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martedì 19 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1988 Marco Donat Cattin muore a soli 35 anni, travolto da un'auto mentre tentava di segnalare un incidente sull'autostrada per Venezia.
C’è una figura grigia che attraversa in maniera quasi impercettibile gli anni settanta, passando prima per la contestazione giovanile, poi per l’anti-fascismo militante e la pratica violenta, approdando infine alla lotta armata. La storia del terrorismo nella Repubblica italiana è sempre stata caratterizzata da comportamenti e posizioni che hanno occupato rumorosamente le cronache e le aule di giustizia: pentiti e dissociati, militanti irriducibili, per finire a quanti hanno fatto della propria vita materiale per libri e film, cercando in ogni occasione visibilità e spazi. Marco Donat Cattin, al contrario,  sembra rimanere ai margini di quella stagione, personaggio quasi dimenticato; eppure fu indiscutibilmente un capo: insegnò ai ragazzi più giovani ad agire con decisione, diresse un’organizzazione eversiva di primo piano, sparò e uccise.
La storia di Marco è diversa da quella di tutti i suoi compagni: il papà è ministro del Lavoro quando lui parte per Roma a fare il militare presso la compagnia atleti dell’Aereonautica. Lontano da Torino non sta poi così bene e dopo qualche mese vi fa ritorno grazie ad un prezioso trasferimento, si iscrive a giurisprudenza, ma gli esami vanno a rilento e così arriva un poco impegnativo impiego da bibliotecario al liceo Galileo Ferraris. Il lavoro non è stressante, il tempo trascorre tra le assenze per malattia, le continue telefonate ricevute e le chiacchiere scambiate con uno studente, Roberto Sandalo, che fa parte del servizio d’ordine di Lotta Continua; è un violento “Roby il pazzo”, anche i suoi compagni faticano ad arginarne la carica distruttiva e ne disprezzano le scarse qualità politiche, ma con Marco si intrattiene per ore e ore, ascoltandolo  con attenzione e devozione. Insieme hanno sprangato dei fascisti, sono stati riconosciuti e poi segnalati, ma dopo i primi interrogatori in questura la memoria delle loro vittime si è improvvisamente annebbiata e la denuncia viene ritirata. La violenza di piazza inizia a star stretta a Marco, come il lavoro di bibliotecario che abbandona: si aggrega al gruppo che a Torino ruota intorno al foglio “Senza Tregua”, un’ottantina di giovani che combattono per “la costruzione del potere operaio”, e che, in una delle loro prime azioni, attaccano la sede di Forze Nuove, la corrente della Democrazia Cristiana fondata proprio dal papà di Marco. Presto la polizia identifica un po’ tutti, alcuni vengono arrestati, altri danno vita a Prima Linea; il figlio del ministro è tra questi ultimi, nell’organizzazione fa una brillante carriera, entra nel comando nazionale, produce strappi, detta i tempi per le azioni da effettuare di cui spesso scrive i comunicati.
L’inquietudine di Marco, raccontano la mamma e quelli che lo conoscono bene, nasce dal burrascoso rapporto con il padre, ingombrante figura di cui neanche durante la più radicale delle scelte il “Comandante Alberto” riesce a liberarsi. Mentre i suoi compagni vengono braccati, interrogati e arrestati nessuno sembra chiedere di lui; viene fotografato mentre entra nel covo di Corrado Alunni pochi giorni prima dell’arresto di quest’ultimo, rapina banche, uccide il giudice Alessandrini a Milano, ma può liberamente trascorrere le vacanze al mare in Calabria e fare un saluto alla mamma nella casa di montagna. Certo il papà un po’ si preoccupa, le voci si fanno sempre più insistenti e qualcosa inizia ad uscire sui giornali, ma è il ministro dell’Interno Rognoni a tranquillizzarlo che non c’è nulla di anomalo. Sono ragazzi come tanti altri, non esiste alcun addebito specifico. Passano gli anni ma il gioco non può durare ancora a lungo e mentre Marco, dopo aver trascorso una bellissima estate tra la Sardegna e la Valle d’Aosta, rompe con Prima Linea fuggendo con la cassa e le armi e teorizzando “una ritirata strategica finalizzata all’accumulo di mezzi ed esperienze ” (le solite rapine), Patrizio Peci finisce nelle mani del generale Dalla Chiesa. Parla molto l’“infame” e tra le altre cose racconta del figlio del ministro che è un terrorista: lo ha saputo da un piellino che voleva entrare nelle Brigate Rosse e che la polizia identifica in “Roby il pazzo”. Quando Sandalo viene arrestato nell’aprile del 1980 probabilmente non ricorda più le parole e i sogni condivisi con il suo amico bibliotecario del Galileo Ferraris: i rapporti intrattenuti con il comandante Alberto e con il papà Carlo prima del suo arresto sono la preziosa merce che offre ai magistrati in cambio di qualche anno in meno di carcere.                                              
La storia di Marco, il terrorista di cui nessuno voleva sapere, finisce qui: scappa in Francia e dietro di se lascia un padre costretto ad abbandonare la politica e un presidente del consiglio sospettato di favoreggiamento nei suoi confronti. Estradato in Italia diventerà prima dissociato e poi collaboratore di giustizia, scontando pochi anni di carcere. Solo la macchina che investendolo sull’autostrada Serenissima lo ucciderà non sapeva di travolgere il figlio del ministro, rendendolo finalmente uguale a tutti gli altri. A trentacinque anni, da morto.
Il 22 giugno 1988 si svolgono a Torino i funerali di Marco Donat-Cattin nei quali si ricordano i "forti rimorsi" di una persona che "viveva con il dolore del ricordo di quegli anni". Secondo le parole di Don Mazzi, raccolte da Repubblica, "era un ragazzo sregolato, nel bene come nel male", dice, scuotendo la testa. "Si buttava nelle cose a capofitto. Capisco la pazzia che ha fatto sull’autostrada, nel tentativo di salvare altre persone. Da noi, al centro di recupero dei tossicodipendenti, dava tutte le sue forze, con entusiasmo. E aveva quel carisma del capo, un po’ guascone, come suo padre peraltro, che lo aiutava molto nel lavoro. Dall’anno scorso era andato a Roma, ma si era tenuto in contatto con tre ragazzi. Anzi, proprio di recente li aveva invitati nella capitale per trascorrere insieme qualche giorno. Dei suoi trascorsi in Prima Linea, Marco Donat Cattin parlava malvolentieri: aveva forti rimorsi, viveva con dolore il ricordo di quegli anni. Una volta, mentre mi raccontava un episodio, è stato male fino a vomitare. Il suo più grande desiderio - continua il sacerdote - era di essere perdonato, o almeno incontrare la vedova di Emilio Alessandrini. Ma non è stato possibile. Purtroppo è morto prima che riuscissimo a trovare una strada di pace e conciliazione.".
È sepolto in una tomba di famiglia al Cimitero monumentale di Torino insieme al padre Carlo e alla madre Amelia, morta nel 1998 pure lei in un incidente stradale.

lunedì 18 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 giugno.
Il 18 giugno 1940 Charles De Gaulle, da Radio Londra pronunciava il famoso "discorso del 18 giugno".
“La Francia è rimasta vedova“: con queste parole, lapidarie, il nuovo Presidente della Repubblica Georges Pompidou, il 9 novembre 1970, annunciava in televisione la morte del generale Charles de Gaulle, l’uomo che aveva scritto la pagina più eroica del Novecento tricolore e che più di ogni altro si era adoperato per salvare l’orgoglio nazionale. La commozione fu enorme, se ne andava un mito, una leggenda.
Ad un altro discorso, trent’anni prima, il 18 giugno 1940, in piena Seconda Guerra Mondiale, è necessario risalire per spiegare cosa abbia rappresentato e rappresenti tutt’oggi per i nostri cugini transalpini il Generale Charles de Gaulle. Il 10 maggio di quell’anno le armate tedesche, in attuazione del piano tattico chiamato “blitzkrieg“, ovvero “guerra lampo“, invadono Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, aggirano la Linea Maginot ed entrano in Francia giungendo rapidamente a Parigi il 14 giugno. La capitale cede senza combattere e de Gaulle, generale di brigata nominato qualche giorno prima sottosegretario di Stato alla Guerra e alla Difesa nazionale dal Governo di Paul Reynaud, lascia la Francia volando a Londra. L’uomo è valoroso, ha uno spiccatissimo senso dell’onor patrio, rifiuta aprioristicamente il disfattismo ed è in totale disaccordo con i vertici del nuovo Governo provvisorio del maresciallo Pétain che il 17 giugno è subentrato a Reynaud chiedendo l’armistizio alla Germania. De Gaulle alloggia nell’appartamento di un amico al numero 6 di Seymour Place, davanti ad Hyde Park, e con il pieno appoggio di Churchill, che lo sostiene come più autorevole roccaforte dell’anti-nazismo e gli apre l’accesso alla BBC, decide di rivolgersi al popolo francese.
Sono le ore 20.15 del 18 giugno 1940 e dalle frequenze di Radio Londra il Generale lancia l’appello che incita i francesi a non arrendersi, a non considerare finita una guerra che non è limitata al territorio francese ma è una guerra mondiale, ed invita i connazionali che risiedono in Inghilterra a mettersi in contatto con lui. E’ di fatto il momento ufficiale in cui de Gaulle inizia a gettare le basi di quel movimento di resistenza che si chiamerà Francia Libera e salverà il suo paese dal giogo nazista ed è senza ombra di dubbio anche il momento in cui de Gaulle entra nel cuore di francesi per non uscirne più ed assurgere al rango di mito.
Il discorso del 18 giugno non venne registrato dalla BBC, come invece fu per il secondo messaggio diramato il 22 giugno, così come pochi furono coloro che l’ascoltarono in diretta. Tra loro il celebre scrittore Georges Bernanos, che si trovava a Belo Horizonte, in Brasile, mentre alcuni quotidiani il giorno dopo diffusero la notizia. Ma la portata storica dell’evento è assoluta, tanto che il manoscritto dell’appello, rinvenuto negli archivi dell’agenzia dei servizi segreti svizzeri, dal 2005 è iscritto nel Registre international Mémoire du monde dell’Unesco. Il 22 giugno il Governo di Vichy firma l’armistizio a Rethondes, nella foresta di Compiègne, de Gaulle è decaduto del titolo di generale di brigata e la sera stessa pronuncia alla BBC il secondo appello. La spaccatura tra de Gaulle e il governo provvisorio è consumata, l’ex-generale è messo in stato d’accusa per insubordinazione e diserzione e nel mese di agosto è condannato a morte in contumacia.
Ma il prestigio dell’uomo che non ha ceduto ai tedeschi cresce giorno dopo giorno così come il numero dei volontari che si presentano al piccolo appartamento di Seymour Place numero 6 per arruolarsi nelle FFL, le Forze Francesi Libere di cui de Gaulle è l’unico, legittimo rappresentante. Churchill stesso lo riconosce ufficialmente come “il capo di tutti i francesi liberi“, e il 3 agosto gli viene concesso di affiggere sui muri di tutto il Regno Unito la famosa “Affiche“, inquadrata dalla cornice bleu-blanc-rouge, che si apre con la frase “la Francia ha perso una battaglia ma la Francia non ha perso la guerra…“.
Fu dunque quello di de Gaulle un atto di rifiuto solitario, a tanti apparso all’inizio così poco realistico, che porterà di fatto all’organizzazione e alla crescita della Resistenza, alla partecipazione e alla vittoria finale della Francia come potenza alleata contro la Germania. Un atto che ha significato nel tempo la salvezza della dignità, dell’onore e della libertà della Francia e che, al di là di tutte le controversie e di tutti i dissensi che la successiva carriera politica di de Gaulle ha potuto suscitare, lo hanno elevato a simbolo. L’immensa gratitudine e riconoscenza dei francesi verso l’uomo che ha saputo opporsi e dire no all’orrore e all’ingiustizia sono all’origine di quello che è e per sempre sarà il mito de “le General de Gaulle“.


domenica 17 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1462 Vlad di Valacchia tenta l'assassinio del sultano Maometto II, senza successo.
 La moderna Romania comprende tre province: la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia. I legami tra queste tre regioni (così come il nome ‘Romania’) risalgono ai tempi dell’Impero Romano. Nel Medioevo questi tre stati esistevano come principati semi-indipendenti, essendo schiacciati tra il Sacro Romano Impero a ovest e i turchi a sud. La fede ortodossa dei rumeni era quindi minacciata sia dal cattolicesimo che dall’islamismo.
