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lunedì 10 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 dicembre.
Il 10 dicembre 1926 Grazia Deledda riceve il premio Nobel per la letteratura.
Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871 da Giovanni Antonio e Francesca Cambosu, quinta di sette figli. La famiglia appartiene alla borghesia agiata: il padre che ha conseguito il diploma di procuratore legale, si dedica al commercio del carbone ed è un cattolico intransigente.
Diciasettenne, invia alla rivista "Ultima moda" di Roma il primo scritto, chiedendone la pubblicazione: è "Sangue sardo", un racconto nel quale la protagonista uccide l'uomo di cui è innamorata e che non la corrisponde, ma aspira ad un matrimonio con la sorella di lei.
Il testo rientra nel genere della letteratura popolare e d'appendice sulle orme di Ponson du Terrail. Incerte sono le notizie di un lavoro ancora precedente, datato da alcuni critici al 1884. Tra il 1888 ed il 1890, collabora intensamente con riviste romane, sarde e milanesi, incerta tra prosa e poesia. L'opera che segna più propriamente l'inizio della carriera letteraria è "Fior di Sardegna" (1892), che ottiene qualche buona recensione.
Gli scritti risentono di un clima tardo romantico, esprimendo in termini convenzionali e privi di spessore psicologico un amore vissuto come fatalità ineluttabile. E' anche, per lei, un'epoca di sogni sentimentali, più che di effettive relazioni: uomini che condividono le sue stesse aspirazioni artistiche sembrano avvicinarla, ma per lo più un concreto progetto matrimoniale viene concepito da lei sola. Si tratta di Stanislo Manca, nobile sardo residente a Roma, di Giuseppe M. Lupini, musicista che le dedica una romanza, del giornalista triestino Giulio Cesari e del maestro elementare Giovanni Andrea Pirodda, "folclorista gallurese".
Sollecitata da Angelo De Gubernatis, si occupa di etnologia: della collaborazione alla "Rivista di Tradizioni Popolari Italiane", che va dal dicembre 1893 al maggio 1895, il miglior risultato sono le undici puntate delle "Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna".
Nel 1895 presso Cogliati a Milano, viene pubblicato "Anime oneste".
L'anno successivo esce "La via del male" che incontra il favore di Luigi Capuana.
Durante una permanenza a Cagliari, nel 1899, conosce Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze in missione. Contemporaneamente compare a puntate su "Nuova Antologia" il romanzo "Il vecchio della montagna".
L'11 gennaio dell'anno successivo, si sposa con Palmiro e in aprile si trasferiscono a Roma: si realizza in questo modo il suo sogno di evadere dalla provincia sarda. Sebbene conduca vita appartata, nella capitale verrà a contatto con alcuni dei maggiori interpreti della cultura italiana contemporanea.
Tra agosto e dicembre del 1900, sempre su "Nuova Antologia", esce "Elias Portolu".
Il 3 dicembre nasce il primogenito, Sardus; tenuto a battesimo dal De Gubernatis (avrà in seguito un altro figlio, Franz). La giornata di Grazia Deledda si divide fra la famiglia e la scrittura, a cui dedica alcune ore tutti i pomeriggi.
Nel 1904 viene pubblicato il volume "Cenere", da cui verrà tratto un film interpretato da Eleonora Duse (1916).
I due romanzi del 1910, considerati in genere frutto di una tenace volontà di scrivere piuttosto che di autentica ispirazione, sono notevoli tuttavia per essere, il primo, "Il nostro padrone", un testo a chiaro sfondo sociale e il secondo, "Sino al confine", per certi aspetti autobiografico.
Al ritmo sostenuto di quasi due testi all'anno compaiono i racconti di "Chiaroscuro" (1912), i romanzi "Colombi e sparvieri" (1912), "Canne al vento"(1913), "Le colpe altrui" (1914), "Marianna Sirca" (1915), la raccolta "Il fanciullo nascosto" (1916), "L'incendio nell'uliveto" (1917) e "La madre" (1919).
Si tratta della stagione più felice. I romanzi hanno tutti una prima pubblicazione su riviste (volta a volta "Nuova Antologia", "Illustrazione italiana", "La lettura" e "Il tempo"), quindi vengono stampati per i tipi di Treves.
Nel 1912 esce "Il segreto di un uomo solitario", vicenda di un eremita che scelto l'isolamento per nascondere il proprio passato. "Il Dio dei viventi", del 1922, è la storia di un'eredità da cui traspare una religiosità di carattere immanente.
Il 10 settembre 1926 Grazia Deledda riceve il Nobel per la Letteratura: è il secondo autore in Italia, preceduta solo da Carducci vent'anni prima; resta finora l'unica scrittrice italiana premiata.
In "Annalena Bilsini" si avverte una certa stanchezza, che colpisce la critica soprattutto a seguito dei recenti riconoscimenti. L'ultimo romanzo "La chiesa della solitudine" è del 1936. La protagonista è, come l'Autrice, ammalata di tumore.
Di li a poco Grazia Deledda si spegne, è il 15 agosto.
Le spoglie della Deledda sono custodite in un sarcofago di granito nero levigato nella chiesetta della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene di Nuoro.
Lasciò incompiuta la sua ultima opera Cosima, quasi Grazia, autobiografica, che apparirà in settembre di quello stesso anno sulla rivista Nuova Antologia, a cura di Antonio Baldini e poi verrà edita col titolo Cosima.
La sua casa natale, nel centro storico di Nuoro (Santu Predu), è adibita a museo.

domenica 9 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 dicembre.
Il 9 dicembre 1979 l'OMS annuncia la totale scomparsa del vaiolo sulla faccia della Terra.
Il vaiolo fu una malattia con segni clinici talmente evidenti e caratteristici e causò epidemie talmente drammatiche e disastrose da diventare a lungo il soggetto di miti e superstizioni e i medici e gli storici scrissero molto su di esso.
Le origini del vaiolo sono sconosciute e i più antichi rapporti attorno ad esso sono inattendibili. La più antica prova si trova nelle mummie egizie di persone morte circa 3000 anni fa.
E’ ragionevole pensare che il vaiolo venisse trasmesso dall’Egitto per via terrestre o marittima fino all’India, dove rimase come una malattia umana a carattere endemico per circa 2000 anni e forse ancor più.
Nel I secolo d.C. il vaiolo entrò in Cina da Sud-Ovest e diventò stabile nella popolazione. Nel VI sec. d.C. il vaiolo passò dalla Cina al Giappone.
In Occidente il vaiolo fece periodiche comparse in Europa senza diventarvi stabile, fino al momento in cui la popolazione non aumentò di numero e gli spostamenti delle persone non divennero più intensi durante il periodo delle Crociate.
Come la popolazione crebbe in India, in Cina e in Europa, il vaiolo divenne stabile nelle città e nelle aree maggiormente popolate come una malattia endemica che colpiva soprattutto i bambini con periodiche epidemie che provocavano la morte di circa il 30% dei soggetti colpiti.
La sua penetrazione si accrebbe progressivamente e attorno al XVI secolo il vaiolo fu un’importante causa di morbilità e mortalità in Europa come nel Sud-Est Asiatico, India e Cina.
La comparsa della malattia in Europa fu di speciale importanza perché l’Europa costituì il focolaio da cui il vaiolo si estese alle altre parti del mondo, come una coda delle successive ondate di esploratori e colonizzatori europei.
Tanto per citare alcuni dati significativi della mortalità provocata dal vaiolo nel solo continente europeo nel corso del XVIII secolo, prima che le misure di profilassi fossero attuate con il metodo della variolazione, pur imperfetto, nel 1753, a Parigi, morirono di vaiolo 20.000 persone, a Napoli nel 1768 in poche settimane morirono 60.000 persone, a Berlino, nel 1766, 1077 persone e ad Amsterdam, nel 1784, 2000 persone. Nel 1707 una nave infetta di vaiolo, approdata in Islanda, vi provocò in breve 20.000 morti. La Groenlandia nel 1733 perse i tre quarti della popolazione a causa del vaiolo.
Nel 1507 il vaiolo era stato introdotto nell’isola caraibica di Hispaniola (Haiti) e nel 1520 nel continente americano in territorio messicano. Esso colpì gli indigeni con grande durezza e fu un importante fattore nella conquista degli Aztechi e degli Incas da parte degli Spagnoli. Lo stesso avvenne in Brasile nel 1560. La colonizzazione della costa orientale del Nord America avvenne circa un secolo più tardi e fu anch’essa accompagnata da devastanti esplosioni di vaiolo tra gli Amerindi e successivamente tra i coloni nativi.
Il vaiolo fu introdotto tardi nel Centro Africa, probabilmente durante i primi anni del XIX secolo, mentre nell’Africa Settentrionale lo era da tempo immemorabile.
Dalla metà del XVIII secolo il vaiolo fu la maggiore malattia endemica del mondo, se si esclude l’Australia e diverse piccole isole. Esso fu introdotto in Australia nel 1789 e di nuovo nel 1829 e fece strage tra gli aborigeni, ma rapidamente si spense in ambedue le occasioni.
Il vaiolo imperversò in Europa nel XIX secolo con numerose epidemie (1824-1829; 1837-1840;1870-1874) e vi fu eradicato solo nel 1953. Nel Nord America gli ultimi casi di vaiolo si videro negli anni Quaranta.
Nel 1969 si contavano ancora 5000 casi di vaiolo in Brasile, ma nel 1971 il morbo fu considerato scomparso in tutta l’America Latina. Nel 1974 si ebbero 170.000 casi in India, ma l’ultimo caso si ebbe nel 1975. Tuttavia nel 1979, dopo l’ultimo caso segnalato in Somalia nel 1977, il vaiolo poté essere considerato scomparso dal pianeta e questo in virtù di una universale campagna di vaccinazione dell’OMS.
Il vaiolo era conosciuto nell’antica India e ne scrissero autori come Susruta in un periodo imprecisato a.C. e Vagbata attorno al VII secolo d.C. e in Giappone Ishinho nel 982.
Nel mondo occidentale il vaiolo fu sconosciuto come malattia a sé stante nell’Antico Egitto, anche se il corpo mummificato di Ramsete V (morto nel 1157 a.C.) ne porta evidenti segni.
A questo proposito è necessario fare una breve parentesi per cercare di dare una spiegazione a questo fatto.
Uno dei primi centri della civiltà umana fu nella valle del Nilo, esteso alla Palestina e alle pianure alluvionali del Tigri e dell’Eufrate. Scambi commerciali e guerre di conquista fecero di questa regione una singolare unità ecologica per quanto riguarda la trasmissione di molte malattie dell’uomo.
Comunque, a prescindere dai racconti di una “piaga” che gli Ittiti avevano riferito di avere ricevuto dagli Egizi nel XIV secolo a.C.(1346 a.C.), che, da quanto riferito, potrebbe essere stato vaiolo, le testimonianze scritte della civiltà egizia, che includono il Talmud e la Bibbia (Antico Testamento), non fanno alcun cenno a malattie con sintomi tali da far pensare al vaiolo.
La più numerosa e concentrata popolazione della regione si trovava nella valle del Nilo, dove nel III millennio a.C. poteva esserci circa un milione di individui e forse tre milioni nel I millennio a.C.
Come attestano le scritture della Bibbia e altri scritti, l’Egitto fu periodicamente flagellato da devastanti epidemie, ma nessuna di queste fu descritta in modo tale da far pensare ad una epidemia di vaiolo. Tuttavia, la pratica egizia della mummificazione consentì la conservazione della cute, dei muscoli e delle ossa di un gran numero di personaggi di alto rango. Questo permise ai paleopatologi di formulare diagnosi sulle cause di morte di diverse persone mummificate.
La letteratura scientifica cita tre mummie la cui pelle era coperta da lesioni simili a quelle del vaiolo. Dai primi due casi, scoperti nel 1911 e nel 1921, per l’insufficienza dei mezzi diagnostici dell’epoca, derivarono diagnosi di probabile infezione vaiolosa, mentre per il terzo caso, studiato nel 1983 da Hopkins, è stato possibile formulare una diagnosi di certezza. Si tratta della mummia di Ramses V che morì ancor giovane nel 1157 a.C. ed è una delle mummie meglio conservate del Museo del Cairo. Ci si aspetterebbe che una malattia epidemica come il vaiolo, che uccideva faraoni e nobili come la gente comune, dovesse essere stata descritta nella vasta letteratura di argomento medico prodotta dagli Egizi, o dai loro vicini dell' Asia Minore. Tuttavia, una simile descrizione non esiste, sebbene nel Papiro Ebers si trovi un passo dove viene descritta una malattia che colpisce la pelle che Regoly-Mérei (1966) suggerisce possa essersi trattato di vaiolo.
Fatta questa breve ma necessaria parentesi, resta da considerare che, al di là delle notizie scritte di parte egizia relative al vaiolo, oggi la paleopatologia ha dimostrato, attraverso l’analisi della mummia di Ramsete V, che già oltre tremila anni fa l’Egitto era colpito dal vaiolo e chissà da quanto tempo prima.
La malattia non è segnalata nel Corpus ippocraticum, né compare nella letteratura greco-romana.
