferirsi definitivamente a Parigi.
Qui conosce Suzanne Dechevaux-Dumesnil, una donna di diversi anni più vecchia che diventa la sua amante e solo svariati anni più tardi la moglie. Parallelamente agli sconvolgimenti più o meno transitori che contrassegnano la sua vita privata, non mancano quelli generati dalla macchina della Storia, che poco si cura degli individui. Scoppia dunque la seconda guerra mondiale e Beckett opta per l'interventismo, prendendo attivamente parte al conflitto e offrendosi come esperto traduttore per le frange della resistenza. Presto, però, è costretto ad allontanarsi per evitare il pericolo che incombe sulla città e si trasferisce in campagna con Suzanne. Qui lavora come agricoltore e per breve tempo in un ospedale, infine torna a Parigi nel '45, finita la guerra, dove trova ad attenderlo consistenti difficoltà economiche.
Nel periodo fra il '45 e il '50 compone varie opere, tra cui le novelle "Malloy", "Malone muore", "L'innominabile", "Mercier et Camier", e alcune opere teatrali, di fatto una novità nel suo catalogo. Sono le stesse, in pratica, che gli hanno donato fama imperitura e per cui è noto anche al grande pubblico. Vi compare, ad esempio, la celebre pièce "Aspettando Godot", da più parti acclamata come il suo capolavoro. E' l'inaugurazione, negli stessi anni in cui opera Ionesco (altro esponente di spicco di questo "genere"), del teatro cosiddetto dell'assurdo.
L'opera, infatti, vede i due protagonisti, Vladimir ed Estragon, in attesa di un fantomatico datore di lavoro, il signor Godot. Della vicenda non sappiamo nient'altro, né dove si trovino esattamente i due viandanti. Lo spettatore sa solamente che accanto a loro c'è un salice piangente, immagine simbolica che condensa in sé il tutto e il nulla. Da dove vengono i due personaggi e soprattutto da quanto aspettano? Il testo non lo dice ma soprattutto non lo sanno neanche loro stessi, i quali si trovano a rivivere le stesse situazioni, gli stessi dialoghi, gesti, all'infinito, senza poter dare risposte neppure alle domande più ovvie. Gli altri (pochi), personaggi della vicenda sono altrettanto enigmatici....
Al 1957 invece risale la prima rappresentazione di "Finale di partita", al Royal Court Theatre di Londra. Tutti i lavori di Beckett sono estremamente innovativi e si discostano profondamente dalla forma e dagli stereotipi del dramma tradizionale, sia per quello che riguarda lo stile, sia per i temi. Sono banditi intrecci, suspense, trama e insomma tutto quello che generalmente gratifica il pubblico per concentrarsi sulla tematica della solitudine dell'uomo moderno o sul tema della cosiddetta "incomunicabilità" che blinda le coscienze degli esseri umani in un esasperato quanto inevitabile individualismo, nel senso di un'impossibilità di portare la propria insondabile coscienza "di fronte" all'Altro.
A tutte queste ricchissime tematiche si intreccia anche il motivo della perdita di Dio, del suo annientamento nichilistico ad opera della ragione e della storia, presa di coscienza antropologica che getta l'uomo in uno stato di rassegnazione e di impotenza. Lo stile del grandissimo autore è qui caratterizzato da frasi secche, scarne, plasmate sull'andamento e sulle esigenze del dialogo, spesso acre e attraversato da una fendente ironia. Descrizioni di personaggi e ambienti sono ridotti all'essenziale.
Sono caratteristiche tecniche e poetiche che non mancheranno di risvegliare l'interesse anche di parte del mondo musicale, attratto dalle numerose consonanze con le ricerche sul suono svolte fino a quel momento. Su tutti, è da segnalare il lavoro svolto su e intorno la scrittura beckettina dell'americano Morton Feldman (stimato dallo stesso Beckett).
Nel 1969 la grandezza dello scrittore irlandese viene "istituzionalizzata" attraverso l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura. In seguito, ha continuato a scrivere fino alla sua morte, avvenuta il 22 dicembre del 1989.