Vlad III nacque nel 1431 nella città transilvana di Sighisoara.  In quello stesso anno suo padre, Vlad II, appartenente alla nobile famiglia dei Basarab, venne investito dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo dell’Ordine del Drago. Quest’Ordine,  fondato il 12 dicembre 1418 da re Sigismondo, dalla sua seconda moglie Barbara von Eili e da alcuni nobili ungheresi, aveva lo scopo di rafforzare la difesa della comunità cattolica da possibili attacchi dei turchi e comportava alcuni obblighi, incluso quello di vestire di nero in segno di penitenza ogni venerdì e di portare sempre l’insegna del Drago. L’insegna rappresentava un dragone prostrato con le ali distese, che pendeva da una croce verde contenente il motto “O quam misericors est Deus, justus et pius”. Il simbolismo era destinato a ricordare che Cristo aveva conquistato il principe delle tenebre con la Sua morte e resurrezione.
Secondo Florescu e McNally, l’appartenenza di Vlad II a quest’Ordine sembra la spiegazione più probabile per l’origine del suo epiteto ‘Dracul’.  Il simbolo così strano del drago (parola derivante dal latino ‘draco’) deve aver affascinato sia i nobili valacchi che i contadini, al punto da creare il soprannome ‘Vlad Dracul’. Non vi era certamente nessun riferimento diabolico: in fondo, difficilmente un crociato potrebbe essere associato con Satana. Il nome ‘Dracula’, invece apparterrebbe alla categoria dei nomi romeni con suffisso in -ulea, per cui ‘Dracula’, o più correttamente ‘Draculea’, significherebbe semplicemente ‘figlio di Dracul’.
Secondo altre teorie (che oggi però paiono ottenere meno credito), il nome deriverebbe da ‘drac’, cioè diavolo, più il suffisso ‘ul’ che funge da articolo determinativo: il diavolo, infatti, era spesso rappresentato come un drago. Inevitabilmente ci si chiede perché un principe noto per avere edificato chiese e monasteri venisse associato col diavolo. Una possibile risposta è che il nome fosse stato coniato dai suoi nemici.
I cronisti rumeni usarono l’epiteto ‘Dracul’ per descrivere il padre, ma non usarono il nome ‘Dracula’ riferendosi al figlio. Preferirono invece l’epiteto di ‘Impalatore’ (o ‘Tepes’, che in romeno significa ‘palo’), alludendo al metodo preferito da Dracula per uccidere e torturare i suoi nemici. Sembra però che Dracula stesso preferisse il soprannome ‘Draculea’: così egli si firmò in almeno tre   documenti dell’ultimo periodo della sua vita.
Nell’inverno 1436/37, Vlad Dracul divenne principe di Valacchia, per cui, insieme alla moglie e ai figli Vlad, Radu e Mircea, si trasferì a Tirgoviste. A dispetto degli impegni presi, Vlad Dracul si dimostrò molto rispettoso verso i turchi, ma questi, non fidandosi della sua lealtà, riuscirono a catturarlo, insieme ai suoi figli, nel 1442. L’anno seguente venne ristabilito sul trono, ma ad alcune condizioni: Dracul promise che non avrebbe partecipato ad alcuna azione di guerra contro il sovrano turco e, come pegno della sua fedeltà, fu costretto a lasciare presso i turchi i figli Vlad, di circa dodici anni, e Radu, di nove. Mentre Radu, divenuto il protetto di Mohammed e il candidato ufficiale al trono di Valacchia, venne liberato nel 1447, suo fratello rimase ‘ospite’ dei turchi fino all’anno successivo.
Non vi è dubbio che questo periodo di prigionia, in un’età in cui l’animo è impressionabile e il carattere si va formando, sia molto importante nel determinare la psicologia di Vlad Dracula. La continua consapevolezza del pericolo di essere assassinato, e quindi della scarsa importanza della vita, lo rese cinico. Riuscì a penetrare la mentalità dei turchi, da cui imparò l’uso del terrore, metodo del quale dovette servirsi con grande vantaggio nella sua futura carriera.
Nel frattempo suo padre, insieme al figlio Mircea e a Giovanni Hunyadi (forma italianizzata di Iancu de Hunedoara), voivoda di Transilvania e governatore di Ungheria, intraprese una campagna militare contro i turchi, ma venne sconfitto da Murad II il 10 novembre 1444 a Varna. Le accuse rivolte da Vlad Dracul, ma soprattutto dal figlio Mircea, all’indomani del conflitto, nei confronti di Giovanni Hunyadi, come responsabile del disastro, costarono la vita a entrambi. All’inizio del 1448, dunque, Hunyadi era padrone del destino politico della Valacchia e si sentiva abbastanza forte da tentare una nuova offensiva contro i turchi. Nella prima metà di ottobre, l’esercito cristiano aveva raggiunto l’altopiano conosciuto con il nome di Kosovo Polje o ‘piana dei merli’, dove i serbi avevano subito la storica sconfitta ad opera del sultano Baiazid nel 1339. Mentre Hunyadi stava preparandosi a riprendere l’avanzata, l’esercito turco sorprese quello cristiano e nei giorni 17, 18 e 19 ottobre 1448 ebbe luogo una seconda battaglia di Kosovo, che si risolse in una grave sconfitta per l’esercito ungherese.
Nel frattempo, il giovane Vlad non era rimasto in ozio. Approfittando dell’assenza di Hunyadi, invase la Valacchia alla testa di un esercito turco e andò semplicemente ad occupare il trono di Tirgoviste. Tuttavia l’altro pretendente al trono, Vladislav II, appartenente alla famiglia dei Danesti (tra l’altro parenti dello stesso Vlad), riuscì a cacciarlo. Dracula si rifugiò quindi in Moldavia, dove regnava il cognato e amico del padre Bogdan II. Suo figlio Stefano (il futuro Stefano il Grande), legò una salda amicizia con il cugino, che rimase in Moldavia fino all’assassinio di Bogdan, nel 1451.
Nel 1453, Costantinopoli cadde in mano ai turchi, e l’Impero d’oriente si sgretolò; le rimanenti nazioni cristiane tremavano al pensiero di una potenza infedele che si estendeva così vicino a loro. La Valacchia, che aveva nei confronti dei turchi l’obbligo di pagare un tributo, si trovava ora in prima linea.
Nel frattempo, Vlad si era rifugiato in Transilvania, presso Hunyadi, i cui rapporti col suo protetto Vladislav si erano intanto raffreddati. Nel 1456, Hunyadi muore di peste e Vladislav viene ucciso in una battaglia, forse proprio a opera di Vlad, il quale, nell’autunno di quello stesso anno, può finalmente salire al trono della Valacchia.  
I suoi nemici principali si trovavano ora all’interno del suo stesso regno. Si trattava di due classi molto privilegiate: i nobili boiardi (possidenti terrieri) e i mercanti. I boiardi erano abituati a sottovalutare il loro principe, non ascoltavano le sue richieste ed erano pronti ad appoggiare qualsiasi aspirante al trono che difendesse i loro privilegi. Il monito di Vlad fu terribile: dopo un banchetto in loro onore ne fece impalare una buona parte, sotto lo sguardo atterrito dei superstiti. Egli, inoltre, sapeva che tra i boiardi uccisi si trovavano anche i responsabili dell’assassinio di suo padre e di suo fratello.
L’economia della regione era controllata da mercanti e commercianti di discendenza sassone, i cui privilegi monopolistici risalivano alle colonizzazioni germaniche del XII e XIII secolo. Vlad confiscò i loro diritti commerciali e istituì misure protezionistiche per tutelare il commercio valacco.  
Nel 1459, si sentiva ormai così sicuro da sospendere il pagamento del tributo a turchi, guadagnandosi così le simpatie dei cristiani. Due anni dopo, si imbarcò in una crociata,  grazie alla quale riuscì a liberare tutti quei territori a sud del Danubio recentemente occupati dagli infedeli. Vlad, infatti, più che dichiarare la sua devozione a Cristo, voleva  rendere più sicuri i confini di quei terre al di là del fiume. Nel frattempo, però, i rinforzi chiesti alle altre potenze cristiane tardavano ad arrivare: Mattia Corvino, re d’Ungheria, non rispose, forse temendo la crescente autonomia del suo vicino, mentre Stefano il Grande, venendo meno a un vecchio patto di amicizia, addirittura lo attacca, sperando di impossessarsi prima dei turchi della città di Chilia (Licostomo), sul Basso Danubio.
Riuscito a sfuggire ai turchi, Vlad spera di trovare rifugio presso Mattia Corvino, il quale invece lo fece arrestare senza un’apparente ragione e lo tenne prigioniero dal 1462 al 1474. All’inizio fu rinchiuso nella fortezza reale di Buda, ma in seguito i rapporti tra i due si fanno più pacati e il carcere si trasforma in una sorta di residenza obbligata. Tuttavia, il prezzo che Vlad dovette pagare per il suo rilascio fu la rinuncia alla fede ortodossa e la conversione al Cattolicesimo. Nel novembre del 1476 riesce a reinsediarsi sul trono della Valacchia, ma trova la morte in una imprecisata località nei pressi di Bucarest nel dicembre di quello stesso anno, forse ucciso per sbaglio da uno dei suoi stessi soldati in un combattimento contro i turchi, o da un gruppo di boiardi suoi nemici.
La sua tomba, attualmente vuota, si trova in un isolotto del piccolo lago di Snagov, a 18 km da Bucarest, all’interno di un convento fondato da Vlad stesso. Circa la scomparsa del suo cadavere (privato, a quanto pare della testa, in quanto i turchi se ne impossessarono e la portarono al sultano come prova della sua morte), si sono fatte diverse ipotesi: la più probabile è che sia stato trafugato durante i lunghi periodi di incuria, in cui il monastero andò soggetto a saccheggi.
Dopo la sua morte,  resoconti delle sue atrocità (vere o esagerate) ispirate dai boiardi con l’intento di screditarlo, vennero diffusi in tutta Europa. I sassoni, gli ungheresi, i turchi e i russi avevano tutte le ragioni per dipingerlo come il più grande psicopatico della storia. Re Mattia Corvino, ad esempio, cercando un pretesto che giustificasse il suo non-intervento nella crociata, aveva buoni motivi per infangare la reputazione di Vlad, in modo da poter anche giustificare il suo imprigionamento. Grazie all’invenzione della stampa, vennero stampati molti libelli diffamatori (soprattutto in Germania), i quali, pare, si vendevano più della Bibbia. Nel 1558, con la traduzione inglese della Cosmographica di Sebastian Munster, l’eco delle gesta di Vlad Tepes raggiunse anche la Gran Bretagna. Sfortunatamente, l’immagine del voivoda non poteva essere difesa dalla sua stessa gente, in quanto la stampa valacca era molto indietro rispetto a quella europea. Dopo un lungo periodo di oblio, il suo nome tornò di nuovo agli onori della cronaca prima grazie al romanzo di Bram Stoker, poi in concomitanza con la nascita della Repubblica Socialista Rumena, la quale era alla ricerca di eroi nazionali che potessero legare la nazione al suo passato. Egli è oggi considerato una sorta di Robin Hood, che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, combatteva per la libertà e aveva eliminato quasi ogni forma di crimine. E’ visto come un padre fondatore della patria e i suoi eccessi vengono ridimensionati, considerando anche la crudeltà del periodo in cui si trovò a vivere. Per lungo tempo, in Romania l’accostamento di Vlad Tepes con il Dracula letterario è stato ignorato e tutt’oggi è mal sopportato.

sabato 16 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1944 George Stinney Jr., 14 anni, fu giustiziato per avere ucciso due bambine nella Carolina del Sud, dove erano in vigore norme sulla segregazione razziale.
Appena lo hanno sollevato per legarlo alla sedia elettrica i boia si sono accorti che era così piccolo e magro che non riuscivano neanche a stringere i lacci di cuoio sulle braccia e  a sistemare gli elettrodi lungo il corpo. Pesava 40 chili ed era alto poco più di un metro e mezzo. Così hanno dovuto mettergli alcune copie della Bibbia sotto il sedere finché non hanno trovato la posizione giusta per farlo morire come si deve.
