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sabato 23 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 settembre.
Il 23 settembre 1889 viene fondata la Nintendo.
Per raccontare la storia dei videogiochi è necessario parlare di Nintendo Company Limited, la più grande azienda di videogame al mondo, fondata da Fusajiro Yamauchi a Kyoto il 23 settembre 1889.  Ovviamente, alla fine dell’Ottocento non esiste neppure l’idea dei giochi digitali, infatti, il signor Yamauchi crea una ditta (la Nintendo Koppai) che produce delle semplici carte da gioco. È a metà del Novecento che Nintendo cambia nome, diventando Nintendo Playing Card Co. Ltd e allarga il suo business grazie a una fruttuosa partnership con The Walt Disney Company. La collaborazione con Walt Disney riempie le casse dell’azienda, ufficialmente lanciata nel mondo del business dedicato all’intrattenimento dei bambini. Nintendo, nonostante, abbia più di 70 anni continua a essere una ditta giovane e a gestione familiare tanto che, nel 1963, a Hiroshi Yamauchi succede il nipote di Fusajiro Yamauchi, manager illuminato che fiuta il mercato dei giocattoli, come occasione per ingrandirsi ancora.
Debutta in questo settore con una sorta di braccio meccanico (molto simile a una pinza), chiamato Ultra Hand, e la collezione Laser Clay Shooting System, una serie di pistole molto amate dai piccoli. Per vedere però i primi videogiochi è necessario aspettare gli anni Settanta. Nel 1977 viene lanciata la prima console Color TV Game 6. Questo modello contiene sei livelli di Pong, il famoso simulatore di tennis da tavola. È un gioco molto elementare, in bianco e nero, ma a metà degli anni Settanta dà il via a una sorta di rivoluzione culturale.
La svolta, quella vera, arriva nel 1981 quando la new entry di Nintendo, il game designer giapponese Shigeru Miyamoto (il papà di Super Mario), crea il gioco Donkey Kong, il più grande successo aziendale dell’epoca. Il protagonista è uno scimmione ghiotto di banane con indosso una cravatta rossa.  Gli appassionati del settore sospettano che il nome Donkey Kong sia nato da un banale refuso, perché in realtà avrebbe dovuto chiamarsi più semplicemente Monkey Kong. Sta di fatto che questo gorilla è sicuramente il primo personaggio di casa Nintendo a diventare una star.
Nel 1980 arriva Nintendo Entertainment System (NES), una console a 8 bit che segna un altro gol nel settore dell’azienda giapponese. Certo, il successo di questa console è strettamente vincolato ai giochi: il primo del 1985 è Super Mario Bros, il prodotto più venduto nella storia dei videogame (40 milioni di copie nel mondo).  Sempre negli anni Ottanta prende il via anche la fase dei videogiochi tascabili e nel 1989 nasce, inoltre, il Game Boy, la prima console portatile di Nintendo.
Gli anni Novanta per Nintendo sono tutti in salita (in termini di profitto) perché non sbaglia un prodotto: troviamo infatti nel 1990 la Super Nintendo Entertainment System (SNES) e poi la Nintendo 64, oggi mandate in pensione dalla Wii e dal GameCube. Il Game Boy, che ha subito diverse rivoluzioni e restyling dal 1989 al 2005, è sicuramente una delle console portatili di maggior successo fino agli inizi del 2000, con i suoi 100 milioni di pezzi venduti.
L’azienda ha poi introdotto nel mercato un nuovo prodotto, che possiamo anche vedere come una sorta di successore del Game Boy ed è il Nintendo DS (arrivato nel 2011 al modello 3DS).  Quest’ultima console deve parte del suo successo al Brain Training, un gioco che serve per allenare il cervello e mantenerlo giovane e attivo. Questo speciale videogame ha conquistato anche quel pubblico normalmente refrattario a questo tipo di intrattenimento.
Con la stessa logica si impone sul mercato la Wii, una console che non solo consente di giocare, ma anche di fare ginnastica, imparare a danzare, o fingersi il grande musicista di una band. Wii è il principale competitor della famosa Xbox 360 di Microsoft Corporation e della PlayStation 3 di Sony.
Nintendo ha davvero una storia incredibile che le ha permesso di festeggiare, con orgoglio, nel 2009 i suoi primi 120 anni attività. Oggi è tra le 10 aziende più importanti del Giappone e il suo valore complessivo supera quello della rivale Sony. Ha prodotto circa 560 giochi differenti, ovviamente, per le sue console di cui ha venduto oltre 557 milioni di pezzi.

venerdì 22 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 settembre.
Il 22 settembre 1960 nasce a l'Aquila Maurizio Cocciolone, noto per un incidente durante la prima guerra nel golfo.
Alla vigilia della guerra del Golfo il governo italiano inviò nel Golfo Persico alcuni velivoli multiruolo Panavia Tornado IDS appartenenti al 155º Gruppo per l'occasione rischierato negli Emirati Arabi Uniti sull'aeroporto di Al Dhafra.
Il 17 gennaio 1991 le forze della Coalizione iniziarono una campagna di bombardamenti sulle posizioni della Guardia repubblicana irachena, sia sul territorio dell'Iraq che su quello del Kuwait.
Il 18 gennaio il maggiore Gianmarco Bellini (pilota) ed il capitano Maurizio Cocciolone (navigatore), a bordo del loro Tornado decollarono con una squadriglia multinazionale di otto velivoli per quella che era la prima missione che vedeva impiegati velivoli italiani nello spazio aereo controllato dagli iracheni, la cui loro missione era annientare un deposito di munizioni nella parte meridionale dell'Iraq. Bellini e Cocciolone furono gli unici che riuscirono a portare a termine il rifornimento in volo malgrado le avverse condizioni meteorologiche. Gli altri sette aerei della squadriglia fallirono e dovettero rientrare alla base. Bellini e Cocciolone decisero di proseguire da soli, effettuando la missione di sgancio a bassa quota e centrando l'obiettivo assegnatogli. L'aereo fu colpito dall'artiglieria contraerea irachena, e dovettero lanciarsi con il seggiolino eiettabile. Vennero catturati dalle truppe irachene e per alcune ore non vi furono notizie circa la loro sorte.
Il 20 gennaio la televisione irachena mostrò un gruppo di prigionieri di guerra della Coalizione, fra cui Cocciolone. Il suo volto tumefatto suggeriva un trattamento brutale e le parole da lui pronunciate sembravano dettate dai suoi carcerieri.
Nessuna notizia di Bellini venne data in questa occasione, facendo temere il peggio. I due aviatori vennero tenuti separati per tutto il tempo della prigionia. In una intervista concessa a quasi venti anni di distanza, l'ufficiale rivelò di essere stato torturato, perdendo alcuni denti per le percosse, subendo una lacerazione della lingua, suturata dai suoi carcerieri e finendo per avere un danno permanente a un nervo della schiena a causa dell'uso di scosse elettriche durante gli interrogatori.
Il 3 marzo, a guerra terminata, entrambi gli ufficiali furono rilasciati dalle autorità irachene.
Attualmente è colonnello e vive a Roma con la moglie Adelina e i suoi due figli: Andrea Silvia e Alessandro.
Bellini e Cocciolone furono gli unici prigionieri di guerra italiani di tutto il conflitto.

giovedì 21 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 settembre.
Il 21 settembre 19 a.C. muore Virgilio.
Publio Virgilio Marone nasce ad Andes, nei pressi di Mantova, il 15 ottobre del 70 a. C. Il padre è Stimicone Virgilio Marone, un piccolo proprietario terriero, mentre la madre è Polla Magio, figlia di un noto mercante. Il giovane Publio Virgilio studia a Cremona presso la scuola di grammatica, conseguendo all'età di quindici anni la toga virile. Si trasferisce a Milano, dove studia retorica e poi nel 53 a. C. a Roma, dedicandosi allo studio del greco, del latino, della matematica e della medicina.
A Roma frequenta la scuola del celebre maestro Epidio, dedicandosi allo studio dell'eloquenza che gli sarebbe servito per intraprendere la carriera professionale di avvocato. In occasione però del suo primo discorso in pubblico, Virgilio, avendo un carattere molto riservato, non riesce nemmeno a introdurre una frase. Avendo dei difetti nella pronuncia, decide di abbandonare gli studi di oratoria, continuando però quelli di medicina, filosofia e matematica.
Virgilio vive in un periodo storico molto complesso, infatti, nel 44 a. C. muore Giulio Cesare in una congiura, poi si accende la rivalità tra Marco Antonio e Ottaviano. Con la battaglia di Filippi del  42 a. C. in cui si scontrano l'esercito di Ottaviano e le Forze di Bruto e Cassio, Virgilio perde molte proprietà che possiede nell'area mantovana e che vengono consegnate ai veterani di Ottaviano. La perdita delle proprietà mantovane lo segna tantissimo, ricordandole sempre con una grande nostalgia. In occasione del suo rientro ad Andes, il poeta incontra dopo anni l'amico Asinio Pollione, che deve distribuire le terre del mantovano ai veterani di Ottaviano.
Nonostante abbia cercato di fare tutto il possibile per tenere i suoi possedimenti, Virgilio non ci riesce, facendo ritorno a Roma nel 43 a. C. L'anno successivo, insieme al padre e agli altri suoi familiari, si trasferisce in Campania, a Napoli. Nonostante l'ospitalità offerta da Augusto e dall'illustre Mecenate a Roma, Virgilio preferisce fare una vita tranquilla nel Sud Italia. Nel suo soggiorno a Napoli egli frequenta la scuola epicurea dei celebri filosofi Filodemo e Sirone.
Nel corso delle lezioni che si tengono nella scuola, conosce numerosi intellettuali, artisti e politici. E' in quest'occasione che incontra Orazio. Dedicandosi alla lettura del "De rerum natura" di Lucrezio, non condivide la concezione secondo cui deve essere negata l'immortalità dell'anima.
Grazie a Mecenate entra a far parte del suo circolo letterario, diventando un poeta molto illustre nell'epoca imperiale. La prima opera di Virgilio è "Le Bucoliche", scritta a Napoli. In questa composizione letteraria il poeta trae ispirazione dai precetti epicurei. Nell'opera sembra voler rappresentare, tramite i suoi personaggi, il dramma che ha segnato la sua vita, ovvero l'esproprio dei suoi possessi mantovani dopo la battaglia di Filippi.
Tra il 36 e il 29 a. C. , durante il suo soggiorno a Napoli, compone un altro dei suoi capolavori letterari: "Le Georgiche". In quest'opera, articolata in quattro libri, racconta il lavoro sui campi, descrive attività come l'allevamento, l'arbicoltura e l'apicoltura. In questo poema inoltre vuole indicare il modello ideale di società umana. I quattro libri contengono sempre una digressione storica: ad esempio, nel primo libro, racconta l'episodio della morte di Cesare, avvenuta il 15 marzo del 44 a. C.
Nel 29 a. C. nella sua abitazione campana, il poeta ospita Augusto che è di ritorno dalla spedizione militare vittoriosa di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra. Virgilio, con l'aiuto di Mecenate, legge ad Augusto il suo componimento poetico, "Le Georgiche". Diventa così uno dei poeti prediletti di Augusto e di tutto l'Impero romano.
L'ultima opera letteraria da lui scritta è "L'Eneide" composta tra il 29 a. C. e il 19 a. C. nella città di Napoli e in Sicilia. Nell'Eneide viene narrata la vicenda di Enea, rappresentato come uomo pio, dedito allo sviluppo del proprio Paese. Enea, con la sua pietas, riesce quindi a fondare la città di Roma, rendendola gloriosa e importante. Il poema ha come obiettivo quello di ricordare la grandezza di Giulio Cesare, del suo figlio adottivo Cesare Ottaviano Augusto e dei loro discendenti. Infatti, Virgilio chiama Ascanio, il figlio di Enea, Iulo considerandolo come uno degli antenati della gloriosa Gens Iulia.
Nell'opera inoltre, con il suo grande ingegno letterario, immagina che i Troiani siano gli antenati dei Romani, mentre i Greci sono rappresentati come dei nemici, i quali poi saranno assoggettati all'Impero romano. Nonostante la sottomissione del popolo greco, i Romani rispettano la sua cultura e civiltà.
Nel 19 a. C. Virgilio svolge un lungo viaggio tra la Grecia e l'Asia con l'obiettivo di conoscere i luoghi che descrive nell'Eneide e per accrescere la sua cultura. Nella città di Atene il poeta incontra Augusto che in quel momento sta facendo ritorno dal suo viaggio nelle Province orientali dell'Impero. Su consiglio dell'imperatore, decide di tornare in Italia a causa delle sue deboli condizioni di salute.
Dopo avere visitato Megara, Publio Virgilio Marone muore a Brindisi il 21 settembre di quello stesso anno a causa di un colpo di sole, mentre sta ritornando dal suo lungo viaggio. Il poeta, prima di morire, chiede ai suoi compagni Varo e Tucca di bruciare il manoscritto dell'Eneide, poiché il poema non è ancora stato finito e sottoposto a revisione.
Le sue spoglie sono in seguito trasferite a Napoli, mentre Augusto e Mecenate fanno pubblicare l'Eneide, affidando il compito a Varo e Tucca, i compagni di studi di Virgilio. In epoca medievale i resti di Virgilio vanno perduti. Nella sua tomba compaiono ancora le seguenti frasi in latino: "Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope, cecini pascua, rura, duces".

