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sabato 30 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 settembre.
Il 30 settembre 1580 la Regina Elisabetta I d'Inghilterra nomina baronetto il pirata Francis Drake.
Molti conoscono Francis Drake per essere stato uno dei più grandi corsari della storia della pirateria. In effetti egli deve soprattutto a questa attività se ancora oggi il suo nome viene ricordato come quello appartenuto ad uno dei più importanti personaggi dell’Inghilterra del XVI secolo.
Ma egli non fu solo pirata; fu anche un commerciante, un uomo politico, un ingegnere civile e, soprattutto, un esploratore. Anzi, i suoi successi come esploratore gli valsero, insieme a quelli ottenuti nella pirateria, la fama che tuttora gode.
La sua vita si può distinguere in tre fasi: la pirateria, la circumnavigazione terrestre e la guerra contro gli spagnoli.
Francis Drake nacque nel Devon intorno al 1540, anche se sia il luogo che la data non sono certi, e sembra che fosse imparentato, seppur lontanamente, con la locale famiglia nobile dei Drake.
E’ all’età di 13 anni che il piccolo Francis mise per la prima volta piede su una nave facendosi le ossa navigando nelle acque del Mare del Nord e all’età di 23 anni fece il suo primo viaggio nel Nuovo Mondo.
Quello era un periodo contrassegnato da continui contrasti, più o meno accesi, tra le due maggiori potenze di quegli anni: l’Inghilterra e la Spagna.
La Spagna era padrona di un immenso impero e tramite la sua potente flotta teneva sotto controllo gli oceani che considerava come suo dominio. La scoperta dell’America, avvenuta nel 1492, aveva assicurato alla Corona spagnola, oltre che immensi territori e ricchezze, l’esclusiva sui commerci con il Nuovo Mondo che, a tutti gli effetti, era considerato come parte dell’impero.
L’Inghilterra, dal canto suo, rivendicava il suo diritto di solcare liberamente qualsiasi mare e di poter liberamente commerciare con le sue colonie.
L’attrito tra i due paesi era evidente, accentuato ancora di più da motivi religiosi; la Spagna, da sempre fedele al Cattolicesimo non poteva non appoggiare le rivolte cattoliche che periodicamente scoppiavano in Inghilterra o in Irlanda.
Ma torniamo a Francis Drake. Poco più che ventenne, in compagnia di suo cugino Sir John Hawkins fece i primi commerci di schiavi con la Guinea. Intorno al 1560 Drake e Hawkins compirono varie spedizioni commerciali nel Nuovo Mondo. A questi anni risalirono i primi contrasti con gli Spagnoli che non vedevano assolutamente di buon occhio i loro commerci clandestini con le colonie spagnole dei Caraibi e del Centro America. Drake, d’altronde, aveva in antipatia i cattolici e quindi gli spagnoli.
Durante uno di questi viaggi i due inglesi vennero attaccati da una flotta spagnola che ebbe la meglio e solo due vascelli inglesi, con Hawkins e Drake, riuscirono fortunosamente a ritornare in Inghilterra. Questo fatto fece aumentare la sua ostilità nei confronti degli spagnoli.
In patria Drake chiese ad Elisabetta I un risarcimento che però gli fu negato. A seguito di questo rifiuto, decise quindi di intraprendere azioni di pirateria contro le colonie e i vascelli spagnoli.
Drake e i suoi uomini, per anni, imperversarono nei Caraibi, attaccando le colonie spagnole e le imbarcazioni che incontravano. Era una costante minaccia.
Le ricchezze che fornivano le colonie del Nuovo Mondo, erano immense; navi piene di argento e oro salpavano con grande frequenza dalle colonie dirette in Europa. I metalli preziosi venivano estratti dalle montagne del Sud America e spediti nei centri di raccolta a Panama. Da qui l’oro e l’argento venivano trasferiti in porti, situati più a nord, da dove una flotta li trasferiva in Madrepatria.
Tutte queste immense ricchezze non potevano non attirare le mire di Francis Drake.
Nombre de Dios era uno di quei porti dove l’oro e l’argento, provenienti da Panama, venivano imbarcati per essere portati in Spagna.
Per il trasferimento da Panama a Nombre di Dios, venivano utilizzate delle carovane costituite da muli e protette da soldati.
Dopo un tentativo fallito, e con l’aiuto di ex schiavi scappati dai padroni spagnoli, Drake e i suoi uomini riuscirono a mettere le mani su uno di questi “treni d’argento”. Le ricchezze conquistate erano ingentissime a tal punto che non aveva abbastanza uomini per trasportare il bottino.
A seguito di questo successo Francis Drake, con i suoi 30 uomini, fece ritorno in Inghilterra e donò alla Corona metà del bottino, ma nonostante questo tutti gli uomini tornarono in Patria molto più ricchi di quando erano partiti.
Elisabetta I che aveva incoraggiato le imprese di Drake, avendo da poco siglato una tregua con il re Filippo II, era impossibilitata però a concedergli un riconoscimento ufficiale. Era il 1573.
Quattro anni più tardi ricevette dalla Regina il compito di attaccare le colonie spagnole sulla costa americana del Pacifico.
Drake salpò quindi con 150 uomini e 5 navi e cominciò l’avventura che lo avrebbe portato ad essere il primo inglese a circumnavigare la Terra.
Inizialmente si diresse a sud da dove, all’altezza dell’isola di Capo Verde, attraversò l’Atlantico per arrivare sulle coste del Brasile. Piegò poi verso sud, attraversò lo Stretto di Magellano e, finalmente, entrò nell’Oceano Pacifico. Nel frattempo le cose non gli stavano andando molto bene in quanto perse quattro delle cinque navi che facevano parte della sua flotta; alcune affondarono e altre riuscirono a tornare, in misero stato, in Inghilterra.
Con una sola nave, rinominata Golden Hind cominciò la risalita verso nord; catturò navi spagnoli e assalì le città di Lima, Valpariso e Arica. Gli spagnoli non si aspettavano una azione così temeraria e quindi molte città erano indifese.
Francis Drake ritenne pericoloso tornare per lo Stretto di Magellano e quindi continuò il suo viaggio verso nord con la speranza di trovare il mitico passaggio a Nord Ovest che lo avrebbe riportato nell’Oceano Atlantico.
Fallì nel suo tentativo, anche se gli storici dubitano che possa essersi spinto così a nord, e decise di toccare terra e di fondare una colonia nel nome della Corona inglese. La chiamò Nuova Albione.
La localizzazione di questo porto rimane tuttora un mistero, anche se si ritiene che si trovasse in un punto tra l’attuale San Francisco, l’Oregon e lo stato di Washington. Qualsiasi sia stata la localizzazione, era la prima colonia inglese nel Nuovo Mondo.
A Francis Drake non rimase come soluzione, per tornare a casa, che puntare verso ovest e attraversare il Pacifico.
Il viaggio naturalmente fu lungo e toccò l’arcipelago indonesiano, l’isola di Java e delle Molucche. Durante il tragitto entrò in contatto con le popolazioni locali, strinse accordi commerciali e fece provvista di spezie e altri prodotti esotici.
L’esatto tragitto della Golden Hind resta ancora un mistero anche se non è difficile credere che sia entrato in Atlantico, passando per Capo di Buona Speranza. Una volta entrato in Atlantico, girò la prua verso nord e arrivò in Inghilterra nel Settembre del 1580, dopo quasi 3 anni dalla partenza e dopo aver percorso circa 36.000 miglia.
Gli spagnoli chiesero ad Elisabetta I di trattarlo come si trattano i fuorilegge, ma la Regina, invece, accolse Drake e i suoi uomini con grandi onori e, addirittura, nominò Drake cavaliere conferendogli così la possibilità di sedere in parlamento. Divenne così Sir Francis Drake.
L’avventura di Drake aveva altresì dimostrato la vulnerabilità dell’impero spagnolo e della sua flotta che non era riuscita ad avere la meglio di quell’unica nave che, guidata da uno dei migliori marinai che l’Inghilterra abbia mai avuto, attaccò colonie e catturò vascelli spagnoli senza poter essere fermata.
Nel 1582 Sir Francis Drake divenne sindaco di Plymouth e, anche se non ufficialmente, consigliere del governo per gli affari navali.
Tre anni più tardi scoppiò la guerra aperta tra Spagna ed Inghilterra. Drake fece altri viaggi nel Nuovo Mondo attaccando colonie spagnole come San Augustin in Florida, Carthagena e Santo Domingo.
La Spagna mostrava chiaramente l’intenzione di invadere il suolo inglese. Il governo allora chiese a Drake di attaccare direttamente i porti spagnoli al fine di affondare il maggior numero di imbarcazioni. Famosa fu la presa della città di Cadice dove riuscì ad affondare 31 navi nemiche. Questo fatto riuscì a far ritardare l’invasione di almeno un anno.
Comunque Filippo II era deciso a compiere l’impresa e il piano prevedeva l’invio di una imponente flotta a Dunkirk (Dunkerque) per permettere all’esercito guidato da Alessandro Farnese, Duca di Parma, che avrebbe dovuto compiere l’invasione, di attraversare il Canale della Manica.
L’”Armada”, composta da 130 vascelli, era guidata da Alonso de Guzman El Bueno
Dall’altra parte la flotta inglese, meno numerosa, era, nominalmente, guidata da Lord Howard di Effingham, ma il vero comando era esercitato dal Vice Ammiraglio Sir Francis Drake.
La battaglia di Gravelines permise agli inglesi di salvare il loro paese e di infliggere un duro colpo alla “Invincibile Armada”
Dopo aver pesantemente contribuito a salvare il suo paese dall’invasione spagnola, la stella di Sir Francis Drake cominciò la sua fase calante.
In compagnia di Sir John Hawkins riprese le scorrerie nei Carabi, ma la fortuna ormai gli aveva voltato le spalle. Gli insuccessi si susseguirono e, nella loro ultima spedizione, nel 1596, trovarono la morte. Hawkins morì a Puerto Rico mente Drake morì di dissenteria di fronte a Puerto Bello. Entrambi furono sepolti in mare.
La stampa patriottica inglese, negli anni e nei decenni successivi, spesso farà ricorso alla sua figura di salvatore della Patria.
Una leggenda narra che ogni volta che l’Inghilterra sarà in pericolo, se si suona il tamburo di Sir Francis Drake, egli tornerà per salvare il paese.