giovedì 12 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1928 si Inaugura la IX Fiera di Milano, «rito annuale dell’industria e del lavoro», alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Un’edizione speciale, per festeggiare il decennale della vittoria della Grande guerra. Alle 9.45 il re giunge in treno alla Stazione centrale dove lo attendono il podestà Ernesto Belloni e altre autorità. Nello stesso istante in cui il corteo reale lascia la stazione, nei pressi dell’ingresso principale della Fiera, in piazzale Giulio Cesare, scoppia un ordigno a orologeria celato nel basamento in ghisa di un lampione.
La collocazione della bomba segnala l’intenzione di procurare il maggior numero di vittime possibile. «Il basamento di ghisa, di una circonferenza di un metro e mezzo, alto altrettanto, ha centuplicato la violenza dell’esplosione. Ogni scheggia divenne un proiettile». I morti sono sedici, decine i feriti, alcuni gravissimi.
«Malgrado il luttuoso episodio S.M. il Re ha inaugurato ufficialmente la Fiera percorrendone i viali e sostando ai padiglioni più importanti, come era stabilito nel programma. Tutte le altre manifestazioni della giornata, eccezion fatta della serata di gala alla Scala, avranno regolarmente luogo. La polizia sta indagando alacremente per individuare i responsabili».
Per tutto il giorno continuano gli arresti, 400 circa a fine giornata, e le perquisizioni. Intensificati i controlli alle frontiere. Si cercano i responsabili in ambienti comunisti e anarchici.
In serata si diffondono voci che imputano la responsabilità dell’attentato a uomini vicini al segretario federale Mario Giampaoli, capo indiscusso del fascismo milanese. Quella mattina nella caserma della Legione della Milizia Carroccio, in via Mario Pagano, «mentre un milite si allacciava il cinturone tenendo stretto fra le ginocchia il moschetto, partiva inavvertitamente un colpo, che prendeva d’infilata un gruppo di militi, uccidendone due e ferendone tre».
Da subito la dinamica dei fatti non è chiara e le versioni ufficiali sono contraddittorie, tanto da alimentare il sospetto che lo sparatore sia stato anche l’esecutore materiale dell’attentato alla Fiera. Lo stesso giorno la polizia perquisisce la sede della Oberdan, un’associazione fascista con tendenze dichiaratamente repubblicane, vicina a Giampaoli.
Tra gli arrestati vi sono numerosi studenti universitari, alcuni intellettuali e docenti che gravitano intorno alla rivista Pietre. Tra questi gli appartenenti a un’organizzazione segreta ispirata al modello mazziniano da cui riprende il nome “Giovane Italia”. Gli inquirenti scoprono presto che l’associazione non ha fini terroristici.
Nella notte, con un telegramma, Mussolini detta al podestà Belloni la strada che devono seguire le indagini: individuare al più presto i colpevoli, che debbono essere cercati tra gli oppositori antifascisti. Ancora Mussolini a Belloni: «Portate per me dei fiori sulle salme degli innocenti colpiti a morte dalle bestie della criminalità dell’antifascismo impotente e barbaro. Recate il mio saluto e il mio augurio a tutti i feriti. Sono sicuro che Milano fieramente fascista risponderà ai gesti della delinquenza superstite con un grido di più intensa fede nell’avvenire della Nazione e del Regime. I nemici non prevarranno».
In serata partono per Milano alcuni membri del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Istituito nel 1926, il Tribunale ha giurisdizione su ogni strage o attentato e non è subordinato alla Direzione generale di Pubblica Sicurezza.
Il giorno dopo le condizioni dei soldati ricoverati all’ospedale militare per le ferite riportate nell’attentato in piazzale Giulio Cesare non destano più preoccupazioni. Muore però un bambino di soli tre anni: Enrico Ravera è la diciassettesima vittima della bomba alla Fiera. La famiglia dei fratelli Antonio ed Ennio Ravera perde, con la morte di Enrico, il quarto caro (Ennio, oltre al bambino di tre anni ha perso la moglie Natalina, Antonio entrambi i figli, Gian Luigi e Rosina).