mercoledì 20 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 settembre.
Il 20 settembre 1378 ha inizio lo scisma d'occidente, con la designazione di Clemente VII come antipapa.
Con l'espressione 'Scisma d'Occidente' gli storici intendono quel periodo compreso tra il 1378 e il 1417 durante il quale si crea una profonda crisi del potere papale. Si produce infatti una forte lacerazione all'interno della Chiesa occidentale, tanto che si arriva ad un'aspra contesa tra papi e antipapi nella lotta per la conquista del trono pontificio.
Negli stessi anni in cui le Signorie italiane e gli Stati nazionali europei si evolvono verso nuove identità, sia il potere del Papa che quello dell'Imperatore sembrano entrare in crisi. Nel 1294 viene eletto il nuovo papa, Celestino V (1210-1296), passato alla storia come il papa del 'gran rifiuto' poiché rinuncia al suo incarico dopo pochi mesi. Si tratta di un uomo umile, poco propenso alla politica e ai compromessi. Altro carattere aveva invece Bonifacio VIII, papa che ha sempre difeso il primato del potere papale, ricordando che Dio ha dato al pontefice sia il potere spirituale che quello temporale. A mettere in dubbio l'autorità e la superiorità della Chiesa di Roma sono soprattutto i grandi sovrani come il re di Francia, Filippo il Bello, che decide di sospendere i vantaggi fiscali concessi al clero e impone agli ecclesiastici francesi l'obbligo delle tasse. Ma la sovranità papale è messa ancora in discussione durante la cosiddetta 'cattività avignonese' tra il 1309 e il 1377, quando il papa decide di trasferire la sua sede da Roma ad Avignone in Francia. In questo periodo il papato rinuncia alla propria autonomia per subire, in cambio di protezione, pesanti condizionamenti da parte dei re francesi. Nella nuova sede la Chiesa si abbandona anche a una progressiva corruzione dei propri costumi. Dopo circa settant'anni è papa Gregorio XI a prendere la decisione di tornare a Roma, grazie anche all'intervento di Caterina da Siena. Il papa aveva capito che ormai la Francia era impegnata nella Guerra dei Cent'anni e quindi il 27 gennaio del 1377 ritorna a Roma con tutta la curia.
Subito dopo la morte di Gregorio XI i romani protestano contro i cardinali per evitare la probabile elezione di un ennesimo papa francese che avrebbe potuto significare il ritorno del pontefice ad Avignone. L'8 aprile del 1378 inizia il conclave che porta all'elezione di Bartolomeo Prignano, eletto col nome di Urbano VI. Ma alcuni cardinali lasciano Roma e si riuniscono nella città di Fondi, dove il 20 settembre di quell'anno eleggono come papa Roberto di Ginevra, che sceglie il nome di Clemente VII. Quest'ultimo decide poi di riportare la sede papale ad Avignone, in contrapposizione alla sede di Roma. A questo punto si delinea evidentemente quello che è passato alla storia come 'Scisma d'Occidente': ognuno dei due papi procede alla scomunica dell'altro e il mondo cristiano si trova coinvolto in un conflitto di potere che contrappone non solo due fazioni papali ma anche monasteri e comunità divise tra 'obbedienza avignonese' e 'obbedienza romana'. L'Europa si ritrova quindi divisa in due: la Francia, la Scozia, l'Aragona, la Castiglia, la Navarra, il Regno di Napoli e Cipro si schierano per Clemente VII; il Portogallo, la Germania, gran parte dell'Italia, l'Ungheria, l'Inghilterra, l'Irlanda, la Polonia, la Scandinavia seguono Urbano VI. Il caos creato dallo scisma arriva a coinvolgere anche importanti personalità come i futuri santi Vicente Ferrer (sostenitore di Clemente VII) e Caterina da Siena (sostenitrice di Urbano VI). Le curie di Avignone e Roma continueranno ad avanzare le proprie pretese di legittimità anche oltre i primi due papi contendenti, dopo i quali si andrà avanti ad eleggere un papa a Roma e un antipapa ad Avignone.
Intanto negli ambienti cattolici si cominciava a ipotizzare una possibile soluzione al problema poiché c'era il rischio di delegittimare sempre più lo stesso ruolo del papato, gettando così la cristianità nella confusione più totale  Si decide allora di fare un primo tentativo convocando un concilio ecumenico per ricomporre lo scisma e per questo gran parte dei cardinali elettori convocano il Concilio di Pisa nel 1409. In questo concilio si decide di deporre Benedetto XIII e Gregorio XII e di eleggere un nuovo pontefice che diventa papa col nome di Alessandro V.  Quello che doveva essere l'ultimo atto, dopo quasi trent'anni di lotte intestine, finisce per complicare ancor di più la situazione: Gregorio e Benedetto dichiarano illegittimo il concilio e rifiutano di essere deposti.  Così si passa ad avere non più due papi ma bensì tre.  Si arriverà alla soluzione del conflitto solo qualche anno più tardi grazie anche a Giovanni XXIII, succeduto ad Alessandro V.     
Viene convocato il Concilio di Costanza, in Germania, nel 1414 e si concluderà solo nel 1417  Confermata l'autorità del concilio, i cardinali dichiarano antipapi Giovanni XXIII e Benedetto XIII mentre Gregorio XII decide di dimettersi di sua volontà.  In un breve conclave viene eletto papa il cardinale Oddone Colonna che sale al trono papale col nome di Martino V.  L'elezione di questo papa segna la definitiva riappacificazione dello Scisma d'Occidente e Roma torna ad essere l'unica e sola sede pontificia.  Oggi tra i papi ufficiali la Chiesa riconosce la linea romana: Urbano VI, Bonifacio IX, Innocenzo VII, Gregorio XII e Martino V  Invece Clemente VII, Benedetto XIII, Alessandro V e Giovanni XXIII sono considerati antipapi. 

martedì 19 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 settembre.
Il 19 settembre 1994 Andrew Wiles pubblica la dimostrazione dell'ultimo teorema di Fermat.
L'ultimo Teorema di Fermat afferma che non esistono soluzioni intere positive all'equazione:
    a^n + b^n = c^n
se n > 2 .
L'enunciato fu formulato da Pierre de Fermat nel 1637, il quale tuttavia non rese nota la dimostrazione che affermò di aver trovato. Scrisse in proposito, ai margini di una copia dell'Arithmetica di Diofanto sulla quale era solito formulare molte delle sue famose teorie:
    "Dispongo di una meravigliosa dimostrazione di questo teorema, che non può essere contenuta nel margine troppo stretto della pagina".
Nei secoli successivi diversi matematici hanno tentato di fornire una dimostrazione alla congettura di Fermat, tra questi vi sono:
    Eulero, che, nel XVIII secolo, formulò una dimostrazione valida solo per n=3,
    Adrien-Marie Legendre, che risolse il caso n=5,
    Sophie Germain, che, lavorando sul teorema, scoprì che esso era probabilmente vero per n uguale a un particolare numero primo p, tale che 2p + 1 è anch'esso primo: i primi di Sophie Germain.
Solo nel 1994, dopo 7 anni di dedizione completa al problema, e dopo un "falso allarme" nel 1993, Andrew Wiles, affascinato dal teorema che fin da bambino sognava di risolvere, riuscì a dare finalmente una dimostrazione. Da allora ci si può riferire all'ultimo teorema di Fermat come al teorema di Fermat - Wiles.
Wiles utilizzò tuttavia elementi di matematica e algebra moderna che Fermat non poteva conoscere: la dimostrazione che Fermat affermava di avere, se fosse stata corretta, era pertanto diversa. Quasi tutti i matematici sono dell'idea che Fermat si fosse sbagliato e non possedesse una dimostrazione corretta.
La soluzione di Wiles fu pubblicata nel 1995 e premiata il 27 giugno 1997 con il Premio Wolfskehl, consistente in una borsa di 50.000 dollari.
La storia della dimostrazione è notevole almeno quanto il mistero del teorema in sé.
Wiles impiegò sette anni per risolvere quasi tutti i particolari, da solo e in assoluta segretezza (tranne una fase finale di revisione, per la quale si avvalse dell'aiuto di un suo collega di Princeton, Nicholas Katz). Quando, nel corso di tre conferenze tenute all'università di Cambridge tra il 21-23 giugno 1993, Wiles annunciò la dimostrazione, stupì per il numero di idee e di costruzioni usate. Dopo un controllo più attento fu però scoperto un serio errore che sembrava condurre al ritiro definitivo della dimostrazione. Wiles e Taylor trascorsero circa un anno per rivedere la dimostrazione, e nel settembre 1994 pubblicarono la versione finale e corretta, utilizzando in maniera integrata alcune tecniche scartate nei primi tentativi.
Tuttavia, gli strumenti matematici utilizzati non erano conosciuti ai tempi di Fermat, quindi sussiste il mistero sulla dimostrazione che questi ne avrebbe fornito.
Ci sono seri dubbi riguardo alla rivendicazione di Fermat di aver trovato una dimostrazione veramente importante, che fosse corretta.
La dimostrazione di Wiles, di circa 200 pagine nella prima dimostrazione, ridotte a 130 nella versione definitiva, è considerata unanimemente al di là della comprensione della maggior parte dei matematici di oggi. Spesso le dimostrazioni iniziali della maggior parte dei risultati non sono tipicamente le più dirette ed è quindi possibile che, data la complessità, possa esistere una dimostrazione più sintetica ed elementare. Non è però verosimile che la dimostrazione di Wiles possa essere semplificata in maniera significativa, soprattutto fino a essere esprimibile con gli strumenti matematici posseduti da Fermat.
I metodi utilizzati da Wiles erano difatti sconosciuti quando Fermat scriveva e pare estremamente improbabile che Fermat sia riuscito a derivare tutta la matematica necessaria per dimostrare una soluzione. Andrew Wiles stesso ha affermato "è impossibile; questa è una dimostrazione del XX secolo".
Dunque, o esiste una dimostrazione più semplice che i matematici finora non hanno trovato, o Fermat semplicemente si sbagliò. Per questo sono particolarmente interessanti diverse dimostrazioni errate, ma in prima analisi plausibili, che erano alla portata di Fermat. La più nota si basa sul presupposto erroneo che l'unicità della scomposizione in fattori primi funzioni in tutti gli anelli degli elementi integrali dei campi sui numeri algebrici.
Questa è una spiegazione accettabile per molti esperti della teoria dei numeri, considerando anche che molti dei maggiori matematici successivi che hanno lavorato sul problema hanno seguito questo percorso e talvolta hanno anche sinceramente creduto di aver dimostrato il teorema, salvo successivamente dover ammettere di avere fallito.
Il fatto che Fermat non abbia pubblicato, né comunicato a qualche amico o collega, nemmeno un'enunciazione circa l'esistenza di una dimostrabilità (come invece faceva di solito per le sue soluzioni), può essere un forte indizio di un suo successivo ripensamento, dovuto a una tardiva scoperta di un errore nel suo tentativo di dimostrazione. Fermat, inoltre, pubblicò successivamente un suo lavoro di dimostrazione per il caso speciale n=4 (ovvero a^4 + b^4 = c^4). Se realmente avesse ancora ritenuto di possedere una dimostrazione completa per il teorema, non avrebbe pubblicato un tale lavoro parziale, indice che la ricerca non era per lui conclusa.
Lo stesso dicasi dei matematici che, dopo di lui, dimostrarono il teorema per dei numeri singoli. Si trattò senz'altro eventi notevoli ma di portata non risolutiva, dato che per definizione i numeri sono infiniti. Ciò che si richiedeva era un procedimento che permettesse la generalizzazione della dimostrazione.