venerdì 29 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 settembre.
Il 29 settembre 1066 Guglielmo il Conquistatore invade l'Inghilterra.
Guglielmo I di Inghilterra - conosciuto storicamente anche come Guglielmo il Conquistatore - nasce il giorno 8 novembre 1028 a Falaise da Roberto I di Normandia e dalla sua concubina, per questo motivo i suoi nemici, soprattutto gli inglesi prima che diventasse re di Inghilterra, lo chiamavano "il bastardo". Eredita nel 1035, all'età di otto anni, il ducato del padre. Nel 1048 riesce a domare una rivolta in Normandia con l'aiuto del re di Francia Enrico I. Il suo è uno dei feudi più grandi di Francia e l'amicizia del re gli facilita l'ampliamento del suo potere. In seguito, infatti, Enrico I avrà riconoscenza nei confronti di Guglielmo perché quest'ultimo lo aiuterà a sconfiggere Goffredo Martello, potente feudatario e conte d'Angiò.
La chiave dei suoi successi in Francia che poi furono fondamentali per la conquista della corona inglese, si devono cercare proprio nel delicato equilibrio di potere che Guglielmo mantiene nei confronti del re e degli altri feudatari. Enrico I, infatti, prova gelosia e invidia per le capacità di comando e di organizzazione di Guglielmo ma quest'ultimo, grazie soprattutto alle vittorie di Mortemer (1054) e di Varaville (1058), consolida il suo potere e il suo prestigio, consacrando il suo ruolo di duca e potente feudatario di Francia. Le sue capacità di comando e di strategia politica, unite a determinazione e coraggio, in poco tempo lo rendono capace di controllare un vasto territorio.
Negli anni di regno come feudatario debella alcune rivolte e aumenta il suo territorio anche grazie alla rivendicazione del Maine che aveva sottratto agli eredi del conte d'Angiò per restituirlo al suo antico signore Egberto, alla morte del quale lo riprende per sé annettendolo al proprio territorio e autonominandosi conte. Nel 1053, alcuni anni prima della conquista del Maine, sposa Matilde, figlia di Baldovino di Fiandra.
Nel 1066 muore Edoardo il confessore, re d'Inghilterra e, fra le varie parentele, cugino del padre di Guglielmo. Il duca ritiene che sia ora di pretendere anche una corona e con l'aiuto del papa, dell'imperatore e del suocero Baldovino avanza la pretesa al trono. Una coalizione di feudatari lo contrasta ma nella battaglia di Hastings, che si svolge il 14 ottobre del 1066, vince ogni resistenza.
Guglielmo il Conquistatore viene dunque incoronato re d'Inghilterra il 25 dicembre del 1066. Alle sue spalle ha una potente coalizione e grazie al favore del papa e all'alleanza con i feudatari normanni che gli consentono di avere un imponente esercito dà vita ad una consistente riorganizzazione territoriale dell'Inghilterra. Questo gli permette di ricompensare i suoi alleati e di controllare direttamente il flusso delle tasse censendo in modo capillare le terre e i feudi in tutte le loro gradazioni territoriali. Il suo ordinamento fiscale si dimostra rigoroso e preciso. Dà vita anche ad una riforma ecclesiale per quanto riguarda il potere temporale assicurando al clero ampia autonomia morale.
Deciso a mantenere il controllo sia in Inghilterra che in Normandia non lascia spazio e autonomia né a suo figlio Roberto, che infatti lo contrasta nel 1079, né ai suoi vassalli che a volte si ribellano come nel caso di Oddone di Bayeux che gli fa guerra nel 1082. Vince e domina anche il re di Francia Filippo I che sconfigge nella battaglia di Mantes nel 1087. Guglielmo il Conquistatore muore poco dopo a causa delle ferite subite durante lo scontro con i soldati del re.
Re Guglielmo I d'Inghilterra è ricordato anche per aver istituito il primo censimento delle proprietà inglesi (il Domesday Book), strumento che permetteva alla corona di avere conoscenza diretta di tutti i proprietari terrieri, senza passare attraverso i loro feudatari; convocando ognuno di loro (nel 1086, a Salisbury) il re li fece giurare che sarebbero stati a lui fedeli contro ogni altro uomo.

giovedì 28 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 settembre.
Il 28 settembre 551 a.C. nacque in Cina Confucio.
Confucio fu il fondatore del Confucianesimo. Da 2.000 anni l’influenza della dottrina confuciana non si riflette solo nei settori politico e culturale, ma anche negli atti e modi di pensare di ogni cinese. Alcuni studiosi stranieri considerano addirittura la dottrina confuciana il pensiero religioso della Cina. In realtà quella confuciana è solo una delle molte antiche scuole cinesi ed è un pensiero filosofico, e non una religione. Tuttavia negli oltre 2.000 anni della società feudale cinese fu considerato il pensiero ufficiale, occupando a lungo una posizione suprema. Il pensiero confuciano non solo ha influenzato profondamente la cultura cinese, ma anche quella di alcuni paesi asiatici. Oggi, visto che ovunque nel mondo ci sono dei cinesi, si può dire che l’influenza della dottrina confuciana non si limiti più alla Cina e all’Asia.
Confucio nacque nel 551 a.C. e morì nel 479, un centinaio di anni prima di Aristole. Quando Confucio aveva solo tre anni, il padre morì, per cui al seguito della madre si trasferì nella provincia dello Shandong. Confucio si chiamava in realtà Kong Qiu; Confucio è un appellativo di rispetto.
Confucio visse nel periodo delle Primavere e Autunni. All’epoca, l’originario sistema statale unificato si era ormai frammentato, con la nascita di molti principati. Confucio visse nello Stato di Lu, che aveva la cultura più avanzata.
Nel corso della sua vita Confucio non assunse mai incarichi importanti, ma fu molto erudito. Nell’antichità cinese l’istruzione era una prerogativa speciale dei nobili, che Confucio infranse a modo suo. Egli infatti accolse studenti a cui insegnava, indipendentemente dalla classe sociale, bastava dare qualcosa in cambio e tutti potevano studiare con lui. Confucio illustrava agli studenti la sue proposte politiche e il suo pensiero etico. Si dice che abbia avuto in totale 3.000 studenti, alcuni dei quali diventarono grandi studiosi come il maestro, ereditandone e sviluppandone la dottrina, che si diffuse così ampiamente.
Perché la dottrina di Confucio potè sempre occupare una posizione dominante nella società feudale cinese? Non si tratta di un problema così semplice. In breve, la sua rigida dottrina classista e di miglioramento politico corrispondeva agli interessi delle classi dominanti, giovando nel contempo alla stabilità della società e alla promozione del suo sviluppo. Confucio sottolineò rigidi standard e procedure morali, ritenendo che l’offesa di una persona di livello inferiore ad una di livello superiore o del figlio al padre costituisca un reato molto grave. Secondo la sua teoria, il re deve amministrare bene il paese e i cittadini gli devono essere fedeli. Tutti hanno un’identità multipla, ad esempio di figlio, padre, funzionario e così via, ma nelle diverse occasioni devono mantenere le rigide delimitazioni dei vari ruoli. Così il paese può vivere in pace e il popolo nella stabilità.
Quando comparve, la dottrina confuciana non diventò subito la tendenza di pensiero principale. Nel 2° secolo a.C. la Cina era ormai un forte paese unificato dal potere centralizzato. I governanti trovarono che la dottrina confuciana era molto adatta alla salvaguardia della stabilità della società feudale, quindi venne fissata come ideologia ufficiale.
A registrare la dottrina, le parole e azioni di Confucio è il libretto “I dialoghi di Confucio”, che contiene le registrazioni dei suoi discorsi e i dialoghi avuti con gli studenti. Nell’antichità cinese, questo libretto fu considerato sacro come la Bibbia in occidente. Una persona comune doveva regolare la sua vita secondo il testo, mentre anche chi voleva aver successo politico doveva studiarlo a fondo. Nella storia cinese esiste il detto “Basta la metà dei ‘Dialoghi di Confucio’ per governare il mondo”, ossia per gestire bene un Paese.
In realtà i Dialoghi di Confucio non sono un libro colmo di istruzioni, ma spiccano per il ricco contenuto e il vivace linguaggio, da cui emerge ovunque lo splendore dell’intelligenza. Nel testo, le teorie di Confucio interessano molti settori, come la letturatura, la musica, ed anche le gite in periferia e l’amicizia. Per fare un esempio, uno studente chiamato Zi Gong pose a Confucio una domanda sul governo del Paese: dovendo scegliere fra l’esercito, i cereali e il popolo, quale si può tralasciare? Confucio rispose senza esitazione: l’esercito.
I contenuti della dottrina confuciana sono molto ricchi, anzi molti rivestono ancora oggi un valore molto alto. Molte espressioni dei “Dialoghi di Confucio” sono diventate proverbi popolari tra i cinesi. Per esempio “Tra tre persone, c’è sicuramente il mio maestro”, significa che ognuno ha le proprie superiorità, quindi occorre imparare reciprocamente.

mercoledì 27 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 settembre.
Il 27 settembre 1998 nasce Google, grazie al genio di Larry Page e Sergey Brin.
Larry e Sergey, due studenti di Stanford con il pallino della matematica, avevano 25 anni quando nel settembre del 1998 fondarono Google. Poco dopo aver fondato l’azienda, per mancanza dei fondi necessari per l’acquisto di nuovi PC e di altro materiale, cercarono di venderla per un milione di dollari a diverse società finanziarie, oltre che a diretti concorrenti come Altavista e Yahoo, ottenendo solo dei rifiuti. Pur essendo tutti concordi nel ritenere innovativo il metodo messo a punto dai due studenti per ottenere con il loro motore di ricerca risultati più pertinenti rispetto ai concorrenti, non ritenevano che l’azienda valesse così tanto. A seguito di questi rifiuti, Larry e Sergey furono costretti ad abbandonare l’università di Stanford per dedicarsi completamente alla loro azienda e al progetto in cui credevano fermamente: aiutare gli utenti di internet a trovare più facilmente le informazioni.
Ma che cosa aveva (e cosa ha) di così innovativo Google rispetto agli altri motori di ricerca, alcuni dei quali (Altavista e Yahoo) dominavano a quei tempi il mercato?
Larry e Sergey non avevano solo il pallino per la matematica ma anche per le sfide “impossibili” o che comunque erano considerate impossibili da molte altre persone.
La loro impossible mission era trovare un modo di catalogare tutte le informazioni presenti in internet e renderle rapidamente e facilmente disponibili a tutti. E ovviamente di farlo meglio di quanto già facessero Yahoo, Altavista, Infoseek e altri motori.
Quando fondarono Google non si posero il problema del guadagno, intendevano soltanto risolvere un problema sentito da loro e dai loro colleghi all’università: la difficoltà a reperire facilmente le informazioni presenti in quasi un miliardo di pagine presenti in internet (oggi sono diventate oltre 14 miliardi).
Non intendevano diventare imprenditori, avevano un futuro di docenti universitari, come lo erano i loro padri. Poi le cose sono cambiate e la mancanza di soldi li ha costretti ad occuparsi a tempo pieno del loro “giocattolo”.
La cosa più innovativa è stata sicuramente l’invenzione del “PageRank”. Il pagerank è un metodo per determinare “l’importanza” di una pagina web. Mentre i motori esistenti, per indicizzare e posizionare i siti web nei loro database, si limitavano a contare le ricorrenze, nel testo delle pagine, dei termini cercati dagli utenti, e quindi mostravano ai primi posti siti web non sempre pertinenti con le informazioni desiderate, Page e Brin ebbero l’idea di verificare e contare non solo le ripetizioni delle parole ma anche i link che provenivano da altri siti e che puntavano ad una determinata pagina. Il loro ragionamento era semplice: se un certo sito è citato e consigliato da molti altri significa che ha dei contenuti interessanti e quindi è giusto farlo vedere prima di altri.
In realtà il metodo adottato dai due studenti per calcolare il Page Rank è molto più complesso ed articolato; non si limita a contare i link ma tiene conto anche della “qualità” dei contenuti e dell’importanza dei siti da cui provengono i link. Ad esempio, se il sito della Microsoft consiglia o cita il mio sito, lo stesso acquista agli occhi di Google un valore maggiore rispetto al sito di un concorrente consigliato da un’azienda sconosciuta, e quindi avrà un PageRank più elevato del concorrente.
Ci sono poi altri fattori che contribuiscono a determinare il PageRank, come l’anzianità del sito, il numero dei visitatori, ecc.. Probabilmente nessuno li conosce tutti, anche se sono stati ormai scritti migliaia di articoli e di libri sui “segreti del PageRank di Google”.
Ciò che conta è che gli utenti, usando Google, si rendevano conto che era più facile e richiedeva meno tempo trovare le informazioni desiderate e pertanto abbandonavano gli altri motori e consigliavano agli amici e conoscenti di fare altrettanto.
La crescita esponenziale di Google è avvenuta principalmente grazie al “passa parola”; l’azienda non ha mai fatto pubblicità. E’ probabilmente l’unica società al mondo a non averne bisogno.
Oggi Google reperisce e gestisce le informazioni presenti su internet grazie ad una propria rete composta da oltre 100.000 PC. Una potenza di calcolo che nessun’altra azienda al mondo possiede.
Google ha nel suo database oltre 6 miliardi di pagine web e ogni giorno i suoi utenti effettuano 200 milioni di ricerche in oltre 80 lingue. Attualmente è in atto il più ambizioso dei progetti mai attuati: la digitalizzazione dei volumi di intere biblioteche al fine di rendere il sapere umano alla portata di tutti.
Il pacchetto azionario di Google, quotata in borsa dall’agosto 2004, vale oggi oltre 100 miliardi di dollari (più di Ford e General Motors messe assieme) e il patrimonio personale di Larry Page e Sergey Brin supera i 10 miliardi di dollari a testa.