«Pietoso pellegrinaggio di cittadini dolenti» per tutto il giorno sul luogo della strage. Nel recinto improvvisato con paletti e fil di ferro che circonda il palo della luce, e dove ancora la sera prima si vedevano qualche brandello di carne e di vesti e macchie di sangue rappreso, sono stati sparsi come su un tumulo fiori e fronde. Anche alla camera ardente allestita al Cimitero Monumentale continua per tutto il giorno il corteo dei parenti, dei conoscenti, degli amici delle vittime. Nella sala un’immensa corona di orchidee donata da Benito Mussolini.
Esaminati i reperti trovati sul luogo dell’attentato, il ten. gen. Mario Grosso, della Sezione distaccata artiglieria, deposita la propria perizia. Schegge di ghisa sparse tutt’intorno in un raggio di 60 metri; esplosione violenta e istantanea avvenuta all’interno del basamento del lampione; tipo di esplosivo: dinamite o gelatina esplosiva; detonazione con un congegno a orologeria; «per ciò che si riferisce all’intervento della corrente elettrica, non solo non si rinvenne alcun conduttore, ma è probabile che se un conduttore fosse resistito, la detonazione sarebbe avvenuta nell’istante in cui il Corteo Reale sfilava di fronte al punto minato, anziché qualche minuto di anticipo».
Le indagini del Tribunale speciale si concentrano sui membri dell’organizzazione comunista clandestina di Milano. Arrestati, tra gli altri, Augusto Lodovichetti e Giuseppe Testa.
Nei pressi di Brunate, vicino a Como, la polizia arresta Romolo Tranquilli, fratello di Secondo, meglio noto con lo pseudonimo di Ignazio Silone. È accusato dell’attentato perché in possesso di una mappa che per gli inquirenti riprodurrebbe piazzale Giulio Cesare (in realtà è la piazza di Como, luogo dell’incontro tra Silone e Luigi Longo). A carico di Romolo vi è inoltre la testimonianza della domestica Adalgisa Valesi, che riconosce in lui l’attentatore, benché in precedenza avesse indicato un’altra persona, Augusto Lodovichetti. Le contraddizioni della testimone non fermano gli inquirenti che vedono in Romolo l’intellettuale di collegamento tra il gruppo comunista e l’ambiente internazionale degli esuli. L’intenzione della milizia è di chiudere l’inchiesta con un processo a rito direttissimo, a porte chiuse. Tranquilli nega di aver partecipato alla strage, ma sarà sottoposto a duri interrogatori e a torture che gli producono gravi lesioni ai polmoni, fino a causarne la morte il 27 ottobre 1932.
Va detto che la versione ufficiale sposta al giorno 13 l’incidente alla caserma della milizia avvenuto il giorno precedente, stesso giorno della strage.
Due giorni dopo la bomba alla Fiera, è il momento dei funerali. «Tutta Milano accompagna all’estremo riposo le vittime della strage in una indimenticabile manifestazione di cordoglio e di esecrazione». Di prima mattina le salme vengono portate in Duomo dalla camera ardente al Cimitero Monumentale. Bare allineate davanti all’altare maggiore: diciassette per le vittime della strage, due per i militi morti nell’incidente della caserma di via Pagano. Nelle tre più piccole, avvolte da un drappo candido, i corpi dei bambini.
Il Partito fascista ha organizzato un’imponente manifestazione. Alle 13 tutti i fascisti si concentrano nelle rispettive sedi rionali per raggiungere incolonnati piazza del Duomo.
Alle 15 il corteo funebre si muove dal Duomo verso il cimitero. «I rintocchi del campanone riprendono e i pesanti battenti della porta scorrono e spalancano l’uscita dal Duomo. Uno squillo di tromba annuncia l’apparizione delle salme. Le autorità fanno ala». C’è anche il generale Umberto Nobile con gran parte dell’equipaggio del dirigibile Italia: il giorno dopo partiranno da Milano per il Polo Nord. Il corteo funebre si avvia quindi verso via Dante, dove «la pioggia dei fiori pare in certi momenti oscurare il cielo».