Anche la maschera che abitualmente copre il volto dei condannati era troppo grande e larga, durante l’esecuzione è caduta giù più volte, mostrando ai 40 testimoni che assistevano al supplizio, tra cui i parenti delle vittime, le orribili smorfie di chi sta morendo tra atroci sofferenze sotto delle scariche elettriche a oltre 2500 volt. Quando è stato giustiziato dallo Stato del South Carolina, George Julius Stinney aveva appena 14 anni: è il più giovane condannato a morte nella storia recente degli Stati Uniti. Le poche immagini che circolano oggi in rete mostrano il viso di un bambino afroamericano dallo sguardo triste e rassegnato, diventato il simbolo della feroce persecuzione giudiziaria subita dai neri d’America.
Erano le 19 e 30 del 16 giugno 1944 quando il medico del penitenziario di Columbia registra il decesso del condannato per arresto cardiaco. Dopo settanta anni la giustizia Usa recita finalmente il mea culpa: il giudice Carmen Mullen infatti il 17 dicembre 2014 ha annullato la condanna, ritenendo il processo una farsa crudele in cui sono stati violati i diritti elementari dell’imputato sanciti dalla Costituzione: «L’esecuzione di George Stinney è la più grande ingiustizia che io abbia mai visto nella vita», ha commentato Mullen con i media. Il processo avvenne mentre il paese viveva in un odioso clima di segregazione razziale in uno Stato tra i più intolleranti e giustizialisti nei confronti della comunità nera vittima di pregiudizi e discriminazioni quotidiane. Stinney fu accusato dell’omicidio di due bambine bianche di 7 e 11 anni, Mary Emma Thames e Betty June Binniker, trovate in un fossato non distante dalla sua abitazione con segni di violente percosse alla testa con fratture profonde, a poche centinaia di metri fu rinvenuta una sbarra di ferro, con ogni probabilità l’arma del delitto.
Com’è possibile che un ragazzo così esile abbia potuto commettere un crimine talmente brutale? Ma George è stata l’ultima persona a vederle vive il giorno prima dell’omicidio. Abitavano a Alcolu, un sobborgo operaio nella contea di Claredon dove i quartieri dei bianchi e dei neri erano separati dai binari della ferrovia. Le due bambine erano uscite di casa per raccogliere dei fiori e avevano attraversato il giardino degli Stinney con la bicicletta scambiando due parole con George. Questa è la ”prova” nelle mani degli investigatori e rimarrà l’unica fino al giorno della condanna. Dopo una sbrigativa indagine la polizia non perde tempo convinta di aver trovato il colpevole perfetto, si precipita nell’abitazione del ragazzino e lo arresta davanti gli occhi increduli dei genitori. La notizia occupa le prime pagine dei giornali locali con titoli da Ku Klux Klan, il padre viene licenziato su due piedi dalla segheria dove lavorava mentre tutta la famiglia è costretta a lasciare la città per paura di linciaggi e rappresaglie lasciando George completamente abbandonato a se stesso nei suoi 80 giorni di prigionia.
Il giudice che si occupò dell’affare negò ai familiari persino la possibilità di testimoniare in suo favore: «La corte reputò una cosa normale separare un bambino dai propri genitori e approfittare della sua giovane età per ottenere una sentenza di condanna a tutti i costi» spiega Mullen, sottolineando come gli avvocati che gli furono assegnati d’ufficio non fecero praticamente nulla per smontare un impianto accusatorio del tutto inconsistente e non chiamando nessun testimone. In carcere George viene costretto a confessare l’omicidio di Mary e June, ma di quella confessione non è mai stata trovata traccia in un nessun verbale scritto, lo stesso imputato ha poi negato di essersi mai accusato del delitto. Come durante l’autopsia non è stata trovata traccia di violenze sessuali sui corpi delle bambine, violenze in un primo momento evocate nel rapporto delle forze dell’ordine.
Il processo fu naturalmente una farsa, durò due ore e mezza, la giuria composta da soli bianchi ci mise meno di dieci minuti per spedire il 14enne diritto verso la sedia elettrica: «Che Dio abbia pietà della sua anima», le lapidarie parole pronunciate dal giudice Phillip Henry Stoll. Alcune organizzazioni umanitarie protestarono con il governatore del South Carolina Olin Dewitt Talmudge che rifiutò di accordare la grazia a Stinney. «Avrei voluto che mia madre e mio padre fossero ancora qui per poter vivere questa giornata in cui è stata ristabilita la giustizia, mio fratello è stato ucciso senza alcuna ragione, era troppo giovane e non gli hanno dato alcuna chance», dice visibilmente commossa la sorella Amie Ruffner contattata telefonicamente dal sito di informazione Wtlx.com. La vicenda di George Julius Stinney è stata raccontata in Carolina Skeletons dallo scrittore David Stout che nel 1988 ha ricevuto il premio Edgard Allan Poe come migliore primo romanzo e nel film ”Un colpevole ideale” realizzato dal regista John Erman nel 1991.

venerdì 15 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1479 nasce a Firenze Lisa Gherardini, la dama ritratta da Leonardo nel celebre dipinto del Louvre.
Lisa Gherardini, conosciuta anche come Lisa del Giocondo o Monna Lisa, è nata a Firenze il 15 giugno 1479 ed è morta nel capoluogo toscano il 15 luglio 1542, all'età di 63 anni. La donna apparteneva a una nobile e antica famiglia, sin dall'anno Mille si trovano tracce dei Gherardini, aristocratici fiorentini esiliati nel veronese nel periodo delle lotte tra guelfi bianchi e guelfi neri nei primi anni del XIV secolo. Nonostante l'allontanamento dei Gherardini dalla Toscana, un ramo della famiglia rimase sempre a Firenze e quando nacque Lisa, nel 1479, la casata aveva perso gran parte dell'importanza che l'aveva caratterizzata nei secoli precedenti, restando comunque facoltosa. Lo stemma nobiliare dei Gherardini è molto antico, e nella sua forma originaria è 'di rosso, a tre fasce di vaio', anche se numerose rappresentazioni dell'arma, su carta o pietra, presentano sottili varianti.
Il padre di Lisa, Antonmaria Gherardini, era un ricco mercante che in terze nozze sposò Lucrezia del Caccia, la madre di Lisa. La famiglia possedeva molte proprietà nelle campagne toscane, oltre ad una casa in città, in via Sguazza, una traversa di via Maggio, dove sembra che avvenne il parto. Primogenita di sette bambini, Lisa aveva tre sorelle e tre fratelli; quando era ancora piccola la famiglia si trasferì nell'attuale via dei Pepi, nei pressi della Basilica di Santa Croce, a pochi passi dalla casa di Piero da Vinci, padre di Leonardo. Alla morte del padre Lisa andò a vivere dal nonno materno, Mariotto Rucellai, che aveva buoni rapporti con la potente famiglia Medici. Alcuni studiosi credono che Giuliano de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, avesse avuto una relazione amorosa con Lisa Gherardini, ma non è provato.
Il 5 marzo 1495 la quindicenne sposò, su decisione del nonno, il trentenne Francesco di Bartolomeo di Zanobi del Giocondo, un facoltoso mercante di seta, divenendo così la sua terza moglie. La dote della ragazza era composta da poco meno di duecento fiorini e da un'azienda agricola vicino alla casa di campagna di famiglia. Francesco e Lisa ebbero cinque figli, Piero, Camilla, Andrea, Giocondo e Marietta, delle due figlie femmine si sa che divennero suore cattoliche: Camilla prese il nome di suor Beatrice ed entrò nel convento di San Domenico di Cafaggio (oggi San Domenico del Maglio), e Marietta prese il nome di suor Ludovica presso il convento francescano di Sant'Orsola. Rimasta vedova ed essendo malata (il marito Francesco muore di peste nel 1538), Lisa trascorrerà l'ultima parte della propria vita nel convento, assistita dalla figlia suor Ludovica fino alla morte, che avverrà all'età di 63 anni, nel 1542.
A riprova di ciò, vi è un documento di morte e sepoltura rinvenuto dallo storico Giuseppe Pallanti nel registro dei decessi della Basilica di San Lorenzo (che faceva capo al convento femminile di Sant'Orsola), in cui si legge: "Donna fu di Francesco del Giocondo morì addì 15 di luglio 1542 sotterrossi in Sant'Orsola tolse tutto il capitolo". Oltre a ciò sono state ritrovate diverse carte dell'epoca riguardanti il padre Antonmaria e il marito Francesco. Il ramo toscano dei Gherardini si estinse nel 1743 con la morte di Fabio Gherardini, ultimo gentiluomo della famiglia in Toscana. Un anno prima di morire, nel 1537, il marito di Lisa aveva fatto testamento (siglato tra l'altro da Piero da Vinci, il papà di Leonardo) e aveva stabilito che, alla sua scomparsa, venisse restituita a Lisa la dote, il suo abbigliamento personale e i suoi gioielli. Riguardo alle cure riservate alla moglie, scrisse delle precise disposizioni alla figlia Ludovica e al figlio Bartolomeo: "Dato l'affetto e l'amore del testatore nei confronti di Mona Lisa, la sua amata moglie; in considerazione del fatto che Lisa ha sempre agito con uno spirito nobile e come una moglie fedele; sperando che a lei venga dato tutto ciò di cui ha bisogno."
Attorno al 1501 o 1502 Francesco del Giocondo chiese a Leonardo da Vinci di ritrarre sua moglie Lisa, almeno secondo quanto riportato da Giorgio Vasari nelle 'Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri', una cinquantina d'anni più tardi: "Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatevi, lo lasciò imperfecto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableo". In cinque secoli di storia, inutile sottolinearlo, sulla Gioconda è stato detto di tutto, intere schiere di studiosi hanno tentato di analizzarlo da un punto di vista artistico e non solo. A tutt'oggi è uno di quadri più 'copiati', discussi e amati del mondo. La cosa migliore è affidarsi alle 'lettere antiche' del Vasari, ancora una volta, e lasciarsi accompagnare tra le pieghe del dipinto dalle sue parole appassionate: "Avvenga che gli occhi avevano que' lustri e quelle acquitrine, che di continuo si veggono nel vivo; et intorno a essi erano tutti que' rossigni lividi et i peli, che non senza grandissima sottigliezza si possono fare. Le ciglia per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove più folti e dove più radi, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere più naturali. Il naso, con tutte quelle belle aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo. La bocca, con quella sua sfenditura con le sue fini unite dal rosso della bocca con l'incarnazione del viso, che non colori, ma carne pareva veramente. Nella fontanella della gola, chi intentissimamente la guardava, vedeva battere i polsi: e nel vero si può dire che questa fussi dipinta d'una maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice e sia qual si vuole. Usovvi ancora questa arte, che essendo Monna Lisa bellissima, teneva mentre che la ritraeva, chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni che la facessino stare allegra, per levar via quel malinconico, che suol dar spesso la pittura a' ritratti che si fanno. Et in questo di Lionardo vi era un ghigno tanto piacevole che era cosa più divina che umana a vederlo, et era tenuta cosa maravigliosa, per non essere il vivo altrimenti".

giovedì 14 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 giugno.
Il 14 giugno negli Stati Uniti è il Flag Day, il giorno che celebra e commemora l’adozione della bandiera, quella a stelle e strisce, che avvenne con una risoluzione votata il 14 giugno del 1777 nel corso del Secondo congresso continentale, la riunione dei rappresentanti delle tredici colonie britanniche del nord America. Il Giorno della Bandiera fu istituto dal presidente Woodrow Wilson nel 1916 e nel 1949 il Congresso promulgò una legge stabilendo che il 14 giugno diventasse il National Flag Day.
Il Giorno della Bandiera non è, tuttavia, un giorno di vacanza negli Stati Uniti. La bandiera viene festeggiata con iniziative e commemorazioni, ma si lavora normalmente come negli altri giorni feriali, fatta eccezione per lo stato della Pennsylvania, che a partire dal 1937 ha deciso di fare vacanza in questo giorno.
Sulla bandiera degli Stati Uniti ci sono storie che a volte declinano verso la leggenda. Proviamo a sfatare qualche mito sulla bandiera più conosciuta e riprodotta nella storia, dalle magliette alle tazze passando per le spille e le opere d’arte.
1. Betsy Ross ha realizzato la prima bandiera americana
Non è esattamente una nozione che si trova sui libri di storia, ma resta la leggenda più diffusa sulla bandiera: Betsy Ross, una cucitrice di Philadelphia al servizio di George Washington, nel 1776 sarebbe stata incaricata dal presidente in persona di progettare e realizzare quello che sarebbe diventato il simbolo degli Stati Uniti (con tanto di piccolo litigio tra i due sul numero di punte delle stelle, lui avrebbe voluto imporle a sei punte ma lei lo persuase sulle cinque).