lunedì 18 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Il 18 settembre 2009 è andata in onda in America, dopo 72 anni di programmazione, l'ultima puntata della soap opera "The guiding light" (in italiano Sentieri), la più longeva soap opera al mondo.
Sentieri nasce in radio nel gennaio del 1937 sulle frequenze della NBC: narra le vicende del Reverendo John Ruthledge, una vera e propria guida morale e spirituale per gli inquieti abitanti di Five Points, sobborgo di Chicago. Il Reverendo tiene una lampada sempre accesa alla finestra del suo studio (da qui il titolo originale di "La Luce che Guida") come segnale per chiunque abbia bisogno di aiuto o di un consiglio. Il Reverendo ha una figlia di nome Mary che s'innamora ricambiata di Ned, un giovane a cui il Reverendo ha fatto da padre. Nel 1939, il personaggio di Rose Kransky, amica di Mary, ha il primo figlio illegittimo nella storia dei radiodrammi.
Nel corso dei suoi 72 anni di vita, la soap non ha mai dimenticato le sue origini, facendo spesso molti riferimenti (anche durante la sigla americana) al celebre "mantra" del protagonista iniziale, il Reverendo Ruthledge: "C'è un destino che ci rende fratelli, nessuno di noi viaggia da solo: tutto quello che portiamo nella vita degli altri ritorna nella nostra".
Infatti, nel 2007, in occasione del suo 70º anniversario di vita e in nome dello spirito di fratellanza degli inizi, la soap ha creato una puntata speciale in cui ha raccontato la sua storia radiofonica, e si è dedicata a numerose iniziative di solidarietà, dando il via alla campagna "Find Your Light" (Trova la Tua Luce), con l'intero cast impegnato nella ricostruzione delle case distrutte dall'Uragano Katrina.
La soap, prodotta dalla Procter and Gamble Productions (produttrice tra l'altro di saponi, da cui l'espressione SOAP OPERA con cui vengono definite Sentieri e le sue eredi), ha visto nel corso degli anni ospiti illustri: da Christopher Walken a Joan Collins (che nel 2002, per un breve periodo, interpretò Alexandra Spaulding sostituendo Marj Dusay), da Kevin Bacon a Calista Flockhart, fino ai più televisivi Sherry Stringfield (E.R.), Frank Grillo (Blind Justice e Prison Break), Peter Gallagher (The O.C.), Victor Garber (Alias) e Melina Kanakaredes (CSI: New York e Providence). Del cast di Sentieri hanno fatto parte anche: i già citati James Earl Jones e Ruby Dee, il premio Oscar Mira Sorvino, Hayden Panettiere e Sendhil Ramamurthy di Heroes, Thomas Gibson di Dharma & Greg e Criminal Minds, Michelle Forbes, JoBeth Williams, John Wesley Shipp, Allison Janney, Richard Burgi, Paige Turco, Bethany Joy Lenz, Brittany Snow, Taye Diggs, Rebecca Mader, Cicely Tyson, Billy Dee Williams, James Lipton, Amanda Seyfried, Joe Lando, Keir Dullea, Blythe Danner, Sorrell Booke, Sandy Dennis, Jan Sterling, Joan Bennett, Jimmy Smits, Chris Sarandon, Doug Hutchison, Ian Ziering, Ving Rhames, Frances Fisher, Lainie Kazan, Matthew Morrison, Lea Michele, Mercedes McCambridge, Paul Wesley, Matthew Bomer, Nia Long, Angela Bassett e tanti altri attori famosi.
Non da meno è il cast italiano dei doppiatori, che vanta alcuni tra i migliori esponenti del settore. Fra i più noti, le attrici Lella Costa e Veronica Pivetti, che per molti anni hanno prestato la voce rispettivamente ai personaggi di Reva Shayne e Harley Cooper.
Così come gli anni di programmazione, tantissimi sono gli estimatori della soap e gli Emmy Awards conseguiti: 3 come miglior soap opera, 6 come miglior sceneggiatura (più di ogni altra serie), 28 ai suoi attori, e decine in tutte le altre importanti categorie. Negli Stati Uniti Sentieri è stata la soap opera più seguita secondo i rating Nielsen nelle stagioni 1956-1957 e 1957-1958, superata nella stagione 1958-1959 dalla soap sorella Così gira il mondo, ma rimanendo comunque per decenni al secondo posto degli ascolti del daytime.
In Italia la soap opera ha debuttato su Canale 5 il 25 gennaio del 1982 (con gli episodi della stagione 1978/79) alle ore 13.30 ed è stata spostata successivamente alle 14.30 per poi passare a Rete 4, nel settembre del 1988.
Dalla metà degli anni novanta fino al marzo del 2012 è caratterizzata da una sigla dove vi è una carrellata dei principali personaggi, accompagnata dalla seconda strofa e dal ritornello della canzone di Billy Joel This is the time, sigla italiana della soap dal 1986. A chiudere quest'elenco dei personaggi, è sempre la protagonista Reva Shayne.
In occasione delle 10.000 puntate, Rete 4 ha trasmesso uno speciale della soap in prima serata: 10.000 Sentieri d'Amore condotto da Alessandro Cecchi Paone e Lorella Cuccarini, che ha inciso una cover della sigla italiana della soap: This is the time.
Nel gennaio del 1992, in occasione del quarantesimo anniversario televisivo, Marta Flavi e Fabio Testi hanno presentato in prima serata L'Amore comincia a 40 anni... di Sentieri, con ospiti Robert Newman e Kimberly Simms.
Nel 1993, visto il successo in termini di ascolti, Sentieri è andato in onda anche in prima serata per alcune settimane.
Da metà degli anni novanta, la soap è andata in onda divisa in due parti (la prima parte alle 13.00 e la seconda alle 14.00, con in mezzo l'edizione giorno del Tg4. In seguito è stata collocata per un'ora alle 14.00 e successivamente alle 15.00, con una puntata riassuntiva la domenica alle 12.30.
Nel gennaio del 1997, Patrizia Rossetti ha presentato Buon Compleanno Sentieri, per festeggiare i 60 anni della soap, con ospiti tutti i doppiatori italiani della soap insieme a Giorgio Bellocci, autore del libro Sentieri: come nasce una leggenda televisiva.
Dopo una breve collocazione nel preserale alle 19.45 la soap è stata spostata definitivamente alle ore 16.00 nel settembre del 2002. Nel maggio 2008 viene testata per poche settimane al mattino alle 10.30, per poi tornare nella sua collocazione del pomeriggio.
Negli anni ottanta, Sentieri raccoglieva all'ora di pranzo quasi 4 milioni di telespettatori; negli anni duemiladieci seguita da 700.000 telespettatori con uno share medio del 7%.
Il 7 marzo 2012 Mediaset ha deciso di concludere la programmazione della soap opera a causa degli elevati costi per l'acquisto delle puntate: la programmazione italiana di Sentieri si è dunque conclusa dopo trent'anni a meno di 700 episodi dalla fine naturale della serie.

domenica 17 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 settembre.
Il 17 settembre 1907, dopo alcuni primi anni di produzione di prototipi, viene ufficialmente aperta la Harley-Davidson Motor Company.
Se parliamo della storia della moto ci vengono in mente nomi famosi nel vecchio continente: Triumph, BMW, Moto Guzzi. Ma certo non si può prescindere da un nome che urla la sua presenza dall’altra parte dell’Oceano, un nome che è rimasto per tanti anni sinonimo di grandi cilindrate e di lunghe percorrenze chilometriche nel coast to coast. Oggi i transatlantici della strada sono diffusi un po’ dappertutto tra le case motociclistiche, europee o giapponesi che siano, ma certo quel nome continua ad essere un faro, per un certo modo di intendere il turismo in moto: Harley-Davidson.
Milwaukee è una piccola città nel Wisconsin, nel cuore dell’America rurale del nord, famosa per una squadra di basket tra le più titolate nell’NBA ma anche per aver dato i natali a quella leggenda dei bikers che è l’Harley-Davidson: nel 1902 William Harley e Arthur Davidson, due ventenni intraprendenti, costruirono una bicicletta motorizzata nel garage di Arthur, uno spazio di tre metri per cinque.
Da quel prototipo il 28 agosto 1903 nacque l’azienda e ne iniziò la produzione che per il primo anno si fermò al numero di tre esemplari prodotti.
Il primo stabilimento vero e proprio sorse nel 1906 in Juneau Avenue dove sorge ancor oggi il quartier generale dell’azienda. La prima sede era un edificio di 240 metri quadri, nel ’07 i mezzi prodotti furono 150 e, soprattutto, iniziarono a fornire i primi mezzi alla polizia, primo gradino nella costruzione della leggenda.
Le prime moto furono tutte monocilindriche, il primo bicilindrico a V di 45° nacque nel ’909: con una cilindrata di 810 cm3 erogava 7 hp e una velocità massima di 97 kmh. Venne prodotta in 1149 esemplari. Questo portò la H-D ad espandere lo stabilimento che nel ’13 raggiunse una superficie di 28.000 mq nella quale vennero prodotti in quell’anno quasi tredicimila esemplari. Il colosso del motociclismo era nato.
Le guerre, se sono un tormento e una sofferenza per le popolazioni, per molti affaristi sono invece una miniera d’oro per incrementare i propri giri d’affari. L’Harley-Davidson non produceva articoli di interesse bellico, ma nella prima guerra mondiale i militari necessitavano di molti mezzi per le operazioni, H-D ne sfornò circa 45.000 (due monocilindriche e tre bicilindriche), la strada era ormai tracciata.
Dopo la fine della guerra, nel 1920, Harley-Davidson era la maggiore produttrice mondiale di moto, presente in 67 paesi, il 28 aprile 1921 un suo mezzo raggiunse – primo al mondo – i 160 kmh. Le cilindrate erano intanto salite fino ai 1200 cc e alcune caratteristiche tipiche della casa di Milwaukee fecero la loro comparsa, a partire dal tipico serbatoio a goccia (Teardrop). La grande depressione degli anni trenta non impose la sua dura legge all’Harley-Davidson che rimase aperta insieme alla Indian, uniche due “factory” a salvarsi in quel periodo tragico.
Ancora una volta, qualche anno dopo, un’altra guerra contribuì alle fortune della factory di Milwaukee come le 88.000 moto prodotte per il secondo conflitto mondiale stanno lì a dimostrare, in realtà un migliaio di queste furono delle copie della BMW utilizzata dall’esercito tedesco. La quasi totalità fu comunque rappresentata dalle WLA delle quali una 750 la ritroviamo protagonista con Alberto Sordi in “Un americano a Roma”, quale rappresentante delle molte entrate nel mercato postbellico e diventate icone nell’immaginario collettivo dei motociclisti di casa nostra.
Gli anni successivi vedono la Harley crescere sia nelle cilindrate sia nei fatturati ma la capacità innovativa si era arenata a confronto dei competitor giapponesi. Tuttavia, passata sotto la guida dell’AMF, fu alla metà degli anni ’70 che la H-D, legata al marchio italianissimo della Aermacchi, conquistò gli unici titoli iridati della sua storia con Walter Villa come pilota.
La risalita del marchio è da datare agli inizi degli anni ’80 dopo che la AMF rivendette il marchio ad un gruppo di 13 investitori. Fu la Softail Custom del 1984, un motore da 1340 cm3 a riportare la Harley-Davidson tra le moto più ricercate dalla sua tipica clientela, crescita che fu confermata, poco dopo, dalla Fat Boy del 1990.
La lunga storia dell’H-D prosegue, alla fine degli anni ’90, con l’acquisizione della Buell, creazione di un ex ingegnere della stessa Harley.
La storia moderna, a cavallo tra il 1999 e i primi anni del nuovo millennio, vede un’evoluzione tecnologica con i nuovi modelli e i nuovi motori, dai 1450 cc del Twin Cam 88 ai primi esempi di iniezione elettronica che porterà nel 2007 ad eliminare completamente il carburatore anche dai modelli 883 e 1200.
Oggi l’Harley offre un catalogo estremamente ricco sia per numero di modelli sia, soprattutto, per le molteplici possibilità di customizzazione estremamente gradite al proprio pubblico di appassionati, tanto che spesso è difficile trovare due esemplari dello stesso modello con la medesima configurazione. Le varie personalizzazioni comprendono anche il mondo extra motociclistico con un merchandising che copre molte aree, dall’abbigliamento ai gadget domestici – bicchieri, stoviglie, accessori vari – e un grande dinamismo anche in questo settore.
Certo l’Harley-Davidson è rientrata a pieno diritto nell’immaginario collettivo, non solo dei motociclisti, tanto che inforcando una concorrente dotata di un bicilindrico le cui forme potrebbero ricordare quello della casa di Milwaukee spesso qualche passante ti avvicina chiedendoti se si tratta proprio di un’ H-D.
In realtà un vero possessore di Harley saprebbe riconoscere subito dal sound del motore, se si tratta di un modello della casa americana, tanto che qualche anno fa la H-D provò anche – infruttuosamente – a brevettarne il suono.
In ogni caso , nonostante non sia certo tra i mezzi più economici, le Harley-Davidson sono tra le moto che più facilmente si incontrano sulle strade in qualunque stagione: il segreto di questa marca sta proprio nella filosofia “on the road” de suoi “owners”, gente per cui la strada non è un fine: è un mezzo per godere della propria due ruote, un mito a due cilindri.

sabato 16 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 settembre.
Il 16 settembre 1920 un anarchico italiano, Mario Buda, fa esplodere una bomba davanti alla sede della Morgan & Stanley.
A New York era una soleggiata mattina di settembre, il 16 settembre 1920. La banca Morgan era situata al 23 di Wall Street. J.P. Morgan aveva acquistato la proprietà nel 1912 dalla famiglia Drexel, suo precedente socio in affari. A stare ai giornali dell'epoca il prezzo pagato per l'acquisto dell'edificio, 3 milioni di dollari, costituiva un record per il mercato immobiliare newyorkese.  Ma le spese non si erano esaurite nell'acquisto del palazzo, poiché J.P. Morgan aveva dato ordine che lo si abbattesse e si erigesse al suo posto l'edificio, che per quanto rimaneggiato, si può vedere ancora oggi: un immobile di soli tre piani, pomposo e lontano dallo stile consueto dei grattacieli avveniristici che già nel 1912 proliferavano in città. Quell’edificio era conosciuto nel mondo della finanza come The House of Morgan, o con il diminutivo più affettuoso di "The Corner".
Il 16 settembre 1920, all'angolo tra Wall e Broad Street, centro simbolico del capitalismo americano, un anarchico italiano arresta il cavallo che traina una carretta carica di esplosivo e si allontana velocemente confondendosi tra la folla. Pochi minuti dopo, alle ore 12.01, l'intero quartiere è sconvolto da una tremenda deflagrazione. Carretta e cavallo sono ridotti in cenere. Le vetrate dei negozi e degli uffici dell'intero isolato esplodono in mille pezzi. La maggior parte degli edifici circostanti prende fuoco e una grossa porzione della House of Morgan è ridotta in rovina. Quando il fumo degli incendi e la polvere si dissipano, Wall Street sembra essere uscita dall'apocalisse. Macerie e carte ovunque coperte da un'impalpabile polvere grigia. Carrette, cavalli e automobili rovesciati e distrutti.
Corpi e brandelli di corpi. Uomini e donne cadaveri o gravemente feriti. Il bilancio dell'attentato è di 33 morti e più di 200 feriti. Sul piano materiale i danni sono stimati a 2 milioni di dollari dell'epoca. Come accade quasi sempre in questo genere di attentati, i morti e i feriti non sono i "grassi" capitalisti proprietari degli immobili, bensì segretari, commessi e passanti che in quel momento si trovano a passeggiare lungo i marciapiedi, mangiando un sandwich o approfittando del sole nella pausa pranzo. J.P. Morgan, che l'anno precedente era miracolosamente sfuggito a un pacco bomba, quel giorno si trova a Londra, e i suoi due soci principali, Thomas W. Lamont e Dwight Morrow, che partecipano a una riunione in una delle sale di conferenza sul retro dell'edificio, escono indenni dall'attentato. L'indomani il New York Times definisce l'attentato "an act of war", riportando quanto proclamato a gran voce dalla New York Chamber of Commerce, che si affretta a chiedere al governatore dello Stato l'invio di truppe federali in grado di fronteggiare possibili analoghi attacchi. Il numero delle vittime non riesce a dare un'idea dell'inferno prodotto dall'esplosione. New York e il Paese sono sconvolti.
Partono subito le indagini a livello federale: l'FBI individua Mario Buda come unico responsabile della strage. Viene incriminato in base alla testimonianza del fabbro ferraio che gli aveva affittato il cavallo poi usato per trainare il carro esplosivo. Quando cominciano le sue ricerche, però, Buda è già scappato in Messico, dove si rivolterà con più di cinquanta uomini contro il governo messicano, da cui rientra poi in Italia, nella natìa Savignano sul Rubicone.
Nel 1927 viene comunque arrestato dalle forze dell'ordine italiane per attività sovversiva; viene spedito al confino, prima sull'isola siciliana di Lipari, poi dal 1932 su quella di Ponza, al centro del mar Tirreno. Qui l'accusa viene modificata in “servizi di spionaggio tra gli anarchici rifugiati in Svizzera”. È un espediente per coprirlo, in quanto Buda, dopo il rientro in patria, non si è mai mosso da Savignano, dove ha continuato ad occuparsi della produzione e vendita di scarpe.
Muore a Savignano, nel 1963.
Mario Buda ha negato fino alla morte la propria colpevolezza in merito all'attentato di Wall Street. D'altra parte lo stesso Bureau of Investigation non riuscì, all'epoca dei fatti, a individuare i colpevoli della strage.
Negli anni 70 la Morgan & Stanley trasferì i propri uffici nel World Trade Center, occupando 15 piani della torre 2. Ancora una volta questi uffici furono sede di un attentato, l'11 settembre del 2001, allorchè il Boeing 767 United centrò proprio gli uffici della banca. Ancora una volta chi ne pagò le conseguenze furono gli innocenti dipendenti.