Il giorno 15 Luigi Mario Gea, di 11 anni, muore all’Ospedale Maggiore. Era stato il padre, un fattorino, a convincere la moglie perché portasse il piccolo al piazzale Giulio Cesare: «Prendi con te il bambino. C’è il Re, c’è l’inaugurazione della Fiera. Lo farai divertire».
Il capo della polizia Arturo Bocchini telegrafa al prefetto di Milano chiedendo costanti aggiornamenti sulle indagini portate avanti dal Tribunale speciale. Per Bocchini è improbabile che gli attentatori siano gli antifascisti in esilio e indica piuttosto di dirigere le indagini verso le associazioni nazionalistiche jugoslave e balcaniche.
Nel pomeriggio del 21 aprile muore all’Ospedale Maggiore la maestra Giuseppina Tognacci, 56 anni, e nella notte Achille Beretta, 20 anni, meccanico. Le vittime della bomba di piazzale Giulio Cesare raggiungono il numero definitivo di venti.
Il 26 aprile l’Agenzia Stefani comunica il bilancio delle indagini sull’attentato alla Fiera di Milano: 560 arresti (probabilmente un terzo di quelli realmente effettuati), 32 deferimenti al Tribunale speciale.
Il 3 maggio in Senato si tiene la commemorazione delle vittime dell’attentato. Nel suo discorso Mussolini chiede «palese ma severa giustizia» e in questo modo scarta la possibilità di celebrare il processo a porte chiuse. La campagna promossa dalla stampa europea a favore degli arrestati, come quella del “Comitato per la difesa delle vittime del fascismo”, ha influito in modo determinante nel cambiamento della strategia processuale da parte delle autorità fasciste.
Il 25 maggio il questore Giovanni Rizzo scrive al capo della polizia Bocchini che i responsabili dell’attentato del 12 aprile alla Fiera di Milano debbono essere cercati nel gruppo anarchico del professor Camillo Berneri, esule a Parigi. La pista anarchica verrà seguita e abbandonata più volte, senza una precisa determinazione del Duce nel perseguirla.
Il 23 gennaio dell'anno successivo i  comunisti arrestati il 13 aprile 1928 escono dall’inchiesta per la strage di Milano del giorno prima, sancendo l’estraneità della loro parte politica dai fatti di piazzale Giulio Cesare. Nel giugno 1931 Augusto Lodovichetti, Ettore Vacchieri, Giuseppe Testa, Sarti detto Maciste, Oreste Bruneri e Antimo Boccolari verranno tuttavia condannati a 12 anni di carcere per la ricostruzione del Partito comunista e incitamento all’odio di classe; la stessa pena toccherà a Romolo Tranquilli, che subisce anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni in regime di sorveglianza speciale.
Il 30 ottobre 1930 in diverse città italiane sono arrestati diversi componenti di Giustizia e Libertà. Tra questi Riccardo Bauer, Vincenzo Calace, Umberto Ceva, Ernesto Rossi. A loro carico l’accusa di aver pianificato una serie di attentati, poi non attuati, per la notte tra il 27 e il 28 ottobre (la ricorrenza della marcia su Roma). La polizia intende addossare all’organizzazione anche la responsabilità della strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 3 novembre 1930 il generale Alfredo Torretta firma la perizia sulle bombe preparate dai membri di Giustizia e Libertà. Il perito, seguendo le indicazioni dell’ispettore Nudi, ricollega la preparazione degli attentati del 27-28 ottobre passato a quello di piazzale Giulio Cesare del 1928. Il chimico Umberto Ceva è identificato quale fabbricatore dell’ordigno.
Il 12 dicembre 1930 una nuova perizia di Mario Grosso ha elevato evidenti contraddizioni alla perizia Torretta. Nel procedimento avviato dal Tribunale speciale nei confronti dei membri di Giustizia e Libertà non vi è alcun riferimento alla strage del 12 aprile 1928. Il “teorema Nudi” sembra destinato ad essere definitivamente archiviato.