La storia fu diffusa dal nipote di Betsy Ross, William Canby, quasi cento anni dopo, e a trarne maggior profitto fu il pittore e imprenditore Charles H. Weisgerber, che realizzò l’iconica immagine della donna al lavoro sulla bandiera: ma non fu mai presentata alcuna prova a sostegno di quella che diventò a tutti gli effetti una leggenda, anche se tuttora molto popolare. L’unica certezza è che la sarta Betsy Ross, effettivamente, cuciva bandiere negli anni Settanta del 1700.
2. Il rosso, blu e bianco della bandiera simboleggiano il sacrificio americano
Nessun documento ufficiale dà motivazione ai colori scelti per la bandiera, o vi attribuisce un significato particolare. Il segretario del Congresso Continentale, Charles Thomson, scrisse sul suo rapporto in occasione dell’approvazione della bandiera: «Bianco significa purezza e innocenza. Rosso resistenza e valore e blu… Significa vigilanza, perseveranza e giustizia.»
    Ma questi colori non hanno, né hanno mai avuto, alcun significato ufficiale. Gli storici sono convinti che l’uso di rosso, bianco e blu nella Stelle e strisce abbia semplicemente a che fare col fatto che le bandiere dei primi coloni usavano quei colori. E non c’è alcun dubbio sulla provenienza dei colori delle prime bandiere coloniali: sono gli stessi della Union Jack, la bandiera del Regno Unito.
3. Il “Pledge of Allegiance”, il giuramento di fedeltà alla bandiera, è stato per lungo tempo declamato dal Congresso e altre istituzioni governative
Il giuramento fu scritto nel 1892 per una celebrazione nelle scuole pubbliche della nazione in occasione del quattrocentesimo anniversario dello sbarco di Colombo, e sei anni dopo lo stato di New York fu il primo a imporlo come testo da recitare all’inizio di ogni giornata scolastica nelle scuole pubbliche. Questa abitudine fu assunta anche in altri stati e rimase tale fino al 1988, quando diventò un elemento dello scontro elettorale tra il democratico Dukakis (che come governatore del Massachussets si era opposto a introdurlo con una legge nel suo stato ritenendo la cosa incostituzionale) e George H. W. Bush. Nel settembre dello stesso anno, quando si inasprì lo scontro tra i due, il giuramento fu recitato per la prima volta nella Camera, e fu determinato che da quel momento in poi dovesse sempre aprire i lavori. Il Senato cominciò a recitare quotidianamente il giuramento solo nel 1999. Ora viene recitato in buona parte degli  enti pubblici.
4. È illegale bruciare la bandiera americana
Era illegale fino al 1989, quando la Corte suprema decretò durante un processo che bruciare la bandiera è una forma simbolica di discorso, e pertanto protetta dal primo emendamento. La decisione invalidò una legge nazionale sulla profanazione della bandiera e molte leggi simili in quarantotto stati (a fare eccezione erano Wyoming e Alaska). Nonostante l’approvazione da parte del Congresso del Flag Protection Act, un atto ufficiale di protezione della bandiera, la Corte Suprema lo bocciò nel 1990 sempre sulla base del primo emendamento. Da allora i tentativi da parte di vari movimenti di far approvare una legge costituzionale per rendere illegale la profanazione della bandiera sono stati e continuano ad essere innumerevoli: tutti respinti.
5. Non ci sono problemi nell’indossare una maglietta a stelle e strisce
Lo United States Flag Code, la legge che comprende le regole per l’esposizione della bandiera, non sembra essere molto favorevole all’utilizzo della bandiera per scopi commerciali. Le norme vietano formalmente di utilizzarla sui prodotti allo scopo di fare pubblicità, richiamare l’attenzione o avere funzione decorativa.
    In altre parole, quando indossi una maglietta o un cappellino mentre sei steso su un asciugamano con la bandiera Americana vicino alla tua sedia da campeggio, stai violando il Flag Code. Il codice, che fu preparato nel corso della prima National Flag Conference di Washington nel 1923, fa parte delle leggi dello Stato. Tuttavia non è applicato, e non è applicabile. È solamente un insieme di linee guida, che consentono agli americani di sapere che cosa fare – e che cosa non fare – con l’emblema rosso, bianco e blu.


mercoledì 13 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno 1886 Re Ludovico II di Baviera viene trovato morto nelle acque del lago Starnberg.
Ludwig, un uomo dall’infelice destino. E pensare che sarebbe potuto essere la stella più brillante nel firmamento della corte bavarese. Era bello, intelligente, sensibile e, quel che più conta, era re. Eppure un mostro insaziabile gli divorava l’anima. La pazzia? Il fardello dell’omosessualità in quell’epoca di esasperato moralismo? La sua sensibilità fortemente eccentrica che lo portò a sperperare i beni dello Stato causando lo sconcerto dei ministri e la propria rovina?
 La vita di Ludwig e la sua morte restano entrambe un mistero. Nessuno è mai riuscito a decifrare pienamente l’universo mentale del Märchenkönig (re delle favole), come lo chiamano i Bavaresi. Fu davvero pazzo? Il suo medico lo disse paranoico, gli psichiatri odierni parlano di personalità schizoide. Ludwig appena ventenne guarda con occhi sognanti dal ritratto ufficiale che gli fece il pittore Ferdinand von Piloty. Il leggero sorriso un po’ melanconico, il gran ciuffo di folti capelli scuri spartiti sulla fronte e la figura alta, slanciata (il re misurava 1.93 di altezza). Non fissa l’osservatore, il giovane Ludwig. Il suo sguardo si perde chissà dove, in un punto indefinito e lontano.
 Era nato il 25 agosto 1845 poco dopo mezzanotte nel castello di Nymphenburg (oggi un quartiere di Monaco di Baviera), dall’unione di due sovrani di bell’aspetto: il principe Massimiliano II e la principessa Maria. Del resto anche suo nonno Ludovico I era stato un uomo di solare bellezza. Non per nulla questo donnaiolo, consapevole del proprio fascino, aveva collezionato avventure con numerose amanti. Tra le sue conquiste: la conturbante ballerina spagnola Lola Montez, una celebrità dell’epoca.
 E se il piccolo Ludwig era nato un 25 agosto come il nonno da cui ereditò il nome, la sua data di nascita coincise con un ulteriore episodio della storia europea: la morte di un altro celebre Ludovico, Louis IX re di Francia. Questi era stato santificato dalla Chiesa per la sua religiosità che rasentava il bigottismo ed è ricordato nella storia francese come il portatore di un secolo d’oro. Segni del destino? Sembrava che la sorte promettesse al bimbo Ludwig una vita speciale, che volesse fare di lui un sovrano unico, ineguagliabile. Forse per questo i genitori lo educarono in modo più che rigoroso.
 Di certo al piccolo Ludwig mancò il loro amore. Massimiliano e Maria furono sempre freddi e distanti nei suoi confronti. Così, passando da una bambinaia all’altra, da un precettore a un maestro di scherma, Ludwig crebbe insieme con il fratello minore Otto nel bel castello di Hohenschwangau e cercò le prime gioie altrove, tra i dipinti mitici e gli arazzi istoriati che narravano le saghe nordiche degli eroi. La letteratura lo affascinò sin da ragazzino, si sentiva a suo agio in un  mondo fantastico.
 Nel 1848, alla morte del nonno Ludovico I, suo padre il principe Massimiliano divenne re, e il bambino a sua volta principe della Corona. Poi, quando nel 1864 anche Massimiliano abbandonò questo mondo, il giovane Ludwig si trovò dalla notte al giorno sul trono della Baviera. Era divenuto re a soli 18 anni di età. Da quel momento iniziò l’epoca dell’arte, della glorificazione della musica, dei progetti architettonici più azzardati e dei perenni cantieri di costruzione ovunque, nonché dello sperpero del denaro di Stato.
 Innanzitutto Ludwig finanziò abbondantemente il compositore e amico Richard Wagner, il quale confezionava un’opera dopo l’altra in onore del re. Questo suo fanatismo per Wagner, che nel frattempo grazie alle elargizioni di corte conduceva una vita principesca, raggiunse un punto tale che Ludwig si vide costretto dal suo stesso entourage ad allontanare il compositore dalla Baviera. Si temevano le proteste sempre più serrate della popolazione non molto entusiasta delle spese esagerate a proprio danno. La decisione non fu però causa di rottura dei rapporti amichevoli tra i due. Anzi, possiamo dire che Wagner approfittò fino all’ultimo dei favori del monarca.
 Ma le maggiori spese erano causate dalla smania di costruzione di Ludwig che non riguardava edifici di uso pubblico, né migliorie apportate alla struttura cittadina sulle orme del nonno e del padre, bensì castelli a uso privato. Castelli da favola: questi edifici eretti nel cuore della natura sono oggi famosi e meta continua di turisti giunti da tutto il mondo: Linderhof, Herrenchiemsee e poi il grandioso Neuschwanstein, che rimase incompiuto.
 Alla politica, invece, Ludwig non sembrò interessarsi più di tanto. Di certo il re non fu amante della guerra e cercò sempre di mantenere una posizione pacifica e relativamente neutrale anche durante i conflitti fra Prussia e Austria. Alla fine, pressato dai suoi ministri, si schierò dalla parte dell’Austria, ma questo era tutto. Mentre i ministri si occupavano di trattative e strategia militare, lui se ne andava in Svizzera a incontrare l’amico Wagner. Intanto la Baviera uscì sconfitta dal conflitto armato e dovette pagare ai Prussiani un risarcimento di ben 30 milioni di fiorini d’oro.
 Per tutta la sua vita Ludwig fu tormentato dalle inclinazioni omosessuali che, soprattutto in quel secolo bigotto, non potevano che creargli dei problemi. Molto presto si rese conto di non provare nessuna attrazione per il sesso femminile e la successione al trono si presentò come il primo problema da affrontare una volta divenuto re. Era necessario avere un erede maschio. Ludwig accondiscese al matrimonio con la graziosa cugina Sophia, sorella dell’Elisabeth imperatrice d’Austria ormai più nota come la Sissi dell’omonimo film con Romy Schneider che come personaggio storico.
 Si annunciò quindi il fidanzamento fra i due, poi l’imminente matrimonio. Ma Ludwig non riuscì a compiere l’ultimo passo. Continuamente rimandava la data di nozze, finché non se ne fece più nulla. Sembra che la sua omosessualità non fosse l’unico scoglio. Secondo lo studio recente dello psichiatra e neurologo Heinz Häfner, si nascondeva qualcos’altro oltre la cortina di segreto di cui il giovane re amava circondarsi. Ludwig usò violenza a dei suoi soldati, costrinse giovani servitori a prestazioni sessuali per soddisfare le proprie voglie. A ciò si aggiunge la stima sospetta dello scrittore austriaco Leopold von Sacher-Masoch (dal cui nome deriva il termine masochismo) nei suoi confronti. Questi disse di considerare Ludwig un’anima gemella.
 Tra fallimenti politici, costruzioni da megalomane e l’idea folle di organizzare un complotto che portasse alla caduta dei suoi ministri in Baviera per poter poi fondare un regno nuovo nelle Isole Canarie (sic), la vita di questo re in bilico fra operetta e tragedia iniziò a perdersi nella solitudine. Ludwig era sempre più triste, sempre più grasso e sempre più sdentato. Appena quarantenne, il re era già distrutto da vizi e follia.
 Le sue relazioni fugaci con i giovani amanti finivano male, lo Stato sull’orlo della bancarotta protestava e i suoi debiti personali aumentavano a vista d’occhio, tanto che a un certo punto si vide costretto a interrompere i progetti di costruzione. Di pari passo con le stranezze di Ludwig, si palesava ormai con estrema chiarezza anche la malattia mentale di suo fratello Otto. Evidentemente gli strategici matrimoni fra consanguinei, che sembrano essere stati una prassi normale nella dinastia dei Wittelsbach, recavano i loro frutti amari.
