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sabato 24 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 maggio.

Il 24 maggio 1738 viene fondata la Chiesa Metodista.

Il metodismo, o movimento metodista fu fondato dal pastore anglicano John Wesley nel XVIII secolo. L’intenzione di Wesley era originariamente quella di creare un movimento di risveglio all’interno della Chiesa anglicana che portasse a una maggiore attenzione agli evidenti problemi sociali della Gran Bretagna all’epoca della rivoluzione industriale; solo in seguito il metodismo assunse i connotati di dottrina indipendente dalla matrice anglicana. Il movimento metodista si diffuse velocemente in Gran Bretagna e in Nord America; da segnalare Richard Allen, fondatore della Chiesa metodista episcopale africana. Un esempio di organizzazione metodista, ma indipendente dalle altre matrici protestanti ed evangeliche, è l’Esercito della Salvezza (EdS), che si dedica principalmente all’aiuto agli emarginati, senza tetto, alcolizzati, tossicodipendenti, prostitute. Attualmente la chiesa metodista è presente in quasi tutti i paesi e conta oltre settanta milioni di fedeli.

Una delle caratteristiche del Metodismo (e con l’unione anche del Valdismo italiano) è l’avere oltre ai pastori, uomini e donne, un rilevante numero di predicatori locali, che ricevono una accurata preparazione teologica che in seguito esercitano con la predicazione nelle comunità. Sebbene le donne non avessero inizialmente accesso al ministero pastorale, Wesley dimostrò la propria propensione in questo senso consentendo subito che le donne predicassero pubblicamente, atteggiamento decisamente progressista nella società del Settecento, e presto anche nella chiese italiane le donne hanno cominciato a servire la Chiesa nei vari ministeri. Fra le opere sociali create e amministrate dalla comunità metodista si contano numerose scuole, ospedali e centri di accoglienza in moltissimi paesi del mondo.

La dottrina metodista può essere riassunta in alcuni insegnamenti di Wesley che derivano proprio dal suo impegno pratico verso i diseredati e gli emarginati dalla società: « La rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo è una verità interiore che si palesa nell’esperienza della carità umana » Il significato di questo motto è che l’insegnamento incarnato nel Cristo – che Dio ha amato l’uomo indipendentemente da quello che egli è – deve essere letto come valore sociale e impegno di vita per tutti i fedeli, che sono tenuti a esprimere la loro fede attraverso l’azione sociale.

Distinguere l’opera missionaria e sociale di Wesley e del suo movimento dal suo pensiero teologico, dunque, non è possibile; le due cose sono esplicitamente dichiarate come interdipendenti. Secondo i metodisti Dio ha dato tutto (dottrina teologica) e tutti i fedeli devono dare (impegno sociale). Si pone un collegamento indissolubile tra la salvezza ricevuta da Dio come dono gratuito in Cristo e la salvezza, soprattutto materiale, offerta come dono riconoscente al fratello.

Tutti i cristiani — protestanti, cattolici, ortodossi — credono che il Dio creatore dell’universo si è fatto conoscere all’umanità per mezzo di Gesù Cristo, «morto per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione»; al quale la Bibbia rende una testimonianza unica ed essenziale. Ritengono anche che il Cristo risorto ha raccolto una comunità di credenti (la chiesa), che gli rende testimonianza con la sua vita e ne annunzia l’opera in ogni generazione. Tutte le confessioni cristiane hanno in comune il Credo e il Padre nostro. Le differenze sono relative soprattutto al ruolo e all’autorità della chiesa e dei suoi ministri (o sacerdoti), all’importanza data ai sacramenti e a talune devozioni particolari, come il culto reso ai santi o a Maria, che i protestanti non accettano.