Una prima fonte letteraria occidentale sul vaiolo l’abbiamo dall’Alessandrino Aronne (Ahrun/622 d.C./), che ne parla nel suo trattato di medicina. Tuttavia la prima autentica descrizione del vaiolo, insieme a quella del morbillo che da quello viene differenziato, fu fatta dal medico arabo Al Razi (Rhazes), (Bagdad, X secolo).
Egli concordava con gli autori cinesi sull’origine umorale delle due affezioni e suggeriva come terapia la sudorazione. Epidemie di vaiolo probabilmente imperversarono nel Medio-Evo, ma non ne abbiamo precisa notizia, perché si faceva molta confusione tra le diverse malattie esantematiche dell’infanzia, finché nel 1553 l’Italiano Ingrassia differenziò la scarlattina e la varicella dalle altre malattie esantematiche infantili. Girolamo Fracastoro (1546), che notevole impulso diede alle teorie sull’epidemiologia delle malattie infettive, riconobbe la contagiosità del vaiolo, allineandosi per la terapia con il metodo della sudorazione suggerito da Rhazes.
Oltre un secolo dopo, l’Ippocrate inglese, Sydenham (1685), descriveva nuovamente il vaiolo, che attribuiva ad una “infiammazione sanguigna”, distinguendola dal morbillo. Il suo particolare interesse nei riguardi del vaiolo era motivato dalle grandi epidemie di questa malattia che afflissero il territorio inglese nel 1667-1669 e nel 1674 e 1675. Egli, contrariamente a quanto suggeriva Rhazes, consigliava una terapia rinfrescante (aria fresca e bevande fredde) e l’uso dell’oppio.
Malgrado i progressi compiuti a partire dall’inizio del XVIII secolo nel campo della profilassi della malattia, prima col metodo della variolazione, poi col metodo jenneriano della vaccinazione, l’esatta sua eziologia venne scoperta solo nella seconda metà del XIX secolo grazie a progressi della microscopia.
Prima Keber (1868) poi Buist (1886-1887), esaminando al microscopio la linfa vaccinica vi distinsero alcuni corpuscoli corrispondenti ad ammassi di virus.
Nel 1892 l’italiano Guarnieri descrisse nelle lesioni vaiolose osservate al microscopio particolari inclusioni, che da lui presero il nome, considerate come stadi del ciclo di protozoi parassiti, che egli chiamò Cytoryctes variolae e Cytoryctes vaccinae.
Gli studi per identificare l’agente eziologico del vaiolo umano e vaccino proseguirono nella prima decade del XX secolo ad opera di Roux, Calmette e Guerin, Prowazek, Negri, Calkins.
A partire dal 1910 la scoperta delle tecniche di colture tissutali permise di coltivare in vitro i virus, in modo particolare quello del vaiolo vaccino (Noguchi, 1915; Parker,1925; Carrel e Rivers, 1928) e nel 1928 Maitland e Maitland ottennero la coltura in un mezzo liquido. La successiva tecnica dell’ultracentrifugazione permetterà di valutare le dimensioni delle particelle virali vacciniche (Mac Callum e Oppenheimer, 1922; Elford, 1938).
Il microscopio elettronico permetterà dal 1948 (Van Rooyen e Scott; Nagler e Rake) di visualizzare le particelle virali e ottenerne le prime microfotografie.
Il lungo cammino dell’identificazione della causa del morbo si era concluso.
I Cinesi furono i primi a mettere in pratica un metodo di prevenzione del vaiolo. Questo metodo fu menzionato per la prima volta nell’anno 1014 della nostra era da Wang Tan e consisteva nell’insufflare nelle narici polvere di croste vaiolose della fase terminale della malattia; una seconda tecnica, che sarà quella adottata dagli Europei nel XVIII secolo, era quella di inoculare sottocute la polvere delle croste vaiolose per mezzo di sottili aghi.
In India i bramini praticavano l’inoculazione introducendo sotto la pelle sottili fili impregnati di materia vaiolosa, oppure frizionavano la pelle escoriata con tessuto impregnato di pus vaioloso.
Il vaiolo fu l’unica malattia infettiva per cui si pensò ad una prevenzione attiva attraverso l’inoculazione, mentre per tutte le altre valse sempre il metodo della contumacia.
In Europa la pratica dell’inoculazione (o variolizzazione) fu introdotta nei primi decenni del XVIII secolo. Notizie sia pur vaghe erano giunte alla Royal Society di Londra da diversi paesi e soprattutto dalla Cina attraverso l’Asia Minore.
Da lungo tempo i popoli abitanti vicino al Mar Caspio, come i Circassi e i Georgiani, proteggevano la bellezza delle loro donne dalle deturpazioni provocate dal vaiolo mediante l’inoculazione ed era da questi paesi che i Turchi e i Persiani traevano le più belle schiave per i loro harem.
La stessa cosa valeva per il Bengala, l’Indostan e tutti i regni circostanti, mentre in Africa tale pratica era molto seguita nel Senegal. I primi a caldeggiare la variolizzazione in Europa furono due medici greco-italiani, Pylarino e Timoni, che esercitavano la medicina a Costantinopoli agli inizi del XVIII secolo.
Essi furono colpiti dai successi che tale pratica permetteva di conseguire e raccolsero informazioni da quelle vecchie che la esercitavano per trasmetterla successivamente con relazioni ben dettagliate agli studiosi europei.
Ma il frutto delle loro osservazioni sarebbe andato perduto se non fosse stato per l’interessamento di Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli che introdusse la pratica per la prima volta in Europa e, nella fattispecie, in Inghilterra, dopo avere osservato tale pratica in Turchia e aver fatto inoculare un figlio. Essa nel 1722 cercò di persuadere il Collegio dei medici di Londra ad eseguire una prova che avesse un certo valore dimostrativo.
Quello stesso anno il dottor Richard Mad, medico del re, inoculava sette condannati a morte del carcere di Newgate i quali sopravvissero e furono graziati. Ma la Montagu prese anche la personale iniziativa di far vaccinare di fronte alla corte inglese il suo secondo figlio, ispirando la fiducia della famiglia reale inglese che a sua volta si sottopose alla variolizzazione.
Tutte le persone variolizzate, dopo una lieve forma di vaiolo, guarirono. Uno dei carcerati inglesi sottoposti all’esperimento fu esposto al contagio del vaiolo superandolo indenne.
Nello stesso periodo a Boston, scoppiata l’epidemia, Mother e Boylston vaccinarono 242 persone con la mortalità del 2,5% degli inoculati contro il 15% di quelli che avevano contratto il vaiolo naturalmente. In Italia, convinto inoculatore, alieno da polemiche dottrinali, fu Angelo Gatti, che venne chiamato nel 1778 alla corte di Napoli per inoculare i membri della Real Casa.
In Francia le prime inoculazioni risalgono al 1754 e trovarono il favore e il sostegno di personaggi come Voltaire, Condamine, D’Alembert, specialmente dopo che re Luigi XV era rimasto vittima del crudele morbo. Praticata nelle corti la variolizzazione passò alla popolazione.
Tuttavia l’inoculazione fu avversata da certi settori della cultura francese saldamente ancorata alla tradizione dottrinaria di stampo ippocratico, secondo la quale la malattia era considerata come lo sfogo necessario attraverso la pelle di un principio nocivo che avrebbe reso l’organismo immune da quella malattia.
Ciò indusse il Parlamento di Parigi a chiedere alla facoltà di Teologia di esprimere il suo parere sull’inoculazione, e fu necessario attendere il 1764 perché la facoltà di Teologia si esprimesse a favore dell’inoculazione, perché nel 1763 aveva espresso parere contrario con la seguente motivazione: ”Basta che si tratti di una novità perché sia da considerare come condannabile."
Nel 1774 lo stesso re Luigi XVI fu inoculato (ma ciò non costituì un valido rimedio contro la ghigliottina).
In Italia Antonio Genovesi e Cesare Beccaria furono fra i primi fautori di questa pratica; Pietro Verri vi dedicò l’ultimo numero del “Caffè” e Giuseppe Parini una sua ode.
La prima regione in Italia ad eseguire la pratica dell’inoculazione (chiamata anche innesto, oltre che variolizzazione), fu la Toscana nel 1756, quando furono inoculati sei bambini dell’Ospedale di S. Maria degli Innocenti, seguita dalla Repubblica di Venezia nel 1767. Tuttavia in Italia la pratica ebbe un rilievo statisticamente rilevante solo in alcune città della Toscana e a Napoli.
In Italia le opposizioni all’inoculazione furono poche e neppure la Chiesa fu contraria. Se motivazioni di carattere religioso ci furono, esse furono per lo più d’oltrAlpe e di parte protestante.
L’obiezione più importante fatta alla pratica della variolizzazione era quella che il variolizzato potesse a sua volta essere fonte di contagio. Infatti non si può escludere che certe epidemie di vaiolo possano essere state innescate da pratiche di variolizzazione.
Si rese perciò necessario che l’inoculazione fosse praticata in ambienti maggiormente controllati e lontani dai grandi centri urbani, in condizioni di isolamento.
Per questo motivo l’Inghilterra fu la prima a fondare nel 1746 a Londra un ospedale per l’inoculazione del vaiolo e la contumacia dei variolizzati, oltre che per la cura del vaiolo stesso.
L’esempio fu presto seguito dai paesi del Nord Europa.
La pratica della variolizzazione trovò una concreta diffusione soltanto in Inghilterra, sia per l’intervento dello Stato che per le iniziative caritatevoli private.
La stessa cosa non si verificò in Francia dove il numero delle persone inoculate non superò le 60.000-70.000.
In realtà era chiaro a tutti che la pratica della variolazione trasmetteva il vero e proprio vaiolo e si erano avuti casi tragici di fallimenti, come quello riferito da Luigi Sacco, relativo ad una epidemia insorta a Modena nel 1778 in seguito ad un caso di variolazione.
La pratica della variolazione, che era stata iniziata a Londra nel 1722, sul finire del XVIII secolo, a causa degli insuccessi sopra riferiti, anche se i benefici di tale pratica erano stati superiori al male prodotto, iniziò gradualmente ad essere abbandonata.
Ma la vera causa del definitivo abbandono della variolizzazione fu la scoperta jenneriana.
Furono la casualità e la intelligenza di un medico condotto inglese a portare finalmente alla scoperta della definitiva risoluzione della profilassi del vaiolo.
Edoardo Jenner (1749-1823), membro della Royal Society di Londra, medico condotto a Berkeley, suo paese di origine, nel 1775 aveva ricevuto l’incarico dal governo inglese di praticare la variolizzazione nella contea di Gloucester, ma si accorse che in alcune persone, mai affette da vaiolo, l’innesto non attecchiva. Furono i contadini del luogo a riferirgli che coloro che erano stati colpiti dal Cow-pox erano immuni dall’infezione vaiolosa. Il Cow-pox era una specie di vaiolo che colpiva le vacche alle mammelle, infettate a loro volta dalle mani dei mungitori che si erano infettati da cavalli ammalati di una malattia chiamata “grease” nota anche come “acqua alle gambe”.
Alcuni chirurghi inglesi, Sutton e Fowster, già nel 1768 avevano inoculato vaccino umano a persone contagiate da vaiolo vaccino senza che la malattia si manifestasse, e nel 1774 un contadino del Glucestershire, Benjamin Jesty, aveva inoculato il vaiolo vaccino a sé stesso, alla moglie e ai figli; inoltre la pratica della vaccinazione era conosciuta anche in Francia e in Germania, nell’Holstein, tanto che i tedeschi ne rivendicarono la priorità.
Ma a questo proposito Luigi Sacco, nel suo Trattato di vaccinazione, pubblicato nel 1809, scriverà:” (…) il merito non consiste nel veder un fenomeno, ma nel cavarne costrutto, scoprendone le relazioni (…) Cadevano i gravi abbandonati a sé anche prima del secolo di Galileo, ma Galileo solo scoprì le leggi della loro caduta, per cui ne derivò tanto vantaggio alla fisica.(…). Ci vollero, perciò, l’impegno, la curiosità e la perspicacia di Edoardo Jenner perché questa realtà venisse a galla e da essa potesse nascere la prima grande rivoluzione della storia in fatto di profilassi immunitaria contro una malattia infettiva.
Solo dopo 21 anni di esperimenti egli giunse al convincimento di essere giunto in possesso di un metodo rivoluzionario di profilassi antivaiolosa. Il 14 maggio 1796 egli vaccinò con il suo metodo il bambino James Phipps con pus tolto dalla contadina Sara Nelms che era affetta da Cow-Pox.
Così egli scrive nel suo “Ricerca sulle cause e gli effetti del vaiolo vaccino” pubblicato nel 1798: ”Sarah Nelmes, mungitrice in una fattoria di questa zona, venne attaccata dal Cow-pox delle vacche del suo padrone nel maggio del 1796. Ricevette l’infezione in una parte della mano che era stata leggermente lesa in precedenza dal graffio di una spina. Una larga pustola ulcerosa e gli usuali sintomi accompagnarono come di solito la malattia.(…) Al fine di osservar con maggiore accuratezza il progresso del contagio, scelsi un ragazzino ben robusto, di otto anni circa, con l’intenzione di innestargli il Cow-pox: La materia venne presa dalla piaga sulla mano di una mungitrice ( Sarah Nelmes)(…). Tale materia venne inserita, il 14 maggio del 1796, nel braccio del ragazzo per mezzo di due superficiali incisioni che scalfirono appena le dita, della lunghezza di circa mezzo pollice ciascuna. Al settimo giorno il ragazzo lamentò dolori all’ascella e al nono soffrì di brividi di freddo ed ebbe un leggero mal di testa. Per tutto l’intero giorno egli fu visibilmente malato e passò una notte abbastanza inquieta, ma il giorno seguente stava perfettamente bene.”
