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martedì 19 aprile 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile, compleanno di chi vi parla.
Il 19 aprile 1820 un contadino greco, Yorgos Kentrotas, sull'isola di Milo,  scavando trovò una statua che divenne poi universalmente famosa come la Venere di Milo.
Perché il contadino si fosse messo a scavare proprio nella zona archeologica, dove poi fu trovato un antico teatro, non è del tutto chiaro. C’è chi dice che aveva bisogno di pietre per la sua casa. Ma il fatto che fosse in compagnia di due militari francesi - arrivati sull’isola un paio di giorni prima a bordo della nave Estafette - tra cui un ufficiale di nome Olivier Voutier, appassionato di storia, rende questa ipotesi poco plausibile. O forse è solo una parte della storia: probabilmente il contadino era effettivamente alla ricerca di pietre per la sua abitazione quando incontrò i due marinai alla ricerca di manufatti da portare in patria come trofei, che gli proposero di scavare per loro. Qualunque fosse il motivo, la pala di Kentrotas sbatté presto su qualcosa di grande e massiccio.
Era il busto nudo di una donna, il naso era andato distrutto come parte delle braccia di cui restavano soltanto gli avambracci. Su questi, come sul collo, erano evidenti i segni di ornamenti metallici, probabilmente gioielli, andati anch’essi perduti. Emozionati, i due ufficiali pregarono il contadino di continuare a scavare, e dopo pochi tentativi anche la seconda metà della statua, le gambe coperte da un drappeggio, furono trovate. Purtroppo i due pezzi non combaciavano: mancava un piccolo frammento tra le due metà. Ci volle un terzo scavo per poter avere la statua completa.
I militari francesi raccontarono a tutti la loro scoperta, anche ai marinai appena arrivati con un’altra nave francese, la Chevrette. A bordo di questa vi era un giovane ufficiale, Julius Dumont d'Urville, umanista, colto, in grado di parlare, oltre al francese, l’inglese, lo spagnolo, il tedesco e il greco. Dumont si mostrò particolarmente interessato al racconto di Voutier e del suo commilitone, e chiese di essere accompagnano dal contadino. I tre tornarono da Kentrotas, e Dumont rimase folgorato dalla statua, riconoscendone immediatamente l’enorme valore. Era il 19 aprile 1820, il giorno in cui si compì il destino della Venere di Milo.
L’ufficiale francese voleva acquistare immediatamente il manufatto, ma il capitano della Chevrette si oppose fermamente: sulla nave non c’era posto, e il viaggio prevedeva la traversata di mari burrascosi, troppo pericolosi per garantire l’integrità della statua. Julius non si diede per vinto. Scrisse allora un particolareggiato rapporto sul ritrovamento, corredandolo di disegni, e lo inviò all’ambasciatore francese a Costantinopoli, suggerendo l’acquisto della Venere. Il 22 aprile Dumont d’Urville arrivò di persona nella capitale turca e convinse definitivamente l’ambasciatore, che insieme all’ufficiale partì alla volta dell’isola.
Tuttavia al contadino di Plaka tanto interesse non passò inosservato. Avendo bisogno di soldi, pensò bene di vendere la statua, approfittando dell’assenza dei francesi. L’ambasciatore arrivò a Milo giusto in tempo per vedere la statua imbarcata su un’altra nave. Per impedire che venisse soffiata loro da sotto il naso, ai francesi non restò che pagare profumatamente. E così avvenne. Soldi ben spesi, che portarono onorificenze per l’ambasciatore, avanzamenti di carriera per Julius, e alla Francia una statua di Venere per il Louvre in un momento quanto mai opportuno: i francesi avevano appena dovuto restituire all’Italia la Venere medicea rubata da Napoleone.
La statua arrivò nella sua nuova patria in pezzi – nel trasporto venne perduto anche l’ultimo pezzo del braccio sinistro - e prima di essere presentata al re venne sottoposta a un pesante restauro, nel quale - oltre ad essere ricomposta e ripulita - le venne anche ricostruito il naso, ma non le braccia. Tuttavia i restauratori effettuarono accurati studi su quale sarebbe dovuta essere la loro posizione: il braccio destro doveva incrociarsi davanti al petto e reggere il drappo che copriva le gambe della dea, mentre il sinistro era probabilmente proteso in avanti con in mano la mela d’oro consegnatagli da Paride nel decretarla la più bella dell’Olimpo. Quello che invece resta ancora un mistero è l’autore di tanto splendore.

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