Le chiese valdesi e metodiste sono chiese cristiane che fanno parte della grande famiglia protestante (o evangelica). Il protestantesimo vive e confessa la fede cristiana attenendosi all’essenziale, sotto il controllo costante della Bibbia e del suo messaggio. È nato nel Cinquecento come risposta a un forte appello, rivolto all’intera chiesa cristiana, a tornare alla purezza e alla coerenza evangelica, «riformandosi» ed eliminando abusi ed errori. Su questo invito a riformarsi, la chiesa del tempo si divise. Attorno a teologi come Lutero, Zwingli, Calvino e altri, molti si raccolsero per realizzare riforme locali, in attesa e nella speranza di un generale rinnovamento spirituale, sociale ed ecclesiastico. Nacquero così, soprattutto nell’Europa del centro e del nord, diverse chiese protestanti: luterane, riformate, anglicana, cui si aggiunsero più tardi battisti e metodisti. In altri paesi la Riforma protestante fu soppressa con la forza. La cristianità europea nel suo complesso rimase spaccata in due e la linea di separazione fra l’Europa cattolica e quella protestante fu spesso segnata da una frontiera di sangue. Fu solo in epoca recente che le chiese impararono a riconoscersi in una comune fede cristiana, anche se le divisioni permangono a tutt’oggi. I protestanti tengono a sottolineare con forza la loro dimensione insieme cristiana ed ecumenica e la loro specifica vocazione di chiesa che, aperta al dialogo e alla collaborazione con le altre chiese, mantiene fermo il suo riferimento biblico centrale e la sua struttura di chiesa senza mediazioni né gerarchie.

La forte fioritura protestante (luterana, riformata, anabattista) della prima metà del Cinquecento non trovò altro sbocco in Italia che la scelta fra il rogo e l’emigrazione. La sola eccezione fu quella dei valdesi, che esistevano fin dalla fine dell’XI secolo come dissidenza cristiana di dimensione europea e che nel 1532 erano confluiti nella riforma svizzera (diventando una chiesa riformata in senso stretto). I valdesi sopravvissero a sanguinose persecuzioni e ad un tentativo di sterminio totale nel 1686. Nell’Ottocento, Valdesi e metodisti, insieme alle altre chiese evangeliche che nel frattempo erano sorte in Italia, dettero un contributo al Risorgimento e al rinnovamento spirituale e religioso del paese, creando una rete di comunità dalle Alpi alla Sicilia. Un forte nucleo di valdesi esiste in Uruguay e Argentina, che forma con i valdesi e metodisti italiani un’unica chiesa.

Valdesi e metodisti sono in Italia circa 30.000 con un centinaio di comunità e altrettanti pastori, di cui quasi il 20% sono donne. Hanno un’organizzazione democratica della chiesa e si impegnano come cittadini e cittadine per uno Stato laico che sia garante di un reale pluralismo delle fedi e delle culture. Sono caratterizzati da una forte motivazione etica e sociale e dallo sforzo di uniformare al dettato evangelico la loro vita personale e associata. Dal 1979 sono uniti nello stesso Sinodo; nel 1984 hanno stipulato una Intesa con lo Stato che ne garantisce la libertà di culto e di azione nei campi della assistenza, della solidarietà sociale, dell’educazione e della cultura. Dal 1993 il nome della «Chiesa Evangelica Valdese, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi» è stato incluso fra gli Enti di culto che hanno accesso alla ripartizione dell’8 per mille dell’Irpef. Valdesi e Metodisti destinano la loro quota dell’8 per mille esclusivamente ad attività di assistenza e di promozione sociale e culturale; non alle normali attività di culto, di predicazione e di formazione, che sono autofinanziate. Sul piano culturale hanno a Roma una Facoltà di teologia, a Torino la Casa editrice Claudiana e Centri culturali nelle principali città. Oltre agli ospedali e a diversi istituti di accoglienza per anziani, bambini, ecc., le chiese valdesi e metodiste gestiscono centri sociali di forte impegno sul territorio come quelli de La Noce (Palermo), del Servizio Cristiano (Riesi-CL) e di Casa Materna (Portici-NA). Valdesi e metodisti fanno parte della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, che gestisce importanti attività comuni, come il Servizio istruzione ed educazione, il Servizio rifugiati e migranti, la rubrica televisiva di Raidue «Protestantesimo», il culto radio della domenica mattina su Radiouno e il servizio stampa «Nev».

venerdì 23 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 23 maggio.

