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domenica 19 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 14 d.C. muore Augusto, il primo imperatore di Roma.
Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto nasce a Roma nel 63 a.C., il padre è Gaio Ottavio e la madre è Azia, la figlia di Giulia, sorella minore di Giulio Cesare. Nel 45 a.C. Cesare lo adotta, poiché egli non ha discendenti maschi. Mentre si trova ad Apollonia, in Grecia, per motivi di studio in attesa di partire per la spedizione contro i Parti, Cesare Ottaviano riceve la notizia della morte di Giulio Cesare avvenuta il 15 marzo del 44 a.C. Torna a Roma per vendicare l'uccisione di Cesare e per raccogliere l'eredità da lui lasciata. All'età di diciannove anni Ottaviano dimostra grande caparbietà e coraggio, riuscendo a tenere testa ai suoi due acerrimi nemici, Marco Antonio e il Senato romano.
Il dissidio tra Ottaviano e Marco Antonio è da subito evidente, poiché quest'ultimo si rifiuta di consegnare subito nelle mani del primo l'eredità di Cesare. Il conflitto più aspro si ha a Modena, in cui Ottaviano appoggiato dai veterani di Cesare e dal Senato ottiene la vittoria contro Marco Antonio.
Nel 43 a.C., accortosi che il Senato appoggia fermamente la forma di governo oligarchica e per cercare di trovare una tregua con Marco Antonio, Ottaviano, in veste di Console, si mette d'accordo con quest'ultimo e Lepido per creare con loro il Triumvirato. Negli anni del Triumvirato i tre ordinano di uccidere i loro nemici, confiscano beni, distribuiscono terre ai veterani di Cesare e arruolano forze militari da impiegare nella battaglia contro i sostenitori di Bruto e Cassio, che si sono rifugiati in Grecia. I tre uomini si spartiscono i territori romani. Nel 42 a.C. le forze armate di Cesare Ottaviano e di Marco Antonio riportano una grande vittoria contro gli uomini di Bruto e Cesare a Filippi.
Nonostante un secondo accordo tra i triumviri e le spartizioni territoriali effettuate, lo scontro tra Marco Antonio e Ottaviano si riaccende, sfociando nella battaglia di Azio del 31 a.C., conclusasi nel 29 a.C. con la vittoria di Ottaviano che nel 27 a.C. riceve l'appellativo di Augusto. Egli ha il compito di riorganizzare l'Impero romano dal punto di vista politico, economico, militare e religioso. Rispettoso delle antiche Istituzioni romane, si appresta a dirigere in modo esemplare l'Impero romano. Egli inoltre alla carica di Console romano accumula anche quelle di princeps Senati e di Imperator, Prenome che può trasmettere agli eredi.
Augusto si rende conto che è arrivato il momento di porre fine alla forma di governo repubblicana, poiché il territorio dell'Impero è molto vasto. Egli, infatti, si rende conto che è giunto il momento di portare avanti nell'Impero una riforma costituzionale; è per questo motivo che nel 27 a.C. sanziona la fine dell'emergenza militare. Cesare Ottaviano Augusto porta avanti all'interno dell'Impero tutta una serie di importanti riforme tra cui la riforma costituzionale, il riordinamento delle Forze Armate, diminuendo il numero delle Legioni da cinquanta a ventotto e infine a diciotto, da l'ordine di realizzare numerose opere pubbliche per abbellire la Capitale imperiale, Roma. Inoltre a livello amministrativo crea nuove Colonie, Provincie e Prefetture, con l'obiettivo di romanizzarle.
Augusto ha nelle sue mani tutto il potere economico del Principato, ma cerca di assicurarsi del fatto che le risorse siano distribuite equamente, in modo tale da avere l'appoggio di tutte le popolazioni assoggettate. Nelle Provincie fa costruire strade, porti commerciali, nuove attrezzature portuali. Nel 23-15 a.C. riordina anche il sistema monetario. Il suo principato, conosciuto per i suoi caratteri pacifici, in realtà è stato funestato da numerose minacce e conflitti come ad esempio quello che interessa la parte nord-ovest della Penisola Iberica dal 29 a.C. al 19 a.C., la quale poi entra a fare parte dell'Impero. Dopo innumerevoli scontri militari anche il confine danubiano e quello renano vengono inglobati definitivamente nei domini imperiali.
Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto muore il 19 agosto del 14 d.C., lasciando nelle mani di Tiberio un grande Impero.

sabato 18 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 agosto.
Il 18 agosto 1750 nasce a Legnago Antonio Salieri.
Antonio Salieri nacque a Legnago in provincia di Verona il 18 agosto 1750 e morì a Vienna all'età di 75 anni.
Fu il più famoso compositore di quei tempi, direttore d'orchestra e insegnante d'eccezione.
Ancora adolescente divenne studente di violino di Giuseppe Tartini, successivamente si trasferì a Venezia con il fratello Francesco per studiare contrappunto alla scuola di Giovanni Pescetti.
Nel 1766 seguì Florian Leopold Gassmann, Kapellmeister (Maestro di cappella) a Vienna alla corte di Giuseppe II d'Asburgo. Nello stesso anno debuttò con grande successo con l'opera "Le Donne letterate"; l'anno successivo replicò con l'"Armida".
Alla morte di Gassmann nel 1774, Salieri venne nominato Maestro di Cappella dell'Opera Italiana e iniziò così la sua folgorante carriera di compositore. Nel 1788 divenne Hof-Kapellmeister, cioè a capo di ogni attività musicale, incarico che mantenne fino al 1824.
Alle opere del debutto fece seguito la composizione dell'opera che lo avrebbe consacrato nel panorama musicale dell'epoca, "Europa riconosciuta", commissionatagli dall'imperatrice Maria Teresa d'Austria e che era destinata all'inaugurazione, il 3 agosto del 1778, del Nuovo Regio Ducal Teatro (l'attuale Teatro alla Scala) eretto a Milano.
Nel suo ruolo d'insegnante, Salieri, ebbe come allievi molti musicisti destinati alla celebrità: da Beethoven a Schubert, da Liszt a Czerny, Hummel ed uno dei figli di Mozart.
Fra le sue 39 composizioni per il teatro vanno ricordate: "La Scuola de' gelosi" (1778), "Der Rauchfangkehrer" (1781), "Les Danaïdes" (1784, attribuita in un primo tempo a Gluck), "Tarare" (1787), "Axur, re d'Ormus" (1788), "Palmira, Regina di Persia" (1795) e "Falstaff o sia le tre burle" (1799, tema tratto da Le allegre comari di Windsor di Shakespeare che sarà poi ripreso da Giuseppe Verdi per il suo Falstaff).
Salieri che nella sua produzione musicale vanta anche 26 variazioni su "La Follia di Spagna" (1815) e diverse serenate, morì a Vienna il 7 maggio 1825 e venne sepolto al cimitero Zentralfriedhof. Al suo funerale Schubert, suo allievo prediletto, diresse il Requiem che lo stesso Salieri scrisse diverso tempo prima per la propria morte.
Ai giorni nostri Antonio Salieri viene ricordato per la sua presunta rivalità con Mozart a cui seguirono oltre ad accuse di plagio anche, quella più grave, di aver assassinato il famoso compositore salisburghese, episodio mai dimostrato e tuttavia riproposto con forza visionaria dal regista Miloš Forman nel film Amadeus. Tale rivalità è in realtà piuttosto improbabile in quanto in quei tempi Salieri riceveva maggior apprezzamento rispetto a Mozart e, addirittura, qualcuno ipotizzò che fosse stato Mozart a plagiare Salieri.
Ricordiamo che a Legnago, città natia del compositore, gli è stato dedicato il Teatro della città dove vengono riproposte numerose sue opere e composizioni.

venerdì 17 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 agosto.
Il 17 agosto 1982, in una fabbrica Philips nei pressi di Hannover, viene registrato il primo compact disc della storia, che conteneva l'album degli Abba, The Visitors.
La musica è qualcosa che, a differenza di altre forme artistiche e creative, tende per sua stessa natura all'immaterialità, alla temporaneità, all'effimero; vibrazioni nell'aria che, una volta passate, sembrano svanire nel nulla. E in antitesi a questa immaterialità da sempre, l'uomo, ha cercato di catturare, di fermare nella materia il suono.
La storia dei supporti audio è, dunque, la storia di questa ricerca.
Possiamo individuare nel fonografo il primo sistema in grado di registrare e riprodurre suoni.
Una primissima forma di fonografo, definito in realtà fonoautografo, nasce nel 1857 per opera di Leon Scott de Martinville; l'apparecchio si limitava in realtà a trascrivere graficamente le onde sonore su un supporto materiale (vetro annerito con fumo prima, carta poi), ma non era capace di riprodurre da queste suoni.
Il fonografo vero e proprio arriva invece nel 1877, ed è invenzione dell'americano Thomas Edison. Il supporto per la registrazione (e la riproduzione), inizialmente un foglio di stagno, era di forma cilindrica. Dieci anni più tardi fu il tedesco Emilie Berliner a introdurre la scrittura e la riproduzione su disco, invece che su cilindro. Per qualche tempo vennero proposte in commercio registrazioni in ambedue i formati (disco e cilindro), ma nei primi anni del 900 il disco incontrò un successo e una diffusione sempre maggiori, diventando poi l'unico supporto sul mercato.
Nel 1925 viene ufficialmente introdotto uno standard per la velocità dei dischi: 78 giri al minuto.
Gli originali dischi in gommalacca a 78 giri vengono sostituiti, a partire dal 1948, dai dischi in PVC (cloruro di polivinile, materiale più flessibile e resistente della gommalacca) a 33 giri: caratterizzati da un solco inciso di dimensioni nettamente minori (si parla infatti di microsolco), portarono la durata della registrazione oltre i 25 minuti per facciata, con un significativo incremento della stessa qualità audio.
Oltre agli LP (Long Playing) da 25-30 minuti per facciata, si diffusero anche i dischi a 45 giri (circa 5 minuti per facciata) e, per qualche tempo, furono sul mercato anche gli LLP a 16 giri (circa 60 minuti per facciata).
Sebbene fin dagli anni 30 fossero state ideate soluzioni tecniche per l'incisione e la riproduzione su due canali, la commercializzazione dei dischi stereofonici si affermò solo a partire dagli anni sessanta.
I dischi in vinile sono prodotti a partire da matrici metalliche mediante un sistema di stampaggio a caldo. Nel processo di incisione, in base alle caratteristiche tecniche del supporto stesso, viene utilizzato uno specifico filtro standard per attenuare la presenza di basse frequenze; nella riproduzione mediante giradischi, in fase di preamplificazione viene quindi applicata un'equalizzazione opposta (equalizzazione RIAA), che esalta la gamma bassa e attenua dolcemente gli alti contribuendo al sound caldo e morbido caratteristico del supporto.
La riproduzione dei dischi, tramite il giradischi (in origine chiamato grammofono), è ovviamente analogica: una puntina (in diamante o altro materiale sintetico) a contatto con il disco che ruota, vibra sulla base delle irregolarità presenti sul supporto stesso, vibrazioni che vengono quindi convertite in segnale elettrico.
La qualità audio è elevata e, in impianti di alto livello, viene ritenuta da molti appassionati superiore a quella del CD.
Indissolubilmente legato al disco in vinile (e in modo particolare all'LP) è il packaging: le copertine divengono parte dell'oggetto artistico stesso, grafiche e fotografie sono associate per sempre al contenuto musicale dell'album.
La musicassetta viene immessa sul mercato dalla Philips nel 1963. L'audio è inciso su un nastro magnetico contenuto all'interno di una struttura in plastica.
Sebbene la qualità audio fosse inizialmente scarsa e poco adatta all'ascolto musicale, questa aumentò progressivamente a partire dagli anni settanta, sia per le evoluzioni nella tecnologia del nastro magnetico stesso, sia come conseguenza della diffusione sul mercato di impianti per la riproduzione sempre migliori.
La musicassetta, come il disco, prevede un lato A e un lato B, dove possono essere contenute due tracce stereo (una per lato); la lunghezza del nastro, più sottile all'aumentare della stessa, è misurata in minuti (lato A+lato B; compresi fra i 30 e i 120 minuti i formati a maggiore diffusione).
Uno dei vantaggi fondamentali della musicassetta rispetto al disco in vinile è la disponibilità, anche su impianti economici, della registrazione audio: per la prima volta è offerta anche a livello amatoriale la possibilità di registrare audio, duplicare altre musicassette (o riversarvi audio da altre sorgenti), realizzare compilation personalizzate.
La cassetta rimarrà, a livello domestico, il supporto principale in questo senso fino alla diffusione dei masterizzatori per CD-R, verso la fine degli anni novanta.
I riproduttori di musicassette si diffondono fin dagli anni 70 anche sulle autoradio, mentre nel 1979 Sony introduce il Walkman, registratore portatile che avrà grandissimo successo commerciale.
In linea di massima, la qualità audio della musicassetta, anche nelle sue evoluzioni migliori, è generalmente considerata inferiore a quella del disco in vinile e del CD.
Caso a sé rappresenta il DAT (Digital Audio Tape), nastro digitale sviluppato da Sony e Philips, immesso sul mercato nella seconda metà degli anni ottanta. Sebbene offrisse una qualità audio elevata (paragonabile a quella del CD), il suo utilizzo è rimasto sostanzialmente confinato all'ambito professionale.
Il CD audio (Compact Disc Digital Audio) è introdotto da Sony e Philips nel 1980. Nato fondamentalmente come supporto prestampato (quindi di sola lettura), è costituito da un disco di piccole dimensioni (12 cm di diametro) in materiale plastico, contenente uno strato metallico; il suono è memorizzato in formato digitale praticando microcavità sulla superficie metallica del disco stesso, poi ricoperta da una pellicola protettiva.
La lettura del disco è ottica, ed è realizzata mediante un raggio un laser che viene riflesso in base alle caratteristiche della superficie del CD.
I CD audio prevedono audio stereofonico campionato a 44.1 kHz e 16 bit, per una durata massima di 74 minuti.
Il CD si è imposto, nel corso degli anni 80 e 90, quale nuovo formato di riferimento per l'ascolto musicale, sostituendo a livello commerciale il disco in vinile prima, e la musicassetta poi (con la diffusione a livello domestico dei masterizzatori per CD-R).
La qualità audio è elevata e caratterizzata da un audio estremamente pulito e dettagliato, sebbene molti audiofili lamentino la mancanza del sound caldo e morbido tipico dei sistemi analogici.
In particolare, i compact disc di prima generazione sono stati spesso accusati di eccessiva freddezza e sbilanciamento verso le alte frequenze, problematiche che si sono decisamente attenuate a partire dai primi anni 90, con l'introduzione di processi di mastering a 20 e 24 bit.
Lanciato dalla Sony nel 1992 con l'intenzione di trovare un sostituto moderno alla musicassetta (al tempo era impossibile masterizzare CD a livello domestico), il MiniDisk offriva una qualità audio molto vicina a quella del compact disc, unita alla possibilità di registrare e cancellare il contenuto un numero quasi infinito di volte, oltre a poter compiere alcune operazioni di editing sull'audio stesso.
Pensato anche come soluzione ideale per l'audio portatile, il MD racchiude e protegge il disco vero e proprio in una struttura di plastica rigida di piccole dimensioni (circa 7 cm per lato).
Il MD è un supporto magneto-ottico, dove l'audio è memorizzato in formato digitale compresso (ATRAC, un algoritmo proprietario di Sony); un disco può contenere fino a 74 minuti di musica.
Il MiniDisc, nonostante l'indubbia versatilità e l'ottima qualità audio, non ha mai ottenuto il successo sperato: da un lato la diffusione dei masterizzatori per CD-R a livello domestico prima, e dei formati audio liquidi poi, ne hanno ridimensionato i vantaggi sul piano pratico; dall'altro, l'elevato costo dei registratori MD ne ha limitato la diffusione durante gli anni 90.