Il bambino, che in seguito fu inoculato con pus del vaiolo umano (Small Pox), non si ammalò; ma soltanto due anni dopo, nel 1798, Jenner pubblicò a sue spese il libretto dal titolo  "Ricerche sulle cause e sugli effetti del vaiolo vaccino", attirando su di sé l’attenzione e l’interesse dei governi di tutta l’Europa e ben presto il metodo proposto da Jenner fu ufficialmente riconosciuto come valido.
“Un secolo dopo Jenner-scrive René Dubos-Pasteur capì che la vaccinazione antivaiolosa non era in realtà che l’applicazione particolare di una legge generale di natura, cioè che era probabile vaccinare contro molti tipi di malattie microbiche usando microrganismi della stessa specie, ma di virulenza attenuata. Questa affermazione portò allo sviluppo di tecniche generali per la produzione di vaccini e diede origine all’immunologia come scienza.(…) In altre parole, centocinquant’anni di scienza sperimentale sistematica trasformarono la conoscenza empirica della lattaia negli acuti ragionamenti dell’immunochimica professionale.”
 Il vaiolo delle vacche o Cow Pox, molto diffuso nella campagna inglese, era poco diffuso nel resto del mondo, perciò si presentò il problema del reperimento della linfa vaccinica, della sua conservazione e della sua diffusione in condizioni controllate, che fosse sicuro e senza perdita di efficacia. Inizialmente si cercò di ovviare al problema del difficile reperimento della linfa, vaccinando da braccio a braccio, inoltre la linfa vaccinica a secco si conservava per almeno due anni, il che consentiva di diffonderla anche in paesi lontani.
In breve tempo però ci si rese conto dell’insorgere di alcuni problemi:
    Il vaccino jenneriano riproduceva il Cow Pox, ma la sua crescita per passaggi successivi in una specie animale diversa (umana invece che bovina), riduceva il suo potere immunizzante.
    Il passaggio da braccio a braccio, inoltre, favoriva la trasmissione di altre malattie infettive come la sifilide. Ad ambedue questi problemi si ovviò dal 1864 utilizzando solamente vaccino preso dalle vacche, abolendo la vaccinazione da braccio a braccio, soluzione tardiva rispetto a quella già presa nella stessa direzione nel Regno di Napoli nel 1805 da Troja e nel 1810 da Galbiati, i quali avevano praticato la retrovaccinazione, passando la linfa dall’uomo all’animale, sia per garantirsi una fonte ricca di linfa, sia per avere una linfa che riducesse il rischio di altre malattie come la sifilide. Nel 1845, sempre a Napoli, Negri inizierà a produrre sistematicamente linfa vaccinica direttamente dalle vacche.
    Un terzo problema fu quello di far pervenire il vaccino nei luoghi più remoti, garantirne la fornitura e trovare le migliori modalità di conservazione. L’elemento decisivo fu la preparazione di un vaccino liofilizzato prodotto dai francesi Wurtz e Camus nel corso della I Guerra Mondiale, che permise alla Francia di inviare nelle proprie colonie (Costa d’Avorio, Guinea, Guiana Francese) milioni di dosi di vaccino. I vaccini essiccati contribuirono sostanzialmente alla campagna di eradicazione del vaiolo avviata dall’OMS nel 1966.
Per quanto riguarda l’Italia, il primo a praticare le prime vaccinazioni jenneriane in Liguria nel 1800 fu il dott. Onofrio Scassi, che era venuto a conoscenza dello scritto di Jenner attraverso il medico inglese dott. Batt. Gli fece seguito nel 1801 Luigi Marchelli, che pubblicò un’importante memoria dal titolo: Memoria sull’inoculazione della vaccina e il Granducato di Toscana che il 12 giugno 1801 stabiliva che ”l’inoculazione del vaccino si facesse nello Spedale degli Innocenti”. Ma si deve soprattutto al dott. Luigi Sacco, medico primario dell’Ospedale Maggiore di Milano, sostenuto dalle autorità francesi, il merito di avere propugnato la vaccinazione in Italia. Sacco seppe della vaccinazione jenneriana verso la fine del 1799 ed avendo avuto la fortuna di avere trovato due vacche affette da Cow-pox vicino a Varese, col pus raccolto da esse vaccinò i suoi primi cinque bambini della campagna varesina e sé stesso, controllando a distanza l’avvenuta immunità con l’innesto di vaiolo umano. Nel 1806 Luigi Sacco riferì di avere fatto vaccinare o vaccinato personalmente nei soli Dipartimenti del Mincio, dell’Adige, del Basso Po e del Panaro più di 130.000 persone. In breve volger di tempo i vaccinati del Regno d’Italia, sempre più esteso per le conquiste napoleoniche, giunsero a un milione e mezzo. Lo stesso entusiasmo invase anche il Regno delle due Sicilie.
Questi fatti avvenivano mentre era in atto la rivoluzione industriale con un forte inurbamento dalle campagne, il venire alla ribalta delle problematiche sociali, che si accompagnarono alla nascita dell’igiene pubblica, propugnata soprattutto dal tedesco P. Frank, che ne attribuiva la competenza e la responsabilità allo Stato. Ma sarà invece Napoleone a dare impulso alla pubblica igiene.
L’obbligatorietà della vaccinazione fu adottata nella popolazione generale per la prima volta nel principato di Piombino e Lucca nel 1806, nel 1807 in Baviera, nel 1810 in Norvegia, nel 1815 in Svezia, nel 1867 in Inghilterra, nel 1874 in Germania, nel 1874, dopo una terribile epidemia, in Giappone. Nell’Italia post-risorgimentale, conseguita l’unità della Nazione, la vaccinazione antivaiolosa fu resa obbligatoria nel 1888.
La vaccinazione era obbligatoria, inoltre, in quasi tutti gli eserciti.
Il risultato conseguito, dopo l’obbligatorietà della vaccinazione antivaiolosa, fu che, contro i 5000-7000 decessi da vaiolo per milione di abitanti, si scese ad alcune centinaia per milione di abitanti.
Nonostante ciò, ci si avvide che la copertura vaccinale era completa nei primi 5 anni, mentre dopo vent’anni era persa.
Infatti, dopo un periodo di vent’anni, durante il quale il vaiolo era sembrato in rapido declino nei paesi che avevano adottato la vaccinazione jenneriana, il morbo si ripresentò con diverse pandemie che interessarono l’Europa intera, ma con indici di mortalità decisamente più bassi rispetto al passato.
Si era spostata anche l’età di massima incidenza del morbo, che cominciava ad interessare un numero crescente di adulti; questa constatazione indusse i governi ad avviare una campagna di rivaccinazione che fu adottata per prima dalla regione tedesca del Wurttemberg nel 1829, mentre l’Austria, che introdusse la rivaccinazione obbligatoria tardivamente, ebbe livelli di mortalità da vaiolo centinaia di volte superiori a quelli della Germania.
Negli ultimi decenni del XIX secolo si ebbero decisivi successi nella lotta contro il vaiolo e le altre malattie infettive, e questo fu dovuto anche, oltre che alle migliorate condizioni igieniche delle popolazioni europee, anche se non dovunque, alla socializzazione della lotta alle malattie infettive.
Per quel che riguarda la lotta contro il vaiolo, numerosi paesi introdussero nel loro sistema giuridico l’obbligatorietà della vaccinazione e, dove non vigeva l’obbligatorietà, il controllo del vaiolo fu un problema di natura pubblica con precise regole sulla denuncia dei casi e il loro isolamento. Le leggi regolarono anche la produzione e la distribuzione del vaccino. Fu abolita la vaccinazione da braccio a braccio, per i motivi già detti e si ricorse alla sola linfa prelevata direttamente dalla vacca.
A questo punto è giusto dare adeguate risposte a legittime domande:
1) Perché l’eradicazione del vaiolo è stata possibile sul piano biologico?
    Perché il vaiolo colpisce solo l’uomo. Del virus non vi sono serbatoi animali o vettori che lo veicolino, come gli insetti; né il virus viene immagazzinato in piante o animali.
    Il vaiolo è contagioso solo quando è manifesto.
    Non esistono portatori asintomatici, come nel tifo, epatite B o AIDS, perciò ogni caso di infezione corrisponde a un caso di malattia. Ciò significa che per la diagnosi di vaiolo è sufficiente l’osservazione clinica.
    Il virus del vaiolo è geneticamente stabile senza ceppi mutanti.
2) Quando dichiarare una zone libera dal vaiolo?
    a) Quando per due anni consecutivi non si fossero più segnalati casi
Nel 1977 casi di vaiolo venivano segnalati solo in Somalia, territorio difficile da controllare per l’elevato numero di persone dedite al nomadismo. L’ultimo caso si ebbe in questa regione nell'ottobre 1977.
Dal momento che nei due anni successivi non si ebbero nuovi casi della malattia, nel maggio 1979 l’OMS decretò eradicato il vaiolo dalla Terra.
Allo stato attuale l’unica fonte di contagio possibile è costituita dai virus coltivati in laboratorio. Oggi nel mondo solo sette laboratori conservano ceppi del virus del vaiolo, e sono sotto stretto controllo.
Per salvaguardare l’Umanità da eventuali future epidemie di vaiolo, che potrebbero essere scatenate o da cause accidentali o da atti terroristici, l’OMS ha previsto di conservare ampie scorte di vaccino essiccato e congelato.

sabato 8 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
L' 8 dicembre 1980 veniva assassinato John Lennon.
Per molti baby-boomers cresciuti nei mitici anni sessanta, un mite lunedì ai primi di dicembre 1980 sarà sempre ricordato come il giorno in cui è morta la musica.
A New York, l'enigmatico, carismatico - e francamente spesso stravagante- ex- Beatle John Lennon, barcollò nella sala d'ingresso del Dakota, lussuoso palazzo nell’ Upper West Side in cui risiedeva da quasi otto anni.
Aveva appena finito di incidere una nuova canzone per i suoi 40 anni “Walking On Thin Ice’; crollò sanguinante sul pavimento - gli avevano sparato quatto colpi di pistola.
Era tardi, Lennon tornava a casa da lavoro assaporando già l’abbraccio di suo figlio Sean di cinque anni, prima di andare a letto.
Lui e Yoko Ono, sua moglie ma anche collaboratrice musicale, erano scesi dalla loro limousine bianca, facendosi lasciare sul marciapiede fuori dall'edificio piuttosto che farsi accompagnare al sicuro nel cortile del palazzo.
Yoko si affrettò avanti, annuendo con aria assente a uno sconosciuto nell'ombra - c'erano sempre fans e parassiti in agguato al di fuori del Dakota per un assaggio del loro eroe.
Suo marito arrancava dietro e aveva fatto tre o quattro passi quando una voce gridò: Mr Lennon?
La star rallentò poi si voltò a guardare. Immediatamente, realizzò che aveva visto quell’uomo un paio di volte ultimamente - e, prima di quel giorno, gli aveva anche autografato la copertina di un disco.
Ma ora lo sconosciuto aveva uno scopo diverso. Egli era in ginocchio in posizione di combattimento, e aveva un revolver calibro 38 stretto tra le mani.
Cinque spari e quattro proiettili dum-dum, particolarmente adatti per causare il massimo danno fisico, si conficcarono nella schiena di Lennon, fianco e spalla.
Il musicista riuscì ad arrivare all’ ingresso sospirando: 'Mi hanno colpito, mi hanno colpito!’.
Era morto all'arrivo in ospedale un quarto d'ora dopo.
Nel frattempo, il killer, tarchiato di 25 anni, Mark Chapman, se ne stava in silenzio davanti alla scena. Per terra giaceva la pistola fumante che si era lasciato cadere dalle mani, accanto agli occhiali macchiati di sangue di Lennon.
Appoggiato con nonchalance contro il muro del Dakota, Chapman ha cominciato a sfogliare una copia del libro “Il giovane Holden”, famoso romanzo di JD Salinger sull’ alienazione degli adolescenti, il cui personaggio centrale probabilmente gli ispirò quel gesto.
Quando i poliziotti arrivarono, non tentò di fuggire. Appena fu ammanettato e infilato in una macchina della polizia, disse: 'Ho agito da solo'. Nel quartier generale della zona, disse ai poliziotti: 'Lennon doveva morire'.
Per il mondo, sconvolto dalla morte violenta e inutile di Lennon, Chapman non era altro che un pazzo delirante. Prendeva farmaci ed era psicologicamente disturbato.
Aveva subito atti di bullismo a scuola, si era così rifugiato in un mondo immaginario dove esercitava potere su altre persone.
Un adulto senza radici che non aveva mai avuto un vero e proprio lavoro, aveva trovato conforto nella musica dei Beatles. Aveva identificato la sua solitudine con il lato solitario ed insicuro di Lennon, confondendo le personalità.