Il 23 maggio 1873 il parlamento canadese istituisce il corpo della Polizia a cavallo del Nord Ovest, oggi più conosciuto come il corpo delle "Giubbe Rosse".

Sono poche  le  figure che  simboleggiano un  paese in modo tanto efficace,  quanto la fa un  Mountie  in divisa e cappello a tesa larga e rigida.  

Le “ Red Coatse”  (Giubbe Rosse),  furono costituite Ufficialmente nel 1873 come  corpo militare a cavallo . Nacquero  dalla fusione della Nord West Muonted Police (NWMP) con la  Polizia Dominion, l’intento era quello di  portare  ordine e legalità negli sconfinati  territori del Nord Ovest (più o meno gli attuali Saskatchewan – Alberta-Manitoba) , sui quali la sovranità  dello stato era solo formale,  ma  anche e soprattutto,  per  contrastare i  tentativi espansionistici da parte degli USA.

Vi erano infatti in quest’area, continui sconfinamenti  da parte di cacciatori, mercanti  e avventurieri di ogni  genere  provenienti dagli US,   che avevano addirittura cominciato a porvi degli insediamenti permanenti, come centri  fortificati e piccoli villaggi, dove non era infrequente vedere sventolare la bandiera a stelle e strisce.  Uno di questi insediamenti  fu  Fort Whoop-up, dove si concentrò un  folto gruppo di avventurieri statunitensi (soprattutto trafficanti di alcool e cacciatori di lupi e bisonti);  nel giro di poco tempo resero aspro e difficile il rapporto con le locali tribù indiane attuando un vero e proprio stillicidio a danno di quest’ultimi e divenendo in breve una vera e  propria spina nel fianco nel giovane Governo  Canadese.

Fu proprio a seguito di una ennesima scorreria, conclusasi con un massacro di alcuni indiani della tribù degli Assiniboine nel 1873, in una località denominata Cypress Hill, (tra l'Alberta e l’attuale  Sasktchewan), da parte di una banda di cacciatori provenienti  appunto da Fort Whoop-up, che il primo ministro Canadese, Joh A. Macdonald, decise di far propria la proposta del colonnello Robertson-Ross e di istituire un corpo di polizia a cavallo che operasse in questi territori, e scongiurasse soprattutto  una guerra indiana provocata dalle continue scorrerie degli avventurieri “yankees”.

Nacque cosi il mito delle GIUBBE ROSSE.

Storia e leggenda si intrecciano in una unica inestricabile matassa,  certo è che  i Mountie  si guadagnarono sul campo la  reputazione di impavidi  e imparziali amministratori della giustizia.

Un capo Blackfoot  ebbe a dire “…. la polizia ci ha protetto come le piume di un uccello ne proteggono il corpo dal gelo e dall’inverno” .

La storia o la leggenda narra di un  rapporto con  gli Indiani  (o aborigeni locali come oggi sono definiti) basato su un reciproco rispetto e fiducia. La leggenda narra di un incontro “epico” tra  Toro seduto e un impavido Maggiore (Walsh) che con solo sei militari si presentò al cospetto del grande capo,  informandolo della costituzione del nuovo corpo di polizia e degli scopi da esso perseguiti,  e di come da questo incontro nacque la reciproca stima tra due mondi cosi lontani tra di loro.

Il biografo  Grant MacEwan  racconta  di questo  avvenimento sottolineando come  Toro Seduto alla spiegazione dell’impavido Maggiore Walsh,  che chiarisce  al grande Capo il ruolo delle neonate Giubbe Rosse  e  come queste applicheranno la legge,  punendo coloro i quali la dovessero infrangere “…… siano essi bianchi neri o marroni…. “  abbia sorriso ma poi, apprezzando la lealtà degli intenti,  organizzato un incontro con il Consiglio dei Sioux , per una spiegazione completa delle leggi Canadesi. 

Grazie ai personaggi come il Maggiore Walsh la colonizzazione delle terre  occidentali poté procedere in modo pacifico e incruento.