 Nell’aprile 1886 la cassa privata del re era vuota. Ma Ludwig non intendeva ridimensionare la sua vita e si rivolse al rigoroso cancelliere di Stato Otto von Bismarck, affinché gli facesse pervenire l’ingente somma – 6 milioni di marchi – che i suoi ministri gli avevano negato. Forse fu questa la goccia che fece traboccare il vaso. I ministri ne avevano abbastanza di Ludwig. Si decise per l’interdizione. L’8 giugno 1886 i medici Bernhard von Gudden, Friedrich Wilhelm Hagen, Hubert von Grashey e Max Hubrich, tutti luminari dell’epoca, stilarono una perizia psichiatrica sulle condizioni mentali del re. Senza tentennamenti e con una velocità che rasentava l’impossibile, tutti i medici di comune accordo dichiararono che il sovrano era malato di mente e diagnosticarono un’inguaribile paranoia. Il 9 giugno Ludwig fu interdetto, sospeso dalla carica di governante del regno. E qui comincia il mistero.
 Lo storico Herrmann Rumschöttel afferma che Ludwig era negli ultimi anni  molto depresso e pensava al suicidio. Più che comprensibile, se si considera la situazione in cui viveva il re dopo l’interdizione. Si era visto chiudere definitivamente il rubinetto dei soldi e, come se non bastasse, imprigionare nel castello di Berg, sul lago di Starnberg, dove viveva in libertà vigilata, sempre scortato da medico e infermieri.
 Proprio il castello di Berg, con lo splendido paesaggio lacustre circondato dalle montagne, fu lo scenario della sua fine. Ludwig era giunto all’ultimo atto di quell’opera tragica e difficilmente comprensibile che fu la sua vita. La sera del 13 giugno 1886, alle 18.00 di sera, il re uscì a fare una passeggiata lungo il lago insieme con il suo medico, il dottor von Gudden. Una passeggiata da cui non avrebbe fatto più ritorno. La cosa strana è che proprio quella sera il medico disse al personale del castello di voler uscire da solo con il re, mentre di solito i due si allontanavano soltanto se accompagnati dagli infermieri.
 Il dottore e il suo paziente intendevano ritornare alle 20.00, per l’ora di cena. Ma nessuno li vide arrivare. Era piovuto, quella sera. Si pensò che i due, sorpresi dalla pioggia, avessero cercato rifugio da qualche parte, che fossero in ritardo per questo. E si attese ancora. Niente. Poi si decise di mandar fuori dei gendarmi e tutti gli uomini a disposizione nel castello, muniti di lanterne, per scandagliare le rive del lago. Verso le 22.00 uno dei cortigiani vide il mantello e un altro indumento del re galleggiare sulle acque scure. Mezz’ora dopo si scoprì il cadavere di Ludwig. Non solo il suo. A circa 25 passi dalla riva del lago galleggiava anche il corpo senza vita del dottor von Gudden. L’orologio da tasca del re, a causa dell’infiltrazione d’acqua, si era fermato alle 18,45. Quello di von Gudden segnava le 20,10.
 La versione ufficiale parlò di suicidio del re per annegamento con conseguente morte accidentale del medico, avvenuta nel tentativo di salvare a Ludwig la vita. Il 15 giugno la salma del re fu trasportata a Monaco, alla Residenza, dove ebbe luogo l’autopsia. Quella mattina, ben 13 medici esaminarono il corpo di Ludwig. I risultati non furono resi pubblici, perlomeno non in modo completo. Poi il re fu imbalsamato, un’operazione che durò fino alle otto di sera, deposto nella bara e portato nella cappella di palazzo dove rimase per tre giorni. Il 19 giugno ci fu a Monaco la grande cerimonia funebre con deposizione della bara nella cripta dei regnanti, situata nella chiesa monacense di San Michele. Il cuore di Ludwig invece, fu preventivamente rimosso e deposto il 16 agosto nella Gnadenkapelle di Altötting.
 Tuttavia l’enigma della morte del re e del suo medico rimane. Tanto più che in occasione di una mostra imperniata sulla vita e il lavoro di Bernhard von Gudden, corifeo della psichiatria tedesca ottocentesca, organizzata nel convento bavarese di Benediktbeuern, è stata esposta anche la sua maschera mortuaria. E questa evidenzia una grossa tumefazione sopra l’occhio destro, così come dei graffi sul naso. Elementi che potrebbero indicare una lotta del medico negli ultimi istanti prima della morte.
 Il mistero della morte di Ludwig affascinò per anni lo storico dell’arte Siegfried Wichmann e lo portò, nel 2007, a scrivere il libro Die Tötung des Königs Ludwig II von Bayern (L’assassinio di re Ludwig II di Baviera). Il suo interesse nacque nel 1967, quando gli fu mostrato uno schizzo di dipinto ottocentesco che rappresentava i volti di tre uomini. Due di essi riflettevano un’espressione di profonda disperazione, mentre il terzo volto nel mezzo – occhi chiusi e bocca spalancata – era quello di un morto: Ludwig. Wichmann fu stupito di vedere che il re perdeva sangue dalla bocca. Ma se era annegato?
 Si trattava davvero del ritratto di Ludwig? Sì, perché dietro la tela erano stati riportati i nomi dei tre personaggi: Schleiss von Löwenfeld, Hornig e Ludwig II. Inoltre  il quadro era stato realizzato dalla mano di Hermann Kaulbach, il pittore ufficiale del re. Esaminando attentamente la tela, lo storico tedesco giunse alla conclusione che Kaulbach, noto per essere sempre armato di pennello e colori ovunque andasse, doveva aver eseguito lo schizzo sul posto, vale a dire poco dopo l’accaduto. Il primo pensiero di Wichmann, alla luce delle sue esperienze di guerra, fu per la bocca piena di sangue del re. Tale elemento gli suggeriva che Ludwig fosse stato colpito da arma da fuoco nei polmoni.
 Analizzando minuziosamente l’accaduto di quella tragica sera, Wichmann immaginò la scena seguente: lo psichiatra von Gudden aveva condotto Ludwig al lago con la chiara intenzione di eliminarlo per conto dei ministri. Una volta giunti alla riva, lo sparo (o gli spari) del medico colpì il re ai polmoni, uccidendolo. Ma mentre tentava di eliminare le proprie tracce dal luogo del delitto, von Gudden fu sorpreso dagli amici di Ludwig e ci fu una lotta, in seguito alla quale il medico morì strangolato. Wichmann è convinto che i soccorritori di Ludwig fossero Hornig e Schleiss von Löwenfeld accompagnati dal pittore Kaulbach e che i tre intendessero aiutare il re a fuggire da Berg. Purtroppo erano arrivati troppo tardi.
 Ma Wichmann non è il solo a dubitare della versione ufficiale dei fatti. Il giornale Der Spiegel riportava nel 2007 la testimonianza del banchiere monacense Detlev Utermöhle. Questi affermò di aver visto insieme alla madre qualcosa di stupefacente. In un palazzo di Nymphenburg, dove abitava la contessa Josephine Wrbna-Kaunitz loro amica, i due ebbero modo di vedere di persona  il mantello di Ludwig. Il cimelio veniva gelosamente conservato dalla contessa in una cassapanca e sarebbe stato indossato dal re proprio la sera della sua morte. Presentava due fori prodotti da un’arma da fuoco. All’epoca Detlev era un ragazzino di 10 anni, ma la cosa lo colpì particolarmente, gli rimase impressa nella memoria. Inoltre il banchiere possiede un documento scritto dalla  madre che, altrettanto impressionata, decise di mettere nero su bianco l’importante episodio del mantello. Dunque lo storico Wichmann ha ragione? Purtroppo la contessa Wrba-Kaunitz morì nel 1973 vittima di un incendio e, nel trambusto dopo la sua morte, l’indumento andò perduto.
 A tutti questi elementi, senza dubbio interessanti, si contrappone il silenzio della famiglia Wittelsbach, che presenta ancora oggi la strana morte del celebre antenato come suicidio per annegamento. Rifiuta di mostrare documenti che forse potrebbero aiutare a far luce sull’enigma. Ai ricercatori che da anni si premurano di ricevere un permesso di esumazione della salma di Ludwig per poter far eseguire un nuovo esame patologico con l’aiuto della tomografia computerizzata, i Wittelsbach rispondono con un rifiuto.
 Bisogna accontentarsi dell’autopsia eseguita poco dopo la morte del  re il cui referto medico però, a detta del patologo berlinese Volkmar Schneider, è estremamente impreciso. In questo referto mancherebbe qualsiasi indicazione di morte per annegamento. Schneider osserva che non si parla mai di schiuma nella bocca o nel naso, e nemmeno di acqua del lago presente nei polmoni. Non c’è, ovviamente, neanche nessun accenno a delle ferite di arma da fuoco. Ma se vogliamo accettare la teoria del complotto e della morte programmata, è chiaro che i mandatari non avrebbero mai permesso ai medici di riportare su carta degli indizi così compromettenti. Forse preferirono semplicemente tacere, senza profondersi in dettagli falsi, inventati.
 Restano, tra le voci dei primi testimoni, quelle di alcuni pescatori del lago, che dissero di aver udito degli spari di arma da fuoco provenire dalla riva. Ma alla fine di quell’Ottocento fin troppo moralista e rispettoso della memoria dei re, nessuno ha voluto prendere in seria considerazione le loro parole di popolani. E poi, diciamolo pure: a un re triste che sempre si circondò di un’aura di romantico segreto, si adatta di più l’immagine di un suicidio nel lago. Ricordiamo Ludwig così, nella luce irreale di una sera piovosa di giugno, mentre s’immerge nell’acqua avvolto nell’ampio mantello. Lo vediamo di spalle, una sagoma alta e solitaria. Il suo medico rimane nell’ombra.

martedì 12 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 giugno.
Il 12 giugno 1983, a Bologna, muore assassinata Francesca Alinovi, 35 anni, ricercatrice del DAMS.
Giugno 1983, c’è un clima strano in giro. I governi italiani sono sempre ballerini, e fin qui nessuna novità, il terrorismo non è ancora debellato e la mafia ha ucciso il generale Dalla Chiesa con moglie e guardia del corpo (una sola) l’anno prima.
Innanzitutto, cos’è il DAMS ? E’ il dipartimento di lettere relativo alla specializzazione musica, arti e spettacolo, fortemente voluto dal semiologo Umberto Eco, a Bologna, studiato sul modello della U.C.L.A di Los Angeles. All’inizio attira molti studenti, ma, obietterà per esempio Roberta Manfredi (figlia del celebre Nino), che aveva provato a frequentarlo, era un posto da cui “tenersi alla larga”. Perché?
Nulla di strano: il contesto, secondo molti, risente ancora degli anni settanta, l’impostazione è libertaria, girano tipi eccentrici, molta droga, poca disciplina, occupazioni facili, non sembra un sito adatto a chi voglia davvero studiare, ad acquisire una laurea “seria”. Tuttora, sul sito della facoltà viene dichiarato esplicitamente che lo sbocco professionale è praticamente equiparabile a quello delle lauree umanistiche, cioè vicino allo zero, e la frequentazione è desiderabile solo per motivi da pescare nell’amore infinito e disinteressato, tipicamente italiano, per la cultura.
Francesca Alinovi, nata a Piacenza nel 1948, era una critica d’arte, nonché una docente fuori dalle righe, almeno per i canoni tradizionali. Bella, di aspetto dark che poteva fare scena ma apparire anche inquietante (esiste una sua foto con Basquiat), frequentava la Grande Mela, dove appoggiava la corrente pittorica enfatista, che desiderava lanciare anche in Italia. Viveva nel centro storico di Bologna e frequentava ambienti disparati e poco allineati, personaggi rimasti misteriosi, come un certo “turco”, che qualcuno vorrebbe semplicemente essere stato il suo pusher preferito, mentre altri indicheranno come suo possibile assassino.
Siccome però il suo diario, e i suoi amici, parlavano di Francesco, quando la donna fu trovata assassinata a coltellate nel suo appartamento, il 15 di giugno 1983 appunto, gli inquirenti andranno subito a cercarlo. Cognome, Ciancabilla, originario dell’Abruzzo, era intimo della prof, suo pupillo come pittore di belle speranze.
