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martedì 15 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 15 aprile.

Il 15 aprile 2019 un terribile incendio divampa nella cattedrale di Notre Dame a Parigi.

La cattedrale fu realizzata tra il Dodicesimo e il Quattordicesimo secolo sull'Ile de la Cité di Parigi e, fino a quel momento, non fu mai interessata da incendi. Purtroppo l'edificio fu gravemente danneggiato: i due terzi del tetto e la guglia in legno (flèche) presero fuoco rapidamente, coinvolgendo circa 400 pompieri in 15 ore di lavoro per riuscire a sedare le fiamme. 

Ma cosa causò l'incendio? Prima di andare ad indagare le cause del disastro, ripercorriamo brevemente cosa accade quella sera.

Come vedremo a breve, il disastro fu causato (in parte) dalla presenza di un cantiere sulla cattedrale: si trattava di un imponente progetto decennale di ristrutturazione dal costo di 150 milioni di euro iniziato l'anno precedente. Al momento dell'incendio, quindi, erano presenti impalcature sia all'esterno che all'interno del luogo sacro.

La sera del disastro, alle 18:20 (ora locale) all'interno della Cattedrale era in corso una funzione religiosa e, nonostante il suono dell'allarme, il parroco proseguì. Alle 18:43 però i fedeli vennero evacuati dopo il suono di un secondo allarme e alle 19:10 si iniziò a formare una colonna di fumo. Nella mezz'ora seguente le fiamme iniziarono ad avvolgere il tetto e la guglia della cattedrale: proprio questa collasserà alle 19:50 circa.

Nelle ore seguenti i pompieri lottarono sia per cercare di spegnere l'incendio, sia per portare in salvo quante più opere e oggetti di valore possibile dalla cattedrale. Alla fine le fiamme furono domate attorno alle 3:40 del mattino seguente, dopo il crollo di circa due terzi del tetto.

In un primo momento le indagini puntarono il dito contro gli operai che, stando alle ricostruzioni, avrebbero fumato sulle impalcature, gettando mozziconi di sigaretta. In realtà, però, pare che l'incendio si sia sviluppato all'interno della cattedrale e non dalle impalcature esterne, dunque questa ipotesi è stata presto accantonata.

Ad oggi si ritiene la causa principale sia legata ad alcune impalcature installate nel sottotetto: queste avrebbero inavvertitamente danneggiato il sistema che si occupava del movimento delle campane, causandone il cortocircuito e il conseguente incendio.

Allo stesso tempo però non è giusto demonizzare solo l'azienda incaricata di svolgere il restauro: se la cattedrale ha preso fuoco così tragicamente è perché la struttura non era dotata di un idoneo sistema antincendio. Trattandosi di una cattedrale dall'immenso valore storico, infatti, l'installazione di un sistema di sprinkler non solo avrebbe alterato parte dell'originale struttura in legno e delle opere presenti, ma sarebbe anche stata un'importante spesa.

Al momento dell'incendio quindi erano solo presenti dei rilevatori che, suonando, avrebbero attivato l'intervento dei pompieri, senza alcun sistema di spegnimento attivo delle fiamme. In più, come segnalato da alcuni dipendenti, questi sistemi vennero anche ricalibrati per suonare il meno possibile, dal momento che i falsi allarmi erano all'ordine del giorno: per questo motivo il loro squillo non venne preso sul serio fino a quando non furono visibili le fiamme e il fumo.

La ricostruzione fu uno dei principali argomenti di dibattito già dai giorni successivi all'incendio, vista l'enorme importanza religiosa, artistica e turistica del luogo. Finora sono stati coinvolti nel progetto circa 1000 operai che hanno lavorato sia in loco che nei laboratori artigianali del Paese.

La cerimonia di riapertura si è tenuta il 7 dicembre 2024 mentre la ricostruzione completa della struttura dovrebbe terminare quest'anno.


lunedì 14 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 aprile.