Ma la scoperta della ricchezza e del florido impero commerciale di Lennon, fu per lui un’enorme delusione.
Si sentiva tradito, offeso. Ha inseguito e sparato al suo ex eroe per un senso strano di retribuzione, accoppiato al desiderio di essere famoso per qualcosa.
Così è andata la storia.
Ma dopo oltre trent'anni dalla morte di Lennon, emerse una nuova teoria, che metteva in discussione questa spiegazione convenzionale sul movente dell’ omicidio.
Anche se apparentemente inverosimile, se fosse vera farebbe trasalire e atterrire i milioni di fan che ancora idolatrano Lennon.
Nel suo libro, l'autore Phil Strongman, sostiene che Chapman è stato solo un burattino. La vera assassina di Lennon è stata la Cia - per volere di fanatici di destra dell’ assetto politico americano.
Egli arriva a questa conclusione controversa contestando molti dei cosiddetti 'fatti' in merito al caso - tra cui l'ipotesi di base che Chapman fosse un fan dei Beatles e Lennon.
Strongman scrive che, fino alla settimana prima dell'uccisione: 'Chapman, "presunto ossessionato da Lennon e "fan dei fans", non possedeva nemmeno un singolo di Lennon, né un libro né un album. Non uno. Non era un fan né tantomeno un ossessionato". '
Dicono che Chapman avesse 14 ore di registrazioni di Lennon, nel suo zaino, il giorno della sparatoria. Ma di esse non si è mai trovata alcuna traccia.
Questa prova non è stata mai prodotta semplicemente perché non esiste.
Così Chapman non era solo né uno stalker delle celebrità andato troppo oltre, Né, dice Strongman, ha ucciso Lennon per 15 minuti di celebrità.
'Se il suo scopo era attirare attenzione su di se, allora perché si è dichiarato colpevole, lasciando che il suo processo non diventasse il processo del secolo, se il suo scopo era avere fama, allora perché si è lasciato scappare questa possibilità?
Strongman vede nella calma del killer dopo la sparatoria, la chiave di ciò che è accaduto realmente, fornisce prove alla sua teoria secondo cui l’assassinio di John Lennon fu un complotto di stato.
Se Chapman, dopo l’ uccisione, sembrava uno zombie, e attese impassibile la polizia come ci è stato raccontato, è solo perché quella era la reazione più appropriata alla sua persona .
Chapman, egli suggerisce, era stato reclutato dalla CIA e addestrato durante i suoi viaggi in tutto il mondo, è stato visto in posti improbabili, da un ragazzo della Georgia.
Che strano, per esempio, che Chapman sia stato a Beirut in un momento in cui la capitale libanese fu la fucina delle attività della CIA – si è detto che lì avesse sede uno dei campi di assassinio top-secret dell'agenzia.
Un altro campo, presumibilmente, si trovava alle Hawaii, dove Chapman ha vissuto per alcuni anni.
Chi ha finanziato il giro del mondo a Chapman? Come poteva, un giovane senza un soldo nel 1975, essere stato in Giappone, Regno Unito, India, Nepal, Corea, Vietnam e Cina?
Il denaro non è mai sembrato essere un problema per Chapman, ma nessuno ha mai spiegato da dove provenisse. L’ unica spiegazione plausibile rimane, secondo Strongman, che i servizi segreti fossero i suoi datori di lavoro.
Probabilmente la CIA plagiò la mente di Chapman, somministrandogli droghe apposite a ciò e con l'ipnosi. Tutte tecniche utilizzate dalla CIA per formare assassini in grado di uccidere fomentatori di disordini, e sui quali potesse poi ricadere la colpa.
Strongman afferma: 'Catcher In The Rye‘ (il titolo originale del Giovane Holden) faceva parte del programma d’ipnosi di Chapman, una parola d’ ordine che poteva arrivare a lui, attraverso un messaggio registrato su un nastro, un telex, un telegramma o una semplice telefonata.
"E’ anche vero che i teorici della cospirazione hanno a lungo sospettato che sia gli americani sia i loro nemici comunisti utilizzassero tali tecniche per attivare assassini dormienti '- come romanzato nel film The Manchurian Candidate.
L'autore si chiede se Chapman rientrava nella categoria dei killer inconsapevoli o complice inconsapevole.
Ma il suo profondo sospetto è che Chapman non agì da solo - non più, dice, di quanto abbia fatto Lee Harvey Oswald con l'assassinio di JFK a Dallas o di Sirhan Sirhan accusato della morte di Bobby Kennedy. Dubita persino che sia stato Chapman a sparare.
'I proiettili che colpirono Lennon, erano tutti così vicini e persino i medici ebbero difficoltà a precisarne i diversi punti d’ accesso. Se tutti questi colpi provenivano da Chapman, allora la sua fu un’ ‘’opera miracolosa’’.
'In effetti, se ognuno di quei colpi veniva da Chapman l’opera fu miracolosa perché egli era in piedi sulla destra di Lennon e, secondo il referto dell'autopsia e il certificato di morte Lennon riportava solo ferite nella parte sinistra del corpo.'
Qualcun altro doveva essere coinvolto, Strongman insiste. Egli sostiene che forse una spia della CIA che lavorava al Dakota sia stato il vero assassino.
Ciò che fa crescere il suo sospetto è la natura sommaria delle indagini della polizia dopo l'arresto di Chapman.
La sua calma bizzarra post-uccisione non è stato mai messa in discussione, non è stata mai eseguito un test di droga, il suo stato "programmato" (termine usato da più di un ufficiale di polizia) non è stato mai studiato, né tantomeno si è investigato sui suoi movimenti precedenti l’omicidio ('In parole povere, le indagini per l'assassinio furono spaventosamente lente e lacunose. ')
Probabilmente, conclude, l'FBI cospirava con la CIA per nascondere la verità- e cioè che ombre istituzionali americane avevano ordinato l'assassinio di Lennon.
Ma perché Lennon era sulla loro lista ? Aveva, a quanto pare fatto tremare i piani d'America, la potente ala destra, prima con la sua opposizione alla guerra del Vietnam e poi con la sua campagna di pacifismo.
Ed è in questo periodo, che molti di noi che hanno creduto fosse un periodo di pausa necessario per riprendere fiato, che Lennon ha dato sfogo al suo genio, al suo essere un uomo di spettacolo e un esibizionista. Ma era un sognatore, non un attivista pericoloso.
Ha scritto canzoni, ha suonato la chitarra, aveva idee divertenti. Ci ha fatto ridere nonostante la sua irriverenza.
Non aveva intenzione di abbattere il capitalismo. Cercava solo di tenerlo fuori dalla sua vita.
Ancora, il fatto che alcuni dei dossier relativi alle indagini dei servizi segreti sulle attività di Lennon rimangano inaccessibili continuano ad alimentare i sospetti di un insabbiamento.
Strongman scrive: 'Io sono convinto, come qualsiasi essere umano può esserlo, che sia l’FBI sia la CIA abbiano insabbiato i fatti del dicembre 1980. E Sono entrambi profondamente coinvolti nell'uccisione stessa.'
Nel frattempo, Chapman - stalker pazzo o assassino robot - continua a vivere.
Stranamente, se la teoria Strongman è vera, è riuscito a sopravvivere tre decenni in una delle prigioni più violente d'America, nonostante sia a conoscenza di informazioni pericolose.
Chapman è rinchiuso nella prigione di Attica, da quasi 40 anni, per la sua condanna a vita, ben oltre il minimo di 20 anni decretati dal giudice che lo ha condannato.
Quando nel 2006 gli è stato chiesto il perché avesse ucciso Lennon, Chapman ha detto:
'Volevo essere famoso, Volevo attirare grande attenzione, che ho ricevuto.' Nel 2010 ha detto che nel 1980 aveva una lunga lista di potenziali obiettivi, tra cui Liz Taylor, il conduttore televisivo Johnnie Carson e Paul McCartney.
“Erano famosi”, ha detto, ‘uccidendoli avrei ottenuto tanta notorietà in pochissimo tempo’.
Ha colpito Lennon, ha spiegato, solo perché il Dakota è facilmente raggiungibile 'Sentivo che uccidendo lui sarei diventato qualcuno e, invece sono diventato un assassino, e gli assassini non sono qualcuno’. Invece di prendere la mia vita ho preso quella di qualcun altro, per sua sfortuna. '
Nel 2006, la sua quarta domanda per il rilascio - Yoko Ono come sempre si è opposta - è stata rifiutata; ogni due anni ripete la domanda, e ancora nell'agosto del 2018, per la decimavolta, la domanda è stata rifiutata, dopo 37 anni di carcere.

venerdì 7 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 7 dicembre.
Il 7 dicembre 1851 l'americano John Gorrie brevetta il frigorifero.
La refrigerazione è il processo di abbassamento e mantenimento della temperatura in un certo spazio allo scopo di raffreddare o mantenere un determinato prodotto. Tale refrigerazione controlla sia lo sviluppo batterico che le reazioni chimiche avverse che si presentano nell'atmosfera normale.
Durante gli ultimi 150 anni circa, i grandi progressi della refrigerazione ci hanno offerto la possibilità di conservare e raffreddare l'alimento, altre sostanze e noi stessi. La refrigerazione abbatte le barriere tra clima e stagione. Mentre ha aiutato alla crescita di tutti i processi industriali, la refrigerazione è diventata un'industria a sé.
Il coltivatore Thomas Moore del Maryland, per primo ha introdotto il termine "frigorifero" nel 1803.
L'uso di ghiaccio, naturale o prodotto, per la refrigerazione era molto diffuso fino poco prima della I° guerra mondiale, quando i frigoriferi meccanici o elettrici sono diventato disponibili.
Il ghiaccio deve la relativa efficacia come refrigerante al fatto che ha una temperatura costante di fusione di 0°C (32°F). Per fondersi, il ghiaccio deve assorbire il calore che ammonta a 333,1 kJ/kg (143,3 Btu/lb).
Il ghiaccio di fusione in presenza di un sale di dissoluzione abbassa il relativo punto di fusione di parecchi gradi, le derrate alimentari potevano essere così mantenute più a lungo.
L'Anidride carbonica solida, conosciuta come ghiaccio secco è usata anche come refrigerante. Non avendo fase liquida a pressione atmosferica normale, sublima direttamente dal solido al vapore ad una temperatura di -78.5°C (-109.3°F)
Nel 1840, vengono utilizzati i primi mezzi stradali e ferroviari principalmente utilizzati per trasportare il latte ed il burro. Nel 1860, il trasporto frigorifero viene esteso anche a pesce e latticini. Il carro ferroviario refrigerato è stato brevettato da J.b. Sutherland di Detroit, Michigan nel 1867.
Fu realizzato con pareti isolate e con contenitori per ghiaccio nelle estremità. L'aria entrando dalla parte superiore dei contenitori viene raffreddata uscendo dalla parte inferiore, circolando così per conduzione naturale. Si sono ridotte le perdite del ghiaccio per fusione dall'80% al 20% a beneficio dei prodotti trasportati.
Il processo di refrigerazione è iniziato nel 1850 con compressione del vapore usando l'aria e successivamente l'ammoniaca come refrigerante.
Con l'avvento dei nuovi impianti meccanici, malgrado i vantaggi apportati, la refrigerazione ha avuto numerosi problemi. I refrigeranti utilizzati come l'anidride solforosa ed il methylchloride provocavano la morte: l'uso per compressione dell'ammoniaca ha avuto un effetto tossico dato da perdite e fuoriuscite nell'impianto. 
Frigidaire nel 1928 ha scoperto un nuovo tipo e categoria di refrigeranti sintetici, denominati HALOCARBONS o CFC (clorofluorocarburi).  La  General Motors ha brevettato tutti i sistemi refrigeranti col CFC nel 1930.   Data la rilevante importanza a livello mondiale per la conservazione degli alimenti, alla GM non fu consentito di mantenere per sé il brevetto del sistema refrigerante con CFC.  All'intera industria è stata permesso di usare i brevetti e la tecnologia di refrigerazione, commutandoli a  nuovi agenti "sicuri" come il Freon (adesso vietato per il danno dello strato di ozono).  Senza la scoperta del CFC, "la refrigerazione non sarebbe stata diffusa così capillarmente".
Nella refrigerazione meccanica, il raffreddamento costante è realizzato dalla circolazione di un refrigerante in un sistema chiuso, in cui si volatilizza un gas, poi si condensa, così in ciclo continuo. Se non avviene nessuna perdita nell’impianto, il refrigerante dura indefinitamente durante l'intera durata del sistema. 
 I due tipi principali di sistemi di refrigerazione meccanici usati sono: il sistema di compressione, usato nelle unità domestiche e per le grandi applicazioni di conservazione in celle frigorifere e di trasporto e per la maggior parte dell’aria condizionata;  ed il sistema di assorbimento, ora impiegato in gran parte per le unità di aria condizionata ma precedentemente anche usato per le unità domestiche.
Quasi tutti i primi refrigeranti erano infiammabili, tossici o entrambi ed alcuni inoltre erano altamente reattivi.  Gli incidenti erano comuni.