giovedì 16 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 agosto.
Il 16 agosto 1980 hanno inizio gli scioperi in Polonia promossi dal sindacato Solidarnosc e dal suo leader, Lech Walesa.
Solidarnosc era il sindacato polacco indipendente e autogestito, sorto dal movimento operaio organizzatosi e maturato in modo alternativo ai sindacati ufficiali promossi dal governo comunista; pur raggruppando elementi della sinistra laica e riformista, esso si appoggiava alla cultura solidaristica cattolica, rivitalizzata dall'elezione del primo papa polacco della storia e dalla sua visita in Polonia del giugno 1979. Nell'estate 1980 il governo polacco decretò pesanti rincari e razionamenti dei generi di prima necessità per far fronte alla gravissima crisi economica in cui il Paese era precipitato. La risposta dei lavoratori non si fece attendere: decine di fabbriche furono occupate, seguendo l'esempio dei cantieri navali “Lenin” di Danzica. Leader della protesta era un ex elettricista di nome L. Wałesa, licenziato alcuni mesi prima per aver tentato di creare un sindacato indipendente. I cantieri di Danzica divennero la sede del Comitato centrale di tutti gli scioperanti polacchi, riunitisi in un unico sindacato, denominato appunto Solidarność (Solidarietà); al termine di un estenuante braccio di ferro con le autorità, il 30 agosto e il 3 settembre 1980 vennero firmati gli accordi di Danzica, in 21 punti, grazie ai quali veniva riconosciuto il diritto di sciopero e veniva accettata la costituzione di un sindacato indipendente dal Partito comunista. Il nuovo sindacato così sorto nel settembre 1980 crebbe rapidamente (oltre dieci milioni di iscritti in breve tempo) diventando di fatto un centro di potere alternativo, incompatibile col sistema comunista polacco. La situazione continuò a deteriorarsi, finché nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1981 il generale W. Jaruzelski, che dal 18 ottobre precedente riuniva in sé la carica di ministro della Difesa, segretario del Partito comunista e capo del governo, compì un colpo di stato. Forte dell'appoggio dell'Unione Sovietica, egli impose la legge marziale, su tutto il territorio polacco, facendo sospendere i diritti costituzionali, rendendo nulli gli accordi di Danzica e facendo internare Wałesa (eletto nel frattempo presidente del sindacato) assieme a migliaia di militanti. Nel corso del 1982, tuttavia, la società polacca, confortata dalla solidarietà internazionale, operò una resistenza quotidiana che affiancava quella attiva sostenuta dalla costituita direzione clandestina di Solidarność. Nel maggio furono sciolti tutti i sindacati, fino ad allora sospesi, ma nell'autunno successivo, grazie anche all'attiva mediazione della Chiesa cattolica, si ebbe un momento di distensione che condusse alla liberazione di Wałesa e alla sospensione dello stato di guerra (poi abolito nel luglio 1983). Sebbene fossero ormai pochi a credere a una possibile rinascita di Solidarność, Wałesa, cui venne assegnato nell'ottobre 1983 il premio Nobel per la pace, riuscì a trovare spazi d'azione e di dialogo non violento, nonostante episodi come il rapimento e l'assassinio di padre Popiełuszko da parte di agenti della polizia politica. Le amnistie e la liberazione dei prigionieri politici, i nuovi pellegrinaggi polacchi del papa, il fallimento del referendum voluto dal governo nel 1987 e osteggiato dal sindacato, riorganizzatosi informalmente, prepararono gli scioperi della primavera del 1988; nell'agosto seguente furono ripresi i contatti ufficiali tra le parti sociali e si avviò una tavola rotonda tra governo e opposizione che si raccolse intorno a un Comitato civico. La condizione era un nuovo riconoscimento ufficiale di Solidarność, riconoscimento che avvenne nell'aprile 1989. Gli accordi della tavola rotonda, sviluppatisi in un clima internazionale che già lasciava intravedere la crisi definitiva dei regimi comunisti dell'Europa orientale, prevedevano elezioni parzialmente libere: al Senato, nel giugno 1989 furono eletti 99 candidati di Solidarność su 100 seggi. Intorno al sindacato si coagulò infatti una vera forza politica; l'elezione di Jaruzelski come primo presidente della Repubblica polacca fu possibile grazie all'appoggio di alcuni parlamentari di Solidarność, che nel maggio 1990 colse un nuovo successo elettorale attraverso i suoi Comitati civici. Intanto un uomo proposto da Wałesa, ancora presidente del sindacato, T. Mazowiecki, era diventato primo ministro (settembre 1989). Quando, infine, Jaruzelski rimise il mandato al Parlamento, Wałesa venne eletto democraticamente e a suffragio universale presidente della Repubblica (1990) col 74% dei voti. Mentre per il leader sindacale iniziava una nuova fatica di mediatore tra i tanti partiti rifioriti nella lotta politica, per Solidarność si apriva una nuova fase, rivolta a ricostruire la propria identità di sindacato in un sistema pluralista, alle prese, in una economia di mercato incerta e squilibrata, con inflazione e disoccupazione. Gli anni Novanta, comunque, vedevano un declino della politica di Solidarność che, a eccezione delle elezioni parlamentari del 1997, non riusciva a riscuotere il favore dell'elettorato polacco sia nelle consultazioni politiche del 1993, sia nelle presidenziali del 1995 e del 2000, nelle quali il suo leader Wałesa non otteneva la vittoria. Infatti le presidenziali del 2000 determinavano il trionfo di A. Kwasniewski, leader degli ex comunisti dell'Alleanza per la Sinistra Democratica (SLD), per cui Wałesa decideva di abbandonare la vita politica.

