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lunedì 23 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1929 inizia in Italia un processo di "italianizzazione" anche del vocabolario, che porterà poi alla legge del 23 dicembre 1940 in cui furono definitivamente vietati i termini stranieri in qualsiasi forma, scritta od orale.
Mussolini dunque cercò la via dell'autarchia anche nel vocabolario vietando le parole straniere e avviando una campagna contro il Lei.
Per avere un’idea di quanto zelo il regime fascista abbia impegnato in meschine crociate come quella in favore del “voi”, basta rivedere le caricature e i disegni della Mostra anti-Lei organizzata nel 1939 dal gerarca fascista Achille Starace, con la convinzione che l’ironia, tutta d’intonazione funerea, fosse il mezzo più idoneo per denunciare atteggiamenti e forme tipici della mentalità borghese. E l'uso del "lei", in forma allocutiva era stato messo al bando perché considerato straniero, femmineo, sgrammaticato, nato in tempi di schiavitù. Il pittore e romanziere Alberto Savino arrivò ad affermare addirittura che il “lei” era un mezzo linguistico usato da chi aveva qualcosa da nascondere. “Sia pace all'anima del lei”, esclamò la giovane Elsa Morante.
In un clima di delirio nazionalistico la rivista di attualità femminile, Lei, fu costretta a cambiare il nome in Annabella, anche se, in questo caso, il riferimento era diretto alla donna. Mentre c’era chi, come Totò, incurante di eventuali e temute rappresaglie, costruì una gag su Galileo Galilei trasformato in Galileo Galivoi, o chi, come Benedetto Croce, con amore del paradosso, passò per polemica al “lei” dopo esser rimasto sempre fedele al tipico “voi” napoletano.
La guerra dei pronomi rientrava nell’esperimento, durato vent’anni, tentato dal regime fascista per disciplinare l’intero repertorio linguistico italiano, al fine di recuperare “la purezza dell’idioma patrio”, come disse Mussolini in un discorso del 1931. E' una storia poco conosciuta la campagna linguistica condotta dal fascismo contro gli esotismi, ritenuti lesivi dell’identità e del prestigio nazionali, avviata con l’introduzione di una tassa sulle insegne straniere l’11 febbraio 1923 e perseguita con accanimento attraverso una capillare propaganda intimidatoria che coinvolse la scuola, la radio e la stampa. Il quotidiano La Tribuna, nel 1932, bandì un concorso per sostituire 50 parole straniere, fra il 1932 e il 1933; il famoso scrittore Paolo Monelli tenne una rubrica sulla Gazzetta del Popolo chiamata Una parola al giorno, dove sceglieva una parola straniera e dimostrava che esisteva quasi sempre una parola italiana da proporre in sostituzione (che poi raccolse in un libro, Barbaro dominio).
Nel 1940, in un clima di crescente xenofobia e di caccia ai forestierismi, l’Accademia dei Lincei (allora Accademia d’Italia) nominò una commissione col compito di esaminare i singoli termini stranieri, e di proporne l’accettazione, l’adattamento o la sostituzione. Fra i linguisti maggiormente accreditati, Bruno Migliorini, introdusse nella lingua italiana alcune parole destinate a restarci per sempre, come “regista” al posto di “régisseur” e “autista” per “chauffeur”. Per “film” venne adottata la parola “pellicola”, per apache “teppista”, per claxon “tromba o sirena”, “primato” per record, “slancio” per “swing” e negli alberghi i “menu” divennero “liste”.
Ma in molti casi furono scovate soluzioni davvero stravaganti. Il colore bordeaux divenne “color barolo”, il tessuto principe di Galles fu semplicemente “il tessuto principe”, e termini come insalata russa e chiave inglese, in quanto evocatori di nazioni nemiche, diventarono “insalata tricolore” e “chiavemorsa”. Nel cinema anche allo scopo di censurare ed adattare i film stranieri, si proibì il doppiaggio all'estero. Per doppiare i film americani, francesi, tedeschi, furono chiamati attori di teatro.
Il fascismo si spinse oltre, modificando persino nella grafia (a parità di pronuncia) alcune parole: alcool: àlcole; bidet: bidè; bleu: blu; casinò: casino; cognac: cògnac; mansarde: soffitta; marron: colore marrone; marron glacé: marrone candito; seltz: selz; wafer: vafer; walzer: valzer.
La squadra di calcio dell'Internazionale (attuale Inter) fu "comandata" di chiamarsi "Ambrosiana", fino all'eccesso di italianizzare anche i cognomi, tra i quali spiccava la diva, costretta a ribattezzarsi Vanda Orisi, anziché Wanda Osiris.
Un tentativo che alla fine si rivelò goffo e autoritario, anziché credibile ed autorevole in quanto si scontrava con la realtà di un paese caratterizzato da bilinguismo e plurilinguismo, considerando le molte comunità alloglotte, dove l’uso del codice dialettale era adottato da ampi strati della popolazione negli scambi comunicativi quotidiani. Un esperimento che non ha portato ad alcun risultato pratico; la questione dell’alfabetizzazione degli italiani non è stata risolta, le parole straniere non solo sono rimaste ma addirittura dopo la fine della guerra, con la fortissima influenza della lingua inglese, c’è stato un eccesso di gusto nell’usare anche parole inutili, come 'trend' in luogo di 'tendenza'. Ma con quel precedente è stato inevitabile.

domenica 22 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Il 22 luglio 1930 nasce Ferruccio Amendola.
Nato a Torino ma romano d'adozione, Ferruccio Amendola è stato il doppiatore più famoso e celebrato del cinema italiano. Ha prestato la sua inconfondibile voce a mostri sacri di Hollywood quali Robert De Niro, Al Pacino, Dustin Hoffman e Sylvester Stallone, nonché a Bill Cosby nella serie tv "I Robinson", Maurizio Arena e Tomas Milian.
Figlio d'arte e con una nonna essa stessa insegnante di dizione, Ferruccio Amendola ha iniziato a frequentare le sale di doppiaggio a soli cinque anni, quando ha dato la sua voce al bambino di "Roma città aperta". Era proprio la nonna che dietro le quinte gli insegnava le battute.
La sua è stata una vena artistica ereditata dalla famiglia; non esisteva ancora la tradizione del doppiaggio e i genitori erano figure di spettacolo più "tradizionali": suo padre era il regista cinematografico Pietro, mentre i nonni avevano alle spalle lunghi anni di esperienze teatrali.
Crescendo Ferruccio Amendola ha conservato l'amore per l'arte e si è dedicato al teatro, dove è apparso accanto a Walter Chiari, e soprattutto al cinema, non soltanto come doppiatore. Ha partecipato a un gran numero di pellicole a basso costo, in particolare i cosiddetti "musicarelli", dove compariva al fianco del cantante di turno, in genere nei panni dell'amico del cuore.
Nel 1959 Amendola ha interpretato il suo ruolo più importante, quello del soldato De Concini ne "La grande guerra" di Mario Monicelli. Fra gli altri film interpretati vale la pena ricordare "La banda del buco", "Marinai in coperta", "Viaggio di nozze all'italiana" e "Chissà perché...capitano tutte a me". Nonostante la sua lunga carriera cinematografica (a prescindere dalla sua esperienza con Roberto Rossellini in tenera età, ebbe il primo ruolo di rilievo nel 1943, a soli tredici anni, con "Gian Burrasca"), Ferruccio Amendola è diventato un volto noto per il grande pubblico soprattutto grazie alla fiction tv. Dopo "Storie d'amore e d'amicizia" di Franco Rossi, è stato il portinaio di "Quei trentasei gradini", il barbiere di "Little Roma" e il dottor Aiace di "Pronto Soccorso".
Anche se l'uomo all'apparenza poteva sembrare chiuso e scorbutico, Amendola non ha mai gestito la popolarità in modo egoistico. Si è invece speso sovente per girare campagne pubblicitarie a scopo benefico come quella del 1996 per Greenpeace e, negli ultimi mesi di vita, a favore della Giornata dei diritti dell'infanzia.
Naturalmente Ferruccio Amendola è rimasto nei cuori di tutti per il timbro inconfondibile della sua voce, prestata praticamente a tutti i grandi di Hollywood degli ultimi decenni. Lo ritroviamo in "Kramer contro Kramer", "Un uomo da marciapiede", "Il piccolo grande uomo" e "Tootsie", come voce di Dustin Hoffman, senza contare la serie di "Rocky" e quella di "Rambo" con Sylvester Stallone o il Robert De Niro di "Taxi Driver", "Toro scatenato",  "Il cacciatore", "c'era una volta in America". Anche un grande Al Pacino ai suoi esordi ha avuto l'onore di avere un doppiaggio di Amendola, quando girò "Serpico" (in seguito Al Pacino verrà doppiato da Giancarlo Giannini). E a ben pensarci: cosa sarebbero questi attori senza la voce del grande Ferruccio? Certamente sarebbero comunque dei miti, ma per noi sarebbero altrettanto molto diversi. Forse meno umani, meno "caldi", meno sfaccettati. Tutte caratteristiche che potevano trasparire, come in un diamante iridescente, solo dalla voce di Amendola.
L'indimenticabile doppiatore era sposato con Rita Savagnone, anche lei doppiatrice, da cui ha avuto tre figli: Claudio Amendola, attore come i genitori e altrettanto famoso, Federico e Silvia. Insieme l'hanno pianto il 3 settembre 2001 quando si è spento a Roma dopo una lunga malattia. Riposa a Roma nel cimitero del Verano.

sabato 21 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 1798 Napoleone comanda il suo esercito nella Battaglia delle Piramidi.
La spedizione napoleonica in terra d'Africa del 1798 aveva lo scopo di conquistare l'Egitto, scacciare gli inglesi dall'Oriente, costruire un canale attraverso l'istmo di Suez e migliorare le condizioni della popolazione locale.
Una singolare caratteristica della spedizione era costituita dal gran numero di civili aggregati. Su di un totale di cinquecento, non meno di centosettanta erano famosi letterati, scienziati ed esperti nei vari campi.
Con trecento navi la spedizione, che raggiungeva un totale di 38 mila uomini, partì il 19 maggio 1798 ed approdò sul suolo africano il 1° luglio. La divisione del generale Desaix, appena sbarcata, venne subito inviata verso gli importanti punti strategici di Damanhur e Rahmaniya, questo vicinissimo al Nilo, a circa 70 chilometri da Alessandria. Il 5 luglio il generale Bon seguì le orme di Desaix.
Il 9 luglio Napoleone Bonaparte concentrò a Damanhur quattro divisioni che in tutto ammontavano a circa 18 mila uomini.
Nel frattempo i mamelucchi stavano preparandosi per affrontare l'invasore. Il pascià Abu Bakr, nominale capo di Stato turco, convocò al Cairo un'assemblea di notabili, ma Murad e Ibrahim erano le vere potenze del Paese e venne seguito il loro consiglio. Per difendere il Cairo essi proposero di dividere le loro forze: Murad, con 4000 mamelucchi a cavallo e una milizia di 12 mila "fellahin" doveva avanzare lungo il Nilo per intercettare i francesi, mentre Ibrahim doveva riunire il resto delle forze, forse 100 mila uomini, a Bulaq, vicino al Cairo.
Il primo scontro tra le due forze ebbe luogo il 10 luglio quando la divisione di Desaix ingaggiò una schermaglia vittoriosa con un distaccamento della cavalleria mamelucca.
Intanto Napoleone preparava i piani per affrontare Murad bey. Avendo saputo che i mamelucchi si trovavano a soli 13 chilometri di distanza verso sud, l'11 luglio ordinò di avanzare verso l'accampamento musulmano. Il giorno 13, a Shubra Khit, ebbe luogo uno scontro che fu in realtà poco più di una scaramuccia. Il 20 luglio le truppe napoleoniche raggiunsero Umm-Dinar, 30 chilometri a nord del Cairo. Le relazioni degli esploratori rivelarono la presenza di Murad nelle vicinanze, presso il villaggio di Embabeh.
Alle 2 del mattino del 21 luglio 1798 l'armata francese iniziò la marcia sul villaggio di Embabeh: dodici ore dopo avvistò il suo obiettivo. Dopo un'ora di riposo i soldati assunsero la posizione di battaglia. A circa 2 chilometri a sud stavano le file serrate dei 6.000 mamelucchi e 15.000 "fellahin" dell'esercito di Murad, la cavalleria sulla sinistra e la fanteria sulla destra, quest'ultima disposta intorno alle mura ed alle case di Embabeh, vicino al Nilo. Oltre il fiume stavano le schiere di Ibrahim, relegate al ruolo di spettatrici finché una tempesta di sabbia cancellò la sua visione. Venticinque chilometri più in là spiccavano i maestosi profili delle piramidi.
Prima dell'inevitabile assalto della cavalleria mamelucca, Napoleone esortò le sue truppe con la famosa frase: "Ricordatevi che da quelle piramidi quaranta secoli vi guardano": Poi fece schierare le sue divisioni su una linea diagonale di quadrati e le lanciò in avanti. In totale i francesi ammontavano a 25.000 uomini e godevano probabilmente di un considerevole vantaggio numerico sui loro avversari.