martedì 26 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 settembre.
Il 26 settembre 2006, grazie all'indulto, Silvia Baraldini viene definitivamente scarcerata.
La triste vicenda giudiziaria che vede come protagonista Silvia Baraldini ha inizio il 9 novembre 1982, data del suo primo arresto. In quei primi anni '80 la morsa delle forze di polizia statunitensi si era stretta attorno agli attivisti del "Black Liberation Army" (un movimento di resistenza armata che lottava contro l'oppressione e le pessime condizioni di vita delle minoranze di colore negli Stati Uniti) e a quei movimenti che confluirono nel BLA (o che fiancheggiavano tale gruppo, tra cui l'organizzazione comunista "19 maggio" di cui faceva parte la Baraldini). L'arresto fu dunque per associazione sovversiva, e la Baraldini venne rilasciata poco tempo dopo, su cauzione.
Il processo a carico degli attivisti del BLA e delle altre associazioni terminò con una sentenza del luglio 1983. La pena complessiva a cui fu condannata Silvia fu di 43 anni, con queste motivazioni:
· 20 anni per associazione sovversiva. In questo caso fu esteso al caso della Baraldini la legge "Rico", in origine nata per reati ascrivibili al campo della criminalità organizzata mafiosa. In buona sostanza con questa legge i crimini commessi da un elemento di una data organizzazione venivano contestati a tutti i soggetti che componevano la stessa. Dunque la Baraldini pagò per reati contestati al gruppo "19 maggio", indipendentemente dalla personale estraneità ai fatti criminosi.
· 20 anni per concorso in evasione. L'evasione fu quella di Assata Shakur, "l'anima" del BLA. L'evasione avvenne in modo totalmente incruento (2 guardie addette alla sorveglianza nel carcere di Clinton furono prese in ostaggio e liberate poco dopo l'evasione) il 2 novembre 1979.
· 3 anni per "ingiuria al Tribunale". In questo caso "l'oltraggio" di Silvia verso la Corte fu di rifiutare di fornire la propria testimonianza circa i nomi degli altri militanti nel movimento "19 maggio". A questo proposito, dopo il primo arresto del novembre 1982, l'FBI offrì un'ingente somma di denaro alla Baraldini per denunciare i propri compagni. Questa offerta le fu rinnovata una volta in carcere; la contropartita non fu più una somma di denaro, ma la liberazione. Il rifiuto di collaborare fruttò a Silvia la qualifica di detenuta pericolosa, il trasferimento al carcere di Lexington e l'inasprimento delle sue condizioni detentive. In altre parole, la Baraldini avrebbe potuto mercanteggiare la propria libertà con un "pentitismo interessato", ma ha preferito un percorso di coerenza morale che le ha fruttato grandi sofferenze, ma che forse è stato l'elemento che più di ogni altro ha contribuito a cementare il vasto movimento d'opinione e di solidarietà formatosi negli anni attorno alla sua figura.
La Baraldini fu rinchiusa prima nel carcere di New York, poi in quello di Pleasanton (California) e poi a Lexington, dove fu sottoposta ad un regime carcerario particolarmente severo, disumano e degradante: isolamento, perquisizioni corporali, rigide censure nella posta e limitazioni nelle visite, costante monitoraggio della propria vita carceraria, anche nei momenti più intimi. Solo la dura lotta di Silvia e di altre carcerate produsse un leggero miglioramento in queste condizioni (e l'unità di massima sicurezza di Lexington venne in seguito chiusa, anche grazie all'intervento di Amnesty International).
Ma per Silvia la drammaticità delle condizioni di vita a Lexington fu peggiorata pure dalle condizioni di salute. Dopo aver lamentato continui dolori addominali le fu diagnosticato un tumore maligno (siamo a metà del 1988). Inutile dire che anche nelle cure mediche l'amministrazione penitenziaria statunitense non si dimostrò né efficace né comprensiva, tendendo anzi ad ostacolare, limitare o comunque differire le cure di cui Silvia abbisognava.
Dopo gli interventi chirurgici Silvia Baraldini nel 1990 fu trasferita nel carcere di massima sicurezza di Marianna (Florida). Questo trasferimento fu solo l'ennesimo gesto di spregio da parte dell'Amministrazione Statunitense nei riguardi non solo della detenuta, ma pure del vasto movimento d'opinione che proprio in quegli anni s'era formato, non solo in Italia. Infatti il carcere di Marianna si trova in una località isolata che presenta non poche difficoltà a chi lo vuole raggiungere. In totale serve più di una giornata di viaggio da New York, e dunque è chiaro che (proprio quando in Italia andava intensificandosi - anche attraverso visite personali - l'interessamento verso il "caso Baraldini") gli USA abbiano inteso ostacolare - anche a livello logistico - questo movimento di opinione.
L'ultimo trasferimento carcerario, sempre negli anni '90, fu da Marianna a Danbury, nel Connecticut.
E' nella seconda metà degli anni 80, proprio mentre Silvia subisce le prime due operazioni per tumore (in catene anche sul tavolo operatorio e sul letto di ospedale, come "regolamento impone"…) che l'Italia comincia a mobilitarsi per Silvia. Ed è bello pensare che fu proprio questa mobilitazione popolare a scalfire l'indifferenza e l'accanimento della "giustizia made in USA". Ecco dunque arrivare le prime interrogazioni parlamentari, i comitati di solidarietà che nacquero in varie città d'Italia (confluiti poi nel "Coordinamento Nazionale Silvia Baraldini", il cui portavoce è Gianni Troiani), gli appelli firmati da Dario Fo, Antonio Tabucchi, Umberto Eco e molti altri, l'emozione per la bella canzone che Francesco Guccini le ha dedicato nel 1993 ("Canzone per Silvia", dall'album "Parnassius Guccini").
Molte cose possono essere cambiate negli USA dagli anni delle prime lotte per i diritti dei neri; possono essere mutate le condizioni storiche-sociali, ma per un bianco l'appoggiare la causa dei neri è ancora oggi negli Stati Uniti qualcosa di assimilabile al peccato originale: un marchio indelebile. Solo così si potrebbe spiegare l'accanimento degli USA nei confronti di Silvia Baraldini. La scelta di vita di Silvia, unita al rifiuto di fornire collaborazione, ha probabilmente pesato molto nella vicenda, e questo sia in America come - di riflesso - in Italia.
Con gli anni il movimento di opinione in favore della detenuta italiana cominciò a battersi affinchè la Baraldini potesse almeno tornare in Italia. Uno dei punti nodali della lotta era l'applicazione della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento dei condannati. Tale convenzione prevede il diritto di un cittadino giudicato e condannato in un paese straniero (che però abbia ovviamente sottoscritto la convenzione) di scontare la pena nel proprio Paese natale. Punto debole della trattativa sulla Baraldini era che l'accordo di Strasburgo non obbliga i paesi interessati ad un consenso, né fissa tempi certi per la risposta ad un'istanza di estradizione.
Nel 1992 l'accordo USA-Italia sembrava ormai vicino, ma (sembra a causa di interferenze dell'FBI, che attribuì alla Baraldini uno "status" di pericolosità di livello altissimo) anche stavolta non si riuscì nell'intento, nonostante l'interessamento da parte italiana di personalità di spicco quali il Giudice Falcone.
Solo alla fine degli anni '90 si riuscì a concretizzare il ritorno in Italia; nell'ambito dell'accordo con gli USA ai sensi della convenzione di Strasburgo è stato anche ridefinito il termine di fine pena nel 29 marzo 2008.
Il ritorno di Silvia (avvenuto il 24 agosto 1999) da molti è stato salutato come una vittoria. Si è trattato di un enorme passo avanti, ma non di una vittoria. Ancora una volta, infatti, l'Italia ha dovuto presentarsi come uno "Stato vassallo" degli USA per ottenere ciò che le era dovuto, accettando di sottostare a condizioni-capestro solo in nome del raggiungimento dell'obbiettivo principale. In altre parole per ottenere questo risultato si è dovuto partorire una sorta di mostro giuridico: un cittadino italiano può scontare nel proprio Paese la pena inflittagli in un altro Stato, senza poter sperare di usufruire di benefici, sconti di pena o altro previsti dall'ordinamento giuridico della propria Nazione. In buona sostanza il caso di Silvia Baraldini, cittadina italiana, è stato sottratto alla nostra legislazione. Un compromesso, insomma, che è sembrato più una regalia che lo Stato Sovrano ha fatto al proprio Stato Vassallo (forse per ricompensarlo della fedeltà dimostrata in altre occasioni) piuttosto che il risultato di una transazione tra pari.
Inoltre, anche nel ritorno in Italia di Silvia non sono mancate note stonate. Polemiche per il costo dell'aereo messo a disposizione dal Governo italiano (quando erano state le autorità americane a chiedere questa misura, affinchè il viaggio avvenisse in condizioni di sicurezza e riservatezza); illazioni circa un baratto fra il ritorno di Silvia e la questione della funivia del Cermis; perplessità circa l'accoglienza riservatale all'arrivo a Roma. Insomma, un atto di civiltà (sia umano che giuridico), per di più ottenuto tra mille difficoltà e colpevoli ritardi, è divenuto occasione di nuove e sterili polemiche. Anche questo dà la misura di quale sia la realtà attuale del dibattito politico nel nostro Paese.
Il tribunale di sorveglianza di Roma ha stabilito per Silvia gli arresti domiciliari nell'aprile 2001. Per tragica ironia del destino la madre della Baraldini, gravemente ammalata da tempo, era deceduta il 9 aprile 2001. Se in questo ritardo si debba vedere un altro segno del solito accanimento giuridico o se sia stato solo frutto di intoppi burocratici non è dato sapersi. Proprio quando era tornata in Italia, convinta di migliorare le proprie condizioni detentive, ma convinta pure che questo miglioramento le avrebbe consentito di stare accanto alla madre, Silvia ha dovuto subire quest'ultimo affronto; le due donne hanno vissuto per mesi recluse in due distinti ospedali.
Da quando ha ottenuto gli arresti domiciliari Silvia ha scelto di evitare ogni tipo di pubblicità attorno alla propria vicenda e, pur dichiarandosi grata a tutti quelli che in questi difficili anni l'hanno sostenuta, ha scelto di non rilasciare più interviste e di limitare al minimo l'attenzione dei media nei suoi confronti.
A seguito dell'indulto è stata scarcerata il 26 settembre 2006. Attualmente vive a Roma.

lunedì 25 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 settembre.
Il 25 settembre 1066 si combatte la battaglia di Stamford Bridge, che gli storici considerano la fine dell'era vichinga in Inghilterra.
La Battaglia di Stamford Bridge prende il nome da un villaggio dell'Inghilterra orientale. Avvenne il 25 settembre 1066, pochi giorni dopo che un esercito invasore norvegese, guidato dal re Harald Hardråde, aveva sconfitto l'esercito dei conti del Nord Edwin di Mercia e Morcar di Northumbria alla battaglia di Fulford, due miglia a sud della città di York.
Re Aroldo II Godwinsson d'Inghilterra si scontrò con Harald con un suo esercito, prendendolo di sorpresa, disarmato e impreparato, dopo una marcia leggendaria, a tappe forzate, dalla parte meridionale del regno.
Secondo la Cronaca anglosassone, Il ponte sullo Stamford (da cui prendeva il nome il villaggio) venne immediatamente occupato da un guerriero norvegese armato di ascia, senza armatura, che combatteva in modo furioso. Costui era di enorme statura e terrorizzò l'esercito inglese. Egli riuscì a tenere il ponte per circa un'ora, buttando di sotto tutti quelli che cercavano di passare, fino a che gli inglesi non riuscirono ad ucciderlo posizionando una piccola nave al di sotto del ponte e trafiggendolo con una lancia.
Questo ritardo nell'ingaggiare battaglia diede ad Harald Hardråde sufficiente tempo per posizionare il suo esercito in formazione circolare su di un'altura, lasciando avvicinare gli inglesi che erano costretti a volgere le spalle al fiume. Dopo un'ostinata battaglia con ingenti perdite da ambo i lati (ma soprattutto dalla parte dei semi-disarmati norvegesi), Harald Hardråde e Tostig del Wessex (fratello di Aroldo ma alleato di Harald) furono uccisi. I rinforzi arrivati servirono solo ad allungare la battaglia, che però infine si risolse a favore dell'esercito inglese, il cui re concesse una tregua ai sopravvissuti (guidati dal figlio di Harald Hardråde, Olaf) e li lasciò salpare dopo averli fatti giurare che non avrebbero mai più attaccato l'Inghilterra.
Questo successo non era comunque destinato a durare. Poco più di tre settimane dopo la battaglia, infatti, dopo aver condotto a tappe forzate il suo esercito dallo Yorkshire fino alla costa sud-orientale dell'Inghilterra, Harold II venne sconfitto e ucciso da un esercito normanno guidato da Guglielmo il Conquistatore, alla Battaglia di Hastings. È il 14 ottobre 1066 ed ha inizio la Conquista Normanna dell'Inghilterra.
Nel villaggio di Stamford Bridge è stato eretto un monumento alla Battaglia.
Stamford Bridge è il nome dello stadio di Londra in cui gioca la squadra del Chelsea, ma non è appurato che il nome derivi dalla battaglia.