mercoledì 15 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 agosto.
Il 15 agosto 1328 la famiglia Gonzaga prende possesso della città di Mantova.
Quanto più una famiglia è rinomata ed illustre, tanto diverse sono le opinioni degli storici su di essa. Non fa eccezione quella dei Gonzaga in quanto alcuni affermano che fossero giunti dalla Germania all'era di Carlo Magno, altri che discendessero dalla stirpe Gongiga, nobili Longobardi. Molto più realistica sembra invece la provenienza quali soldati, da membri cadetti della famiglia Corradi, a guardia dell'antichissimo borgo Gonzaga e del grande Monastero di Canossa, anche se il Sansovino, nel suo trattato dell'Origine delle Famiglie Illustri d'Italia, sostiene che questa famiglia provenisse dalla Toscana, fosse poi passata in Lombardia e avesse acquistato le città di Modena e di Reggio, assumendo il titolo comitale.
L'ascesa dei Gonzaga inizia con la presa del potere a Mantova di LUIGI GONZAGA il 15 agosto 1328, che viene eletto Capitano del popolo. In effetti si trattò di una congiura ai danni dell'amico e padrone Rinaldo Bonacolsi, detto il Passerino, che era stato eletto Vicario Imperiale di Mantova da Enrico VII.
La famiglia Bonacolsi, con Rinaldo, una volta eliminati i propri nemici, pensò di essere intoccabile. Male gliene incolse, perché i Gonzaga incominciavano ormai a prosperare all'ombra della famiglia dominante. Alla morte del Passerino che maltrattava le sue genti, e procurata dallo stesso Luigi, il Gonzaga fu proclamato a furor di popolo, Salvatore e Signore di Mantova.
In verità sembra che i Gonzaga già nel XIII secolo incominciassero a farsi notare come giudici, oculati amministratori ed ambasciatori. Pertanto godranno della benevolenza e dell'amicizia dei Bonacolsi, quali amici "fidati" al punto che Luigi poté entrare in Mantova cogliendo di sorpresa il Bonacolsi con l'aiuto di truppe scaligere e di Guglielmo da Castelbarco. Di questa esperienza i Gonzaga fecero tesoro non abbassando mai la guardia ed anzi cercando di ampliare la base familiare con legami di parentela e di clientela.
Tra il 1339 ed il 1358 i Gonzaga aumentano notevolmente il patrimonio fondiario (terreni, case, mulini) e la loro ricchezza sarà all'inizio del XVI secolo pari ad un decimo del territorio mantovano. Si arricchiscono pure durante le guerre tra Venezia e Milano, sia da un punto di vista fondiario che monetario e la stessa città di Mantova, con il benessere si allarga con l'avvento di nuove famiglie e splendide costruzioni edilizie. Ottimi i rapporti con la vicina Venezia, che in perpetua guerra col Turco, comperava il grano della pianura e con il ricavato, i Gonzaga reinvestivano ad interesse nella stessa Venezia.
Mentre Luigi fu un eletto dal popolo, già alla seconda generazione, si passò dalla signoria al marchesato sotto Gianfrancesco (1444), al ducato con Federico II (1530) con possibilità di avvicinarsi vieppiù alla maestà dell'Imperatore. Per avere sempre più rappresentatività vengono chiamati a Corte nomi di illustri statisti ed artisti, perché ormai il Signore di Mantova è accettato alla Corte delle famiglie più illustri e a quella dei re.
Fra la fine del quattrocento e quella del cinquecento (con Isabella d'Este e Vincenzo Gonzaga) la dinastia e la stessa società urbana vivono il loro periodo migliore. Fioriscono le arti della lana e della seta; aumentano le fortune pecuniarie della Corte; l'acquisizione del Monferrato rivela essere un affare veramente proficuo per le casse dello stato (nozze fra Federico e Margherita Paleologa); la stessa presenza di Francia e Spagna sul territorio italiano permettono nuove occasioni di crescita di nobiltà e di ricchezza. In questo periodo sono chiamati a Corte il Pisanello, il Domenichino, Dosso Dossi, Rubens e Andrea Mantegna.
Al culmine della loro potenza, anche per l'efficace politica parentale, il dominio dei Gonzaga si estendeva oltre a Mantova e Casale, a Guastalla (1557-1746), a Novellara e Bagnolo (1644-1678), a Sabbioneta (1550-1637), a Pomponesco (1580-1609), a Bozzolo (1593-1670), a Castiglione delle Stiviere (1562-1723), a Solferino (1638-1680), a San Martino (1614-1670).
Ma tanta magnificenza è scaricata soprattutto sulla tassazione delle popolazioni rurali con lo sfruttamento dei contadini. Vi è perciò grande malessere nelle campagne con l'incremento dei privilegi dei nobili e degli ecclesiastici. Vi furono perciò tutta una serie di ribellioni, duramente represse dalle milizie, che durarono fino alla fine dell'egemonia gonzaghesca.
In verità il terzo duca, Guglielmo (1550-1587), educato alla carriera ecclesiastica, e giunto al governo casualmente, in seguito alla morte del fratello Francesco, riduce fortemente le spese e gli sprechi della Corte, privilegiando la sola musica. Aumenta il corpo diplomatico, potendo diminuire in tal modo le spese militari e di conseguenza aumenta le entrate fiscali senza imporre nuovi balzelli e tributi. Egli sarà l'ultimo della casata gonzaghesca ad essere ancora ben presente in uno scenario politico, dominato ormai dalle grandi potenze straniere.
Col XVII secolo, il ruolo di Stato diviene sempre più marginale, pur imponendo costi crescenti, riflettentisi soprattutto sulla popolazione rurale. Con Vincenzo I (1562-1612) vi sono segni importanti di declino (ritorno ad una corte fastosa, elevate spese di rappresentanza del Duca, fine di una neutralità con costosissime imprese militari contro i turchi, costruzione della cittadella di Casale Monferrato). Tutto ciò costringe il Gonzaga ad aumentare l'imposizione ai sudditi, ad indebitarsi egli stesso e a cedere molte delle sue terre, creando feudi a favore di famiglie mantovane e non, che si erano arricchite con le magistrature ed i commerci. Così le rendite della famiglia decrescono sensibilmente, al punto che un ignoto cortigiano consiglierà Ferdinando, successo a Vincenzo, di restringersi economicamente in modo da parificare entrate ed interessi e che Daniele Nys si offre di acquistare una parte della sua notevole collezione di quadri, venduta poi ad un prezzo irrisorio a Carlo I d'Inghilterra.
La situazione familiare si aggraverà ancora alla morte dell'ultimo duca Vincenzo II (1594-1627), malgrado nuovi tentativi economico-matrimoniali con i Savoia sul contenzioso apertosi per il Monferrato, ed alla devoluzione dello Stato a Carlo I Gonzaga-Nevers, nipote di Ludovico, terzogenito di Margherita Paleologa, che nel 1549 era stato inviato, su insistenza della madre, al servizio del Delfino di Francia e che divenne così VIII duca di Mantova e VI del Monferrato.
L'avvento del ramo collaterale della famiglia sarà il più brutto periodo della storia mantovana. Vi sarà infatti la guerra per la successione di Mantova e del Monferrato, con il sacco della città da parte dei lanzichenecchi (1629-1630). Mantova era considerata quasi imprendibile perché posta in mezzo alle paludi, poi in parte bonificate, ma rese di nuovo attive con la discesa dei lanzichenecchi, che fecero tagli agli argini per prendere la città. Questi fatti ridurranno il mantovano in estrema miseria: la città devastata, i villaggi saccheggiati, i campi incolti. Seguì inoltre una rilevante immigrazione di avventurieri e di nuovi contadini che, a causa dello scadimento dell'autorità statale e della dissennata prodigalità degli ultimi Gonzaga, portarono alla cacciata di Ferdinando Carlo con l'arrivo delle truppe e degli amministratori absburgici, che relegarono la città ai confini dell'impero.
Dal 1707 al 1797, Mantova visse di nuove iniziative sia pubbliche che private, fino all'avvento delle truppe napoleoniche, che la sommersero di tasse e trafugarono in Francia magnifici reperti. Alla morte di Napoleone, ritornò la dominazione austriaca che fece di Mantova una città del Quadrilatero e la relegò a città di confine. Nel 1866 divenne finalmente parte dello Stato Italiano.

martedì 14 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 agosto.
Il 14 agosto 1880 viene completata la costruzione del Duomo di Colonia.
La Cattedrale di Colonia è uno dei massimi esempi di purezza, armonia e perfezione dell’arte gotica, ma anche il cuore vivo e pulsante di una metropoli, che tramite essa innalza al cielo la sua invocazione.
Questo grandioso tempio in stile francese, che si ispira alle grandi chiese di Amiens e di Beauvais, fu iniziato nel 1248: fu allora che l’arcivescovo Konrad von Hochstaden posò la prima pietra. L’idea di innalzare una cattedrale a Colonia aveva preso corpo più di ottant’anni prima, quando l’arcivescovo Reinald di Dassel aveva sottratto a Milano le presunte reliquie dei Re Magi, lì portate dall’imperatore Costantino e da sua madre sant’Elena dopo averle recuperate in Oriente.
Giunti a Colonia, i resti mortali di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre erano stati collocati nel Duomo carolingio di San Pietro; ma i sapienti Re che per primi avevano onorato Gesù Bambino meritavano una dimora più consona: una maestosa cattedrale. Dal 1248 i lavori proseguirono fino al 1560 - il Petrarca, in visita a Colonia, scrisse: «Ho visto in mezzo alla città un tempio bellissimo, sebbene incompleto, che non immeritatamente chiamano sommo» - dopodiché subirono una lunghissima interruzione fino all’Ottocento, sia a causa della mancanza di mezzi finanziari, sia per la posizione «infelice» di Colonia, avamposto del Cattolicesimo nella protestante Germania.
Per più di tre secoli l’imponente struttura con la sua torre meridionale monca dominò la città; e bisognò aspettare il Romanticismo tedesco e il suo interesse per tutto ciò che parlasse di Medio Evo perché qualcuno si prendesse di nuovo a cuore il destino della cattedrale incompiuta. Inaugurati i lavori da Federico Guglielmo IV, nel 1880 la chiesa fu terminata. Intitolata ai santi Pietro e Maria, la cattedrale si innalza nel medesimo luogo un tempo occupato dal Duomo di San Pietro, a sua volta costruito nei pressi di un luogo di culto pagano dedicato a Mercurio.
Nel corso della Seconda guerra mondiale subì ingenti danni a causa dei ripetuti bombardamenti: basta pensare che nel solo 29 giugno del 1943 furono sganciate sulla città 1.614 tonnellate di bombe, e il 2 marzo 1945 tremila tonnellate. Fra l’altro un ordigno penetrato nel transetto distrusse l’organo; ma nonostante tutto e a differenza di altre importanti chiese della Germania, rimase in piedi. La sua facciata aerea evoca alla mente le parole che Johann Wolfgang Goethe scrisse dopo aver visitato una cattedrale gotica:
«Quando mi (ci) diressi per la prima volta, avevo la testa piena di nozioni sul buon gusto… Sotto la voce gotico, come in un articolo del vocabolario, accumulavo tutte le nozioni sinonime e erronee che mi erano state inculcate: imprecisione, disordine, affettazione, eterogeneità, rattoppo, sovraccarico… Camminando tremavo in anticipo all’idea di vedere un mostro informe, confuso, arruffato. Quanto fu inattesa la sensazione che mi assalì quando scoprii l’edificio! Il mio animo era penetrato da una fortissima impressione, che potevo certamente gustare e assaporare, ma non definire o spiegare, poiché essa proveniva da mille dettagli che si armonizzavano».
È proprio questo l’effetto a cui aspiravano i costruttori di cattedrali, depositari di un sapere che affondava le sue radici nella storia, di segreti tramandati di generazione in generazione: il messaggio scritto su pietre e marmi è un invito a percorrere un cammino di iniziazione, che porta ai misteri della natura e di Dio, e a quel mistero ancor più fitto che è l’uomo. Lo scopo della Cattedrale di Colonia non era di appagare il senso estetico, bensì di risvegliare l’uomo totale, universale. Ecco allora che la Cattedrale si trasforma in un simbolo, in un ritratto interiore, in una rivelazione dove ogni forma è vivificata dallo spirito. Essa è la città di Dio, la Gerusalemme celeste dove tutti i Giusti troveranno posto. Sono concetti difficili da comprendere appieno, ma che è facile percepire non appena si mette piede nella Cattedrale di Colonia. La più bella chiesa tedesca parla direttamente al cuore, ma lo fa sotto forma di simboli, con parole che non designano, ma alludono.
Mentre quasi tutte le costruzioni di oggi sono di facile decifrazione, in una cattedrale gotica ogni particolare è carico di significati pregnanti. Tutto risponde a un progetto preciso, ideato dal maestro d’opera affinché la pietra si tramutasse in poesia, e la Scrittura diventasse Architettura. Questo è appunto il Duomo di Colonia. Se osservare dal basso le sue torri, che toccano i 157 metri di altezza, procura un senso di vertigine, l’interno lascia a bocca aperta: cinque splendide navate, con quella centrale che supera i 40 metri di altezza e nella quale ogni colonna, ogni venatura del marmo, si protende verso il cielo. Proprio come i 1.350 metri quadrati di vetrate colorate che incombono sul coro, con le loro storie dell’Antico Testamento che sembrano scritte nel cielo e i cui colori rispondono a precisi significati: il bianco è simbolo di purezza e di verità, il blu di castità, il rosso di amore e il nero di errore e dannazione. O come gli splendidi, trecenteschi stalli del coro - i più grandi della Germania - e le pregevoli statue che rappresentano Gesù, Maria e i dodici Apostoli.
Persino l’Ara dei Re Magi, dietro l’altare principale, sembra rivendicare con le sue dimensioni l’ambizione della cattedrale di colpire il visitatore ispirandogli sentimenti di grandezza: in legno e argento, pesante trecento chili, alta più di un metro e mezzo e lunga più di due metri, è il più grande sarcofago d’Europa. Impossibile stabilire se le ossa in essa ritrovate appartengano veramente ai tre Santi Re; quello che è certo, invece, è che contiene le reliquie dei patroni della città: san Felice, san Nabor e san Gregorio da Spoleto.
509 gradini conducono alla piattaforma panoramica della torre meridionale: un «volo» su Colonia, che non finisce di stupire per l’audacia di chi eresse simili meraviglie.
Più in alto ancora, dalla cella campanaria vegliano su Colonia 8 campane, fra le quali spicca «Peter der Grosse» (il Grande Pietro), che con i suoi 24.000 kg è la più grande campana a battaglio del mondo.
 