Sulla destra francese, verso il deserto, si trovava il quadrato del generale Desaix, appoggiato da vicino sulla retroguardia sinistra dal generale Reynier. I generali Vial e Bon si trovavano sulle rive del Nilo, di fronte ad Embabeh e nella riserva centrale stava la divisione del generale Dugua, mentre Bonaparte e il suo stato maggiore si riparavano entro questo quadrato.
Alle 3 e 30 del pomeriggio, i mamelucchi, gridando selvaggiamente caricarono la destra francese e quasi colsero di sorpresa Desaix e Reynier. Ma i quadrati delle divisioni francesi si richiusero appena in tempo con i cavalieri nemici che piombarono sulla retroguardia. Qui capitarono sotto il tiro di un obice situato all'interno del quadrato di Dugua e poco dopo la nube di cavalieri oscillò e tornò indietro verso il villaggio che si trovava sul lato di Desaix. La piccola guarnigione si arrampicò sui tetti delle case e tenne a bada l'orda dei mamelucchi fino a quando Desaix fu in grado di inviare rinforzi dal suo quadrato.
Come Napoleone aveva sperato, il formidabile esercito di cavalieri del nemico era stato così distratto dalla riva del fiume dove nel frattempo Vial e Bon stavano preparando un attacco contro le fortificazioni di Embabeh. Inaspettatamente le truppe francesi si trovarono sotto il pesante tiro di grossi cannoni egiziani nascosti nel villaggio, ma per loro fortuna questi erano montati su affusti fissi e non potevano essere girati. La divisione di Bon riacquistò subito il suo slancio e si dispose su diverse colonne di assalto appoggiate da tre piccoli quadrati comandati dal generale Rampon.
Dopo pochi minuti le truppe di Bon irruppero nel villaggio e poiché la guarnigione, composta da 2.000 mamelucchi, cercava di allontanarsi verso il Nilo, il generale Marmont inviò subito avanti una brigata ad impadronirsi di un passaggio alle spalle del paese. Trovandosi tagliata la ritirata, i mamelucchi si diressero disperati verso il Nilo cercando di attraversarlo per raggiungere l'esercito di Ibrahim che assisteva alla battaglia. Almeno 1.000 di essi annegarono ed altri 600 vennero uccisi dai colpi delle armi dei soldati francesi. Alle 4 e30 del pomeriggio la battaglia era terminata e Murad bey ed i suoi 3.000 cavalieri superstiti fuggivano verso Ghizeh ed il Medio Egitto.
Napoleone Bonaparte aveva finalmente ottenuto una vittoria decisiva. Con una perdita totale di 29 morti e di circa 260 feriti, il suo esercito aveva messo fuori combattimento 2.000 mamelucchi e parecchie altre migliaia di "fellahin".
Durante la notte che seguì la battaglia, Ibrahim bey abbandonò il Cairo e si ritirò verso est, bruciando le imbarcazioni nel porto.
Il 24 luglio 1798 Napoleone Bonaparte entrava nella capitale d'Egitto.

venerdì 20 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 luglio.
Il 20 luglio 1985 viene trovato nei fondali della Florida il relitto del galeone "Nuestra Señora de Atocha", affondato nel 1622.
Mel Fisher, esperto nel recuperare e salvare tesori nei relitti, ha impiegato 16 anni a trovare la nave, che era affondata durante un uragano nel lontano settembre del 1622. Le sue lunghe ricerche però si sono dimostrate molto meritevoli visto che con il suo equipaggio è riuscito a scoprire una fortuna nascosta di manufatti e tesori del valore di 400 milioni di dollari.
Il malloppo presentava più di 40 tonnellate di oro e argento, che comprendeva lingotti, 10,000 real noti come “pezzi da otto”, monete d’oro (molte delle quali in condizioni di conservazione fior di conio ), smeraldi colombiani, manufatti in argento e oro, gioielleria di squisita fattura, oltre a tantissimi articoli in uso a quei tempi nella loro banale quotidianità che tuttavia ci forniscono uno sguardo affascinante sui costumi della vita di mare agli inizi del diciassettesimo secolo.
L’uomo che con veemenza ha lavorato una vita intera per trovare il galeone Atocha è Mel Fisher, fin da piccolo lettore appassionato de L’isola del tesoro, che non ha mai desistito dal desiderio di recuperare il suo personalissimo tesoro sommerso. Lui e sua moglie sono stati tra i primi a sondare le possibilità commerciali dell’immersione subacquea andando a pesca di aragoste nelle fredde acque della California e poi inaugurando il primo esercizio pubblico di subacquea al mondo a Redondo Beach.
Fu Kip Wagner che nel 1962 persuase Mel a convertire la sua competenza di sommozzatore in cercatore di tesori da recuperare; così, in seguito, riuscirono a scoprire insieme e a ripescare con successo i vascelli della flotta spagnola nota come Spanish Plate Fleet che nel 1715 fu investita da una tromba d’aria mentre era in procinto di approdare sulle coste orientali della Florida. Questa impresa richiese dieci anni, ma in quel periodo Mel iniziò contemporaneamente le ricerche della Santa Margarita e dell’Atocha, entrambe travolte da un terribile uragano nel 1622. Localizzò la Santa Margarita nel 1980 che conteneva una fortuna del valore di 20 milioni di dollari. Di lì a poco trovò anche l’Atocha, l’altro galeone di scorta della capitana, amaranto della guardia reale, che si sapeva carica di ricchezze quando andò a fondo.
Il ritrovamento dell’Atocha, reputato il tesoro più ricco dai tempi del rinvenimento della tomba di Tutankhamon, si può considerare l’apice della carriera di Mel, e anche oggi i suoi figli continuano nella tradizione del padre ad andare alla ricerca e ai recuperi dei tesori. In effetti, sono proprio loro che proseguono nel lavoro sul relitto del naufragio Atocha, visto che continua a svelare segreti nonostante siano passati 30 anni.
Mel è mancato nel 1998 ma le imprese della sua vita possono essere ancora apprezzate grazie ad una visita al museo di Key West gestito dalla Mel Fisher Maritime Heritage Society, un’organizzazione no profit. Gli oggetti della Atocha e degli altri naufragi, inclusa la Margarita e la nave negriera inglese Henrietta Marie, sono conservati qui sia per essere studiati che per essere ammirati. In mostra, i visitatori potranno vedere lingotti e barrette in oro e argento, monete, cannoni e armi più piccole, rari strumenti di navigazione, gioielli preziosi e monili riccamente adorni, e perfino uno smeraldo da 77,7 carati.

giovedì 19 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
Il 19 luglio 1553 Maria Tudor sale al trono come regina d'Inghilterra, succedendo a Jane Grey che aveva regnato per solo nove giorni.
Maria I Tudor è una delle figure più controverse storicamente; basti pensare, per un attimo , ai due soprannomi con i quali è conosciuta, Maria la Sanguinaria e Maria la Cattolica.
Entrambi spregiativi, perché coniati in Inghilterra dopo la sua morte, in un paese passato dalla stretta osservanza religiosa alla chiesa di Roma allo scisma, doloroso, provocato da Enrico VIII, che non si ricompose mai più, e che dura fino ai giorni nostri.
Maria, figlia di Enrico VIII Tudor e di Caterina d’Aragona, nacque a Greenwich nel 1516; suo padre sperava in un erede maschio, per dare continuità alla stirpe, ed invece nacque lei, unica sopravvissuta ad una serie di aborti della madre. Per 18 anni la sua vita fu relativamente felice; il matrimonio tra Enrico VIII e Caterina sembrava solido, nonostante le innumerevoli infedeltà dell’esuberante sovrano, e Maria, esile e bionda ragazzina, crebbe alla corte inglese, all’ombra dell’ingombrante padre. Fino al fatidico giorno in cui tutto andò in pezzi; il sovrano conobbe Anna Bolena, e da quel momento non ebbe più occhi che per la giovane amante, mettendo in disparte sia la moglie che la figlia. Maria divenne merce di scambio politico; venne promessa sposa al delfino di Francia, Francesco, poi a Carlo d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, a seconda di come spirava il vento delle alleanze europee.
Ma, come detto, l’infatuazione di Enrico per la giovane e bella Anna Bolena, dama di corte della regina Caterina, spezzò gli equilibri in campo e cambiò irrimediabilmente la sua vita. Il tentativo di Enrico di annullare le sue nozze con Caterina naufragò davanti alla determinazione sia del papa sia della moglie, e la cosa esasperò i rapporti tra i due coniugi, che divennero sempre più tesi. Caterina era cattolica, e amava sinceramente suo marito, e non accettò mai, fino alla morte, di riconoscere legittime le richieste di Enrico. Di pari passo andò il destino della giovane Maria, messa in disparte, allontanata da corte e privata dapprima del titolo nobiliare, fino all’atroce disconoscimento della sua legittimità. Per la giovane principessa arrivarono anni bui, culminati con la fulminea ascesa della Bolena, che la odiava, in quanto rivale al trono della piccola Elisabetta, nata dalle nozze con Enrico.
Allontanata dalla corte, poi dalla madre, Maria covò un odio fortissimo verso la Bolena, soprattutto dopo la morte della ex regina Caterina, vittima probabilmente di un cancro, o, come sostengono alcuni, di un avvelenamento da parte della Bolena. Forse anche il suo destino sarebbe stato irreparabilmente segnato se il volubile re non si fosse stancato della Bolena; stufo di dover attendere il sospirato erede maschio, il re si sbarazzò della moglie, accusandola di stregoneria, adulterio e incesto e la condannò alla decapitazione. Al fianco del sovrano comparve Lady Jane Seymour, figlia di un compagno d’armi di Enrico. La donna, di animo gentile anche se non bella come la Bolena, prese a benvolere Maria, riportandola a corte e ridandole quella dignità che le era stata negata. La morte improvvisa della Seymour, dovuta ad una setticemia fulminante sopraggiunta dopo la nascita del tanto sospirato erede maschio, Edoardo, sembrò catapultare daccapo Maria in una situazione difficile. Ma Enrico, che amava profondamente Jane Seymour, per due anni sembrò incapace di reagire, lasciando la ragazza , ormai ventunenne, alle prese con una corte in cui era vista con favore da coloro che avevano amato sua madre Caterina, e con odio dai riformatori, che ricordavano l’attaccamento della cattolicissima regina alla chiesa di Roma. La successiva sovrana d’Inghilterra, Anna di Cleves, donna semplice e assolutamente fuori posto alla corte inglese, la amò come una figlia. In tutti gli anni successivi Maria visse nell’ombra del padre, molto distante dalla figura paterna affettuosa e presente; e lei, che soffrì sempre di questa assenza, sembrò diventare una presenza invisibile a corte. Suo padre non aveva alcuna intenzione di nominarla erede, alla sua morte, e così Maria rimase priva completamente di qualsiasi istruzione politica. La morte di Enrico VIII segnò definitivamente uno spartiacque nella sua vita; sul trono d’Inghilterra salì Edoardo, il fratellastro nato dall’unione tra Enrico e Jane Seymour. Il giovane re, di salute cagionevole, non era destinato a regnare a lungo.
Il giovane nominò, come suo successore, Lady Jane Grey, pronipote di Enrico, e quarta in linea di successione al trono. Era stata una scelta assolutamente cervellotica, in quanto Enrico stesso aveva designato, in linea di successione, prima Edoardo e poi Maria Tudor come legittimi eredi al trono. Maria, che aveva 37 anni, sfoderò gli artigli; chiese l’appoggio popolare e quello della corte, e in soli nove giorni si prese, con la forza, quel regno che le spettava di diritto. E la sua vita cambiò repentinamente, così come cambiò quella del suo regno. Inesperta totalmente di affari di stato, essendo stata relegata in un angolo per quasi tutta la sua vita, Maria come primo atto del suo governo abolì quasi tutta la riforma religiosa del padre; era cattolica, come sua madre, e non aveva dimenticato come proprio questa professione di fede avesse influito sulla vita della madre. Ristabilì la messa com’era in origine, e nonostante l’opposizione del parlamento, riportò l’Inghilterra nell’orbita papale, oltre a restituire al clero larga parte di ciò che suo padre aveva tolto loro.