domenica 24 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 settembre.
Il 24 settembre 1958 una giovane Mina viene notata cantare alla Bussola di Marina di Pietrasanta: sarà l'inizio di una folgorante carriera.
Anna Maria Mazzini, conosciuta nel globo terracqueo semplicemente come Mina, nasce il 25 marzo 1940 a Busto Arsizio(VA). Alcuni mesi dopo la sua nascita, la famiglia si trasferisce a Cremona, città in cui la cantante risiede fino ai primi anni di carriera e che le guadagna il soprannome di "Tigre di Cremona".
La prima esibizione della grande cantante è datata 1958 quando, sul palco della Bussola di Marina di Pietrasanta, canta "Un'anima pura". In una delle tante serate in un locale di Castel Didone Mina incontra David Matalon, discografico della Italdisc-Broadway. Il produttore, intuite le grandi potenzialità della cantante, decide di arruolarla nella sua scuderia e le fa subito incidere quattro brani: due in inglese e con lo pseudonimo Baby Gate ("Be Bop A Lula" e "When"), e due in italiano con il nome di Mina ("Non Partir" e "Malatia").
Il debutto televisivo avviene un anno dopo al "Musichiere" cantando "Nessuno" che era stata portata a Sanremo da Wilma De Angelis. Nel 1960 partecipa in prima persona al Festival di Sanremo conj il brano "E' vero", ma arriva solo ottava. Ci riprova l'anno seguente con "Le mille bolle blu", forte dei successi rappresentati da alcuni suoi singoli, ma le sue aspettative vanno deluse anche questa volta, con la conseguenza che promette a se stessa di non partecipare più alla gara canora. In compenso il 1961 la vede protagonista di "Studio Uno", la popolare trasmissione televisiva.
E' in questo periodo che conosce e si innamora dell'attore Corrado Pani, dal quale avrà un bambino. La relazione con Pani è però osteggiata dall'opinione pubblica italiana, dato che l'attore è infatti già sposato. Il 18 aprile 1963 nasce Massimiliano e Mina viene bandita dalla televisione di stato. Un anno dopo, però, passata la bufera rientra trionfalmente in televisione in una serie di spettacoli tra cui "La fiera dei sogni".
In una serata lancia "La città vuota" e "L'uomo per me".
Mina diventa la regina dei cosiddetti "Urlatori", ossia quel tipo di cantanti che negli anni '60 venivano così etichettati per via dello stile ribelle e sguaiato, ben diverso da quello pacato e confidenziale che aveva caratterizzato gli artisti della generazione precedente. Ma la personalità di Mina ha sempre saputo differenziarsi e spaziare a vari livelli: basti pensare che solo qualche anno prima aveva inciso "Il cielo in una stanza", la poetica canzone intimista di Gino Paoli. Nell'inverno dello stesso anno è di nuovo a Canzonissima, dove lancia la canzone "Due note".
Purtroppo però la puritana morale dell'epoca si abbatte anche sull'ormai grande Mina. Non essendo sposata con Pani, viene bandita dalla televisione di Stato, vi ritorna solo dopo un anno con alcune trasmissioni di successo.
Nel 1965 una grave tragedia si abbatte sulla cantante: muore il fratello Alfredo in un incidente stradale. La Tigre fatica a riprendersi dallo choc ma com'è naturale prosegue al meglio il suo lavoro, tanto che nel 1968 festeggia i primi dieci anni di carriera proprio in quel locale che l'aveva vista esibirsi per la prima volta, la Bussola, dove fra l'altro registra anche il suo primo album dal vivo che, per inciso, è anche il primo album live mai realizzato da una cantante italiana.
Le cose sembrano essersi ristabilite per il meglio quando un altro incidente stradale spezza quella felicità che Mina aveva cercato faticosamente di ricostruirsi, in specie dopo la fine della relazione con Pani. Nel 1973 perisce in uno scontro frontale il marito Virgilio Crocco, giornalista del Messaggero, che aveva sposato 3 anni prima e dal quale nel 1971 aveva avuto la figlia Benedetta.
Nel 1974 presenta con Raffaella Carrà "Mille Luci": sono le sue ultime apparizioni televisive.
La sigla finale del programma è "Non gioco più" e infatti Mina non solo abbandona la televisione, ma smette anche di fare concerti dal vivo. Fa eccezione nel 1978, quando ritorna alla Bussola per i suoi venti anni di carriera e registra il suo terzo e ultimo live (il secondo era uscito nel 1972). Da questa data Mina resta in contatto col suo pubblico con un album all'anno, ma anche con articoli su riviste e trasmissioni radio.
Una caratteristica che contraddistingue i suoi dischi sono le copertine. Fino alla metà degli anni ottanta sono curate da un genio della grafica, Luciano Tallarini. Insieme a Gianni Ronco e al fotografo Mauro Balletti (dal 1973 autore dei rari servizi fotografici) ha dato vita a immagini e soluzioni grafiche uniche al mondo. Dalla seconda metà degli anni Ottanta la realizzazione delle copertine è invece affidata completamente a Mauro Balletti il quale modella l'immagine di Mina nei modi più suggestivi e sorprendenti: dalla barba Leonardesca di "Salomè", alla citazione del film M the murder di "Sorelle Lumiere", dal look tuareg di "Sì buana", allo stile Botero di "Caterpillar", fino alla Gioconda in "Olio".
I suoi fans hanno potuto assistere al suo ultimo concerto, nel 2001, non dal vivo, ma attraverso Internet.
Il 10 gennaio 2006, a Lugano, dopo 25 anni di convivenza, ha sposato il compagno, il cardiologo Eugenio Quaini. Secondo la legge svizzera la sposa prende il cognome del marito, così il suo nome ora è Anna Maria Quaini.

sabato 23 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 settembre.
Il 23 settembre 1889 viene fondata la Nintendo.
Per raccontare la storia dei videogiochi è necessario parlare di Nintendo Company Limited, la più grande azienda di videogame al mondo, fondata da Fusajiro Yamauchi a Kyoto il 23 settembre 1889.  Ovviamente, alla fine dell’Ottocento non esiste neppure l’idea dei giochi digitali, infatti, il signor Yamauchi crea una ditta (la Nintendo Koppai) che produce delle semplici carte da gioco. È a metà del Novecento che Nintendo cambia nome, diventando Nintendo Playing Card Co. Ltd e allarga il suo business grazie a una fruttuosa partnership con The Walt Disney Company. La collaborazione con Walt Disney riempie le casse dell’azienda, ufficialmente lanciata nel mondo del business dedicato all’intrattenimento dei bambini. Nintendo, nonostante, abbia più di 70 anni continua a essere una ditta giovane e a gestione familiare tanto che, nel 1963, a Hiroshi Yamauchi succede il nipote di Fusajiro Yamauchi, manager illuminato che fiuta il mercato dei giocattoli, come occasione per ingrandirsi ancora.
Debutta in questo settore con una sorta di braccio meccanico (molto simile a una pinza), chiamato Ultra Hand, e la collezione Laser Clay Shooting System, una serie di pistole molto amate dai piccoli. Per vedere però i primi videogiochi è necessario aspettare gli anni Settanta. Nel 1977 viene lanciata la prima console Color TV Game 6. Questo modello contiene sei livelli di Pong, il famoso simulatore di tennis da tavola. È un gioco molto elementare, in bianco e nero, ma a metà degli anni Settanta dà il via a una sorta di rivoluzione culturale.
La svolta, quella vera, arriva nel 1981 quando la new entry di Nintendo, il game designer giapponese Shigeru Miyamoto (il papà di Super Mario), crea il gioco Donkey Kong, il più grande successo aziendale dell’epoca. Il protagonista è uno scimmione ghiotto di banane con indosso una cravatta rossa.  Gli appassionati del settore sospettano che il nome Donkey Kong sia nato da un banale refuso, perché in realtà avrebbe dovuto chiamarsi più semplicemente Monkey Kong. Sta di fatto che questo gorilla è sicuramente il primo personaggio di casa Nintendo a diventare una star.
Nel 1980 arriva Nintendo Entertainment System (NES), una console a 8 bit che segna un altro gol nel settore dell’azienda giapponese. Certo, il successo di questa console è strettamente vincolato ai giochi: il primo del 1985 è Super Mario Bros, il prodotto più venduto nella storia dei videogame (40 milioni di copie nel mondo).  Sempre negli anni Ottanta prende il via anche la fase dei videogiochi tascabili e nel 1989 nasce, inoltre, il Game Boy, la prima console portatile di Nintendo.
Gli anni Novanta per Nintendo sono tutti in salita (in termini di profitto) perché non sbaglia un prodotto: troviamo infatti nel 1990 la Super Nintendo Entertainment System (SNES) e poi la Nintendo 64, oggi mandate in pensione dalla Wii e dal GameCube. Il Game Boy, che ha subito diverse rivoluzioni e restyling dal 1989 al 2005, è sicuramente una delle console portatili di maggior successo fino agli inizi del 2000, con i suoi 100 milioni di pezzi venduti.
L’azienda ha poi introdotto nel mercato un nuovo prodotto, che possiamo anche vedere come una sorta di successore del Game Boy ed è il Nintendo DS (arrivato nel 2011 al modello 3DS).  Quest’ultima console deve parte del suo successo al Brain Training, un gioco che serve per allenare il cervello e mantenerlo giovane e attivo. Questo speciale videogame ha conquistato anche quel pubblico normalmente refrattario a questo tipo di intrattenimento.
Con la stessa logica si impone sul mercato la Wii, una console che non solo consente di giocare, ma anche di fare ginnastica, imparare a danzare, o fingersi il grande musicista di una band. Wii è il principale competitor della famosa Xbox 360 di Microsoft Corporation e della PlayStation 3 di Sony.
Nintendo ha davvero una storia incredibile che le ha permesso di festeggiare, con orgoglio, nel 2009 i suoi primi 120 anni attività. Oggi è tra le 10 aziende più importanti del Giappone e il suo valore complessivo supera quello della rivale Sony. Ha prodotto circa 560 giochi differenti, ovviamente, per le sue console di cui ha venduto oltre 557 milioni di pezzi.