venerdì 15 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre 1578 la Sacra Sindone viene portata a Torino.
La Sacra Sindone è uno dei grandi misteri della religione cristiana. È un lenzuolo funerario di lino su cui si può scorgere l’immagine di un uomo, torturato e crocefisso. I tratti e i segni di questa figura sono compatibili con quelli descritti nella Passione di Gesù, di conseguenza i fedeli e anche alcuni esperti sostengono che quel lenzuolo sia stato usato per avvolgere il corpo di Cristo nel sepolcro. Ovviamente, non esiste una prova certa della sua autenticità ed è considerato un oggetto di grande fascino, mistero e un segno di fede.
La Sindone è conservata nel Duomo di Torino e periodicamente viene mostrata. L’esposizione si chiama ostensione.  La Sindone è un lenzuolo color giallo ocra con trama a spina di pesce (tessitura tipica di duemila anni fa), con forma rettangolare (4,41m per 1,13m), tagliato su uno dei lati lunghi. Secondo una tesi accreditata, il lenzuolo dovrebbe risalarire al Primo secolo e provenire dalla Palestina: la dimostrazione sono i ritrovamenti nelle fibre del lino di pollini di diverse specie vegetali originari della Palestina. Ma c’è di più. Il lenzuolo è davvero un pezzo di storia che ha attraversato i secoli, non solo della religione, infatti, presenta diversi segni che datano alcuni eventi e che purtroppo lo hanno parzialmente danneggiato. Tra questi, ci sono le bruciature causate dall’ incendio della Sainte-Chapelle du Saint-Suaire, in cui era conservato, nel 1532.
Ciò che però rende davvero particolare questo lenzuolo sono le immagini riportate sulla tela: troviamo una doppia “fotografia” di un corpo umano nudo di grandezza naturale. Si parla di doppia immagine, perché abbiamo il lato frontale del corpo e quello posteriore. Questo fa supporre che Cristo sia stato avvolto. C’è anche il segno della testa, perfettamente allineata con la figura, ma sollevata però dal busto.  È una cosa plausibile, perché il collo per posizione potrebbe non aver lasciato segni. Iniziano, però, proprio dall’analisi di queste immagini i primi dubbi. I segni presenti sembrano la proiezione di una figura umana, non quella che si potrebbe ottenere avvolgendo il corpo nel lenzuolo.
La presenza della Sindone è stata accertata nel 1353, quando il cavaliere Goffredo di Charny annunciò a Lirey, in Francia, di essere in possesso del telo che aveva avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro. Margherita di Charny, discendente di Goffredo, vendette nel 1453 il telo ai duchi di Savoia che lo portarono a Chambéry. Gli esami sull’autenticità arrivarono diversi secoli dopo. La Sindone fu fotografata per la prima volta nel 1898 ed è stata proprio in quest’occasione che si capì che quell’immagine era un negativo (e non un positivo). Apparve chiaro che si trattava della figura di uomo, con la barba e i capelli lunghi. Molto evidenti erano i segni delle torture subite: i tagli su costato, le ferite ai polsi e la piaga causata dallo sfregamento di una grossa trave di legno portata a spalle (la croce probabilmente). È ovvio che la comunità scientifica si stia, ancora oggi, interrogando sull’autenticità.
Una prova molto interessante è quella ricavata nel 1988 dall’analisi del carbonio 14, che ha permesso di datare il lenzuolo tra il 1260 e il 1390.  La datazione potrebbe però dipendere dal prelievo dei campioni analizzati da parti rammendate dopo l’incendio, che colpì il lino, nel 1532 a Chambéry.
Ecco dunque che anche qui non si può essere sicuri. Dopo la rovina di Chambéry, la Sacra Sindone, il 15 settembre 1578, è stata portata a Torino dalla famiglia Savoia. Purtroppo nel 1997 un altro incendio ha minacciato l’incolumità del lenzuolo, quando le fiamme nella notte tra l’11 e il 12 aprile hanno devastando la Cappella del Guarini nel Duomo, dove era conservata.
Nel corso degli anni molti studi e molti esperti hanno analizzato la Sindone e hanno cercato una prova sull’autenticità. La questione è estremamente delicata e dibattuta, tanto che la Chiesa Cattolica non si è mai espressa all’unisono sull’autenticità. Ci sono però gesti, che a volte hanno più peso delle parole. Roma, infatti, ha autorizzato il culto della reliquia nel 1506, con il Papa Giulio II, mentre Giovanni Paolo II e Pio XI si sono espressi in modo ancor più chiaro, ammettendo di credere nell’autenticità del lenzuolo.  Ricordiamo l’invito del 24 maggio 1998, di Papa Giovanni Paolo II in visita alla Sindone: “La Chiesa esorta [gli scienziati] ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati che tali non sono; li invita ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti“.
Sulla Sindone, è estremamente interessante la tesi di Lillian Schwartz, docente alla “School of Visual Arts” di New York, che attraverso la raffigurazione grafica, ha supposto che quel viso, con barba e capelli lunghi, sia il volto di Leonardo da Vinci e che quel telo sia un esperimento del maestro per mettere appunto tecniche “pre-fotografiche”. Questa teoria però è stata sfatata dalla datazione della Sindone, che anticipa la nascita di Da Vinci di circa 100 anni. Ma ricordiamo quanto detto prima, sono solo studi e ipotesi, nulla è sicuro. Ad aggiungere mistero, infine, è stato il pittore e restauratore veneto, Luciano Buso, che il 6 giugno 2011 ha affermato che sul lenzuolo è visibile la firma di Giotto (con la data 1315).  L’artista avrebbe utilizzato una tecnica di scrittura nascosta, ma la data avrebbe in questo caso più senso perché confermerebbe l’analisi al carbonio 14. Anche quest’ipotesi è stata smentita.
Le ultime ostensioni della Sindone sono state nel 2010 (dal 10 aprile al 23 maggio), il 30 marzo 2013 e, più di recente, dal 19 aprile al 24 giugno 2015.

giovedì 14 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 settembre.
Il 14 settembre 1938 nasce Tiziano Terzani.
Tiziano Terzani, scrittore capace con le sue opere di avere grande risonanza nel mondo culturale italiano e mondiale, nasce a Firenze il 14 settembre 1938. Laureatosi con lode in Giurisprudenza nel 1962 presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, frequentata grazie a una borsa di studio, tre anni dopo viene inviato in Giappone dall'azienda Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali.
Consegue poi un Master in Affari Internazionali alla Columbia University di New York, seguendo corsi di storia e lingua cinese. Dai primi anni '70 è corrispondente dall'Asia per il settimanale tedesco "Der Spiegel". Esce nel 1973 il suo libro "Pelle di Leopardo", dedicato alla guerra in Vietnam.
Durante il 1975 è uno dei pochissimi giornalisti che resta a Saigon, in Vietnam, assistendo alla presa di potere da parte dei comunisti: sulla base di questa esperienza Tiziano Terzani scriverà "Giai Phong! La liberazione di Saigon", lavoro che troverà traduzione in varie lingue.
Nel 1979, dopo quattro anni passati ad Hong Kong, si trasferisce con la famiglia a Pechino: per comprendere meglio la realtà cinese viaggia visitando città e paesi chiusi agli stranieri, facendo frequentare ai suoi figli la scuola pubblica cinese.
Il suo libro successivo è "Holocaust in Kambodsch" (1981) dove Terzani racconta il suo viaggio in Cambogia, a Phnom Penh, dopo l'intervento vietnamita.
Viene espulso dalla Cina nel 1984 per "attività controrivoluzionarie": racconta il suo dissenso in "La porta proibita".
Durante il 1985 risiede ad Hong Kong, poi si trasferisce a Tokyo dove rimane fino al 1990.
Intanto collabora con diversi quotidiani e riviste italiane ("Corriere della Sera", "La Repubblica", "L'Espresso", "Alisei") e con la radio e tv svizzera in lingua italiana insieme a Leandro Manfrini.
Sul crollo dell'impero sovietico pubblica nel 1992 "Buonanotte, Signor Lenin": il libro viene selezionato per il "Thomas Cook Award", il premio inglese per la letteratura di viaggio.
Nel 1994 si stabilisce in India assieme alla moglie Angela Staude, scrittrice, e ai due figli.
Nel 1995 viene pubblicato "Un indovino mi disse", cronaca di corrispondente in Asia che per un anno ha vissuto senza mai prendere aerei: questo lavoro diventa un vero e proprio bestseller. A quest'ultimo fa seguito il libro "In Asia" (1998), a metà tra reportage e racconto autobiografico.
Nel 2002 pubblica "Lettere contro la guerra", sull'intervento militare degli Stati Uniti in Afghanistan e sul terrorismo. Il libro, per i suoi contenuti decisamente forti, viene rifiutato da tutti gli editori di lingua anglosassone.
Inizia poi un "pellegrinaggio" che lo porta a intervenire in diverse scuole e incontri pubblici, appoggiando Gino Strada ed Emergency nella causa "Fuori l'Italia dalla guerra".
Nel 2004 esce "Un altro giro di giostra", viaggio nel bene e nel male del nostro tempo, alla ricerca di una cura contro il cancro di cui Terzani è affetto dal 2002. Il libro tratta del suo modo di reagire alla malattia - un tumore all'intestino - cioè quello di viaggiare per il mondo e osservare con lo stesso spirito giornalistico di sempre, le tecniche della più moderna medicina occidentale come quelle delle medicine alternative. Si tratta del viaggio più difficile da lui affrontato, alla ricerca di una pace interiore che lo porterà ad accettare serenamente la morte.
Tiziano Terzani muore a Orsigna (Pistoia) il 28 luglio 2004.
Il figlio Fosco Terzani pubblicherà poi nel 2006 una lunga intervista al padre dal titolo "La fine è il mio inizio". Altra opera postuma sarà "Fantasmi - Dispacci dalla Cambogia", pubblicata nel 2008.

