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lunedì 15 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 ottobre.
Il 15 ottobre 1872 nasce il corpo degli Alpini.
Durante la riorganizzazione dell’esercito italiano iniziata a seguito del successo prussiano nella guerra contro la Francia, venne istituita la “riforma Ricotti” voluta dal generale e ministro della Guerra Cesare Ricotti-Magnani, che prevedeva una ristrutturazione delle forze armate condotta sul modello prussiano, basata sull’obbligo generale ad un servizio militare di breve durata, in modo tale da sottoporre all’addestramento militare tutti gli iscritti alle liste di leva fisicamente idonei, abolire la surrogazione e trasformare l’esercito italiano in un esercito-numerico, espressione delle potenzialità umane della nazione.
Nel fervore innovativo in seno alla gestione Ricotti venne affrontato anche il problema della difesa dei valichi alpini. Fino ad allora si era ritenuto che una reale difesa dei valichi fosse impossibile e che un eventuale invasore dovesse essere ostacolato dagli sbarramenti fortificati delle vallate, ma definitivamente fermato solo nella pianura Padana. Questa tattica avrebbe lasciato completamente sguarniti tutti i passi alpini dal Sempione allo Stelvio e tutto il Friuli, cioè la più diretta e potente linea d’invasione disponibile all’Impero austro-ungarico.
Nell’autunno 1871 il capitano di Stato Maggiore, ex insegnante di geografia, Giuseppe Domenico Perrucchetti, preparò uno studio dal titolo “Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale nella zona alpina” nel quale sosteneva il principio che la difesa delle Alpi dovesse essere affidata alla gente di montagna. Nato nel 1839 a Cassano d’Adda, dunque in pianura e non in montagna, Perrucchetti che non era un alpino e non lo diventò mai, fu un appassionato studioso attento alle operazioni militari condotte nei secoli precedenti nei territori alpini, e fin dall’inizio colse le contraddizioni che il sistema di reclutamento italiano comportava. A causa del complesso sistema di reclutamento concentrato nella pianura, all’atto della mobilitazione gli uomini avrebbero dovuto affluire dalle vallate alpine ai centri abitati per essere equipaggiati e inquadrati, quindi ritornare nelle vallate per sostenere l’urto di un nemico che nel frattempo avrebbe potuto organizzare e disporre al meglio le proprie forze. In questo modo si sarebbe venuta a creare una concentrazione caotica di uomini presso i distretti militari atti a rifornire il personale sceso a valle insieme a quello di stanza in pianura, il che avrebbe portato conseguenti e inevitabili ritardi. A ciò si sarebbe aggiunto – sempre secondo Perrucchetti – un altro grave limite: le esigenze di mobilitazione avrebbero portato alla creazione di battaglioni eterogenei composti da provinciali della pianura poco atti alla guerra di montagna e non pratici dei luoghi.
Nel 1872 Perrucchetti firmò un articolo per “Rivista militare”, nel quale trattava il problema della difesa dei valichi alpini e suggeriva alcune innovazioni per l’ordinamento militare nelle zone di frontiera. Nelle zone di confine sarebbero stati arruolati i montanari locali, similmente all’ordinamento territoriale alla prussiana, per il quale la zona alpina sarebbe stata divisa per vallate in tante unità difensive, costituenti ciascuna un piccolo distretto militare. In ciascuna unità difensiva le forze reclutate sarebbero state formate su un determinato numero di compagnie raggruppate attorno a un centro di amministrazione e di comando, in modo tale da avere tante unità difensive quanti erano i valichi alpini da proteggere. Secondo Perrucchetti i soldati destinati a queste unità dovevano essere abituati al clima rigido, alla fatica dello spostamento in montagna, alle insidie di un terreno accidentato e pericoloso e ai disagi delle intemperie; dal canto loro gli ufficiali dovevano essere conoscitori diretti e profondi del territorio, alpinisti ancor prima che militari. Infine, i rapporti con la popolazione civile dovevano essere stretti e spontanei, in modo tale da giovarsi della funzione di informatori e di guide che i montanari potevano svolgere a beneficio delle truppe. Il reclutamento locale, oltre a fornire uomini già abituati alla dura vita in montagna, era un forte elemento di coesione tra le truppe: riunendo nelle compagnie i giovani provenienti dalla stessa vallata, e stanziandoli nella loro terra d’origine si ottenevano grossi vantaggi senza esporsi a rischi.
