Cerca nel web

domenica 8 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 ottobre.
L'8 ottobre 1956 Don Larsen realizza l'unico "perfect game" mai realizzato durante le world series di baseball.
Dal 1991, anno in cui la Major League Baseball lo ha codificato, il perfect game è il termine con il quale nel baseball si definisce la partita completa di almeno 9 inning in cui il lanciatore ottiene una vittoria, senza concedere basi su ball e battute valide, e senza che lui o i propri compagni commettano errori di campo. In pratica, nessuno dei battitori avversari deve raggiungere la prima base. Per definizione, tale partita deve essere uno shutout e un no-hitter, cioè una partita in cui l'attacco avversario rimane a zero, sia nel punteggio, sia nel numero di battute valide.
Nonostante nel baseball moderno ogni squadra giochi oltre 160 partite l'anno, dal 1900 ad oggi si sono avuti solo 21 perfect games. Félix Hernández dei Seattle Mariners è stato l'ultimo in ordine di tempo, il 15 agosto 2012. Il precedente perfect game è stato quello di Matt Cain dei San Francisco Giants, il 13 giugno 2012, mentre l'8 ottobre 1956 Don Larsen ha lanciato l'unico perfect game mai realizzato in una partita di World Series. La storia del baseball è piena, comunque, di near-misses, partite quasi perfette, rovinate magari da un errore della difesa, e non del lanciatore.
Nel baseball, ci sono varie tappe da attraversare prima che una partita possa essere definita "perfetta". Innanzitutto, la partita perfetta inizia con una vittoria, che viene attribuita al lanciatore che si trova in campo quando la squadra che poi vincerà l'incontro passa in testa nel punteggio, e che esce dal campo con la squadra ancora in vantaggio, e senza che in campo siano rimasti avversari che poi possano realizzare un numero di punti tale da ribaltare il risultato.
Quando il lanciatore che ottiene la vittoria è l'unico a scendere in campo per la propria squadra, senza bisogno quindi di lanciatori di rilievo che lo sostituiscano, allo stesso viene attribuita anche una "partita completa" (complete game). Mentre tutte le partite garantiscono un vincitore, il numero di complete games è già molto inferiore. Una partita completa in cui la squadra avversaria non realizza neanche un punto fa raggiungere al lanciatore la tappa successiva verso la perfezione, lo shutout. Uno shutout, sebbene difficile da realizzare, non è comunque raro sui campi da baseball.
Molto più difficile, infatti, è assistere a un no-hitter, una partita di almeno 9 inning in cui una delle due squadre in campo non realizza neanche una battuta valida, una battuta, cioè, non viziata da errori avversari e tale da garantire al giocatore che la effettua di arrivare in una base del campo senza essere eliminato. Per la natura complicata del regolamento del baseball, tuttavia, un no-hitter non è garanzia automatica di ottenere uno shutout, né tantomeno una vittoria: un giocatore, infatti, può arrivare in base e successivamente realizzare punti anche senza battere una valida, ad esempio se colpito da un lancio, ottenendo una base ball, cioè una base gratuita per quattro lanci del lanciatore avversario terminati in zona non regolamentare, o comunque per un errore della difesa. Nel 1964, Ken Johnson sperimentò di persona che è possibile ottenere un no-hitter e perdere la partita.
In oltre 175.000 partite disputate dal 1900 al 2012 nelle major leagues, si sono avuti solo 232 no-hitter: per definizione, solo in queste poteva essere realizzato un perfect game.
Nella partita perfetta, infatti, devono essere eliminati anche i più piccoli errori di un no-hitter: quindi, nessuna valida, nessuna base ball, nessun errore che garantisca una base a un avversario, né da parte del lanciatore, né tantomeno dai suoi compagni della difesa. Secondo questi termini, solo venti partite nella storia del baseball moderno possono essere definite perfect games: si tratta all'incirca di una partita ogni otto anni, anche se nel corso della storia c'è stato un periodo massimo di 34 anni tra due perfect games, e uno minimo di soli venti giorni.
Il perfect game ha premiato in maniera più o meno uguale campioni immortali e illustri sconosciuti, ed ha arricchito il proprio mito anche grazie a prestazioni straordinarie che per un piccolo difetto non riuscirono a raggiungere la perfezione.

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel blog

Archivio blog