L'operazione di individuazione del refrigerante non infiammabile con buona stabilità è stata data a Thomas Midgley nel 1926.   Con i suoi soci Henne e McNary, Midgley ha osservato che i refrigeranti in uso avevano un contenuto relativamente basso di elementi chimici, questi raggruppati in una fila ed in una colonna d'intersezione della tabella periodica degli elementi.    L'elemento all'intersezione era fluoro, conosciuto per essere tossico da sé. Tuttavia, Midgley ed i suoi collaboratori hanno ritenuto che i residui che lo contengono dovevano essere non tossici e non infiammabili.
La loro attenzione è passata ai fluoruri organici, circa il punto di ebollizione per tetrafluoromethane (tetrafluoride del carbonio) da confrontare a quelli per altri residui fluorati.  La temperatura d'ebollizione corretta, successivamente trovata, era molto più bassa.  Tuttavia, il valore errato era nella gamma cercata e condotto alla valutazione dei fluoruri organici come candidati.
La tesi di Shorthand più successivamente introdotta per facilitare l'identificazione dei fluoruri organici, per una ricerca sistematica, è usata oggi come il sistema di numerazione per i refrigeranti.  Le indicazioni di numero senza ambiguità indicano le composizioni chimiche e strutture.  Nei giorni successivi, Midgley ed i suoi collaboratori avevano identificato il diclorodifluorometano sintetizzato (CC12F2), ora conosciuto come R12.
La prima prova di tossicità è stata effettuata esponendo una cavia al nuovo residuo.  Sorprendentemente, l'animale non fu intossicato, ma morì quando la prova venne ripetuta con un altro campione.
L'esame successivo del trifluoruro dell'antimonio (usato per preparare il diclorodifluorometano da tetracloruro di carbonio) ha indicato un agente inquinante.  Questo agente, durante la reazione del trifluoruro dell'antimonio con tetracloruro di carbonio, forma il fosgene (CC120) un gas altamente tossico per inalazione, corrosivo per gli occhi e per la pelle.  Per dimostrare poi nella nuova formula la sicurezza di questo gas, ad una riunione della società chimica americana, Midgley ha inalato R-12, dando sicurezza nella maneggiabilità della miscela.
Nel 1928, Frigidaire scopre un nuovo tipo e categoria di refrigeranti sintetici, denominati HALOCARBONS o CFC (clorofluorocarburi).
La refrigerazione, partendo dal ghiaccio, ha dato benefici importanti alle industrie della metallurgia: per esempio, il freddo meccanicamente prodotto è stato usato per contribuire a temperare il cutlery e gli attrezzi. La produzione del ferro ha ottenuto una spinta, poiché la refrigerazione ha rimosso l'umidità dall'aria trasportata ai forni, aumentandone la produzione. I laminatoi della industria tessile hanno usato la refrigerazione nella mercerizzazione, nell'imbianchimento e nella tintura. La pelliccia e l'immagazzinaggio di merci di lana in aree refrigerate hanno permesso di eliminare i lepidotteri. La refrigerazione inoltre ha aiutato le fiorerie, soddisfacendo particolarmente le esigenze stagionali poiché i fiori da taglio durano così più a lungo. Un'applicazione sanitaria, la conservazione di corpi umani dopo la morte. Laminatoi di zucchero, confetterie, fabbriche di cioccolato, forni, fornitori del lievito, aziende del tè, tutti hanno trovato nella refrigerazione il loro sviluppo e commercio. Gli hotels, i ristoranti, saloni, sono divenuti utilizzatori della refrigerazione. La refrigerazione nelle fabbriche di munizioni ha fornito un controllo rigoroso richiesto da temperature e dell'umidità.
Beneficiari in primis della refrigerazione sono state le aziende di lavorazione della carne, ai formaggi e prodotti ittici, al resto dei prodotti deperibili, portando ad oggi nei trasporti frigoriferi a temperatura controllata tecnologia e qualità, a puro vantaggio per il loro commercio e mantenimento, ma cosa essenziale la qualità della nostra alimentazione.
La refrigerazione è parte integrante della nostra vita, oggi più che mai.

giovedì 6 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 dicembre.
Il 6 dicembre la religione cristiana celebra San Nicola (Santa Claus).
San Nicola è uno dei santi più venerati ed amati al mondo. Egli è certamente una delle figure più grandi nel campo dell’agiografia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui quanto a universalità e vivacità di culto.
Ogni popolo lo ha fatto proprio, vedendolo sotto una luce diversa, pur conservandogli le caratteristiche fondamentali, prima fra tutte quella di difensore dei deboli e di coloro che subiscono ingiustizie. Egli è anche il protettore delle fanciulle che si avviano al matrimonio e dei marinai, mentre l’ancor più celebre suo patrocinio sui bambini è noto soprattutto in Occidente.
San Nicola nacque intorno al 260 d.C. a Patara, importante città della Licia, la penisola dell’Asia Minore (attuale Turchia) quasi dirimpetto all’isola di Rodi. Oggi tutta la regione rientra nella vasta provincia di Antalya, la quale comprende, oltre la Licia, anche l’antica Pisidia e Panfilia.
Nell’antichità i due porti principali erano proprio quelli delle città di San Nicola: Patara, dove nacque, e Myra, di cui fu vescovo.
Prima dell’VIII secolo nessun testo parla del luogo di nascita di Nicola. Tutti fanno riferimento al suo episcopato nella sede di Myra, che appare così come la città di San Nicola. Il primo a parlarne è Michele Archimandrita verso il 710 d. C., indicando in Patara la città natale del futuro grande vescovo. Il modo semplice e sicuro con cui riporta la notizia induce a credere che la tradizione orale al riguardo fosse molto solida.
Di Patara parla anche il patriarca Metodio nel testo dedicato a Teodoro e ne parla il Metafraste. La notizia pertanto può essere accolta con elevato grado di probabilità.
Di S. Nicola di Bari, si sa ben poco della sua infanzia. Le fonti più antiche non ne fanno parola. Il primo a parlarne è nell’VIII secolo un monaco greco (Michele Archimandrita), il quale, spinto anche dall’intento edificante, scrive  che Nicola sin dal grembo materno era destinato a santificarsi. Sin dall’infanzia dunque avrebbe cercato di mettere in pratica le norme che la Chiesa suggerisce a chi si avvia alla vita religiosa.
Nicola nacque nell’Asia Minore, quando questa terra, prima di essere occupata dai Turchi, era di cultura e lingua greca. La grande venerazione che nutrono i russi verso di lui ha indotto alcuni in errore, affermando che sarebbe nato in Russia. Non è mancato chi lo facesse nascere nell’Africa, a motivo del fatto che a Bari si venerano alcune immagini col volto del Santo piuttosto scuro (“S. Nicola nero”).
Il fatto che l’Asia Minore fosse di lingua e cultura greca, sia pure all’interno dell’Impero Romano, fa sì che Nicola possa essere considerato “greco”. Il suo nome, Nikòlaos, significa popolo vittorioso, e, come si vedrà, il popolo avrà uno spazio notevole nella sua vita.
Da alcuni episodi (dote alle fanciulle, elezione episcopale) si potrebbe dedurre che i genitori, di cui non si conoscono i nomi, fossero benestanti, se non proprio aristocratici. In alcune Vite essi vengono chiamati Epifanio e Nonna (talvolta Teofane e Giovanna), ma questi, come vari altri episodi, si riferiscono ad un monaco Nicola vissuto (480-556) due secoli dopo nella stessa regione. Questo secondo Nicola, nato a Farroa, divenne superiore del monastero di Sion e poi vescovo di Pinara (onde è designato anche come Sionita o di Pinara).
Amante del digiuno e della penitenza, quando era ancora in fasce, Nicola era già osservante delle regole relative al digiuno settimanale, che la Chiesa aveva fissato al mercoledì ed al venerdì. Il suddetto monaco greco narra che il bimbo succhiava normalmente il latte dal seno materno, ma che il mercoledì ed il venerdì, proprio per osservare il digiuno, lo faceva soltanto una volta nella giornata.
Man mano che il bimbo cresceva, dava segni di attaccamento alle virtù, specialmente alla virtù della carità. Egli rifuggiva dai giochi frivoli dei bambini e dei ragazzi, per vivere più rigorosamente i consigli evangelici. Molto sensibile era anche nella virtù della castità, per cui, laddove non era necessario, evitava di trascorrere il tempo con bambine e fanciulle.
Carità e castità sono le due virtù che fanno da sfondo ad uno egli episodi più celebri della sua vita. Anzi, a questo episodio si sono ispirati gli artisti, specialmente occidentali, per individuare il simbolo che caratterizza il nostro Santo. Quando si vede, infatti, una statua o un quadro raffigurante un santo vescovo dell’antichità è facile sbagliare sul chi sia quel santo (Biagio, Basilio, Gregorio, Ambrogio, Agostino, e così via). Ed effettivamente anche in libri di alta qualità artistica si riscontrano spesso di questi errori. Il devoto di S. Nicola  ha però un segno infallibile per capire se si tratta di S. Nicola o di uno fra questi altri santi. Un vescovo che ha in mano o ai suoi piedi tre palle d’oro è sicuramente S. Nicola, e non può essere in alcun modo un altro Santo. Le tre palle d’oro sono infatti una deformazione artistica dei sacchetti pieni di monete d’oro, che sono al centro di questa storia.
L’episodio si svolge a Mira, città marittima ad un centinaio di chilometri da Patara, ove probabilmente Nicola con i suoi genitori si era trasferito. Secondo alcune versioni i suoi genitori erano morti ed egli era divenuto un giovane pieno di speranze e di mezzi. Secondo altre, i genitori erano ancora vivi e vegeti e Nicola dipendeva ancora da loro. Quale che sia la verità, alle sue orecchie giunse voce che una famiglia stava attraversando un brutto momento. Un signore, caduto in grave miseria, disperando di poter offrire alle figlie un decoroso matrimonio, aveva loro insinuato l’idea di prostituirsi allo scopo di raccogliere il denaro sufficiente al matrimonio.
Alla notizia di un tale proposito, Nicola decise di intervenire, e di farlo secondo il consiglio evangelico: non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra. In altre parole, voleva fare un’opera di carità, senza che la gente lo notasse e lo ammirasse. La sua virtù doveva essere nota solo a Dio, e non agli uomini, in quanto se fosse emersa e avesse avuto gli onori degli uomini, avrebbe perduto il merito della sua azione. Decise perciò di agire di notte. Avvolte delle monete d’oro in un panno, uscì di casa e raggiunse la dimora delle infelici fanciulle. Avvicinatosi alla finestra, passò la mano attraverso l’inferriata e lasciò cadere il sacchetto all’interno. Il rumore prese di sorpresa il padre delle fanciulle, che raccolse il denaro e con esso organizzò il matrimonio della figlia maggiore.
Vedendo che il padre aveva utilizzato bene il denaro da lui elargito, Nicola volle ripetere il gesto. Si può ben immaginare la gioia che riempì il cuore del padre delle fanciulle. Preso dalla curiosità aveva cercato invano, uscendo dalla casa, di individuare il benefattore. Con le monete d’oro, trovate nel sacchetto che Nicola aveva gettato attraverso la finestra, poté fare realizzare il sogno della seconda figlia di contrarre un felice matrimonio.
Intuendo la possibilità di un terzo gesto di carità, nei giorni successivi il padre cercò di dormire con un occhio solo. Non voleva che colui che aveva salvato il suo onore restasse per lui un perfetto sconosciuto. Una notte, mentre ancora si sforzava di rimanere sveglio, ecco il rumore del terzo sacchetto che, cadendo a terra, faceva il classico rumore tintinnante delle monete. Nonostante che il giovane si allontanasse rapidamente, il padre si precipitò fuori riuscendo ad individuarne la sagoma. Avendolo rincorso, lo raggiunse e lo riconobbe come uno dei suoi vicini. Nicola però gli fece promettere di non rivelare la cosa a nessuno. Il padre promise, ma a giudicare dagli avvenimenti successivi, con ogni probabilità non mantenne la promessa. E la fama di Nicola come uomo di grande carità si diffuse ancor più nella città di Mira.
Intorno all’anno 300 dopo Cristo, anche se il cristianesimo non era stato legalizzato nell’Impero e non esistevano templi cristiani, le comunità che si richiamavano all’insegnamento evangelico erano già notevolmente organizzate. I cristiani si riunivano nelle case di aristocratici che avevano abbracciato la nuova fede, e quelle case venivano chiamate domus ecclesiae, casa della comunità. Per chiesa infatti si intendeva la comunità cristiana. E questa comunità partecipava attivamente all’elezione dei vescovi, cioè di quegli anziani addetti alla cura e all’incremento della comunità nella fede e nelle opere. Questi divenivano capi della comunità e la rappresentavano nei concili, cioè in quelle assemblee che avevano il compito di analizzare e risolvere i problemi, e quindi di varare norme che riuscissero utili ai cristiani di una o più province.
Solitamente erano eletti dei presbiteri (sacerdoti), laici che abbandonavano lo stato laicale per consacrarsi al bene della comunità. L’imposizione delle mani da parte dei vescovi dava loro la facoltà di celebrare l’eucarestia, e questo li distingueva dai laici. Non mancano però casi, e Nicola è uno di questi, in cui l’eletto non è un presbitero, ma un laico. Il che non significa che passava direttamente al grado episcopale, ma che in pochi giorni gli venivano conferiti i vari ordini sacri, fino al presbiterato che apriva appunto la via all’episcopato.