Nel 1554, a 38 anni, cercò di dare un compimento completo alla sua vita ma soprattutto cercò di dare un erede al trono d’Inghilterra; sposò Filippo II di Spagna, portando così il paese nell’orbita spagnola. Mentre accadevano questi avvenimenti, Maria si dedicò con zelo degno di miglior causa alla repressione di qualsiasi forma di eresia religiosa; nel paese comparvero, sinistramente, roghi destinati a coloro che si rifiutavano di seguire le leggi della chiesa di Roma. Mercanti e ecclesiastici, semplici cittadini e contadini, finirono arsi vivi colpevoli solo di dissentire sul ruolo di Roma negli affari religiosi. Gli eccessi portarono ad una rivolta capeggiata da Thomas Wyatt, duca di Kent, che aveva trovato seguito presso tutti coloro che non volevano l’ingerenza della Spagna nelle questioni inglesi, e che propugnavano la salita al trono di Elisabetta, figlia di Enrico e di Anna Bolena. La congiura fallì, anche perché buona parte del popolo si schierò con la sovrana; la repressione fu terribile e si concretizzò nel massacro dei congiurati. A farne le spese fu anche Jane Grey, mandata sul patibolo a soli 17 anni. L’opera di persecuzione verso i nemici del cattolicesimo continuò, tanto che ben presto la sovrana divenne popolare non più con il soprannome di cattolica, ma con quello di Bloody Mary, Maria la sanguinaria. Le nozze con Filippo furono un altro fallimento; lei era innamorata del marito, ma assolutamente non ricambiata; Filippo II cercò di rimanere quanto più lontano possibile dall’Inghilterra, recandosi in visita dalla consorte solo per il dovere coniugale. Un figlio con la regina Maria avrebbe significato il definitivo passaggio del paese nell’orbita spagnola. E il primo segnale venne dalla guerra dichiarata alla Francia, che ebbe però un esito nefasto; gli inglesi persero il porto di Calais, ultimo baluardo rimasto in terra francese dalla Guerra dei cent’anni.
Maria intanto vedeva il tempo passare, senza l’arrivo del sospirato erede; tuttavia ad un certo punto il miracolo sembrò avverarsi. Alla regina scomparve il ciclo, e la sua vita iniziò ad ingrossarsi. Ma il tempo necessario alla gestazione passò, senza che la regina mostrasse i segni del parto. I medici, stupefatti, la chiusero in una stanza, in attesa delle doglie, ma i giorni passarono e ben presto fu chiaro che Maria non era incinta, ma che continuava ad ingrassare per un tumore allo stomaco. Che la uccise il 17 novembre del 1558, all’età di 42 anni. Prima di morire, rifiutò di far giustiziare la sua sorellastra Elisabetta e spirò dopo una vita che, come abbiamo visto, non fu generosa con lei.
Una donna triste, come lo era stata sua madre, Caterina d’Aragona; vittima della ragion di stato, abbandonata sin da piccola da un padre che non la amò mai, ebbe anche la sfortuna di non ricevere un’educazione da regina, cosa che le costò il dover dipendere, nelle decisioni politiche, da personaggi ambigui. Le sue idee religiose, poi, rischiarono di spaccare il regno in maniera più pesante di come era avvenuto in passato; la sua morte non lasciò addolorati i suoi sudditi, nonostante essi venerassero ancora la figura di Caterina d’Aragona. Maria morì praticamente sola, lasciando l’Inghilterra priva di un’erede legittimo. Pure, di li a poco, il suo paese, per ironia della sorte, sarebbe passato nelle mani di un sovrano grande e illuminato, quella Elisabetta figlia di Enrico e di Anna Bolena, colei che il mondo avrebbe conosciuto come Elisabetta I Tudor, la regina vergine. Fu fatta tumulare nella cappella dell'Abbazia di Westminster, costruita a suo tempo dal nonno Enrico VII, nella stessa cripta dove verrà inumata la sorellastra Elisabetta I.

mercoledì 18 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 64 d.C. iniziò il grande incendio di Roma, principale evento per cui passò alla storia l'imperatore Nerone.
Se si pensa a Nerone non c’è bisogno di dire chi era: tutti si ricordano che fu un imperatore romano, magari non si sa collocarlo temporalmente, ma non importa, quasi tutti si ricordano che ce l’aveva a morte con i cristiani e tanto basta per dargli un posto nella storia.
Tutti però, se conoscono Nerone sanno che si mise a cantare suonando la cetra mentre guardava Roma divorata dal fuoco… e tanto basta per dargli un posto anche nella leggenda.
Ma che cosa c’è di vero in questa immagine?
Tutto e niente sarebbe la risposta più corretta.
Per ogni fatto riportato dagli storici dell’epoca o dai detrattori dell’epoca - ma anche da chi provò a strumentalizzare l’evento negli anni successivi - infatti, si può dare un’interpretazione a favore o sfavore di Nerone.
Di sicuro si può dire che nel 64 d.C. a Roma ci fu un incendio devastante, l’incendio più disastroso che abbia mai toccato la città eterna, che mai come in quell’occasione rischiò la fine della propria esistenza.
Dolo o sfortunato accidente?
Non fa molta differenza. Roma era una città venuta su senza alcun piano urbanistico. Le case, domus patrizie o insulae plebee, erano state costruite riempiendo ogni spazio tra una e l’altra e se si eccettua il fatto che sulle cime dei sette colli sorgevano gli edifici istituzionali e le case dei patrizi, mentre in basso - le zone più malsane dove acqua e scoli ristagnavano - sorgevano quelle dei plebei, non si possono ravvisare altri criteri costruttivi sulla distribuzione delle costruzioni per tipologia.
In ogni caso, sia le domus che le insulae erano realizzate con l’impiego diffuso di materiali infiammabili: le travi per reggere i tetti, i cannicci per i solai e i pavimenti, le scale - le insule, sempre sovraffollate, raggiungevano anche i sei piani di altezza - erano tutti elementi di legno altamente infiammabili.
A tutto ciò si deve aggiungere che per cucinare e riscaldarsi in quell’epoca si ricorreva a bracieri senza veri e propri camini per contenere le fiamme ed estrarre i fumi.
In base alle considerazioni appena fatte, non deve dunque stupire sapere che a Roma scoppiassero ogni giorno, o quasi, incendi più o meno devastanti così come non deve stupire che, alla fine, uno di questi eventi crebbe fino a radere al suolo quasi tutta la città, come appunto accadde nel luglio del 64.
Ecco che per come si presentava la capitale del mondo a quell’epoca, parlare di dolo, perde di significato. Senza interventi urbanistici e organizzativi per prevenire e contrastare gli incendi, prima o poi, il disastro si sarebbe verificato.
Vero è che l’incendio alla fine del sesto giorno, quando ormai si poteva dire domato - dopo che circa metà della città era già andata in fumo - tornò a divampare!
Il focolaio del grande incendio del 64 si colloca nei pressi del Circo Massimo, nella zona compresa tra i colli Palatino e Celio. Una zona piena di botteghe artigiane che facevano largo uso di sostanze infiammabili: stoffe, lana, legname ecc. una miccia perfetta per poi aggredire gli spalti del Circo che, contrariamente all’immagine diffusa da classici della filmografia hollywoodiana, erano di legno e non di marmo.
Sembra poi che in piena estate, le condizioni fossero perfette per favorire la propagazione delle fiamme, portate dal vento asciutto da una costruzione all’altra che, come già accennato, sorgevano una a ridosso dell’altra, separate da vicoli strettissimi e tortuosi che oltre a non costituire valide barriere alla propagazione dell’incendio impedivano alla gente di scappare e ai soccorsi di intervenire.
Per sei giorni le fiamme si mossero su e giù per i colli senza che nessuna delle strategie messe in atto per arginarlo desse esiti favorevoli. Si provò anche ad abbattere interi edifici così da creare il vuoto attorno alle fiamme e impedire a queste di propagarsi.
Ma fu tutto inutile, il fuoco divorò tutto quello con cui venne in contatto fino alla fine del sesto giorno, quando Roma, ormai devastata per oltre metà della sua superficie, per un attimo, dopo aver visto bruciare l’Esquilino, si illuse che tutto fosse finito.
Le fiamme tornarono ad alzarsi nei Giardini Emiliani di proprietà di Tigellino, un fedelissimo di Nerone che da tempo influenzava le scelte dell’imperatore con idee di "economia spregiudicata". Tra cui, a detta dello storico Tacito, quella di finire di radere al suolo la città per poterla rifondare con un nome nuovo che ricordasse quello di Nerone: Neronia o Neropolis.
A sostegno di quanto ipotizzato da Tacito, c’è il fatto che le zone devastate dal secondo incendio fossero caratterizzate da ampi spazi con poco materiale infiammabile.
L’idea più diffusa tra gli storici moderni, vista la modalità con cui progredì l’incendio, si pone a cavallo tra l’idea dell’incidente e del dolo: se è vero, infatti, che la prima fase dell’incendio è riconducibile a una sfortunata casualità è davvero poco credibile che lo sia anche la seconda fase che verosimilmente può essere stata innescata apposta per avere ulteriori aree cittadine da riedificare.
Singolare in tutto ciò, il fatto che più fonti - Tacito, Svetonio e Cassio Dione - riferiscano l’episodio di Nerone salito sul tetto della propria casa per mettersi a cantare accompagnandosi con la cetra una canzone sull’incendio della città di Troia. Svetonio, in particolare, riferisce che per l’occasione l’imperatore che si dilettava di teatro abbia indossato degli sgargianti abiti di scena.
È proprio su quest’immagine che si focalizza la leggenda: se si pensa al grande incendio di Roma, ormai, tutti inevitabilmente pensano a Nerone che dal balcone canta davanti alle fiamme, immagine resa vivida dalla magistrale interpretazione di Peter Hustinof nel film Kolossal del 1951 Quo Vadis?.
Molto probabilmente, la verità, ancora una volta, si trova a metà strada: non è difficile credere, infatti, che per un uomo di cultura come Nerone impotente davanti all’avanzare delle fiamme, recitare i versi di una canzone che aveva per tema la forza distruttiva di un altro incendio devastante possa aver avuto la valenza di un lamento disperato, completamente scevra dunque da atti di gioia o soddisfazione.
Come per l’immagine del canto, le azioni fatte - o non fatte - da Nerone, prima, durante e dopo l’incendio possono essere viste sia in chiave a lui favorevole, sia avversa.
Come per esempio l’abbattimento delle insulae per arrestare l’avanzata delle fiamme: un’azione più che lecita vista l’impossibilità di contrastare le fiamme anche solo con l’acqua che all’ora era distribuita per la città sfruttando la gravità e non a pressione come avviene oggi permettendo l’uso di manichette per indirizzare i getti anche a decine di metri di altezza.
Ma l’abbattimento delle insulae poteva benissimo essere interpretato come l’ennesima vessazione verso i poveri, così come anche l’acqua che poteva essere gettata sulle fiamme solo a secchiate organizzando catene umane, venne ritenuta scarsa perché sprecata nelle ville dei patrizi per le loro fontane piene di zampilli.
Stessa cosa dicasi per gli aiuti forniti ai senza casa allestendo tendopoli fuori le mura e distribuendo la farina a prezzi forzatamente bassi: i detrattori, infatti, ritennero queste misure solo una farsa populista architettata da Nerone per nascondere le sue colpe.
Così come la costruzione della sua Domus Aurea che venne eretta proprio sopra le macerie di quanto andato distrutto negli ultimi tre giorni di catastrofe e che più di tutto sanno di dolo.
Inutile far notare che i danni maggiori ai poveri erano quelli avvenuti nei giorni precedenti. Non che questa considerazione possa essere una scusante nel caso in cui Nerone si sia macchiato davvero di questi orribili crimini, ma di certo aiuta a considerare quanto accaduto in una chiave eventualmente opportunistica a "cose" fatte e non di premeditata efferatezza e scellerataggine.
La maggior parte degli imperatori ritenuti pazzi, infatti, sono solo immagini create dai loro detrattori come ad esempio Caligola, predecessore di Claudio e Nerone, che venne definito tale per aver nominato il suo cavallo senatore: dietro a questa mossa invece c’era la precisa e lucida volontà dell’imperatore di dimostrare che i senatori con la fine della Repubblica avevano perso ogni potere.
Come si può parlare di conseguenze positive saltando a piè pari quelle negative? Purtroppo quelle negative sono legate ad aspetti che a noi, quasi duemila anni dopo, risultano ormai inconsistenti: un gran numero di vittime, un gran numero di case distrutte, un gran numero di templi e monumenti rasi al suolo… ma sono tutte cose cui non sappiamo dare un volto, una forma, un significato ulteriore a quello letterale delle parole.
Unica eccezione sono le persecuzioni ai danni dei cristiani che condizionarono la storia fino ai giorni nostri e che meritano di essere trattate a parte, anche perché successive addirittura all’avvenuta ricostruzione della maggior parte della città.
Dunque, quali possono essere le conseguenze positive di un disastro di tale portata e tragicità?
Come già accennato all’inizio, la città eterna fino al 64 d.C. era stata costruita senza piani regolatori, senza criteri costruttivi se non quello di sfruttare tutti gli spazi a disposizione anche i più angusti. Per ordine dello stesso Nerone, invece, la ricostruzione avvenne in base a poche ma significative direttive generali.
Innanzitutto vennero tracciati i percorsi delle strade principali stabilendone le dimensioni.
Quindi venne imposto che domus o insulae adiacenti non avessero muri in comune, per evitare che fuoco e crolli potessero ripercuotersi direttamente sulle costruzioni confinanti.
Fu imposto anche che gli edifici dovessero essere realizzati con meno legno possibile sfruttando pietre come quelle estratte dalle cave di Gabio e di Alba per gli architravi sopra finestre e porte o i pilastri.
Venne istituito un servizio di sorveglianza al fine di garantire a tutti i luoghi della città l’arrivo di un quantitativo adeguato d’acqua.