Il 9 marzo 1932 Mario Grosso firma una nuova perizia. Nelle premesse afferma che non ci sono sufficienti prove per legare l’ordigno di piazzale Giulio Cesare, davanti alla Fiera, a quello trovato nell’Arcivescovado di Milano il 29 dicembre 1928. Contraddittoriamente, nelle conclusioni scrive: «1) gli ordigni del 9 aprile 1928 (bombe sulla linea Milano-Bologna) e quelli all’Arcivescovado sono stati in modo assolutamente certo preparati dagli stessi individui. 2) Con quasi certezza si può affermare che gli stessi individui hanno preparato anche l’ordigno del piazzale Giulio Cesare del 12 aprile 1928. 3) È probabile che gli individui medesimi non siano estranei alla confezione dell’ordigno scoppiato il 1° maggio 1927 al monumento di Napoleone III» .
Giobbe Giopp, in precedenza identificato quale responsabile della piccola esplosione dimostrativa sotto il monumento di Napoleone III a Milano è coinvolto nell’inchiesta sulla strage del 12 aprile 1928 (anche se in quella data era in carcere da una quindicina di giorni).
Il 25 febbraio 1935 Maria Carnielli rilascia a Guido Leto (della Direzione generale affari riservati della polizia) dichiarazioni contraddittorie. In un interrogatorio la donna accusa Dante Fornasari di aver collocato l’ordigno a piazzale Giulio Cesare, ma la debolezza della sua testimonianza non fa procedere per il momento in questa direzione le indagini.
Il 20 novembre 1940 muore il capo della polizia Arturo Bocchini. Al suo posto Mussolini nominerà Carmine Senise (vice di Bocchini dal 1932). Guido Leto, della Direzione generale affari riservati della polizia, sarà posto a capo dell’Ovra, la polizia politica. Il 14 aprile 1943 Sinise è rimosso dal suo incarico di capo della polizia. Gli succede il generale della Milizia Renzo Chierici.
Il 24 giugno 1943 il capo dell’Ovra Guido Leto e il commissario Ugo Magistrelli indagano di nuovo Giustizia e Libertà per l’eccidio del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano. Riprende campo il “teorema Nudi”.
Lunedì 26 luglio 1943 al vertice della polizia ritorna Carmine Senise, che era stato rimosso dall’incarico il 14 aprile e il giorno successivo il commissario capo Magistrelli interroga Gastone Canziani, vicino alla rivista Pietre e alla Giovane Italia. La polizia vuole anzitutto dimostrare un collegamento tra Canziani e Fornasari quali autori dell’attentato alla Casa degli Italiani di Aubagne (Francia) del 15 gennaio 1932, e di seguito legare tale associazione a delinquere alla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.
Il 28 luglio 1943, tramite un portaordini personale del capo della polizia Carmine Senise, il direttore del carcere di Regina Coeli riceve l’ordine perentorio di trattenere in carcere i presunti responsabili della strage del 1928 in piazzale Giulio Cesare a Milano (Rossi, Bauer, Canziani, Calace e Fornasari), anche in caso di un provvedimento di liberazione dei prigionieri politici. Le pressioni delle manifestazioni popolari e l’appoggio di personalità di spicco dell’antifascismo costringono Senise a rilasciare Rossi, Bauer e Calace il giorno 30.
Giovedì 19 agosto 1943, in un colloquio tra il capo dell’Ovra Guido Leto e il giudice Alfredo Cianciarini del Tribunale militare (sostituito al Tribunale speciale) emerge l’ipotesi di un processo indiziario a carico dei presunti colpevoli della strage del 12 aprile 1928 a Milano che deve concludersi con pene esemplari e la condanna a morte di Fornasari. Il fine politico è la condanna dell’antifascismo repubblicano. Leto riceve l’autorizzazione da Badoglio a proseguire le indagini in tal senso.
L'8 settembre 1943, dopo l’armistizio, le indagini sulla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano s’interrompono.