venerdì 22 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 settembre.
Il 22 settembre 1960 nasce a l'Aquila Maurizio Cocciolone, noto per un incidente durante la prima guerra nel golfo.
Alla vigilia della guerra del Golfo il governo italiano inviò nel Golfo Persico alcuni velivoli multiruolo Panavia Tornado IDS appartenenti al 155º Gruppo per l'occasione rischierato negli Emirati Arabi Uniti sull'aeroporto di Al Dhafra.
Il 17 gennaio 1991 le forze della Coalizione iniziarono una campagna di bombardamenti sulle posizioni della Guardia repubblicana irachena, sia sul territorio dell'Iraq che su quello del Kuwait.
Il 18 gennaio il maggiore Gianmarco Bellini (pilota) ed il capitano Maurizio Cocciolone (navigatore), a bordo del loro Tornado decollarono con una squadriglia multinazionale di otto velivoli per quella che era la prima missione che vedeva impiegati velivoli italiani nello spazio aereo controllato dagli iracheni, la cui loro missione era annientare un deposito di munizioni nella parte meridionale dell'Iraq. Bellini e Cocciolone furono gli unici che riuscirono a portare a termine il rifornimento in volo malgrado le avverse condizioni meteorologiche. Gli altri sette aerei della squadriglia fallirono e dovettero rientrare alla base. Bellini e Cocciolone decisero di proseguire da soli, effettuando la missione di sgancio a bassa quota e centrando l'obiettivo assegnatogli. L'aereo fu colpito dall'artiglieria contraerea irachena, e dovettero lanciarsi con il seggiolino eiettabile. Vennero catturati dalle truppe irachene e per alcune ore non vi furono notizie circa la loro sorte.
Il 20 gennaio la televisione irachena mostrò un gruppo di prigionieri di guerra della Coalizione, fra cui Cocciolone. Il suo volto tumefatto suggeriva un trattamento brutale e le parole da lui pronunciate sembravano dettate dai suoi carcerieri.
Nessuna notizia di Bellini venne data in questa occasione, facendo temere il peggio. I due aviatori vennero tenuti separati per tutto il tempo della prigionia. In una intervista concessa a quasi venti anni di distanza, l'ufficiale rivelò di essere stato torturato, perdendo alcuni denti per le percosse, subendo una lacerazione della lingua, suturata dai suoi carcerieri e finendo per avere un danno permanente a un nervo della schiena a causa dell'uso di scosse elettriche durante gli interrogatori.
Il 3 marzo, a guerra terminata, entrambi gli ufficiali furono rilasciati dalle autorità irachene.
Attualmente è colonnello e vive a Roma con la moglie Adelina e i suoi due figli: Andrea Silvia e Alessandro.
Bellini e Cocciolone furono gli unici prigionieri di guerra italiani di tutto il conflitto.

giovedì 21 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 settembre.
Il 21 settembre 19 a.C. muore Virgilio.
Publio Virgilio Marone nasce ad Andes, nei pressi di Mantova, il 15 ottobre del 70 a. C. Il padre è Stimicone Virgilio Marone, un piccolo proprietario terriero, mentre la madre è Polla Magio, figlia di un noto mercante. Il giovane Publio Virgilio studia a Cremona presso la scuola di grammatica, conseguendo all'età di quindici anni la toga virile. Si trasferisce a Milano, dove studia retorica e poi nel 53 a. C. a Roma, dedicandosi allo studio del greco, del latino, della matematica e della medicina.
A Roma frequenta la scuola del celebre maestro Epidio, dedicandosi allo studio dell'eloquenza che gli sarebbe servito per intraprendere la carriera professionale di avvocato. In occasione però del suo primo discorso in pubblico, Virgilio, avendo un carattere molto riservato, non riesce nemmeno a introdurre una frase. Avendo dei difetti nella pronuncia, decide di abbandonare gli studi di oratoria, continuando però quelli di medicina, filosofia e matematica.
Virgilio vive in un periodo storico molto complesso, infatti, nel 44 a. C. muore Giulio Cesare in una congiura, poi si accende la rivalità tra Marco Antonio e Ottaviano. Con la battaglia di Filippi del  42 a. C. in cui si scontrano l'esercito di Ottaviano e le Forze di Bruto e Cassio, Virgilio perde molte proprietà che possiede nell'area mantovana e che vengono consegnate ai veterani di Ottaviano. La perdita delle proprietà mantovane lo segna tantissimo, ricordandole sempre con una grande nostalgia. In occasione del suo rientro ad Andes, il poeta incontra dopo anni l'amico Asinio Pollione, che deve distribuire le terre del mantovano ai veterani di Ottaviano.
Nonostante abbia cercato di fare tutto il possibile per tenere i suoi possedimenti, Virgilio non ci riesce, facendo ritorno a Roma nel 43 a. C. L'anno successivo, insieme al padre e agli altri suoi familiari, si trasferisce in Campania, a Napoli. Nonostante l'ospitalità offerta da Augusto e dall'illustre Mecenate a Roma, Virgilio preferisce fare una vita tranquilla nel Sud Italia. Nel suo soggiorno a Napoli egli frequenta la scuola epicurea dei celebri filosofi Filodemo e Sirone.
Nel corso delle lezioni che si tengono nella scuola, conosce numerosi intellettuali, artisti e politici. E' in quest'occasione che incontra Orazio. Dedicandosi alla lettura del "De rerum natura" di Lucrezio, non condivide la concezione secondo cui deve essere negata l'immortalità dell'anima.
Grazie a Mecenate entra a far parte del suo circolo letterario, diventando un poeta molto illustre nell'epoca imperiale. La prima opera di Virgilio è "Le Bucoliche", scritta a Napoli. In questa composizione letteraria il poeta trae ispirazione dai precetti epicurei. Nell'opera sembra voler rappresentare, tramite i suoi personaggi, il dramma che ha segnato la sua vita, ovvero l'esproprio dei suoi possessi mantovani dopo la battaglia di Filippi.
Tra il 36 e il 29 a. C. , durante il suo soggiorno a Napoli, compone un altro dei suoi capolavori letterari: "Le Georgiche". In quest'opera, articolata in quattro libri, racconta il lavoro sui campi, descrive attività come l'allevamento, l'arbicoltura e l'apicoltura. In questo poema inoltre vuole indicare il modello ideale di società umana. I quattro libri contengono sempre una digressione storica: ad esempio, nel primo libro, racconta l'episodio della morte di Cesare, avvenuta il 15 marzo del 44 a. C.
Nel 29 a. C. nella sua abitazione campana, il poeta ospita Augusto che è di ritorno dalla spedizione militare vittoriosa di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra. Virgilio, con l'aiuto di Mecenate, legge ad Augusto il suo componimento poetico, "Le Georgiche". Diventa così uno dei poeti prediletti di Augusto e di tutto l'Impero romano.
L'ultima opera letteraria da lui scritta è "L'Eneide" composta tra il 29 a. C. e il 19 a. C. nella città di Napoli e in Sicilia. Nell'Eneide viene narrata la vicenda di Enea, rappresentato come uomo pio, dedito allo sviluppo del proprio Paese. Enea, con la sua pietas, riesce quindi a fondare la città di Roma, rendendola gloriosa e importante. Il poema ha come obiettivo quello di ricordare la grandezza di Giulio Cesare, del suo figlio adottivo Cesare Ottaviano Augusto e dei loro discendenti. Infatti, Virgilio chiama Ascanio, il figlio di Enea, Iulo considerandolo come uno degli antenati della gloriosa Gens Iulia.
Nell'opera inoltre, con il suo grande ingegno letterario, immagina che i Troiani siano gli antenati dei Romani, mentre i Greci sono rappresentati come dei nemici, i quali poi saranno assoggettati all'Impero romano. Nonostante la sottomissione del popolo greco, i Romani rispettano la sua cultura e civiltà.
Nel 19 a. C. Virgilio svolge un lungo viaggio tra la Grecia e l'Asia con l'obiettivo di conoscere i luoghi che descrive nell'Eneide e per accrescere la sua cultura. Nella città di Atene il poeta incontra Augusto che in quel momento sta facendo ritorno dal suo viaggio nelle Province orientali dell'Impero. Su consiglio dell'imperatore, decide di tornare in Italia a causa delle sue deboli condizioni di salute.
Dopo avere visitato Megara, Publio Virgilio Marone muore a Brindisi il 21 settembre di quello stesso anno a causa di un colpo di sole, mentre sta ritornando dal suo lungo viaggio. Il poeta, prima di morire, chiede ai suoi compagni Varo e Tucca di bruciare il manoscritto dell'Eneide, poiché il poema non è ancora stato finito e sottoposto a revisione.
Le sue spoglie sono in seguito trasferite a Napoli, mentre Augusto e Mecenate fanno pubblicare l'Eneide, affidando il compito a Varo e Tucca, i compagni di studi di Virgilio. In epoca medievale i resti di Virgilio vanno perduti. Nella sua tomba compaiono ancora le seguenti frasi in latino: "Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope, cecini pascua, rura, duces".

mercoledì 20 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 settembre.
Il 20 settembre 1378 ha inizio lo scisma d'occidente, con la designazione di Clemente VII come antipapa.
Con l'espressione 'Scisma d'Occidente' gli storici intendono quel periodo compreso tra il 1378 e il 1417 durante il quale si crea una profonda crisi del potere papale. Si produce infatti una forte lacerazione all'interno della Chiesa occidentale, tanto che si arriva ad un'aspra contesa tra papi e antipapi nella lotta per la conquista del trono pontificio.
Negli stessi anni in cui le Signorie italiane e gli Stati nazionali europei si evolvono verso nuove identità, sia il potere del Papa che quello dell'Imperatore sembrano entrare in crisi. Nel 1294 viene eletto il nuovo papa, Celestino V (1210-1296), passato alla storia come il papa del 'gran rifiuto' poiché rinuncia al suo incarico dopo pochi mesi. Si tratta di un uomo umile, poco propenso alla politica e ai compromessi. Altro carattere aveva invece Bonifacio VIII, papa che ha sempre difeso il primato del potere papale, ricordando che Dio ha dato al pontefice sia il potere spirituale che quello temporale. A mettere in dubbio l'autorità e la superiorità della Chiesa di Roma sono soprattutto i grandi sovrani come il re di Francia, Filippo il Bello, che decide di sospendere i vantaggi fiscali concessi al clero e impone agli ecclesiastici francesi l'obbligo delle tasse. Ma la sovranità papale è messa ancora in discussione durante la cosiddetta 'cattività avignonese' tra il 1309 e il 1377, quando il papa decide di trasferire la sua sede da Roma ad Avignone in Francia. In questo periodo il papato rinuncia alla propria autonomia per subire, in cambio di protezione, pesanti condizionamenti da parte dei re francesi. Nella nuova sede la Chiesa si abbandona anche a una progressiva corruzione dei propri costumi. Dopo circa settant'anni è papa Gregorio XI a prendere la decisione di tornare a Roma, grazie anche all'intervento di Caterina da Siena. Il papa aveva capito che ormai la Francia era impegnata nella Guerra dei Cent'anni e quindi il 27 gennaio del 1377 ritorna a Roma con tutta la curia.
Subito dopo la morte di Gregorio XI i romani protestano contro i cardinali per evitare la probabile elezione di un ennesimo papa francese che avrebbe potuto significare il ritorno del pontefice ad Avignone. L'8 aprile del 1378 inizia il conclave che porta all'elezione di Bartolomeo Prignano, eletto col nome di Urbano VI. Ma alcuni cardinali lasciano Roma e si riuniscono nella città di Fondi, dove il 20 settembre di quell'anno eleggono come papa Roberto di Ginevra, che sceglie il nome di Clemente VII. Quest'ultimo decide poi di riportare la sede papale ad Avignone, in contrapposizione alla sede di Roma. A questo punto si delinea evidentemente quello che è passato alla storia come 'Scisma d'Occidente': ognuno dei due papi procede alla scomunica dell'altro e il mondo cristiano si trova coinvolto in un conflitto di potere che contrappone non solo due fazioni papali ma anche monasteri e comunità divise tra 'obbedienza avignonese' e 'obbedienza romana'. L'Europa si ritrova quindi divisa in due: la Francia, la Scozia, l'Aragona, la Castiglia, la Navarra, il Regno di Napoli e Cipro si schierano per Clemente VII; il Portogallo, la Germania, gran parte dell'Italia, l'Ungheria, l'Inghilterra, l'Irlanda, la Polonia, la Scandinavia seguono Urbano VI. Il caos creato dallo scisma arriva a coinvolgere anche importanti personalità come i futuri santi Vicente Ferrer (sostenitore di Clemente VII) e Caterina da Siena (sostenitrice di Urbano VI). Le curie di Avignone e Roma continueranno ad avanzare le proprie pretese di legittimità anche oltre i primi due papi contendenti, dopo i quali si andrà avanti ad eleggere un papa a Roma e un antipapa ad Avignone.
Intanto negli ambienti cattolici si cominciava a ipotizzare una possibile soluzione al problema poiché c'era il rischio di delegittimare sempre più lo stesso ruolo del papato, gettando così la cristianità nella confusione più totale  Si decide allora di fare un primo tentativo convocando un concilio ecumenico per ricomporre lo scisma e per questo gran parte dei cardinali elettori convocano il Concilio di Pisa nel 1409. In questo concilio si decide di deporre Benedetto XIII e Gregorio XII e di eleggere un nuovo pontefice che diventa papa col nome di Alessandro V.  Quello che doveva essere l'ultimo atto, dopo quasi trent'anni di lotte intestine, finisce per complicare ancor di più la situazione: Gregorio e Benedetto dichiarano illegittimo il concilio e rifiutano di essere deposti.  Così si passa ad avere non più due papi ma bensì tre.  Si arriverà alla soluzione del conflitto solo qualche anno più tardi grazie anche a Giovanni XXIII, succeduto ad Alessandro V.     
Viene convocato il Concilio di Costanza, in Germania, nel 1414 e si concluderà solo nel 1417  Confermata l'autorità del concilio, i cardinali dichiarano antipapi Giovanni XXIII e Benedetto XIII mentre Gregorio XII decide di dimettersi di sua volontà.  In un breve conclave viene eletto papa il cardinale Oddone Colonna che sale al trono papale col nome di Martino V.  L'elezione di questo papa segna la definitiva riappacificazione dello Scisma d'Occidente e Roma torna ad essere l'unica e sola sede pontificia.  Oggi tra i papi ufficiali la Chiesa riconosce la linea romana: Urbano VI, Bonifacio IX, Innocenzo VII, Gregorio XII e Martino V  Invece Clemente VII, Benedetto XIII, Alessandro V e Giovanni XXIII sono considerati antipapi. 