Poste queste condizioni, Nerone incentivò la ricostruzione - almeno per quanto riguarda la maggior parte delle abitazioni - concedendo significativi rimborsi se i lavori fossero stati ultimati entro un anno dalla catastrofe.
Questo per quanto riguarda le conseguenze che si possono considerare dirette, tra le conseguenze indirette, rientrano invece tutte quelle costruzioni che altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di essere erette se la città non fosse stata prima rasa al suolo.
Costruzioni tra le quali si annoverano opere oramai entrate nell’immaginario collettivo tra le quali spiccano la Domus Aurea, la gigantesca e sontuosa nuova residenza dell’imperatore, e il monumento per eccellenza legato al potere della Roma imperiale: il Colosseo.
La famosa arena o, più correttamente, l’Anfiteatro Flavio, infatti, realizzato a partire dal 70 d.C. per opera di Vespasiano - successore di Nerone dopo Galba, Otone e Vitellio alla fine della guerra civile ricordata come "l’anno dei quattro imperatori" - sorse su un’area in cui Nerone aveva fatto realizzare un laghetto artificiale impedendo la ricostruzione di quanto andato perso a causa del fuoco.
Insomma, cinicamente, si può affermare che senza incendio e manie di grandezza di Nerone, quello che a oggi è il simbolo per eccellenza nel mondo di Roma e dell’Italia non avrebbe avuto la possibilità di essere eretto, di più, Vespasiano lo realizzò con l’intento di accattivarsi la benevolenza del popolo facendo notare la differenza tra la sua persona "altruista" e quella di Nerone "superba ed egocentrica".
Se il Colosseo si chiama così, infatti, è ancora una volta "merito" di Nerone che davanti al lago su cui sorse l’arena aveva fatto erigere una sua statua bronzea di dimensioni colossali, statua che alla sua morte venne modificata per rappresentare la divinità di Sol Invictus ma che nel volgere di pochi anni venne abbattuta per recuperare il prezioso materiale di cui era fatta lasciando ai posteri solo il nome con cui era conosciuta e che per beffa era passato a indicare la grande arena gladiatoria.
"Allo scopo di liberarsi da essa [l’accusa d’aver dato premeditatamente fuoco alla città]" tanto per dirla con le parole di Cornelio Tacito "egli [Nerone] accusò altri di una tal colpa, destinando ad atroci pene coloro che il volgo chiamava cristiani, già mal visti per le loro ribalderie".
A essere precisi, anche le ribalderie tirate in causa da Tacito sono più illazioni che certezze.
I cristiani, infatti, incominciavano a essere scomodi: il loro credo di eguaglianza di fronte a Dio, ormai, si stava diffondendo tra gli strati più bassi della società agitando gli animi dei più vessati dalla minoranza patrizia che deteneva il potere e che si trovava sempre più costretta a concedere diritti ai plebei.
Nerone fece arrestare diversi cristiani tra i pochi che si professavano pubblicamente tali cui, poi, sotto tortura estorse i nomi di molti altri che coltivavano segretamente la nuova fede in Cristo condannandoli tutti a morte una volta fattigli confessare di aver appiccato l’incendio.
Questa campagna contro i cristiani trovò il sostegno trasversale di molti, equamente distribuiti tra tutte le classi sociali, che per motivi di convenienza vedevano di buon occhio l’eliminazione dei Cristiani, delle loro idee e delle attività che conducevano.
Com’è possibile allora, visti i larghi consensi, che la caccia ai cristiani fu proprio l’atto che determinò la disfatta di Nerone?
Il suo errore, infatti, non fu l’aver preso di mira i cristiani, quanto l’aver confuso l’esemplarità delle loro esecuzioni con la spettacolarizzazione.
Nerone organizzò dei veri e propri spettacoli aprendo i giardini della propria villa alla città e, tornando di nuovo a dirla con le parole di Tacito: "facendoli dilaniare dai cani, […] o crocefiggendoli, e facendoli bruciare ricoperti di pece e cera, così che di notte servissero quali fiaccole".
Mentre si svolgevano tali crudeltà sembra che l’imperatore amasse mischiarsi alla folla vestito da auriga. Questi atti però vennero interpretati come eccessivi. Nonostante tutti fossero ancora disposti ad additare i cristiani come causa di tutti i mali che affliggevano Roma, infatti, videro queste macabre messe in scena come l’ennesimo sfogo della pazzia raccapricciante di Nerone che, al termine delle persecuzioni, risultò inviso al popolo ancor più di quanto non lo fosse prima che la città eterna prendesse fuoco.
Tra le vittime delle persecuzioni neroniane si annoverano i Santi Pietro e Paolo: il primo crocifisso a testa in giù e bruciato vivo, il secondo decapitato.
E se invece fossero stati davvero i cristiani?
A quell’epoca la comunità cristiana, ma ancor più il loro stesso credo, la loro liturgia, non erano una costante. Anzi, se oggi possiamo intendere il cristianesimo un culto ben definito è solo perché nei secoli si sono succeduti diversi sinodi che hanno di volta in volta precisato il concetto stesso di chiesa cristiana.
Ai tempi di Nerone, infatti, i cristiani si dividevano in diversi gruppi portando avanti diversi tipi di culto, a volte anche molto diversi tra loro nonostante che il principio ispiratore fosse lo stesso.
In particolare, sembra che tra questi ce ne fosse uno d’idee estremiste, che spinto da un’incontenibile volontà di rivalsa e supportato da correnti politiche avverse all’imperatore possa davvero aver innescato l’incendio.
Tale ipotesi, ripresa recentemente dallo storico Dimitri Landeschi, ma già avanzata in precedenza da Carlo Pascal, Gerhard Baudy e Giuseppe Caiati, spiegherebbe la comparsa dei nuovi focolai alla fine del sesto giorno e anche la diffusa avversione verso tutte le azioni messe in atto da Nerone durante e dopo la catastrofe.
Dopo quanto detto, sembra impossibile poter dare una spiegazione certa della catastrofe che rase al suolo Roma nel 64 d.C. e le recenti ipotesi sulle frange estreme del cristianesimo aprono scenari nuovi da cui emerge che forse, comunque sia andata, a tutte le vittime bisognerebbe aggiungerne un’altra: Nerone, morto suicida quattro anni dopo.
Vittima anche oltre la morte, visto che il senato, appresa la notizia, lo condannò alla Damnatio Memorie.
Singolare il fatto che diverse fonti postume riportino episodi a favore della benevolenza nei suoi confronti da parte del popolo, talmente attaccato a Nerone da continuare a portare fiori freschi sulla sua tomba, arrivando ad alimentare perfino leggende su un suo possibile ritorno poiché non morto ma andato in esilio a organizzare la lotta contro i patrizi, se non a predicare la sua reincarnazione a un anno dalla sua scomparsa nello spirito dell’imperatore Otone. O, vent’anni più tardi, in quello di uno sconosciuto che, col sostegno dei Parti, rivendicò il titolo d’imperatore dopo che il re Vologeso tramite i suoi ambasciatori al Senato per riconfermare l'alleanza con Roma aveva richiesto che venisse onorata la memoria di Nerone.
Nerone? Opportunista sì, pazzo no, vittima… forse.

martedì 17 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 luglio.
Il 17 luglio 1944 a Firenze alcuni militi repubblichini, giunti a bordo di una camionetta, aprono il fuoco sui civili raccolti in piazza Tasso e uccidono cinque persone: il bambino di 8 anni Ivo Poli, Aldo Arditi, Igino Bercigli, Corrado Frittelli e Umberto Peri. L’azione ha verosimilmente un obiettivo dimostrativo contro la popolazione del quartiere di San Frediano, ritenuto a ragione particolarmente ostile al regime e luogo di rifugio per gappisti e militanti antifascisti. La retata provoca vari feriti e si conclude con l’arresto di alcuni sospetti gappisti, che saranno inclusi nel drappello di diciassette uomini fucilati alle Cascine il 23 luglio. Stando alle testimonianze disponibili sono effettuati in quella occasione altri arresti, ma non è chiaro se le persone fermate siano rilasciate o inviate al lavoro coatto in Italia o nel Reich.
A condurre l’azione non sono dunque forze tedesche, ma italiane: si tratta di elementi appartenenti alla cosiddetta banda Carità, ovvero al Reparto servizi speciali, fondato dal seniore Mario Carità nell’autunno 1943 e formalmente inquadrato nella Guardia nazionale repubblicana. La banda aveva in realtà assunto un ruolo autonomo, in stretta connessione con i reparti investigativi tedeschi, e si era macchiata di numerosi crimini nella sua attività repressiva contro i gruppi antifascisti e nella caccia agli ebrei. Dato che Carità ha abbandonato Firenze i primi di luglio alla volta di Padova, è Giuseppe Bernasconi, uno dei suoi più stretti collaboratori, a condurre il rastrellamento di piazza Tasso. Il pluripregiudicato Bernasconi è un esempio di quei militanti della prima ora, posti ai margini durante la fase di normalizzazione del regime, che hanno trovato nuovi spazi di manovra nei mesi della Repubblica Sociale.
Nelle settimane che preparano la liberazione l’intera vita cittadina registra un netto peggioramento, che investe in primo luogo la disponibilità di beni alimentari e l’erogazione dei servizi essenziali.
Mentre le residue autorità della RSI si disarticolano ed i militanti predispongono l’esodo verso il Nord, la condotta delle numerose unità tedesche di passaggio – ma anche delle residue forze repubblichine – è improntata ad una discrezionalità e ad un arbitrio sempre più evidenti. Nell’area fiorentina l’attività repressiva solo in alcuni casi si condensa in vere e proprie stragi, come quella che interessa il padule di Fucecchio il 23 agosto 1944. Cifra distintiva di questo contesto sembra essere soprattutto l’esercizio di una violenza diffusa, puntiforme, che vedrà il suo epilogo nella vicenda dei franchi tiratori. L’eccidio di piazza Tasso è dunque esemplificativo dei numerosi episodi di angherie e soppressioni di civili riconducibili a motivazioni differenziate e attribuibili solo in parte ai reparti tedeschi: dalle esecuzioni di antifascisti o sospetti tali, fino a una serie di eccidi mossi dalla volontà di infliggere l’ultima punizione a una popolazione ritenuta ostile.
La banda Carità sarà processata nel 1951 dalla Corte d’Assise di Lucca e nel 1953 dalla Corte d’assise d’appello di Bologna; il collegio dell’accusa sarà diretto da Piero Calamandrei.
La strage è ricordata da un monumento e da una targa posta all'angolo tra la piazza ed il viale Francesco Petrarca.

lunedì 16 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1911 nasce ad Indipendence, nel Missouri, Virginia Katherine McMath, nota al pubblico con lo pseudonimo di Ginger Rogers.
Ginger Rogers debuttò in teatro a 13 anni, arrivando a Broadway a diciotto con la commedia musicale ' Top speed' . Il debutto nel cinema è del 1931: 73 film, di cui dieci commedie musicali con Fred Astaire.
Nel ' 91 è uscita una sua autobiografia, ' Ginger: my story' , in cui parla anche dei suoi amori, nomi illustri del mondo dello spettacolo (George Gershwin, Cary Grant, Jimmy Stewart, Mervyn LeRoy), oltre che dei suoi cinque mariti (era stata sposata e separata cinque volte): tra questi l' attore Jacques Bergerac e il produttore William Marshall.
Ginger Rogers va ricordata soprattutto come attrice oscillante tra la commedia sofisticata e certi personaggi stralunati e vagamente bizzarri che restano, nel ricordo, i suoi migliori. Eppure, l'immagine di Rogers, dai suoi diciotto anni fin verso i cinquanta (e, bisogna sottolineare che l' immagine, prodigiosamente, non cambiò di molto) è soprattutto un'immagine di normalità; se si potesse usare l' espressione, si direbbe di lei che è la "common woman", ovvero la versione femminile del "common man".
Rassicurante per i maschi? Sì, certo, perché rappresenta la donna che dà molta importanza all'uomo, ma anche Star per le altre donne in quanto fiero esempio di indipendenza, privilegiando personaggi di lottatrice più o meno indomita ma non aliena dal servirsi delle armi antiche fornite da un faccino gradevole e da un corpo attraente. Persino, con misura, un certo sense of humour.
Si voleva attrice drammatica, Ginger Rogers, o tale la voleva la mamma? Non si arriverà mai a saperlo perché Ginger ha sempre rispecchiato la volontà e le decisioni della sua esemplare Madre Americana, fino a un' età più che matura, fino alla morte di lei che non cambiò in nulla l'atteggiamento devoto della figliola. Eppure la coppia delle Rogers si espose abbastanza al ridicolo: madre e figlia indulgevano sovente ad abiti simili se non uguali e, soprattutto, si chiamavano a vicenda, leziosamente, Lilì (Lila) e Gigì (Ginger), prone entrambe alle direttive politico-sentimentali delle orrende Louella Parsons e Hedda Hopper, e fecero eco con tanto slancio alle manie di quelle due esacerbate femmine nel loro anticomunismo da dover affrontare non solo il dileggio, ma anche qualche causa per danni. La povera Gigì, nonostante l'ingombro amatissimo di Lilì, riuscì ad avere diversi mariti; i primi due molto brevemente, terzo e quarto per circa sei anni ciascuno, il quinto e ultimo le durò dieci anni e fu un trionfo della persistenza.