Il 12 aprile 1978, in occasione del cinquantenario della strage alla Fiera di Milano, Lelio Basso scrive sul Corriere della Sera: «A distanza di 50 anni nulla si sa degli autori dell’attentato […] ed è strano che nessuno, né uno storico né un parente delle vittime, abbia cercato di far luce su una strage, non meno grave nei suoi effetti di quelle tristemente famose del Diana o di piazza Fontana».
Perché non si è fatta luce sulla strage? «La risposta, probabilmente, è più semplice di quanto si possa pensare. È la paura della verità. La paura di scoprire che, dietro alla bomba di piazzale Giulio Cesare ci fosse una verità imbarazzante. Imbarazzante perché, al di là delle dichiarazioni, la parte politica che si ispirava all’antifascismo di Giustizia e Libertà temeva di scoprire un qualche suo coinvolgimento. Imbarazzante per Mussolini stesso, il quale non aveva alcuna intenzione di spingere i suoi sottoposti a concludere l’inchiesta, anche lui timoroso che la verità venisse a galla. E per il capo della polizia? Aveva realmente interesse a scoprire i responsabili? Oppure, come scrisse Guido Leto, questo fu il più grande cruccio di tutta la sua carriera? Troppo tempo è passato da allora, e le vittime della strage del 12 aprile 1928, uccise dalla bomba esplosa davanti al civico 18, dalle sevizie della Milizia o dagli intrighi di polizia senza scrupoli, sono destinate a rimanere senza giustizia».

mercoledì 11 aprile 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 2006 viene arrestato, dopo 43 anni di latitanza, il super boss mafioso Bernardo Provenzano.
Ritenuto uno dei capi di Cosa nostra (la mafia siciliana), succeduto a Totò Riina negli anni '90, Bernardo Provenzano nasce a Corleone il 31 gennaio 1933. Soprannominato Zu Binu, oppure Binnu u tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui stroncava le vite dei nemici), è stato arrestato il giorno 11 aprile 2006, dopo una latitanza record durata oltre quarant'anni (era ricercato dal 9 maggio 1963).
Inizialmente Provenzano apparteneva assieme a Riina alla cosca mafiosa del boss corleonese Luciano Liggio; negli anni '60 commette i suoi primi omicidi. Già da questo periodo la sua fama è quella di terribile killer sanguinario.
In questo periodo si è nel corso della prima guerra di mafia palermitana contro i Navarra. Giuseppe Ruffino, Calogero Bagarella, Giovanni e Bernardo Provenzano, sono quattro tra i sicari i più temuti: la mattina del 9 maggio tendono un agguato a tre esponenti del clan Navarra (Francesco Streva, Biagio Pomilla e Antonino Piraino), eliminandoli.
Dopo aver ricevuto una denuncia per la strage, Bernardo Provenzano fa perdere le sue tracce.
Per i quarant'anni che seguiranno di Provenzano rimarranno solo alcune brevi registrazioni vocali (poi scomparse misteriosamente dal tribunale di Agrigento) e una foto segnaletica risalente al 18 settembre 1959 che raffigurava il volto sbarbato di un uomo elegante, con i capelli ordinati e lucidi di brillantina.
Il suo nome torna prepotentemente nelle cronache il 10 dicembre del 1969 quando cinque uomini con la divisa da finanzieri entrano in una palazzina per eliminare Michele Cavataio, detto "Il Cobra". Provenzano è fra questi: uccide tutti sparando all'impazzata.
Approda ai vertici di Cosa nostra all'inizio degli anni '80. Non è d'accordo con Riina per gli omicidi di Falcone e Borsellino, ma lascia fare. Dopo la risposta dello Stato dell'eliminazione di Leoluca Bagarella (arrestato il 24 giugno 1995), diventa il nuovo capo di Cosanostra; in breve Provenzano cambierà radicalmente il modo d'agire tipico della mafia corleonese. Applica la mediazione, consentendo alla Mafia di rimanere quasi invisibile per oltre un decennio.
