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giovedì 3 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 luglio.

Il 3 luglio 1985 esce nelle sale Ritorno al Futuro, di Robert Zemeckis.

Il capolavoro per eccellenza di Robert Zemeckis, uno dei film più iconici e rappresentativi della Hollywood degli anni Ottanta, con il mito di Michael J. Fox destinato a imprimersi con forza nella memoria collettiva. 

C’è nessuno in casa?

Hill Valley, California, 25 ottobre 1985. Marty McFly è un diciassettenne studente di liceo, poco disciplinato e spesso ritardatario ma coraggioso, gentile e di buon cuore, fidanzato con Jennifer Parker, sua coetanea e compagna di scuola. Il suo unico amico è il pazzoide inventore Emmett “Doc” Brown. Una notte quest’ultimo mostra al ragazzo la sua ultima invenzione, una macchina per viaggiare nel tempo creata modificando una DeLorean. Per permettere il viaggio è necessaria una gigantesca dose di plutonio, che l’inventore ha rubato a un gruppo di terroristi libici. I libici irrompono in scena, uccidono Doc e si mettono alle calcagna di Marty, che si ritrova a viaggiare indietro nel tempo per trent’anni, fino al 5 novembre del 1955… 

C’è un taglio di montaggio, in Ritorno al futuro (sulla genialità insita nel titolo ci sarà modo di tornare più tardi), che è tra i più brutali, poetici e a suo modo strazianti dell’industria statunitense degli anni Ottanta – e forse non solo, ma una riflessione sul decennio sarà a sua volta opportuna. Si tratta del momento in cui Marty McFly arriva nella piazza principale di Hill Valley e capisce finalmente di essere nella sua città natale, ma allo stesso tempo di non esserci. Lo spazio è rimasto immutato, ma è cambiato il tempo. Robert Zemeckis costruisce un passaggio semplicissimo, quasi naturale, ma al suo interno vi inserisce la più grande aberrazione pensabile per l’umano, trovarsi là dove la natura non ha in nessun modo previsto che potesse esserci. Per farlo, per rendere dolcissimo e terrificante questo balzo indietro nel tempo, Zemeckis punta tutto sull’immaginario. La piazza di Hill Valley è gremita di persone e sul panorama irrompono le note di Mr. Sandman, classico del doo-wop portato al successo commerciale dalle Chordettes (trio canoro che raggiunse i vertici della classifica anche con Lollipop, forse non a caso protagonista di uno dei passaggi più iconici di Stand by me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner, altro successo del periodo per il cinema a stelle e strisce ambientato negli anni Cinquanta). Mr. Sandman, bring me a dream, cantano le Chordettes. E l’approdo di Marty alla città in cui è cresciuto, ma in un tempo nel quale la sua nascita non era neanche presa in considerazione – di lì a poco il padre goffo e privo del benché minimo appeal diverrà suo amico, mentre la madre si innamorerà follemente di lui –, è sfumato nell’onirismo. C’è un’inquadratura in totale, che vede il ragazzo incamminarsi nel nulla, tra campagne a perdita d’occhio: un cartello però avverte che di lì a due miglia si troverà Hill Valley. In un piano ravvicinato Marty sbuca quindi da dietro l’angolo di un muro, sospettoso e incuriosito a sua volta. Qui partono le note, qui la realtà/sogno si concretizza. Al cinema, dove i posti costano 50 centesimi di dollaro e si fa sfoggio di uno striscione che annuncia che l’aria è condizionata, proiettano Cattle Queen of Montana di Allan Dwan, vale a dire La regina del Far West, con protagonisti Barbara Stanwyck e Ronald Reagan. I successi musicali sono The Ballad of Davy Crockett di Bill Hayes e le canzoni di Patti Page. L’aria sognata sfuma, sostituita dalle note vagamente più ansiogene di Alan Silvestri, e il rintocco dell’orologio marca non solo il tempo di quella giornata, ma il tempo stesso della storia: Marty è retrocesso indietro nel tempo. La “sua” Hill Valley non esiste più, non lì. Ora c’è un’altra città, uguale e diversa, trent’anni prima.

