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sabato 6 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.
Il 6 ottobre 1600 va in scena la "Euridice" di Jacopo Peri, la più antica opera di cui sia sopravvissuta l'intera partitura.
Quando venne rappresentata come omaggio privato di Jacopo Corsi per il matrimonio di Maria de’ Medici con Enrico IV di Francia, con Jacopo Peri come Orfeo, Francesco Rasi come Aminta, lo stesso Corsi al «gravicembalo», nella partitura di Peri erano state sostituite alcune sezioni con altre musicate da Caccini: la parte di Euridice, alcune arie delle ninfe e dei pastori, i cori che concludono le scene prima, seconda e quarta. Caccini si preoccupò di completare in fretta la sua versione integrale della partitura, sempre su libretto di Rinuccini, e la diede alle stampe prima di quella di Peri. Da anni nei circoli intellettuali italiani, e fiorentini in particolare, si era discusso del rapporto parola-musica e del potere di questa, sperimentato nelle nuove composizioni monodiche e nello stile rappresentativo di alcuni intermedi teatrali. Si considerano precedenti significativi del melodramma gli intermedi per la commedia La pellegrina, rappresentati a Firenze nel 1589, in una produzione curata dal conte Giovanni Bardi e dal compositore Emilio de’ Cavalieri (alle musiche contribuirono anche Marenzio, Peri, Caccini e altri). Come questi, anche i primi drammi musicati da cima a fondo trattano temi mitologici: dopo l’esperimento della Dafne, rappresentata in forma privata qualche anno prima, il poeta Ottavio Rinuccini verseggia la storia di Orfeo, che un secolo e mezzo prima era stata recitata e cantata in forma di spettacolo conviviale nella versione di Angelo Poliziano a Mantova.
A differenza della Fabula di Poliziano, per non turbare la gioia del matrimonio reale festeggiato a Firenze, la vicenda volge a un lieto fine antitetico alla versione del mito greco, nella quale, perduta per sempre Euridice, Orfeo ripudia l’amore e le donne, inferocite, si vendicano e lo fanno letteralmente a pezzi. Rinuccini fa dichiarare programmaticamente alla Tragedia in persona, nel prologo, che è meglio deporre «i mesti coturni e i foschi panni» e destare nei cuori «più dolci affetti». Inizia così un «novo cammin», un nuovo genere di rappresentazione teatrale: nel personaggio di Euridice che rinascerà in virtù del canto di Orfeo si può leggere una figura della nuova arte che col ‘recitar cantando’ fa rinascere i fasti della tragedia classica. Le scene in cui si suddivide l’azione sono tutte chiuse da lunghi cori di commento, a parte la quinta, che si lega immediatamente all’ultima. Nella prima, ninfe e pastori si rallegrano con Euridice per il suo matrimonio con Orfeo: “Non vide un simil par d’amanti ‘l sole”, si cita petrarcheggiando. In attesa di Orfeo i pastori intonano un lieto canto (“Al canto, al ballo, a l’ombre, al prato adorno”). Orfeo attende con impazienza la sposa, nella scena successiva, e apostrofa i luoghi che hanno un tempo ascoltato i suoi lamenti (“Antri, ch’ai miei lamenti”). Fra i pastori, Tirsi intona una canzonetta (“Nel puro ardor de la più bella stella”), ma arriva Dafne e con accenti mesti infrange la gioia dei presenti. Dapprima riluttante, la ninfa messaggera si lascia convincere a narrare la morte di Euridice, punta da un serpente mentre danzava sul prato (“Per quel vago boschetto”). Orfeo intona pochi versi di dolore (“Non piango e non sospiro”) e si allontana, accompagnato dal commento del coro (“Cruda Morte, ahi pur potesti”). Nella terza scena il pastore Arcetro racconta come Venere sia scesa dal cielo per recare conforto al cantore. La dea, nella scena successiva, spinge Orfeo alle porte dell’Ade e lo incoraggia a riconquistare la sposa commovendo le divinità infernali. Al canto di Orfeo (“Funeste piagge, ombrosi orridi campi”) entrano in scena Radamanto, Plutone e Proserpina. Grazie alla preghiera di questa, Plutone è convinto a restituire Euridice a Orfeo. Il ritorno del cantore è anticipato nella scena quinta dal racconto di Aminta, che narra agli increduli pastori di aver visto Euridice viva. Orfeo canta la sua vittoria (“Gioite al canto mio, selve frondose”) nell’ultima scena, conclusa da un coro danzato (“Biondo arcier, che d’alto monte”).
Rinuccini adottò qui forme e temi propri del genere pastorale, sul quale si era acceso di recente il dibattito, grazie alla fortuna dell’Aminta di Tasso e al Pastor fido di Guarini. Scegliendo come protagonista un cantore e calando l’azione nel clima irreale del mondo pastorale, dove la musicalità era dote naturale degli abitanti dell’Arcadia, intese giustificare il canto continuo in scena. Nella serie di versi sciolti, settenari e endecasillabi, inserì però anche momenti in cui una più marcata organizzazione formale e la metrica differente determinano uno scarto espressivo rispetto al flusso dell’azione: non solo nei cori strofici che commentano le scene, anche per episodi di esibizioni canore in funzione realistica (l’ode saffica di Tirsi, “Nel puro ardor de la più bella stella”; la perorazione canora di Orfeo nell’Ade, “Funeste piagge, ombrosi orridi campi”, a strofe irregolari con un verso di ritornello: “Lagrimate al mio pianto, ombre d’inferno”; il canto di Orfeo al suo ritorno sulla terra). In questi episodi, Jacopo Peri infrange il tessuto del ‘recitar cantando’, ossia del declamato ritmicamente libero e strettamente legato al significato delle parole, a metà strada tra il canto vero e la recitazione, e inserisce momenti musicali a carattere chiuso. L’imitazione polifonica è impiegata nel ritornello corale “Al canto, al ballo” del coro conclusivo della prima scena, nel terzetto incastonato all’interno del coro della seconda scena, nel frammento corale “Alziam le voci e ‘l cor” che chiude la terza scena dopo il coro strofico vero e proprio, e nel coro danzato finale. Nella prefazione alla partitura, il compositore cita alcuni strumentisti che parteciparono all’esecuzione suonando il clavicembalo, la tiorba, un lirone a più corde e un liuto grande; ma nella partitura sono segnate solo le linee del canto, dell’accompagnamento del basso continuo e, in rarissimi casi, le parti di strumenti melodici non precisati. La denominazione «triflauto» specifica l’accompagnamento (per due parti strumentali, oltre al continuo) della canzonetta strofica di Tirsi nella seconda scena, intermedio rustico che contrasta con l’austera sobrietà della scena successiva, quella del racconto di Dafne.
Per le celebrazioni dell’ottobre 1600, Giulio Caccini compose anche parte delle musiche per Il rapimento di Cefalo, su testo di Gabriello Chiabrera, che fu eseguito tre giorni dopo l’Euridice nella sala grande delle Commedie nel Palazzo degli Uffizi, come spettacolo principale dei festeggiamenti. L’Euridice di Peri, omaggio privato dell’intellettuale Jacopo Corsi alla nuova regina, passò in secondo piano nelle relazioni dei diplomatici o non venne neanche ricordata. La sua fama crebbe in seguito, anche grazie alle stampe, quella fiorentina (1601) e quella veneziana (1608).

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