E Fred Astaire? Si amavano? Si odiavano? Si sopportavano? Più o meno tutte queste cose, più una gran confusione nei ricordi man mano che gli anni, e i decenni, passavano. Nel periodo dei loro trionfi comuni (fra il ' 34 e il ' 39) i due rilasciavano gentili dichiarazioni di stima reciproca, mentre i loro rispettivi amici spargevano veleno. Hermes Pan, il coreografo che aveva lavorato tanto tempo al fianco di Astaire, e quindi anche durante il sodalizio artistico con la Rogers, riferiva, qualche anno fa, che i rapporti fra i due non erano né buoni né cattivi ma che, certo, difficilmente si sarebbe potuto immaginare due persone più diverse come carattere, come atteggiamento, come capacità di lavoro. Ciò detto, Hermes Pan non svalutava la Rogers, cui attribuiva un talento per la danza e, soprattutto, una facilità di imparare velocemente, pari solo alla sua pigrizia. E' ormai leggenda come Astaire creasse i suoi numeri di danza lungamente provando e riprovando, proprio insieme a Hermes Pan, il quale era costretto a impersonare la Rogers durante le prove, e come quest'ultima arrivasse il giorno prima delle riprese per apprendere in fretta, eseguire impeccabilmente, dimenticare subito dopo e rifiutarsi di doppiare i passi per il sonoro del tip tap.
Il vero argomento del contendere erano piuttosto gli abiti della Rogers, quasi tutti molto belli, tutti imponenti e alcuni ingombranti (vedi le infernali piumette che si distaccano da quello di "Cheek to cheek"): ma la mammina di Ginger li voleva così protestando che se l'amata figliola non avesse avuto abiti lussureggianti nessuno l'avrebbe notata al fianco di un tale genio (Astaire). In questo la terribile Lila era acuta e ingiusta in ugual misura: ingiusta perché Ginger non era poi così sprovvista di talento, acuta perché, comunque, esisteva una differenza di classe tra i due. Comunque, mentre la coppia Astaire-Rogers interpretava film su film e i due divi approdavano all' elenco dei Top Ten, la ragazza Rogers (che aveva iniziato la sua carriera tra Vaudeville e Musical) voleva, fortissimamente voleva essere attrice e soprattutto attrice drammatica e non danzatrice. Un critico crudele disse di lei che le sue interpretazioni "erano meno versatili delle sue pettinature", ma questo non impedì a Rogers di ottenere un Oscar per Kitty Foyle nel 1940, superando Bette Davis di Ombre malesi (!) e Katharine Hepburn di Scandalo a Filadelfia (!).
Ma gli Oscar, si sa, sono stati sovente un mistero. E così, all'inizio degli Anni Quaranta, Ginger Rogers, a ventotto anni, con poco più di dieci anni di carriera, era una Star con la esse maiuscola, una Superstar, diremmo oggi, di quelle che fanno il bello e il brutto tempo sul set e i cui capricci sono legge.
La critica non era tenerissima con lei, ma il pubblico accorreva con slancio e film imbarazzanti come Lady in the Dark (Le schiave della città, 1944) incassavano quasi cinque milioni di dollari! In conseguenza Miss Rogers esigeva somme abbastanza forsennate per la sua partecipazione a un film (circa 300.000 dollari per Grand Hotel Astoria nel 1945) e, parallelamente, comprimari che non le facessero ombra. Il risultato fu un rallentamento nel ritmo delle offerte, finché, come una nemesi, nel 1949, si ripresenta l' occasione di lavorare con Fred Astaire; si tratta di sostituire con velocità Judy Garland per I Barkleys di Broadway. Rogers accetta con slancio e siccome ha sempre fatto molto tennis è in gran forma e riesce a ballare senza troppi problemi. Ma la magia della coppia è molto appannata: Fred è sempre più mostruosamente bravo; il professionismo di entrambi è quello di sempre; invece il magico accordo fra i due, quell'impalpabile qualità che li aveva resi, insieme, miracolosi, è scomparso. Nonostante tutto Rogers riesce a ricavare dal film un serio rilancio di carriera.
E' protagonista di alcune commedie, all' inizio degli Anni Cinquanta, che mettono d' accordo critica e pubblico sulla delizia delle sue interpretazioni e ottiene un successo personale al fianco di Cary Grant in Monkey Business (Il magnifico scherzo, 1952). In questo film Grant e Rogers sono una coppia di mezza età che perde colpi in molti sensi. Lui scienziato lei casalinga, lui distratto lei nostalgica, improvvisamente una pozione più o meno magica restituisce a tratti la giovinezza ai due, ma, e questa è la trovata, i due precipitano in una specie di adolescenziale idiozia, inarrestabile quanto sconfinata. Rogers recupera quella sua magica capacità di interpretare ragazzine di cui aveva già dato prova in Kitty Foyle e in Frutto proibito ma qui la gira in satira abbastanza feroce della giovinetta americana e dei suoi sciocchi obiettivi: ha poi un momento altissimo quando crede che un bambino piccolissimo che si trascina carponi sia il marito andato troppo oltre nei suoi ringiovanimenti. Purtroppo, l'incorreggibile Ginger accetta anche un ruolo drammatico che rischia di affossarla definitivamente nel film Black Widow (L' amante sconosciuta, 1954): la sinistra pellicola è sceneggiata e diretta da Nunnally Johnson (incredibile personaggio di Hollywood che aspetta ancora di essere interpretato dalla critica; il pubblico, a suo tempo, ne fece giustizia sommaria). Dopo questo film Ginger Rogers commette qualche altro errore di carriera (a parte l'aver sposato un giovanotto di quindici anni più giovane: all'epoca, uno scandalo) sia nella scelta dei soggetti sia nell'introduzione del giovanotto marito, un certo Jacques Bergerac, nei film di cui sopra. Poi, non contenta, si rimette nelle mani di Nunnally Johnson per quel nefando Oh Men! Oh Women! (Le donne hanno sempre ragione, ' 57) che le fa chiudere ingloriosamente la carriera cinematografica. Ha appena 45 anni. Tornerà, otto anni dopo, per due film, ma non vale la pena di ricordarli.
Interessante invece è la sua carriera televisiva e teatrale. Debutta in tv nel 1954, interpretando alcune commedie di Noel Coward e dopo parecchie apparizioni in spettacoli altrui, nel 1958, ha il suo Ginger Rogers Show in cui riprende a cantare e a ballare. Quando poi, a Broadway, sostituisce l' esausta Carol Channing nel ruolo di Dolly per Hello, Dolly! (è l'ottobre del 1965), Rogers ottiene un successo teatrale formidabile, complice anche quell'aura di nostalgia che comincia a profumare tutto ciò che ha avuto successo nel passato ed è, in qualche modo, ancora disponibile. Un' altra eroina di Musical sarà tappa fondamentale nella carriera teatrale della Rogers: Mame, questa volta a Londra, per 443 repliche a partire dal febbraio del 1969. Fra questi due personaggi, si situa un evento breve ma importante. Alla cerimonia per la consegna degli Oscar nel 1968, Fred Astaire e Ginger Rogers ballano insieme per pochi minuti e ottengono quella che è stata la più lunga clamorosa standing ovation nella storia degli Oscar. Contemporaneamente gli antichi film dei due, Astaire e Rogers, hanno un revival televisivo e nelle sale di tutti gli Stati Uniti che si estenderà poi all' Europa (va ricordata la tenacia di una saletta di Parigi che per anni continuava a proporre queste pellicole).
La riluttante Ginger comincia a rispondere ai giornalisti che le chiedono ormai solo di lei e Fred Astaire, oscillando tra l'agiografia, la malignità, le benedizioni e la ben recitata nostalgia. Pochi anni le basteranno a capire che ormai lei rappresenta solo la metà di una coppia che non esiste più da trent'anni, una coppia di cui lei era la parte minore e di cui "il genio" non parla volentieri. E così, rassegnata, mette insieme un piccolo spettacolo di danza e canto che porta nel circuito dei night-club: non solo si rievocano i suoi duetti con Fred Astaire, non solo se ne proiettano dei brani, ma i quattro ballerini che sono con lei indossano maglie inneggianti all' assente Fred Astaire. Il tutto fra il 1976 e il 1978.
Ginger Rogers era in cattiva salute dalla fine degli anni 70, ma rifiutò sempre di farsi curare: quale adepta di una setta religiosa non credeva nella medicina, ma solo nella preghiera. Da tempo era costretta in una sedia a rotelle.
L' attrice e ballerina è morta il 25 aprile 1995  alle 7.10 del mattino (le 17.10 italiane) nella sua casa di Rancho Mirage, a sud di Los Angeles, in California. Aveva 83 anni. Veronica Martinez, portavoce dell' Ufficio del Coroner della contea di Riverside, ha annunciato che la morte è avvenuta "per cause naturali".

domenica 15 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 luglio.
Il 15 luglio 1953 John Reginald Christie viene impiccato.
John Reginald Christie nacque a Sheffield, nel 1898, in una famiglia dove l'elemento femminile prevaleva (Christie aveva 4 sorelle) e dove l'unico elemento maschile (il padre) cercava in ogni modo, spesso con sistemi violenti, di dare al suo unico figlio maschio un'educazione maschilista.
Il padre di John era un uomo violento, che picchiava frequentemente il figlio. Talvolta lo costringeva addirittura a camminare marciando militarmente.
Dal canto suo, la madre era una donna iperprotettiva e apprensiva, che cercava sempre di proteggere il figlio chiudendolo in un guscio di affetto materno, nel quale John si crogiolava fin troppo, tanto da non riuscire a socializzare all'esterno della famiglia.
Negli anni dell'infanzia, Christie divenne presto un bambino solitario, ipocondriaco, pieno di fobie e seppure fosse molto attivo sia a scuola, che nella chiesa o in varie in attività sportive, non era riuscito a farsi nessuna amicizia.
Quando aveva 8 anni, suo nonno materno morì e i genitori gli chiesero se voleva vederlo durante la veglia funebre. Christie rispose affermativamente e sorprendentemente ne rimase affascinato.
Dopo quell'esperienza, John sceglierà il cimitero come suo luogo preferito di giochi, divertendosi in particolare ad osservare tra le fessure e le crepe delle tombe, nella speranza forse di rivedere lo spettacolo che lo aveva tanto affascinato durante la veglia funebre del nonno.
Sessualmente Christie era un ragazzo inibito. Il suo primo turbamento, all'età di 10 anni, capitò quando vide di nascosto le gambe nude della sua sorella più anziana, ma quell'evento lo rese ulteriormente frustrato: Christie non aveva un buon rapporto con le sorelle, che tendevano sempre a comandarlo e a dirigerlo e dopo quell'evento se ne sentiva anche attratto sessualmente.
Conscio di non poter mai soddisfare o esplicitare quel suo turbamento, era diventato molto nervoso e i successivi primi insuccessi amorosi durante l'adolescenza non fecero che peggiorare la situazione.
Christie cominciò così a sviluppare un profondo odio nei confronti delle donne ed in particolare delle donne da cui in un modo o nell'altro si sentiva tentato o attratto. Al tempo stesso, ne aveva paura e queste due emozioni insieme si fusero in una profonda e radicata rabbia repressa nei confronti delle donne in generale.
John abbandonò gli studi all'età di 15 anni e lavorò come operatore in un cinema fino a quando non iniziò la Prima Guerra Mondiale. Fu quindi chiamato alle armi ed entrò nell'esercito, ottenendo anche una discreta stima dai suoi superiori, fino a quando un giorno durante un'azione di guerra in Francia venne coinvolto in un attacco con gas subendo gravi conseguenze: rimase momentaneamente cieco e perse la voce, tanto che fu esonerato dal servizio per motivi di salute. Christie continuò a patire degli effetti dei gas per molto altro tempo, tanto che riacquistò la voce dopo 3 anni, anche se secondo alcuni medici che lo visitarono all'epoca si trattava in realtà di una reazione psicosomatica dovuta al trauma subito durante l'attacco.
Dopo la guerra, Christie tornò a svolgere il suo lavoro che poi cambiò, diventando un impiegato.
Nel 1920, Christie, ancora muto per effetto dei gas, si sposò con una donna di nome Ethel Simpson Waddington. Anche dopo il matrimonio, le sue difficoltà sessuali continuarono ed Ethel non fece nulla per venirgli incontro, non esitando a criticarlo e offenderlo per le sue incapacità.
Christie, che dall'età di 19 anni frequentava anche prostitute, non trovava sollievo neanche con loro che, pur non pretendendo nulla da lui, non esitavano a prenderlo in giro ed umiliarlo, ricordandogli sempre la sua incapacità a soddisfare una donna normale.
Poco tempo dopo il matrimonio, Christie cambiò nuovamente lavoro, diventando postino.