Si potrebbero scrivere saggi solo analizzando il senso, il ritmo, la messa in scena – prima del rintocco dell’orologio l’inquadratura si fa di nuovo totale, ma ora Marty non è più solo, ma cammina spaesato nel cuore della piazza, mentre intorno a sé si muovono i suoi concittadini che concittadini non sono – di questa breve sequenza. Zemeckis tornerà a mettere in scena orologi dai rintocchi sempre più spaventosi nel suo adattamento in performance capture di A Christmas Carol, altro racconto in cui il tempo viene violato. Se però Dickens vede nell’opportunità di riscoprire il proprio passato il modo per correggere la morale, e ritrovare il senso dell’etica e del viver comune, questo aspetto è inevitabilmente assente nel personaggio dell’adolescente McFly. Non potrebbe essere altrimenti: Marty non va a incontrare il proprio passato – sarà nei capitoli successivi della saga che avrà modo di incrociare se stesso, per quei ghiribizzi spazio-temporali che renderanno sempre più difficile muoversi tra i diversi livelli – e il suo viaggio a ritroso non parte da necessità etiche, ma puramente legate all’istinto di sopravvivenza. Se non fuggisse raggiungendo le novantotto miglia orarie a bordo della DeLorean trasformata da Doc Brown in una macchina del tempo i terroristi libici che hanno già mitragliato il petto del pazzoide ma geniale inventore farebbero fare la stessa fine anche a lui.

Se c’è una morale da poter imparare, nel film di Zemeckis, occorre impararla in corso d’opera, non ha alla base una strategia o un’ideologia di riferimento. Marty è perfettamente intessuto nel proprio tempo, è un adolescente come tutti gli altri, che si lamenta di una famiglia che trova smorta, viene ripreso dal preside della scuola – l’immarcescibile Strickland, perennemente calvo: “Ma non ce li ha mai avuti i capelli?” si domanda fuor di retorica Marty quando lo rincontra nel 1955 –, scorrazza in lungo e in largo con lo skateboard ed è innamorato della sua fidanzata, Jennifer Parker (nel primo capitolo la interpreta Claudia Wells, nei successivi costretta a lasciare per gravi problemi familiari il posto a Elisabeth Shue). È semmai il suo viaggio nel tempo a metterlo di fronte a una serie di problematiche che non aveva neanche preso in considerazione: da dove nasce il rapporto così poco attrattivo tra i suoi genitori? Perché l’arcibullo Biff Tannen fa il bello e il cattivo tempo da sempre? E perché, più di ogni altra cosa, non si può evitare che Doc venga falcidiato dai proiettili libici? Un vero e proprio percorso di formazione a ritroso per ritrovarsi, e qui si torna al titolo, nel futuro.

Il “ritorno al futuro” infatti non è solo quello di Marty, che spera di riuscire a sfruttare la potenza del fulmine che mandò in riparazione a data da destinarsi l’orologio del comune per ritornare nel 1985. È il ritorno al futuro di un’intera nazione. Con sublime e sardonica intelligenza Zemeckis e il sodale in fase di sceneggiatura Bob Gale (i due avevano già lavorato insieme su alcuni dei precedenti film di Zemeckis, 1964: allarme a New York, arrivano i Beatles e La fantastica sfida, e avevano scritto per Steven Spielberg l’incompreso e sottostimato gioiello comico 1941: Allarme a Hollywood) teorizzano con solide basi gli anni Ottanta come la replica in versione plastificata degli anni Cinquanta. La paura dei rossi, l’incubo atomico, la passione per le storie spaziali – Marty per spaventare e convincere il padre a chiedere alla madre di uscire si presenta da lui vestito come un alieno, alla moda dei fumetti che il genitore legge avidamente, ma per rendere credibile la propria interpretazione fa il saluto vulcaniano desunto da Star Trek e si presenta come Darth Vader, il jedi passato al lato oscuro della Forza nella prima trilogia di Star Wars –, tutto fa coincidere le due epoche storiche, la prima sopravvissuta a una guerra mondiale, la seconda alle giungle vietnamite. Una nazione in (finta) pace, e tesa dunque all’opulenza totale.