mercoledì 13 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 settembre,
Il 13 settembre 1944 il questore di Fiume Giovanni Palatucci, che avrebbe salvato quasi 5000 ebrei falsificandone i documenti, viene arrestato dai tedeschi e successivamente deportato a  Dachau, dove muore il 10 febbraio dell'anno successivo.
Giovanni Palatucci viene ricordato come il commissario di pubblica sicurezza che salvò dalla deportazione migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale e fu per questo deportato egli stesso nel campo di concentramento di Dachau, dove morì. Per le sue gesta, Giovanni Palatucci è Medaglia d'oro al merito civile, Giusto tra le nazioni per lo Yad Vashem (12 settembre 1990) e Servo di Dio per la Chiesa cattolica.
Ma a dar retta al crescente coro di storici e ricercatori che da anni studiano il più celebrato tra i «giusti» italiani, il mito di Palatucci non sarebbe altro che una truffa clamorosa orchestrata da amici e parenti del presunto eroe che si dice abbia salvato oltre 5.000 ebrei in una regione dove non ve n’erano neanche la metà. L’ipotesi di un salvataggio di massa da parte di Palatucci era già stata categoricamente esclusa dal Ministero degli Interni in un memorandum del luglio 1952 e successivamente dalla commissione dell’Istituto dei Giusti di Yad Vashem nel 1990. In una tavola rotonda organizzata dal Centro Primo Levi alla Casa Italiana Zerilli Merimò di New York, l’ex direttore di Yad Vashem Mordecai Paldiel ha spiegato che sotto la sua supervisione, nel 1990 Palatucci fu riconosciuto «giusto fra le nazioni» per aver aiutato «una sola donna», Elena Aschkenasy, nel 1940, e che la commissione «non ha rinvenuto alcuna prova né testimonianza che avesse prestato assistenza al di là di questo caso».
Eppure nel 1955 l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane gli conferisce una decorazione e nel 1995 lo Stato italiano la Medaglia d'oro al merito civile. Durante la cerimonia ecumenica Giubilare del 7 maggio 2000, papa Giovanni Paolo II lo annovera tra i martiri del XX Secolo. Nel 2004 si conclude la fase diocesana del processo di canonizzazione con la proclamazione a Servo di Dio dell’eroe morto a Dachau nel ’45, all’età di 35 anni. Ma chi ha condotto la ricerca storica sulla quale si sono basati questi riconoscimenti? Come nasce il mito del «Schindler italiano»? Le biografie ufficiali - di cui l’ultima, Giovanni Palatucci: un giusto e martire cristiano di Antonio De Simone e Michele Bianco con la prefazione del Cardinale Camillo Ruini - parlano di migliaia di ebrei da lui inviati nel campo di internamento di Campagna dove sarebbero stati protetti dal Vescovo Giuseppe Maria Palatucci, zio di Giovanni. Il famigerato campo che proprio il vescovo, nel 1953, definì un «luogo di villeggiatura». «Impossibile», replica Anna Pizzuti, curatrice del database degli ebrei stranieri internati in Italia, «Quaranta in tutto sono i fiumani internati a Campagna. Un terzo del gruppo finì ad Auschwitz».
Le biografie ricordano poi gli 800 reduci ebrei che nel 1939 si sarebbero clandestinamente imbarcati sul battello greco Agia Zoni che salpò da Fiume il 17 marzo 1939 diretto in Palestina e sarebbe stato allestito personalmente dall’eroico commissario. Ma dal diario della guida del gruppo conservato a Yad Vashem e dai documenti della capitaneria di porto raccolti presso l’Archivio di Stato, si scopre che fu un’operazione dell’Agenzia Ebraica di Zurigo, avvenuta sotto lo stretto controllo dei superiori di Palatucci che non solo innescarono un penoso processo di estorsione ma fecero respingere al confine i più bisognosi dei rifugiati, gli apolidi e i fuoriusciti da Dachau.
Dagli archivi si scopre che Palatucci fu funzionario di pubblica sicurezza presso la Questura di Fiume dal 1937 al 1944, dove era addetto all’ufficio stranieri e si occupò dei censimenti dei cittadini ebrei sulla cui base la Prefettura applicava le leggi razziali. Proprio a Fiume i censimenti furono condotti con una capillarità ineguagliabile e le leggi applicate con un accanimento che provocò proteste internazionali e la reazione dello stesso Ministero degli Interni. Secondo la monografia di Silva Bon Le Comunità ebraiche della Provincia italiana del Carnaro Fiume e Abbazia (1924-1945) e i dati raccolti nel Libro della Memoria di Liliana Picciotto, durante la breve reggenza di Palatucci la percentuale di ebrei deportati da Fiume fu tra le più alte d’Italia. L’affresco familiare recentemente pubblicato da Silvia Cuttin mostra con lucidità e accuratezza l’esperienza tragica degli ebrei fiumani.
In "Giovanni Palatucci, Una Giusta Memoria" Marco Coslovich ricostruisce l’ambiguo profilo professionale di un vice commissario di polizia che appena trentenne giura fedeltà alla Repubblica di Salò. «Palatucci non fu mai questore di Fiume», rivela Coslovich, «ma vice commissario aggiunto sotto il controllo di superiori notoriamente antisemiti». Tutt’altro che in conflitto con essi, le carte mostrano che egli era considerato un funzionario modello. Definito «insostituibile» dal prefetto Testa, godeva appieno dei suoi favori. Tra aprile e inizio settembre 1944 fu reggente alle dirette dipendenze dei gerarchi di Salò Tullio Tamburini ed Eugenio Cerruti. Anche lo storico Michele Sarfatti nel programma tv "La storia siamo noi" dedicato a Palatucci, nel 2008 ha espresso dubbi sulla plausibilità di numeri sproporzionati rispetto a una comunità di poco più di un migliaio di persone che tra emigrazione e internamento era ridotta a poco più di 500 persone nell’ottobre del 1943.
Secondo lo storico veneziano Simon Levis Sullam l’affaire Palatucci s’inserisce nella questione più vasta di come la persecuzione antiebraica nell’Italia Fascista e il ruolo degli italiani sono stati rappresentati negli anni dalla fine della guerra. Spiega Sullam, co-curatore dell’ultima grande opera sulla Shoah in Italia edita dalla UTET (2012): «Il mito del bravo italiano ha costituito dopo la Seconda guerra mondiale una fonte di auto-assoluzione collettiva rispetto al sostegno offerto a politiche antisemite e razziste nel periodo 1937-1945, cui migliaia di italiani parteciparono direttamente». Coslovich sottolinea come più della metà del fascicolo personale di Palatucci riguarda gli sforzi compiuti dal padre Felice e dallo zio Vescovo per la riabilitazione completa del commissario rispetto all’epurazione, la concessione di una pensione di guerra che la legge accordava solo a vedove e orfani dei caduti (Palatucci era invece celibe) e il coinvolgimento del governo italiano nel designare il loro congiunto come «salvatore di ebrei».
Tra il 1952 e il 1953, il Vescovo Giuseppe Maria Palatucci si avvale della collaborazione scritta di Rodolfo Grani, un ebreo fiumano di origine ungherese che aveva conosciuto durante il suo breve internamento a Campagna. Eppure lo storico Mauro Canali, esperto di storia del sistema di polizia fascista all’Università di Camerino, sostiene che nella copiosa fonte documentaria riguardante Grani non vi è segno che abbia mai incontrato Giovanni Palatucci. Aveva invece conosciuto Palatucci il Barone Niel Sachs de Gric, anch’egli ebreo fiumano di origine ungherese, avvocato della curia e rappresentante della Santa Sede per il Concordato con la Jugoslavia. Nel 1952 il vescovo gli invia un articolo da pubblicare sull’Osservatore Romano con «l’invito» a firmarlo al suo posto. I documenti attribuiti a Grani e Sachs, la cui autenticità è tutta da verificare e nessuno dei quali ricevette l’aiuto del commissario, sono all’origine dell’epica palatucciana. L’ultimo tassello della leggenda a cadere è quello relativo alle circostanze della sua morte. La motivazione dell’arresto firmata da Herbert Kappler e depositata all’Archivio Centrale dello Stato non lascia dubbi: Palatucci fu accusato di tradimento dai tedeschi per aver trasmesso al nemico (gli inglesi), documenti della Repubblica Sociale di Salò che chiedevano di trattare l’indipendenza di Fiume, non per aver protetto gli ebrei di quella città.

martedì 12 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 settembre.
Il 12 settembre 1992 Ambrogio Fogar cade in un incidente durante una spedizione e rimane paralizzato.
Ambrogio Fogar nasce a Milano il 13 Agosto 1941. Fin da giovanissimo coltiva la passione per l'avventura. A soli diciotto anni attraversa le Alpi con gli sci per ben due volte. Successivamente si dedica al volo: al suo 56° lancio con il paracadute subisce un grave incidente, ma si salva con grande fortuna. La paura e lo spavento non lo fermano e arriva ad ottenere il brevetto di pilota per piccoli aerei acrobatici.
Nasce poi un grande amore per il mare. Nel 1972 attraversa in solitario l'Atlantico del Nord per buona parte senza l'uso del timone. Nel gennaio 1973 partecipa alla regata Città del Capo - Rio de Janeiro.
Dal giorno 1 novembre 1973 fino al 7 dicembre 1974 compie il giro del mondo in barca a vela in solitario navigando da Est verso Ovest contro le correnti e il senso dei venti. E' il 1978 quando "Surprise", la sua barca, nel tentativo di circumnavigare l'Antartide viene affondata da un'orca e naufraga al largo delle isole Falkland. Comincia la deriva su una zattera che durerà 74 giorni con l'amico giornalista Mauro Mancini. Mentre Fogar verrà tratto in salvo per coincidenze fortuite, l'amico perderà la vita.
Dopo aver trascorso due mesi intensi ed impegnativi in Alaska per imparare a guidare i cani da slitta, Fogar si trasferisce nella zona dell'Himalaia e successivamente in Groenlandia: il suo obiettivo è preparare un viaggio in solitaria, a piedi, per raggiungere il Polo Nord. L'unica compagnia sarà il suo fedele cane Armaduk.
Dopo queste imprese Fogar approda in televisione con la trasmissione "Jonathan: dimensione avventura": per sette anni Fogar girerà il mondo con la sua troupe, realizzando immagini di rara bellezza e spesso in condizioni di estremo pericolo.
Fogar non poteva non subire l'attrazione e il fascino del deserto: tra le sue avventure successive annovera la partecipazione a tre edizioni della Parigi-Dakar oltre a tre Rally dei Faraoni. E' il 12 settembre 1992 quando durante il raid Parigi-Mosca-Pechino la macchina su cui viaggia si capovolge e Ambrogio Fogar si ritrova con la seconda vertebra cervicale spezzata e il midollo spinale tranciato. L'incidente gli provoca un'immobilità assoluta e permanente, che ha come grave danno conseguente l'impossibilità di respirare autonomamente.
Da quel giorno per Ambrogio Fogar resistere è l'impresa più ardua della sua vita.
Durante la sua carriera Fogar è nominato commendatore della Repubblica Italiana e ha ricevuto la medaglia d'oro al valore marinaro.
Nell'estate del 1997 compie un giro d'Italia in barca a vela su di una sedia a rotelle basculante. Battezzato "Operazione Speranza", nei porti dove si ferma, il giro promuove una campagna di sensibilizzazione nei confronti delle persone disabili, destinate a vivere su una carrozzella.
Ambrogio Fogar ha scritto vari libri, due dei quali "Il mio Atlantico" e "La zattera", hanno vinto il Premio Bancarella Sport. Tra gli altri titoli ricordiamo "Quattrocento giorni intorno al mondo", "Il Triangolo delle Bermude", "Messaggi in bottiglia", "L'ultima leggenda", "Verso il Polo con Armaduk", "Sulle tracce di Marco Polo" e "Solo - La forza di vivere".
Per comprendere i valori umani che Fogar rappresentava e che egli stesso voleva trasmettere sarebbero sufficienti poche delle sue stesse parole (tratte dal libro "Solo - La forza di vivere"):
"In queste pagine ho cercato di mettere tutto me stesso. Soprattutto dopo essere stato così duramente ferito dal destino. Tuttavia ho ancora un ritaglio di vita. E' strano scoprire l'intensità che l'uomo ha nei confronti della voglia di vivere: basta una bolla d'aria rubata da una grotta ideale, sommersa dal mare, per dare la forza di continuare quella lotta basata su un solo nome: Speranza. Ecco, se leggendo queste pagine qualcuno sentirà la rinnovata voglia di sperare, avrò assolto il mio impegno, e un altro momento di questa vita così affascinante, così travagliata e così punita si sarà compiuto. Una cosa è certa: nonostante le mie funzioni non siano più quelle di una volta, sono fiero di poter dire che sono ancora un uomo."
Ambrogio Fogar veniva considerato un miracolo umano, ma anche un simbolo e un esempio da seguire: un sopravvissuto che può portare la speranza a quei duemila sfortunati che ogni anno in Italia sono vittime di lesioni midollari; il suo caso clinico dimostra come si può convivere con un handicap gravissimo.
"È la forza della vita che ti insegna a non mollare mai - racconta lui stesso - anche quando sei sul punto di dire basta. Ci sono cose che si scelgono e altre che si subiscono. Nell'oceano ero io a scegliere, e la solitudine diventava una compagnia. In questo letto sono costretto a subire, ma ho imparato a gestire le emozioni e non mi faccio più schiacciare dai ricordi. Non mi arrendo, non voglio perdere".
Dal suo letto Ambrogio Fogar aiutava la raccolta di fondi per l'associazione mielolesi, era testimonial per Greenpeace contro la caccia alle balene, rispondeva alle lettere degli amici e collaborava con "La Gazzetta dello Sport" e "No Limits world".
Dalla scienza arrivavano buone notizie. Le cellule staminali danno qualche chance: si sperimentano per la sclerosi multipla, poi, forse, per le lesioni midollari. Contemporaneamente all'uscita del suo ultimo libro "Contro vento - La mia avventura più grande", nel mese di giugno 2005 arrivava la notizia che Ambrogio Fogar era pronto a recarsi in Cina per sottoporsi alle cure con cellule fetali del neurochirurgo Hongyun. Poche settimane dopo, il 24 agosto 2005, Ambrogio Fogar si spegneva, a causa di un arresto cardiaco.
"Io resisto perché spero un giorno di riprendere a camminare, di alzarmi da questo letto con le mie gambe e di guardare il cielo", diceva Fogar. E in quel cielo, tra le le stelle, ce n'è una che porta il suo nome: Ambrofogar Minor Planet 25301. Gli astronomi che l'hanno scoperta l'hanno dedicata a lui. È piccola, ma aiuta a sognare ancora un po'.