La leggenda delle Giubbe Rosse,  accompagna la storia  del Canada sino ai nostri giorni.

La RCMP  oggi è la forza di polizia, unica nel suo genere al mondo,  ad avere  competenze federali, provinciali e comunali. Fornisce servizio federale di polizia a tutti i Territori del Canada e  se si escludono le province del Quebec e  dell’Ontario, che mantengono le loro forze provinciali,  le altre province contano per la maggior parte sull’attività delle Giubbe Rosse.

E' un corpo di polizia modernamente organizzato la cui competenza include il controllo della criminalità organizzata, il terrorismo, la droga, i reati economici e i pericoli che minacciano l’integrità dei confini nazionali del Canada. 

Difficile vedere oggi  un Mountie  in Giubba Rossa,  ma se  si è d’estate a Regina (attuale  Capitale del  Saskatchewan) nei giorni della settimana alle ore 12,45,  ha luogo la cerimonia  del sergente Maggiore  Drill; inoltre  ogni martedì sera nei mesi di luglio e agosto, si svolge lo spettacolo della Sunset Retreat quando la bandiera viene abbassata.

Nonostante  questa leggendaria storia, la RMCP  è stata  più volte al centro di critiche nazionali e  internazionali,  qualcuna piuttosto recente che  è costata le  dimissioni del commissario Nazionale che (curiosità) era di origini italiana. 

giovedì 22 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 22 maggio.

Il 22 maggio 2010 l'Inter a Madrid vince la sua terza Champions League dopo aver vinto anche campionato e coppa Italia. Diventa così l'unica squadra italiana ad aver mai fatto il cosiddetto "triplete".

Se c’è un anno che i tifosi dell’Inter ricorderanno sempre con un sentimento misto tra l’idolatria e la nostalgia è senza dubbio il 2010, stagione in cui José Mourinho condusse la propria creatura a un traguardo storico e tutt’ora ineguagliato in Italia: il Triplete, ossia la contemporanea conquista di Champions League, scudetto e Coppa Italia. Il godimento dell’ambiente nerazzurro per l’annata più vincente della sua storia ha raggiunto picchi talmente elevati da riuscire quasi ad offuscare il decennio successivo, totalmente avaro di soddisfazioni. Andiamo dunque a ripercorrere le tappe di un’impresa destinata a rimanere eterna.

L’Inter del 2009/10 era una squadra ormai abituata a dominare in Italia, dove aveva conquistato gli ultimi tre scudetti, e alla quale si chiedeva soprattutto il salto di qualità in Europa, dove negli ultimi cinque anni non aveva mai superato i quarti di finale. La prima stagione di Mourinho sulla panchina nerazzurra non si era discostata dalla precedente gestione Mancini, finendo con la vittoria agevole del campionato e con l’eliminazione agli ottavi di Champions League per mano del Manchester United. Ecco allora che nell’estate del 2009 la dirigenza optò per un grosso rinnovamento della rosa: fuori Zlatan Ibrahimovic, fino ad allora catalizzatore e al contempo principale finalizzatore del gioco, dentro Samuel Eto’o, Lucio, il duo genoano Thiago Motta-Diego Milito e il colpo last-minute Wesley Sneijder. Apparentemente un buon mercato ma nulla di eccezionale, o almeno così sembrava a inizio stagione.

Sul piano tattico soltanto con il passare dei mesi lo Special One arrivò alla soluzione definitiva, quantomeno a livello europeo. Lo schieramento che diede maggiori garanzie fu un 4-2-3-1 apparentemente molto spregiudicato ma in realtà equilibrato dal duro lavoro degli esterni d’attacco, capaci all’occorrenza di trasformarsi in veri e propri terzini aggiunti. In particolare, uno dei successi di Mourinho fu convincere un centravanti come Eto’o a sacrificarsi in questo ruolo non suo, costringendolo a percorrere tanti metri in fascia e a perdere contatto con la porta pur di apportare beneficio alla squadra. In fase offensiva l’Inter si appoggiava tanto su Sneijder, trequartista naturale in grado di illuminare la manovra e di velocizzarla secondo il principio cardine della verticalità, e su Maicon, nominalmente un terzino ma di fatto un’esterno a tutta fascia, debordante tanto fisicamente quanto tecnicamente; il terminale primario era Milito, che visse una stagione di grazia nella quale riuscì a realizzare la bellezza di 30 reti, molte delle quali decisive. La principale forza di quella squadra era però indubbiamente la solidità difensiva, garantita da un blocco centrale granitico che dava l’idea di esaltarsi nella sofferenza.