Per i problemi di bilancio che affliggevano il ministero della Guerra, e quindi per paura che il voto del Parlamento fosse sfavorevole, Ricotti non presentò un progetto organico per la creazione di un nuovo corpo, ma lo inserì in una generale ristrutturazione dei distretti militari che da 54 dovevano diventare 62, unitamente alla creazione di un certo numero di compagnie alpine limitato a quindici. Il progetto fu appoggiato dal ministro della Guerra del governo di Quintino Sella, Ricotti-Magnani, che condivideva le necessità della difesa dei valichi alpini e preparò il decreto nel quale si istituiva praticamente di nascosto il nuovo corpo mascherato con compiti di fureria. Il decreto venne quindi firmato dal re Vittorio Emanuele II il 15 ottobre 1872, ironia della sorte in una città che nulla aveva a che vedere con le montagne dei confini settentrionali, cioè Napoli, nella relazione ministeriale che accompagnava il Regio Decreto n. 1056, si parlava dell’istituzione delle prime compagnie alpine. Subito dopo, in occasione della chiamata alle armi della classe 1852, iniziò la formazione delle prime quindici compagnie alpine, che si sarebbero costituite nel giro di un anno.
La rapidità con la quale il Ministero decise la costituzione ebbe come contropartita riflessi negativi nel numero e soprattutto nell’equipaggiamento. La divisa era la stessa della fanteria, con evidenti inconvenienti in rapporto alle esigenze di montagna; chepì di feltro, cappotto di panno indossato direttamente sulla camicia, ghette di tela e scarpe basse. L’armamento era costituito da un fucile di modello recente, il “Vetterli 1870″, in linea con i fucili impiegati dagli eserciti europei, ma dal peso e dalla lunghezza eccessivi per gli spostamenti su terreni impervi, mentre gli ufficiali erano invece dotati dell’obsoleta pistola a rotazione “Lefaucheaux”. Per il trasporto dei materiali ogni compagnia aveva a disposizione un solo mulo e una carretta da bagaglio, in modo tale da riempire gli zaini dei soldati non solo degli effetti personali, ma di tutto quello utile alla compagnia, dai generi alimentari, alle munizioni, alla stessa legna da ardere.
Ma le insufficienze organizzative non pregiudicarono l’affermazione del corpo, che crebbe ben presto, tanto che nel 1873 le compagnie furono portate a 24 e ripartite in sette battaglioni. Nel 1875, constatato che la zona assegnata a ciascuna compagnia era troppo vasta, i battaglioni furono aumentati a 10 per un totale di 36 compagnie con un capitano, quattro ufficiali subalterni e 250 uomini di truppa. Nel 1882 il ministro della Guerra Emilio Ferrero decise una ristrutturazione dei reparti, e con il Regio Decreto del 5 ottobre i dieci battaglioni e le trentasei compagnie furono sdoppiati e raggruppati nei primi sei reggimenti composti da tre battaglioni, che divennero sette nel 1887 e otto nel 1910.
All’evoluzione organica si accompagnava un progressivo adeguamento delle uniformi e dell’armamento. Nell’ottobre 1874 il cappotto a falde venne sostituito con una giubba grigio-azzurra, sulla quale veniva indossata una mantella alla bersagliera color turchino e le scarpe basse vennero sostituite con scarponi alti. Nell’estate 1883 l’uniforme venne caratterizzata dal colore distintivo rispetto agli altri corpi, il verde, colore che due anni più tardi venne esteso a tutte le mostreggiature e le rifiniture della divisa. L’elemento caratterizzante del corpo era però sin dal 1873 il cappello alla “calabrese” con la penna nera, ornato con fregio rappresentante un’aquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale.
Per quanto riguarda l’armamento, il fucile Wetterli 1870 fu trasformato nel 1887 in un’arma a ripetizione ordinaria grazie al progetto del capitano d’artiglieria Giuseppe Vitali, il quale diede anche il nome alla nuova arma; “fucile mod. 70/87 Wetterli-Vitali”. Nonostante l’impegno del Vitali, la necessità di un munizionamento più leggero portò la Commissione delle armi portatili ad adottare il calibro 6,5 mm e nel settembre 1890 ad affidare alle fabbriche d’armi del Regno lo studio di un nuovo fucile. Tra i vari modelli presentati fu scelto quello della fabbrica d’armi di Torino, il “Carcano-Mannlincher mod. 1891″, più corto e maneggevole. Parallelamente al mod. 91 per la truppa, venne anche rinnovato l’armamento degli ufficiali alpini con la pistola mod. 89 a ripetizione ordinaria con tamburo girevole.
Giuseppe Perrucchetti nel 1888 diventa Colonnello e Capo di Stato Maggiore del Corpo d’Armata di Ancona. Nel 1895 viene promosso al grado Generale di Brigata e nel 1900 a quello di Tenente Generale. Nel 1904 Perrucchetti si congeda dall’esercito, successivamente diventa senatore nel 1912.
Muore nel 1916 nella sua residenza di Cuorgnè in Val d’Orco. A lui è intitolata la Punta Perrucchetti (4.020 metri), cima secondaria del massiccio del Bernina e massima altitudine della regione Lombardia.

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