In questo contesto ebbe luogo l’elezione di Nicola, che lo scrittore sacro descrive in una cornice che ha del miracoloso. Essendo morto il vescovo di Mira, i vescovi dei dintorni si erano riuniti in una domus ecclesiae per individuare il nuovo vescovo da dare alla città. Quella stessa notte uno di loro ebbe in sogno una rivelazione: avrebbero dovuto eleggere un giovane che per primo all’alba sarebbe entrato in chiesa. Il suo nome era Nicola. Ascoltando questa visione i vescovi compresero che l’eletto era destinato a grandi cose e, durante la notte, continuarono a pregare. All’alba la porta si aprì ed entrò Nicola. Il vescovo che aveva avuto la visione gli si avvicinò e chiestogli come si chiamasse, lo spinse al centro dell’assemblea e lo presentò agli astanti. Tutti furono concordi nell’eleggerlo e nel consacrarlo seduta stante vescovo di Mira.
L’episodio forse avvenne diversamente, anche perché, come si è detto, all’elezione dei vescovi partecipava sempre il popolo. Ma l’agiografo, vissuto in un’epoca in cui i vescovi avevano un potere più autonomo rispetto al laicato, narrando così l’episodio intendeva esprimere due concetti: Nicola fu fatto vescovo da laico e la sua elezione era il risultato non di accordi umani, ma soltanto della  volontà di Dio.
Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano mise fine alla sua politica di tolleranza verso i cristiani e scatenò una violenta persecuzione. Questa durò un decennio, anche se i momenti di crudeltà si alternarono con momenti di pausa. Nel 313 gli imperatori Costantino e Licinio a Milano si accordarono sulle sfere di competenza, prendendosi il primo l’occidente, il secondo l’oriente. Essi emanarono anche l’editto che dava libertà di culto ai cristiani. Sei anni dopo (319), in contrasto con la politica costantiniana filocristiana, Licinio riaprì la persecuzione contro i cristiani.
Nelle fonti nicolaiane antiche (anteriori al IX secolo) non si trova alcun riferimento alla persecuzione. Considerando però che il vescovo di Patara Metodio affrontò coraggiosamente la morte, sembra probabile che anche il nostro Santo abbia dovuto patire il carcere ed altre sofferenze, non ultima quella di vedere il suo gregge subire tanti patimenti.   
Alcuni scrittori, come il Metafraste verso il 980 d.C., specificavano che Nicola aveva sofferto la persecuzione di Diocleziano, finendo in carcere. Qui, invece di abbattersi, il santo vescovo avrebbe sostenuto ed incoraggiato i fedeli a resistere nella fede e a non incensare gli dèi. Il che avrebbe spinto il preside della provincia a mandarlo in esilio. Autori successivi hanno voluto posticipare la persecuzione patita da Nicola, individuandola in quella di Licinio, piuttosto che in quella di Diocleziano. Ciò per ovviare al fatto che durante la persecuzione Nicola era già vescovo e, secondo loro,  sarebbe stato consacrato vescovo fra il 308 ed il 314.
Lo storico bizantino Niceforo Callisto, per rendere più viva l’impressione di un Nicola vicino al martirio e con i segni delle torture ancora nelle carni, scriveva: Al concilio di Nicea molti splendevano di doni apostolici. Non pochi, per essersi mantenuti costanti nel confessare la fede, portavano ancora nelle carni le cicatrici e i segni, e specialmente fra i vescovi, Nicola vescovo dei Miresi, Pafnuzio e altri.
L’imperatore Costantino, con la sua politica a favore dei cristiani, il 23 giugno dell’anno 318 emanava un editto col quale concedeva a coloro che erano stati condannati dalle normali magistrature di presentare appello al vescovo. Ma, mentre la Chiesa con simili provvedimenti si rafforzava nella società pagana, ecco che un’opinione intorno alla natura di Gesù Cristo come Figlio di Dio (se uguale o inferiore a quella del Padre) suscitò una polemica tale da spaccare l’impero in due partiti contrapposti. A scatenare lo scisma fu il prete alessandrino Ario (256-336), coetaneo di S. Nicola. Per risolvere la questione e riportare la pace l’imperatore convocò la grande assemblea (concilio) a Nicea nel 325.
Data l’ubicazione in Asia Minore ben pochi furono i vescovi occidentali che vi presero parte, mentre quelli orientali furono quasi tutti presenti. Qualcuno ha voluto mettere in dubbio la partecipazione di Nicola a questo primo ed importantissimo concilio ecumenico. Ma se è vero che il suo nome (come quello di S. Pafnuzio) non compare in diverse liste, è anche vero che compare in quella redatta da Teodoro il Lettore verso il 515 d.C., ritenuta autentica dal massimo studioso di liste dei padri conciliari (Edward Schwartz).
Una delle preghiere più note della liturgia orientale si rivolge a Nicola con queste parole: O beato vescovo Nicola, tu che con le tue opere ti sei mostrato al tuo gregge come regola di fede (kanòna pìsteos) e modello di mitezza e temperanza, tu che con la tua umiltà hai raggiunto una gloria sublime e col tuo amore  per la povertà le ricchezze celesti, intercedi presso Cristo Dio per farci ottenere la salvezza dell’anima.
Questa antica preghiera viene solitamente collegata proprio al ruolo svolto da Nicola al concilio di Nicea. Alla carenza di documentazione sulle sue azioni a Nicea suppliscono alcune leggende, la più nota delle quali (attribuita in verità anche a S. Spiridione) è quella del mattone. Dato che a provocare lo scisma era stato Ario, che non ammetteva l’uguaglianza di natura fra il Dio creatore e Gesù Cristo, il problema consisteva nel dimostrare come fosse possibile la fede in un solo Dio se anche Cristo era Dio. Considerando poi che la formula battesimale inseriva anche lo Spirito Santo, Nicola si preoccupò di dimostrare la possibilità della coesistenza di tre enti in uno solo. Preso un mattone, ricordò agli astanti la sua triplice composizione di terra, acqua e fuoco.  Il che stava a significare che la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo non intaccava la verità fondamentale che Dio è uno. Mentre illustrava questa verità, ecco che una fiammella si levò dalle sue mani, alcune gocce caddero a terra e nelle sue mani restò soltanto terra secca.
Ancor più nota a livello popolare è la leggenda dello schiaffo ad Ario, legata all’usanza dei pittori di raffigurare agli angoli in alto il Cristo e la Vergine in atto di dare l’uno il vangelo l’altra la stola. Secondo questa leggenda Nicola, acceso di santo zelo, udendo le bestemmie di Ario che si ostinava a negare la divinità di Cristo, levò la destra e gli diede uno schiaffo. Essendo stata riferita la cosa a Costantino, l’imperatore ne ordinò la carcerazione, mentre i vescovi lo privavano dei paramenti episcopali. I carcerieri dal canto loro lo insultavano  e beffeggiavano in vari modi. Uno di loro giunse anche a bruciargli la barba. Durante la notte Nicola ebbe la visita di Cristo e della Madonna che gli diedero il vangelo (segno del magistero episcopale) e la stola o omophorion (segno del ministero sacramentale). Quando andò per celebrare la messa, indotto da spirito di umiltà, Nicola evitò di indossare i paramenti vescovili, ma alle prime sue parole ecco scendere dal cielo la vergine con la stola e degli angeli con la mitra. Ed appena terminata la celebrazione ecco rispuntargli folta la barba che la notte precedente i carcerieri gli avevano bruciata.
Queste però sono tutte leggende posteriori, poiché, a parte la sua presenza in quel concilio (sull’autorità di Teodoro il Lettore ed alcune liste del VII-VIII secolo), non si sa nulla di ciò che fece Nicola a quel concilio. Certo è che fu dalla parte di Atanasio e dell’ortodossia, altrimenti la liturgia non l’avrebbe chiamato regola di fede.
Il santo vescovo era impegnato però non soltanto nella diffusione della verità evangelica, ma anche nell’andare incontro alle necessità dei poveri e dei bisognosi. La parola della fede era seguita dalla messa in pratica della carità.
Al tempo del suo episcopato mirese scoppiò una grave carestia, che mise in ginocchio la popolazione. Pare che Nicola prendesse varie iniziative per sovvenire ai bisogni del suo gregge, e l’eco di queste attraversò i secoli, rimanendo nella memoria dei Miresi. Una leggenda lo vede apparire in sogno a dei mercanti della Sicilia, suggerendo loro un viaggio sino alla sua città per vendere il grano, ed aggiungendo che lasciava loro una caparra. Quando i mercanti si resero conto di aver avuto la stessa visione e trovarono effettivamente la caparra, subito fecero vela per Mira e rifornirono la popolazione di grano.
Ancor più noto è l’episodio delle navi che da Alessandria d’Egitto fecero sosta nel porto di Mira. Nicola accorse e, salito su una delle navi, chiese al capitano di sbarcare una certa quantità di grano. Quello rispose che era impossibile, essendo quel grano destinato all’imperatore ed era stato misurato nel peso. Se fosse stato notato l’ammanco avrebbe potuto passare i guai suoi. Nicola gli rispose che si sarebbe addossato la responsabilità, e alla fine riuscì a convincerlo. Il frumento fu scaricato e la popolazione trovò grande sollievo, non solo perché si procurò il pane necessario, ma anche perché arò i terreni e seminò il grano che restava e poté raccoglierlo anche negli anni successivi. Quanto alle navi “alessandrine”, queste giunsero a Costantinopoli e, come il capitano aveva temuto, il tutto dovette passare per il controllo del peso. Quale non fu la sua gioia e meraviglia quando vide che il peso non era affatto diminuito, ma era risultato lo stesso della partenza delle navi da Alessandria.
Questo miracolo è all’origine non solo di tanti quadri che lo raffigurano, ma anche di tante tradizioni popolari legate al pane di S. Nicola. A Bari, anche per facilitarne il trasporto nei paesi d’origine, ai pellegrini che giungono nel mese di maggio vengono date “serte” di taralli, tenuti insieme da una funicella.
Considerando la tradizione secondo la quale era già anziano al tempo del concilio di Nicea, con ogni probabilità il nostro Santo morì in un anno molto prossimo al 335 dopo Cristo. Come della sua nascita, anche della sua morte non si sa alcunché. Gli episodi e i particolari che si leggono in alcune Vite non riguardano il nostro Nicola, ma un santo monaco vissuto due secoli dopo nella stessa regione.
Nel 1087 una spedizione navale partita dalla città di Bari si impadronì delle spoglie di San Nicola, che nel 1089 vennero definitivamente poste nella cripta della Basilica eretta in suo onore. L’idea di trafugare le sue spoglie venne ai baresi nel contesto di un programma di rilancio dopo che la città, a causa della conquista normanna, aveva perduto il ruolo di residenza del catepano e quindi di capitale dell’Italia bizantina. In quei tempi la presenza in città delle reliquie di un santo importante era non solo una benedizione spirituale, ma anche mèta di pellegrinaggi e quindi fonte di benessere economico.
È poco noto che Venezia spartisce con Bari la custodia delle reliquie di San Nicola. I Veneziani, infatti, non si erano rassegnati all'incursione dei baresi e nel 1099-1100, durante la prima crociata, approdarono a Myra, dove fu loro indicato il sepolcro vuoto dal quale i baresi avevano trafugato le ossa. Tuttavia qualcuno rammentò di aver visto celebrare le cerimonie più importanti, non sull'altare maggiore, ma in un ambiente secondario. Fu in tale ambiente che i veneziani rinvennero una gran quantità di minuti frammenti ossei che i baresi non avevano potuto prelevare. Questi vennero traslati nell'abbazia di San Nicolò del Lido.
San Nicolò venne quindi proclamato protettore della flotta della Serenissima e la chiesa divenne un importante luogo di culto. San Nicolò era infatti venerato come protettore dei marinai, non a caso la chiesa era collocata sul Porto del Lido, dove finiva la laguna e cominciava il mare aperto. A San Nicolò del Lido terminava l'annuale rito dello sposalizio del Mare.
Solo in tempi recenti, l'autenticità delle spoglie veneziane è stata accertata, ponendo fine a una secolare contesa fra le due città

mercoledì 5 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 dicembre.
Il 5 dicembre 1945 cinque aerei del volo 19 della Us Air Force scompaiono misteriosamente nel triangolo delle Bermude.