Il 14 aprile 1471 muore in battaglia Richard Neville, il "creatore di Re".

Richard Neville, conte di Warwick, è passato alla storia come il “Kingmaker”: per lui fu coniato questo termine e del suo significato è e rimarrà il più completo interprete.

Kingmaker, però, è una di quelle parole “anguilla”, il cui senso vero sfugge, nelle frasi scivola via, andando a perdersi nei fondali più scuri della storia: e inevitabilmente, ai precisi contenuti che questa gli ha conferito, se ne sono sostituiti altri, residui galleggianti che invocano al non detto, senza in realtà voler dire nulla.

La semantica quotidiana le assegna, così, solo un mozzicone di senso: la suggestione di un potere capace di nominare “re”, e quindi, si sottintende, di condizionarli come marionette: il più sfacciato, celebrato e invidiato tra i poteri dei retrobottega della politica, l’argomento con il quale suggerire dietrologie e scenari machiavellici. Un potere che, oltretutto, viene esercitato invariabilmente rivendicandolo con compiacimento, a ulteriore dimostrazione di quanto disordine vi sia in giro.

Una definizione solo un po’ più attenta e meno superficiale, e già sufficientemente in contrasto con la precedente tanto da essere utile a qualcosa, è quella della politologia, che identifica il Kingmaker con un individuo che, pur non essendo un candidato “presentabile” alla carica più alta, è in grado di esercitare potere o influenza tali da contribuire in modo sostanziale a determinarne il prescelto, o ad essere in questo almeno strumentale.

A corollario di questa definizione, si pone quella della teoria dei giochi, per la quale in un confronto plurimo il Kingmaker è colui che sacrifica se stesso e le proprie risorse per determinare il vincitore: il Kingmaker è il giocatore che, scegliendo tra due avversari quello contro il quale immolarsi, lo indebolisce (o indebolisce se stesso) a tal punto da renderlo (o rendersi), inevitabilmente, facile vittima del terzo, ultimo e vincente sopravvissuto.

Ci sono delle sottigliezze nel ruolo e nel destino del Kingmaker che nessuna delle definizioni presentate riesce ad illustrare. E siccome siamo nel campo della politica degli uomini più che delle logiche, delle poltrone prima (molto prima) che delle idee, la personalizzazione non può che far parte integrante della definizione, e allora, per capire, personalizziamo fino in fondo, e risaliamo alla persona di Richard Neville e alle guerre delle rose di cui egli fu, per quasi metà del loro corso, un protagonista assoluto.

Richard Neville nacque il 22 novembre del 1428 da una famiglia di nobiltà relativamente recente, i cui avi, dopo aver guadagnato lustro nelle guerre contro gli scozzesi avevano ricevuto il titolo di conti di Westmorland. Da Ralph Neville, primo conte di Westmorland, nacque Richard Neville che non aveva diritto al titolo e divenne “jure uxoris” conte di Salisbury, ovvero sposò Alice Montacute, erede unica del titolo, e lo assunse tramite lei. In modo identico il suo omonimo figlio, il nostro Kingmaker, promesso sposo all’età di sei anni di Anne Beauchamp, figlia di Richard de Beauchamp, 13o conte di Warwick, e di Isabel Despenser, divenne nel 1449 per un complesso intreccio di successioni il 14o conte di Warwick, concentrando nella sua persona una parte sostanziale delle eredità delle famiglie Neville, Montacute, Beauchamp e Despenser. Così al titolo di conte di Salisbury sostituì quello più prestigioso di conte di Warwick, e con questo è ricordato ancora oggi.

Tanto Ralph che Richard Neville padre avevano avuto famiglie numerose con una ventina di figli il primo e una decina il secondo ed erano riusciti ad intrecciare il proprio sangue con le più importanti famiglie d’Inghilterra: ad esempio una zia di Warwick, Cecily Neville, sposando Richard Plantagenet, III duca di York, diventerà madre di ben due re, Edoardo IV e Riccardo III.