In questo gioco di sovrapposizione – che non è certo unico nella storia del cinema, come in quegli anni evidenziano tra gli altri il David Lynch di Velluto blu e la resurrezione/invenzione del teen-movie operata da John Hughes prima in un Compleanno da ricordare e quindi in Bella in rosa, quest’ultimo per la regia di Howard Deutch – Zemeckis si muove sul crinale della commedia a pochi passi dallo slapstick, sia nell’impaccio di Doc, che sembra un incrocio tutto disneyano tra Archimede Pitagorico e Pippo, sia nelle situazioni più rocambolesche, dalla provocazione con fuga dalle grinfie di Biff che terminerà con quest’ultimo sovrastato dal letame fino alla lunga e articolata sequenza durante la festa danzante “Incanto sotto il mare”.

Cinematograficamente colto, ricco di invenzioni visive e soprattutto narrative, Ritorno al futuro è una vera e propria bomba a orologeria, un congegno perfetto, forse l’apice della commedia popolare statunitense degli ultimi quarant’anni. Ma è anche un perfetto compendio della nuova rivoluzione hollywoodiana, la presa definitiva del potere degli studios da parte di Spielberg e Lucas (il cui racconto in forma ovviamente metaforica è rintracciabile nelle pieghe di Ready Player One, uscito qualche anno fa nelle sale), il punto di non ritorno di un immaginario fervido, e di una sorprendente capacità di intercettare voglie e necessità del pubblico americano. “Penso che ancora non siate pronti per questa musica… Ma ai vostri figli piacerà” si giustifica Marty con gli sbalorditi coetanei di trent’anni più vecchi che hanno appena ascoltato una versione devastata di Johnny B. Goode, che Chuck Berry porterà al successo “solo” nel 1958. Forse il senso di Ritorno al futuro, e della Hollywood degli anni Ottanta è tutto in questa frase…

mercoledì 2 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 2 luglio.

Il 2 luglio 1871 il re Vittorio Emanuele II di Savoia entrava a Roma, accolto festosamente dalla popolazione, capitale del Regno d'Italia.

La Breccia di Porta Pia, del 20 settembre 1870,  sanciva la presa di Roma, sottratta al potere temporale del Papa, e si poteva considerare chiusa il processo del Risorgimento, anche se ancora mancavano a completamento dell'unità nazionale le cosiddette "terre irredente". 

Qualche mese più tardi, nel febbraio 1871, il Parlamento italiano proclamò Roma nuova Capitale del Regno d’Italia.

 Vittorio Emanuele II si era presentato a Roma il 31 dicembre 1870, quando la città era allagata a causa dello straripamento del Tevere, ma si fermò solo dodici ore. 

L’insediamento ufficiale di Vittorio Emanuele II a Roma avviene il 2 luglio del 1871, lo stesso giorno in cui il ministro degli esteri Visconti-Venosta annuncia a tutto il mondo che Roma è la nuova capitale del Regno d’Italia. 

 Il Re Vittorio Emanuele II arriva a Roma alle ore 12,30  e lungo il tragitto che lo porta al Quirinale il Sovrano di Casa Savoia è accolto da un festoso lancio di fiori da parte dei romani accorsi per l’occasione. Entrato nel palazzo del Quirinale il re si affaccia più volte dal balcone per ricevere il saluto dei suoi sudditi e il giorno seguente una grande festa viene organizzata in Campidoglio in suo onore. 

 La sera stessa però Vittorio Emanuele II riparte per Firenze e rientra nella capitale alla fine di novembre per l’inaugurazione del Parlamento.

 Per aver guidato con straordinarie doti di politico e di statista il processo risorgimentale re Vittorio Emanuele II di Savoia è stata proclamato "Padre della Patria" , ed a lui è dedicato il monumento nazionale del Vittoriano che si trova a Roma in piazza Venezia.

Re Vittorio Emanuele II di Savoia è sepolto al Pantheon che da allora è il sepolcreto dei Re e delle Regine d'Italia.

martedì 1 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il primo luglio.

Il primo luglio 1931 viene ufficialmente inaugurata la Stazione Centrale di Milano.

Le vicende che portarono al progetto ed alla realizzazione della Stazione Centrale di Milano furono piuttosto lunghe e complesse, quanto questo edificio imponente e variegato, nel quale la monumentalità si doveva e si deve tutt’oggi coniugare con la funzione a cui esso è destinato. 