lunedì 13 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 agosto.
Il 13 agosto 1624 Re Luigi XIII nomina il Cardinale Richelieu primo ministro di Francia.
Il padre François du Plessis, signore di Richelieu, discendente da una famiglia nobile ma decaduta, è un valoroso ufficiale dell'esercito francese che, dopo aver servito fedelmente Enrico III, prima, ed Enrico IV, subito dopo, viene investito di importanti funzioni di alta magistratura (Gran prevòt). Padre di cinque figli, avuti dalla moglie Susanna de La Porte, morendo prematuramente lascia alla vedova l'onere di crescere i ragazzi, tutti in tenera età. Non avrà quindi modo di assistere alla grande riabilitazione di cui il nome della sua famiglia potrà godere grazie al suo terzogenito, Armand-Jean, che da bambino povero ed orfano di padre (ha soltanto cinque anni quando perde il genitore), saprà trasformarsi in una figura di così grande spessore da incutere rispetto e soggezione nelle diplomazie di mezza Europa.
Armand-Jean, nato a Parigi il 9 settembre 1585, grazie ai meriti paterni può studiare nel collegio di Navarra e, subito dopo, intraprendere la vita militare, ma un fatto nuovo interviene a mutarne le prospettive di vita e di carriera: suo fratello Alphonse, che ha preso i voti per divenire vescovo di Lucon - in funzione di un antico privilegio della famiglia - si ammala gravemente al punto da non poter più occuparsi di nulla. Per non perdere quel beneficio Armand deve precipitosamente spogliarsi della divisa e, con qualche forzatura ad opera del Papa e del sovrano, va a sostituire il fratello vestendo gli abiti religiosi.
Ad appena 21 anni, dunque, viene ordinato vescovo e, nonostante la giovane età, riesce a distinguersi per il rigore che impone subito al clero della sua diocesi. Si impegna inoltre nel dare nuovo impulso alle missioni ed avvia una proficua campagna di conversione degli ugonotti, com'erano detti i protestanti calvinisti francesi.
Otto anni dopo, nel 1614, con la nomina a delegato agli Stati generali riesce a farsi apprezzare per le doti diplomatiche intervenendo a stemperare i tesissimi rapporti fra nobiltà e clero ed entrando così nelle grazie di Maria de' Medici, vedova di Enrico IV e reggente per conto del figlio Luigi XIII, e del suo braccio destro Concini. Grazie ad essi nel 1616 Richelieu è nominato segretario di Stato per la guerra e gli affari esteri. Ma la regina madre ed il suo fiduciario sono molto invisi alla nobiltà ed allo stesso Luigi XIII che, impossessatosi del potere nel 1617, fa assassinare l'uomo ed allontanare la donna da Parigi.
Richelieu la segue a Blois e le rimane vicino riuscendo, nel 1620, a farla riconciliare con il re, suo figlio. Rientrati a Parigi, Maria lo segnala caldamente al sovrano il quale gli fa ottenere, nel 1622, la nomina di cardinale e, due anni dopo, lo chiama a far parte del suo consiglio come primo ministro: da questo momento il suo prestigio sarà un crescendo continuo, fino a divenire arbitro della politica francese.
Deciso a restituire alla Francia un ruolo egemone in Europa attraverso il ridimensionamento degli Asburgo, comprende che è necessario innanzitutto consolidare il potere interno, eliminando quindi ogni resistenza all'assolutismo monarchico. E nel 1628 riesce ad avere ragione sugli ugonotti con la vittoria di La Rochelle, loro capitale, ed a neutralizzare le cospirazioni di Gastone d'Orleans, fratello del re, e di sua moglie Anna d'Austria; in questa opera di repressione il Cardinale Richelieu non esita a far decapitare alcuni nobili ribelli e costringe la stessa regina madre, ormai in aperto dissenso con le politiche del cardinale, a fuggire dalla Francia.
Sbaragliati i nemici interni, nel 1629 si pone personalmente a capo dell'esercito ed interviene nella guerra di successione di Mantova e del Monferrato, ponendo sul trono ducale un francese, Nevers, e dando in tal modo un primo smacco al Sacro Romano impero, oltre che alla Spagna. Nel 1635 entra nella "guerra dei Trent'anni" trasformandola da conflitto religioso fra cattolici e protestanti in guerra per l'egemonia europea tra l'impero asburgico e la Francia. Tredici anni dopo, nel 1648, le ostilità cesseranno con la Pace di Vestfalia: l'impero degli Asburgo ne uscirà demolito, trasformato in vari Stati indipendenti, ed il successo pieno dei piani di Richelieu, deceduto già da alcuni anni, sarà palesemente sancito.
Il genio, ma anche il fermo cinismo di Richelieu nel perseguire le supreme ragioni dell'assolutismo, lo rendono negli ultimi anni fra gli uomini più temuti ed odiati tanto in Francia quanto all'estero.
Il Cardinale Richelieu mupre all'età di 57 anni a Parigi, il 4 dicembre 1642.
Oggi riposa in una tomba monumentale scolpita da Francois Girardon nella Cappella della Sorbona, a Parigi.
Fondatore dell'Accademia di Francia, mecenate, lungimirante statista, poco prima del suo decesso, si raccomanda al re perché scelga come suo successore il cardinale Mazarino, al quale ha già impartito tutta una serie di direttive grazie alle quali il nuovo re Luigi XIV potrà regnare su una Francia rinnovata, militarmente ed economicamente salda, e con un ruolo politico internazionale di tutto prestigio guadagnandosi l'appellativo di "Re Sole".

domenica 12 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 12 agosto.
Il 12 agosto 1730 Vittorio Amedeo II di Savoia sposa segretamente in seconde nozze Anna Canalis di Cumiana.
Anna Carlotta Teresa nacque il 23 aprile 1680, a Torino, nel palazzo sito in via Bogino angolo via Principe Amedeo, da Francesco Maurizio Canalis di Cumiana e da Monica Francesca San Martino d'Agliè di San Germano. I padrini furono Carlo Ludovico d'Agliè e Anna Cumiana (probabilmente la nonna paterna). Fu educata dalle monache della Visitazione di Torino, come era d’uso, poi nel tredicesimo anno di età fece ritorno in famiglia, dividendo il suo tempo fra Torino e Cumiana; forse fu in occasione della battaglia di Marsaglia che Vittorio Amedeo II visitando di quando in quando il palazzo dei Cumiana la conobbe giovinetta. Nel 1695 Giovanna Battista di Savoia Nemours la nominò damigella d'onore a Corte e da questo momento in poi gli storici non sono più concordi sulla sua biografia, salvo che sull’indubbia avvenenza.
Gaudenzio Claretta, Domenico Carutti, P. Balan e altri sostengono che Anna Carlotta, sedicenne, bruna, ben fatta, vivace e leggiadra (oggi diremmo civetta) fece invaghire di sé, con sottili arti femminili, il Duca (compito certo non troppo arduo conoscendone la fama di donnaiolo); Resa madre dall’augusto amante fu data in sposa, in fretta e furia, a Francesco Ignazio Novarina conte di San Sebastiano.
Altri documenti smentiscono invece questa ipotesi: Anna Carlotta si maritò effettivamente col Novarina, ma sette anni più tardi, precisamente il 21 aprile 1703; probabilmente vero, invece, che Vittorio Amedeo ne fosse innamorato e avesse cercato di sedurla, e Anna, giovane, inesperta e forse lusingata gli concedesse le sue grazie, non immaginando in che vespaio si sarebbe cacciata. Documenti che avvalorino questa ipotesi non ne esistono, ma l'ipotesi è verosimile.
Anna Carlotta rimase damigella di Madama Reale fino al 21 aprile 1703, data delle legittime nozze con Francesco Ignazio Novarina, Primo Scudiero di Madama Reale. Dai Registri matrimoniali della Cattedrale di Torino risulta l’atto con il nome dei testimoni: Giovanni Battista Tana Marchese di Entraque, Marchese Tommaso Pallavicino (suocero di Lodovico Canalis fratello di Anna) e Antonio Maurizio Turinetti Conte di Pertengo. Risulta anche il carattere d’urgenza dello sposalizio (dispensa dalle pubblicazioni prematrimoniali dell’Arcivescovo Vibò). Non risulta invece che il Novarina riconoscesse come suo il piccolo Paolo Federico (futuro e misconosciuto eroe dell’Assietta), che infatti nacque solo nel 1710 e non fu il primogenito. A questo riguardo si narra in famiglia che un suo discendente Alberto Miglioretti di San Sebastiano, a un signore che gli chiedeva se si sentisse fiero di essere discendente da un grande monarca, rispose: "In famiglia preferiamo essere conti legittimi che Reali bastardi", e lo sfidò a duello.
Liquidata con ciò la possibilità di avere sangue Reale nelle vene, resta curioso il fatto che una damigella bella, di famiglia ricca e illustre, fosse andata sposa a un parvenu (il titolo comitale di San Sebastiano risale al 1665), brutto e di vent’anni più vecchio di lei.
Altra stranezza è che, pur sposa nel 1703, Anna ebbe la prima figlia Paola nel 1708, poi Paolo Federico (l’eroe della battaglia dell’Assietta) il 25 gennaio 1710, Carlo nel 1711, Giacinta nel 1712, Clara nel 1714, Pietro nel 1715, Luigi nel 1718 e Biagio nel 1722.
Nei ventun anni di matrimonio con il conte Novarina non risultano fatti salienti sul suo conto, anzi la si descrive madre e sposa felice, accorta padrona di casa, e di costumi irreprensibili. Francesco Ignazio muore il 25 settembre 1724 lasciando la vedova e i sette figli ancora in tenera età. Nel 1724 fu dame d’antour della Nuora di Vittorio Amedeo, Polissena d’Assia Rheinfels. Forse si riaccese l’antica fiamma o forse non si era mai spenta, considerato che Anna C., da maritata, spesso abitava il suo palazzo di via Santa Chiara a Torino partecipando volentieri alla vita di Corte come si addiceva a una dama del suo rango. Era, oltre che elegante naturalmente, ancora bellissima, come fa fede il ritratto della Clementina che la ritrae già quarantacinquenne. Il Barone Carutti scrive: “...era presso al decimo lustro, bruna, ben fatta, occhio nero e vivace, bellezza ribelle agli anni, pericolosa all’età prima e alla matura”.
Anche Edmondo De Amicis rimase colpito ammirandone un ritratto conservato al monastero della Visitazione di Pinerolo: “bella...bella cioè non so. Seducente senza dubbio. Una testina, un visetto pieno di grazia, di grilli, di vezzi, di sorrisi sfuggevoli, di sottintesi arguti...”. Per Carlo Denina era donna bella, spiritosa e amabile; giudizio avvalorato da Cesare Balbo. Il Conte Blondel si dilunga sul suo conto e giudica il matrimonio col Sovrano “un comique mariage”. Forse gli era giunta notizia di una fatto curioso: a Parigi il 29 settembre 1739, avvenne la prima rappresentazione de “La Reine d’un jour”, òpera comique musicata da Charles Adam su libretto di Eugène Scrube, la cui protagonista era la nostra Marchesa.
Il Re Vittorio Amedeo, rimasto vedovo nel 1728, la sposò in segreto (con dispensa papale di Benedetto XIII perché un Cavaliere di San Maurizio e Lazzaro potesse sposare una vedova) il 12 agosto 1730, nella cappella del Palazzo Reale di Torino; i testimoni furono Lanfranchi e il cameriere Barbier. Abdicò il 3 settembre 1730 in favore di Carlo Emanuele nel castello di Rivoli. Quindi si stabilì con Anna Carlotta a Chambéry e il 18 gennaio 1731 la investì del titolo e del territorio del Marchesato di Spigno.
Passato il primo anno, durante il quale la vita coniugale felice pose in secondo piano la politica, Vittorio si pentì dell’abdicazione e il 25 agosto 1731 partì alla riconquista del Regno. Dopo svariate vicende, la sera del 28 settembre 1731 Carlo Emanuele, mal consigliato dal Marchese d’Ormea, firmò l’ordine di arresto per suo padre, tratto dal letto con la forza da dodici ufficiali comandati dal Conte di Perosa, che in più trascinarono via la Marchesa seminuda sopraggiunta in aiuto al Re.
Domenico Carutti ci lascia una descrizione suggestiva della penosa vicenda. Vittorio Amedeo fu condotto nel Castello di Rivoli dove rimase prigioniero per tredici mesi, spirò poi nel Castello di Moncalieri il 31 ottobre 1732. La Marchesa fu tradotta nella prigione del castello di Ceva in compagnia di donne di malavita e solo l'11 dicembre 1731, dopo le accorate suppliche del Re, le fu permesso di raggiungerlo a Rivoli. Alla morte di Vittorio Amedeo le fu imposto di ritirarsi in convento ed ella scelse il monastero della Visitazione di Pinerolo, ove condusse una vita ritiratissima per trentasei anni, senza tuttavia vestire l’abito di monaca. Una sorella e una nipote monache nel medesimo monastero le furono compagne negli ultimi anni. Morì a 89 anni l’11 aprile 1769 e, per suo espresso volere, fu sepolta nella cripta del monastero senza alcuna lapide.
Il più acerrimo nemico della Marchesa fu di sicuro il Marchese Ferrero d’Ormea che la accusò brutalmente di spingere l’ex Sovrano alla riconquista del Regno per soddisfare le sue ambizioni di regina. Carlo Botta si unisce a molti altri che la accusarono di influenzare negativamente le decisioni del marito. Che i devoti a Carlo Emanuele si accanissero contro di lei è comprensibile, tenendo conto di quanto ella fosse invisa al Sovrano, sempre geloso di suo Padre.
Diverso l’intento di monsignor Carlo Arborio di Gattinara, arcivescovo di Torino che durante il Consiglio di Stato convocato a Torino il 28 settembre 1731 si espresse in tono acceso contro:
“la cattiva furia che stava a fianco del Re Vittorio, istigandolo da donna ambiziosa che purché una corona sul suo capo investa, nulla del decoro, nulla della quiete pubblica, nulla dei destini del Regno, si cura” e conclude:
“conservi Carlo il seggio che in coscienza il può e il debbe”.
Carlo Emanuele aveva convocato il Consiglio di Stato il 28 settembre 1831, onde valutare la possibilità di una Revoca dell’abdicazione paterna; furono solo l’abilità adulatoria del d’Ormea e dei Consiglieri e l’invettiva dell’Arcivescovo contro Anna Carlotta che lo indussero ad ordinare infine l'arresto del Re Vittorio. I motivi del Marchese e dei Consiglieri li abbiamo già esaminati; quelli dell’Arcivescovo sono da ricercare nella vicenda del Concordato del 1727 stipulato fra Vittorio Amedeo e Benedetto XIII. Il nuovo papa Clemente XII reputava il concordato ignominioso e ingiusto nei confronti della Santa Sede, ma, da quel fine politico che era, capì subito che Vittorio Amedeo sarebbe stato irremovibile. Secondo l’abate Magnani, che svelò i documenti relativi dell’Archivio segreto Vaticano, ci fu una precisa volontà della Santa Sede di appoggiare Carlo Emanuele, confidando erroneamente nella sua immaturità e arrendevolezza. Si spiega così la ferocia dell’invettiva dell’Arcivescovo Gattinara dei confronti della Spigno.