martedì 19 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 settembre.
Il 19 settembre 1994 Andrew Wiles pubblica la dimostrazione dell'ultimo teorema di Fermat.
L'ultimo Teorema di Fermat afferma che non esistono soluzioni intere positive all'equazione:
    a^n + b^n = c^n
se n > 2 .
L'enunciato fu formulato da Pierre de Fermat nel 1637, il quale tuttavia non rese nota la dimostrazione che affermò di aver trovato. Scrisse in proposito, ai margini di una copia dell'Arithmetica di Diofanto sulla quale era solito formulare molte delle sue famose teorie:
    "Dispongo di una meravigliosa dimostrazione di questo teorema, che non può essere contenuta nel margine troppo stretto della pagina".
Nei secoli successivi diversi matematici hanno tentato di fornire una dimostrazione alla congettura di Fermat, tra questi vi sono:
    Eulero, che, nel XVIII secolo, formulò una dimostrazione valida solo per n=3,
    Adrien-Marie Legendre, che risolse il caso n=5,
    Sophie Germain, che, lavorando sul teorema, scoprì che esso era probabilmente vero per n uguale a un particolare numero primo p, tale che 2p + 1 è anch'esso primo: i primi di Sophie Germain.
Solo nel 1994, dopo 7 anni di dedizione completa al problema, e dopo un "falso allarme" nel 1993, Andrew Wiles, affascinato dal teorema che fin da bambino sognava di risolvere, riuscì a dare finalmente una dimostrazione. Da allora ci si può riferire all'ultimo teorema di Fermat come al teorema di Fermat - Wiles.
Wiles utilizzò tuttavia elementi di matematica e algebra moderna che Fermat non poteva conoscere: la dimostrazione che Fermat affermava di avere, se fosse stata corretta, era pertanto diversa. Quasi tutti i matematici sono dell'idea che Fermat si fosse sbagliato e non possedesse una dimostrazione corretta.
La soluzione di Wiles fu pubblicata nel 1995 e premiata il 27 giugno 1997 con il Premio Wolfskehl, consistente in una borsa di 50.000 dollari.
La storia della dimostrazione è notevole almeno quanto il mistero del teorema in sé.
Wiles impiegò sette anni per risolvere quasi tutti i particolari, da solo e in assoluta segretezza (tranne una fase finale di revisione, per la quale si avvalse dell'aiuto di un suo collega di Princeton, Nicholas Katz). Quando, nel corso di tre conferenze tenute all'università di Cambridge tra il 21-23 giugno 1993, Wiles annunciò la dimostrazione, stupì per il numero di idee e di costruzioni usate. Dopo un controllo più attento fu però scoperto un serio errore che sembrava condurre al ritiro definitivo della dimostrazione. Wiles e Taylor trascorsero circa un anno per rivedere la dimostrazione, e nel settembre 1994 pubblicarono la versione finale e corretta, utilizzando in maniera integrata alcune tecniche scartate nei primi tentativi.
Tuttavia, gli strumenti matematici utilizzati non erano conosciuti ai tempi di Fermat, quindi sussiste il mistero sulla dimostrazione che questi ne avrebbe fornito.
Ci sono seri dubbi riguardo alla rivendicazione di Fermat di aver trovato una dimostrazione veramente importante, che fosse corretta.
La dimostrazione di Wiles, di circa 200 pagine nella prima dimostrazione, ridotte a 130 nella versione definitiva, è considerata unanimemente al di là della comprensione della maggior parte dei matematici di oggi. Spesso le dimostrazioni iniziali della maggior parte dei risultati non sono tipicamente le più dirette ed è quindi possibile che, data la complessità, possa esistere una dimostrazione più sintetica ed elementare. Non è però verosimile che la dimostrazione di Wiles possa essere semplificata in maniera significativa, soprattutto fino a essere esprimibile con gli strumenti matematici posseduti da Fermat.
I metodi utilizzati da Wiles erano difatti sconosciuti quando Fermat scriveva e pare estremamente improbabile che Fermat sia riuscito a derivare tutta la matematica necessaria per dimostrare una soluzione. Andrew Wiles stesso ha affermato "è impossibile; questa è una dimostrazione del XX secolo".
Dunque, o esiste una dimostrazione più semplice che i matematici finora non hanno trovato, o Fermat semplicemente si sbagliò. Per questo sono particolarmente interessanti diverse dimostrazioni errate, ma in prima analisi plausibili, che erano alla portata di Fermat. La più nota si basa sul presupposto erroneo che l'unicità della scomposizione in fattori primi funzioni in tutti gli anelli degli elementi integrali dei campi sui numeri algebrici.
Questa è una spiegazione accettabile per molti esperti della teoria dei numeri, considerando anche che molti dei maggiori matematici successivi che hanno lavorato sul problema hanno seguito questo percorso e talvolta hanno anche sinceramente creduto di aver dimostrato il teorema, salvo successivamente dover ammettere di avere fallito.
Il fatto che Fermat non abbia pubblicato, né comunicato a qualche amico o collega, nemmeno un'enunciazione circa l'esistenza di una dimostrabilità (come invece faceva di solito per le sue soluzioni), può essere un forte indizio di un suo successivo ripensamento, dovuto a una tardiva scoperta di un errore nel suo tentativo di dimostrazione. Fermat, inoltre, pubblicò successivamente un suo lavoro di dimostrazione per il caso speciale n=4 (ovvero a^4 + b^4 = c^4). Se realmente avesse ancora ritenuto di possedere una dimostrazione completa per il teorema, non avrebbe pubblicato un tale lavoro parziale, indice che la ricerca non era per lui conclusa.
Lo stesso dicasi dei matematici che, dopo di lui, dimostrarono il teorema per dei numeri singoli. Si trattò senz'altro eventi notevoli ma di portata non risolutiva, dato che per definizione i numeri sono infiniti. Ciò che si richiedeva era un procedimento che permettesse la generalizzazione della dimostrazione.

lunedì 18 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Il 18 settembre 2009 è andata in onda in America, dopo 72 anni di programmazione, l'ultima puntata della soap opera "The guiding light" (in italiano Sentieri), la più longeva soap opera al mondo.
Sentieri nasce in radio nel gennaio del 1937 sulle frequenze della NBC: narra le vicende del Reverendo John Ruthledge, una vera e propria guida morale e spirituale per gli inquieti abitanti di Five Points, sobborgo di Chicago. Il Reverendo tiene una lampada sempre accesa alla finestra del suo studio (da qui il titolo originale di "La Luce che Guida") come segnale per chiunque abbia bisogno di aiuto o di un consiglio. Il Reverendo ha una figlia di nome Mary che s'innamora ricambiata di Ned, un giovane a cui il Reverendo ha fatto da padre. Nel 1939, il personaggio di Rose Kransky, amica di Mary, ha il primo figlio illegittimo nella storia dei radiodrammi.
Nel corso dei suoi 72 anni di vita, la soap non ha mai dimenticato le sue origini, facendo spesso molti riferimenti (anche durante la sigla americana) al celebre "mantra" del protagonista iniziale, il Reverendo Ruthledge: "C'è un destino che ci rende fratelli, nessuno di noi viaggia da solo: tutto quello che portiamo nella vita degli altri ritorna nella nostra".
Infatti, nel 2007, in occasione del suo 70º anniversario di vita e in nome dello spirito di fratellanza degli inizi, la soap ha creato una puntata speciale in cui ha raccontato la sua storia radiofonica, e si è dedicata a numerose iniziative di solidarietà, dando il via alla campagna "Find Your Light" (Trova la Tua Luce), con l'intero cast impegnato nella ricostruzione delle case distrutte dall'Uragano Katrina.
La soap, prodotta dalla Procter and Gamble Productions (produttrice tra l'altro di saponi, da cui l'espressione SOAP OPERA con cui vengono definite Sentieri e le sue eredi), ha visto nel corso degli anni ospiti illustri: da Christopher Walken a Joan Collins (che nel 2002, per un breve periodo, interpretò Alexandra Spaulding sostituendo Marj Dusay), da Kevin Bacon a Calista Flockhart, fino ai più televisivi Sherry Stringfield (E.R.), Frank Grillo (Blind Justice e Prison Break), Peter Gallagher (The O.C.), Victor Garber (Alias) e Melina Kanakaredes (CSI: New York e Providence). Del cast di Sentieri hanno fatto parte anche: i già citati James Earl Jones e Ruby Dee, il premio Oscar Mira Sorvino, Hayden Panettiere e Sendhil Ramamurthy di Heroes, Thomas Gibson di Dharma & Greg e Criminal Minds, Michelle Forbes, JoBeth Williams, John Wesley Shipp, Allison Janney, Richard Burgi, Paige Turco, Bethany Joy Lenz, Brittany Snow, Taye Diggs, Rebecca Mader, Cicely Tyson, Billy Dee Williams, James Lipton, Amanda Seyfried, Joe Lando, Keir Dullea, Blythe Danner, Sorrell Booke, Sandy Dennis, Jan Sterling, Joan Bennett, Jimmy Smits, Chris Sarandon, Doug Hutchison, Ian Ziering, Ving Rhames, Frances Fisher, Lainie Kazan, Matthew Morrison, Lea Michele, Mercedes McCambridge, Paul Wesley, Matthew Bomer, Nia Long, Angela Bassett e tanti altri attori famosi.
Non da meno è il cast italiano dei doppiatori, che vanta alcuni tra i migliori esponenti del settore. Fra i più noti, le attrici Lella Costa e Veronica Pivetti, che per molti anni hanno prestato la voce rispettivamente ai personaggi di Reva Shayne e Harley Cooper.
Così come gli anni di programmazione, tantissimi sono gli estimatori della soap e gli Emmy Awards conseguiti: 3 come miglior soap opera, 6 come miglior sceneggiatura (più di ogni altra serie), 28 ai suoi attori, e decine in tutte le altre importanti categorie. Negli Stati Uniti Sentieri è stata la soap opera più seguita secondo i rating Nielsen nelle stagioni 1956-1957 e 1957-1958, superata nella stagione 1958-1959 dalla soap sorella Così gira il mondo, ma rimanendo comunque per decenni al secondo posto degli ascolti del daytime.
In Italia la soap opera ha debuttato su Canale 5 il 25 gennaio del 1982 (con gli episodi della stagione 1978/79) alle ore 13.30 ed è stata spostata successivamente alle 14.30 per poi passare a Rete 4, nel settembre del 1988.
Dalla metà degli anni novanta fino al marzo del 2012 è caratterizzata da una sigla dove vi è una carrellata dei principali personaggi, accompagnata dalla seconda strofa e dal ritornello della canzone di Billy Joel This is the time, sigla italiana della soap dal 1986. A chiudere quest'elenco dei personaggi, è sempre la protagonista Reva Shayne.
In occasione delle 10.000 puntate, Rete 4 ha trasmesso uno speciale della soap in prima serata: 10.000 Sentieri d'Amore condotto da Alessandro Cecchi Paone e Lorella Cuccarini, che ha inciso una cover della sigla italiana della soap: This is the time.
Nel gennaio del 1992, in occasione del quarantesimo anniversario televisivo, Marta Flavi e Fabio Testi hanno presentato in prima serata L'Amore comincia a 40 anni... di Sentieri, con ospiti Robert Newman e Kimberly Simms.
Nel 1993, visto il successo in termini di ascolti, Sentieri è andato in onda anche in prima serata per alcune settimane.
Da metà degli anni novanta, la soap è andata in onda divisa in due parti (la prima parte alle 13.00 e la seconda alle 14.00, con in mezzo l'edizione giorno del Tg4. In seguito è stata collocata per un'ora alle 14.00 e successivamente alle 15.00, con una puntata riassuntiva la domenica alle 12.30.
Nel gennaio del 1997, Patrizia Rossetti ha presentato Buon Compleanno Sentieri, per festeggiare i 60 anni della soap, con ospiti tutti i doppiatori italiani della soap insieme a Giorgio Bellocci, autore del libro Sentieri: come nasce una leggenda televisiva.
Dopo una breve collocazione nel preserale alle 19.45 la soap è stata spostata definitivamente alle ore 16.00 nel settembre del 2002. Nel maggio 2008 viene testata per poche settimane al mattino alle 10.30, per poi tornare nella sua collocazione del pomeriggio.
Negli anni ottanta, Sentieri raccoglieva all'ora di pranzo quasi 4 milioni di telespettatori; negli anni duemiladieci seguita da 700.000 telespettatori con uno share medio del 7%.
Il 7 marzo 2012 Mediaset ha deciso di concludere la programmazione della soap opera a causa degli elevati costi per l'acquisto delle puntate: la programmazione italiana di Sentieri si è dunque conclusa dopo trent'anni a meno di 700 episodi dalla fine naturale della serie.