La decisione di costruire la stazione scaturì dalla necessità tecnica di un complesso riordino delle ferrovie milanesi, ma l’importanza simbolica dell’opera non sfuggì a chi ne aveva progettato la funzione, così che fin dagli inizi fu chiaro lo sforzo di trovare, tramite un concorso pubblico, una soluzione anche esteticamente degna dell’opera stessa.

Nel dicembre del 1906 fu pertanto lanciato il primo “Concorso per la facciata della nuova stazione viaggiatori”. Al programma del concorso erano allegati dei dettagliati progetti dimensionali e funzionali della nuova stazione, predisposti dai tecnici delle FF.SS., che già definivano gli spazi per gli arrivi e le partenze, l’atrio centrale della biglietteria, ecc., ed anche la presenza di un grande albergo: questi piani non lasciavano quindi ai concorrenti molti spazi, salvo per la parte architettonica/decorativa.

Dopo sette mesi si riunì la commissione designata a giudicare i progetti, presieduta dall’architetto milanese Camillo Boito, preside della locale Accademia di Belle Arti; la commissione scartò ben dieci dei diciassette progetti presentati perché “non soddisfano alle condizioni del programma… o non rispondono nel loro insieme alle esigenze dell’arte applicata allo speciale soggetto”, e non aggiudicò né il primo né il secondo premio, pur segnalandone due progetti come i più meritevoli.

Passarono più di quattro anni prima che fosse bandito, nel settembre del 1911, un nuovo concorso, e nel frattempo il progetto di base delle FF.SS. fu rivisto in diverse parti (fu per esempio eliminato l’albergo incluso nella stazione), anche se rimase una forte definizione degli spazi e delle dimensioni. Questa volta al bando partecipò anche il Comune di Milano, che col suo contributo elevò notevolmente il livello dei premi destinati ai vincitori.

I progetti presentati al secondo concorso furono ben quarantatré, ed a giudicarli fu una commissione ancora presieduta da Boito; anche questa volta ne furono selezionati sette, dai quali estrarre i quattro da premiare. Alla fine degli esami la commissione fu unanime nell’assegnare il primo premio al progetto intitolato “In motu vita” di Ulisse Stacchini, ed il secondo al progetto “Per non dormire” di Boni e Redaelli. L’anno dopo (agosto 1912) il consiglio di amministrazione delle FF.SS. fece suo definitivamente il progetto di Stacchini, ma già da subito i timori che il tumultuoso sviluppo in atto per il traffico ferroviario portasse alla costruzione di un manufatto insufficiente fecero scattare una serie di richieste di varianti ed adeguamenti. Stacchini presentò una prima variante ai vertici delle ferrovie nel marzo del 1913; in essa era degno di particolare nota il fatto che veniva eliminata la galleria anteriore per i tram, inizialmente prevista, e che la facciata, nel primo progetto essenzialmente a sviluppo orizzontale, acquistava ora anche degli elementi verticali. La variante ottenne, come previsto, anche l’approvazione del Consiglio Comunale di Milano, ma nel passaggio alla successiva fase di valutazione dei costi di costruzione e dei compensi per il progettista, cominciarono a manifestarsi pesanti divergenze di opinione fra Stacchini e la direzione delle FF.SS, tanto che nel febbraio del 1914 essa deliberò di abbandonare il progetto di variante, e di troncare ogni rapporto con il progettista, dando però nel contempo il via all’esecuzione del fabbricato interno dei servizi tecnici della stazione, con l’intenzione che essa potesse così entrare in funzione nel 1917. Per quanto riguardava la parte architettonica, le FF.SS. sostenevano che: “si potrà provvedere studiando con maggior agio e d’accordo col Comune la forma e la decorazione del fabbricato esterno… occorrendo mediante un nuovo concorso”. Ma il Comune non era propenso a questa soluzione riduttiva; dopo una serie di batti e ribatti e nuove trattative, svolte sia a Milano che a Roma, si arrivò ad una convenzione definitiva con l’architetto, ed alla redazione di un terzo progetto (inizi del 1915).

Pochi mesi dopo, l’entrata in guerra dell’Italia provvide a bloccare l’inizio di concreti lavori di costruzione, dando per altro tempo a Stacchini di perfezionare il progetto ed i disegni, e di presentare nell’agosto del 1917 un grande modello in gesso (scala 1:50) dell’intera facciata.