Fu durante lo svolgimento di questo mestiere che si mise per la prima volta nei guai con la giustizia, rubando alcuni vaglia postali. Come conseguenza di questo atto, Christie venne incarcerato per 3 mesi.
Dopo il ritorno a casa riacquistò la voce durante un litigio con il padre per poi perderla nuovamente e riacquistarla definitivamente dopo altri 6 mesi.
Passarono neanche 2 anni da quel primo arresto, che Christie si mise nuovamente nei guai per altri furti mentre lavorava come postino, finendo di nuovo in prigione per un breve periodo.
Cominciavano inoltre a circolare con insistenza delle voci a proposito del suo frequentare le prostitute e, in parte per queste sue abitudini, in parte per i suoi problemi con la legge, i rapporti con la moglie si incrinarono ulteriormente fino a degenerare nel divorzio.
Dopo la separazione dalla moglie, Christie decise di trasferirsi a Londra.
I primi anni a Londra non furono facili per John, che dopo 4 anni finì nuovamente nelle patrie galere, stavolta per 9 mesi, con l'accusa di furto.
Uscito dal carcere, sempre più disorientato, passò da un lavoro precario all'altro e per un certo periodo convisse con una prostituta, fino a quando un giorno, durante un litigio, la colpì alla testa con una mazza da cricket, finendo in prigione per altri 6 mesi.
Su di lui, in tribunale, gravava anche il sospettato di aver commesso violenza su altre donne, ma per mancanza di prove venne condannato solo per la violenza commessa sulla convivente.
Uscito di prigione, Christie non trovò alternative a continuare una vita fatta di lavori precari, espedienti e furti. Nell'arco di poco tempo, finì nuovamente in carcere per aver rubato l'auto ad un prete che aveva provato ad aiutarlo.
Fu durante questo ennesimo soggiorno in galera che John ricontattò l'ex moglie, chiedendole di tornare a vivere con lui una volta che fosse uscito di prigione. L'ex moglie accettò e nel 1933 raggiunse John a Londra, sposandolo nuovamente.
Poco tempo dopo la nuova unione, John ebbe un brutto incidente automobilistico e fu costretto ad un lungo periodo in ospedale. Una volta guarito, tornò a casa con alcuni aspetti negativi del suo carattere ulteriormente peggiorati, in particolare l'ipocondria.
Negli anni successivi, Christie lavorò poco e rimase molto tempo a casa, ossessionato dai suoi disturbi e dalla paura di ammalarsi. Nell'arco di 15 anni si sottoporrà a ben 173 visite mediche, la maggior parte delle quali senza validi motivi.
Nel 1938, la coppia si trasferì al piano terreno (con uso esclusivo del giardino sul retro) del numero 10 di Rillington Place, una piccola e squallida casa vittoriana su tre piani, a ridosso del muro di una fabbrica e con il bagno in comune con gli altri inquilini.
Tra i tanti eventi negativi vissuti fino ad allora, Christie ebbe anche qualche fortuna, proprio in un periodo che invece la maggior parte delle altre persone non ricorderà con piacere: la Seconda Guerra Mondiale.
Christie era già troppo vecchio per poter essere richiamato alle armi, ma in compenso venne accettato come membro volontario nella milizia territoriale, uno speciale corpo della polizia che si occupava di mansioni di controllo del territorio, mantenimento del coprifuoco, oscuramento di determinate zone durante gli attacchi aerei e via discorrendo.
Gli ufficiali che risposero alla sua domanda probabilmente non controllarono i suoi numerosi precedenti, così Christie, all'età di 42 anni, tornò a vestire un'uniforme.
Rimase nel corpo di polizia per 4 anni e quello fu probabilmente il periodo più felice della sua vita: finalmente aveva uno scopo da portare avanti e si immedesimò a tal punto nel suo compito da diventare un fanatico sostenitore della legge, tanto che tra i colleghi si guadagnò lo scherzoso soprannome di "Himmler di Rillington Place".
Christie prese talmente sul serio il suo lavoro da arrivare al punto da spiare i suoi vicini di casa alla ricerca di ogni minima infrazione.
Un'altra particolarità che gli piaceva di questo lavoro era la possibilità di avvicinare donne con maggiore facilità grazie alla divisa, tant'è che si fece anche un'amante, il cui marito era in guerra, ed approfittando delle numerose assenze della propria moglie, spesso si recava da lei a passare ore liete. Almeno fino a quando un giorno il marito rincasò a sorpresa, scoprendo il tradimento e riempiendolo di botte.
Dopo quella brutta esperienza, Christie incontrerà donne solo a casa propria. Una di esse ebbe la sfortuna di diventare la sua prima vittima...
La prima vittima di John Reginald Christie fu Ruth Fuerst, una immigrata austriaca di 21 anni che lavorava come operaia in una fabbrica di munizioni e che di tanto in tanto arrotondava lo stipendio facendo la prostituta.
Christie conobbe Ruth in un pub durante l'estate del 1943 e riuscì ad ottenere il suo interesse facendo leva sul suo ruolo in divisa.
Ruth cominciò così a frequentare la casa di Christie, al numero 10 di Rillington Place, ogni volta che la moglie di John si trovava a Sheffield dai parenti.
Durante uno di questi incontri clandestini accadde un imprevisto: John ricevette un telegramma dalla moglie che lo avvertiva che stava tornando anzitempo insieme al fratello. Christie preso dal panico disse a Ruth di andarsene immediatamente, ma lei si era già spogliata, voleva fare l'amore e rifiutò di andarsene. Christie decise così di risolvere il problema in modo estremo: fece l'amore con lei e, durante l'amplesso, la strangolò con una corda.
Terminato il rapporto con quello che ormai era un cadavere, avvolse il corpo di Ruth con i suoi vestiti e lo nascose sotto un'asse di pavimentazione nella cucina.
Quando la moglie tornò a casa insieme al fratello, i due non si accorsero di nulla.
Il giorno dopo, il fratello della moglie se ne andò via e durante la notte successiva Christie tirò fuori il cadavere e lo seppellì nel giardino. I vestiti furono inceneriti il giorno successivo.
Mesi dopo, fortuitamente, Christie dissotterrò il teschio di Ruth e incenerì anche quello.
La scomparsa della ragazza fu segnalata alla polizia il primo settembre, ma le indagini non portarono a nessun risultato.
Si sono fatte svariate ipotesi sui motivi che hanno portato Christie ad uccidere per la prima volta, una delle più accreditate è che dopo l'umiliazione sofferta dal marito tradito, Christie aveva un'assoluta necessità di manifestare nuovamente il suo potere per trovare di nuovo fiducia in sé stesso e lo manifestò nella maniera più tragica: uccidendo.
Dopo quel primo omicidio, Christie scoprì di non riuscire più a provare piacere con le donne a meno che queste non fossero immobili ed inermi. Il suo lato più strettamente necrofilo era tornato a galla e presto si sarebbe manifestato in nuovi crimini.
Un anno dopo, quando il suo compito nella polizia terminò, Christie trovò lavoro in una azienda di apparecchi radio ed anche la moglie cominciò a lavorare in una fabbrica.
All'incirca nello stesso periodo, Christie conobbe quella che poi diventerà la sua seconda vittima: Muriel Eady, una donna di 32 anni che lavorava nel reparto assemblaggio dell'azienda in cui lavorava anche lui.
I due fecero amicizia e Christie invitò varie volte Muriel e il suo fidanzato a casa propria, dove Ethel preparava loro il the e talvolta anche la cena.
Muriel non era una donna particolarmente affascinante, era bassa di statura, piuttosto robusta e non aveva un bellissimo viso, ciononostante Christie posò più di una volta gli occhi su di lei e venne preso dal desiderio di riprovare le intense emozioni provate l'anno prima con Ruth Fuerst, fino a che decise di escogitare un piano per rendere ciò possibile.
Nell'ottobre del 1944, Ethel tornò per un certo periodo a Sheffield dai parenti e Christie decise di approfittarne passando all'azione. In quel periodo, Muriel soffriva di una fastidiosa tosse e Christie, facendo leva sulle nozioni di pronto soccorso imparate durante il lavoro nella polizia, invitò Muriel a casa sua, sostenendo di avere un rimedio efficace contro il catarro di cui lei soffriva.
La ragazza si fidò, senza temere nulla, e si recò al numero 10 di Rillington Place ignorando che la attendeva una trappola pressoché perfetta: Christie aveva preparato una vaschetta di vetro con un coperchio di metallo, dentro la quale vi erano dei liquidi per inalazioni insieme ad alcune sostanze profumanti. Sul coperchio di metallo vi erano due fori, attraverso i quali passavano due tubicini di gomma, uno era collegato alla conduttura del gas, mentre l'altro ad una specie di mascherina attraverso la quale Muriel avrebbe dovuto respirare il monossido di carbonio.
Confidando in uno speciale rimedio contro il catarro, Muriel iniziò così ad inalare il gas fino a ritrovarsi in stato di semi-incoscenza, senza possibilità di difendersi. A quel punto, Christie, approfittando della sua debolezza, la strangolò con una corda.
Dopodiché, ebbe un amplesso con il suo cadavere, provando nuovamente quel senso di potere e al tempo stesso di pace che l'anno prima aveva provato con la sua prima vittima. Dopo l'omicidio e l'atto necrofilo, Christie scavò una fossa nel giardino e vi seppellì il cadavere, completamente vestito, non lontano dalla prima tomba.
Arrivò il 1945 e la guerra finì, anche se le difficoltà economiche e di vita della popolazione durarono ancora a lungo.
Christie riuscì per qualche anno a tenere a freno i suoi impulsi omicidi, fino a quando, nella primavera del 1948, questi non furono risvegliati dall'arrivo di una nuova coppia al terzo piano dello stabile (al secondo era venuto ad abitare un invalido, ex-operaio delle ferrovie).
Gli inquilini in questione erano una coppia di origine gallese, composta da Timothy Evans di 24 anni e sua moglie Beryl di 19, in attesa del loro primo figlio.
Timothy Evans proveniva da un'infanzia difficile e soffriva di vari problemi fisici e psichici nonché di un ritardo mentale non indifferente, inoltre era conosciuto come un gran bugiardo e bevitore accanito. Beryl, da par suo, era una ragazza carina ma di umili origini e pretese, con scarsa cultura e intelligenza sotto la media.
Dopo la nascita della prima figlia, che chiamarono Geraldine, Beryl rimase nuovamente incinta, ma due figli per loro sarebbero stati veramente troppi, ricoperti di debiti com'erano e con difficoltà a gestirsi in maniera opportuna. Beryl era intenzionata ad avere un aborto (all'epoca ancora illegale in Gran Bretagna) e informò tutti quelli che conosceva della sua intenzione, compreso John Christie: errore questo che si rivelerà per lei fatale.
Christie, approfittando dell'ignoranza e dell'ingenuità della ragazza, riuscì a convincerla di avere una certa esperienza nella pratica degli aborti ed utilizzò tutta una serie di termini scientifici che convinsero la diciannovenne ad affidarsi a lui.
In quel periodo, l'inquilino del secondo piano si trovava in ospedale, dove sarebbe rimasto alcune settimane, e Christie premeditò con precisione e crudeltà il suo terzo omicidio.
L'8 Novembre 1949, Christie salì al terzo piano della casa, ma anziché praticare l'aborto, colse di sorpresa la ragazza, strangolandola e abusando sessualmente del suo cadavere.
La sera stessa, quando Timothy Evans tornò dal lavoro, trovò davanti a sé Christie che gli disse che la moglie era morta durante l'intervento. Evans, di carattere debole e credulone, credette alla versione di Christie ed anziché recarsi dalla polizia con la figlia Geraldine e raccontare l'accaduto, acconsentì incredibilmente alla proposta di Christie di aiutarlo a nascondere il cadavere di Beryl, che momentaneamente fu sistemato nell'appartamento vuoto dell'inquilino del secondo piano.
Il giorno seguente, il giovane gallese tornò al lavoro e quando ritornò Christie gli disse che una famiglia della vicina cittadina di Acton si era presa carico di Geraldine (anch'essa era stata in realtà strangolata) e che gli promise che si sarebbe occupato personalmente di nascondere al più presto il corpo di Beryl in una botola nel giardino.
Evans, stordito e confuso, non dubitò neanche di una parola ed accettò il consiglio di Christie e, sempre su consiglio di questo, vendette tutta la mobilia e tornò a vivere a Merthyr, in Galles, con una zia.
Superate 3 settimane di grandi tormenti, Evans decise finalmente di recarsi alla stazione di polizia di Merthyr, dove raccontò una storia senza capo né coda che insospettì notevolmente gli inquirenti. Evans, incapace ad esprimersi correttamente e manifestando un comportamento piuttosto bizzarro, tentò di difendere Christie e si inventò che Beryl era morta in seguito all'assunzione di un prodotto che avrebbe dovuto provocare un aborto, inoltre disse alla polizia che il corpo era stato messo in una botola nel giardino.
Gli agenti di Scotland Yard decisero di fare un'ispezione sul posto, ma non trovarono nulla ed Evans, sempre più confuso, rilasciò una seconda dichiarazione, stavolta implicando Christie nella vicenda.