lunedì 11 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 settembre.
L'11 settembre 1599 a Roma viene giustiziata Beatrice Cenci per l'omicidio del padre Francesco.
Beatrice Cenci nacque a Roma il 6 febbraio 1577 da Ersilia Santacroce e dal conte Francesco Cenci e la sua storia è legata a gravi fatti di sangue che si svolsero tra il 1598 ed il 1599. La vicenda di Beatrice, accusata di parricidio e per questo motivo giustiziata sulla piazza di Ponte S.Angelo, fu narrata da scrittori, tra i quali Stendhal, storici ed artisti, come testimonia il celebre dipinto attribuito a Guido Reni. Per meglio comprendere gli avvenimenti occorre fare un passo indietro ed analizzare i luoghi, i personaggi e l'atmosfera nei quali la giovane nobildonna visse. I Cenci sono una nobile famiglia romana discendente dall'antica "gens Cincia", ovvero da Lucio Cincio Alimento, storico e politico romano vissuto nel III secolo a.C., ma secondo alcuni discenderebbero da un Cencio del ramo dei Crescenzi, che ebbero alte cariche prefettizie nel Medioevo. Il padre di Beatrice, Francesco Cenci, fu l'ultimo esponente di una nobile e ricca casata romana, che si era conquistata ricchezza, onore e fama nel Medioevo e nel Rinascimento ed era diventata una delle più ricche ed influenti famiglie della Roma papalina. Francesco si sposò con Ersilia Santacroce dalla quale ebbe diversi figli: Antonina, Beatrice, Giacomo, Cristoforo, Rocco e Bernardo. Il conte fu uomo rissoso, violento e spesso in contrasto con la giustizia, tanto che durante il pontificato di papa Sisto V, per sfuggirne l'estremo rigore, si vide costretto a vivere nella Rocca di Petrella Salto. In questo periodo ed in questi luoghi si svolse uno dei primi fatti sanguinari di questa vicenda: Francesco Cenci, invaghitosi di una fanciulla del vicino paese di Vittiana, tal Annetta Riparella, la fece prima rapire e poi, visto il violento rifiuto della donna, uccidere dai suoi uomini. La fanciulla era però l'amante di un capo brigante del luogo, tal Marzio Catalano, il quale, venuto a conoscenza del misfatto e dell'autore, corse alla Rocca per vendicarsi, ma il conte Cenci, avvisato in tempo dal servitore Olimpio, si era già rifugiato a Napoli e poi a Roma. Francesco poté ritornare nella sua città perché nel frattempo papa Sisto V era morto e la tolleranza di sempre era tornata a regnare sovrana, seppur giustificata dal fatto che ben tre pontefici, Urbano VII, Gregorio XIV ed Innocenzo IX, regnarono nel giro di 2 anni. Nel 1592 salì al soglio pontificio Clemente VIII, un papa di indole pia, che di certo non costituiva un impedimento alla scelleratezza di Francesco Cenci. Questi trattava i figli molto severamente e li faceva vivere in uno stato di indigenza, facendogli mancare anche il necessario. La situazione cambiò quando Francesco Cenci si invaghì di una donna bellissima, Lucrezia Petroni, la quale però inizialmente non ricambiava l'affetto: pochi mesi dopo il Cenci spedì i tre figli maschi, Giacomo, Cristoforo e Rocco all'Università di Salamanca in Spagna e poi, forse non casualmente, subito dopo la moglie morì. Nel 1593 Francesco Cenci poté sposare Lucrezia Petroni ed organizzò le cose di palazzo affinché la sua famiglia non avesse alcuna comunicazione con l'esterno onde evitare che si venisse a conoscenza dei suoi misfatti. Antonina, però, informata ugualmente riguardo le strane circostanze nelle quali la madre morì, scrisse un memoriale al papa nel quale lo scongiurava di trovarle marito o di farla chiudere in convento. Clemente VIII, forse mosso a compassione, la fece maritare con Carlo Gabrielli, appartenente ad una delle più nobili famiglie di Gubbio, e costrinse il padre a darle una grossa dote. I tre figli maschi, nel frattempo, non ricevendo più alcun sostentamento dal padre, tornarono a Roma: Francesco considerò l'atto il massimo dell'insubordinazione e non solo rifiutò loro alcuna somma per gli alimenti ma non li volle più neanche a palazzo. Anche loro si rivolsero allora direttamente al pontefice per cercare una soluzione al problema e questi costrinse il padre ad assegnare loro una discreta somma affinché potessero almeno pagarsi un affitto. Nel 1598 Francesco fu arrestato in seguito ad un'accusa di abusi sessuali e fu costretto a pagare una forte ammenda per essere scarcerato e scagionato dalla terribile ed infamante imputazione. Due dei suoi figli, Rocco e Cristoforo, nel frattempo, vennero uccisi nel corso di violente liti, mentre Giacomo si sposò con una donna dalla quale ebbe anche figli. La bellezza e la grazia di Beatrice iniziarono a fiorire e l'attenzione del padre verso la figlia aumentò, generando così il più orrendo dei sentimenti. Francesco nascose la figlia agli occhi di tutti, sia per evitare che qualche pretendente la chiedesse in sposa, e quindi che fosse costretto a versare una cospicua dote, sia perché voleva le sue grazie tutte per sé. La matrigna Lucrezia, al fine di salvare la figliastra dal padre-mostro, introdusse in casa monsignor Guerra, un giovane avviato alla carriera ecclesiastica ed addetto alla Corte del papa, nella speranza di darla in sposa. Francesco, venuto a conoscenza del fatto, decise di partire in gran segreto per la Rocca di Petrella con Beatrice e Lucrezia, accompagnate dal servitore Marzio (ovvero lo stesso capo brigante al quale il Cenci aveva ucciso la fidanzata ed ancora in attesa di vendetta). L'altro servitore, Olimpio, fece in tempo ad avvertire monsignor Guerra ed il fratello di Beatrice, Giacomo, i quali lo incaricarono di assoldare sicari ed uccidere Francesco durante il viaggio ma questi giunse incolume al castello. Lucrezia e Beatrice furono così rinchiuse al secondo piano della lugubre Rocca e così vissero a lungo come recluse. Un primo tentativo di uccidere il rude signore fu effettuato da Marzio con un pugnale durante una delle visite che il padre effettuava presso la cella della figlia: ma il Cenci, uomo dedito a frequenti risse, da tempo portava sotto le vesti un giustacuore formato da una maglia durissima di acciaio e quindi sfuggì alla morte. Marzio fu costretto a fuggire e decise di tornare a Roma da monsignor Guerra: durante il tragitto incontrò Olimpio e i due, giunti dal Guerra, gli consegnarono alcune lettere disperate che Beatrice gli aveva scritte. Questi promise ai due servitori 2.000 zecchini se avessero assassinato il Cenci e così questi tornarono alla Rocca dove, grazie all'aiuto di Lucrezia, riuscirono ad introdursi. Francesco venne ucciso il 9 settembre 1598 durante il sonno da Olimpio e Marzio con due colpi di chiodo inferti col martello, uno in un occhio e l'altro alla gola, per evitare la maglia di acciaio; in seguito il corpo fu gettato dal torrione del castello su un albero sottostante e le ferite mascherate affinché sembrassero inferte dai rami. Così la famiglia Cenci rientrò a Roma, nel proprio palazzo, e pian piano Beatrice riacquistò i sensi e la salute, tanto che dopo poche settimane sembrò avesse già riacquistato la propria bellezza. La Regia Corte di Napoli, però, inviò alla Rocca di Petrella, per indagare sulla morte del Cenci, un Commissario, il quale fece riesumare il corpo. Le ferite inferte sul corpo non convinsero il Commissario ma, nonostante i dubbi, la Regia Corte non diede seguito alle indagini né richiamò da Roma la famiglia Cenci, alla quale comunque giunse notizia delle indagini. Giacomo Cenci inviò allora alcuni sicari per uccidere Olimpio e Marzio, ovvero coloro che avrebbero potuto incolpare la famiglia: il primo fu rintracciato ed ucciso, ma il secondo, arrestato dalla giustizia di Napoli per un altro omicidio, confessò l'efferato delitto di Francesco Cenci. La Corte Criminale di Napoli inviò così alla Giustizia di Roma la tremenda notizia e quindi la famiglia Cenci venne arrestata. Giacomo e Bernardo furono condotti alla Corte Savella, Lucrezia e Beatrice rimasero invece rinchiuse nel loro palazzo sotto controllo delle guardie. Monsignor Guerra invece non fu arrestato, o perché non menzionato da Marzio oppure in qualità di addetto al clero. Marzio fu condotto a Roma per testimoniare il misfatto e, insieme a Beatrice e Lucrezia, fu condotto a Corte Savella: questi probabilmente non si rese conto che le sue ammissioni avrebbero avuto gravissime conseguenze per la famiglia Cenci, e per Beatrice in particolare, cosicché, condotto dinanzi al giudice Ulisse Moscati, ritrattò la confessione. Neanche le durissime torture alle quali venne sottoposto riuscirono a distogliere la sua volontà di ritrattazione, tanto che alla fine vi morì. Non essendovi nel processo prove ed indizi del delitto, gli Auditori della Ruota Criminale decretarono una provvisoria reclusione degli indagati in Castel S.Angelo. Nel frattempo venne arrestato il sicario di Olimpio che confessò il delitto e nominò i mandanti. Monsignor Guerra, camuffatosi da carbonaio, riuscì a lasciare Roma ed a rifugiarsi in Francia; Giacomo, Bernardo e Lucrezia, invece, sottoposti alla tortura della corda, confessarono (certamente non per volontà propria) i delitti, accusando proprio Beatrice come la principale responsabile dell'omicidio di Francesco. Costei, invece, sopportò i tormenti della corda senza proferire parola né confessando nulla, tanto che il giudice Moscati vide in lei la chiarezza e la forza dell'innocenza ed a tal proposito fece un rapporto al papa. Clemente VIII non fu di questa opinione ed infatti incaricò il giudice Cesare Luciani, già noto per la sua severità ai tempi di Sisto V, di proseguire gli interrogatori. Beatrice, condotta dinanzi al nuovo giudice, fu accusata di essere non soltanto una complice ma la vera mandante del delitto e di fronte a tali accuse rispose: "Taccia di grazia dal dire tante iniquità; io non conosco veruna di queste circostanze e di questi fatti...". Terribili le torture alle quali Beatrice fu sottoposta per giorni ma nessuna di esse fu tale da farle confessare il delitto, finché non furono condotti dinanzi a lei i suoi accusatori, ovvero i fratelli Giacomo e Bernardo e la matrigna Lucrezia. La confessione alfine avvenne, non per paura delle torture ma per la pietà verso i fratelli: Beatrice e Lucrezia furono lasciate nelle celle della Corte Savella, mentre Giacomo e Bernardo [Beatrice Cenci di Guido Reni] furono condotti nel carcere di Tor di Nona. Clemente VIII odiava i Cenci e non gli parve vero di poterli finalmente distruggere ed impadronirsi dei loro averi: così privò tutti i membri delle famiglia del titolo, confiscò i loro beni, compresi i gioielli ed il quadro raffigurante "Beatrice", attribuito a Guido Reni, e vendette il tutto alla famiglia Borghese. Il pontefice inizialmente ordinò che fossero tutti squartati, senza neanche un processo, ma poi, condotto a più miti consigli, ordinò che questo fosse effettuato. Nonostante l'avvocato difensore Prospero Farinacci, al fine di alleggerire la posizione di Beatrice, accusò Francesco Cenci di stupro nei confronti di Beatrice, i Cenci furono giudicati colpevoli e condannati: alla decapitazione Beatrice e Lucrezia, allo squartamento Giacomo: soltanto Bernardo, per la sua giovane età, ebbe salva la vita, anche se fu costretto ad assistere alla condanna. L'11 settembre 1599 il corteo con Beatrice, Giacomo, Bernardo e Lucrezia sfilò lungo le strade di Roma tra ali di folla: un fatto singolare avvenne in via Giulia quando si sparse la voce che Beatrice fosse stata graziata dal papa, tanto che la giovinetta venne prelevata da alcuni giovani, prontamente bloccati da soldati a cavallo. Il primo ad essere condotto sul palco fu Bernardo, ignaro del suo destino e convinto fino all'ultimo momento di essere giustiziato anch'egli: dopo essere svenuto, fu fatto sedere dinanzi alla mannaia. La prima ad essere giustiziata fu Lucrezia Petroni: un colpo di spada le tagliò la testa. Una sommossa popolare fece seguito alla prima esecuzione e la polizia faticò non poco per far tornare la calma. Fu così il turno di Beatrice la quale, al carnefice che le si fece incontro, disse: "Lega questo corpo ma spicciati a sciogliere quest'anima che deve giungere all'immortalità ed alla eterna gloria". Un profondo silenzio accolse la giovane sul palco, che lentissimamente si avvicinò al ceppo, da sola vi collocò la testa e da sola si tolse il velo dal collo, attendendo il colpo fatale, invocando ad alta voce "Gesù e Maria". Anche per lei giunse implacabile il colpo di spada. Giacomo fu poi mazzolato, scannato e squartato. Il corpo di Beatrice Cenci fu raccolto dai confratelli della Compagnia della Misericordia e, insieme ad una folla commossa, venne portata in processione fino alla chiesa di S.Pietro in Montorio, dove fu seppellita sotto l'altare maggiore, tutta ornata di rose, con il capo poggiato su un piatto d'argento, come omaggio ad una vittima della sopraffazione dei potenti. Curioso osservare come i due boia che eseguirono le condanne di Beatrice e Giacomo Cenci e di Lucrezia Petroni, ovvero Mastro Alessandro Bracca e Mastro Peppe, conclusero tragicamente i loro giorni: il primo morì 13 giorni dopo il supplizio dei Cenci, oppresso da incubi notturni per il rimorso di avere inflitto i feroci tormenti ai condannati, mentre il secondo morì accoltellato un mese dopo a Porta Castello, non lontano dal luogo dell'esecuzione. Fino al settembre 1789 la testa di Beatrice rimase nella teca, ovvero fino a quando, durante la Prima Repubblica Romana, i soldati francesi che avevano occupato Roma si abbandonarono a razzie e vandalismi: secondo la testimonianza del pittore Vincenzo Camuccini che assistette all'episodio mentre restaurava la "Trasfigurazione" di Raffaello, uno di questi soldati, tal Jean Maccuse, profanò la teca e, dopo essersi divertito a prendere a calci il teschio di una delle donne più belle e sfortunate di Roma, andò via con il misero resto in tasca. Il francese, colpito da una terribile maledizione, da quel momento in poi non ebbe più pace: si narra che, scherzo del destino, alla fine la sua testa andò ad ornare la teca di un sultano in Africa. Questo è il triste epilogo della storia di Beatrice Cenci, martire inconsapevole di una giustizia spettacolare in un'epoca crudele e violenta. Molte sono le leggende che aleggiano intorno alla crudele e prematura fine di Beatrice: la più famosa è quella nella quale si narra che il suo fantasma appaia la sera dell'11 settembre di ogni  anno sugli spalti della Rocca di Petrella Salto e sugli spalti di Castel S.Angelo. Un'ultima notizia: durante i lavori di scavo eseguiti nell'ultimo decennio dell'Ottocento per l'incanalamento del Tevere, nel punto in cui si ergeva il palco delle esecuzioni capitali e da cui si accedeva ai magazzini che custodivano gli "attrezzi" del mestiere del boia, fu  rinvenuta nel greto del fiume una "spada di giustizia" risalente al XVI secolo. Quasi sicuramente si tratta della spada con cui si eseguivano le decapitazioni e probabilmente è la stessa con cui furono decapitate Beatrice Cenci e Lucrezia Petroni. La lama della spada è lunga 101 cm e larga 5 nella sommità e 7 verso la base, mentre l'impugnatura è in legno e misura 39 cm.