sabato 11 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 agosto.
L'11 agosto 1902 nasce a Cittiglio (VA) Alfredo Binda.
Tra gli sportivi che hanno dato prestigio all'Italia nel corso del XX secolo, ad Alfredo Binda deve essere riservato -senza ombra di dubbio- un posto in prima fila. Nato l'11 agosto del 1902 in quel di Cittiglio, ameno borgo del varesotto, si distinse per le strabilianti vittorie conseguite negli anni venti e trenta e per il ruolo di commissario tecnico dei Coppi e dei Bartali che moltiplicavano i trionfi in terra di Francia. Come corridore, Binda ha una storia inimitabile. Persino Gianni Brera riconobbe in uno scritto: "Alfredo è stato per me il maggior prodotto del ciclismo italiano. Debbo tenere a bada la mia anima coppiana per far posto una volta alla ratio".
Cinque Giri d'Italia stravinti: un dominio assoluto, al punto che nel 1930 venne pagato dagli organizzatori (22.500 lire) per starsene a casa ed evitare l'esito scontato della corsa. Per tre volte Campione del Mondo, col suo nome che apre l'albo d'oro del Mondiale essendo sua la vittoria nella prima edizione del campionato (Adenau 1927).  Alfredo Binda ha conquistato tutte le classiche più famose, rendendosi protagonista di record statistici e record agonistici (come il primato mondiale dei 50 km.). Una carriera piena di storie, di avventure: la più famosa la galoppata per dominare il Lombardia del '26 dopo aver trangugiato ventotto uova e lasciando il secondo classificato a ventinove minuti. L'ex trombettiere di Cittiglio, emigrato diciassettenne a Nizza per fare lo stuccatore, ha occupato il proscenio dello sport sfidando (e battendo) un Girardengo sulla via del tramonto e un Guerra nel vigore delle forze. Vinceva senza apparente fatica, mulinando le gambe senza strappi. I giornalisti inventarono allora, osservandolo in fuga solitaria, l'espressione "pedalata rotonda". Binda potrebbe essere ricordato soltanto per queste imprese. Invece vogliamo pensare a lui anche come a un grande dirigente sportivo e a un uomo ammirevole. Sapiente, pacato, teso a risolvere problemi e ad appianare le asprezze delle grandi rivalità. Uno stratega benvoluto da tutti e stimato in Italia e all'estero. Con lui sull'ammiraglia (camiciola, foulard, megafono in mano), Bartali vinse il leggendario Tour del '48 e Coppi s'aggiudicò i Tour del '49 e del '52. Binda era alla guida anche del Coppi vittorioso al Mondiale di Lugano del '53, di Baldini al Mondiale del '58 e di  Nencini il Tour del '60.
La terza fase della vita di Alfredo Binda è non meno interessante delle precedenti: amato padre di due figlie e nonno, affrontò incarichi di rappresentanza in organismi sportivi nazionali e internazionali con spirito di servizio. Pur continuando a risiedere a Milano, volle  dedicare del tempo anche al proprio paese d'origine impegnandosi come consigliere comunale. Mito e maestro dello sport, Binda fu punto di riferimento per il ciclismo intero e per i giovani che vedevano in lui l'interprete dei valori autentici dello sport. Dopo la morte, avvenuta nel 1986,  il ricordo è mantenuto vivo dal Museo, voluto dall'amministrazione comunale di Cittiglio e dalla famiglia e da manifestazioni e iniziative, oltre che da gare, che continuano a essere organizzate nel suo nome.  Ora, dopo anni e anni, si potrebbe immaginare che la figura del grande Alfredo risulti un po' sfocata, che piano piano dimenticanza e oblio prendano piede. Eppure recenti sondaggi, realizzati anche in campo nazionale, testimoniano che il suo nome è ancora molto considerato dal pubblico degli sportivi e che nella classifica dei più grandi italiani di tutti i tempi lui è ancora presente. Si aggiunga poi che il Museo attira centinaia e centinaia di visitatori ogni anno.
Vivere in modo sereno l'agonismo, rispettare gli avversari, mai esasperare i toni della sfida, saper comprendere uomini e situazioni: questi gli insegnamenti che Binda consegna al mondo di oggi, allo sport del XXI secolo.  Principi e comportamenti sempre più rari.

venerdì 10 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 agosto.
Il 10 agosto 1492 Rodrigo Borgia assurge al soglio di Pietro col nome di Alessandro VI.
Roderic Llançol Borja y Borya, italianizzato Rodrigo Borgia, nasce a Xativa vicino Valencia il giorno 1 gennaio 1431. Sale al soglio pontificio con il nome di Alessandro VI nel 1492 ed è il 214° Papa della Chiesa di Roma. Probabilmente si tratta del Papa più controverso della storia cattolica, che peraltro di figure controverse ne ha avute parecchie in passato.
Si trasferisce in Italia giovanissimo e studia giurisprudenza all'università di Bologna. Rodrigo Borgia ha avuto la fortuna di essere nipote di Alonso Borgia ovvero Papa Callisto III, fratello di sua madre Isabella. Rodrigo è il protetto di suo zio che lo nomina cardinale alla giovanissima età di 25 anni.
Fin dalla giovane età ha una condotta di vita dissoluta, infatti quando arriva a Roma ha già almeno un figlio illegittimo; dal 1457 è Cancelliere della Santa Sede, carica che gli permette di diventare il secondo cardinale più ricco di Roma. Anche se suo zio Callisto III muore nel 1458, conserva la sua importante carica con i quattro pontefici a venire, prima di diventare lui stesso Papa. Continua la sua vita licenziosa avendo numerose amanti; dal 1460 si concede un'amante fissa, la nobildonna romana Giovanna Cattanei detta Vannozza, dalla quale avrà addirittura quattro figli, naturalmente illegittimi, Giovanni, Cesare, Lucrezia e Goffredo.
Alessandro VI avrà anche un'altra figlia, Laura, anche questa da una nobildonna (Giulia Farnese) e numerosi altri figli da donne sconosciute.
Originaria dell'alto Lazio, dotata di un fascino tale da valerle fra i contemporanei l'appellativo di Giulia la Bella, la Farnese è descritta come una donna dalla statura media, le forme proporzionate, la carnagione perlacea e grandi occhi neri in un viso aggraziato e rotondo, incorniciato da una lunga capigliatura corvina che ella soleva schiarire secondo i canoni della moda del tempo. Fu proprio la sua avvenenza ad aprire a lei e alla sua famiglia la via del potere e della ricchezza, dando inizio alle tante fortune che segneranno il destino di casa Farnese.
La sua descrizione fisica ci è giunta grazie a dei frammenti di lettere scritte dai suoi contemporanei. Per esempio, un corrispondente di Cesare Borgia dalla corte di Pesaro ci parla di niger oculos. Lorenzo Pucci, marito della sorella Gerolama scrive al fratello “ha la più bella capigliatura che possa immaginarsi”. Le sue dame di corte raccontavano che per evidenziare la sua carnagione chiara era solita dormire in lenzuola di seta nera.
Rodrigo trama per diventare Papa fino a riuscirci nel 1492, anno della scoperta dell'America, corrompendo un numero spropositato di cardinali e promettendo promozioni e favori. Una volta eletto Papa, Alessandro VI si premura velocemente di onorare gli impegni che aveva preso durante il conclave con i cardinali che avevano contribuito alla sua nomina; per esempio al cardinale Ascanio Sforza, che tanto si era prodigato per la sua elezione, dona il palazzo padronale della famiglia Borgia, oltre a nominarlo Vicecancelliere.
Ai numerosi altri cardinali suoi alleati non lesina doni in quantità. Il Papa Borgia si ritrova all'inizio del suo mandato a fronteggiare egregiamente il caos in cui era caduta Roma durante il periodo dopo la morte di Innocenzo VIII e compie importanti riforme.
Rodrigo non disdegna la simonia e in quanto a nepotismo riesce a fare addirittura meglio di quanto suo zio Alonso avesse fatto con lui, infatti nomina cardinale all'età di diciotto anni suo figlio Cesare, che dopo cinque anni però dismette la porpora cardinalizia e sposa la cugina del re di Francia diventando il Duca del Valentinois.
Già nel 1493, dopo solo un anno di pontificato, Alessandro VI si trova a fronteggiare una notevole crisi politica in Italia: Carlo VIII, re di Francia, avanza diritti sul Regno di Napoli e questo preoccupa il Papa che non vuole un nemico così potente al confine con lo Stato Pontificio, pertanto si allea con gli Aragonesi, legittimi regnanti di Napoli.
Il Re francese è infastidito dal comportamento del pontefice e scende in Italia a capo del suo esercito; il Papa è costretto a scendere a patti e concede ai Francesi il passaggio in cambio di un giuramento di obbedienza. E' il 22 febbraio del 1495 quando l'esercito francese entra a Napoli.
Questa facile conquista scatena la reazione antifrancese della Lega Santa, una coalizione che comprende la Spagna, il Papa, gli Asburgo, Milano e Venezia. Il 6 luglio a Fornovo avviene la battaglia tra le forze della coalizione e i Francesi: Carlo VIII ne esce sconfitto ma riesce a ripiegare in Francia; gli Aragonesi riprendono il Regno di Napoli.
Il pontefice spagnolo è anche responsabile della bolla papale Inter Caetera per regolare la contesa territoriale tra Spagna e Portogallo sui territori del Nuovo Mondo. Tale bolla stabilisce che tutte le terre a 100 leghe dall'isola di Capo Verde siano spagnole, escludendo di fatto il Portogallo dall'America; questa decisione a favore della Spagna è facilmente comprensibile essendo il Papa spagnolo. La bolla, troppo penalizzante per i portoghesi, viene cambiata in seguito dal Trattato di Tordesillas che sposta molto più ad ovest la linea di confine, permettendo così al Portogallo il dominio sul Brasile.
Un'altra grana per Alessandro VI è rappresentata dal suo ambiziosissimo figlio Cesare (magistralmente descritto da Niccolò Machiavelli), che dopo aver sposato la cugina del nuovo Re di Francia (Luigi XII) si mette in testa di creare un proprio ducato in Romagna. Per realizzare questa impresa servono molti soldi e il Valentino (soprannome di Cesare dopo l'investitura a Duca di Valentinois) si rivolge al suo potente padre, il quale non esita a vendere ben dodici titoli di cardinale ricavandone una quantità molto cospicua di denaro con il quale finanzia i progetti del figlio.
Cesare riesce a conquistare parecchie città della Romagna tra cui Pesaro, Urbino, Forlì, Rimini e viene effettivamente investito della carica di Duca di Romagna dal padre. I progetti di potere di Cesare Borgia comprendono anche la Toscana, ma la morte improvvisa del padre ne ferma irrimediabilmente l'ascesa.
Papa Alessandro VI Borgia muore il 18 agosto del 1503 a Roma, probabilmente a causa della malaria, ma un'altra plausibile versione parlerebbe di avvelenamento per errore; i Borgia sono storicamente noti per essere molto avvezzi all'uso del veleno per eliminare gli avversari politici. Si pensa che il veleno fosse destinato al cardinale Adriano Castellesi durante un banchetto, ma per sbaglio sarebbe stato bevuto dal Papa Borgia; a conferma di tale fatto vi sono testimonianze dell'epoca che parlano di evidenti segni di avvelenamento sul cadavere del pontefice.