Il triangolo delle Bermude è un’area dell’Oceano Atlantico settentrionale compresa tra Miami, le isole Bermuda e Porto Rico. Per decenni il leggendario Triangolo dell’Atlantico ha catturato l’immaginazione umana con sparizioni inspiegabili di navi, aerei e persone. Già dai primi anni ’50, fonti di cronaca riportarono numerose imbarcazioni e velivoli drammaticamente scomparsi, inclusa la sparizione del Volo 19 e di un gruppo di cinque navi della United States Navy. Famosa, nel 1974, l’opera “Bermuda, il triangolo maledetto, 1974” di Charles Berlitz. Nel tempo si sono susseguite ipotesi più o meno fantasiose, includendo persino forze sconosciute di entità aliene o l’influenza di oggetti appartenenti al continente perduto di Atlantide. Vortici spazio-temporali e idee stravaganti che suscitano un fascino particolare, ma che con la realtà hanno ben poco da condividere. Sono tante anche le interpretazioni scientifiche che hanno trovato spazio negli ultimi anni, alcune delle quali convincenti. Le intemperie, prime tra tutte, potrebbero spiegare tanti incidenti avvenuti in questo luogo così avvolto dal mistero. La maggior parte delle tempeste tropicali atlantiche e gli uragani passano proprio attraverso il triangolo delle bermude, mettendo a dura prova le abilità di piloti e comandanti. Alcuni ricercatori hanno anche incluso la possibilità che il gas metano in risalita dai sedimenti oceanici sia in grado di inghiottire le imbarcazioni a causa della formazione di bolle di gas che determinano una diminuzione della densità dell’acqua. Un nesso non accertato, ma probabile, dal momento che i fondali del triangolo delle Bermuda hanno concentrazioni di idrati di metano elevatissime, tra le più alte al mondo.
Secondo la US Navy e la US Coast Guard, tuttavia, il triangolo delle Bermuda non sarebbe un luogo misterioso, dal momento che il numero di incidenti non è affatto superiore a quello di una qualsiasi altra regione ad alta densità di traffico aeronavale. L’incidentalità, sempre secondo la Guardia Costiera degli Stati uniti, è nella norma per la quantità di traffico, e molti degli incidenti avvenuti sarebbero derivati da normali cause fisiche e meccaniche. La forza della natura, la fallibilità umana e la grande popolarità conferita dai media, supererebbero di gran lunga anche la fantascienza. Sempre secondo le autorità locali, non esistono mappe ufficiali che delineano i confini del Triangolo, per cui molti degli incidenti avvenuti al largo dell’arcipelago sarebbero stati “spostati” nel cuore dell’area. L’istituto U.S. Board of Geographic Names, tra le altre cose, non include il triangolo delle Bermude tra i nomi ufficiali e non possiede alcun file sul territorio, includendo i vertici come immaginari. Quello che appariva come uno dei luoghi più misteriosi del globo è in realtà un’area oceanica come tante, resa celebre da scrittori e registi. Caratterizzata da condizioni meteorologiche talvolta proibitive, l’area non è altro che una delle zone più belle del nostro pianeta, che va rispettata e tutelata. Il mistero è risolto.

martedì 4 dicembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 dicembre.
Il 4 dicembre 1969 Fred Hampton e Mark Clark, 2 membri delle Pantere Nere, vengono uccisi in una incursione della polizia di Chicago.
Un pomeriggio d'autunno del 1966 un'auto della polizia californiana in normale servizio di perlustramento nel ghetto nero di Oakland, giunta all'altezza di Grove Street rallentò e si fermò davanti ad un capannello di persone: su una catapecchia in mattoni rossi un cartello di legno portava la scritta Black Panthers Party for self-defense ( Partito delle Pantere Nere per l'autodifesa ): ne uscirono sei o sette neri armati di carabine, pistole e fucili a pallettoni. L'auto della polizia scivolò via rapidamente e per radio dette l'allarme alla centrale .
Due delle persone di colore - uno studente in legge di 24 anni a nome Huey Newton e un attore di varietà fallito di 27 anni, Bobby Seale - salirono su una vecchia Ford del 1956 parcheggiata lì davanti e si misero tranquillamente ad aspettare, con le armi in bella vista. Dopo pochi minuti, arrivarono quattro auto della polizia. Un agente con la pistola in pugno si avvicinò e chiese a Newton :"Ehi, che diavolo credete di fare con tutte quelle armi ?" "E tu con la tua ?" rispose impassibile Newton. Mentre si stava radunando una piccola folla di neri, Huey scese e mise un colpo in canna alla sua carabina M-1. I poliziotti cominciarono a preoccuparsi e ad allontanare i passanti. La discussione continuò per qualche minuto, sempre più tesa, poi la polizia, di fronte non tanto alle armi, quanto allo sfoggio inaudito di consapevolezza giuridica dei propri diritti fornito da quei neri, fece marcia indietro e sparì. Questo episodio, raccontato da Bobby Seale nel suo libro "Seize the time (Cogli l'occasione), segna il primo confronto, con il codice e con le armi, tra il Black Panther Party e l'ordine costituito dall'America bianca. Nei molti e spesso sanguinosi conflitti che ad esso seguiranno fra quello scorcio del 1966 e la fine del 1971 passa come una meteora, dall'oscurità, alla fama, all'annientamento, la storia del più celebre movimento di colore del dopoguerra.
Oakland (all'epoca 450.000 abitanti di cui 200.000 di colore ) era un prototipo di piccola città industriale americana che riproduce, esasperandoli, tutti i problemi del Paese, con il suo "campus" universitario in ebollizione, il suo ghetto colmo di giovani disoccupati, la tensione razziale. Huey Newton e Bobby Seale, i due fondatori delle "Pantere Nere", non sono né dei poveri disperati né dei rivoluzionari di professione. Risiedendo nel ghetto, assistono quotidianamente alle sopraffazioni della polizia bianca contro la gente nera e sanno che non tutti in questa polveriera, soprattutto i giovani, sono disposti a sopportare in eterno. Vivendo però e studiando anche nel campus del Meritt College, la lettura di opere quali "I dannati della terra di Fanon", l'autobiografia di Malcolm X, i pensieri di Mao, e allo stesso tempo la constatazione comune a tanti studenti bianchi radicali del fallimento dei sit-ins e delle marce per i diritti civili nel Sud, li spingono a cercare nuove forme di lotta. Intanto, le rivolte dei ghetti di Haarlem (New York, 1964) e di Watts (Los Angeles,1965) e l'assassinio di Malcolm X (New York, 21 febbraio 1965) sembrano aver aperto un nuovo e più drammatico corso al movimento fino ad allora prevalentemente riformistico per l'affermazione del Black Power, il potere nero. Questo sfondo di tensione e di violenza nell'America johnsoniana, sempre più pesantemente coinvolta all'esterno in quella guerra del Vietnam che sarà l'altro vessillo ideologico della rivolta giovanile, spiega come la modesta scintilla accesa da Newton e Seale sia rapidamente dilagata, snaturando forse l'essenza iniziale del movimento, che era ingenuamente riformistica e legalitaria.
La prima "scoperta" di Newton, studente in legge è infatti che nello stato della California è consentito girare armati per "legittima difesa", e che in macchina un cittadino può liberamente portare una pistola con un colpo in canna. Ma soprattutto che il codice garantisce a tutti, anche in caso di arresto, una vastissima gamma di diritti. Solo che, nel caso dei neri, questi diritti vengono quasi sistematicamente violati: anche a causa della totale ignoranza di troppa gente di colore, e della naturale abitudine dei poliziotti bianchi a trattare i neri non come cittadini dell'America, ma di una colonia chiamata ghetto. Newton e Seale raccattano fondi vendendo per un dollaro l'uno libricini rossi dei Pensieri di Mao comprati a 25 cents da un importatore cinese, e con i primi 200 dollari comprano fucili e organizzano bande armate di giovani neri, che cominciano a pattugliare in auto le strade del ghetto di Oakland con l'incarico di "sorvegliare" i poliziotti perché non commettano angherie contro la gente di colore, e non compiano arresti pretestuosi. A questi ragazzi delle pattuglie Newton ha fatto imparare a memoria quello che nel 1969 verrà poi codificato come Piccolo manuale di pronto soccorso legale in tredici punti. E non a caso la denominazione completa che alla fine del settembre 1966 era stato fondato da Huey Newton e da Bobby Seale (essendo anche gli unici iscritti al momento, si erano attribuiti l'un l'altro la carica rispettivamente di Ministro della Difesa e di Presidente) è Black Panthers Party For Self-Defense, per l'autodifesa. Quello è il senso originario delle armi e del codice: ma questi due simboli contengono in potenza anche un messaggio rivoluzionario esplosivo, e cioè la creazione di uno "Stato alternativo" che demitizza il sistema giuridico e di potere americano messo in piedi dalla razza bianca, e tenta di sostituirlo con un sistema di ideali, di leggi, di potere nero. Il Black Power appunto.
In forma semplicistica, ma proprio per questo estremamente popolare e suggestiva, Bobby Seale nel libro già citato racconta così la nascita del movimento :".... Quando dunque organizzammo il Partito di legittima difesa delle Pantere Nere, Huey mi disse: "Bobby, bisogna che elaboriamo un programma tale che le nostre madri che hanno sgobbato tanto per tirarci su, i nostri padri che hanno lavorato duro per nutrirci, i nostri fratelli minori che vanno a scuola ma ne usciranno semianalfabeti, capaci a stento di leggere, in grado di pronunciare solo parole storpiate, siano tutti in grado di capirlo…". "In primo luogo vogliamo libertà, vogliamo essere in grado di condizionare il destino delle nostre comunità nere. Secondo: vogliamo il pieno impegno per la nostra gente. Terzo: vogliamo case degne di esseri umani. Quarto: vogliamo che tutti i neri di sesso maschile siano esentati del servizio militare. Quinto: vogliamo un' istruzione come si deve per i nostri neri, in seno alle nostre comunità, tale da svelarci la vera natura della società decadente e razzista in cui viviamo, e che indichi ai nostri fratelli e sorelle qual è il loro posto nella società perché se lo ignorano non c'è nulla su cui possiamo contare. Sesto: vogliamo che sia messo l'alt ai latrocini esercitati dagl'imprenditori bianchi razzisti a spese dei neri nelle comunità nere. Settimo: vogliamo che si ponga immediatamente fine alle brutalità e agli assassini di neri da parte della polizia. Ottavo: vogliamo che tutti i neri detenuti nelle carceri siano rilasciati perché non hanno avuto un equo processo, dal momento che sono stati condannati da giurie composte esclusivamente di bianchi, ciò che costituisce l'esatto equivalente di quanto accadeva nella Germania nazista agli ebrei. Nono: vogliamo che i neri, se devono essere processati, lo siano da gente come loro, intendendo individui che hanno la stessa estrazione economica, sociale, religiosa, storica e razziale. Decimo, e per riassumere: vogliamo terra, vogliamo pane, vogliamo case, vogliamo di che coprirci, vogliamo giustizia e vogliamo pace. ". L'attività del partito ebbe inizio con una serie di comizi improvvisati nel ghetto, di riunioni nelle sede di Grove Street, e con una febbrile azione di reclutamento: secondo la leggenda , la terza Pantera fu Bobby Hutton, che aveva appena 15 anni (sarà ucciso 2 anni dopo dalla polizia, nello stesso ghetto di Oakland). I molti altri che si iscrivono, attratti più dalle armi e dalla suggestiva divisa paramilitare (calzoni neri, giacca di cuoio nera, basco nero, fucile nero) che non dall'ideologia, sono per ora nella stragrande maggioranza giovani neri che hanno fatto parte di gang giovanili (come Davide Hilliard, nominato "Segretario per l'organizzazione" ), e hanno conosciuto il carcere, le sparatorie , le bastonate dei poliziotti.
Da Oakland, il fenomeno delle Black Panthers si allarga a tutta la baia di San Francisco, dal ghetto le adesioni si estendono anche ai "campus" per opera dei radicali bianchi: i giornali ne parlano, cominciano a circolare le prime fotografie. Dall'underground le "Pantere" si avviano a diventare un mito. Nel dicembre 1966 intanto esce di prigione in California, dopo aver scontato nove anni per assalto a mano armata e tentato omicidio, Eldridge Cleaver: è un ragazzo di 21 anni, anche lui nato nella Middle Class nera ( il padre è cameriere su un treno di lusso), ma fin dall'adolescenza sbattuto da una prigione all'altra, prima per un furtarello, poi quand'è ancora studente alle medie per spaccio di marijuana. Alto quasi due metri e dotato di un'agilità felina, aveva davanti a sé una carriera di idolo del football americano, ma le scarpe chiodate resteranno per sempre appese al chiodo. A Soledad, il carcere che tanta sinistra importanza avrà nei destini delle "Pantere Nere" (George Jackson fu accusato insieme a due "fratelli", di avervi percosso a morte una guardia, dopo che tre detenuti neri erano stati uccisi: e di qui inizia la vicenda dei Soledad Brothers che porterà all'arresto di Angela Davis, alla morte di Jonathan Jackson nel tentativo di liberare due "Pantere" durante un processo e all'assassinio dello stesso George Jackson nel penitenziario di San Quentin), Eldridge Cleaver matura la sua coscienza rivoluzionaria: impara a scrivere, sviluppa le sue ossessioni, principale fra tutte lo stupro della donna bianca come atto insurrezionale. "Il carcere" dirà più tardi in Soul on Ice, l'opera letterariamente più valida del movimento "ti assicura una sorta di stravolta pace dello spirito. Hai a disposizione ore e ore, in cui sai che nulla accadrà: per anni non devi preoccuparti di vita sociale, balli, ragazze; non devi neppure prenderti cura della tua biancheria. La mente ti si fa acuta, studi e impari. E sondi te stesso". Sempre in carcere, dove tornerà dopo essere stato rilasciato, scopre il movimento dei "musulmani Neri" e divenne Eldridge X, ministro del culto per la comunità nera del carcere, intrecciando una fitta corrispondenza con vari avvocati bianchi liberali. Uno di questi è una donna, Beverly Axelrod, molto introdotta negli ambienti culturali radicali di San Francisco e collaboratrice della rivista cattolica di sinistra Ramparts. Tra i due nasce un amore, e la Axelrod imbastisce una campagna di stampa per il rilancio di Cleaver. Quando lui è rimesso in libertà, nel dicembre 1966, gli trova un posto come collaboratore della rivista. In occasione dell'arrivo a San Francisco della vedova di Malcolm X, Betty shabazz, Cleaver conosce le "Pantere" Newton e Seale, che hanno organizzato un corteo armato per proteggerla. Si unisce così al Black Panther Party, portandovi un duplice contributo che avrà un'importanza determinante: lo spirito della rivoluzione nera emerso negli ultimi tempi nella dottrina di Malcolm X e della sua fazione dei Black Muslims, e l'appoggio di stampa, di ideologia e di mezzi finanziari della intellighentsia radicale bianca. Sono questi due contributi che fanno compiere al Black Panthers Party il salto della self-defense (non a caso questa parola verrà cancellata dalla dizione ufficiale del partito) a velleità rivoluzionarie e alla vera confrontazione con il sistema.