La stagione non cominciò però nel migliore dei modi. Ad agosto l’Inter perse la Supercoppa Italiana, sconfitta a Pechino dalla Lazio, e anche la prima partita a San Siro fu tutt’altro che convincente (1-1 contro il Bari). In Serie A la musica cambiò già a partire dalla seconda giornata (roboante 4-0 nel derby contro il Milan) e nel giro di poche settimane i nerazzurri acquisirono la leadership del campionato, laureandosi poi campioni d’inverno con 45 punti, ossia +5 sui cugini rossoneri, +12 sulla Juventus e +13 sulla Roma. La situazione era ben diversa in Champions League, dove l’Inter riuscì a stento a superare un girone abbordabile composto da Barcellona, Dinamo Kiev e Rubin Kazan: dopo tre stentati pareggi la prima fondamentale vittoria fu la rimonta negli ultimi minuti in Ucraina, seguita dal decisivo 2-0 interno contro i russi.

Gli ottavi di finale contro il Chelsea, in particolare il successo nella gara di ritorno a Stamford Bridge, diedero alla squadra di Mourinho maggiore consapevolezza della propria forza anche in campo europeo e, dopo aver superato agevolmente l’ostacolo CSKA Mosca ai quarti (2-0 nell’aggregata), i nerazzurri furono messi di fronti alla prova del nove: la semifinale contro il Barcellona, probabilmente il momento più iconico della stagione. I catalani, allenati da Pep Guardiola, erano i campioni d’Europa in carica ed esprimevano un calcio di una bellezza travolgente, oltre che di grande efficacia, il che li rendeva automaticamente i grandi favoriti per la conquista del trofeo. Nel doppio confronto della fase a gironi l’Inter non era riuscita a segnare neanche un gol ai blaugrana, ragione in più per considerare il Biscione una vittima sacrificale. Il gol di Pedro in apertura del match di Milano sembrava spingere in questa direzione, ma l’Inter tirò fuori un grande carattere e ribaltò il risultato con i gol di Sneijder, Maicon e Milito, mandando letteralmente in estasi gli 80.000 di San Siro. Nel ritorno al Camp Nou, dopo un’intera settimana in cui non si era parlato d’altro che della remuntada, l’Inter giocò una partita stoica, riuscendo, nonostante l’espulsione di Thiago Motta nel primo tempo, ad erigere un muro invalicabile davanti a Julio Cesar: l’1-0 finale non bastò al Barca e scatenò la celebre corsa liberatoria di Mourinho.

Il Triplete si concretizzò di fatto attraverso tre finali, ognuna delle quali garantì un trofeo all’ormai inarrestabile banda nerazzurra e in ognuna delle quali c’è la firma indelebile di Diego Milito. La prima è datata 5 maggio (ironicamente un giorno legato a ricordi piuttosto amari per i tifosi interisti) e fu l’ultimo atto della Coppa Italia: all’Olimpico, in un match estremamente teso, la Roma venne sconfitta per 1-0 con gol del Principe. Fu ancora lui a segnare la rete-scudetto il 16 maggio a Siena e fu sempre lui a realizzare la doppietta che trafisse il Bayern Monaco il 22 maggio al Santiago Bernabeu di Madrid. Fu l’epilogo perfetto di un’annata magica, probabilmente irripetibile. Le lacrime di Mourinho a fine partita furono a metà tra la felicità per l’impresa compiuta e la tristezza per la decisione già presa di lasciare la “famiglia” nerazzurra per accettare la proposta del Real.

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