giovedì 9 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 agosto.
Il 9 agosto 1991 il giudice Antonino Scopelliti viene ucciso da Cosa Nostra a Campo Calabro. E' l'inizio della stagione delle stragi di mafia.
Lo chiamavano il “giudice solo”, e da solo morì nella sua Calabria, vittima di un agguato mafioso, mentre era in auto, da solo e senza scorta, che riteneva uno status symbol. Antonino Scopelliti era nato a Campo Calabro il 20 gennaio 1935 ed era entrato in magistratura a 24 anni, diventando pubblico ministero prima a Roma e poi a Milano. Con una carriera di prim’ordine, diventò prima procuratore generale della Corte d’Appello e poi numero uno dei sostituti procuratore generale in Cassazione.
La sua attività di magistrato si è incrociata con i grandi misteri d’Italia: fu lui a rappresentare la pubblica accusa durante il primo Processo Moro, poi nel processo per la Strage di Piazza Fontana, per il sequestro dell’Achille Lauro e infine per quello sulla strage del Rapido 904. In questo processo, Scopelliti dimostrò il collegamento tra i gruppi eversivi che portavano avanti la strategia della tensione e la criminalità organizzata, rappresentata dai boss mafiosi Pippo Calò e Guido Cercola. Riuscì a ottenere la condanna, ma la prima sezione della Cassazione, guidata dal giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale annullò tutto.
Nel 1991, Scopelliti stava preparando il rigetto dei ricorsi in Cassazione avanzati dagli avvocati di alcuni dei maggiori boss mafiosi condannati al Maxiprocesso contro Cosa Nostra istruito dal pool antimafia di Palermo e dai giudici Falcone e Borsellino. Per questo, la ‘ndrangheta e Cosa Nostra prima tentarono di corrompere il giudice offrendogli 5 miliardi di lire, poi al suo rifiuto organizzarono l’attentato, portato a termine da almeno due persone a bordo di una moto, che spararono a Scopelliti con fucili calibro 12.
Ai funerali di Scopelliti, a Campo Calabro, arrivò un uomo baffuto dall'altra parte dello Stretto, un magistrato, si chiamava Giovanni Falcone. Furono emblematiche quelle parole sorde, cupe, nette, lapidarie. Quattro parole quattro pronunciate a fianco della bara del suo collega ed amico ucciso: “il prossimo sono io”. Profetico: il 23 maggio del '92, a Capaci, viene fatto saltare in aria assieme agli uomini della sua scorta. Sono trascorsi appena nove mesi dall'omicidio Scopelliti. Per il “giudice solo” la Calabria fu protagonista di una settimana di lutti e strette di mano, poi il nulla.
Le indagini hanno portato a due processi, il primo contro Riina e il secondo contro Provenzano e altri boss di primo piano, ma in appello le condanne di primo grado sono state annullate. Solo nel 2012 il pentito di ‘ndrangheta Antonino Fiume è tornato a parlare dell’omicidio Scopelliti portando alla riapertura delle indagini, pur non facendo i nomi dei killer.

mercoledì 8 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 agosto.
L'8 agosto 1963 Ronnie Biggs compie la rapina del secolo, assaltando il treno postale Glasgow-London.
Bottino record oltre 2,5 milioni di sterline, quasi 35 milioni di euro di oggi. Sono le tre di notte dell’8 agosto 1963: il treno postale partito la sera prima da Glasgow in Scozia e diretto a Londra viene fatto fermare in aperta campagna presso il ponte ferroviario di Bridego, a nord della capitale inglese. Un semaforo stranamente dà segnale rosso. Uno dei macchinisti scende per capire cosa sta succedendo e nell’oscurità viene aggredito e fatto cadere lungo una scarpata. Nello stesso istante un altro individuo mascherato sale nella locomotrice e colpisce l’altro macchinista rendendolo incosciente.
Il treno è in mano ai rapinatori. In tutto una quindicina. Nel secondo vagone ci sono banconote usate per oltre 2,5 milioni di sterline. Normalmente quel postale trasporta valori ben più bassi, ma i giorni precedenti sono stati festivi in Scozia, a banche chiuse, e le somme in circolazione sono state maggiori. L’informazione in mano ai banditi era corretta.
Il convoglio è staccato e diviso in due. Le prime due carrozze restano attaccate alla locomotrice. Il piano è di far ripartire il treno e portarlo in più avanti di qualche miglio, davanti ad un rifugio sicuro. Ma da subito qualcosa non funziona. Tra i malviventi c’è un ex ferroviere in pensione che però non riesce nell’intento, perché abituato a lavorare su treni più piccoli, tanto che viene fatto rinvenire il vero macchinista e, sotto minaccia, obbligato a portare il treno al punto giusto.
Si forma una catena umana di rapinatori che passa di mano in mano i sacchi, almeno un centinaio, con il prezioso carico di banconote. Prima di abbandonare il treno viene ordinato ai ferrovieri di non avvisare la polizia per almeno trenta minuti. Un indizio che si rivelerà importante perché significava che la banda aveva un rifugio nel raggio di mezz’ora.
Durante le indagini nei giorni successivi la polizia scopre un casolare, la Letherslade Farm nella contea di Oakley Buckinghamshire, dove hanno soggiornato diverse persone con grandi quantità di cibo di scorta. Hanno anche giocato a Monopoli con soldi veri. Troppe le impronte digitali lasciate in ogni parte per non risalire a quasi tutti i componenti della banda che sono arrestati uno ad uno.
Sfugge una delle menti, Ronald Biggs, Ronnie (34 anni). Ci vogliono cinque anni per prenderlo ma alla fine è catturato anche lui. Del denaro rubato però nessuna traccia. Il cerchio sembra chiuso, ma Biggs riesce ad evadere e a restare latitante per ben 36 anni. Si rifugia a Parigi dove da un chirurgo compiacente si fa cambiare i connotati, quindi fugge in Australia con la moglie.
Scotland Yard lo insegue ma quando l’investigatore Jack Slipper sta per arrestarlo, Biggs è già scappato in Brasile, dove mette incinta una spogliarellista di 19 anni, assicurandosi così l’impossibilità ad essere estradato perché padre di un bambino. Nel 2001, le autorità inglesi gli consentono – all’età di 71 anni – il rientro a Londra per motivi umanitari. Viene arrestato e incarcerato ma nel 2009 messo definitivamente in libertà per le sue precarie condizioni di salute. Ronnie è morto il 18 dicembre 2013 a Londra all'età di 84 anni.
Ronnie Biggs ha speso tutti i suoi soldi della rapina ed è diventato una celebrità, anche per il film girato nel 1966 sulla rapina («L’assalto al treno Glagow-Londra» con Horst Tappert il futuro ispettore Derrick della celebre serie televisiva) e per aver cantato con il gruppo rock Sex Pistols.
C’è chi guarda al «colpo del secolo» ancora con ammirazione, perché portato avanti con abilità e astuzia, nonostante il rapido epilogo. Ma soprattutto perché non venne fatto uso di nessuna arma da fuoco, che probabilmente i rapinatori non avevano neppure.

martedì 7 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 agosto.
Il 7 agosto 1819 Simon Bolivar sconfigge gli spagnoli nella celebre battaglia di Boyacà.
Simon Bolivar viene spesso chiamato "il George Washington del Sud America" per la parte avuta nella liberazione di cinque paesi sudamericani (Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù e Bolivia) dalla dominazione spagnola. Pochi personaggi politici hanno avuto un ruolo importante come il suo, che ha cambiato la storia di un intero continente.
Nacque nel 1783 a Caracas, in Venezuela, da una famiglia aristocratica di origine spagnola. Rimase orfano all'età di nove anni, e durante il periodo della sua formazione fu fortemente influenzato dalle idee e dagli ideali dell'Illuminismo francese.
Tra le sue letture preferite, le opere di John Locke, Rousseau, Voltaire e Montesquieu.
Da giovane, visitò diversi paesi europei; a Roma, nel 1805, sull'Aventino, formulò il suo famoso voto: non avrebbe trovato requie finché la sua patria non fosse stata liberata dalla Spagna.
Nel 1808 Napoleone Bonaparte invase la Spagna e mise il fratello a capo del governo spagnolo: allontanando la famiglia reale dal potere politico effettivo, Napoleone fornì alle colonie del Sud America un'occasione d'oro per tentare di conquistare l'indipendenza politica.
In Venezuela, la rivoluzione contro la dominazione spagnola cominciò nel 1810, quando fu deposto il governatore.
La formale dichiarazione d'indipendenza risale al 1811, anno in cui Bolivar divenne ufficiale dell'esercito rivoluzionario.
L'anno successivo l'esercito spagnolo riguadagnò il controllo sul Venezuela: il leader della rivoluzione, Francisco Miranda, fu imprigionato, e Bolivar lasciò il paese.
Gli anni seguenti furono testimoni di una serie di guerre, nel corso delle quali a vittorie temporanee fecero seguito schiaccianti disfatte; ma il fermo proposito di Bolivar non venne mai meno.
La svolta si verificò nel 1819, quando guidò il suo piccolo esercito mal in arnese attraverso i fiumi, le pianure e gli alti passi andini allo scopo di attaccare le truppe spagnole in Colombia. Qui vinse la cruciale battaglia di Boyaca (7 agosto 1819), momento decisivo della lotta: il Venezuela fu liberato nel 1821, e l'Ecuador nel 1822.
Nel frattempo il patriota argentino José de San Martin aveva liberato Argentina e Cile dalla dominazione spagnola, e aveva intrapreso la liberazione del Perù.
I due liberatori si incontrarono a Guayaquil, in Ecuador, nell'estate del 1822, ma non riuscirono ad accordarsi per cooperare e coordinare i loro sforzi contro gli spagnoli.
San Martin non desiderava affatto essere coinvolto in una lotta per il potere con l'ambizioso Bolivar come avversario (cosa che avrebbe comunque fatto il gioco degli spagnoli), e decise di ritirarsi dal comando e dal Sud America in generale.
Nel 1824 gli uomini di Bolivar avevano ultimato la liberazione dell'odierno Perù, e nel 1825 le truppe spagnole che occupavano l'attuale Bolivia furono sbaragliate.
Negli anni seguenti Bolivar riportò minori successi: l'esempio degli Stati Uniti d'America lo aveva molto colpito, e si dedicò alla realizzazione di una federazione dei nuovi Stati sudamericani. In effetti, il Venezuela, la Colombia e l'Ecuador avevano già dato vita a una Repubblica della Grande Colombia, con Bolivar come presidente.
Sfortunatamente le tendenze centrifughe in Sud America erano molto più forti di quanto non fossero state nelle colonie del Nord America, e quando Bolivar convocò un congresso degli stati ispano-americani nel 1826, soltanto quattro risposero all'appello; invece di veder aumentare il numero dei propri Stati membri, la Repubblica della Grande Colombia si disgregò. Scoppiò la guerra civile, e nel 1828 ci fu un attentato contro lo stesso Bolivar.
La secessione del Venezuela e dell'Ecuador avvenne nel 1830 e Bolivar, rendendosi conto di rappresentare un ostacolo alla pace, si dimise nell'aprile del 1830. Quando morì, nel dicembre di quello stesso anno, era ormai un uomo scoraggiato, caduto in miseria, ed esiliato dal natio Venezuela.
Fu ovviamente un uomo dotato di grande ambizione che, spinto dalle vicende dei tempi, talvolta assunse poteri dittatoriali; tuttavia, quando si trovò a dover effettuare una scelta, subordinò sempre le sue ambizioni personali al benessere pubblico e agli ideali della democrazia, abbandonando ogni velleità di totalitarismo. Quando gli fu offerto un trono, lo rifiutò; senza dubbio era convinto che l'appellativo "El Libertador" (il liberatore) che gli era stato dato rappresentava un onore maggiore di qualsivoglia titolo regale.
Certamente Bolivar è stata la figura di maggior spicco nella liberazione del Sud America dal regime coloniale spagnolo. Contribuì a dare al movimento di liberazione il suo contenuto ideale scrivendo articoli, fondando un giornale, pronunciando discorsi, redigendo missive; instancabile nella raccolta di fondi per sostenere la lotta, fu anche il principale leader militare delle forze rivoluzionarie.
Sarebbe tuttavia un errore considerarlo un grande generale: gli eserciti da lui sconfitti non erano numerosi né ben capeggiati, e lo stesso Bolivar non aveva grandi doti di tattico o di stratega (la cosa non sorprende, dal momento che non aveva ricevuto alcun addestramento, militare).
Ma sopperì ad ogni sua carenza con l'indomabile coraggio di cui diede prova di fronte alle avversità; dopo ogni sconfitta ad opera degli spagnoli, quando chiunque altro avrebbe abbandonato la lotta, metteva insieme un nuovo esercito, e risolutamente proseguiva sul suo cammino.
Un paragone interessante è quello tra Bolivar e George Washington: entrambi ebbero sotto il loro comando eserciti poco numerosi e mal addestrati; i fondi scarseggiavano, e spesso era necessaria una figura carismatica che tenesse unite le truppe.
Diversamente da Washington, Bolivar liberò tutti i suoi schiavi mentre era in vita e, attraverso proclami e misure costituzionali, cercò di abolire la schiavitù nelle terre da lui liberate. Non sempre i suoi tentativi ebbero successo, e al momento della sua morte la schiavitù esisteva ancora.
Aveva una personalità complessa e affascinante: emozionante, audace e romantica. Era di bell'aspetto, e visse numerose storie d'amore.
Era un idealista lungimirante, ma era meno abile di Washington come amministratore, a detrimento dei territori da lui liberati.
D'altra parte, non si interessava affatto al denaro: era ricco quando cominciò ad occuparsi di politica, e povero quando si ritirò dalla scena pubblica.
Bolivar liberò un territorio considerevolmente più ampio di quello che costituiva il nucleo originale degli Stati Uniti; tuttavia è evidente che la sua importanza è stata inferiore a quella di Washington, non fosse altro perché gli Stati Uniti hanno avuto nella storia un ruolo più importante di quello delle nazioni da lui liberate.

