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giovedì 9 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 febbraio.
Il 9 febbraio 1849, dopo la fuga di Papa Pio IX, viene proclamata a Roma la Repubblica Romana.
Nel novembre del 1848 l’eco dei grandi avvenimenti che avevano caratterizzato la “Primavera dei popoli” si andava spegnendo. L’armata sabauda, sconfitta, aveva accettato l’armistizio di Salasco e la tregua con gli austriaci.
Radetzky, il comandante aburgico, aveva ripreso Milano. Venezia, guidata da Manin e Tommaseo e difesa dal generale borbonico (ed ex murattiano) Guglielmo Pepe, resisteva ma era sempre più sfibrata.
A Roma gli eventi del 1848 avevano rese manifeste le ambiguità nutrite nei due anni precedenti, a partire dall’elezione di Pio IX. Il papa, dopo aver inizialmente appoggiato le istanze patriottiche che si levavano anche dai suoi possedimenti, si era ritirato dalla guerra contro l’Austria. La delusione di molti patrioti fu cocente.
La situazione in città si era fatta tesa e quando, in novembre, il ministro Pellegrino Rossi venne assassinato, il pontefice ebbe la dimostrazione di non poter più controllare Roma e si rifugiò, sotto la protezione di re Ferdinando II, nella fortezza di Gaeta.
Roma era senza il papa, a Roma serviva un governo. Vennero allora indette elezioni per l’Assemblea costituente, che si tennero nel gennaio del 1849. Tra gli eletti figuravano i nomi illustri, tra gli altri, di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi. Il primo atto dell’Assemblea fu l’emanazione di un decreto nel quale si dichiarava decaduto il potere temporale dei pontefici, nonostante al papa venissero assicurate «tutte le guarentigie necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale». Era nata la Repubblica romana.
Intanto la situazione in Italia e in Europa evidenziava un netto riflusso dell’ondata rivoluzionaria. L’esercito borbonico poneva fine, in maggio, all’esperienza indipendentista siciliana. Poco prima Carlo Alberto, a Novara, aveva subito una sconfitta che aveva chiuso definitivamente la partita della Prima guerra d’indipendenza, costringendolo all’esilio in Portogallo. Gli austriaci liquidavano la ribellione lombarda soffocando nel sangue gli ultimi focolai di rivolta, come avvenne a Brescia. A Firenze Leopoldo II riprese il controllo del Granducato, aiutato dalle armi austriache. Resisteva soltanto Venezia.
Il papa, da Gaeta, aveva nel frattempo inviato un accorato appello alle potenze cattoliche affinché, per mezzo dei loro eserciti, lo reinsediassero nei suoi domini legittimi. All’appello risposero l’Austria, la Spagna, il Regno delle Due Sicilie e, soprattutto, la Francia repubblicana di Luigi Napoleone Bonaparte. In tempi diversi gli eserciti delle quattro potenze invasero i territori dello Stato romano. A difendere la Repubblica erano intanto accorsi migliaia di volontari, mentre il governo era stato affidato a un triumvirato plenipotenziario composto da Aurelio Saffi, Carlo Armellini e Giuseppe Mazzini.
La resistenza che la Repubblica seppe opporre agli invasori fu molto più tenace di quanto questi si aspettassero. Il 30 aprile le truppe francesi del generale Oudinot vennero messe in rotta, a Porta San Pancrazio, da un’azione guidata da Garibaldi.
L’esercito repubblicano incontrò in battaglia i nemici in altre occasioni (battaglie di Palestrina, Terracina) e, mentre l’Austria si impossessava delle Legazioni emiliano-romagnole, gli spagnoli penetravano in Umbria e i napoletani erano costretti al ritiro, i francesi, dopo la sconfitta di aprile, decisero, infine, di dare il colpo di grazia alla Repubblica.
Con un corpo di spedizione che poteva contare su circa 30.000 effettivi, in giugno Oudinot mosse contro Roma. L’assedio durò circa un mese. Infine, persa dalle truppe comandate da Garibaldi anche l’ultima battaglia combattuta sul Gianicolo, la Repubblica si arrese. Per una ferita riportata in questa battaglia morì Goffredo Mameli, l’autore del Canto degli Italiani, l’attuale inno nazionale. I capi della Repubblica si dispersero. Garibaldi, alla guida di uno sparuto gruppo di insorti, tentò, invano, di raggiungere Venezia che ancora resisteva. Nella affannosa marcia verso la laguna veneta la sua compagna, Anita, trovò la morte nei pressi di Ravenna.

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