domenica 17 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 settembre.
Il 17 settembre 1907, dopo alcuni primi anni di produzione di prototipi, viene ufficialmente aperta la Harley-Davidson Motor Company.
Se parliamo della storia della moto ci vengono in mente nomi famosi nel vecchio continente: Triumph, BMW, Moto Guzzi. Ma certo non si può prescindere da un nome che urla la sua presenza dall’altra parte dell’Oceano, un nome che è rimasto per tanti anni sinonimo di grandi cilindrate e di lunghe percorrenze chilometriche nel coast to coast. Oggi i transatlantici della strada sono diffusi un po’ dappertutto tra le case motociclistiche, europee o giapponesi che siano, ma certo quel nome continua ad essere un faro, per un certo modo di intendere il turismo in moto: Harley-Davidson.
Milwaukee è una piccola città nel Wisconsin, nel cuore dell’America rurale del nord, famosa per una squadra di basket tra le più titolate nell’NBA ma anche per aver dato i natali a quella leggenda dei bikers che è l’Harley-Davidson: nel 1902 William Harley e Arthur Davidson, due ventenni intraprendenti, costruirono una bicicletta motorizzata nel garage di Arthur, uno spazio di tre metri per cinque.
Da quel prototipo il 28 agosto 1903 nacque l’azienda e ne iniziò la produzione che per il primo anno si fermò al numero di tre esemplari prodotti.
Il primo stabilimento vero e proprio sorse nel 1906 in Juneau Avenue dove sorge ancor oggi il quartier generale dell’azienda. La prima sede era un edificio di 240 metri quadri, nel ’07 i mezzi prodotti furono 150 e, soprattutto, iniziarono a fornire i primi mezzi alla polizia, primo gradino nella costruzione della leggenda.
Le prime moto furono tutte monocilindriche, il primo bicilindrico a V di 45° nacque nel ’909: con una cilindrata di 810 cm3 erogava 7 hp e una velocità massima di 97 kmh. Venne prodotta in 1149 esemplari. Questo portò la H-D ad espandere lo stabilimento che nel ’13 raggiunse una superficie di 28.000 mq nella quale vennero prodotti in quell’anno quasi tredicimila esemplari. Il colosso del motociclismo era nato.
Le guerre, se sono un tormento e una sofferenza per le popolazioni, per molti affaristi sono invece una miniera d’oro per incrementare i propri giri d’affari. L’Harley-Davidson non produceva articoli di interesse bellico, ma nella prima guerra mondiale i militari necessitavano di molti mezzi per le operazioni, H-D ne sfornò circa 45.000 (due monocilindriche e tre bicilindriche), la strada era ormai tracciata.
Dopo la fine della guerra, nel 1920, Harley-Davidson era la maggiore produttrice mondiale di moto, presente in 67 paesi, il 28 aprile 1921 un suo mezzo raggiunse – primo al mondo – i 160 kmh. Le cilindrate erano intanto salite fino ai 1200 cc e alcune caratteristiche tipiche della casa di Milwaukee fecero la loro comparsa, a partire dal tipico serbatoio a goccia (Teardrop). La grande depressione degli anni trenta non impose la sua dura legge all’Harley-Davidson che rimase aperta insieme alla Indian, uniche due “factory” a salvarsi in quel periodo tragico.
Ancora una volta, qualche anno dopo, un’altra guerra contribuì alle fortune della factory di Milwaukee come le 88.000 moto prodotte per il secondo conflitto mondiale stanno lì a dimostrare, in realtà un migliaio di queste furono delle copie della BMW utilizzata dall’esercito tedesco. La quasi totalità fu comunque rappresentata dalle WLA delle quali una 750 la ritroviamo protagonista con Alberto Sordi in “Un americano a Roma”, quale rappresentante delle molte entrate nel mercato postbellico e diventate icone nell’immaginario collettivo dei motociclisti di casa nostra.
Gli anni successivi vedono la Harley crescere sia nelle cilindrate sia nei fatturati ma la capacità innovativa si era arenata a confronto dei competitor giapponesi. Tuttavia, passata sotto la guida dell’AMF, fu alla metà degli anni ’70 che la H-D, legata al marchio italianissimo della Aermacchi, conquistò gli unici titoli iridati della sua storia con Walter Villa come pilota.
La risalita del marchio è da datare agli inizi degli anni ’80 dopo che la AMF rivendette il marchio ad un gruppo di 13 investitori. Fu la Softail Custom del 1984, un motore da 1340 cm3 a riportare la Harley-Davidson tra le moto più ricercate dalla sua tipica clientela, crescita che fu confermata, poco dopo, dalla Fat Boy del 1990.
La lunga storia dell’H-D prosegue, alla fine degli anni ’90, con l’acquisizione della Buell, creazione di un ex ingegnere della stessa Harley.
La storia moderna, a cavallo tra il 1999 e i primi anni del nuovo millennio, vede un’evoluzione tecnologica con i nuovi modelli e i nuovi motori, dai 1450 cc del Twin Cam 88 ai primi esempi di iniezione elettronica che porterà nel 2007 ad eliminare completamente il carburatore anche dai modelli 883 e 1200.
Oggi l’Harley offre un catalogo estremamente ricco sia per numero di modelli sia, soprattutto, per le molteplici possibilità di customizzazione estremamente gradite al proprio pubblico di appassionati, tanto che spesso è difficile trovare due esemplari dello stesso modello con la medesima configurazione. Le varie personalizzazioni comprendono anche il mondo extra motociclistico con un merchandising che copre molte aree, dall’abbigliamento ai gadget domestici – bicchieri, stoviglie, accessori vari – e un grande dinamismo anche in questo settore.
Certo l’Harley-Davidson è rientrata a pieno diritto nell’immaginario collettivo, non solo dei motociclisti, tanto che inforcando una concorrente dotata di un bicilindrico le cui forme potrebbero ricordare quello della casa di Milwaukee spesso qualche passante ti avvicina chiedendoti se si tratta proprio di un’ H-D.
In realtà un vero possessore di Harley saprebbe riconoscere subito dal sound del motore, se si tratta di un modello della casa americana, tanto che qualche anno fa la H-D provò anche – infruttuosamente – a brevettarne il suono.
In ogni caso , nonostante non sia certo tra i mezzi più economici, le Harley-Davidson sono tra le moto che più facilmente si incontrano sulle strade in qualunque stagione: il segreto di questa marca sta proprio nella filosofia “on the road” de suoi “owners”, gente per cui la strada non è un fine: è un mezzo per godere della propria due ruote, un mito a due cilindri.

sabato 16 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 settembre.
Il 16 settembre 1920 un anarchico italiano, Mario Buda, fa esplodere una bomba davanti alla sede della Morgan & Stanley.
A New York era una soleggiata mattina di settembre, il 16 settembre 1920. La banca Morgan era situata al 23 di Wall Street. J.P. Morgan aveva acquistato la proprietà nel 1912 dalla famiglia Drexel, suo precedente socio in affari. A stare ai giornali dell'epoca il prezzo pagato per l'acquisto dell'edificio, 3 milioni di dollari, costituiva un record per il mercato immobiliare newyorkese.  Ma le spese non si erano esaurite nell'acquisto del palazzo, poiché J.P. Morgan aveva dato ordine che lo si abbattesse e si erigesse al suo posto l'edificio, che per quanto rimaneggiato, si può vedere ancora oggi: un immobile di soli tre piani, pomposo e lontano dallo stile consueto dei grattacieli avveniristici che già nel 1912 proliferavano in città. Quell’edificio era conosciuto nel mondo della finanza come The House of Morgan, o con il diminutivo più affettuoso di "The Corner".
Il 16 settembre 1920, all'angolo tra Wall e Broad Street, centro simbolico del capitalismo americano, un anarchico italiano arresta il cavallo che traina una carretta carica di esplosivo e si allontana velocemente confondendosi tra la folla. Pochi minuti dopo, alle ore 12.01, l'intero quartiere è sconvolto da una tremenda deflagrazione. Carretta e cavallo sono ridotti in cenere. Le vetrate dei negozi e degli uffici dell'intero isolato esplodono in mille pezzi. La maggior parte degli edifici circostanti prende fuoco e una grossa porzione della House of Morgan è ridotta in rovina. Quando il fumo degli incendi e la polvere si dissipano, Wall Street sembra essere uscita dall'apocalisse. Macerie e carte ovunque coperte da un'impalpabile polvere grigia. Carrette, cavalli e automobili rovesciati e distrutti.
Corpi e brandelli di corpi. Uomini e donne cadaveri o gravemente feriti. Il bilancio dell'attentato è di 33 morti e più di 200 feriti. Sul piano materiale i danni sono stimati a 2 milioni di dollari dell'epoca. Come accade quasi sempre in questo genere di attentati, i morti e i feriti non sono i "grassi" capitalisti proprietari degli immobili, bensì segretari, commessi e passanti che in quel momento si trovano a passeggiare lungo i marciapiedi, mangiando un sandwich o approfittando del sole nella pausa pranzo. J.P. Morgan, che l'anno precedente era miracolosamente sfuggito a un pacco bomba, quel giorno si trova a Londra, e i suoi due soci principali, Thomas W. Lamont e Dwight Morrow, che partecipano a una riunione in una delle sale di conferenza sul retro dell'edificio, escono indenni dall'attentato. L'indomani il New York Times definisce l'attentato "an act of war", riportando quanto proclamato a gran voce dalla New York Chamber of Commerce, che si affretta a chiedere al governatore dello Stato l'invio di truppe federali in grado di fronteggiare possibili analoghi attacchi. Il numero delle vittime non riesce a dare un'idea dell'inferno prodotto dall'esplosione. New York e il Paese sono sconvolti.
Partono subito le indagini a livello federale: l'FBI individua Mario Buda come unico responsabile della strage. Viene incriminato in base alla testimonianza del fabbro ferraio che gli aveva affittato il cavallo poi usato per trainare il carro esplosivo. Quando cominciano le sue ricerche, però, Buda è già scappato in Messico, dove si rivolterà con più di cinquanta uomini contro il governo messicano, da cui rientra poi in Italia, nella natìa Savignano sul Rubicone.
Nel 1927 viene comunque arrestato dalle forze dell'ordine italiane per attività sovversiva; viene spedito al confino, prima sull'isola siciliana di Lipari, poi dal 1932 su quella di Ponza, al centro del mar Tirreno. Qui l'accusa viene modificata in “servizi di spionaggio tra gli anarchici rifugiati in Svizzera”. È un espediente per coprirlo, in quanto Buda, dopo il rientro in patria, non si è mai mosso da Savignano, dove ha continuato ad occuparsi della produzione e vendita di scarpe.
Muore a Savignano, nel 1963.
Mario Buda ha negato fino alla morte la propria colpevolezza in merito all'attentato di Wall Street. D'altra parte lo stesso Bureau of Investigation non riuscì, all'epoca dei fatti, a individuare i colpevoli della strage.
Negli anni 70 la Morgan & Stanley trasferì i propri uffici nel World Trade Center, occupando 15 piani della torre 2. Ancora una volta questi uffici furono sede di un attentato, l'11 settembre del 2001, allorchè il Boeing 767 United centrò proprio gli uffici della banca. Ancora una volta chi ne pagò le conseguenze furono gli innocenti dipendenti.