Lei ne era invaghita, ma pare che non fosse mai riuscita a concretizzare un rapporto intimo con il giovane allievo. Molti riferirono che la donna non apriva a sconosciuti ed era solita affacciarsi alla finestra per vedere prima chi suonava al citofono, quindi il colpevole doveva essere stato qualcuno della sua cerchia. Apparve strano che non si fossero sentiti rumori o notati strani movimenti, poiché in via del Riccio, teatro del crimine, le abitazioni sono molto ravvicinate e le finestre erano aperte per il caldo, ma non si trovò nessuno che avesse un minimo contributo da offrire in veste di testimone oculare o almeno “auricolare”, vista l’efferatezza dell’atto, che non doveva essere durato poco. Sullo specchio di una finestra, si rinvenne una strana scritta “Your’ not alone, any way”, (la forma corretta è: “You’re not alone anyway”) che amici, ospiti giorni avanti della casa, sostennero non aver notato. In realtà era opera di un altro conoscente della vittima, il cui alibi lo fece uscire subito dall’indagine.
Non fu la sola morte violenta a Bologna, in quel periodo, e si parlò subito di un mostro, ipotesi nel tempo tramontata come le speranze di risolvere i casi, tranne questo. O meglio, la giustizia italiana credette di inchiodare Francesco Ciancabilla, per una serie di ragioni, a sentir le quali oggi coglie molta stanchezza. Anche se non esistevano RIS e analisi sofisticate del DNA, si ricorse per esempio all’orologio della Alinovi, bloccato su un orario preciso, ma poiché lo recuperarono dai parenti che se l’erano nel frattempo ripreso, pare che non fosse una gran prova per ricostruire il momento del delitto.
Restavano l’alibi traballante del giovane artista, l’ambiente un po’ lisergico dei due, e anche la modalità dell’omicidio: un solo colpo mortale, e gli altri, sulla parte destra del corpo, inferti quasi con mollezza, tanto che si pensò a un gioco erotico finito male tra due persone che, pur nella gaudente Bologna e in ambiente artistico, proprio stabili non sembravano, in base a criteri borghesi…
Ciancabilla venne assolto in primo grado, in appello invece condannato, ma tra l’uno e l’altro fece perdere le sue tracce (un déjà vu che disturba parecchie cronache del genere e solleva interrogativi regolarmente irrisolti). Vagò tra Brasile e Spagna e fu riconosciuto, dicono, da un turista italiano di passaggio mentre esponeva delle sue opere, verso la fine degli anni novanta, estradato e tradotto in carcere.
Giorni dopo il delitto, verrà arrestato Enzo Tortora e sparirà la ragazzina vaticana Emanuela Orlandi. Certamente si tratta di casualità, concomitanze imprevedibili…che però fecero subito calare l’interesse verso il caso bolognese, sigillato per sempre come evento tipico di un ambiente “off”, che nel nostro paese, perbenista e timoroso delle diversità, non trova espressione pubblicitaria adeguata, né visibilità mediatica.
Ciancabilla, tornato un uomo libero, ha fatto parlare nuovamente di sé all'inizio del 2015, quando allestì proprio a Bologna una mostra di sue opere, alcune delle quali ritraevano Francesca.

lunedì 11 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno 1456 nasce Anne Neville, futura regina d'Inghilterra.
Il padre di Anne, Richard Neville, conte di Warwick, detto "il creatore di Re", era un nipote della moglie del Duca di York, Cecily Neville. Divenne ricco e potente sposando Anne Beauchamp; non ebbero figli maschi, solo due femmine, di cui Anne era la minore. Queste figlie avrebbero ereditato una fortuna, perciò il loro matrimonio era particolarmente importante nel gioco dei matrimoni reali.
Nel 1460 il padre di Anne e suo zio, Edoardo, Duca di York, sconfissero Enrico VI a Northampton, segnando l'inizio della Guerra delle Due Rose. Nel 1461 Edoardo fu proclamato Re d'Inghilterra col nome di Edoardo IV. Sposò Elizabeth Woodwille nel 1464, cogliendo di sorpresa Warwick, che aveva in mente un matrimonio più vantaggioso per sé.
Nel 1469, Warwick si ribellò ad Edoardo e ai seguaci di York, unendosi alla causa dei Lancaster e battendosi per il ritorno di Enrico VI. La moglie di Enrico ed ex regina, Margherita d'Angiò, guidava i seguaci dei Lancaster dalla Francia. Warwick diede in sposa la sua figlia maggiore, Isabel, a George, Duca di Clarence, un fratello di Edoardo IV, cosicché questi lasciò la causa degli York per unirsi a quella dei Lancaster.
L'anno successivo Warwick, per convincere Margherita a fidarsi di lui (essendo stato a fianco di Edoardo IV per detronizzare Enrico VI), diede in sposa la figlia Anne al figlio ed erede di Enrico VI, Edoardo di Westminster, che era stato Principe di Galles quando suo padre era re; Margherita ed Edoardo di Westminster invasero l'Inghilterra, Edoardo IV scappò in Borgogna.
Clarence tornò sui suoi passi e si riunì ai fratelli di York, essendosi convinto che, col matrimonio di Anne ed Edoardo di Westminster, il conte di Warwick non aveva alcuna intenzione di adoperarsi perché lui diventasse re. Il 14 aprile si ebbe la battaglia di Barnet, nella quale ebbe la meglio la fazione di York, e in cui trovarono la morte sia il padre di Anna che un suo fratello, John Neville. Successivamente, il 4 maggio, gli Yorkisti ebbero la meglio anche nella decisiva battaglia di Tewkesbury sulle forze di Margherita; il giovane marito di Anne, Edoardo di Westminster, rimase ucciso nella battaglia o poco dopo. Morto il suo erede, gli Yorkisti uccisero Enrico VI pochi giorni dopo. Anne venne imprigionata da Edoardo IV, vittorioso e di nuovo sul trono.
Il conte di Warwick, quando ancora era nella fazione di York, aveva tentato di far sposare la sua giovane figlia Anne al più giovane fratello di Edoardo IV, Richard, Duca di Gloucester. L'altro fratello di Richard, George, Duca di Clarence, era già sposato con la sorella di Anne, Isabel Neville. Richard e Anne erano primi cugini, come lo erano George e Isabel, tutti discendenti da Ralph di Neville e Joan Beaufort (Joan era figlia di John di Gaunt, duca di Lancaster, e Katherine Swynford). Non avendo avuto figli maschi, tutti i preziosi titoli e le terre di Warwick sarebbero andati alla sua morte ai mariti delle figlie.
George di Clarence cercò di impedire il matrimonio della sorella di sua moglie con suo fratello. La probabile motivazione era l'intenzione di non dividere l'eredità della moglie col fratello. Anche Edoardo IV si oppose al matrimonio. Clarence tentò di prendere Anne al suo servizio, per controllarla. Ma in circostanze non chiare Anne scappò e sposò Richard, duca di Gloucester, nel giugno 1472, dopo solo un anno di vedovanza. A 16 anni era già orfana, vedova di un marito e sposa in seconde nozze.
Nel 1476 Isabel morì dando alla luce il suo quarto figlio, che non sopravvisse ugualmente; due anni più tardi Clarence fu mandato a morte per una nuova ribellione contro suo fratello Edoardo IV, ed Anne si fece carico dei due figli superstiti della sorella (una di essi, Margaret Pole, fu mandata a morte molto dopo, nel 1541, da Enrico VIII).
Quando Edoardo IV morì nel 1483, il suo figlio minore Edoardo divenne Edoardo V. Ma il giovane principe non venne mai incoronato: fu affidato alla protezione di suo zio, Riccardo di Gloucester, marito di Anne. Il principe Edoardo e il suo giovane fratello vennero portati alla Torre di Londra, dove scomparvero, probabilmente uccisi, sebbene non sia chiaro.
Per lungo tempo circolarono storie secondo le quali Riccardo III era responsabile della morte dei suoi nipoti, i "principi nella Torre", per eliminare rivali alla sua corona. Anche Enrico VII, il successore di Riccardo, aveva un movente per ucciderli, qualora fossero sopravvissuti al regno di Riccardo. Alcuni accusarono la stessa Anne Neville di aver ordinato la loro morte.
Comunque sia, Riccardo fece dichiarare invalido il matrimonio di suo fratello con Elizabeth Woodwille, e illegittimi i figli avuti da lei, pertanto si prese per sé la corona di Inghilterra come unico legittimo erede maschio. Anne fu incoronata Regina e suo figlio, Edoardo, divenne Principe di Galles. Ma Edoardo morì il 9 aprile 1484; Riccardo adottò il figlio di sua sorella, Edoardo, Conte di Warwick, come suo erede, probabilmente su richiesta di Anne.
Anne, che era sempre stata di salute cagionevole, si ammalò ai primi del 1485, e morì il 16 marzo 1485, non avendo ancora compiuto 29 anni. Fu sepolta a Westminster, in una tomba senza nome che fu ritrovata solo nel 1960. Riccardo subito nominò un nuovo erede al suo trono, il figlio adulto di sua sorella Elizabeth, conte di Lincoln.
Alla morte di Anne, si disse che Riccardo complottasse per sposare sua nipote, Elizabeth di York, per assicurarsi un maggiore potere nella successione. Circolarono presto storie secondo le quali Riccardo aveva avvelenato Anne per levarsela di torno. Se questo fu il piano, non ebbe successo: il regno di Riccardo terminò con la sconfitta per mano di Enrico Tudor, che fu incoronato come Enrico VII e sposò Elizabeth di York, mettendo fine così alla guerra delle due Rose.
Edoardo, conte di Warwick, figlio della sorella di Anne e del fratello di Riccardo che questi aveva adottato come suo erede, fu imprigionato nella Torre di Londra dal successore di Riccardo, Enrico VII, ed infine mandato a morte dopo il suo tentativo di fuga del 1499.

domenica 10 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1981 l'Italia intera si ferma per tre giorni, nella speranza di vedere riaffiorare in superficie il piccolo Alfredino Rampi.
Sono da poco passate le 19.00, Ferdinando Rampi, 41enne romano passeggia con un paio di amici lungo un viottolo sterrato in mezzo alle vigne. Abita a piazza Bologna, nel centro di Roma, ma d’estate cerca rifugio con la sua famiglia in una villetta di campagna, tirata su mattone dopo mattone, in via di Vermicino, a pochi chilometri da Frascati. Il figlio maggiore Alfredo, un bambino di sei anni con una malformazione al cuore e in attesa di intervento, nel frattempo gioca. Ma vuole tornare a casa da solo e papà acconsente. Si tratta di percorrere pochi metri, perché non lasciarlo andare? Mamma Francesca e nonna Veja, invece, stanno preparando la cena. Riccardo, il fratellino più piccolo, dorme. Il racconto è quello di una giornata qualunque, di inizio estate. Ma…
Alle 19.20 quando papà Nando fa ritorno a casa, Alfredo non c’è. Lo cercano ovunque, sembra sparito nel nulla. Per circa tre ore, gli agenti della polizia immediatamente allertati dai genitori preoccupati, battono le campagne circostanti, con l’aiuto delle unità cinofile. Metro dopo metro. Anche alcuni residenti della zona, hanno deciso di dare una mano. Poi, mezz’ora dopo la mezzanotte, la terribile notizia: un agente ha sentito dei lamenti provenire da un pozzo artesiano. Basta tendere l’orecchio per sentire che qualcuno urla «Mamma». Alfredino è lì, in quel cunicolo, incastrato a circa 36 metri di profondità. Sotto i suoi piedi altri 44 metri di vuoto. Bisogna tirarlo fuori, e bisogna tirarlo fuori il prima possibile.
Era il 10 giugno del 1981, giorno in cui l’Italia cambiò volto, forse per sempre.
Il resto è una triste storia nota a tutti. Una tv locale si precipita sul posto a registrare il tentativo di salvataggio con una tavoletta di legno, metodo proposto da un gruppo di speleologi: si rivelerà un fallimento totale. Sarà il primo di una lunga serie di «errori», di soluzioni sbagliate, inutili. Prima si decide di scavare un pozzo parallelo usando una trivella in grado di bucare il terreno, si cerca addirittura un nano che possa entrare nel foro a prenderlo, poi un contorsionista. Persino un ragazzino di 15 anni si offrì di calarsi in quel buco strettissimo, salvo poi essere bloccato già imbragato dal magistrato presente sul posto. Sono state tante le persone che hanno tentato di tirarlo fuori, alcune sono riuscite addirittura a toccare il piccolo, ricoperto dal fango, stremato, al limite. Non si lasciò niente di intentato, ma quanta incertezza e quanta angoscia in quella drammatica altalena di speranze e delusioni. Il tutto mentre riecheggiano ancora nell'aria circostante le parole del piccolo Alfredo «sfondate la porta ed entrate nella stanza buia».