lunedì 6 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 agosto.
Il 6 agosto 1791 viene aperta al traffico la porta di Brandeburgo, a Berlino.
 La Porta di Brandeburgo è il simbolo di Berlino. È stata al centro di vittorie, sconfitte e sconvolgimenti politici, dalle guerre napoleoniche attraverso le guerre mondiali, il nazismo, la guerra fredda fino alla riunificazione della Germania.
Alla fine del '700, quando la Prussia, con la sua capitale Berlino, era al culmine del suo potere la porta di Brandeburgo si presentava come un piccolo posto di controllo che non faceva assolutamente capire che si stava entrando in una delle metropoli dei grandi poteri europei.
L'architetto Langhans, incaricato dal re della Prussia a costruire una nuova porta più grande e più rappresentativa era ispirato dalle idee dell'illuminismo: prese come modello i templi dell'acropoli di Atene . La nuova porta non doveva chiudere la città, ma tenerla aperta e far entrare lo spirito democratico dell'antica Grecia. La nuova porta fu inaugurata solennemente nel 1794, pochi anni dopo la rivoluzione francese.
Pochi anni dopo, nel 1806, Napoleone conquistò l'Europa e anche la Prussia dovette cedere al suo potere. Napoleone e i soldati francesi entrarono a Berlino attraversando la Porta di Brandeburgo. Napoleone sapeva come rendere le sue vittorie ancora più gloriose: tolse la quadriga (che rappresenta la dea della vittoria con quattro cavalli) dalla cima della Porta di Brandeburgo e la portò come trofeo a Parigi.
La sconfitta sul campo di battaglia era dura, ma ancora sopportabile. Ma togliere alla capitale della Prussia la quadriga, il suo simbolo, fu percepita dalla popolazione di Berlino come una umiliazione ancora più forte. Così, la gioia fu enorme quando, nel 1806, dopo la sconfitta di Napoleone, la quadriga fu riportata da Parigi a Berlino e rimessa nel suo posto.
Da quel momento, la Porta di Brandeburgo, divenne un luogo carico di simbolismo e di ideologie. Dopo l'unione della Germania nel 1871, fu l'imperialismo tedesco ad impossessarsi del luogo: lo fece diventare il posto preferito per innumerevoli parate militari. Solo l'imperatore e la sua famiglia avevano invece il permesso di attraversare il passaggio centrale della porta.
Dopo la vittoria nella battaglia di Sedan, nella prima guerra mondiale, l'imperatore fece appendere uno striscione alla Porta di Brandeburgo: "Welch eine Wendung durch Gottes Führung" (Che svolta, grazie alla guida di Dio). Un trionfo prematuro: alla fine la Germania fu sconfitta, l'imperatore costretto a dimettersi e la Germania divenne una repubblica.
Dopo il breve intermezzo democratico della Repubblica di Weimar (1919-1933) Hitler arrivò al potere e cominciò subito a trasformare la Germania in un paese capace di affrontare la sua folle guerra che doveva portare la "razza ariana" alla guida del mondo.
Un altro striscione appeso alla Porta di Brandeburgo, questa volta dai seguaci di Hitler, doveva esprimere la cieca fiducia del popolo tedesco in Hitler: "Führer befiehl, wir folgen!" (Ordina, Führer, noi seguiamo!). Una fiducia che doveva costare, solo ai tedeschi, 6,3 milioni di morti. A tutto il mondo invece più di 55 milioni di morti e 35 milioni di feriti.
La Porta di Brandeburgo nel 1945, alla fine della guerra, quando la Germania firma la capitolazione incondizionata, si affaccia su una Berlino ridotta a un campo di macerie. Tre anni di continui bombardamenti hanno totalmente distrutto le città tedesche fino a trasformarle in paesaggi lunari.
La tragedia della Germania alla fine della guerra era terribile. Ma le atrocità degli altri certamente non attenuano la responsabilità della Germania. Tutto questo era soltanto un riflesso di quello che il nazismo aveva fatto ai popoli dell'Europa, era soltanto l'ultimo atto di una guerra che Hitler aveva fortemente voluto, che aveva, fin dall'inizio della sua carriera politica, preparato ideologicamente e materialmente, di una guerra che nessun altro in Europa aveva voluto o cercato.
Appena finita la guerra che gli alleati avevano combattuto insieme contro la Germania scoppiò la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti che si sarebbe trascinata in forme più o meno aspre fino agli anni ottanta. E al centro della Guerra fredda c'era Berlino, la città divisa in due.
Negli anni '50 il confine tra est ed ovest non era ancora insuperabile e centinaia di migliaia di persone fuggivano ogni anno dall'est all'ovest, quasi la metà di loro erano giovani con meno di 25 anni e spesso persone con una buona formazione professionale, laureati, operai specializzati e artigiani, che all'ovest si aspettavano un futuro più redditizio e più libero. Questo continuo dissanguamento stava diventando un pericolo serio per la Germania dell'est.
Così, nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell'est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziarono a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che attraversava tutta la città, che divideva le famiglie in due, e tagliava la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università.
i tedeschi dell'est eliminarono la Croce Prussiana e voltarono la quadriga verso Ovest, a sottolineare la vittoria del comunismo sull'occidente. Solo dopo la caduta del Muro la croce venne ripristinata e la quadriga di nuovo orientato verso il "Mitte". Negli anni della guerra fredda, la Porta perse la sua funzione di simbolo di apertura per ritrovarsi nella Terra di Nessuno tra Est e Ovest, a metà strada tra libertà e dittatura.
Nel 1989 gli stati dell'Europa dell'est cominciarono a liberarsi dagli opprimente regimi pseudo-socialisti. Prima c'erano le riforme interne nell'Unione Sovietica, volute da Gorbaciov che incoraggiavano anche l'opposizione nella DDR. Poi la decisione, sempre di Gorbaciov, di lasciare che ogni paese dell'est trovasse da solo il proprio destino diede un'ulteriore spinta a tutti quelli che chiedevano la libertà.
L'anno 1989 fu un anno drammatico: i cambiamenti democratici, le piccole rivoluzioni nell'economia e nella politica in Polonia, in Ungheria e nell'Unione Sovietica riempivano ogni giorno i giornali in tutta l'Europa, una notizia sensazionale dall'Europa dell'est seguiva l'altra.
Nell'ottobre del 1989 anche gli eventi nella DDR precipitarono: sotto la pressione delle manifestazioni di massa e del flusso sempre crescente di persone che lasciavano il paese attraverso l'Ungheria, che aveva aperto le frontiere verso l'ovest, molte amministrazioni comunali della DDR si sciolsero e furono sostituite da organi ai quali parteciparono per la prima volta anche gruppi di opposizione. Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma molto ampia della legge sui viaggi all'estero, la gente di Berlino est lo interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Ma il muro c'era ancora e i soldati che lo sorvegliavano in quella notte non sapevano cosa fare. Migliaia di persone stavano all'est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano anche aspettando dall'altra parte del muro, all'ovest, con ansia e preoccupazione. Nell'incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, aveva dato l'ordine ai soldati di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall'est e dall'ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo 40 anni.
Immagini indimenticabili: migliaia di persone scavalcarono il muro che poco prima era ancora un confine insuperabile dove si sparava a chiunque si avvicinava. Era stato un confine che spaccava in due non solo Berlino ma tutta l'Europa. Pochi giorni dopo si cominciò a rimuovere l'odiato muro.
La Porta di Brandeburgo oggi è un monumento alla ritrovata unità della Germania, ma anche un monumento alla pace in Europa.

domenica 5 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 agosto.
Il 5 agosto 1948, dopo 20 anni di dedizione e due mondiali di calcio vinti, Vittorio Pozzo lascia la panchina della nazionale italiana di calcio.
Vittorio Pozzo nasce a Torino, il 2 marzo del 1886. Calciatore degli albori di questo sport, che sarebbe diventato il più seguito d'Europa, è famoso per aver regalato, da allenatore, tuttora l'unico della storia del calcio, ben due Coppe del Mondo alla nazionale azzurra, nel 1934 e nel 1938. Negli anni '10, è stato tra i fondatori di una delle società calcistiche più importanti di sempre, il Torino Football Club. Terminata l'attività di allenatore, si è felicemente riciclato commentatore e giornalista, pur dopo aver pagato un severo dazio sportivo nell'immediato dopoguerra, a causa di più o meno veritiere compromissioni con il partito Fascista.
Sia quest'ultimo, che, successivamente, la retorica antifascista, hanno cercato in tutti i modi di far proprio questo personaggio dello sport nazionale e mondiale, in realtà allenatore e uomo di sport modernissimo per il suo tempo. Ad ogni modo, è un fatto che Pozzo non si sia mai iscritto al partito di Mussolini pur aderendovi, nella sostanza, durante tutte le manifestazioni sportive, le quali erano una delle parti principali della retorica e della propaganda di potere fascista. Alla sua nazionale del 1938 resta anche legata l'immagine della vittoria dell'Italia ai quarti di finale contro la Francia, disputata nell'unica volta della sua storia in un completo interamente di colore nero.
La vera origine di Vittorio Pozzo è legata alla cittadina di Biella, per la precisione alla piccola frazione di Ponderano, luogo natìo della sua famiglia. I suoi genitori appartengono ad una bassa borghesia, di modeste condizioni economiche e fanno di tutto per iscrivere il piccolo Vittorio al Liceo Cavour di Torino.
Tuttavia, ben presto le attitudini del futuro allenatore azzurro si rivelano per quelle che sono: ama le lingue, ama viaggiare, ama apprendere da altri paesi i segreti del lavoro e, soprattutto, in campo sportivo. Si sposta in Francia e in Svizzera, successivamente in Inghilterra, dove studia dai maestri che hanno inventato il calcio moderno, quello che diventa subito il suo grande amore: il calcio.
Intanto, appena diciottenne, fa i primi passi nel calcio professionistico, se così si può chiamare all'epoca, lavorando e giocando in Svizzera, nella stagione 1905-1906, nelle fila del Grasshoppers. Subito però, torna in Italia, nella sua Torino e contribuisce alla fondazione del Football Club Torinese, poi Torino Football Club, squadra nella quale milita per ben cinque stagioni, sino al ritiro dall'attività agonistica, nel 1911.
Dal 1912 al 1922 allora, Vittorio Pozzo si dedica alla direzione tecnica della società, studiando nuovi metodi tattici e contribuendo alla creazione di una vera e propria tradizione calcistica, la quale successivamente farà scuola in Italia. Il 1912 però, è importantissimo, perché segna anche l'inizio del suo rapporto con la Nazionale Italiana di calcio, con la nomina a commissario unico degli azzurri, ruolo che ricoprirà a più riprese nel corso degli anni '10 e '20, durante le varie esibizioni, ancora del tutto dilettantistiche, della squadra italiana, spesso però coadiuvato da altri tecnici e allenatori.
Alle due principali manifestazioni, le olimpiadi di Stoccolma e quelle francesi, le selezioni da lui guidate non raggiungono gli esiti sperati, e vengono eliminate subito, rispettivamente al primo turno e ai quarti di finale.
Nel frattempo viene assunto alla Pirelli, dove diventa dirigente, non prima di prendere parte alla Guerra Mondiale che scoppia nel 1914, come tenente degli alpini. Esperienza importante questa, se è vero, come si racconta, che il futuro allenatore della nazionale due volte campione del mondo racconterà ai suoi giocatori, durante i ritiri e per caricarli al meglio, della resistenza del Piave, oltre che di altre imprese belliche da lui realmente vissute.
L'anno di svolta però, è il 1929, quando Pozzo viene convocato dal capo del calcio fascista, Leandro Arpinati, il quale lo vuole come direttore unico della Nazionale. Non è un fascista, ma è un uomo che ama vincere e, soprattutto, un militare. Pozzo inventa il ritiro, impone uno stile di vita spartano ai suoi e al contempo, lavora ad una serie di schemi tattici di grande valore, modernissimi per quei tempi, pur senza sacrificare l'estro di alcuni ottimi giocatori di quegli anni, come il grande Giuseppe Meazza. È, forse, il grande iniziatore del cosiddetto metodo all'italiana: difesa rocciosa, mediani instancabili e attaccanti veloci, per favorire il contropiede.
Il primo trionfo mondiale è quello del 1934, in Italia, quando i gerarchi fascisti si godono lo spettacolo della vittoria dalle tribune. Non sono partite però, sono battaglie all'ultimo sangue, come la partitissima prima della semifinale vinta dopo il "replay" contro i cugini spagnoli, letteralmente massacrati dai giocatori azzurri (lo stesso arbitro dell'incontro, il signor Mercet, verrà successivamente sospeso dalla Federcalcio svizzera, a causa del suo comportamento troppo "casalingo").
Ad ogni modo, dopo una semifinale altrettanto equivoca quanto ad episodi (un gol sospetto per gli azzurri), vinta ai danni dell'Austria davanti ai quarantacinque mila spettatori di San Siro, arriva anche la vittoria in finale contro la Cecoslovacchia, per 2-1 ai supplementari, questa sì regolare e senza polemiche. Il gol decisivo è di Schiavio, il quale sviene in campo, dopo averlo realizzato.
Quattro anni dopo, vinte anche le Olimpiadi dai cugini tedeschi, nel 1936, Pozzo compie il miracolo e vince anche in Francia, dove il grande Jules Rimet è riuscito a fare organizzare il campionato mondiale di calcio. A trascinare la nazionale, apparentemente più povera tecnicamente ma molto più squadra, è la giovane punta Silvio Piola, lanciato nella mischia dall'allenatore torinese e memorabile proprio nella partita contro i francesi. L'Italia batte anche il forte Brasile, per 2-0, e in finale supera i magiari dell'Ungheria, guidati dal grande attaccante Sarosi, con un perentorio 4-2.
Insieme con le due Coppe Internazionali (l'allora Coppa Europea) vinte, e con i due Mondiali e le Olimpiadi del '36, Vittorio Pozzo mette la firma su un decennio calcistico straordinario, che la Seconda Guerra Mondiale va ad interrompere.
Alla ripresa, pertanto, nel 1948, l'allenatore biellese viene indotto a dare le dimissioni, su pressioni della Federcalcio italiana, la quale non ha mai sopportato le sue presunte connivenze con il fascismo, pur restando sempre sulla carta, come detto, indimostrate.
Pozzo dà le dimissioni dopo ben 6.927 giorni di incarico: un primato ineguagliabile. L'anno dopo, nel 1949, deve riconoscere, in modo ufficiale, i corpi dei calciatori del Grande Torino, morti durante la tragedia di Superga: ci sono amici ed ex allievi.
Fino al 1958, il maestro piemontese si pone come consigliere di lusso alla direzione del comitato tecnico che, proprio in quegli anni, dà vita al Centro Federale di Coverciano.
All'età di ottantadue anni, dieci anni dopo, Vittorio muore: è il 21 dicembre 1968.
Dopo il rifiuto di dedicargli lo stadio di Torino, in occasione dei Mondiali di Italia '90, nel giugno del 2008 gli viene dedicato e intitolato l'impianto di Biella.