La repressione non tarda a venire : Il 2 maggio 1967 il Parlamento di California si riunisce a Sacramento per votare una legge che proibisce ai neri di portare le armi. Il Black Panther Party reagisce con una sfida: 30 "Pantere" irrompono, armi in pugno, nella sala di riunione, e leggono un documento nel quale si accusa lo Stato di voler "reprimere il diritto dei neri all'autodifesa". E' un gesto spettacolare che, ripreso in diretta dalla televisione, scatena l'entusiasmo nei ghetti di tutte le maggiori città americane e fa affluire a centinaia nuove iscrizioni al partito (che tuttavia, nel 1969, non supererà mai i 5.000 iscritti). Ma il 12 ottobre dello stesso anno, in seguito ad una sparatoria in cui un poliziotto di Oakland viene ucciso, Huey Newton è arrestato con l'accusa di omicidio. Cleaver, che nel frattempo sta emergendo come il leader della corrente rivoluzionaria del movimento, cerca l'apporto di nuove forze. Nel febbraio 1968 confluiscono nel Black Panthers Party lo SNCC (Students' Non -Violent Coordinating Committee) di Stokeley Carmicheal e Rap Brown, che sono i massimi teorici e gli elementi di punta del Black Power, e il Pace and Freedom Party (partito della Pace e della Libertà), un partito di radicali bianchi con molte simpatie tra gli studenti dello SDS (Students for a Democratic Society). Sono forze nuove e nuovi soldi, provenienti dalle fonti più disparate quali gli studenti, i ricchi progressisti, la gente del ghetto, il partito comunista americano. Certo, servono a pagare pesanti cauzioni come quella di 30 milioni che servirà a mettere in libertà provvisoria Newton, ma nello stesso tempo questo pericoloso convergere di un certo tipo di consensi spinge le Black Panthers verso l'illusione di essere pronte per la sfida all' America bianca, e incomincia a rendere più diffidenti le massa nere moderate. Si delinea insomma quella "doppia anima" del partito, quella spaccatura - ancora non avvertita dai più - che porterà le "Pantere" alla scissione e alla morte. Il primo effetto clamoroso della fusione è intanto quello di presentare Cleaver come candidato alla Presidenza degli Stati Uniti per le elezioni di novembre (otterrà 200.000 voti). Mentre in tutto il mondo soffia il gran vento della contestazione giovanile, e il maggio di Parigi è alle soglie, in America il sistema risponde pesantemente alla sfida. Il 4 aprile 1968 Martin Luther King, l'apostolo della non-violenza è assassinato a Memphis (Tennessee) da James Earl Ray ( almeno, questo è l'uomo che si dichiarerà colpevole e verrà condannato a 99 anni di prigione ) .
Mentre i ghetti neri sono in subbuglio e le "Pantere Nere" invitano alla calma per motivi tattici, il 6 aprile a Oakland gli agenti circondano il quartiere generale del partito in Grove Street, col pretesto di una perquisizione. A poca distanza, tre auto con sette "Pantere" a bordo, circolano lentamente in perlustrazione. In quella di testa ci sono Cleaver con Bobby Hutton: li supera un auto della polizia a fari spenti, li blocca e ordina loro di uscire con le mani in alto. Segue uno scambio di colpi. Hutton viene ucciso : Cleaver, ferito ad una gamba, viene prima portato in ospedale e poi imprigionato assieme agli altri cinque per "attacco a mano armata". L'anno della grande sfida al sistema si chiude con la maggior parte dei capi del partito in carcere in carcere o in libertà provvisoria, mentre Richard Nixon, eletto Presidente con uno strettissimo margine sul candidato democratico Humphrey (43,4 contro 42,7% dei voti), promette al paese il ritorno alla "Legge e all'Ordine". Lo sbandamento nelle file delle Black Panthers e le infiltrazioni di elementi provocatori manovrati dall' F.B.I. non tardano a dare i loro frutti. In gennaio, due vice-ministri delle "Pantere", Carter e Huggins, sono assassinati all'università di Los Angeles. In aprile a New York il Procuratore Generale rinvia a giudizio 13 membri del partito ( 11 uomini e 2 donne ) accusati di aver tentato di sistemare cariche di esplosivo nel giardino botanico di Brooklyn, in 5 cinque grandi magazzini e in una stazione della Metropolitana. L'accusa si basa sulla testimonianza di tre agenti dell'F.B.I. che, fingendosi radicali bianchi, si erano infiltrati nel gruppo terrorista. In maggio, la polizia arresta Bobby Seale, presidente del Partito sotto l'accusa di aver fatto torturare e assassinare Alex Rackley, un iscritto sospettato di tradimento. Cleaver intanto rilasciato del Carcere, fugge prima a Cuba e poi in Algeria. In dicembre, a Chicago, 14 poliziotti armati di pistole e fucili mitragliatori fanno irruzione alle 4 del mattino : Fred Hampton, capo del locale "Stato Maggiore" delle "Pantere", e Mark Clark sono assassinati mentre sono ancora a letto. A New York fa intanto storia un ricevimento organizzato in casa di Leonard Bernstein, il celebre direttore d'orchestra e compositore: ospiti d'onore, in mezzo a signore ingioiellate e ad alcuni fra i nomi più prestigiosi della cultura e dello spettacolo, sono alcune "Pantere" venute "in tenuta di guerra". Il New York Times commenta "..Questo cosiddetto partito è ormai l'incrocio fra un'ideologia mao-marxista e una organizzazione paramilitare di tipo fascista. Certamente i diritti costituzionali dei suoi membri vanno rispettati; ma ricevimenti come quelli di Bergstein degradano chi li offre come chi vi partecipa, e sono un insulto alla memoria di Martin Luther King ....".
Quando Huey Newton esce di prigione, ai primi di agosto del 1970, trova un partito già in via di disgregazione: il legame con la base nera del ghetto, che si era tentato di rinsaldare un anno prima con tutto un programma di "colazioni per i bambini neri poveri" e di "scuole della liberazione" per i giovani, è diventato sempre più precario. Di contro, più pesante è diventata sul partito l'ipoteca ideologica e finanziaria dei radicali bianchi, mentre da Algeri Cleaver seguita a predicare la "rivoluzione armata". Il 7 agosto, dopo la sparatoria nel tribunale della contea di Marin in California dove vengono uccisi Jonathan Jackson, altre due "Pantere" e un giudice, Angela Davis viene accusata di aver fornito le armi per il complotto e successivamente arrestata dall'F.B.I. Angela, la brillante ex allieva di Marcuse, studentessa alla Sorbona e in Germania, iscritta al Partito Comunista, diventa di colpo, grazie alla pubblicità fattale dalla stampa, il personaggio principale della rivolta nera. E proprio questo fatto dimostra il fallimento delle "Black Panthers" sia come partito che doveva stabilire un legame con le masse, sia come gruppuscolo rivoluzionario che è stato prontamente scavalcato non appena i suoi esponenti sono finiti in galera o hanno smesso di «far notizia» perché hanno perso il loro fascino romantico di fronte a quella intellighentsia pronta ad adottare subito nuovi personaggi più alla moda come Angela Davis o più drammatici come George Jackson. La crisi interna esplode agli inizi del 1971: David Hilliard, un fedelissimo seguace di Newton e di Seale fin dagli inizi, assume l'incarico di «Ispettore generale» e cerca di ampliare la funzione del partito al servizio della comunità nera, criticando quella impostazione rivoluzionaria di Cleaver che, secondo il gruppo di Oakland, condurrà il partito alla distruzione ad opera della polizia e dell'FBI, o lo costringerà alla lotta sotterranea staccandolo così dalla sua base naturale e popolare, che rimane quella del ghetto.
Questa nuova impostazione ha il pieno appoggio del Partito Comunista americano, ma viene respinta dai gruppi di New York e di Kansas city che, capeggiati da David Cox, sostengono che questo tentativo di salvare il partito in un momento difficile, significa in realtà svuotarlo di ogni forza e farlo regredire. Il 26 febbraio, sbigottiti, i telespettatori americani assistono «in diretta», come è ormai normale per tanti avvenimenti tragici o esaltanti della loro storia, alla spaccatura ufficiale delle "Black Panthers". L'ospite presente in studio è Huey Newton, il suo interlocutore è Eldridge Cleaver in collegamento telefonico da Algeri. Newton afferma che il terrorismo, quando è fine a se stesso, pregiudica ogni movimento rivoluzionario e serve solo a favorire la repressione poliziesca. Cleaver chiede l'espulsione di Hilliard per aver «diviso il partito», Newton accusa lui di «corruzione» e di «nefasta influenza». Poche settimane dopo, l'organo del partito, "Black Panther", esce con in copertina la figura della moglie di Cleaver, Kathleen, che ha sul volto i segni di percosse: la scritta dice «Liberiamo tutti i prigionieri politici». Nell'articolo, Cleaver viene accusato di averla seviziata e di aver ucciso e sotterrato il suo presunto amante, un nero americano che era fuggito da Cuba dirottando un aereo.
Cleaver reagisce espellendo Newton dal partito, e accusandolo a sua volta di «imborghesimento» (per il fatto di vivere a Oakland in un attico dove paga l'equivalente di 400 mila lire al mese dell'epoca di affitto), di amicizie omosessuali e di corruzione (perché si fa pagare ogni conferenza l'equivalente di un milione e mezzo di lire, che si guarda bene dal distribuire al partito). Sulla scia di queste roventi polemiche nascono perfino i primi bagliori di una «guerra civile» fra «Pantere» delle due opposte fazioni: un seguace di Cleaver viene ucciso ad Harlem, e qualche settimana dopo in uno scantinato si trova massacrato un seguace di Newton. In marzo, Stokeley Carmichael dichiara in una intervista a un giornale: «Le Pantere Nere sono praticamente finite».  Anche Angela Davis è finita più o meno nel dimenticatoio, travolta dall'implacabile meccanismo di quella instant history americana, che vuole sempre nuovi eroi (siano rivoluzionari o prodotti del sistema non fa differenza) per altrettanto rapidamente bruciarli. ll suo libro Angela Davis, An Autobiography, per il quale l'editore quando Angela era sulla cresta dell'onda le aveva versato cento milioni di anticipo, ha avuto poche recensioni e scarso successo. Delle "Black Panthers" non vi è  quasi più traccia negli archivi dei giornali americani per il periodo successivo al 1971. Le uniche città dove il Black Panther Party mantenne un minimo di organizzazione furono Chicago, Washington e Oakland.
Qui, i due fondatori originari, sopravvissuti alla violenza della repressione a molti processi, allo scisma, si rifecero una verginità col ritorno del Partito al riformismo e alla legalità. Bobby Seale nel 1973 ha speso 300 milioni in una campagna per l'elezione a sindaco di Oakland. Non ha vinto, ma ha ottenuto un buon successo con 40.000 voti, dopo aver condotto per mesi una campagna basata sulla cooperazione razziale, il doposcuola per i bambini del ghetto, la protezione dei vecchi e delle donne nere dalla violenza, la lotta contro la droga e l'analfabetismo. Nel 1992, interpretò un piccolo ruolo in Malcolm X, film diretto da Spike Lee. e dal 2002 si occupa di educazione giovanile.
Huey Newton visse quasi asceticamente nella sua famosa "prigione dorata" in un grattacielo nella zona residenziale di Oakland. Nel 1974 fu accusato dell'omicidio di una prostituta diciassettenne. Huey non si presentò al processo, e venne inserito dall'FBI nella lista delle persone più ricercate. Scappò a Cuba, dove trascorse tre anni in esilio. Nel 1977 Newton tornò negli USA per sostenere il processo, perché, a suo dire, il clima politico era cambiato e ora avrebbe potuto avere un giusto processo. Fu quindi assolto dall'accusa di omicidio. Il 22 agosto 1989 Huey fu ucciso dal ventiquattrenne Tyrone Robinson che, reo confesso, fu giudicato colpevole nel processo conclusosi nel 1991 e condannato a trentadue anni di carcere.

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