Finita la guerra, superato un lungo periodo di crisi del paese e delle Ferrovie dello Stato, si arrivò nell'agosto del 1924 all’approvazione del progetto definitivo, non prima di aver tardivamente inserito una ulteriore, importante variante, cioè la realizzazione delle grandi coperture a tettoia che oggi caratterizzano la stazione, al posto delle pensiline che fino a quel momento erano state previste.

I lavori poterono finalmente riprendere nel dicembre del 1924, con la perentoria volontà di concluderli nel giro di cinque anni, per dimostrare, dopo tanto tempo perduto, “…ciò che possono le virtù del nostro popolo e dei nostri governanti… uniti in uno sforzo tecnico-finanziario senza precedenti, degno della tradizione di Roma”.

La costruzione della Stazione Centrale iniziò dagli edifici laterali, prima l’ala ovest e poco dopo l’ala est. Nel 1926, quando partirono gli scavi delle fondamenta dell’edificio centrale, le ali erano a buon punto e ben percepibili nella loro struttura.

I materiali di scavo delle fondamenta servirono in parte a formare il rilevato su cui sarebbero stati posati i binari, contenuto da due grandi muraglioni che erano già stati costruiti da diversi anni. La struttura portante dell’edificio, che sarà poi ricoperta da un imponente apparato decorativo, era tutta in cemento armato, come si percepisce nelle fotografie del cantiere, ma anche l’acciaio fu abbondantemente utilizzato, per le coperture delle gallerie e fu l’elemento dominante, assieme al vetro, nella costruzione delle tettoie di protezione dei binari.

La prima centina reticolare di questa enorme struttura, la più grande d’Italia, progettata dall’ingegnere delle ferrovie Alberto Fava, fu montata nel febbraio del 1929. Le pesanti strutture in acciaio, realizzate tutte per chiodatura a caldo, furono costruite dalle Officine di Savigliano, vennero messe abbastanza facilmente in opera con gru e paranchi, anche grazie alle cerniere di cui erano dotate, al culmine ed alla base.

Oltre al più appariscente complesso degli edifici furono ovviamente costruiti tutti gli impianti primari (binari, scambi, cabine di controllo, ecc) e secondari (ascensori, montacarichi, impianti termici, ecc.) che costituivano il cuore tecnologico della stazione. A metà maggio del 1931 iniziò il trasferimento dei servizi dalla vecchia alla nuova centrale, e l’imponente edificio fu inaugurato ufficialmente il 1° luglio del 1931.

L’opera “di una vita” di Ulisse Stacchini era finalmente terminata.

All’esterno è ricca di statue, ognuna delle quali nasconde una propria simbologia: dalle aquile che rappresentano la conquista di Trento e Trieste, ai cavalli alati dei bassorilievi raffiguranti lavoro, agricoltura, scienza e commercio fino ai quattro mascheroni di Mercurio, simboli del progresso delle ferrovie.

I diversi restauri avvenuti negli anni hanno portato alla luce luoghi come il Padiglione Reale, formato dalla Sala Reale e la Sala delle Armi, concepito in origine per accogliere i Savoia, e che oggi è visitabile e affittabile per eventi, e il Binario 21, tristemente noto per essere il luogo di partenza di centinaia di deportati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il cuore pulsante delle stazioni sono i numeri: delle partenze dei treni, degli arrivi, dei binari. Questi ultimi nella stazione Centrale di Milano sono 24 e, in totale l’area dei binari occupa circa 66mila metri quadrati. Sormontata da arcate di vetro e ferro, la struttura raggiunge i 72 metri di altezza, mentre il Salone della Biglietteria arriva a 42 metri. Per i materiali interni invece, pochi sanno che i marmi di cui pare rivestita altro non sono se non un’illusione ottica data da altri materiali come la scagliola, gesso, selenite, acqua e colore.

La Cattedrale del Movimento, come venne definita dallo stesso architetto, prende ispirazione della Union Station di Washington ed è forse il più importante e conosciuto esempio italiano di architettura che unisce eclettismo, liberty e razionalismo fascista.

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