Warwick si trovò così non solo ad essere l’uomo più ricco d’Inghilterra dopo il re, ma anche uno dei più influenti, al centro tanto di un’estesa e solida rete di relazioni sociali e politiche interne, la cosiddetta “affinity”, quanto di rapporti autorevoli con le nazioni del continente.

Le relazioni di affinity, tipiche del periodo che gli inglesi definiscono spregiativamente “feudalesimo bastardo”, non erano più semplici dipendenze feudali, ma non erano ancora organizzazioni, diremmo oggi, “partitiche”: si erano configurate come fazioni basate su patti di scambio di servizi, dove il magnate, che aveva bisogno soprattutto di uomini d’arme e di denaro, li otteneva dalla piccola nobiltà locale, remunerandola con incarichi, tra quelli assegnatigli dal re o da quelli propri, e protezione in un mondo dove il concetto di giustizia si confondeva con quello di prepotenza. Portare l’insegna di Warwick, l’orso domato, era una bella assicurazione sulle proprie proprietà e sulla propria vita, almeno all’interno dei vasti confini dove egli esercitava il proprio potere.

Sulle affinity si regolavano, però, anche i rapporti di forza della politica, intrecciata saldamente con faide familiari di cui si era persa memoria dei motivi.

Una di esse, la faida tra i Neville e i Percy, famiglie i cui interessi gravitavano per entrambe nel nord dell’Inghilterra, fu una delle cause scatenanti le guerre delle rose, e se i Percy avevano trovato il favore del re Enrico VI, i Neville non potevano che schierarsi con il suo rivale Riccardo duca di York.

Alla battaglia di St. Albans, il 22 maggio 1455, la prima delle guerre delle rose, Warwick non poteva mancare e qui si guadagnò una notevole fama militare, per altro non molto fondata, ma che lo proiettò in modo ancora più prepotentemente alla ribalta politica.

La carriera politica di Warwick prese il volo fino a guadagnarsi, con le guerre e l’azione politica, il ruolo che gli valse l’appellativo col quale lo ricordiamo, e che però, come cercheremo di spiegare, è assolutamente fuorviante.

Il primo autore a definire Warwick un “kingmaker”, seppure nella formulazione latina “regum creator”, fu John Mair nel 1521, mentre chi coniò la parola in inglese fu Samuel Daniel nel 1609. Al pensiero illuminista di David Hume nel Settecento va invece fatta risalire la popolarizzazione del termine.

In realtà si tratta di un vero e proprio equivoco, perché Warwick non creò affatto dei re, ma semmai partecipò e contribuì soltanto alla loro deposizione: prima di Enrico VI e quindi di Edoardo IV. E anche nel breve periodo di sei mesi tra l’inverno del 1470 e la primavera del 1471, in cui Warwick effettivamente riportò Enrico VI al trono e ne sorresse la gracile mente, detenendo il potere di fatto, non si può sostenere in senso politico che egli creò un re: nella contesa dinastica delle guerre delle rose, la legittimità a governare se la disputeranno esclusivamente le due famiglie reali, e Warwick, anche se avesse voluto, poteva solo schierarsi per l’una o per l’altra.

Per inciso in quei sei mesi Warwick prese la decisione che ne decretò la fine: riallacciò alleanza con la Francia e dichiarò addirittura guerra alla Borgogna, che si affrettò a sostenere Edoardo IV nel suo tentativo di riprendersi il trono.

Questa è la prima lezione per aspiranti “Kingmaker”: la scelta alla quale questi è vincolato è quella di schierarsi per qualcuno che è già re in pectore. Una volta scelto il partito, si può essere importanti e perfino decisivi, ma il re è sempre un’altra persona: lo stesso Edoardo IV si autoproclamò re, e non ebbe bisogno di chiedere il permesso a nessuno, "Kingmaker" compreso.