L’epilogo si avrà sabato 13 giugno. Sarà Donato Caruso, questa volta, a scendere nel pozzo maledetto, con delle manette per evitare che scivoli ancora, ancora più giù: è giovane, ha sangue freddo, è magrissimo, può farcela, deve farcela. Sarà l’ultimo disperato tentativo: alle 6.40, il volontario riuscì a raggiungere Alfredino, al secondo tentativo. «Lo senti respirare? Si muove? Il bambino si è mosso?». Niente. Dopo 63 ore di agonia un giornalista comunicò in lacrime che il bambino era morto. Il corpicino del piccolo Alfredo fu recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano, l'11 luglio, ben 28 giorni dopo.
«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi». Furono queste le parole, di Giancarlo Santalmassi durante l'edizione straordinaria del Tg2 del 13 giugno 1981.
A Vermicino lo spettacolo era finito, altrove invece era solo iniziato. Sulla vicenda, infatti, si accesero ben altri riflettori come se quelli dell’interminabile diretta a reti unificate non fossero bastati. Ed è questa l’altra faccia di questa triste tragedia, in cui si è mescolato il meglio ed il peggio dell’Italia. Per la prima volta nella storia della televisione italiana un dramma privato era diventato spettacolo, un reality show a cui assistere con il fiato sospeso. 21 milioni di persone rimasero incollate per ore davanti al televisore, tutte con le lacrime agli occhi a cominciare dall'allora presidente della repubblica, Sandro Pertini, che volle assistere di persona alle operazioni di soccorso.
Un evento straziante e una lunga agonia durata circa tre giorni che, nonostante siano passati molti anni, pochi possono dire d’aver dimenticato. Nonostante ciò, in quell’angolo di Vermicino - a quasi 40 anni di distanza - non c’è nulla che ricordi l’accaduto. Tutto lì pare quasi essere stato cancellato: quasi una profonda rimozione sociale dell’evento. Nel luogo in cui la terra si portò via la vita di Alfredino non ci sono oggi nemmeno dei fiori o una semplice croce. Accanto al pozzo - chiuso da anni - il degrado regna sovrano. Solo sacchi d’immondizia, erbacce, bottiglie di plastica e incuria come a rimuovere il clamore e la commozione che accompagnarono le ultime ore di vita del bimbo che commosse una nazione. Una statua di Alfredino è stata eretta nel cortile della Parrocchia dei Sacri Cuori di Gesù e Maria di Vermicino.

sabato 9 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 giugno.
Il 9 giugno 1934 compare per la prima volta in un cartone animato il personaggio di Paperino.
Se Topolino è comparso nel mondo dei fumetti nel 1930, quattro anni dopo, nel 1934 nacque un personaggio destinato ad un altrettanto fortunatissimo successo: Donald Duck, che in Italia fu ribattezzato con il nome di Paolino Paperino o più semplicemente Paperino. Si tratta di un papero, (un paperino per l'appunto) ideato da Walt Disney e realizzato graficamente da Ub Iwerks, ma è grazie al bravissimo disegnatore Al Tagliaferro che Paperino acquistò quel segno grafico, buffo e caratteristico che contribuì a rendere le strip dell'epoca divertentissime ed esilaranti. Paperino veste perennemente con un abito blu alla marinara, con i bottoni dorati, e un cappellino che gli caratterizza il viso. Inizialmente Paperino fece da spalla a Topolino, ma ben presto Walt Disney si rese conto che un personaggio di queste potenzialità, meritava una testata tutta sua, con delle storie che dovevano vederlo come protagonista indiscusso. Così avvenne e Paperino continua ancora oggi a divertire grandi e bambini con le sue storie simpaticissime e avventurose.
Il successo di Paperino è dovuto principalmente al suo temperamento, diametralmente opposto a quello di Topolino, che rappresenta un po' i difetti di ognuno di noi, infatti è un pasticcione, combinaguai, dispettoso, irascibile, testardo, pigro, fifone, ma si ingegna sempre nel trovare una soluzione che gli eviti un po' di fatica, a volte ci riesce, ma altre volte va incontro ad un mare di guai, complicandosi la vita per una sciocchezza, soprattutto perché è perseguitato da una tremenda e proverbiale sfortuna.
Paperino è stato protagonista di numerosissimi cortometraggi animati e il più delle volte, le storie avevano la funzione di esaltare le caratteristiche della sua personalità. Sono infatti divertentissime le storie che vedono il collerico Paperino alle prese con i suoi nemici di sempre: Cip e Ciop, due innocenti scoiattoli che però rovinano puntualmente le scampagnate organizzate da Paperino. Ma il film d'animazione più importante che vede Paperino protagonista insieme a Josè Carioca è senza dubbio "I tre Caballeros" un film del 1944 ambientato in America latina.
Nel 1937 Paperino fu affiancato da tre personaggi che aggiunsero alla comicità delle storie un pizzico di avventura in più, fu circondato infatti dai tre nipotini molto svegli e in gamba: Huey, Dewey e Louie, che in Italia furono ribattezzati con i nomi di Qui, Quo, Qua.
Inizialmente questi nipotini, un po' come fecero Tip e Tap nei confronti di Topolino, si divertivano a combinare scherzi e dispetti al loro povero zio, che esasperato andava su tutte le furie e alla fine combinava sempre tantissimi guai, più di tutti i nipoti messi insieme. In seguito si rivelarono essere un preziosissimo sostegno nei confronti di Paperino, capaci di tirare fuori lo zio, da situazioni complicatissime, grazie al loro ingegno e al loro intuito. I tre fanno anche parte del corpo di volontari delle Giovani Marmotte (una sorta di associazione Scout) dirette dal Gran Mogol e quando si trovano in difficoltà, consultano il loro immancabile "Manuale", fonte di ricchissimi spunti e di tante risorse per risolvere situazioni tecniche complesse.
Paperino vive in una casettina con giardino nella città di Paperopoli e si arrangia a fare mille mestieri dal pompiere al gelataio, dall' incantatore di serpenti al pescivendolo ecc... Viaggia con una macchinetta rossa e blu in stile "Cabriolet" targata 313, grazie alla quale si avventura in situazioni e storie mozzafiato che entusiasmano e divertono i lettori. Fu comunque dopo la seconda guerra mondiale che alla famiglia dei paperi, si aggiunsero altri bellissimi personaggi, tutti caratterizzati splendidamente da Walt Disney. Nel 1947 grazie al nuovo e talentuoso disegnatore Carl Barks, Walt Disney diede vita, a tantissimi personaggi fra i quali primeggiò senza ombra di dubbio il ricchissimo e avarissimo zio di Paperino: Uncle Scrooge, che in Italia venne chiamato Paperon de Paperoni (da Mario Gentilini, il direttore di Topolino).
Si tratta di un riccone che vive in un rifugio-cassaforte chiamato "Il deposito" contenente tanto denaro da doverlo conteggiare con una unità di misura del tutto eccezionale: il fantastiliardo. Tutti questi soldi riempiono il 90% del deposito e il passatempo preferito di zio Paperone (è così che viene chiamato da Paperino e i suoi nipoti) è quello di tuffarsi dentro a questo mare di monete d'oro, grazie a un trampolino, ma soltanto lui è in grado di tuffarsi in quel modo, infatti qualsiasi altra persona rischierebbe di sbattere la testa e farsi molto male. Durante le sue "nuotate" ama ripetere "mi piace nuotare nel denaro, come un pesce-baleno, scavarci delle gallerie come una talpa e gettarmelo in testa come una doccia!". Zio Paperone è terribilmente avaro e ama accumulare soldi senza spendere un centesimo, né per sé, né tantomeno per Paperino e Qui, Quo, Qua; anzi non perde occasione per sfruttarli e coinvolgerli in situazioni e avventure che dovrebbero andare a suo favore, illudendoli con la promessa di ottenere delle laute ricompense una volta portata a termine la missione. Nonostante sappiano benissimo che questo non accadrà e diffidino enormemente delle promesse dello zio, Paperino e i suoi nipoti hanno il cuore tenero e spesso e volentieri vengono catapultati nelle situazioni senza neanche rendersene conto. Spesso zio Paperone ama raccontare ai suoi nipotini le sue avventure nel Klondike, quando era ancora un povero cercatore d'oro e doveva difendersi da ladri e lestofanti della peggior specie. Ama tutte le monetine del suo deposito dalla prima all'ultima, come se si trattasse delle sue figlie che chiama "sangue del mio sangue", ma quella alla quale tiene di più è sicuramente "la numero uno", cioè la sua prima monetina portafortuna, grazie alla quale sono arrivate in seguito tutte le altre. Questa monetina è presa di mira da una strega che ne ha individuato il suo grande potere magico, si tratta di Amelia la strega che ammalia (Magica De Spell nell'originale americano), una papera vestita di nero, con i capelli lunghi e neri che vola a bordo di una scopa e possiede dei poteri ipnotici. Zio Paperone però sa come difendersi da queste arti magiche e spesso quando vede la strega svolazzare sopra il suo deposito, la prende a cannonate con un vecchio archibugio situato nel terrazzo. Zio Paperone è sempre stato contraddistinto da un paio di favoriti che gli incorniciano il viso e da un paio di occhialini sopra il becco, veste sempre in redingote, ghette, cilindro e bastone da passeggio. Grazie a Carl Barks, che oltre alla realizzazione grafica di molti personaggi, ha scritto anche divertentissime storie, sono stati realizzati diversi capolavori fumettistici come: "Paperino e il gorilla", "Paperino e il mistero degli Incas", "Paperino e il tempo che fu", "Zio Paperone e la gemma anatema".
Se Paperino incarna vizi e virtù dell'uomo medio, zio Paperone rappresenta il tipico capitalista, pronto a sfruttare il lavoro degli altri senza pagarli adeguatamente, anche se bisogna riconoscergli un innato senso degli affari e quando sa di poter ricavare il doppio, non esita a spendere.
Divertono molto i suoi ragionamenti da taccagno, come la sua massima per eccellenza: "il tempo è moneta". Nonostante tutto, Paperone lo zio di Paperino è simpaticissimo proprio perché è sincero e schietto nei suoi difetti che non nasconde dietro a un dito. Uno dei suoi più acerrimi nemici è Rockerduck, un riccone secondo solo a lui nel quantitativo di denaro. E' il suo rivale in affari e i due entrano spesso in competizione quando si tratta di raggiungere per primi un determinato business.
Spesso nelle loro avventure zio Paperone e Paperino per difendere il tesoro del deposito ricorrono alle invenzioni di un loro parente inventore: Gyro Gearloose che in Italia fu inizialmente chiamato con il nome di Giro Ruotalibera, ma che in seguito fu ribattezzato come Archimede Pitagorico, una specie di gufo alto e longilineo, caratterizzato da dei capelli biondi, un cappellino verde e un paio di occhialini sopra il becco. Questo straordinario inventore, cugino di Paperino, riesce a stupirci con le sue ingegnose e fantascientifiche macchine che talvolta sfidano le leggi della fisica e della matematica, riuscendo a catapultare i personaggi persino a ritroso nel tempo oppure nello spazio. E' sempre accompagnato da un piccolo robot con una testa di lampadina che si chiama Edy. Il più delle volte, però Archimede deve inventare dei marchingegni in grado di scoraggiare le iniziative della Banda Bassotti (in americano Beagle Boys), una banda di ladri irriducibili che tentano in mille modi di entrare nel deposito per rubare il denaro di zio Paperone, spesso e volentieri capeggiati dal leader del gruppo: nonno Bassotto, identico agli altri bassotti, con la sola eccezione di una barbetta bianca e una pipa. I bassotti vengono rappresentati graficamente come dei banditi mascherati e provvisti di numero carcerario identificativo (176-176, 176-671, 176-761 e 176-617), ricamato sui loro maglioni rossi.
Molto spesso vengono dissuasi nelle loro iniziative dai mille antifurti elettronici del deposito o dalle cannonate di zio Paperone e la conclusione delle loro avventure, destinate quasi sempre al fallimento è quella di essere rinchiusi in prigione e piangere come bambini. Ma se da una parte zio Paperone rappresenta l'avarizia, Qui, Quo, Qua l'arguzia, Archimede l'ingegno e Paperino la sfortuna esiste un altro Papero che rappresenta in tutto e per tutto la fortuna, stiamo parlando naturalmente di Gastone (Gladstone nell'originale americano) il cugino fortunatissimo di Paperino, che non perde occasione per ostentare i privilegi che gode da parte della dea bendata, cosa che manda su tutte le furie lo sfortunatissimo Paperino. Gastone è bello, ricco ed elegante e potrebbe anche non lavorare in quanto gli capita spesso di trovare qualche portafoglio per strada o di vincere a qualche ricca lotteria.