sabato 4 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 agosto.
Il 4 agosto 2010 viene finalmente chiusa la falla della piattaforma "deepwater horizon", che per 106 giorni ha inondato il mare al largo del Golfo del Messico di petrolio.
La Deepwater Horizon era una piattaforma petrolifera, dal valore di circa 560 milioni di dollari, di proprietà dell'azienda svizzera Transocean, la più grande compagnia del mondo nel settore delle perforazioni off-shore; affittata alla multinazionale British Petroleum per 496.000 dollari al giorno. Estraeva circa 9000 barili di petrolio al giorno, era grande quanto 2 campi da calcio e si trovava a circa 80 km dalla Louisiana, nel Golfo del Messico, e poteva ospitare circa 130 persone. Il 2 settembre 2009 la Deepwater Horizon ha trivellato il pozzo di idrocarburi più profondo al mondo, lungo 10 685 metri di cui 1259 di acqua, nel giacimento di Tiber, sempre nel Golfo del Messico. La trivella della Deepwater Horizon era una delle più grandi al mondo, lunga 121 metri per 78 metri di larghezza, poteva operare in acque profonde fino a 2400 metri e scavare pozzi profondi fino a 9100 metri.
Il 20 aprile 2010, mentre la trivella della Deepwater Horizon stava completando il Pozzo Macondo su un fondale profondo 400 metri al largo della Louisiana, un'esplosione sulla piattaforma ha innescato un violentissimo incendio; 11 persone sono morte all'istante, incenerite dalle fiamme, mentre 17 lavoratori sono rimasti feriti.
In seguito all'incendio la flotta della BP ha tentato invano di spegnere le fiamme, oltre a recuperare i superstiti.
Nei giorni successivi all'esplosione della piattaforma il contrammiraglio di Guardia Costiera Mary Landry intervistato dall'ABC escludeva un'emergenza ambientale significante.
Due giorni dopo la piattaforma Deepwater Horizon si è rovesciata, affondando e depositandosi sul fondale profondo 400 metri a circa mezzo chilometro più a nord-ovest del pozzo. Le valvole di sicurezza presenti all'imboccatura del pozzo sul fondale marino non hanno funzionato correttamente e il petrolio greggio, spinto dalla pressione del giacimento petrolifero ha iniziato a uscire senza controllo, in parte risalendo in superficie per via della minor densità rispetto all'acqua. Il 7 maggio 2010 la BP ha poi tentato col progetto Top Kill di arginare la falla utilizzando una cupola di cemento e acciaio dal peso di 100 tonnellate, ma la perdita non si è arrestata ed il tentativo di ridurre il danno è fallito.
In attesa di trovare una strategia risolutiva la BP ha poi approntato il progetto Lower Marine Riser Package (LMRP), con la posa in opera di un imbuto convogliatore sospeso sopra al pozzo e collegato a una nave cisterna in superficie, volto a recuperare almeno in parte il petrolio che fuoriusciva senza controllo dal pozzo sul fondo del mare.
In contemporanea la BP iniziava a trivellare due pozzi sussidiari in previsione di riuscire a giungere per fine agosto 2010 al condotto del pozzo che perdeva, intercettandolo in profondità, per cementarlo definitivamente.
Il 10 luglio 2010 - quando ormai l'entità della perdita era stimata da un minimo dai 35000 ai 60000 barili (tra i 5 e 10 milioni di litri) di idrocarburi al giorno, di cui solo la metà riusciva in qualche modo ad essere recuperata - veniva effettuato un secondo tentativo con un nuovo tappo per ridurre drasticamente, e l'obiettivo di fermare interamente le perdite entro una decina di giorni, non cessando comunque di lavorare anche a quella che viene considerata dalla BP essere la soluzione definitiva del problema: ossia la trivellazione dei due pozzi collaterali di emergenza.
Dopo 86 giorni dall'inizio dello sversamento di petrolio, il 15 luglio 2010 la BP dichiarava di essere riuscita a tappare la perdita del greggio, per la prima volta dal 20 aprile, giorno dell'esplosione, pur non essendo ancora sicura di quanto tempo avrebbe potuto resistere quest'ultima soluzione. Secondo le stime della BP stessa erano già stati riversati in mare, al 15 luglio, tra i 3 e i 5 milioni di barili di petrolio, ovvero tra i 506 e gli 868 milioni di litri (che, convertiti con un fattore di 0,920 che rappresenta in media il peso specifico del greggio, fanno 460.000-800.000 tonnellate).
Dopo 100 giorni dall'inizio delle perdite - e a due settimane dal nuovo tappo che chiude il pozzo in attesa di una soluzione definitiva - presumibilmente grazie alla tempesta tropicale che si è abbattuta sulla zona per più giorni, la macchia di petrolio che prima galleggiava sull'acqua è praticamente scomparsa. Rimane visibile solo il catrame spiaggiato sulle coste. Quanto manca - a eccezione di quanto aspirato nelle operazioni di pulizia (circa 800.000 barili - corrispondenti a 127 milioni di litri) o date alle fiamme in incendi controllati - si presume sia in parte evaporato, in parte dissolto (sono stati impiegati 7 milioni di litri di solventi rovesciati sulla macchia nera nelle prime settimane dell'emergenza), in parte digerito dai batteri; ma si ipotizza che la maggior parte sia finita sul fondale marino formando laghi di petrolio destinato a solidificarsi. Un terzo delle acque degli stati USA che si affacciano sul Golfo del Messico sono state chiuse, la pesca sta morendo e il turismo registra la chiusura del 20% delle spiagge.
Il 3 agosto 2010 inizia l'operazione Static Kill, con la quale la BP si propone di tappare definitivamente il pozzo mediante un'iniezione di fango e cemento attraverso i pozzi sussidiari, così da deviare il greggio in un bacino sicuro posto a 4 km di profondità.
Il 19 settembre 2010 viene terminata la cementificazione definitiva del pozzo.
Nel tentativo di porre rimedio al disastro gli ingegneri hanno adottato almeno cinque strategie:
veicoli sottomarini operanti in remoto allo scopo di chiudere le valvole di sicurezza sul fondo del mare;
spargimento di agenti disperdenti attraverso robot sommergibili, aerei e navi di supporto, allo scopo di legare chimicamente il petrolio e farlo precipitare sul fondo del mare, dove dovrebbe rimanere inerte nei confronti dell'uomo;
trivellazione adiacente al punto di fuoriuscita del petrolio, allo scopo di raggiungere con un tubo di perforazione il canale di comunicazione fra il giacimento petrolifero e il fondale marino per potervi iniettare del cemento, questa operazione è stata denominata "Top Kill";
piattaforme galleggianti aspiranti il petrolio che raggiunge la superficie;
camera di contenimento calata al di sopra della perdita primaria del tubo di perforazione danneggiato.
Il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon avrà nel breve e medio periodo effetti sulla popolazione locale in termini di intensificazione di malattie respiratorie e patologie della pelle (follicoliti cutanee) e, nel lungo periodo, gravi effetti in termini di aumento statistico dell'incidenza di tumori. Gli effetti nel lungo periodo comprendono anche aumenti statistici degli aborti spontanei, neonati di basso peso alla nascita o pretermine.
Il petrolio e le sostanze chimiche disperdenti rilasciate sul luogo del disastro contamineranno la popolazione locale nel breve e medio termine per via inalatoria; nel lungo termine per via orale, come conseguenza dell'accumulo degli idrocarburi nella catena alimentare.
Le prime specie animali vittime del disastro sono state quelle di dimensioni più piccole e alla base della catena alimentare, come ad esempio il plancton. Sono seguite le specie di dimensioni via via maggiori che sono state contaminate direttamente (dagli idrocarburi e dalle sostanze chimiche dispersanti) oppure indirettamente (per essersi alimentate di animali contaminati). Fra le specie coinvolte: numerose specie di pesci, tartarughe marine, squali, delfini e capodogli, tonni, granchi e gamberi, ostriche, menhaden, varie specie di uccelli delle rive, molte specie di uccelli migratori, pellicani.
Gli agenti disperdenti (fra i quali il prodotto commercializzato come corexit), cioè le sostanze chimiche utilizzate per disperdere gli idrocarburi in parti più piccole e per farli precipitare sul fondale del mare hanno consentito di nascondere la marea nera della superficie; tuttavia tali sostanze non hanno ridotto la quantità di greggio ma l'hanno solo nascosta alla vista, ad oltre 1600 metri di profondità, dove continua ad esercitare i suoi effetti nefasti sulla catena alimentare a tutti i livelli, uomo compreso.
Di grande importanza anche i timori che si concentrano sulle specie già a rischio per le quali l'estinzione potrebbe essere accelerata.
I danni del disastro ambientale sono impossibili da calcolare, tuttavia è possibile farne una stima.
I danni diretti, cioè quelli immediatamente visibili ed evidenti sono:
il valore, non stimabile né riparabile, della perdita di 11 vite umane;
il valore, non stimabile né riparabile, del danno ambientale procurato;
il valore economico della piattaforma (equivalente a circa 560 milioni di dollari), degli investimenti per la trivellazione del pozzo (andati in fumo), la perdita azionaria della British Petroleum, della Transocean e della Cameron International;
il costo dei primi soccorsi, per lo spegnimento dell'incendio ed il salvataggio del personale della piattaforma e la ricerca dei dispersi, il costo dell'operazione per la calata della cupola più il costo della cupola da 100 tonnellate, il costo delle operazioni per arginare o tappare la fuoriuscita dal pozzo;
il costo per il tentativo di arginare l'area sul mare dove si è sparso il petrolio fuoriuscito;
il costo per limitare il danno tentando la bonifica delle acque e delle coste e la pulizia degli animali.
Fra quelli indiretti, cioè quelli correlati ma non strettamente conseguenti al disastro, vi sono:
il danno all'industria locale della pesca;
il danno all'industria del turismo;
l'aumento del prezzo del petrolio.
Il presidente Barack Obama è deciso a far pagare una grossa somma alla Bp come risarcimento del disastro ambientale. Il presidente è stato criticato dai repubblicani che ritengono abbia gestito male il disastro. Al 28 giugno 2010 la Bp annuncia di aver già versato 2,65 miliardi di dollari.
A dicembre 2011, per rientrare delle perdite, Bp ha chiesto un risarcimento da 20 miliardi di dollari all'americana Halliburton, accusandola di avere intenzionalmente cancellato delle prove chiave dopo il disastro.

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