E questo concetto Warwick dopo la prima presa del potere da parte di Edoardo IV lo comprese molto bene col passare del tempo. Molto più interessato alla politica e al potere vero, che non alle elargizioni e agli incarichi roboanti ma privi di contenuto, di cui Edoardo IV fu per altro sempre generoso, Warwick entrò in conflitto con il nuovo re quando questi iniziò effettivamente a fare il re, a scegliersi una moglie, dei consiglieri (della famiglia della moglie), delle alleanze internazionali: ad allontanarlo da centro del potere e a prendere decisioni sui fatti decisivi della politica come fanno i "re".

Riuscì a detronizzare anche lui e a reinsediare Enrico VI, ma come anticipato fu un successo effimero, perché il triste destino del Kingmaker, al quale non può in alcun modo sfuggire, è che il re è sempre un altro.

Warwick morì a 42 anni, durante il suo ultimo tentativo di deporre un re, o meglio di deporre nuovamente Edoardo IV. Fu ucciso da un gruppo di comuni quando, sconfitto alla battaglia di Barnet il 14 aprile 1471, tentava di raggiungere il proprio cavallo per darsi alla fuga.

domenica 13 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 aprile.

Il 13 aprile 1919 avvenne ciò che Theresa May, in occasione del centenario della ricorrenza,  ha definito una “cicatrice vergognosa nella storia delle relazioni anglo-indiane”: il massacro di Amritsar.

 Quel giorno il generale di brigata dell’esercito inglese Reginald Dyer ordinò infatti di aprire il fuoco su una folla di civili disarmati riunitasi in un parco della città di Amritsar, nell’attuale Stato del Punjab (nord-ovest dell’India).

I dati ufficiali parlano di 379 morti e 1200 feriti, ma ulteriori accertamenti non sono mai stati fatti ed è convinzione ormai diffusa che in realtà si sia trattato di diverse centinaia in più. L’atto compiuto da Dyer venne giudicato disumano e sleale soprattutto per la mancanza di preavviso: il generale non ritenne necessario sparare colpi di avvertimento per disperdere la folla, ma ordinò di sparare ad altezza uomo fino a esaurimento delle munizioni. Inoltre non vennero risparmiati donne e bambini, che costituivano buona parte dei presenti, né venne tenuto in considerazione il carattere pacifico della manifestazione, i cui partecipanti erano del tutto disarmati.

La folla si era riunita a nel piccolo parco di Jalianwalla Bagh ad Amritsar in occasione della festività Sikh di Baisakhi, che celebra l’inizio della primavera; con questo pretesto era stato organizzato parallelamente un comizio per protestare pacificamente contro l’arresto immotivato di due leader nazionalisti. Gli inglesi giudicarono la manifestazione provocatoria, in quanto violava la legge marziale instaurata appena un mese prima in seguito ai ripetuti attacchi subiti dall’amministrazione britannica; essa vietava riunioni pubbliche di qualsiasi genere che comprendessero più di quattro persone.

A marzo era stato infatti approvato il Rowlatt Act, che permetteva di incarcerare in modo arbitrario coloro i quali venivano etichettati come dissidenti, senza bisogno di sottoporli a processo. Il Partito del Congresso, guidato da Mohandas Gandhi, aveva criticato questa decisione e organizzato una serie di manifestazioni pacifiche di dissenso. In alcuni casi però le proteste erano sfociate in scontri violenti con ripetuti attentati contro i funzionari britannici e le sedi dell’amministrazione; fu per questo motivo che in alcune regioni dell’India come il Punjab venne istituita la legge marziale, riducendo le poche concessioni fatte agli indiani dalla fine della prima guerra mondiale e che avevano fatto sperare in una maggiore autonomia in futuro.