venerdì 15 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre 1578 la Sacra Sindone viene portata a Torino.
La Sacra Sindone è uno dei grandi misteri della religione cristiana. È un lenzuolo funerario di lino su cui si può scorgere l’immagine di un uomo, torturato e crocefisso. I tratti e i segni di questa figura sono compatibili con quelli descritti nella Passione di Gesù, di conseguenza i fedeli e anche alcuni esperti sostengono che quel lenzuolo sia stato usato per avvolgere il corpo di Cristo nel sepolcro. Ovviamente, non esiste una prova certa della sua autenticità ed è considerato un oggetto di grande fascino, mistero e un segno di fede.
La Sindone è conservata nel Duomo di Torino e periodicamente viene mostrata. L’esposizione si chiama ostensione.  La Sindone è un lenzuolo color giallo ocra con trama a spina di pesce (tessitura tipica di duemila anni fa), con forma rettangolare (4,41m per 1,13m), tagliato su uno dei lati lunghi. Secondo una tesi accreditata, il lenzuolo dovrebbe risalarire al Primo secolo e provenire dalla Palestina: la dimostrazione sono i ritrovamenti nelle fibre del lino di pollini di diverse specie vegetali originari della Palestina. Ma c’è di più. Il lenzuolo è davvero un pezzo di storia che ha attraversato i secoli, non solo della religione, infatti, presenta diversi segni che datano alcuni eventi e che purtroppo lo hanno parzialmente danneggiato. Tra questi, ci sono le bruciature causate dall’ incendio della Sainte-Chapelle du Saint-Suaire, in cui era conservato, nel 1532.
Ciò che però rende davvero particolare questo lenzuolo sono le immagini riportate sulla tela: troviamo una doppia “fotografia” di un corpo umano nudo di grandezza naturale. Si parla di doppia immagine, perché abbiamo il lato frontale del corpo e quello posteriore. Questo fa supporre che Cristo sia stato avvolto. C’è anche il segno della testa, perfettamente allineata con la figura, ma sollevata però dal busto.  È una cosa plausibile, perché il collo per posizione potrebbe non aver lasciato segni. Iniziano, però, proprio dall’analisi di queste immagini i primi dubbi. I segni presenti sembrano la proiezione di una figura umana, non quella che si potrebbe ottenere avvolgendo il corpo nel lenzuolo.
La presenza della Sindone è stata accertata nel 1353, quando il cavaliere Goffredo di Charny annunciò a Lirey, in Francia, di essere in possesso del telo che aveva avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro. Margherita di Charny, discendente di Goffredo, vendette nel 1453 il telo ai duchi di Savoia che lo portarono a Chambéry. Gli esami sull’autenticità arrivarono diversi secoli dopo. La Sindone fu fotografata per la prima volta nel 1898 ed è stata proprio in quest’occasione che si capì che quell’immagine era un negativo (e non un positivo). Apparve chiaro che si trattava della figura di uomo, con la barba e i capelli lunghi. Molto evidenti erano i segni delle torture subite: i tagli su costato, le ferite ai polsi e la piaga causata dallo sfregamento di una grossa trave di legno portata a spalle (la croce probabilmente). È ovvio che la comunità scientifica si stia, ancora oggi, interrogando sull’autenticità.
Una prova molto interessante è quella ricavata nel 1988 dall’analisi del carbonio 14, che ha permesso di datare il lenzuolo tra il 1260 e il 1390.  La datazione potrebbe però dipendere dal prelievo dei campioni analizzati da parti rammendate dopo l’incendio, che colpì il lino, nel 1532 a Chambéry.
Ecco dunque che anche qui non si può essere sicuri. Dopo la rovina di Chambéry, la Sacra Sindone, il 15 settembre 1578, è stata portata a Torino dalla famiglia Savoia. Purtroppo nel 1997 un altro incendio ha minacciato l’incolumità del lenzuolo, quando le fiamme nella notte tra l’11 e il 12 aprile hanno devastando la Cappella del Guarini nel Duomo, dove era conservata.
Nel corso degli anni molti studi e molti esperti hanno analizzato la Sindone e hanno cercato una prova sull’autenticità. La questione è estremamente delicata e dibattuta, tanto che la Chiesa Cattolica non si è mai espressa all’unisono sull’autenticità. Ci sono però gesti, che a volte hanno più peso delle parole. Roma, infatti, ha autorizzato il culto della reliquia nel 1506, con il Papa Giulio II, mentre Giovanni Paolo II e Pio XI si sono espressi in modo ancor più chiaro, ammettendo di credere nell’autenticità del lenzuolo.  Ricordiamo l’invito del 24 maggio 1998, di Papa Giovanni Paolo II in visita alla Sindone: “La Chiesa esorta [gli scienziati] ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati che tali non sono; li invita ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti“.
Sulla Sindone, è estremamente interessante la tesi di Lillian Schwartz, docente alla “School of Visual Arts” di New York, che attraverso la raffigurazione grafica, ha supposto che quel viso, con barba e capelli lunghi, sia il volto di Leonardo da Vinci e che quel telo sia un esperimento del maestro per mettere appunto tecniche “pre-fotografiche”. Questa teoria però è stata sfatata dalla datazione della Sindone, che anticipa la nascita di Da Vinci di circa 100 anni. Ma ricordiamo quanto detto prima, sono solo studi e ipotesi, nulla è sicuro. Ad aggiungere mistero, infine, è stato il pittore e restauratore veneto, Luciano Buso, che il 6 giugno 2011 ha affermato che sul lenzuolo è visibile la firma di Giotto (con la data 1315).  L’artista avrebbe utilizzato una tecnica di scrittura nascosta, ma la data avrebbe in questo caso più senso perché confermerebbe l’analisi al carbonio 14. Anche quest’ipotesi è stata smentita.
Le ultime ostensioni della Sindone sono state nel 2010 (dal 10 aprile al 23 maggio), il 30 marzo 2013 e, più di recente, dal 19 aprile al 24 giugno 2015.

giovedì 14 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 settembre.
Il 14 settembre 1938 nasce Tiziano Terzani.
Tiziano Terzani, scrittore capace con le sue opere di avere grande risonanza nel mondo culturale italiano e mondiale, nasce a Firenze il 14 settembre 1938. Laureatosi con lode in Giurisprudenza nel 1962 presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, frequentata grazie a una borsa di studio, tre anni dopo viene inviato in Giappone dall'azienda Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali.
Consegue poi un Master in Affari Internazionali alla Columbia University di New York, seguendo corsi di storia e lingua cinese. Dai primi anni '70 è corrispondente dall'Asia per il settimanale tedesco "Der Spiegel". Esce nel 1973 il suo libro "Pelle di Leopardo", dedicato alla guerra in Vietnam.
Durante il 1975 è uno dei pochissimi giornalisti che resta a Saigon, in Vietnam, assistendo alla presa di potere da parte dei comunisti: sulla base di questa esperienza Tiziano Terzani scriverà "Giai Phong! La liberazione di Saigon", lavoro che troverà traduzione in varie lingue.
Nel 1979, dopo quattro anni passati ad Hong Kong, si trasferisce con la famiglia a Pechino: per comprendere meglio la realtà cinese viaggia visitando città e paesi chiusi agli stranieri, facendo frequentare ai suoi figli la scuola pubblica cinese.
Il suo libro successivo è "Holocaust in Kambodsch" (1981) dove Terzani racconta il suo viaggio in Cambogia, a Phnom Penh, dopo l'intervento vietnamita.
Viene espulso dalla Cina nel 1984 per "attività controrivoluzionarie": racconta il suo dissenso in "La porta proibita".
Durante il 1985 risiede ad Hong Kong, poi si trasferisce a Tokyo dove rimane fino al 1990.
Intanto collabora con diversi quotidiani e riviste italiane ("Corriere della Sera", "La Repubblica", "L'Espresso", "Alisei") e con la radio e tv svizzera in lingua italiana insieme a Leandro Manfrini.
Sul crollo dell'impero sovietico pubblica nel 1992 "Buonanotte, Signor Lenin": il libro viene selezionato per il "Thomas Cook Award", il premio inglese per la letteratura di viaggio.
Nel 1994 si stabilisce in India assieme alla moglie Angela Staude, scrittrice, e ai due figli.
Nel 1995 viene pubblicato "Un indovino mi disse", cronaca di corrispondente in Asia che per un anno ha vissuto senza mai prendere aerei: questo lavoro diventa un vero e proprio bestseller. A quest'ultimo fa seguito il libro "In Asia" (1998), a metà tra reportage e racconto autobiografico.
Nel 2002 pubblica "Lettere contro la guerra", sull'intervento militare degli Stati Uniti in Afghanistan e sul terrorismo. Il libro, per i suoi contenuti decisamente forti, viene rifiutato da tutti gli editori di lingua anglosassone.
Inizia poi un "pellegrinaggio" che lo porta a intervenire in diverse scuole e incontri pubblici, appoggiando Gino Strada ed Emergency nella causa "Fuori l'Italia dalla guerra".
Nel 2004 esce "Un altro giro di giostra", viaggio nel bene e nel male del nostro tempo, alla ricerca di una cura contro il cancro di cui Terzani è affetto dal 2002. Il libro tratta del suo modo di reagire alla malattia - un tumore all'intestino - cioè quello di viaggiare per il mondo e osservare con lo stesso spirito giornalistico di sempre, le tecniche della più moderna medicina occidentale come quelle delle medicine alternative. Si tratta del viaggio più difficile da lui affrontato, alla ricerca di una pace interiore che lo porterà ad accettare serenamente la morte.
Tiziano Terzani muore a Orsigna (Pistoia) il 28 luglio 2004.
Il figlio Fosco Terzani pubblicherà poi nel 2006 una lunga intervista al padre dal titolo "La fine è il mio inizio". Altra opera postuma sarà "Fantasmi - Dispacci dalla Cambogia", pubblicata nel 2008.

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