Gli agenti effettuarono un'altra ricerca e stavolta trovarono i corpi di Beryl e Geraldine.
Vicino ai due corpi, vi erano ancora i resti di Muriel Eady, ma sorprendentemente la polizia non li trovò. Successivamente al ritrovamento dei 2 cadaveri, furono effettuate le autopsie che stabilirono che le vittime erano morte per strangolamento, il che non coincideva con la versione di Evans che nella sua seconda dichiarazione aveva affermato che la moglie era morta durante un aborto clandestino praticato da Christie.
Evans fu portato a Londra dove, senza alcun consiglio legale, rilasciò una terza incredibile dichiarazione in cui affermava di aver strangolato la moglie dopo un litigio per motivi di denaro e di aver ucciso la figlioletta due giorni più tardi nel medesimo modo.
L'11 gennaio 1950, iniziò un processo a senso unico che si concluse in brevissimo tempo: Evans venne assolto dall'accusa di aver ucciso la moglie per mancanza di prove, ma condannato per l'omicidio della figlia, ragion per cui fu condannato a morte tramite impiccagione.
Christe venne implicato nella vicenda e coinvolto nel processo, ma riconosciuto innocente.
Il 9 marzo dello stesso anno Evans venne impiccato e riceverà ufficialmente giustizia solo 13 anni più tardi, nel 1966, quando venne stabilita con certezza la sua innocenza e la sua ingiusta condanna. I suoi resti vennero rimossi da un terreno sconsacrato in cui erano stati sepolti e trasferiti in un cimitero cattolico di Londra.
Dopo il processo e l'esecuzione di Evans, Christie entrò in una profonda depressione.
L'ansia derivante dalla paura di essere scoperto e condannato l'aveva duramente provato, aveva perso il lavoro ed nell'arco di pochi mesi aveva perso anche più di 20 chili di peso.
Fu per questo ricoverato per 3 settimane, al termine delle quali uno psichiatra gli propose invano di passare un periodo di ricovero in una clinica specializzata per fare ulteriori esami.
Ad ogni modo, l'ipocondria di Christie peggiorò ulteriormente ed in soli 8 mesi si fece visitare dal proprio medico di famiglia per ben 33 volte.
La situazione migliorò leggermente quando trovò un nuovo lavoro come impiegato, ma durò poco. Christie non riusciva più ad essere preciso e costante nel lavoro e con una scusa si licenziò rimanendo nuovamente disoccupato.
La moglie non era affatto contenta di tutto ciò: spesso lo rimproverava, prendendolo anche in giro per la sua impotenza sessuale. La situazione in casa diventava di giorno in giorno più tesa ed il fatto che Ethel, a causa di alcuni suoi problemi di salute, visitava sempre meno i parenti a Sheffield, non faceva altro che renderla ancora più tesa.
Fu così che la notte del 14 dicembre 1952, dopo soli 5 giorni dal licenziamento, Christie strangolò la moglie nel sonno e la nascose sotto un asse della pavimentazione all'interno dell'abitazione.
Pochi giorni dopo scrisse una lettera alla sorella di Ethel, asserendo che la moglie non poteva più scriverle a causa di un problema reumatico alle mani, mentre ai vicini disse che Ethel era partita per Sheffield e che presto anche lui l'avrebbe raggiunta.
Ormai solo nella casa e senza più controlli, Christie sprofondò ancora di più nelle sue fantasie perverse e morbose, fino a quando, nel gennaio del 1953, perse completamente l'autocontrollo ed uccise per ben 3 volte prima di essere scoperto ed arrestato.
La sesta vittima fu Rita Nelson, una prostituta di 25 anni che il 2 gennaio 1953 venne strangolata e in seguito stuprata nella casa del suo assassino; la settima, Kathleen Maloney, uccisa nello stesso mese, venne asfissiata e strangolata prima di essere stuprata dal suo assassino necrofilo; l'ottava ed ultima vittima, Hectorina McLennan di 26 anni, venne condotta a Rillington Place con una scusa e lì la strangolata e stuprata.
Tutti e 3 i cadaveri vennero nascosti in un buco nella parete della cucina, una specie di armadio a muro che poi fu coperto con della carta da parati e un altro mobile.
Christie era riuscito sempre a farla franca, ma era cosciente che presto avrebbe dovuto scappare: il fidanzato di Hectorina (l'ultima vittima) l'aveva visto in compagnia di lei poco prima che scomparisse e continuava a fare domande, i parenti di Ethel a Sheffield cominciavano a preoccuparsi ed insospettirsi, inoltre John sapeva bene che, nonostante la temperatura molto bassa della casa (tra i 5 e i 10 gradi d'inverno), presto i cadaveri che nascondeva avrebbero cominciato ad emanare odori troppo cattivi per essere sopportati dai vicini.
Tutte queste considerazioni lo portarono a decidere di scappare in fretta e furia: Christie non rispose più alle lettere dei parenti di Ethel, vendette tutti i mobili (letto compreso) e, il 21 marzo, dopo aver sub-affittato illegalmente la casa ad una coppia di nome Reilly, scappò via cominciando a vagabondare senza meta per Londra.
Il proprietario dello stabile venne presto a conoscenza del sub-affitto irregolare, mandò via i Reilly e permise ad un inquilino del piano superiore (un immigrato giamaicano di nome Beresford Brown) di usare la cucina al piano terreno. L'uomo, facendo alcuni lavori nella cucina, scoprì in un angolo della parete della carta da pareti strappata che celava una porta. Pensando che si trattasse di una dispensa, Brown aprì la porta, puntò la torcia elettrica nel buco e scoprì con orrore un cadavere di donna, vestito solo con un reggiseno.
Il giamaicano chiamò immediatamente la polizia che, giunta sul luogo, trovò altri due cadaveri nella parete, poi un altro sotto un'asse di pavimentazione e ancora altri due sepolti nel giardino.
Dopo la macabra scoperta, partì immediatamente la caccia a Christie, che divenne il ricercato numero 1 del Regno Unito.
Le ricerche terminarono dopo soli 10 giorni, quando, stanco e sfinito, l'assassino venne fermato da un poliziotto che lo aveva riconosciuto, mentre era affacciato sul ponte Putney a guardare con sguardo fisso il Tamigi.
Quando l'agente chiese al sospetto se fosse John Christie, lui rispose affermativamente e, senza opporre resistenza, si fece arrestare e portare nella stazione di polizia di Putney, dove confessò di aver ucciso la moglie, la Maloney, la Nelson, la MacLennan, la Fuerst e la Eady.
Inizialmente non confessò l'omicidio di Beryl Evans, ma l'8 giugno ammise di aver commesso anche quello. Non confessò mai invece l'omicidio della piccola Geraldine, di soli 15 mesi, il che portò a varie ipotesi: che cercasse di negare il suo omicidio più orrendo, che avesse compiuto l'omicidio insieme a Timothy Evans, o che fosse davvero Timothy Evans ad aver ucciso la figlia, per quanto fosse improbabile che due strangolatori abitassero casualmente nello stesso stabile di 3 piani.
Il processo di Christie cominciò nel giugno del 1953.
L'imputato basò la sua difesa su una presunta insanità mentale, ma la strategia faceva acqua da tutte le parti e non fu quasi presa in considerazione.
Dopo un breve processo, Christie venne giudicato colpevole di omicidio nei confronti dell'ex moglie e quello bastò a fargli ottenere una sentenza di condanna a morte tramite impiccagione. Christie venne impiccato dopo un brevissimo lasso di tempo dal processo, il 15 luglio del 1953, nel penitenziario di Pentonville dal boia Albert Pierrepoint, che si era occupato in precedenza anche dell'esecuzione di Evans. Una ricostruzione della scena dell'esecuzione capitale di John Christie nella prigione di Pentonville, può essere visitata all'interno della "Camera degli orrori" nel celebre museo delle cere Madame Tussauds di Londra.
Nel 1954, l'anno successivo all'esecuzione di Christie, Rillington Place venne rinominata Ruston Close su richiesta dei residenti della zona che firmarono una petizione in modo da eliminare ogni traccia dei tragici eventi, ma il numero civico 10 continuò ad essere abitato. Le tre famiglie che occupavano la palazzina nel 1970 rifiutarono di dare l'autorizzazione per le riprese del film "L'assassino di Rillington Place n. 10", che quindi venne ambientato nel vicino numero 7 (sfitto). Richard Attenborough, che interpretò sullo schermo il ruolo di Christie, parlò della sua riluttanza iniziale nell'accettare la parte: «Non mi piaceva assolutamente quel ruolo, trovo il personaggio di Christie ripugnante, ma accettai dopo aver letto il copione». La palazzina dove Christie perpetrò i suoi crimini, insieme a tutte quelle nei dintorni, è stata demolita negli anni settanta per lasciare posto ad un nuovo complesso residenziale. Attualmente dove sorgeva il civico numero 10 di Rillington Place si trova un giardino.

sabato 14 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Mercoledì 14 luglio 1948, poco prima di mezzogiorno, Palmiro Togliatti, accalorato e insoddisfatto per la discussione che si trascina in Parlamento, si alza per avviarsi all’uscita secondaria di Montecitorio che sfocia in via della Missione. Lo segue, a pochi passi di distanza, l’on. Nilde Iotti. Appena arrivato in strada, Togliatti viene affrontato da un giovane magro e bruno il quale, con tutta calma, estrae dalla tasca una pistola e spara, contro il leader comunista, quattro colpi. Raggiunto da tre proiettili ed apparentemente privo di vita, Togliatti cade riverso sul selciato e mentre Nilde Iotti chiama a gran voce i primi soccorsi, l’attentatore, Antonio Pallante, consegna l’arma e se stesso al primo Carabiniere che incontra nella stessa via. Più tardi dirà di aver attentato alla vita di Togliatti perché non tollerava che un italiano partecipasse alle riunioni del ‘Cominform’ ed anche perché riteneva Togliatti responsabile delle uccisioni di italiani avvenute nel Nord dopo la liberazione.
Trasportato d’urgenza al Policlinico di Roma, Togliatti, non solo non è morto, ma nonostante tre pallottole in corpo, è anche cosciente tanto da parlare con De Gasperi, giunto in ospedale cinquanta minuti dopo l’attentato. Sottoposto ad immediato intervento chirurgico da una équipe guidata dal famoso cardiochirurgo Pietro Valdoni, alle 17.45 dello stesso giorno, Togliatti si può già considerare fuori pericolo.
Ma se Togliatti è riuscito a superare questo terribile incidente, il Paese, man mano che passano le ore e la notizia dell’accaduto si diffonde, attraversa il momento più pericoloso della neonata Repubblica.
Prim’ancora che il Comitato esecutivo della CGIL dichiari lo sciopero generale, migliaia di lavoratori abbandonano spontaneamente le fabbriche e si riversano nelle piazze. In questa spontanea dimostrazione di solidarietà umana, c’è gente semplice, gente che vuole solamente avere notizie più precise sui fatti accaduti e sulla salute del grande leader comunista, ma vi sono anche agitatori, mestatori politici, facinorosi e il subitaneo, enorme spiegamento delle forze dell’ordine, predisposto dal ministro Scelba è, probabilmente, la scintilla che scatena tante piccole battaglie nei maggiori centri urbani del Paese.
E’ vero, il manifesto della CGIL, apparso su tutti i muri delle grandi città, è duro nel dichiarare che il Governo attuale, per la politica che persegue, non garantisce la libera e pacifica convivenza di tutti i cittadini nell’ambito della legalità democratica, ma e anche vero che il comunicato del Governo, in risposta alla CGIL, è perfino più duro e insinuante quando afferma che esiste uno scopo dichiarato di sovvertire la situazione creata dalle elezioni.
Il primo a raccomandare la calma, esortazione poi ripetuta a Mauro Scoccimarro, è proprio Togliatti: Per carità – disse subito - siate calmi, non perdete la testa, non facciamo sciocchezze. Con la dichiarazione di sciopero generale, invece, la spontanea dimostrazione si trasforma in un vero e proprio atto di protesta politica denunciata dalla corrente democratica all’interno della CGIL che, guidata da Giulio Pastore, invita i propri simpatizzanti ad astenersi dallo sciopero. Per colmo di sfortuna, anche questa volta, Giuseppe Di Vittorio è in America. Raggiunto telefonicamente dalla grave notizia, prende il primo aereo per l’Italia e vi giunge la stessa notte del 14. Il 15 luglio, la protesta e le dimostrazioni degenerano. Si occupano fabbriche, vengono devastate decine di sedi di partito e, naturalmente, arrivano le prime vittime. In Puglia, l’incidente più grave avviene a Taranto ad appena tre ore dopo l’attentato a Togliatti. La città è imbandierata e festante per la Fiera del Mare che dovrebbe svolgersi il giorno successivo ma le notizie apprese dalla radio producono un moto spontaneo di popolo che al primo incontro con la forza pubblica si incattivisce. Lo scontro inizia con il lancio di sassi e finisce a pistolettate: un agente ed un operaio rimangono uccisi.