Così come per Topolino esiste Minnie, anche per Paperino esiste l'eterna fidanzata e questa è Paperina (Daisy Duck), una papera contraddistinta da un grosso fiocco sulla testa e da delle ciglia lunghe e folte. E' molto dolce, ma sa essere anche molto irascibile soprattutto quando Paperino ne combina una delle sue, è dotata di un grande senso pratico e come tutte le donne, riesce a ottenere sempre quello che vuole, quando si mette d'impegno. Cosi come Paperino, ha tre nipotine che sono l'alter ego di Qui, Quo e Qua, con i quali entrano spesso e volentieri in competizione, si chiamano Emy, Evy ed Ely.
Come in molte famiglie, anche in quella dei paperi c'è una nonna, questa è Nonna Papera (Grandma Duck), contraddistinta da una folta crocchia e da un paio di occhiali rettangolari che tiene sopra il becco; è famosa per le sue torte prelibate e per i suoi pranzi sopraffini, che cucina nella sua casa di campagna dove amministra una fattoria.
C'è poi Paperoga, un cugino pigro, distratto e sempre con la testa fra le nuvole, che indossa un maglione e una cuffia rossa e porta dei capelli lunghi e malcurati. Ma così come Pippo può trasformarsi in Super-Pippo anche Paperino possiede un alter ego mascherato, la cui missione è quella del giustiziere mascherato, che ruba ai ricchi per dare ai poveri, stiamo naturalmente parlando di Paperinik, nato nel 1969 dalla fantasia di Elisa Penna. Non tutti però sanno che Paperinik è un personaggio italiano, non è stato perciò ideato da Disney e Carl Barks. Elisa Penna prese spunto dalle tante parodie su Diabolik che imperversavano negli anni '60 ("Totò Diabolicus", "Dorellik" ecc...).
Nonostante la sua ispirazione sia stata Diabolik, Paperinik è un mix di tanti personaggi quali Batman, Zorro, Arsenio Lupin ecc...Tutto ha inizio quando Paperino, vince erroneamente Villa Rose, il covo dell'ex ladro gentiluomo Fantomius (chiaramente ispirato al celebre ladro dai mille travestimenti Fantomas), venendo a conoscenza, tramite un diario, di tutti i segreti e i trucchi del ladro. Chiede aiuto ad Archimede, che ignaro di tutto, contribuisce a realizzare il rifugio sotterraneo, sotto casa di Paperino e tante piccole invenzioni utili all'eroe mascherato, comprese le varie maschere per i tanti travestimenti (proprio come Diabolik). Vestito con una tuta, il mantello e la maschera nera, indossa un paio di stivali con le molle che gli consentono di compiere dei balzi prodigiosi, usa diverse pistole con delle proprietà differenti (raggi paralizzanti, ipnotici ecc....) e possiede tantissimi marchingegni che gli consentono di arrampicarsi, volare, telecomandare ecc..., la stessa macchina 313 può diventare un fantastico bolide volante. Le avventure di Paperinik lo vedono protagonista di una testata tutta sua chiamata PK, le cui avventure e le trame, si discostano molto da quelle originarie del personaggio. Altri personaggi che fanno parte del mondo dei paperi sono: Pico de Paperis, un parente scienziato, Ciccio l'aiutante di Nonna Papera, Brigitta l'innamorata pazza di Paperon de Paperoni, Paperetta YeYe la simpaticissima teenager, Moby Duck il marinaio e il delfino Porpi, Filo gigante e tantissimi altri che sarebbe impossibile elencare tutti. Fra i tanti autori e disegnatori che hanno contribuito al successo italiano di Paperino ricordiamo Giovan Battista Carpi, Romano Scarpa, Claudio Cavazzano, Bruno Pezzin e tantissimi altri.

venerdì 8 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 giugno.
L'8 giugno 1967, nell'ambito della guerra dei sei giorni, Israele colpisce erroneamente la nave americana USS Liberty provocando 34 morti e 171 feriti, e rischiando una gravissima crisi diplomatica con gli Stati Uniti.
La crisi di Suez nel 1956 aveva provocato un'umiliante sconfitta diplomatica per Francia e Inghilterra. Lo Stato di Israele, pur dovendo ritirarsi dai territori conquistati di Gaza e del Sinai, mantenne il diritto di transito delle navi israeliane sullo stretto di Titan attraverso cui il Golfo di Aqaba comunica con il Mar Rosso. La concessione era una via di approvvigionamento petrolifero fondamentale per Israele attraverso il porto israeliano di Eliat. Lo stretto di Tiran era però un territorio egiziano occupato dallo Stato d'Israele fin dalla prima guerra arabo-israeliana del 1948 e da cui le truppe israeliane non si erano mai ritirate nonostante le richieste delle Nazioni Unite. Lo stesso porto di Eliat rimase sotto il controllo diretto di Israele per tutti gli anni '50 e '60.
Nel 1967 il leader egiziano Nasser proclamò la chiusura del Golfo di Aqaba alle navi israeliane. Nasser osservava come la concessione di quel diritto di transito fosse stata ottenuta a seguito dell'aggressione israeliana del 1956 condannata dalle Nazioni Uniti. Era una richiesta legittima ma anche una chiara provocazione per indurre lo Stato di Israele verso un nuovo conflitto. Nasser sperava nell'unione panaraba che, almeno in parte, si realizzò. Alcuni paesi arabi (Siria, Giordania, Iraq) si mobilitarono dalla parte dell'Egitto.
Il 5 giugno 1967, dopo due settimane dalla decisione di Nasser, le truppe israeliane realizzarono un attacco preventivo bombardando a tappeto gli aeroporti militari egiziani e iniziando l'invasione dei territori giordani, siriani ed egiziani. I paesi arabi dell'Arabia Saudita, Kuwait e Iraq decisero l'embargo petrolifero immediato verso Stati Uniti, Germania Occ. e Gran Bretagna.
In pochi giorni le truppe israeliane conquistarono il Sinai, il fronte Giordano e Gerusalemme. Le Nazioni Unite, su espressa richiesta dell'Unione Sovietica, riuscirono a imporre rapidamente un armistizio tra Israele, Egitto e Giordania ponendo fine alla "guerra dei sei giorni". Israele usciva vincitore indiscusso del conflitto.
L'arma del petrolio non riuscì a scattare per diversi motivi. Da un lato la rapida guerra preventiva di Israele aveva reso impossibile ogni forma di reazione circoscrivendo le conseguenze dell'embargo petrolifero al minimo, dall'altro il mondo arabo si presentò disunito nell'attuare l'embargo stesso. L'Iran dello Scià Palhevi e la Libia del re Idris erano completamente allineate dalla parte delle potenze occidentali e non parteciparono all'embargo petrolifero riducendone fortemente la portata. La stessa Arabia Saudita si mostrò scettica nei confronti del progetto panarabo di Nasser.
L'embargo petrolifero venne tolto dopo solo due mesi senza gravi ripercussioni per le economie occidentali e lo spettro della crisi energetica si allontanò del tutto dall'Europa.
L'esito della guerra, la condizione giuridica dei territori occupati e il relativo problema dei rifugiati influenzano pesantemente ancora oggi la situazione geopolitica del Medio oriente.

giovedì 7 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 giugno.
Il 7 giugno 1926 Antoni Gaudì viene investito da un tram, il primo a circolare a Barcellona. Morì 3 giorni dopo.
Uno degli architetti più originali e innovatori del Novecento, "il primo fra i geni" secondo Joan Mirò. A più di 150 anni dalla sua nascita, mentre Barcellona ha provveduto a celebrare l'anno gaudiano (organizzando decine di esposizioni e iniziative culturali), è cominciato anche il processo di beatificazione di Gaudí. E non si tratta, per una volta, della solita, scontata e alquanto laica "beatificazione" in senso culturale, ma proprio nel senso strettamente religioso del termine. Uomo profondamente devoto, Antoni Gaudì venne soprannominato già dai contemporanei "l'architetto di Dio" e la sua opera, secondo l'arcivescovo di Barcellona cardinale Ricard María Carles, è comparabile al "Cantar espiritual" di san Giovanni della Croce.
D'altronde i poveri della capitale catalana non hanno certo aspettato il processo ecclesiastico per capire chi fosse davvero Gaudì sul piano umano: per loro era già un santo, e il miracolo più grande, anche se incompiuto, è stato proprio quel Tempio Espiatorio della Sagrada Familia per cui è diventato famoso in tutto il mondo (e che rappresenta il fulcro catalizzatore del turismo barcellonese). Straordinaria e stravagante opera edificata grazie alle elemosine raccolte per decenni, la Sagrada Familia è un'opera in cui in cui si avverte profondamente il distaccarsi dell'artista dalla tradizione storica, in favore di una invenzione formale estremamente libera e fantastica.
Questo visionario architetto era uomo dal temperamento appassionato e dotato di una intelligenza fuori dal comune. Nato il 25 giugno 1852 a Reus, Antoni Gaudì Cornet, oggi considerato uno dei più grandi architetti degli ultimi due secoli, discendeva da una famiglia di modeste origini sociali. Il padre, il nonno e il bisnonno furono calderai (artigiani che costruivano caldaie e manufatti in rame o lamiera), ma lui, portato per gli studi e la riflessione, frequentò prima la scuola degli Scolapi di Reus e poi, nel 1870, la Scuola di Architettura di Barcellona.
Fra il 1876 e il 1878 Gaudì, ancora studente, realizza lavori con gli architetti Villar, Sala e Martorell, così come con il capomastro Fontserè. Il 4 gennaio 1878 finisce finalmente gli studi di architettura e il 15 marzo ottiene il titolo di architetto, che gli consente di aprire un ufficio nella barcellonese Via Call. Questo è l'anno in cui invia a Parigi, dove si inaugura l'Esposizione Internazionale, il progetto della "Cooperativa Mataronense".
Nel 1883 realizza un viaggio a Banyuls, Elne e Carcassone ed assume l'incarico della realizzazione del progetto del già citato tempio della Sagrada Familia. Fra il 1890 e il 1894 si trasferisce in Andalusia, a Leon e Astorga, città queste in cui lascerà una profonda impronta architettonica. Il 3 settembre 1901 ottiene il Premio dal Municipio di Barcellona per la realizzazione della Casa Calvet.
Nel 1904 visita Palma di Maiorca, nella quale tornerà nel 1914. Nel 1910 ottiene un enorme successo nell'Esposizione del "Societè Generale des Beaux Arts" di Parigi. L'anno dopo, purtroppo, nel visitare Malta si ammala gravemente contraendo una rara specie di febbre.
Il 7 giugno 1926 Gaudì viene tragicamente investito da un tram. Il suo miserevole aspetto ingannò i soccorritori che pensarono si trattasse di un povero vagabondo. Lo trasportarono all'ospedale della Santa Croce, un ospizio che la ricca borghesia catalana aveva costruito per i mendicanti. Venne identificato, ma il 10 giugno spirò: venne seppellito a Barcellona, proprio nel cuore della Sagrada Familia.
Considerato l'architetto emblematico del modernismo novecentesco, Gaudì fu anche rappresentante di una corrente culturale e spirituale che opponeva all'anarchismo e ai fervori socialisti dei primi del '900, valori profondamente cristiani, quasi mistici. E mistico era lui stesso, come dimostra bene una vita di povertà e solitudine spesa a servizio della sua professione, ma con un fine più alto: costruire la città di Dio nella città degli uomini.
Per quarantadue anni, dal 1884 fino al giorno dell'improvvisa morte, Gaudì lavorò instancabilmente alla "cattedrale dei poveri". Negli ultimi tempi non si allontanava più dal gigantesco cantiere neppure per dormire. Nonostante avesse una piccola casetta nel centro storico di Barcellona, si era ricavato un angolino nella Sagrada Familia, dove studiava e lavorava, giorno e notte. Non si sposò mai e non ebbe figli.
Tra le altre sue meravigliose opere ricordiamo la Casa Vicens, il sobrio Collegio delle Teresiane, le audaci e geniali Casa Milà (la Pedrera) e la Casa Batlló, nonché il meraviglioso Parco Güell.

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