domenica 10 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 settembre.
Il 10 settembre 2003 viene uccisa il ministro degli esteri svedese Anna Lindh.
Nelle elezioni del 1995, i Socialdemocratici tornarono ancora una volta alla giuda della Svezia guidati da Ingvar Carlsson, il quale diede le dimissioni un anno dopo, lasciando il partito nelle mani di Göran Persson che mantenne salda la leadership fino alle elezioni del 2006.
Nei dieci anni di governo Persson di sicuro il momento di maggiore crisi fu nel 2003, per l'omicidio di Anna Lindh, allora Ministro degli Esteri. Prima del suo omicidio, il nome di Anna Lindh era diventato famoso durante gli anni di presidenza svedese dell'Unione Europea.
La Lindh, infatti, era stata nominata presidente del Consiglio dell'UE, svolgendo importanti incarichi nei Balcani, riuscendo a scongiurare una possibile guerra civile tra kossovari e macedoni. Inoltre, le sue posizioni sulla guerra in Iraq furono altrettanto dure, affermando che "una guerra fatta senza l'approvazione delle Nazioni Unite sarebbe destinata all'insuccesso".
L'impegno politico e la fama della Lindh l'avevano portata ad essere una delle maggiori candidate alla successione nella guida del partito. Ma il 10 settembre del 2003, fu pugnalata mentre faceva shopping in un grande magazzino di Stoccolma (ovviamente senza scorta). A nulla valsero l'immediato trasferimento nell'ospedale Karolinska e un lungo intervento chirurgico: la Lindh morì il giorno dopo.
Le indagini scattarono subito, con l'identificazione del possibile colpevole filmato dalle telecamere a circuito chiuso dei grandi magazzini. Il 24 settembre venne fermato Mijailo Mijailovic, un giovane svedese figlio di immigrati serbi, il cui DNA combaciava con quello presente su un cappellino trovato accanto alla scena del crimine. Per giunta, Mijailovic somigliava all'uomo filmato dalle telecamere.
Il 6 gennaio 2004, Mijailovic confessò di aver ucciso il Ministro. In un primo momento, inquirenti e media pensarono che l'omicidio avesse una motivazione politica, dato che la Lindh era stata uccisa pochi giorni prima del referendum sull'entrata svedese nell'Euro (lei era una delle maggiori sostenitrice del sì). Altrettanto, forte sembrò una probabile pista legata all'impegno della Lindh nei Balcani.
Mijailovic, però, era già conosciuto per una serie di aggressioni (al padre e ad alcune ragazze) e per di più era uscito da una clinica psichiatrica pochi giorni prima di commettere l'omicidio. Nel marzo 2004, un tribunale svedese condannò il reo confesso all'ergastolo, dichiarando che, sebbene sofrisse di grossi disturbi psichici, all'epoca del delitto Mijailovic era capace di intendere e di volere.

sabato 9 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 settembre.
Il 9 settembre 1737 nasce a Bologna Luigi Galvani.
Compie i primi studi in lettere e filosofia, secondo la moda del tempo; poi, dopo essersi laureato presso la Scuola di Medicina dell'Università di Bologna nel 1759 (avendo seguito, tra l'altro, le lezioni di Giuseppe Monti e Jacopo Bartolomeo Beccari per storia naturale e chimica, Domenico Maria Gusmano Galeazzi per anatomia e Gaetano Tacconi per chirurgia e filosofia), entra nell'Accademia delle Scienze: dapprima come alunno, dopodiché viene nominato professore di Anatomia e Operazioni Chirurgiche. Nel giro di sette anni, si ritrova presidente dell'Accademia.
Sposatosi, nel 1764, con Lucia Maddalena Galeazzi, figlia del suo insegnante di anatomia, diverrà membro, quindici anni più tardi, del Terz'Ordine Francescano, ma la sua profonda religiosità non viene percepita come un ostacolo alla sua attività o libertà di ricerca. Ricerca che si esplica specialmente nell'ambito dell'anatomia comparata, finalizzata a specificare funzioni e struttura del corpo umano tramite lo studio degli animali. Già al 1762 risale "De ossibus. Theses physico-medico-chirurgicae", un trattato incentrato su patologie e strutture delle ossa, mentre nel 1767 viene pubblicato "De renibus atque ureteribus volatilium", dedicato agli ureteri e ai reni degli uccelli. Si segnalano, inoltre, "De volatilium aure", scritti sull'anatomia dell'apparato uditivo degli uccelli, e "Disquisitiones anatomicae circa membranam pituitariam", relative alla membrana pituitaria.
Un ingegno decisamente versatile, insomma, è quello di Galvani, che ricopre numerosi incarichi di prestigio all'università, dividendosi tra l'insegnamento, la ricerca e la professione medica: considerando l'esercizio della medicina prima di tutto una missione, non di rado rinuncia a ricevere onorari pur di dedicarsi all'assistenza ai poveri.
Oltre a tenere lezioni pubbliche in casa propria (dove ha allestito un laboratorio in cui svolge gli esperimenti e dispone di una ricca biblioteca composta da oltre quattrocento volumi) e nella Sala del Teatro Anatomico, in qualità di custode delle camere anatomiche ha anche la possibilità di tenere pubbliche lezioni a scultori, pittori e chirurghi. Letterato, oltre che scienziato, si dedica alla scrittura di diverse opere letterarie, sia in latino (secondo il classicismo caratteristico della cultura del tempo) che in italiano, tra sonetti, elogi, poemetti ed orazioni, alcuni dedicati alla moglie amata.
Diventa lettore in medicina, poi lettore di anatomia pratica e infine professore di ostetricia, prima di rifiutarsi, nel 1790, di prestare giuramento di rispetto della Costituzione Repubblicana, ritenuta in contrasto con i suoi valori religiosi: un rifiuto che lo porta all'emarginazione e all'esclusione dalle cariche pubbliche che in quel momento riveste.
Nel 1791, in ogni caso, pubblica il "De viribus electricitatis in motu musculari commentarius", l'opera in cui illustra le sue teorie relative all'elettricità animale, risultato di indagini sperimentali e studi prolungati. Galvani, infatti, nel 1790 si era accorto, dissezionando una rana, che un muscolo collegato a un nervo si contrae in conseguenza della stimolazione del nervo stesso. Come? Durante il celebre esperimento entrato nella storia, lo studioso disseca l'animale e lo colloca su di un piano al fianco di una macchina elettrica, a una certa distanza: dopo che uno dei suoi assistenti con la punta di uno scalpello tocca leggermente i nervi crurali della bestiolina, i suoi muscoli degli arti si contraggono, come in preda a convulsioni tossiche.
Un altro assistente nota che il fenomeno si verifica nel momento in cui dal conduttore della macchina viene fatta scoccare una scintilla. Galvani, quindi, ipotizza che esista una relazione tra vita ed elettricità, scegliendo di proseguire gli esperimenti sulle rane e in particolare tenendo sotto osservazione il movimento dei loro muscoli sulla base della carica elettrostatica cui vengono sottoposti: parla, dunque, di elettricità intrinseca all'animale. L'idea viene accettata da numerosi fisiologi ed osteggiata da altri: tra questi, l'allora professore di fisica Alessandro Volta, impiegato all'Università di Pavia, che ritiene che a provocare le contrazioni dei muscoli non sia l'elettricità insita nell'animale (che, secondo Galvani, viene prodotta dal cervello e trasmessa e controllata mediante i nervi), ma una semplice irritazione dei nervi stessi. In seguito, si scoprirà che entrambi hanno ragione (e gli studi del bolognese risulteranno indispensabili per l'invenzione della pila chimica).
Benché sotto il governo napoleonico venga iscritto nell'elenco dei professori emeriti, Galvani, dopo il "gran rifiuto", si trasferisce, ignaro di tale riconoscimento, nell'abitazione in cui è cresciuto da bambino: qui muore in povertà il 4 dicembre 1798. Verrà sepolto di fianco alla moglie, morta otto anni prima.
Ricordato ancora oggi come lo scopritore di applicazioni quali il galvanometro, la cella elettrochimica e la galvanizzazione, Galvani oggi è ricordato anche da un cratere lunare dal diametro di ottanta chilometri a lui dedicato.
Dal suo nome deriva il verbo galvanizzare il cui significato è quello di "stimolare mediante l'utilizzo di corrente elettrica" e che viene usato spesso in senso figurato assumendo il significato di "elettrizzare, eccitare, stimolare positivamente". Anche la lingua inglese comprende il verbo to galvanize.