Di Vittorio, nel frattempo, non può che prendere atto di quanto ha deciso il Comitato esecutivo della CGIL ma già dal mattino del 15, esercita tutta la sua influenza e la sua grande capacità di mediazione, per calmare gli animi e far cessare lo sciopero. Il Consiglio dei Ministri, per bocca di Piccioni e Fanfani, pretende la cessazione immediata dello sciopero e Di Vittorio, che non può sconfessare tutti, taglia corto e dichiara che lo sciopero cesserà venerdì 16 luglio alle 12. Esonerati però, dalla seconda giornata di sciopero, sono i quotidiani che il giorno 16 sono nelle edicole.
Piano piano dunque, torna la calma, anche se sono moltissimi i predicatori di uno sciopero ad oltranza che provocano altri incidenti ed altre vittime. A Gravina, il 15 luglio, un gruppo di dimostranti si reca ai mulini Divella ed invita i crumiri a scioperare. Intervengono i proprietari che chiamano i locali Carabinieri e, dalle parole, si passa ai fatti: viene ucciso un operaio mentre un Carabiniere catturato e portato alla locale Camera del Lavoro - scrive la Gazzetta - viene percosso, derubato, denudato e ridotto in fin di vita. Il Carabiniere muore infatti il 17 luglio. Lo stesso giorno la Gazzetta del Mezzogiorno titola a tutta pagina: L’ordine è tornato in tutta Italia e pubblica la relazione di De Gasperi e Scelba, in Parlamento, il giorno prima. L’ordine di Scelba, che non ha avuto critiche solo dalla sinistra per la determinazione con cui le forze dell’ordine sono intervenute durante il 14 e 15 luglio, è costato al Paese, per sua stessa ammissione, 16 vittime: 7 morti fra i civili, 9 fra Agenti e Carabinieri e 204 feriti più o meno gravi.
Anche in Parlamento si avranno feriti e contusi durante l’intervento di De Gasperi, ma la paura è passata ed è passata anche grazie a Gino Bartali. Questa nota di colore durante i tragici avvenimenti di luglio, è un fatto ormai riconosciuto da tutti gli storici. Pare che fra una colluttazione e l’altra in Parlamento, fra uno scontro e l’altro nelle piazze, tutti erano comunque attenti nel seguire il Tour de France e le imprese di Bartali. Perfino Togliatti, in ospedale, chiedeva continuamente notizie. L’aneddoto sarà raccontato, successivamente, dallo stesso Giulio Andreotti: proprio il 15 luglio, mentre svolgeva una relazione parlamentare in una atmosfera tesissima, entra nell’emiciclo di Montecitorio il parlamentare contadino Matteo Tonengo che tutto concitato annuncia a gran voce lo strepitoso successo di Bartali nella tappa Cannes/Briancon. Immediatamente la tensione si allenta e dalla destra alla sinistra del Parlamento appaiono sorrisi e mormorii di approvazione. Era accaduto che il Gino nazionale, in quella tappa montuosa, aveva recuperato quasi 21 minuti sulla maglia gialla Luison Bobet e che dal settimo posto, in classifica generale, era balzato al secondo posto. Il giorno successivo, 16 luglio, vince di nuovo, conquista la maglia gialla e la conserva fino al definitivo trionfo, il 25 luglio, a Parigi.
In effetti - racconta il direttore di un quotidiano - in quei due giorni, 14 e 15 luglio, la tensione era notevole. Nella mattinata del 15 un folto gruppo di dimostranti aveva tentato di entrare nel giornale, qualche vetro era andato in frantumi e noi giovani ascoltavamo con attenzione i commenti dei colleghi più anziani su cosa e su quanto stava avvenendo, nel Paese, in quel momento. Ogni tanto però, qualcuno di noi spariva per sapere, dalla redazione sportiva, cosa stava accadendo al ‘Tour’ e, quando nel pomeriggio del 15, arrivò la notizia della memorabile impresa di Bartali, fu come se qualcuno avesse scoperto una pentola a pressione. Da quel momento non si parlò d’altro e presto ci accorgemmo che anche fra i dimostranti l’attenzione era passata dalla ‘rivoluzione’ all’impresa di Bartali.
Molti anni dopo si è giunti perfino ad ipotizzare che fu proprio l’impresa di Bartali a far abortire la rivoluzione. Ma Pietro Secchia e Pietro Longo hanno sempre respinto recisamente che il PC avesse la preparazione e l’intenzione di sovvertire le istituzioni.
Antonio Pallante fu processato e condannato nel luglio del 1949 a tredici anni e otto mesi di reclusione, ma il 31 ottobre 1953, in appello, la pena venne ridotta a dieci anni e otto mesi; il resto della pena gli fu condonato per effetto dell'amnistia e alla fine del 1953 uscì dal carcere dopo cinque anni. Scontata la pena, trovò impiego, come il padre, alla Forestale. Sposato, con due figli e alcuni nipotini, attualmente vive da anonimo pensionato a Catania.

venerdì 13 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 luglio.
Il 13 luglio 1862 viene istituito in Italia il Monopolio del Tabacco.
Il tabacco era ben conosciuto nel continente americano ben prima che arrivassero gli esploratori europei. Diverse pipe sono state trovate in siti archeologici in Sud America e negli USA (Ohio – Hopewell ). I nativi del continente americano non fumavano sempre per piacere, ma anche per scopi medicinali. Le tribù del Nord America di solito portavano sacchetti contenenti notevoli quantità di tabacco per utilizzarlo come merce di scambio, oppure usavano pipe per fumarlo in cerimonie sacre o per suggellare patti e marcare occasioni speciali.
I primi europei che videro il tabacco furono due membri della prima spedizione di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo. Il 28 ottobre 1492 Colombo arrivò a Cuba e, credendo di essere arrivato in Cina, mandò Luis de Torres and Rodrigo de Xerez a cercare il Gran Khan. Essi ritornarono ovviamente senza aver trovato il sovrano, ma raccontando di aver visto uomini fumare foglie secche in strumenti che vennero definiti pipe.
Gli spagnoli introdussero il tabacco in Europa nel 1518, ma fu grazie a Gonzalo Hernandez de Ovieto y Valdès, governatore di Santo Domingo, se nel 1559 furono introdotti in Europa i primi semi della pianta.
Nel 1560 Jean Nicot de Villemain, ambasciatore di Francia in Portogallo, portò alla corte francese i semi della pianta del tabacco e la descrisse come un “farmaco miracoloso”, il suo nome resta immortalato nel principio attivo del tabacco, la nicotina.
Dalle corti si diffuse rapidamente attraverso tutto il continente. I primi trattati sul tabacco apparvero nel XVI secolo e ne descrivevano soprattutto le sue proprietà mediche: Jean Nicot, ambasciatore di Francia a Lisbona, inviò semi di tabacco alla sovrana francese Caterina de Medici affinché potesse curare le sue emicranie.
Se da un lato il tabacco aveva tantissimi sostenitori in Europa, non mancavano i detrattori. Nel 1604 il re d’Inghilterra Giacomo I Stuart lo descrisse come un’abitudine disgustosa e nociva, e nello stesso anno l’Inghilterra impose una forte tassa protettiva su ogni libbra di tabacco importata.
Il tabacco giunse anche nell’Impero Ottomano alla fine del Cinquecento dove all’inizio venne usato soprattutto come medicina, ma poi si diffuse per il piacere che provocava.
Dall’Europa il tabacco ritornò sul continente americano attraverso i primi coloni che all’inizio del XVII secolo ne iniziarono la coltivazione nell’attuale Virginia e selezionarono tipi di tabacco consumati fino ad ora. Il tabacco divenne così popolare che venne usato per secoli come valuta. La crescente domanda di tabacco dell’Europa contribuì moltissimo all’intensificarsi dei trasporti marittimi tra i due continenti. Le tasse imposte nel continente americano permisero anche lo sviluppo della prosperità. Le accise  rappresentarono ben oltre la fine della guerra civile un terzo degli incassi del governo americano.
Nell’Estremo Oriente il tabacco si diffuse dapprima come regalo che i vari mercanti ed ambasciatori portavano alle corti e divenne estremamente popolare come raffinatissimo piacere sia da fiuto che da fumo.
Il tabacco venne dapprima consumato come trinciato nelle pipe o come polvere finissima da fiuto. Alla fine del Settecento comparvero i primi sigari, e  solo verso la metà dell’Ottocento le prime sigarette. Nel mondo anglosassone, questa si diffuse soprattutto dopo la Guerra di Crimea quando i soldati presero l’abitudine di avvolgere il tabacco in pezzetti di carta e fumarlo così. La sigaretta divenne popolare solo quando nel 1881 fu costruita negli Stati Uniti la prima macchina per la produzione industriale che permetteva una produzione ben tredici volte più veloce di quella manuale.
In Italia, la coltura del tabacco si diffuse nella seconda metà del XVI secolo grazie all’azione di due prelati: il Cardinale Prospero Pubblicola di Santa Croce, Nunzio Apostolico in Portogallo, che portò i semi a Papa Pio IV il quale li fece coltivare ai monaci cistercensi vicino a Roma e il Vescovo Nicolò Tornabuoni, Nunzio di Papa Gregorio XIII e ambasciatore di Toscana alla Corte di Francia, che portò i semi a suo zio, Vescovo di Sansepolcro. Da lì passò alle Marche attraverso i monaci cistercensi di Chiaravalle e alla Valle del Brenta in Veneto grazie ai monaci benedettini.
Contemporaneamente la coltura si sviluppò anche nella Repubblica di Cospaia, un piccolo stato di poco più di 300 ettari nell’attuale comune di San Giustino (PG), nato per un errore topografico dei cartografi del papa Eugenio IV, che nel 1440 diede il territorio di Sansepolcro in pegno al Granducato di Toscana. Gli abitanti del minuscolo staterello cominciarono a vendere il tabacco agli stati vicini. Da questo momento in poi il tabacco divenne il più importante mezzo di sostentamento della repubblica.
L’estendersi della coltivazione e del consumo spinse i vari Stati a sfruttare l’uso del tabacco a scopo fiscale e a concedere appalti per la sua lavorazione. Fu solo nel XVIII secolo che quasi tutti i diversi regimi fiscali si trasformarono in regime di monopolio, fissando le superfici da coltivare, le varietà da usare, i prezzi dei prodotti e obbligando i contadini a vendere le foglie a persone autorizzate dal governo.
In Italia meridionale, il tabacco si diffuse solo nel XVIII secolo nel Beneventano sempre grazie ad ordini religiosi locali, e si estese fino alla Puglia in seguito alla costruzione di una grande manifattura di tabacco da fiuto di lusso a Lecce. Nel XIX secolo la coltivazione del tabacco si espanse in molte regioni. Nel 1826 la Repubblica di Cospaia fu abolita e annessa allo Stato Pontificio in seguito ad un accordo fra questo e il Granducato di Toscana. Riuscì a mantenere il privilegio di coltivare tabacco così la coltura si estese fino all’Alta Valle del Tevere.
Al momento dell’unità d’Italia, nel 1861, le entrate del tabacco erano tali che il nuovo governo formò il Monopolio dei Tabacchi che controllava la coltivazione, la produzione e il commercio del tabacco, allo scopo di garantire all’erario cospicue entrate gestite direttamente dallo stato. Sempre in quegli anni il Monopolio di Stato, oltre ai prodotti da fumo e da fiuto, iniziò a produrre i primi antiparassitari a base di nicotina per la lotta contro gli insetti nocivi e sapone a base di nicotina.
All’inizio del XX secolo erano attivi sul territorio molte cooperative ed aziende private per la prima lavorazione del tabacco e 17 stabilimenti del Monopolio per il tabacco lavorato.
Nel corso dei secoli la pianta fu oggetto di infinite legislazioni legate allo sfruttamento commerciale e di controversie legate all’uso, al punto che Papa Urbano VIII e Innocenzo X decisero di scomunicare chi avesse usato tabacco in chiesa. Le numerose proibizioni da parte dei vari stati della penisola italiana non riuscirono mai a fermarne l’uso e la sua coltivazione fu quasi sempre sottomessa a disposizioni speciali da parte dei  governanti o a regime di monopolio.
In seguito ad esigenze di riforma e rinnovamento del settore, mirate a rendere competitiva sui mercati la produzione industriale del tabacco, nel 1998 veniva istituito l’Ente Tabacchi Italiani (ETI), un ente pubblico dotato di autonomia amministrativa, organizzativa e contabile.
Nel 2000 l’ETI è stato poi privatizzato, come è avvenuto anche in altri paesi europei come Spagna, Austria e Francia, diventato di fatto una S.p.A., e ceduto poi nel 2004 alla società privata British American Tobacco (BAT). Oggi l’ETI S.p.A. produce sia sigarette e sigari “Made in Italy” provenienti da colture nazionali di prevalenza Campane, Venete, Toscane e Umbre, ma anche sigarette estere sotto licenza, ed è proprio l’Italia infatti ad essere il maggiore produttore europeo di tabacco, tanto che in molte regioni questo ha sostituito le colture tradizionali, per far fronte alla domanda crescente.

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