Il massacro di Amritsar ha costituito secondo molti il punto di svolta nel tragitto verso l’Indipendenza indiana. Innanzitutto ha significato un netto cambio di rotta nelle relazioni anglo-indiane: se fino a quel momento gli indiani avevano mostrato rispetto per gli inglesi e in certi casi persino ammirazione per le loro istituzioni, il tragico evento ha messo punto all’apparenza filantropica che fino ad allora avevano avuto i colonizzatori agli occhi dei colonizzati. Gandhi e il suo partito in primis hanno subito condannato duramente l’operato dell’esercito, affermando che da quel momento gli inglesi avevano dimostrato di non avere moralmente più alcun diritto di governare l’India.

In realtà l’azione intrapresa dal generale Dyer fu subito condannata dall’amministrazione britannica stessa, che lo costrinse a dimettersi. Dyer venne sottoposto a processo, sia in Inghilterra che in India, dove fu costituita una commissione apposita che lo giudicò colpevole all’unanimità e gli vietò da quel momento in poi di ricoprire qualsiasi tipo di incarico ufficiale. Durante il processo il generale non mostrò alcun segno di pentimento: alle domande “Generale, è vero che ha ordinato di sparare dove la folla era più fitta? Era consapevole della presenza di donne e bambini?” Dyer ha risposto affermativamente entrambe le volte, aggiungendo che era sua intenzione dare una lezione all’India intera. È vero che ci fu chi lo dipinse come un eroe e lo elogiò, ma la gran parte degli inglesi criticò il suo operato e ne prese immediatamente le distanze.

Il gesto sul momento venne comunque attribuito ai dominatori britannici nel complesso, la cui presenza già sempre meno tollerata dagli indiani divenne inaccettabile. Per questo motivo il massacro ha rappresentato un punto di svolta, che ha dato un forte impulso ai movimenti nazionalisti di tutta l’India. La nascita del movimento di non-cooperazione, scaturita dalla dichiarazione di Gandhi e del Partito del Congresso di non voler più collaborare con l’amministrazione britannica, contribuì alla presa di coscienza di un sentimento nazionalista in tutto il Paese. Espandendosi in poco tempo da nord a sud, il movimento ebbe infatti la funzione di unire il subcontinente indiano intero: i suoi abitanti iniziarono a provare un senso di appartenenza alla stessa nazione, che li spinse a rivendicare con forza l’indipendenza, rifiutando di accontentarsi semplicemente di una maggiore autonomia come ipotizzato in passato.

Conseguenza a catena di un simile processo è stata l’ascesa immediata del Partito del Congresso, che si è imposto come principale promotore dell’indipendenza. La decisione di non-cooperazione con il governo britannico ha infatti consolidato le istanze nazionaliste del suo partito, che pian piano ha finito con il rappresentare il fulcro dei movimenti indipendentisti di tutto il Paese. Ponendosi alla guida del movimento di non-cooperazione, Gandhi ha fatto sì che il suo partito finisse per coincidere col movimento indipendentista, venendo identificato come tale a livello nazionale. In questo senso dunque il massacro di Amritsar è stato considerato da molti come un punto di svolta cruciale anche per la storia del Partito del Congresso.

Come fatto notare da molti in occasione dell’enorme fiaccolata che ha ricordato il 13 aprile del 2019 le vittime della strage, il centesimo anniversario avrebbe potuto rappresentare il momento ideale per presentare le dovute scuse. Ma la allora premier inglese Theresa May ha solamente espresso dispiacere per l’accaduto, definendo l’evento un “esempio doloroso del passato inglese in India”.

Ogni anno, le celebrazioni in memoria delle vittime di Amritsar riportano alla luce frizioni tra i due Paesi, che nonostante si cerchi di nascondere o attutire ricordano inevitabilmente come questo evento abbia lasciato una cicatrice indelebile nelle relazioni anglo-indiane. È vero dunque che il massacro di Amritsar ha portato all’ottenimento dell’indipendenza indiana in tempi più rapidi, ma il prezzo che il Paese ha dovuto pagare è stato alto e rimarrà sempre uno degli episodi più sanguinosi della storia recente indiana, ricordato ogni anno con orrore e dolore.

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