venerdì 8 settembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1354 muore Andrea Dandolo, il più giovane doge della storia veneziana.
Nacque il 30 apr. 1306 da Fantino, del ramo di S. Luca, che viene ricordato nel 1312 fra gli elettori del doge Giovanni Soranzo e che morì il 13 ag. 1324.
Ebbe almeno due fratelli: Marco, di cui nulla si sa, e Simone, provveditore all'esercito contro Zara nel 1345, podestà di Treviso e, in seguito, fra i giudici del doge Marino Falier. Nel testamento dei Dandolo è inoltre menzionata una sorella, di nome Agnese, monaca a S. Giovanni di Torcello.
Della sua formazione culturale si conosce poco, ma si può affermare con sicurezza che ebbe solida base giuridica. Ciò risulta evidente sia dall'attività del Dandolo in campo giuridico sia dagli espliciti accenni contenuti nell'opera del contemporaneo Guglielmo Cortusi, che lo dice "legali scientia decoratus", sia da un documento del 13 dic. 1333 in cui è definito "iurisperitus". E' probabile che abbia frequentato lo Studio di Padova, ma non è sicuro che vi si sia addottorato, come invece sostengono scrittori tardi. Malgrado le incertezze biografiche, è fuori di dubbio che parallelamente alla formazione giuridica ne aveva ricevuta una letteraria, filosofica e storica. Accanto alla testimonianza di per sé probante della sua successiva attività di storiografo, abbiamo infatti precise indicazioni del Petrarca. Questi in una lettera al Dandolo scritta da Padova nella primavera del 1351 sottolinea la giovanile familiarità che il suo corrispondente aveva avuto con le Muse, in seguito abbandonate per seguire la carriera pubblica e gli studi filosofici. Lo stesso Petrarca, in un'altra sua lettera  del 25 febbr. 1352, gli rammenta un periodo giovanile di viaggi apparentemente compiuti per diletto personale.
Nel 1328, dopo brevissimo tirocinio negli uffici pubblici, fu eletto procuratore di S. Marco sia pure con esigua maggioranza. Tale nomina, nonostante l'alto numero dei voti contrari, verosimilmente dovuti alla giovane età del candidato, sembra attestarne le non comuni qualità. Un documento conservato all'Archivio di Stato di Venezia lo attesta procuratore de supra il 4 ott. 1328, ed è presumibile che sia succeduto a Marino Badoer deceduto nel marzo dello stesso anno. Durante il periodo in cui ricoperse tale ufficio (1328-1343), il Dandolo fu eletto più volte savio con vari incarichi, svolse compiti specifici e compì, tra l'altro, una missione diplomatica ad Ancona con Giovanni Contarini. Il 10 novembre del 1336, insieme con Marco Loredan, dette inizio alla registrazione dei beni fondiari di proprietà della basilica di S. Marco. Nel maggio del 1340 fu tra i cinque provveditori al Frumento; e il 13 apr. 1341 era fra i savi deputati all'allargamento della strada da S. Bartolomeo a S. Giovanni Crisostomo.
Dopo la morte di Francesco Dandolo (01 Ott 1339), concorse al dogato con Marino Falier e Bartolomeo Gradenigo. Fu eletto quest'ultimo, a quanto pare con il concorso determinante dei seguaci del Dandolo in antagonismo al Falier. Morto il Gradenigo (28 dic. 1342), Andrea fu tra i cinque correttori della promissione ducale e, il 4 genn. 1343, divenne doge al termine di un'elezione contrastata in cui, secondo il Cortusi, la sua candidatura venne accettata come ripiego, non riuscendo il Collegio elettorale ad accordarsi sul nome di un personaggio più anziano. Sulla scelta finì per pesare sicuramente l'importanza della casata che aveva già dato tre dogi; ma vi dovette anche contribuire il prestigio che il giovane candidato si era acquistato grazie alla sua attività e intelligenza, sia come procuratore di S. Marco, sia come studioso di diritto, sia come storico. Aveva infatti composto in quegli anni un manuale di leggi veneziane, la Summula, e una cronaca dalle origini di Venezia sino al 1342, la cosiddetta Chronica brevis.
In ogni caso i gruppi che gestivano allora il potere a Venezia non dovettero giudicare Andrea persona inadatta a reggere la suprema magistratura, nonostante l'età giovanile, insolita nella prassi delle elezioni ducali. Forse giocarono a suo favore l'indole mite e le sue indubbie capacità politiche di mediazione (testimoniate fra l'altro, a quanto pare, dagli stessi soprannomi di Cortesin e di Contesin, coi quali veniva designato); forse indussero a farlo scegliere le sue stesse ormai note inclinazioni, che facevano di lui un uomo di studio più che un uomo d'azione.
Egli si trovò al vertice della Repubblica in uno dei periodi più critici della sua storia, in cui si ebbero guerre, carestia, calamità naturali e la terribile peste del 1348. I primi atti di governo del nuovo doge sembrano lasciar intravvedere una precisa linea programmatica volta al riordinamento dello Stato su basi giuridiche al fine di superare, per quanto possibile, le contraddizioni interne della società veneziana. A poco più di un mese dall'elezione, il 9 febbraio, il Dandolo fece infatti nominare una commissione di cinque savì per provvedere alla riforma degli antichi statuti, continuando così con l'avallo della sua posizione l'attività già iniziata da procuratore.
Con questo lavoro di compilazione, che venne terminato tre anni più tardi, si proponeva di assicurare la pace interna confidando nella validità del diritto come elemento regolatore dei rapporti umani: aspirazione forse un po' astratta in una società carica di tensioni, com'era quella veneziana dei tempo, ma a cui egli sembra aver aderito pienamente, a giudicare dall'impegno personale che profuse nell'opera, alla quale dedicò addirittura - come ricorderà più tardi - ore sottratte al sonno. La fede nel diritto come strumento di governo rimase d'altronde un punto fermo nella sua mentalità e costituì un cardine della sua attività di governo.
Malgrado le sue aspirazioni ad un dogato di pace e di tranquillo riassetto amministrativo dello Stato, dovette affrontare, come responsabile del governo della Repubblica, una serie crescente di difficoltà fra cui una disastrosa guerra con Genova. Le traversie che visse Venezia negli anni in cui egli fu doge offuscarono la sua figura presso i contemporanei al punto che fu odiato in vita e diffamato dopo la morte. Il primo biennio della sua amministrazione passò comunque in una relativa tranquillità, con pochi avvenimenti di rilievo. Nell'autunno 1343 furono espulsi a titolo precauzionale gli "stipendiari" padovani, vicentini e parmensi al soldo della Repubblica in Treviso, dove la recente dominazione veneziana non si era ancora consolidata. In quello stesso anno venne sottoscritta la lega triennale con Cipro e con i Cavalieri di Rodi Promossa dal papa Clemente VI in funzione antiturca. Nel 1344 Venezia riuscì a comporre il dissidio con il patriarca di Aquileia e col conte Alberto di Gorizia a proposito dell'Istria. Il 28 ottobre dello stesso anno fu presa Sinime nel quadro della guerra contro i Turchi. La lega fu prorogata per altri due anni nel dicembre del 1345, ma di fatto, malgrado le reiterate esortazioni del papa, si esaurì ben presto per i contrasti fra gli aderenti. In particolare i Veneziani, cui importava soprattutto l'acquisizione di Chio in vista di un ampliamento della loro sfera d'influenza nel bacino orientale del Mediterraneo, finirono col perdere ogni interesse alla lega quando l'isola venne occupata dai Genovesi sul finire della primavera del 1346. Del resto, nell'agosto del 1345 avevano dovuto affrontare una nuova rivolta di Zara, che aveva minacciato gravemente il loro dominio sullo stesso Adriatico.
La ribellione era stata appoggiata da Ludovico il grande, re d'Ungheria, inseritosi in quello scacchiere: egli, nell'intento di sottrarre la città dalmata alla Repubblica, non aveva mancato di fomentarne i rancori municipalistici nei confronti della Dominante. La disfatta dell'esercito ungherese sotto le mura di Zara (1° luglio 1346) di lì a poco portò la città assediata alla resa, che fu sottoscritta a Venezia il 15 dicembre dello stesso anno. Il riacquisto di Zara fu solennemente celebrato e, in questa occasione, venne composta la Cronica Iadretina, un'opera di propaganda tesa a dimostrare il buon diritto di Venezia al possesso di Zara, opera variamente attribuita a Benintendi Ravignani o a Raffaino de' Caresini, collaboratori del Dandolo nell'ambito della Cancelleria ducale.
Nello stesso periodo, dopo una breve pausa di distensione, tornarono ad acuirsi i contrasti con Genova. La conquista di Chio aveva infatti portato ad un tale masprimento dei rapporti fra Venezia e la Repubblica ligure, da far ritenere inuninente lo scoppio delle ostilità.
L'apertura del conflitto armato fu ritardata da una serie di calamità che sconvolsero Venezia. Nel 1347 si ebbe infatti una pesantissima carestia per cui - nota il Sanuto - "se non era il miglio, si tiene che molti sarebbon morti di fame". Seguì il terremoto del 25 genn. 1348 e, subito dopo, scoppiò l'epidemia di peste, che imperversò per almeno sei mesi decimando la popolazione. "Le case si votarono", scrive ancora il Sanuto, "e più tosto le case cercavano abitatori, che gli abitatori cercassero case ad affitto". Si calcola che siano deceduti i tre quinti degli abitanti (cioè, secondo la stima del Brunetti. 45.000 o 50-000 persone), e che si siano completamente estinte ben cinquanta famiglie nobili. Terminato il contagio, il Maggior Consiglio diede facoltà ai Pregadi di provvedere al ripopolamento, invitando i forestieri in città. Furono presi inoltre vari provvedimenti per il ritorno alla normalità. Il 17 settembre dello stesso anno Capodistria insorse contro il dominio veneziano, ma la rivolta fu domata rapidamente. Pur impegnato da questi eventi, il governo della Repubblica si preparava a portare l'attacco a fondo contro Genova. Il segnale della guerra fu dato dalla cattura di alcune navi veneziane da parte dei Genovesi a Caffa.
Nell'agosto 1350 venne decisa la guerra con Genova e fu inviata alla volta della Romania una flotta di trentacinque galere, che ottenne un discreto successo nel porto di Castro presso Negroponte, catturando dieci navi avversarie (settembre 1350). I Genovesi risposero con un'incursione contro Negroponte dove incendiarono e saccheggiarono il porto. Di fronte all'impossibilità di piegare da sola la rivale, nei primi mesi del 1351 Venezia si alleò con Pietro IV re d'Aragona e con Giovanni Cantacuzeno, che aveva usurpato il trono di Bisanzio esautorando Giovanni V Paleologo. Gli alleati si impegnarono a fornire ciascuno un certo numero di vascelli per approntare complessivamente una flotta di ottanta-novanta galere. Ma per tutto il 1351 non si ebbero scontri di rilievo, a causa del ritardo con cui la flotta veneto-aragonese raggiunse l'Egeo. All'inizio dell'inverno una flotta genovese di sessantaquattro galere al comando di Paganino Doria si ritirò a Pera, mentre gli alleati ripararono a Creta.
Nello stesso anno Clemente VI tentò invano di riportare la pace fra i contendenti. Anche il Petrarca si rivolse al Dandolo con una lunga lettera, scritta probabilmente il 18 marzo, in cui lo supplicava di adoperarsi a convincere gli avversari "a deporre le armi incivili, a unire gli animi loro e le loro bandiere e a darsi il bacio della pace".
Nel febbraio 1352 gli alleati partirono per gli stretti, congiungendosi con la flotta bizantina nelle acque di Costantinopoli. Il 13 febbraio si svolse la sanguinosissima battaglia del Bosforo che terminò con un esito incerto, tanto che entrambi i contendenti poterono attribuirsi la vittoria. Tuttavia, per quanto il Doge in una lettera del 21 aprile annunziasse a Pietro IV il felice esito dello scontro, è innegabile che, essendosi gli alleati ritirati, il miglior successo fosse dei Genovesi.
Quando Giovanni Cantacuzeno si accordò con Genova, i Veneziani si allearono con Giovanni Paleologo: questi, come pegno di un prestito ricevuto di 20.000 ducati, cedette loro l'isola di Tenedo per la durata della guerra (10 ott. 1352). L'importante vittoria ottenuta dai Veneto-Catalani il 29 ag. 1353, nelle acque di Alghero, dove, nel corso di uno scontro navale venne distrutta la maggior parte della flotta genovese (battaglia di La Lojera), non valse a piegare l'avversario. Piuttosto che cedere, i Genovesi finirono per sottomettersi a Giovanni Visconti, il signore di Milano, purché questi si fosse impegnato a proseguire la lotta contro Venezia. Venezia, per parte sua, tra la fine del 1353 e la primavera dell'anno successivo, strinse alleanze con i signori di Mantova, di Verona e di Faenza, col marchese di Ferrara e con Carlo IV di Lussemburgo e rifiutò di discutere le offerte di pace avanzate da Giovanni Visconti.
All'inizio del 1354, infatti, giunse a Venezia, come ambasciatore del signore di Milano, il Petrarca, il quale, nel mese in cui si fermò nella città lagunare per svolgere la sua missione di pace, cercò invano di incontrarsi col doge. Dandolo, che pure conosceva il poeta aretino, evitò accuratamente ogni contatto con l'inviato visconteo. Non rispose neppure alla lettera che il Petrarca, per invitarlo a impegnarsi per la pace, gli inviò il 28 maggio da Milano, dove era rientrato al termine della sua sfortunata missione veneziana. Secondo quanto ebbe più tardi ad affermare lo stesso Petrarca, il Dandolo non avrebbe risposto a questa sua lettera perché a corto di argomenti: il doge, "cum se multum frusta torsisset", avrebbe rimandato a mani vuote il corriere, con la sola promessa di una risposta, dopo averlo fatto attendere inutilmente per una settimana. Non sappiamo se abbia mantenuto il suo impegno. È pervenuto sino a noi, infatti, il testo di una replica al Petrarca in data 13 giugno 1354 inserito in una lettera che Benintendi Ravignani, cancelliere grande della Repubblica, inviò al poeta il 26 gennaio di un anno che è probabilmente il 1356. Non è escluso, però, che l'autore di tale replica sia non il Dandolo, ma lo stesso Benintendi che voleva in tal modo difendere la memoria del doge da poco scomparso contro le insinuazioni del Petrarca.
Fallite le offerte di negoziati, i Genovesi ripresero l'iniziativa militare: inviata una flotta nell'Adriatico, devastarono Curzola e Lesina; qualche tempo dopo Paganino Doria eluse il blocco che gli avversari avevano posto al porto di Genova e, condotta la flotta nell'Adriatico, devastò Parenzo. Venezia prese immediati provvedimenti di fronte all'avvicinarsi del pericolo. La difesa cittadina fu affidata a Paolo Loredan (14 agosto 1354) che ebbe ai suoi ordini dodici nobili (due per sestiere) con trecento uomini ciascuno. Fu inoltre deciso un prestito cittadino (17 agosto); venne numerata la popolazione atta alle armi (2 settembre) e fu tesa una catena a chiudere il porto del Lido.
Nell'estate la salute del doge, che sin dai primi anni del conflitto si era fatta malferma, peggiorò improvvisamente. L'ultimo documento ufficiale a noi noto, che porti la sua firma, è infatti del 16 luglio: già il 31 agosto il consigliere Marino Badoer sottoscriveva gli atti pubblici in sua vece. Il 3 settembre il Dandolo dettava il suo testamento, che fu rogato dal Ravignani, e nel quale ricordava la moglie, il fratello Simone, la sorella Agnese, i figli, la nipote Bertuccia.
Morì il 7 sett. 1354. Il suo corpo fu sepolto nella cappella del battistero di S. Marco.
Secondo il Petrarca, il Dandolo si sarebbe lasciato morire dopo una sommossa di piazza, cui "praeter morem" aveva partecipato armato (lettera a Guido Sette del 24 apr. 1355). Il cronista Caroldo registra invece la più attendibile versione, secondo la quale la sua saIute già minata sarebbe stata stroncata dagli strapazzi cui il doge si era sottoposto mentre organizzava la difesa ultima della città. Il Dandolo lasciava la moglie, Francesca Morosini, e tre figli: Fantino, Leonardo e Zanetta. Francesca Morosini era ancora viva il 13 dicembre 1374, quando dettò il suo testamento. Fantino, il primogenito, sposò Beriola Falier nipote del doge e morì intorno al 1356. Leonardo ricoprì importanti incarichi pubblici e morì nel 1406; Zanetta sposò un Loredan. Il monumento funebre del Dandolo, che fu l'ultimo doge sepolto nella chiesa di S. Marco, è in stile gotico ed è probabilmente opera dei de Sanctis o della scuola: rappresenta il doge che dorme disteso sul sarcofago. Il Petrarca, su richiesta di Leonardo Dandolo e del Ravignani, compose un epitaffio in sua memoria, che non fu tuttavia apposto sul monumento dove invece si legge un altro epitaffio, di cui ignoriamo l'autore.

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