Provenzano si considera un ministro investito dall'alto, alla maniera dei vecchi padrini, e come loro si sente come un padre che cresce una famiglia: tipico è riscontrare questa sua tendenza nelle lettere che scrive. In questo sta una differenza fondamentale con il predecessore Riina.
Introduce anche un sistema amministrativo che redistribuisce i proventi alle cosche, organizzandole in organismi spezzati ma ampi, abolendo di fatto la gerarchia tipica della cupola. Suo mezzo di comunicazione sono i cosiddetti "pizzini" (da lui stesso così chiamati), termine siciliano per indicare bigliettini di carta con brevi appunti, nello specifico utilizzati dal boss per comunicare gli ordini.
Provenzano viene segnalato nel 2003 presso una clinica francese vicino Marsiglia, dove si era recato per sottoporsi ad un intervento chirurgico alla prostata. Probabilmente viene accompagnato da Attilio Manca, urologo italiano poi trovato misteriosamente morto a Viterbo per overdose.
E' la mattina dell'11 aprile 2006 quando Bernardo Provenzano viene catturato in località Contrada dei Cavalli, a Corleone, in un casolare di campagna. Solo due settimane prima del ritrovamento, il suo avvocato Salvatore Traina aveva sostenuto che Provenzano era morto da anni. A tradire il boss pare sia stato l'ultimo suo pizzino, inviato alla moglie la mattina stessa dell'arresto, tramite il quale gli investigatori sono risaliti all'abitazione nella quale il boss si rifugiava. Un'altra versione vorrebbe che siano stati seguiti i pacchi di biancheria partiti da casa della moglie verso il casolare.
In precedenza già condannato in contumacia a tre ergastoli (oltre ad altri procedimenti in corso) il giorno successivo all'arresto Provenzano è stato trasferito dal carcere palermitano dell'Ucciardone, al carcere di massima sicurezza di Vocabolo Sabbione (Terni), sottoposto al regime carcerario del 41bis.
Dopo un anno di carcere a Terni, viene trasferito al carcere di Novara a seguito di alcuni malumori degli agenti di Polizia Penitenziaria che si occupavano della sua detenzione.
Dal carcere di Novara, il boss ha più volte tentato di comunicare con l'esterno in codice. Il ministero della Giustizia ha deciso di aggravare il carcere duro per Provenzano, applicandogli il regime di 14 bis in aggiunta al 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che prevede l'isolamento in una cella in cui sono vietate la televisione e la radio portatile.
Il 19 marzo 2011 viene confermata la notizia di un cancro alla vescica.
Inoltre, sempre lo stesso giorno, è stato dichiarato che il boss di Cosa Nostra verrà trasferito dal Carcere di Novara al Carcere di Parma. Nel carcere di Parma il 9 maggio 2012 il boss tenta il suicidio infilando la testa in una busta di plastica con l'obiettivo di soffocarsi ma il tutto viene sventato da un poliziotto penitenziario. Il 23 maggio 2013 la trasmissione televisiva Servizio Pubblico manda in onda un video che ritrae Bernardo Provenzano nel carcere di Parma durante un incontro con la moglie e il figlio datato 15 dicembre 2012; l'ex boss appare fisicamente irriconoscibile, affaticato e mentalmente confuso, tanto da non riuscire a prendere in mano la cornetta del citofono per parlare con il figlio. Durante il colloquio Provenzano non riesce neanche a spiegare con chiarezza al figlio l'origine di una evidente ferita alla testa, prima dichiara di essere stato vittima di percosse, e successivamente di essere caduto accidentalmente. Il 26 luglio 2013 la procura di Palermo dà l'ok per la revoca del 41 Bis a Bernardo Provenzano per le sue condizioni mediche.
Ricoverato all'ospedale San Paolo di Milano, muore il 13 luglio 2016 all'età di 83 anni. I funerali furono vietati per motivi di ordine pubblico dal questore di Palermo. La salma venne quindi cremata nel crematorio del cimitero di Milano. Il 18 luglio le sue ceneri furono sepolte nella tomba di famiglia nel cimitero di Corleone.

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